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LA FINE DELLA REPUBBLICA

Era il 15 marzo del 44 a.C., come tutti sanno, quando i congiurati pugnalarono Cesare nel foro, sotto la statua di Pompeo.

L’attentato esasperò la condizione di incertezza di quello Stato romano che, già con la dittatura cesariana, aveva iniziato ad abbandonare l’assetto repubblicano che durava da almeno cinque secoli e che lasciava ancora profondamente radicato nella mentalità dei romani un modo di concepire l’amministrazione del potere oligarchico sì, ma ben lontano dalla concezione monarchica e imperiale.

Morto Cesare, si trattava di prendere il potere o per riportare Roma verso la repubblica - impresa che probabilmente ormai le circostanze non avrebbero più reso possibile - o per consolidare definitivamente un governo centralizzato nelle mani di un solo, seguendo in questo le orme del defunto dittatore.

Bruto e Cassio, i leaders di quello che più che un gruppo di congiurati, dato il numero e l’eterogeneità degli aderenti possiamo immaginare come un vero e proprio movimento politico più o meno clandestino, dimostrarono presto di non avere la stoffa e forse neanche l’intenzione di salire al potere.

Intorno a loro Senato e opinione pubblica si dimostravano incerti e nei primi tempi dopo l’uccisione di Cesare i congiurati rimasero a Roma o comunque in Italia senza dover fuggire ma senza compiere gesti politici storicamente rilevanti.

Della situazione approfittò Marco Antonio, un ufficiale di Cesare che pur non avendo conseguito durante le campagne combattute particolari onori godeva di una certa popolarità in tutti gli ambienti romani e che si trovò particolarmente avvantaggiato dal fatto di essere il console in carica al momento del tirannicidio.

Ottaviano, in quei giorni si trovava in Apollonia, nell’odierna Albania con le truppe che Cesare aveva cominciato a concentrare in vista di una spedizione contro i Parti.

Informato dell’accaduto partì immediatamente per l’Italia ma giunto a Brindisi la prudenza gli consigliò di sostare: Ottaviano era infatti un pupillo di Cesare e come tale avrebbe potuto esse inviso ai congiurati, esposto alla furia popolare o soggetto ad ulteriori attentati.

In realtà, come si è detto, il movimento anticesariano aveva connotati più ideologici che politici e mancando completamente di organizzazione o di un programma aveva esaurito nell’uccisione del suo dichiarato nemico tutte le proprie risorse e strategie.

A Brindisi Ottaviano ricevette la comunicazione del testamento di Cesare: il testamento conteneva l’adozione di Ottaviano oltre che il lascito di gran parte delle sostanze del dittatore.

Il testamento evidentemente incoraggiò Ottaviano che disponeva delle molte forze militari che Cesare aveva raccolto contro i Parti e che ereditava oltre al nome di Gaio Giulio Cesare anche grandi ricchezze sempre utili per affrontare la scalata al potere.

Ben presto come è ovvio le ambizioni dell’erede di Cesare si scontrarono con quelle di Antonio in un crescendo di ostilità che durerà per oltre tredici anni, fino alla definitiva rovina di Antonio nella battaglia di Azio.

Giovanissimo e politicamente più debole di Antonio, Ottaviano iniziò la sua carriera politica con un atteggiamento moderato e con munifiche elargizioni al popolo riconoscente. I lasciti di Cesare alla popolazione non potevano essere erogati in quanto Antonio, per non chiarite “ragioni di stato” aveva sequestrato dalle ani della vedova Calpurnia denaro e documenti del defunto dittatore: Ottaviano segnò un primo punto a suo favore nell’opinione popolare distribuendo i lasciti alla popolazione tramite le risorse personali.

 

L’anno di consolato di Antonio volgeva al termine quando questi intuì che accettando il governo di una provincia lontana dall’Italia avrebbe perduto le sue migliori opportunità a tutto vantaggio del rivale e si risolse ad una azione senza precedenti che scandalizzò i benpensanti e fornì a Cicerone, suo acerrimo avversario, l’occasione per screditarlo davanti al Senato.

Al momento del rinnovo delle cariche infatti ad Antonio era toccata la Macedonia ed a suo fratello Gaio Antonio la provincia della Gallia Cisalpina corrispondente all’attuale Italia settentrionale: Marco Antonio operò semplicemente uno scambio con il fratello.

Ottaviano cercò allora l’alleanza di Decimo Bruto che governava ancora la Gallia come legato di Cesare ed il quale non aveva alcuna intenzione di cedere ad Antonio i propri domini, e nel frattempo conquista con promesse e donativi la fiducia di buona parte delle legioni: molti dei soldati di Antonio delusi dall’avarizia o dai limitati mezzi del loro capo lo abbandonano per passare ad Ottaviano.

Nell’atmosfera tesa della guerra imminente la seduta del Senato sono presidiate da squadre di soldati premurosamente fornite da Ottaviano.

Dione Cassio racconta che Cicerone in quei giorni pronunciò un’accesa orazione contro Antonio descrivendolo come nemico di Roma, aspirante dittatore e persona di discutibilissima morale.

A Cicerone si oppose Caleno, antoniano convinto con parole altrettanto veementi. Alla fine di quella seduta comunque il Senato prese posizione per Ottaviano, al quale furono concessi particolari privilegi fra i quali quello di poter accedere alle cariche pubbliche prima di aver raggiunto l’età prevista dalle leggi, mentre lo scambio di provincia operato dagli Antonii venne invalidato e ad Antonio fu intimato di partire per la Macedonia.

Al suo rifiuto il Senato proclamò lo stato di pericolo ed affidò ad Ottaviano ed ai consoli Aulo Irzio e Vibio Pansa il comando della guerra, ordinando a Marco Emilio Lepido ed a Munazio Planco di schierarsi al fianco di Ottaviano.

Il primo scontro fra i due partiti avvenne nei pressi di Modena dove Antonio assediava Decimo Bruto per prendere il comando della Gallia Cisalpina.

E’ bene soffermarsi a considerare il paradosso della situazione che si creò a Modena: Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, insieme ai cesariani Irzio e Pansa schierati contro un altro cesariano, Antonio, per liberare dall’assedio di questi Decimo Bruto che aveva aderito alla congiura tirannicida.

A sua volta Decimo Bruto dopo aver partecipato all’uccisione di Cesare (o almeno avendola avallata) difendeva quel potere che proprio da Cesare aveva avuto mentre il Senato, su suggerimento di Cicerone, giungeva al compromesso di definire Cesare tiranno e nello stesso tempo convalidarne gli atti e le deliberazioni.

Ai suoi inizi la guerra di Modena vide in vantaggio Marco Antonio e suo fratello Lucio Antonio ma in uno scontro campale Aulo Irzio ebbe la meglio sugli antoniani e d in un episodio successivo, al quale partecipò anche Lepido si ebbe una strage da entrambe le parti: Irzio e Pansa persero la vita e Marco Antonio fu costretto alla fuga.

Il successo di Modena portò in luce l’ambizione di Ottaviano che pretese la carica di console nonostante fosse ancora molto giovane: in uno dei suoi ultimi momenti di autentica autorità il Senato gliela negò concedendogli solo onori considerati secondari.

Indignato Ottaviano strinse un accordo con Marco Antonio e con Marco Emilio Lepido ed inviò a Roma un’ambasceria che rinnovasse al Senato la sua richiesta in merito alla carica consolare.

Al nuovo rifiuto del Senato i tre passarono alle vie di fatto e marciarono su Roma.

Gli storici raccontano che la presa della città fu incruenta, i senatori che pure avevano allestito qualche difesa alla vista dell’esercito di Ottaviano si arresero immediatamente ed  Ottaviano si vide nominare console con lo zio Quinto Pedio: poco dopo veniva ufficializzata la sua adozione ed assumeva il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano (l’appellativo di Augusto gli sarà conferito più tardi).

Fra i suoi primi atti di console Ottaviano promosse iniziative per vendicare la morte di Cesare: fu approvata una legge che istituiva un tribunale speciale per giudicare i cesaricidi che furono tutti condannati, sia pure in contumacia.

Ottaviano , tuttavia, non doveva ancora sentirsi sicuro del proprio potere e del proprio ascendente sulle legioni, e soprattutto la potenza e le risorse di Marco Antonio dovevano ancora preoccuparlo se nel 43 consolidò a Bologna l’accordo con Antonio e Lepido dando vita al primo triumvirato.

I triumviri concordarono che il loro sodalizio sarebbe durato cinque anni e proclamarono nobilissime finalità come sempre fanno i dittatori per giustificare le loro losche manovre.

Nel frattempo Decimo Bruto era caduto in disgrazia, condannato fra i congiurati aveva invano tentato di raggiungere Bruto in Macedonia, infine vistosi isolato aveva scelto il suicidio.

Poiché Decimo Bruto, prima del processo, era stato scelto come console per l’anno successivo, insieme a Munazio Planco, il posto vagante fu concesso a Lepido, a Lepido il triumvirato assegnò dunque il compito di difendere Roma e l’Italia mentre Ottaviano ed Antonio avrebbero condotto la guerra contro Bruto e Cassio.

Il periodo del secondo triumvirato, si legge, fu un periodo di terrore, di proscrizioni, di abusi durante il quale odio e vendette personali ebbero libero agio di concretizzarsi in esecuzioni sommarie, violenze e condanne all’esilio mentre i triumviri, impegnati nel mantenimento di un paradossale equilibrio svolgevano un singolare mercato: poiché di fatto gli amici di ognuno di loro erano o erano stati nemici degli altri due per ogni vendetta consumata si cedeva agli altri uno o più dei propri sostenitori.

In questo periodo Cicerone cadde vittima dei sicari di Antonio, un cadavere eccellente considerando il ruolo di primo piano che nel periodo di transizione fra Cesare ed il triumvirato Cicerone aveva svolto in Senato, ruolo che superando di gran lunga i limiti e le funzioni  della professione forense lo aveva portato oltre  che al consolato ad essere di fatto uno dei governanti di Roma per qualche tempo: il fatto che Ottaviano che pur era stato apertamente sostenuto da Cicerone non abbia fatto nulla per impedire la sua prevedibilissima fine conferma il clima di sordida omertà che, come si diceva, doveva essersi creato fra i tre despoti inebriati di vendetta e di potere.

La tradizione vuole che la terribile Fulvia moglie di Antonio ed istigatrice delle sue peggiori nefandezze  abbia voluto la testa di Cicerone per il gusto di trapassarne la lingua con uno spillone, macabra vendetta per gli attacchi che l’oratore aveva mosso ad Antonio più e più volte di fronte al Senato.

Ora se ci si sorprende delle giovanili bassezze di Augusto, di come la prima occasione di potere sia stata da lui sfruttata turpemente, se ci si dice che questa immagine del despota non corrisponde a quella dell’illuminato e saggio imperatore che la storiografia moderna vuole avvalorare non solo si dimostra superficialità nell’analisi storica, ma si evidenzia di non conoscere affatto la natura umana.

Oltre alle prescrizioni ed alle condanne il triumvirato restò tristemente famoso per le note vicende delle confische operate per pagare i compensi dei veterani e dei militari in servizio.

Una pressione fiscale senza precedenti a Roma ridusse sul lastrico molti degli appartenenti al ceto medio a vantaggio del triumvirato e delle forze militari che lo sostenevano, mentre il regime per consolidare la propria immagine avviava il processo di deificazione di Giulio Cesare.     

 Nel frattempo Bruto e Cassio avevano abbandonato Roma ed esploravano la Macedonia, la Grecia, e l’Asia Minore cercando alleanze e raccogliendo truppe sbandate dalle recenti guerre per prepararsi allo scontro con i triumviri.

Contro di loro Ottaviano ed Antonio, impegnati nella guerra contro Sesto Pompeo del quale diremo più avanti, mandarono due legati: Decidio Saxa e Gaio Norbano, ma questi giunti in Macedonia si avvidero della superiorità delle forze avversarie e chiesero rinforzi, alla loro richiesta i due triumviri finalmente si mobilitarono personalmente ma Ottaviano, ammalatosi, dovette fermarsi a Durazzo per qualche tempo mentre Antonio procedeva contro gli avversari nel territorio di Filippi.

Stando a Dione Cassio lo scontro finale si svolse in due fasi: al termine della prima Cassio si suicidò per non cadere prigioniero del nemico, al termine della seconda fu Bruto a suicidarsi.

Si era nel 42 a.C., con la battaglia di Filippi Ottaviano e soprattutto Antonio avevano reso vendetta alla memoria di Cesare, ma soprattutto avevano eliminato gli ultimi strenui difensori dell’ideale repubblicano. Nello stesso anno, probabilmente a Roma, nasceva Tiberio.

La valenza politica della vittoria di Filippi è importante: poiché gli sconfitti erano gli uccisori di Cesare i vincitori conquistarono ovviamente l’approvazione e l’appoggio di tutti i cesariani convinti, sostanzialmente della “destra” della classe dominante romana e soprattutto dei larghi strati di quella classe militare così forte (ed utile per i disegni di potere) che sarà sempre connotato caratterizzante della storia della Roma imperiale.

Proprio la simpatia dell’esercito Ottaviano cercava evidentemente di procurarsi con i continui espropri a danno dei civili con i quali compensava i veterani pagandoli con terreni pregiati in ogni regione dell’Italia.

Non certo per filantropia o per senso di giustizia ma più probabilmente per smania di potere e di successo Fulvia, la moglie di Antonio di cui si è detto, pensò di strumentalizzare il malcontento popolare nei confronti di Ottaviano derivato dagli espropri.

Ad accrescere l’importanza dell’occasione di Fulvia concorrevano vari fattori: l’assenza di Ottaviano impegnato a Filippi con il marito di lei Antonio, il clima arroventato procurato dagli espropri, appunto, e  dalla minaccia di guerre civili che aleggiava nell’aria e non ultimo il prestigio che il suo docile cognato Lucio Antonio si era procurato ottenendo in quell’anno il consolato con Publio Servilio.

Attenta a sua volta a non procurarsi l’odio delle truppe curava che nella linea politica ufficiale del cognato non fosse mai messo in discussione il diritto dei veterani al compenso ma insisteva che per questo bastassero i terreni liberi di proprietà dello stato o i proventi ed i bottini delle campagne militari senza reale necessità di ricorrere all’esproprio ai danni dei cittadini romani.

Quando, dopo la battaglia di Filippi, Ottaviano tornò in Italia Lucio e Fulvia avevano creato tutti i presupposti per lo scontro e si erano armati ed organizzati per tentare la partita contro il triumviro.

Teatro della guerra questa volta fu l’Umbria, le città coinvolte Nursia (Norcia), Sentino presso l’odierna Fabriano, e soprattutto Perugia.

Dopo alcuni scontri e reciproci inseguimenti Ottaviano riuscì a sbarrare il passo verso Nord a Lucio nei pressi di Perugia e costrettolo in città lo cinse di un assedio lungo ed estenuante (la città era ben munita e dotata di difese naturali), infine le risorse degli assediati si esaurirono e Lucio Antonio, pur dotato di un esercito più numeroso, dovette cedere per fame.

Le conseguenze furono amare per gli avversari di Ottaviano: centinaia di uccisioni, trecento fra cavalieri e senatori immolati sotto la statua di Giulio Cesare, Perugia rasa al suolo.

Lucio Antonio, Fulvia ed alcuni loro illustri sostenitori sopravvissero alla guerra di Perugia, con loro Tiberio Claudio Nerone, la moglie Livia Drusilla ed il figlio Tiberio Claudio Nerone.

Nella sua storia romana Cassio Dione si meraviglia di questa circostanza: Livia e Tiberio che fuggivano da Ottaviano sarebbero divenuti alcuni anni dopo rispettivamente sua consorte e  suo erede. La fuga della famiglia di Tiberio verso la Sicilia, per cercare rifugio presso Sesto Pompeo, è ricordata anche da Velleio Patercolo che racconta come suo nonno Gaio Velleiano dopo aver aiutato i fuggiaschi si suicidasse per non intralciarli con la propria vecchiezza.

 

Comunque altri avversari erano stati vinti ed Ottaviano al suo rientro in Roma celebrò il trionfo.


Poco dopo la guerra di Perugia Ottaviano, che cominciava ad assumere l’atteggiamento dell’inviato degli Dei da quando Giulio Cesare, suo padre adottivo era stato proclamato “divus”, affrontò il problema ed il pericolo costituiti da Sesto Pompeo.

Costui era figlio di Pompeo Magno e di Giulia, sorella di Cesare. Aveva invaso la Spagna e ne aveva quindi ottenuto il governo in base ad un trattato con Lepido, successivamente raccolta una folla ragguardevole aveva puntato sull’Italia  riuscendo ad invadere la Sicilia dopo avere eliminato il governatore Pompeo Bitinico.

Il controllo dell’isola era di grande importanza strategica poiché Roma si approvvigionava abbondantemente del grano siciliano e africano.

Poco dopo Sesto Pompeo passò ad attaccare le province africane (Africa e Numidia) che comprendevano le regioni dell’Africa settentrionale: approssimativamente le odierne Tunisia Algeria e Libia.

Dovette combattere contro il governatore Lucio Cornificio, che uccise, e contro Gaio Fufio Fangone inviato da Antonio, tuttavia quando Ottaviano inviò in Africa Marco Emilio Lepido per intimargli la resa, Sesto Pompeo non sentendosi al sicuro e gli consegnò le province ritirandosi di nuovo in Sicilia.

 

Pompeo si dimostrò un avversario più temibile di quanto forse Ottaviano avesse valutato: per circa otto anni, dal 43 al 36 a.C. infestò il Mediterraneo con le sue scorrerie accogliendo e armando di buon grado chiunque per odio contro i triumviri, per prescrizione o per qualunque motivo volesse unirsi a lui ed atteggiandosi a campione ed ultimo difensore delle libertà repubblicane.

Non mancarono da parte di Ottaviano tentativi di composizione diplomatica della rivalità con Sesto, tanto che nel  41 a.C. sposò una parente di Pompeo, Scribonia dalla quale ebbe Giulia che sarà moglie di Tiberio, ma alla lunga se non avesse lasciato continuare le scorrerie di Pompeo con le relative disastrose conseguenze sul commercio e sull’economia romani si sarebbe trovato contro tutti, Senato, esercito e popolo ed il suo preteso ruolo di protettore di Roma e d’Italia sarebbe andato in fumo prima che il suo potere si consolidasse definitivamente.

Sesto Pompeo era un marinaio, addirittura si diceva figlio di Nettuno, e tutte le sue gesta erano legate alla potente flotta di cui disponeva ed alla perizia in mare dei suoi uomini.

Per affrontare un avversario di questo tipo Ottaviano incaricò Agrippa di preparare una flotta adeguata.

Agrippa, che doveva essere un uomo di ampie vedute, oltre alle numerose navi allestì a Capo Miseno quella che rimarrà durante la storia dell’impero una delle più importanti basi navali romane: il porto Giulio realizzato congiungendo all’insenatura marina di Baia i laghi Lucrino e d’Averno.

Fu una guerra intermittente, con esitazioni e temporeggiamenti da ambo le parti: gli storici ricordano alcuni tentativi di Ottaviano di passare lo stretto di Messina per impadronirsi della Sicilia, tentativi sempre respinti da Pompeo. Infine nel 37 a.C. le due flotte si diedero battaglia nelle acque di Milazzo.

L’esito della battaglia fu favorevole alle navi di Agrippa ma la disfatta di Pompeo non fu gravissima; infatti questi riuscì a riorganizzarsi e ad infliggere sul terreno gravi perdite alle truppe di Ottaviano che erano sbarcate.

Lo scontro decisivo si svolse qualche tempo dopo nelle acque di Nauloco: la flotta di Sesto Pompeo venne distrutta, molti dei fuggiaschi catturati ed uccisi (36 a.C.), Pompeo e pochi superstiti trovarono scampo di notte verso la Grecia e si dispersero per passare inosservati.

Sbarcato a Lesbo Sesto Pompeo vi trovò ospitalità grazie al buon ricordo lasciato dal padre Pompeo Magno che anni prima aveva espletato importanti cariche in quei paraggi.

Sembra che la sua prima intenzione fosse quella di raggiungere Marco Antonio che si trovava in oriente per unirsi a lui nella probabile prossima guerra contro Ottaviano, tuttavia venendo a sapere che Antonio era stato sconfitto in una campagna militare contro i Medi si armò di nuovo per tentare di prendere nelle proprie mani il potere del triumviro; ovviamente Antonio reagì con violenza e dopo alcuni scontri di scarsa importanza riuscì a catturare Sesto e ad ucciderlo.

Nel quadro degli avvenimenti di quel periodo la figura di Sesto Pompeo investe un ruolo tutto sommato secondario, è tuttavia interessante l’ostinazione con la quale tentò di guadagnarsi un “posto al sole” in quello scenario incerto ed in continuo travaglio che precede la fondazione dell’impero.

Di personaggi così sono piene le cronache di ogni epoca, nel giro di qualche decennio fanno tutti la stessa fine concludendo la loro parabola con un bilancio di guerra, di morte, di distruzione, ad esclusivo vantaggio del salvatore della patria di turno che torna a casa con più gloria, più potere e ricchezze.

Mentre l’astro di Pompeo tramontava disonorevolmente in oriente Ottaviano coglieva, ancora in Sicilia, l’occasione di togliere di mezzo un altro personaggio, mediocre ma scomodo, della sua prima fase: quel Marco Emilio Lepido che anni prima aveva stretto con lui e con Antonio i patti del secondo triumvirato.

Lepido era certamente il meno intraprendente dei tre, gli mancava forse il prestigio che Ottaviano aveva ottenuto dall’adozione di Cesare, non godeva del carisma che Marco Antonio esercitava sulle truppe, o più concretamente gli difettavano le qualità ed i vizi dell’uomo di potere.

Di fatto nel periodo di circa sei anni che va dalla costituzione del triumvirato alla battaglia di Nauloco, di Lepido si parla relativamente poco.

Avendo aiutato Ottaviano contro Sesto Pompeo decise di far valere le sue ragioni: con un colpo di mano si impossessò di Messina mentre Ottaviano era ancora intento ad inseguire i fuggitivi e barricatosi in quei pressi inviò ambascerie per lamentare le molte umiliazioni subite, la vuotezza del suo ruolo ed il mancato rispetto di molti accordi ed impegni da parte dei suoi colleghi triumviri.

Per Ottaviano, che non chiedeva di meglio di un pretesto per eliminarlo, furono tutte vuote querimonie, ed il povero Lepido vide il suo accampamento assediato dalle ben più cospicue forze del rivale e fu in breve costretto alla resa per fame.

Subendo l’ennesima umiliazione vestì l’abito scuro del supplice ed implorò clemenza: la sua preghiera fu ascoltata, non venne ucciso ma fu confinato da qualche parte dell’Italia (al Circeo secondo Svetonio) dove rimase sotto stretta sorveglianza per il resto della vita.

 

 

Un “effetto collaterale” della guerra contro Sesto Pompeo fu una lunga tregua fra Ottaviano e Marco Antonio. Dopo Filippi i due si erano in qualche modo accordati assegnando ad Antonio il governo dell’oriente e ed  Ottaviano quello dell’occidente.

Poco dopo, approssimativamente durante la guerra di Perugia, aveva avuto inizio la fatale relazione di Antonio con la regina Cleopatra VII che aveva trattenuto a lungo il triumviro in Egitto.

Approfittando della sua assenza i Parti, bellicosa popolazione orientale contro la quale Cesare stava progettando una campagna al momento di essere ucciso, attaccarono la provincia romana.

Le loro forze erano comandate dal principe Pacoro, figlio del re Orode I e dal romano Quinto Labieno che, esule dopo Filippi, cercava di conquistare potere ai danni del triumvirato.

Labieno e Pacoro attaccarono ed invasero le città siriache di Apamea e di Antiochia e conquistarono la Palestina.

Marco Antonio, probabilmente sobillato da Cleopatra intanto stava aprendo le ostilità contro Ottaviano, ma alla morte di Fulvia i due rivali vennero ad un nuovo accordo stipulato a Brindisi nel 40 a.C. che prevedeva una nuova spartizione delle province: ad Ottaviano la Sardegna, la Dalmazia, la Spagna e la Gallia, ad Antonio le province orientali, l’Africa a Lepido, mentre la Sicilia rimaneva in mano a Sesto Pompeo.

Per convalidare l’accordo Marco Antonio sposò Ottavia, sorella di Ottaviano.

Nel 39 a.C. Antonio tornò in Grecia dopo aver sottoscritto con Ottaviano uno di quegli armistizi con Sesto Pompeo che, come si è detto, furono caratteristici della guerra fredda fra il triumvirato ed il figlio di Pompeo Magno prima di Milazzo e Nauloco.

In Grecia Antonio assunse costumi fortemente orientaleggianti ed ellenizzanti fino a farsi chiamare “giovane Dioniso” , ciò è da riferirsi al progetto che sotto l’influenza di Cleopatra il triumviro andava ormai vagheggiando: la creazione ed il consolidamento di un regno di oriente o comunque di un forte polo di potere decentrato rispetto a Roma, alla testa del quale sognava di vedere se stesso, la regina egiziana ed i figli di lei (Cesarione  Tolomeo figlio di Cesare e Antillo figlio dello stesso Antonio).

Questa sua aspirazione di grandezza condivisa e strumentalizzata da Cleopatra che probabilmente aveva come prima preoccupazione quella di difendere i confini dell’Egitto dalla potenza romana, secondo molti autori fu alla base della rovina di Antonio, unitamente alla scarsa avvedutezza politica alla quale sarebbe stato spinto dalla passione per la regina.

In ogni caso è certo che se dopo Filippi la via di Ottaviano fu una lenta ma continua ascesa al potere durante la quale il futuro imperatore seppe eliminare ad uno ad uno i propri avversari non solo servendosi della forza militare ma anche o soprattutto dell’intrigo politico, la via di Antonio fu assai più incerta e spesso caratterizzata da insuccessi e passi falsi che alla fine gli costarono la vita oltre che la sconfitta.

Sul piano militare subì diverse sconfitte, l’ultima campagna vittoriosa delle sue legioni fu quella del 39 a.C. quando il suo luogotenente Publio Ventidio Basso mise in fuga i Parti di Pacoro e di Labieno sui monti del Tauro.

Antonio, non avendo partecipato personalmente alla battaglia non gradì il successo di Ventidio e lo rimosse dalla carica (tuttavia dopo la morte di Antonio il Senato decreterà il trionfo di Ventidio per aver vendicato con la morte di Pacoro la disfatta subita nel 53 a.C. da Crasso ad opera dei Parti)

Subito dopo la vittoria di Ventidio,  Antonio attaccò la Commagene con il pretesto che il re Antioco aveva dato ospitalità ai Parti fuggiaschi. L’assedio di Samosata, capitale della Commagene tuttavia si chiude con un trattato.

La fine dell’anno 38 a.C. vede comunque la Siria, la Cilicia e la Giudea sotto il dominio diretto o indiretto di Marco Antonio.

Nel 37 i Parti sotto il re Fraate IV successore di Orode I si riorganizzarono e batterono l’esercito di Antonio comandato dal generale Staziano.

Questi scontri, per altro, furono solo episodi minori delle ostilità fra Roma e i Parti, ostilità che durarono tre secoli durante i quali i Parti furono fra i più agguerriti ed indomabili avversari dell’espansione romana.

Gli anni che vanno dalla vittoria su Sesto Pompeo (36 a.C.) alla battaglia di Azio (31a.C.) videro Ottaviano impegnato in varie campagne militari.

Diverse province sotto la sua giurisdizione erano in fermento; nel 35 insorsero i popoli che abitavano ad est dell’odierna città di Fiume: i Salassi, i Taurisci, i Liburni e gli Iapidi, di questi ultimi Dione Cassio ricorda l’eroica difesa della città di Metulo e come, stremati dall’assedio finsero di voler concludere la pace per poi suicidarsi  in massa piuttosto che cedere ai romani.

Sedata la ribellione Ottaviano decise di procedere più ad est ed invadere la non belligerante Pannonia. Saccheggiando, incendiando villaggi e compiendo le solite nefandezze dei conquistatori in breve giunse ad assediare la città di Sischia (di non precisa identificazione) , alla resa di questa città i Pannoni conclusero accordi di pace ed entrarono a far parte delle province romane, tuttavia furono necessarie negli anni successivi altre campagne contro queste popolazioni e contro i Dalmati prima di consolidare definitivamente il dominio romano sulla regione.

Stando alle cronache la fedeltà e la disciplina delle legioni di Ottaviano durante queste campagne non fu sempre irreprensibile ed il giovane comandante di tanto in tanto si trovò alle prese con sedizioni e minacce di ammutinamento che a volte puniva ricorrendo all’antico istituto della decimazione: un soldato su dieci della coorte o della legione ribelle veniva ucciso a frustate.

Il tono con cui questi episodi vengono raccontati dagli autori latini è di assoluta naturalezza, considerando la levatura morale ed i requisiti personali che dovevano verosimilmente contraddistinguere dei militari professionisti come i legionari era probabilmente ineluttabile ricorrere a simili misure disciplinari per mantenere un minimo di tranquillità negli accampamenti, d’altro canto erano tempi terribili in cui la violenza governava il mondo ed il cuore degli uomini, non c’era un vero e proprio diritto internazionale a regolare le azioni belliche e a punire i crimini di guerra, per arrivare alla nostra pacifica civiltà ci sarebbero voluti ancora ben venti secoli.

Negli stessi anni le cronache mostrano Antonio impegnato in scontri con i Parti ed in campagne in generale non fortunate nella Media e nell’Armenia, il resto del suo tempo lo trascorse in Egitto alla corte di Cleopatra.

Nel 32 infine un periodo di tranquillità in tutte le province consentì ai due rivali di dedicarsi comodamente alla reciproca diffamazione: Antonio accusava Ottaviano di aver commesso un abuso nei confronti di Lepido per impadronirsi del potere di questi, Ottaviano dette corpo ad una campagna scandalistica basata sulla relazione fra Antonio e Cleopatra, relazione adultera e soprattutto pericolosa perché la “strega” Cleopatra era il capo di una nazione straniera e con le sue arti di maliarda mal nascondeva mire espansionistiche concepite a tutto danno della repubblica romana.

Nel periodo di guerra fredda che precedette lo scontro finale ad Azio la lotta si sviluppò sul clima ipocrita tanto caro ai cercatori di potere che amano nascondere le proprie fauci fameliche dietro la seria espressione dell’uomo che rispetta e protegge i valori morali. Intorno ai contendenti un fremito di opportunismo tendeva ancora una volta a mischiare le carte per consolidare finalmente la morfologia politica delle due fazioni.

Gneo Domizio Aenobardo e Gaio Sossio, consoli in carica, non osando opporsi alle invettive antiantoniane di Ottaviano in Senato lasciano Roma di nascosto per rifugiarsi presso Antonio, d’altro canto Tizio e Planco, già consoli alcuni anni prima rinnegarono la dichiarata fede antoniana e passarono ad Ottaviano.

Marco Antonio, tenuto consiglio con i suoi alleati, proclamò aperte le ostilità inviando alla moglie Ottavia la lettera di divorzio. Ora è chiaro che le fonti storiografiche raramente sono complete quando si tratta di analizzare questioni private e familiari, e comunque, considerata la settarietà di molti autori, non mai aprioristicamente attendibili; tuttavia viene da concordare con chi viole compiangere Ottavia per l’umiliazione immeritata infertale da Antonio se si considera che, sposata per ragioni di stato, era rimasta fedele e devota al marito, soccorrendolo spesso in grave difficoltà e tollerando il suo storico adulterio.

Forse fu l’abbandono di Ottavia ad esasperare Ottaviano o forse fu un opportuno pretesto, comunque il futuro imperatore, non preoccupandosi dell’evidente ineleganza del gesto riuscì a confiscare il testamento che Antonio aveva depositato forse presso le vestali e ne divulgò il contenuto.

Nel testamento Antonio magnificava Cleopatra ed i figli di lei che lasciava padroni dei suoi domini ed esprimeva la volontà (molto antiromana) di essere sepolto ad Alessandria.

La divulgazione del testamento fu un colpo decisivo alla reputazione di Antonio, soprattutto perché dava credibilità all’opinione che se questi avesse vinto contro Ottaviano avrebbe spostato il polo politico del mondo in Egitto riducendo così Roma alla condizione di colonia.

Molti dei più affezionati sostenitori di Antonio lo abbandonarono per indignazione o per il timore di essere coinvolti nella sua sconfitta che si faceva sempre più prevedibile, d’altra parte Ottaviano sapeva che l’esperienza delle guerre civili (Cesare contro Pompeo, Filippi, Nauloco, Perugia) era troppo dolorosa e recente nella memoria dei romani per ripeterla apertamente: meglio allora attaccare Cleopatra, una straniera che aveva sedotto un campione dei romani al punto di indurlo al tradimento.

Ottaviano fece dunque appello al nazionalismo dei romani, come i dittatori fecero sempre in tutte le epoche ed i luoghi in cui si sia trattato di sobillare la guerra e coreograficamente ricorse ad un rito antico e desueto, quello della dichiarazione di guerra accompagnato da sacrifici sul tempio di Bellona in Campo Marzio.            

Ottaviano aveva fra i suoi alleati tutte le province Italiane (raccoglieva i frutti delle campagne di esproprio con cui aveva gratificato i veterani che ora lo sostenevano), la Gallia, la Spagna, l’Illirico, la Libia, la Sicilia, e la Sardegna, in definitiva tutto il mondo occidentale.

Dalla parte di Antonio stavano le province orientali: l’Asia, la Tracia, la Macedonia.

 Non si trattò quindi solo dello scontro di due arrampicatori rivali, ma del fronteggiarsi per la supremazia dei due poli di quello che pochi anni dopo sarebbe stato l’impero: l’occidente e l’oriente, completamente romanizzato il primo, molto grecizzato il secondo.

Più o meno gli stessi nuclei in cui secoli più tardi l’impero si smembrerà, gli stessi mondi antagonisti sul piano culturale, storico e politico che compaiono sempre nella storia moderna e nella cronaca contemporanea. La storia dunque, intesa non solo come ricapitolazione di eventi ma soprattutto come spaccato trasversale della natura umana, come si vede, si ripete.

Nella primavera del 31 a.C. Ottaviano salpò da Brindisi e raggiunse l’isola di Corcira, nel mar Ionio di fronte all’Epiro, di qui si diresse ad Azio sul golfo ambracico dove Antonio aveva collocato la propria flotta.

Fronteggiandosi ad Azio Ottaviano ed Antonio iniziarono una guerra di posizione con manovre di disturbo e rapide sortite.

Agrippa si impossessò di Patrasso e convinse gli abitanti di Corinto ad allearsi ad Ottaviano, Marco Tizio e Tauro Statilio, ufficiali di Ottaviano attaccarono e danneggiarono gravemente la cavalleria di Antonio. Molti partigiani antoniani, fra i quali Gneo Domizio, cambiarono partito, infine le difficoltà e le diserzioni portarono Antonio alla paranoia, spingendolo a sospettare di tutti i suoi alleati e a sopprimerne parecchi.

Si giunse alla battaglia finale il 2 settembre del 31 a.C.: Antonio disponeva di una flotta di navi grandi e pesanti mentre le navi di Ottaviano erano più piccole e veloci.

Lo scontro durò a lungo e Cleopatra, quando ritenne che le sorti del combattimento volgessero alla sconfitta fuggì seguita dalle navi del suo seguito personale e poi da tutte le altre.

A questo punto Ottaviano che non poteva inseguire i nemici perché le sue navi da combattimento non avevano vele fu costretto ad usare il fuoco, mezzo al quale avrebbe voluto evitare di ricorrere per non distruggere le ricchezze che si trovavano sulle navi egiziane delle quali contava di impadronirsi a battaglia finita. Il lancio di proiettili incendiari fu letale e la flotta antoniana  fu rapidamente distrutta dalle fiamme.

Antonio e Cleopatra, tuttavia riuscirono a fuggire e tornarono in Egitto. Antonio si uccise poco dopo, Cleopatra attese qualche tempo prima di ricorrere alla fatale aspide, pare abbia fatto un tentativo di sedurre Ottaviano il quale però resistette tranquillamente alle sue grazie.

Cleopatra si suicidò, raccontano, per evitare l’umiliazione di partecipare in catene al trionfo di Ottaviano, infatti nessun tentativo di salvarle la vita fu trascurato, si tentò perfino con l’intervento degli Psilli, un’oscura tribù africana che si diceva immune al veleno dei serpenti e capace di salvare gli avvelenati succhiando il tossico dalle ferite.

Privato dal suicidio dei suoi nemici della soddisfazione di mostrarli schiavi al popolo romano Ottaviano si rifece sui loro figli facendo uccidere il giovane Antonio, figlio di Fulvia, e Cesarione.

Fu infine clemente con gli altri superstiti ai quali garantì non solo la salvezza ma anche l’agiatezza.

Quella di Azio fu l’ultima delle cinque guerre civili combattuta da Ottaviano prima di raggiungere il potere supremo, come ben sintetizza Svetonio, la particolare importanza storica di Azio consiste nel segnare la svolta decisiva verso l’unità dell’impero mentre Filippi segnò come si è detto la fine della repubblica.

Se Bruto e Cassio avessero vinto a Filippi, probabilmente non sarebbero stati in grado di governare nel modo egemonico al quale arriverà Ottaviano dopo Azio; se Antonio avesse vinto ad Azio probabilmente la prevalenza del mondo ellenizzato che ne sarebbe conseguita avrebbe mutato in misura ora indeducibile la storia dei secoli successivi.

Quanto alle intenzioni di Ottaviano che dopo Azio si era ovviamente impossessato dell’Egitto, sembrano ben espresse dall’episodio della tomba di Alessandro Magno che fece aprire per porre una corona d’oro sul capo del cadavere contenutovi. Quando gli chiesero se desiderasse vedere anche il sepolcro dei Tolomei, rispose: “io volevo vedere un re, non dei morti” .