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LE LEGGENDE DI TEBE

CADMO

Viveva in Sicione una giovane principessa di nome Europa, "colei che ha gli occhi grandi". Era figlia di Agenore, re dei Fenici ed il mito colloca i suoi fratelli e la sua progenie nel quadro di molte grandi leggende, all'origine di popoli e casate fra i più importanti del mondo antico.
Un mattino Europa giocava in un prato con le sue compagne quando fu notata da Zeus. Per avvicinarla il dio non scelse la forma umana ma quella bestiale e terrifica di un grande toro bianco, eppure l'animale si presentò così amichevole e mansueto che Europa non ne ebbe timore.
Il candido pelo, sui muscoli potenti, odorava non di stalla  ma di rose, le lucide corna splendevano al sole come le armi degli dei. E del sole, del suo vigore benigno, della sua potenza generatrice, sembra essere simbolo questa icona del toro innamorato che ci piace immaginare mentre gioca con la ragazza in un radioso meriggio mediterraneo e dolcemente la sospinge o la attira dal prato alla spiaggia dove, forse per inventare un nuovo divertimento, Europa finì col salire sulle sue ampie spalle. Subito il toro si tuffò nel mare e prese a nuotare con incredibile velocità. Un poeta che ne scrisse immaginò le divinità marine osservare stupite il cornuto nuotatore che fendeva le acque con il carico leggero della giovane sconvolta dal terrore, li vide anche un marinaio ed invocò gli dei, forse allontanando per sempre da se - vorremmo aggiungere - l'abusato dono di Dioniso.
Ben presto, comunque, la forma taurina di Zeus approdò all'isola di Creta dove - dicono - mutò in quella di un bel giovane per corteggiare l'impaurita principessa in modo più tradizionale. Le fece anche dei teneri doni come quelle collane, quei cerchi, quei tralci di vite con i quali gli antichi pittori dei vasi sempre adornavano la figura di Europa.
La ierogamia, l'unione con gli dei era sempre feconda: da quella di Europa con Zeus nacquero Minosse, che fu re di Creta e protagonista di numerosi miti, Sarpedone che morì a Troia e Radamanto che sarà addirittura giudice di anime nell'Oltretomba virgiliano. E così si compì il destino di Europa che dopo l'amore con Zeus fu da questi data al re Asterione, il re delle stelle dei miti cretesi perché la sposasse e la rendesse regina.
Ma Agenore, figlio di un'altra avventura galante divina, quella di Posidone con la ninfa Libia, non era uomo da arrendersi senza tentare. Forse sua figlia era stata rapita dai molti e feroci pirati che infestavano il mare, forse dormiva, in un sito nascosto fra i fiori, stregata da una maga o da un Dio.
Agenore convocò i suoi figli: Fenice, Cilice e Cadmo (ed alcuni autori ne citano altri ancora) perché percorressero il mare e la terra alla ricerca della sorella scomparsa.
Fece loro giurare di non tornare senza averla trovata e, vecchio, li salutò dalla riva dubitando di poterli mai rivedere.
I giovani principi viaggiarono a lungo, Fenice raggiunse la costa africana e qui si fermò, sui lidi della futura Cartagine. Cilice fece vela verso Oriente e finì col dare il suo nome al popolo ed al paese che lo accolsero alla fine del viaggio. Più lunga e più nota per noi fu la vicenda di Cadmo, il più forte ed accorto dei figli di Agenore.
Il tempo del mito è il tempo delle origini, dell'origine degli dei, dell'uomo, della storia e dell'universo intero: in quel tempo l'ordine del Cosmo non era ancora del tutto definito e le leggi degli dei potevano ancora essere minacciate dalla forza brutale del Caos. Creatura di questa forza, nato da Gea e dal Tartaro, era il mostruoso Tifone, "vasto come i continenti", dotato di arti innumerevoli, padre di creature da incubo come il cane Cerbero e l'Idra di Lerna.
Troppo fidando nella sua ottusa potenza, questo mostro ambiva a sovvertire ogni ordine delle cose, avrebbe voluto abbattere il trono di Zeus, ridurre suoi schiavi tutti gli dei, violare il letto di Era, signoreggiare l'universo. Già si era scontrato con Zeus, riuscendo perfino a ferirlo e, con l'inganno, gli aveva sottratto le armi, la folgore ed il tuono, ma era troppo stupido o non abbastanza forte per poterle utilizzare.
Ora, mentre Zeus consumava a Creta il suo amore con Europa, Tifone sferrava un attacco micidiale. Molti dei erano fuggiti, altri mutati in animali cercavano scampo dal terribile devastatore che attaccava lo Zodiaco per mutare il corso degli astri. Sconvolgeva il mare, Tifone, catturando il carro di Posidone e scagliandolo a terra, terrorizzando le creature dell'acqua; devastava la terra, bloccava l'aurora, arrestava la luna, impediva alla primavera di recare sul mondo il suo vitalizzante tepore. Contro di lui il cosmo reagiva, con le frecce di Orione e del Sagittario, con i raggi delle Pleiadi e del Serpentario.
Quando Zeus tornò sull'Olimpo trovò l'intero universo sconvolto dal mostro ribelle ed allora fu Apollo, dicono, a ricordarsi di Cadmo che vagava ancora in cerca di Europa ed a consigliare a suo padre di servirsi di lui.
Fu invece Pan, figlio di Ermes, a travestire Cadmo da pastore ed a dargli il suo flauto perché la musica che fa smarrire la mente ammaliasse il gran ribelle e lo facesse, per un attimo, restare.
Quanta sorpresa, quanto terrore finse o provò Cadmo quando Tifone, il cui passo scuoteva le montagne, gli si avvicinò e prese ad ascoltarlo. Fuggì, il falso pastore, cercando rifugio fra i boschi ma Tifone lo richiamò e, rassicurandolo, lo scherniva: cosa poteva mai importare ad un dio come lui di rubare il flauto di un capraio? Restasse il pastore a divertirlo con i suoi suoni strani ed avrebbe avuto in cambio un posto sull'Olimpo ed il letto di una dea.
E Cadmo suonò. La musica prese possesso della mente primordiale del bruto, ne stregò l'attenzione, lo distolse dai suoi turpi propositi per quel tanto che bastò all'astuto Zeus per riprendere le armi che solo lui sapeva usare. E allora la battaglia fu violenta, Tifone scagliò contro Zeus alberi, macigni, montagne, intere isole divelte con la forza delle sue mille braccia dal loro sito nel mare, ma Zeus rideva e, inviolabile, respingeva i colpi con un gesto della mano. Poi venne la grandine, voluta dal dio, ed il corpo mostruoso fu sommerso dal ghiaccio, e vennero le folgori che accesero incendi fra le orribili, smisurate membra. Poi vennero il lampo ed il tuono a portare il terrore in quella mente bestiale, infine il mostro cadde sopraffatto e Zeus volle che precipitasse negli abissi della Terra sua madre, proprio sotto la Sicilia dove, non morto, da ancora oggi voce all'Etna con gli spasimi ed i gemiti della sua eterna agonia.
Finalmente tornò la primavera, gli dei rientrarono in festa nelle loro sedi e gli astri ripresero i loro sempiterni percorsi nel cielo.
Cadmo riprese il suo viaggio alla ricerca di Europa ma Zeus, non immemore dell'aiuto ricevuto, lo volle premiare rendendolo sposo di Armonia. Era costei figlia di Afrodite, nata dall'amore proibito di questa con Ares: nascosta all'ira di Efesto - il deforme marito della dea - era cresciuta nel palazzo di Elettra, una figlia di Atlante che oggi è una stella. Da questo palazzo Armonia fu prelevata per le nozze con Cadmo ed intervenne Afrodite per ispirare nel cuore della figlia un amore nuovo ed eterno per lo sposo che il fato le aveva assegnato.
Subito dopo la prima notte di nozze, tuttavia, Cadmo si rimise in mare, in compagnia della sposa, per continuare la sua inesausta ricerca. Giunse a Delfi dove, nel santuario di Apollo, tutti si recavano per consultare l'Oracolo. Ad Apollo, Cadmo chiese aiuto e consiglio per giungere infine a ritrovare la sorella perduta ma l'Oracolo, solitamente oscuro e di difficile interpretazione per una volta fu esplicito e svelò come Europa fosse stata amata da Zeus e come davanti al volere del sommo fra gli dei le ricerche e le speranze di Cadmo fossero vane. Detto questo l'Oracolo aggiunse un ordine perentorio: Cadmo avrebbe dovuto ancora viaggiare, questa volta seguendo una giovenca e quando la bestia si fosse fermata, sfinita dalla stanchezza, egli avrebbe dovuto offrire sacrifici agli dei e fondare, sul sito, una nuova città.
Obbedendo al misterioso volere divino Cadmo si mise nuovamente in cammino e, in effetti, appena uscito dal santuario di Apollo trovò la giovenca che sarebbe stata sua guida.
Dopo giorni di cammino la vacca si fermò presso una fonte e qui Cadmo ed i suoi compagni compresero di essere giunti al luogo predestinato ove fondare la città. Il gruppo si avvicinò ad una fonte per attingerne l'acqua necessaria per i sacrifici, ma la fonte era protetta da un terribile drago che subito aggredì gli intrusi facendone strage. Il drago avrebbe divorato lo stesso Cadmo se non fosse intervenuta Atena ad infondere coraggio all'eroe. Cadmo infatti riuscì a colpire sulla testa il mostro con un masso, uccidendolo.  Questa impresa gli procurò l'odio di Ares, al quale il drago era consacrato e, secondo alcuni autori, Ares punirà molti anni dopo Cadmo trasformandolo in serpente.
Seguendo gli ordini di Atena Cadmo strappò tutti i denti dalla bocca del drago e li sotterrò intorno alla fonte.
Immediatamente da ogni dente nacque un feroce guerriero, già munito di corazza e completamente armato. I guerrieri presero a combattere fra loro finché non ne rimasero che cinque. Questi cinque guerrieri, detti Sparti (seminati) saranno considerati i capostipiti delle principali famiglie di Tebe, la tradizione ha conservato i loro nomi: Udea, Ctonio, Peloro, Iperenore, Echione.
Sterminati i giganti Cadmo ed i suoi offrirono la giovenca in sacrificio agli dei. In seguito Cadmo combattè con le popolazioini locali prima di poter fondare la città nel luogo indicato dall'oracolo.
Ancora Nonno di Panopoli, nel quinto canto delle Dionisiache, ci racconta la fondazione della città: venne tracciato il perimetro del il percorso delle vie principali, le vie vennero lastricate con pietre policrome, si costruirono case, templi ed altari ed infine vennero erette le famose sette porte di Tebe: Omoloidi, Pretidi, Ogigie, Oncaidi, Ipsiste, Elettra, Crenidi.
Finalmente Cadmo ed Armonia poterono celebrare le loro nozze con un banchetto al quale parteciparono gli dei, come Zeus aveva annunciato. Anche Ares accantonò momentaneamente l'ira verso Cadmo (uccisore del drago a lui sacro) per festeggiare il matrimonio della figlia e partecipò al banchetto con atteggiamento benevolo. Afrodite donò ad Armonia una meravigliosa collana d'oro e di pietre preziose, opera di Efesto.
Cadmo ed Armonia ebbero quattro figlie femmine, Autonoe, Ino, Agave, Semele, ed un figlio maschio: Polidoro.
Autonoe sposò Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, Ino sposò Atamante, Agave fu sposa di Echione, uno degli Sparti superstiti, nato dai denti del drago, Semele fu sedotta da Zeus e concepì Dioniso; da Polidoro discese la casata dei Labdacidi: Labdaco, Laio, Edipo.
Come si vede ciascuno dei figli di Cadmo e di Armonia sarà protagonista di un altro mito.

Quanto a Cadmo, regnò a lungo e con saggezza su Tebe fin quando, vecchio, non lasciò spontaneamente il regno al nipote Penteo, figlio di Agave. Tuttavia, in una versione del mito seguita da Nonno di Panopoli e da Diodoro Siculo, Penteo usurpa il trono costringendo all'esilio il legittimo erede Polidoro.
Quando Penteo, per aver osato proibire il culto di Dioniso, venne ucciso dalla madre e dalle zie invasate dal dio, Cadmo fu a sua volta allontanato da Tebe.
Cadmo ed Armonia partirono su un carro trainato da una vacca e si trasferirono in Illiria. Anche Agave, inorridita per il delitto involontariamente commesso, era fuggita nella stessa direzione ed era stata accolta dal re degli Illiri Licoterse, del quale era divenuta sposa.
Secondo Igino (Fabulae, 254) successivamente Agave uccise Licoterse ed operò perché il regno passasse al padre.
Infine Cadmo, come si è accennato, fu mutato in un grande serpente per volere di Ares che non aveva dimenticato l'uccisione del drago sacro.
Questa trasformazione è stata immortalata da Ovidio (Met. IV, 565-603) con grande ricchezza di particolari: mentre le sue membra stanno cambiando, mentre il suo corpo si riveste di squame, Cadmo indirizza alla moglie le ultime parole che è capace di pronunciare prima che la lingua, separandosi, gli impedisca per sempre di parlare: "Accede, o coniux, accede, miserrima" (avvicinati, avvicinati o infelice consorte), ed Armonia, pur sconvolta dall'orrore del prodigio, si avvicina, abbraccia, accarezza le lucide spire che hanno appena preso il posto del corpo senile ed amato dello sposo ed infine allo sposo, alla nuova natura di lui, si ricongiunge, improvvisamente mutata a sua volta in rettile: prodigio d'amore, destino condiviso.
I coniugi trasformati strisciano insieme nell'oscurità di un bosco e, lungi dal ridursi all'abbrutimento della bestia, serbano memoria di quello che furono e degli eventi eroici e tragici della loro vita e della loro famiglia.
Alla loro prole non erano infatti toccati destini felici: di Agave e del suo atroce figlicidio si è già detto, si è detto di Polidoro esiliato dal nipote.
Autonoe fu madre infelice di Atteone, tramutato in cervo sbranato dai suoi stessi cani per aver contemplato la nudità virginale e divina di Artemide.
Cadmo ed Armonia si dolevano anche della perdita della figlia Ino, protagonista di un altro tragico mito: moglie di Atamante aveva perseguitato per gelosia i figli di primo letto di lui, Frisso ed Elle, finché Atamante (impazzito per volontà di Era) non aveva tentato di ucciderla. Fuggendo, Ino si era gettato in mare con il figlio Melicerte ed era trasformata in una divinità (Leucotea) dagli dei impietositi, mentre il piccolo Melicerte diveniva Palemone, nume benevolo, protettore dei marinai, che i Romani chiameranno Portolano.
Cadmo ed Armonia, si diceva, non sapevano nulla del salvataggio in extremis della figlia e del nipote e piangevano nella loro morte l'ennesimo lutto della casata.
Ma il destino più singolare, e forse il più terrificante, era toccato alla loro figlia minore, la giovane Semele. Zeus aveva voluto amarla e con lei aveva concepito Dioniso, ma prima che il figlio nascesse Semele, ingannata ed istigata dalla gelosa Era, convinse il suo amante divino a mostrarsi nel suo vero aspetto sovrumano e così rimase folgorata dalla luce insostenibile dell'improvvisa teofania o forse, più prosaicamente, morì di terrore.
Dal suo corpo, Zeus estrasse il feto ancora vivo e portò a termine egli stesso la gestazione facendoselo cucire in una coscia.
Il culto di Dioniso, la sua fama, le sue eroiche gesta in India, sono quindi - stando ad Ovidio - il solo estremo conforto dei due anziani Cadmo ed Armonia mutati in serpenti.
Infine, come ci assicura Euripide (Baccanti, Esodo), sarà proprio Ares ormai placato a traferire Cadmo ed Armonia nella Terra dei Beati.

L'origine fenicia di Cadmo, la cui ascendenza risaliva fino ad Epafo ed Io, protagonisti di miti antichissimi, il suo avventuroso e prolungato pellegrinare in cerca della sorella, la stessa fondazione di Tebe, fanno di Cadmo un ero civilizzatore, uno di quei personaggi, cioè, in cui il mito rappresenta non un conquistatore o un condottiero, ma un portatore di conoscenza e di civiltà. Non a caso, infatti, il vecchio Cadmo viene mutato in serpente, animale che spesso nella cultura greca è simbolo di profonda saggezza.
Questo ruolo è testimoniato anche dalle scoperte che a lui si attribuivano: Cadmo avrebbe infatti inventato l'alfabeto (o almeno lo avrebbe importato dalla nativa Fenicia), sarebbe stato il primo a produrre il bronzo (Igino, Fabulae 274) ed avrebbe scoperto l'oro (Plinio il Vecchio, N.H. 7,197).

Numerose sono le fonti antiche che parlano di Cadmo, nella redazione di questo testo sono state utilizzate le seguenti:
  • Nonno di Panopoli nei primi libri delle Dionisiache, racconta diffusamente la leggenda di Europa, le gesta di Cadmo contro Tifone e le sue nozze con Armonia, nei libri successivi torna spesso sul personaggio e sulla sua prole raccontandone gran parte delle vicende a noi pervenute.
  • Euripide, nella tragedia Baccanti, ci presenta un Cadmo ormai vecchio che vive a Tebe governata dal nipote Penteo. Questi si oppone al nascente culto dionisiaco e vuole proibire i rituali delle baccanti. Dioniso confonde la mente di Agave (madre di Penteo) e delle sorelle di lei Autonoe ed Ino le quali, convinte di dare la caccia ad un leone, catturano Penteo e ne dilaniano le membra. Quando Agave rinsavisce è proprio Cadmo a doverle svelare l'accaduto. Malauguratamente una lacuna nel testo ci impedisce di leggere il lamento che, come attestano antichi commentatori, Agave pronunciava mentre cercava di ricomporre i poveri resti del figlio.
  • Ovidio, come si è visto, ha fissato la sua attenzione poetica sulla trasformazione di Cadmo ed Armonia in serpenti nel quarto libro delle Metamorfosi. Nel terzo libro della stessa opera, il poeta racconta le vicende dell'uccisione del drago e della fondazione di Tebe, oltre ad alcuni episodi relativi alla discendenza di Cadmo, come la morte di Atteone, la nascita di Dioniso e la fine di Penteo.
  • Da ulteriori fonti si apprendono le notizie relative a Cadmo "inventore e civilizzatore", in particolare Igino, Plinio il Vecchio, Diodoro Siculo.


    I LABDACIDI

    Nella versione illirica del mito, alla quale fa riferimento anche Euripide nelle Baccanti, Cadmo ed Armonia cacciati da Tebe ebbero un figlio di nome Illirico, che fu eponimo della regione che aveva accolto gli esuli.
    Se si trascura questo figlio avuto in età avanzata e poco definito nella tradizione che ci ha raggiunti, il solo figlio maschio di Cadmo fu Polidoro.
    Anche sulla figura di Polidoro le fonti sono avare di particolari: fu re di Tebe per qualche tempo prima di essere esiliato da Penteo oppure, a seconda della versione, dopo la morte di questi.
    Fu sua sposa Nitteide, figlia di Nitteo, e da questa unione nacque Labdaco. Anche Labdaco è un personaggio poco definito che, nella narrazione tradizionale, viene a voltr presentato come un doppio di Penteo. Anche Labdaco infatti tenne il trono di Tebe, anche Labdaco cercò di proibile o ostacolare il culto dionisiaco, anche Labdaco, infine, fu trucidato dalle Baccanti.
    Lasciò un figlio di nome Laio come unico erede al trono, ma Laio aveva solo un anno così la reggenza fu assunta da Lico, fratello di Nitteo, dunque zio di Labdaco.
    Lico e Nitteo, ritenuti figli di Posidone, erano originari dell'Eubea. Esiliati per aver ucciso Flegia, figlio di Ares, avevano vagato fino a Tebe dove Lico, come si è detto, aveva assunto il potere.
    Una figlia di Nitteo, di nome Antiope, venne sedotta da Zeus e, per sfuggire all'ira paterna, si trasferì a Sicione dove sposò il re del luogo Epopeo. Nitteo, non reggendo al disonore, si suicidò, ma qualcuno disse che morì combattendo contro Epopeo nel tentativo di riprendere la figlia.
    A vendicare l'onore della famiglia pensò Lico che assediò Sicione ed uccise Epopeo riportando a Tebe Antiope ancora gravida. La moglie di Lico, Dirce, sospettando una relazione fra zio e nipote (in effetti in alcune versioni del mito Lico era stato il primo marito di Antiope), prese a perseguitare la giovane e convinse il marito a rinchiuderla nelle oscurità di un orribile carcere. Qui Antiope mise al mondo due gemelli maschi che, per ordine di Lico e di Dirce, vennero immediatamente abbandonati nelle campagne.
    Come non è infrequente che accada nel mito, o due bambini furono salvati dai pastori del luogo che li chiamarono Anfione e Zeto.
    Euripide raccontava in una tragedia intitolata Antiope di cui abbiamo solo frammenti e testimonianze indirette. che dopo anni di sofferenze Antiope riuscì a fuggire e trovare i figli ormai cresciuti.
    Dirce riuscì a rintracciare la fuggiasca e stava per farla giustiziare quando Anfione e Zeto, informati dai pastori, salvarono la madre e ne vendicarono le sofferenze legando Dirce alle corna di un toro scatenato.
    Compiuta questa vendetta, Anfione e Zeto uccisero Lico, o lo scacciarono da Tebe. Si diche anche che costruirono una nuova cerchia di mura intorno alla città: Apollonio Rodio (che considera i due gemelli fondatori di Tebe) racconta l'episodio della costruzione delle mura come scena ricamata su uno dei riquadri del manto di Giasone (Argonautiche I, 735-741).
    Zeto, che era un forte atleta, trasportava i massi a forze di braccia, mentre Anfione, che era musico e mago, li faceva muovere con gli incantesimi della sua lira. Anfione era infatti considerato un iniziato divulgatore dell'arte di suonare la lira, arte che aveva appunto appreso direttamente da Ermes che, dello strumento, era il divino inventore.
    Anfione assunse il potere a Tebe e sposò Niobe, figlia di Tantalo e protagonista di un altro tragico mito. Anfione e Nuobe ebbero infatti sette figli maschi e sette figlie femmine (queste ultime portavano gli stessi nomi delle porte di Tebe). Inorgoglita per la sua prole tanto bella e numerosa, Niobe offese la dea Latona, madre di due soli figli. Ma i figli di Latona erano Artemide ed Apollo e questi non tardarono a punire la superbia di Niobe uccidendole tutti i figli con le frecce.
    Risparmiarono solo una femmina di nome Cloride, che poi divenne sposa di Neleo e madre dell'eroe omerico Nestore al quale Apollo concesse di vivere una vita lunghissima, in compenso degli anni che erano stati tolti agli zii.
    Quanto a Niobe fu trasformata da Zeus in una rupe del monte Sipilo, sulla quale durante l'estate una fonte ricorda il pianto amaro dell'arroganza punita.
    Infine morì anche Anfione e fu sepolto in Tebe, in una tomba comune con il fratello Zeto.
    Quando Anfione e Zeto avevano deposto Lico anche il giovane Laio aveva dovuto lasciare Tebe e si era trasferito nel Peloponnese, ospite di Pelope.
    Qui Laio aveva concepito un'insana passione per l'adolescente e sfortunato Crisippo, figlio di Pelope e dell'ancella Astoria.
    Laio rapì e violentò Crisippo (per questo alcuni antichi autori lo consideravano inventore dell'omosessualità).
    Pelope, che a sua volta in gioventù era stato amasio di Posidone, attaccò Laio e riportò il figlio a casa ma Ippodamia, moglie di Pelope, gelosa di quel figlio non suo lo fece uccidere dai propri figli Atro e Tieste, per poi suicidarsi a sua volta quando venne scoperta da Pelope.
    Come si vede tramite l'episodio di Laio e Crisippo i miti tebani intersecano quelli degli Atridi ma di questi ci occuperemo in altra sede.
    Con lo stupro consumato ai danni di Crisippo, Laio aveva offeso gli dei, in particolare Era, dea protettrice del matrimonio, così fu condannato a non poter aver figli, pena la morte a causa loro, condanna della quale Laio fu prontamente informato da un oracolo.
    La morte di Anfione consentì a Laio di rientrare a Tebe e riprendere il potere. Sposò Giocasta, figlia di Meneceo, ma memore del monito oracolare si astenne dall'avere rapporti con lei finchè una notte, ubriaco dopo un banchetto, mise da parte la prudenza e si unì alla consorte.
    Quando Giocasta partorì, Laio ordinò di esporre il neonato dopo averlo ferito ai piedi, secondo i dettami di un rito arcaico.
    Anche questo neonato fu salvato dai pastori oppure - come racconta Diodoro Siculo - dai domestici incaricati di esporlo. Fu portato a Corinto, dal re Polibo, la cui moglie non aveva figli.
    Questa regina, che Sofocle chiama Merope ed altri Peribea a Antiochide, decise di allevare il trovatello e, colpita dalle lacerazioni che il piccolo aveva subito lo volle chiamare con un nome che in greco significa appunto "piedi feriti", fu così che questo predestinato, questo figlio che non sarebbe dovuto nascere ebbe il nome di Edipo.