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Cicerone - REPUBLICA


Dello Stato - De re publica

Libro I - I

Il palinsesto è mancante delle prime trentaquattro pagine.

Il testo disponibile inizia con... nè Gaio Duilio, nè Aulo Atilio, ecc. il senso è forse: se avessimo preposto il bene comune a quello personale questi eroici benemeriti non avrebbero liberato Roma dal terrore di Cartagine.
Lode di Catone che avrebbe potuto vivere una vita agiata e tranquilla e preferì dedicandola alle preoccupazioni e ai sacrifici della politica per il bene di tutti i Romani.

II - La virtù se non praticata non ha valore (concetto aristotelico caro agli stoici). Un'affermazione di principio tutta ciceroniana: La virtù, la giustizia, l'onestà di cui tratta la filosofia " hanno origine e conferma in coloro che stabilirono le leggi negli Stati.

Merita di più un politico che faccia rispettare le leggi di un filosofo che insegni a pochi allievi, e così via.

E' tipica apologia delle istituzioni che Cicerone trae dal presupposto che la legge sia giusta per definizione.

III - Confutazione delle tesi degli avversari: l'interesse comune deve comunque essere posto prima di quello personale, l'uomo giusto si sacrifica volentieri per la patria anche quando viene mal ricompensato (es. Milziade, Temistocle, ecc.).

Anche Cicerone si dice fra questi... ( lacuna del testo).

IV - L'autore si dice in definitiva soddisfatto delle vicende del proprio consolato nonostante le avversità e difficoltà incontrate.

V - Cicerone ricusa poi la tesi che il saggio debba tenersi fuori dalla vita pubblica per non doversi scontrare con avversari indegni di lui: anzi la vera missione del giusto e del sapiente è quella di impedire ai malvagi di sovvertire lo Stato.

VI - Il saggio non deve trascurare la scienza politica perchè egli ha il dovere di apprendere quelle nozioni che un giorno potrebbero essergli necessarie.

VII - Anche grandi filosofi come i sette sapienti greci si occuparono di politica: nulla infatti quanto il creare nuove costituzioni.... avvicina maggiormente la virtù umana alla potenza divina.

VIII - Si conclude il prologo e l'autore annuncia la sua intenzione di rammentare un dialogo di uomini illustri, si rivolge al fratello Quinto di quattro anni più giovane di lui che lo accompagnò nel suo giovanile viaggio di studi in Grecia.

IX - Il colloquio immaginato da Cicerone si svolge fra Scipione Emiliano ed un gruppo di amici nella residenza estiva dell'Emiliano, nel 129 a.C.

X - Tuberone, il primo visitatore di Scipione propone di discutere del fenomeno del doppio sole, un fenomeno di rifrazione legato ad un'eclissi avvenuto in quell'anno di cui si discute molto a Roma. Scipione risponde che, con Socrate ritiene i fenomeni naturali troppo difficili o estranei alla natura umana e all'obiezione di Tuberone opina che gli argomenti scientifici riferiti da Platone nel narrare di Socrate siano stati aggiunti da Platone a seguito dei suoi studi pitagorici.

XI - Sopraggiungono Lucio Furio Filo e Publio Rutilio Rufo, oratore il primo, giureconsulto il secondo e si uniscono alla conversazione.

XII - Giungono anche: Gaio Lelio (luogotenente ed amico dell'Emiliano), l'oratore Spurio Mummio, l'oratore Gaio Fannio Strabone, genero di Lelio, Quinto Muzio Scevola l'Augure (anche egli genero di Lelio) e Manlio Manilio (console del 149 a.C.).

XIII - La compagnia così formata discute se cambiare argomento o continuare a discorrere del fenomeno del doppio sole.

XIV - Filo comincia a raccontare di una sfera astronomica costruita da Archimede che gli era stata mostrata dallo studioso Gaio Sulpicio Gallo... (lacuna del testo).

XV - Scipione ricorda che anni prima in Macedonia Gallo aveva spiegato ai soldati un'eclissi di luna, liberandoli dalla paura superstiziosa e contribuendo così alla vittoria di Pidna.

XVI - Qualcosa di simile, continua Scipione, accadde quando Pericle spiegò agli Ateniesi l'eclissi del 431 a.C.

Probabilmente fu un'eclissi anche quella nel corso della quale il 7 luglio del 708 a.C. Romolo scomparve alla vista degli uomini.

XVII - Scipione loda gli studi e la cultura.

XVIII - Lelio conclude in qualche modo il discorso (il testo è lacunoso) e tenta di cambiare argomento spostando la conversazione sulla politica.

XIX - Lelio afferma infine che sia inutile discutere del "doppio sole" e molto più costruttivo occuparsi della divisione creata in Senato dalla recente vicenda di Tiberio Gracco.

XX - Lelio chiede a Scipione quale forma di governo ritenga migliore.

XXI - Lelio loda la preparazione politica di Scipione.

XXII - Scipione accetta di discutere premettendo che non condivide alcune teorie degli autori greci.

XXIII - Complimenti e convenevoli fra Filo e Scipione.

XXIV - Scipione premette che intende definire il concetto di Stato prima di iniziare la trattazione.

XXV - "Lo Stato è ciò che appartiene al popolo" intendendo per popolo una società organizzata fondata sulla giustizia e sulla comunanza dei beni. (lacuna nel testo).

XXVI - Lo Stato si forma per il desiderio innato degli uomini di vivere in una comunità sociale e di migliorare costantemente le condizioni di vita. Per essere stabile deve essere retto da un'autorità giudicante, quindi da un solo o da più uomini scelti, oppure da tutto il popolo. (Monarchia, Aristocrazia, Democrazia).

Nessuna forma è perfetta ma tutte possono essere stabili finchè non intervengono iniquità e cupidigia.

XXVII - La monarchia ha il difetto di accentrare il potere nelle mani di uno solo, l'oligarchia quello di privare il popolo della libertà e infine la democrazia disconosce il merito del singolo.

XXVIII - Inoltre la monarchia e l'aristocrazia facilmente degenerano in tirannide come la democrazia in demagogia. (lacuna nel testo).

XXIX - La forma ottima di governo è dunque quella che derivi da una fusione delle tre.

XXX - Lelio chiede a Scipione una maggiore analisi delle tre forme. (lacuna nel testo).

XXXI - In democrazia la libertà è apparente perchè il potere viene comunque delegato e detenuto dai prescelti. (lacuna nel testo).

XXXII - Scipione espone la tesi dei democratici che sostengono che solo la concordia di interessi e la parità di diritti rendano stabile lo Stato.

XXXIII - Ancora i democratici confutano i diritti ereditari di re e ottimati e sostengono che la monarchia sia per definizione tirannide.

XXXIV - Confutazione degli ottimati, anche se scelti dal popolo, finiscono per prevalere i più ricchi e non i migliori.

Invece i sostenitori dell'aristocrazia affermano che il governo degli ottimati sia il migliore perchè concentra il potere su quanti sono più capaci di gestirlo e non ignora il metodo dei singoli.

XXXV - Lelio insiste a chiedere a Scipione quale delle tre forme preferisce e Scipione ribadisce i concetti precedenti.

XXXVI - Scipione riprende la tesi dei monarchici che si avvalgono dell'esempio della sovranità di Giove.

XXXVII - Anche i primi Romani, infondo solo sei secoli prima, avevano scelto la monarchia.

XXXVIII - Scipione paragona lo Stato con un uomo in cui prevale il senno (un re saggio).

XXXIX - Scipione continua a sostenere la monarchia definendola come una famiglia dove comandi uno solo, purché sia un uomo giusto.

XL - Dopo la fine della monarchia romana si verificò qualche eccesso ma successivamente, durante le guerre più pericolose si elessero i dittatori perchè si ritenne opportuno in questi casi tornare al comando di un solo. (lacuna nel testo).

XLI - Scipione cita dagli annali di Ennio un elogio funebre di Romolo nel quale il re veniva definito "genitore e padre di stirpe divina" e ribadisce che la monarchia finì per le colpe di un solo re.

XLII - Quando un re diventa ingiusto è un tiranno. In genere viene abbattuto dagli ottimati o dal popolo. Il popolo facilmente degenera.

XLIII - Citando Platone: quando il popolo ottiene troppa libertà si scaglia contro magistrati e governanti e se questi non concedono quanto esige li chiama despoti e tiranni. Perseguita anche coloro che obbediscono ai magistrati e li chiama schiavi dei tiranni. In queste condizioni la libertà diviene facilmente licenza ed il popolo, per non avere più padroni, non rispetta le leggi.

XLIV - In tali eccessi di libertà facilmente nasce di nuovo la tirannide spesso nelle persone degli stessi capi del popolo.

XLV - Scipione conclude che fra le tre forme sceglie la monarchia ma ritiene superiore il regime nato dalla fusione delle tre: uno Stato retto da un'autorità suprema dove gli ottimati occupano una posizione eminente ed al popolo siano riservate determinate decisioni.

Fra i pregi di questo regime Scipione indica l'equilibrio e la stabilità che ne consegue.

XLVI - Scipione annuncia di voler prendere a modello la costituzione romana per trattare la questione politica in generale.

XLVII - Lode di Lelio a Scipione.


Libro II.


I - Scipione ricorda che Catone affermava essere la costituzione romana la più completa ed evoluta perchè formatasi nel tempo e con il contributo di molte generazioni.

II - Scipione per dimostrare la sua tesi inizia a riepilogare la storia romana.

Romolo e Remo, figli di Marte furono esposti sulle rive del Tevere per ordine di Amulio. Sopravvissuti furono allattati da una lupa ed allevati dai pastori. Presto Romolo, forte ed audace, divenne capo degli abitanti della regione, conquistò Albalonga ed uccise Amulio.

III - Con avvedutezza Romolo che aveva deciso di fondare una città scelse un luogo non troppo vicino al mare così da evitare i pericoli di attacchi improvvisi ai quali sono esposte le città marittime.

IV - Le città prossime al mare sono spesso instabili a causa dell'intenso movimento di gente straniera e alla tendenza dei loro abitanti a viaggiare. Fu così per Cartagine e forse per tutta la Grecia. l'unico vantaggio del sito sul mare è la facilità di approvvigionamento.

V - Romolo riuscì ad avere tutto il vantaggio delle città marittime, grazie al Tevere, senza avere svantaggi.

VI - Il luogo presentava anche la difesa naturale dei colli, era ricco d'acqua ed in posizione elevata, salubre e ventilata.

VII - Romolo, durante la festa del dio Conso, fece rapire le giovani Sabine e le unì in matrimonio ai Romani.

Ne nacque una guerra con i Sabini che per le preghiere delle stesse rapite si concluse con un'alleanza. Romolo concesse ai Sabini la cittadinanza romana ed associò al suo regno il re sabino Tito Tazio.

VIII - Dopo la morte di Tazio, Romolo istituì un consiglio formato dai principali cittadini, detti Padri e divise il popolo in tre tribù e trenta curie (le tre tribù erano: Tizi, Ramni e Luceri).

IX - Romolo quindi istituì il Senato, condusse guerre vittoriose con i popoli vicini. Divise la plebe in clientele di famiglie aristocratiche ed istituì nei processi le multe in pecore e buoi.

X - Dopo trentasette anni di regno Romolo sparì misteriosamente ci fu chi sostenne che era stato accolto fra gli dei. Forse furono i Padri che per allontanare da se i sospetti su l'uccisione di Romolo indussero il rozzo Giulio Proculo a testimoniare di aver avuto una visione di Romolo che, ormai divino, gli ordinava la costruzione di un tempio.

XI - Lelio commenta il metodo di esposizione di Scipione notando che ha affrontato l'argomento proposto in modo molto concreto.

XII - Riprende il racconto di Scipione. Dopo la morte di Romolo, dice, i nobili provarono ad assumere il potere ma il popolo voleva un nuovo re. Fu così che fu istituito l'interregno (esperienza del tutto nuova) per eleggere il nuovo re, si decise infatti che la carica fosse elettiva e non dinastica.

XIII - Viene eletto Numa Pompilio, proveniente dalla Sabina che notata la bellicosità dei Romani si adoperò per distoglierli dalla passione delle armi.

XIV - Per prima cosa divise le terre conquistate fra i cittadini. Promosse l'agricoltura.

Aggiunse due auguri, istituì cinque pontefici.

Istituì il collegio dei Flamini, dei Salii, delle Vestali e disciplinò il culto.

Morì dopo trentanove anni di regno senza guerre avendo consolidato con la concordia lo stato romano.

XV - Scipione smentisce la possibile influenza di Pitagora sul regno di Numa Pompilio perchè il filosofo visse più tardi del re.

XVI - Scipione loda i perfezionamenti nel tempo della costituzione romana.

XVII - Morto Numa Pompilio su proposta dell'interrè fu eletto Tullo Ostilio che come il suo predecessore chiese che la propria elezione venisse ratificata dal popolo. Fu guerriero e conquistatore, fece costruire e recintare il comizio e la curia.

Stabilì il rito dei Feziali della dichiarazione di guerra.

XVIII - Dopo Tullo Ostilio fu re Anco Marzio, nipote di Numa.
Anch'egli fece confermare dal popolo la sua elezione. Vinse i Latini e poi concesse loro la cittadinanza romana.
Aggiunse alla città Aventino e CelioOstia. Morì dopo ventitre anni di regno.

XIX - Il ricco Demarato fuggì da Corinto e riparò a Tarquinia non tollerando la tirannide di Cipselo.

XX - (lacuna nel testo).

Lucio Tarquinio ottenne la cittadinanza romana e divenne intimo amico di Anco Marzio.
Alla morte di Anco fu eletto re. Raddoppiò il numero dei senatori. Diede l'ordinamento alla cavalleria raddoppiandone le forze.
Istituì i Ludi Romani. Votò la costruzione di un tempio a Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio.
Morì dopo trentotto anni di regno.

XXI - Servio Tullio figlio di una serva di Tarquinio e di un cliente del re, salì al trono dopo Lucio Tarquinio.
Primo re a non essere confermato dal popolo.
Prediletto da bambino da Tarquinio era considerato suo figlio e fu educato con raffinatezza. Fu eletto quando Tarquinio fu ucciso dai figli di Anco Marzio.
Mosse guerra agli Etruschi..... (lacuna nel testo).

XXII - Istituì la suddivisione per censo.
Patrizi e Cavalieri con la classe dei Carpentieri (privilegiati per la loro utilità) sommavano ottantanove centurie contro le novantasei delle altre classi ; bastavano quindi otto voti in più alle classi privilegiate per ottenere la maggioranza assoluta contro la plebe. Anche se le centurie plebee erano molto più numerose il sistema di contare un voto per centurie le privava di fatto di ogni influenza sulle decisioni.

Prospetto delle centurie :
Cavalieri 18
Prima classe: Iuniores 40 - Seniores 40 = Totale 98.
Seconda classe 20
Terza classe 20
Quarta classe 20
Quinta classe: Iuniores 15 - Seniores 15 = Totale 90.
Cittadini senza armi
falegnami
fabbri
suonatori di tromba
suonatori di corno
" adcensi " (coloro che in guerra prestavano qualsiasi servizio a discrezione del comandante) = Totale 193.

XXIII - Scipione ribadisce che la monarchia di un sovrano giusto è buona forma di governo ma priva gli uomini della libertà.

XXIV - Tarquinio il Superbo ebbe all'inizio fortune nelle sue imprese: sconfisse i Latini e conquistò Pomezia. Completò il tempio sul Campidoglio e fondò colonie.

XXV - Inizia la rivoluzione repubblicana. Tarquinio che era salito al potere eliminando il suo predecessore fu un tiranno crudele e dissoluto. Quando suo figlio violentò la nobile Lucrezia, che si uccise per l'oltraggio subito Lucio Bruto si mise a capo della conseguente insurrezione. La città si sollevò e mandò in esilio Tarquinio e tutta la sua gente.

XXVI - Tarquinio il Superbo è un chiaro esempio di monarchia degenerata in tirannide.

XXVII - (Frammento): uomini che aspirano al regno: Spurio Cassio Vecellino, Marco Manlio Capitolino, Spurio Melio e... ( Tiberio Gracco ? ).


XXVIII - Ancora sui pericoli della democrazia e della monarchia.

XXIX - Nello Stato fondato da Romolo la tirannia fu introdotta da Tarquinio il Superbo non istaurando una nuova forma di governo ma abusando del potere che deteneva.

XXX - (Frammento) Dopo circa 240 anni di monarchia i Romani cacciarono il re e la figura del monarca divenne loro assolutamente odiosa.

XXXI - Collatino e tutti i Tarquini furono cacciati in esilio per i sospetti e l'avversione che la loro parentela destava.

Valerio Publicola, che sostituì Collatino nel consolato fu autore di leggi liberali, il primo ad ordinare di abbassare i fasci davanti all'assemblea popolare. Si trasferì in un quartiere popolare per dare ulteriore prova di democrazia.

Presentò una legge che prevedeva per le condanne corporali o capitali il diritto di appello al popolo.

I consoli Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato (449 a.C.) promulgarono una legge che prevedeva che il popolo potesse appellarsi contro le sentenze di qualsiasi magistrato.

XXXII - Nei primi tempi della Repubblica il popolo, pur godendo di una certa libertà non deteneva di fatto alcun potere poichè tutte la decisioni spettavano al Senato che era composto di soli aristocratici.

Nel primo decennio dall'istituzione del consolato fu eletto il primo dittatore (501 a.C.), Tito Larcio.

XXXIII - Nel sedicesimo anno della repubblica (493 a.C.), consoli Postumio Cominio e Spurio Cassio, il popolo rivendicò maggiori diritti. La plebe occupò il Monte Sacro e poi l'Aventino.

XXXIV - In questa famosa secessione la plebe ottenne il diritto di nominare i suoi tribuni, il prestigio ed il potere del Senato rimasero comunque molto grandi.

XXXV - Spurio Cassio, accusato di aspirare al regno, fu condannato a morte.

I consoli Spurio Tarpeio e Aulo Eternio (454 a.C.) presentarono la legge sulle cauzioni nelle cause civili.

XXXVI - Alcuni anni prima (seconda metà del V secolo) fu istituito il collegio dei decemviri che fu incaricato di redigere e riordinare le leggi dello Stato. Il primo collegio compose dieci tavole di leggi con molta equità e saggezza, ma l'anno seguente i successori non si dimostrarono all'altezza.
Contro i giudizi dei decemviri non esisteva diritto di appello.

XXXVII - Tuberone incita Scipione a parlare delle costituzioni politiche in generale e non solo di quelle romane.

XXXIX - Scipione inizia un discorso in astratto sul buon governo con un esempio "desunto dalla natura" ma il testo presenta una lacuna.

XL - Il buon governante è capace di domare con la ragione "la bestia enorme e feroce" sulla quale è seduto. (lacuna nel testo).

XLII - Con similitudine musicale "l'ordinato temperamento dello Stato nasce dall'armonia fra le classi sociali".

XLIV - (lacuna nel testo). Scipione afferma che per ben governare è necessaria la giustizia, quindi sospende, per quel giorno, la discussione.


Libro III.

Il libro terzo presenta all'inizio una lacuna di circa otto pagine. Nel proemio, di cui abbiamo frammenti, Cicerone parlava dell'uomo che, mediante la ragione supera le avversità.

I - Il capitolo I è totalmente mancante.

II - <...> con mezzi di trasporto ha provveduto alla sua lentezza, ha distinto la massa dei suoni confusi riunendo gli uomini " con l'amabile vincolo del linguaggio ".

Cito: " La stessa mente dell'uomo ha saputo contraddistinguere ed esprimere con pochi segni i suoni della voce che sembrano infiniti, così che noi possiamo parlare con gli assenti, rivelare i nostri desideri e conservare il ricordo del passato, (et monumenta rerum praeteritorum tenereutur).

La lingua, dunque, parlata e scritta, risalendo agli strumenti primitivi, originanti della voce e della scrittura, dell'alfabeto come conquista e come frutto naturale dell'intelligenza - conoscenza che è solo umana.

E non si dimentichino le scienze matematiche " necessarie alla vita " ecc. Anche Cicerone sentiva il mistero della duplice essenza umana ?

III - (I Filosofi) attraverso le scienze si levarono più in alto e con le loro teorie si mostrarono degni del dono divino della sapienza. La massima gloria è di coloro che sanno primeggiare nelle scienze politiche e pratiche e contemporaneamente approfondire lo studio della sapienza dei filosofi.

IV - Brano molto lacunoso in cui si parlava degli antichi statisti " poichè è certo prova di grande ingegno fondare ed ordinare uno stato che abbia vita durevole...".

V - Riprende il dialogo, dopo un'ampia lacuna si evince che gli interlocutori abbiano deciso di approfondire il tema della giustizia e che a Filo sia stato affidato il ruolo di difensore dell'ingiustizia.

VIII - Filo espone il pensiero di Carneade: il diritto è solo il risultato di una convenzione arbitraria; non esiste un diritto naturale.

IX - Per suffragare il concetto di diritto come prodotto umano e sociale Filo compie un excursus delle usanze di diverse civiltà mettendo fra loro a confronto usi e credenze radicalmente diverse: " la giustizia è cosa ben diversa dalla saggezza ".

X - Mutevolezza delle leggi: per esempio a Roma la legge Voconia (169 a.C.) ha cambiato il diritto ereditario per quanto riguarda lasciti alle donne, proibiti da tale legge.

XI - Se la natura avesse stabilito delle leggi, queste sarebbero uguali per tutti gli uomini. Il diritto non ha in se alcun fondamento naturale dunque non esistono uomini giusti per natura.
Alcuni sostengono che l'uomo giusto sia colui che indipendentemente dal variare delle leggi " Concedono a ciascuno quanto a ciascuno spetta ". Ed i diritti degli animali, continua Filo parafrasando Pitagora ed Empedocle ?

XIII - La debolezza, non la natura o la volontà, è la madre della giustizia. Infatti solo quando per reciproco timore e noncuranza di sicurezza nasce un compromesso fra deboli e potenti si ottiene la forma di costituzione lodata da Scipione.

XV - Dal testo molto lacunoso si evince comunque il senso del discorso di Filo: se a governare dovesse essere la giustizia allora Roma dovrebbe rinunciare a tutte le terre conquistate e tornare alle misere condizioni di vita dei primordi.

XVI - L'uomo giusto non è tale per bontà ma perchè è libero dell'angoscia e dei timori che sempre perseguitano il malvagio.

XVII - Filo fa l'ipotesi di un uomo malvagio e di un giusto che vivano nella stessa città: per errore generale il giusto, ritenuto colpevole viene arrestato, torturato, multato ed espulso mentre al malvagio vengono tributati onori e lodi: " chi mai sarà così pazzo da non sapere quale dei due vorrebbe essere? ".

XVIII - Quello che avviene fra i singoli avviene fra i popoli: Qualsiasi nazione preferisce un ingiusto impero ad una giusta servitù.
Viene ricordato l'esempio del trattato che nel 141 a.C. il proconsole Quinto Pompeo aveva concluso con i Numantini e che fu abrogato dal Senato quando Pompeo negò di averlo firmato.

XXIX - Il testo si interrompe per un'ampia lacuna. Si sa da Lattanzio che al discorso di Filo ne seguiva uno di Lelio che, come Socrate nella Repubblica di Platone, prendeva le parti della giustizia.

XXX - Scipione loda l'eloquenza di Lelio.

Nella lacuna seguente, sappiamo da Agostino (De Civ Dei, II, 21).

Scipione dichiarava che tirannidi ed aristocrazia non possono essere considerate Stati in quanto non si fondano sulla giustizia.

XXXI - La Siracusa di Dionisio il Vecchio è portata da Scipione come esempio di tirannide.

XXXII - Dunque non può chiamarsi una Repubblica quella in cui il potere sia in mano ad una fazione. Non fu repubblica l'Atene dei trenta tiranni e non lo fu la Roma dei decemviri.

XXXIII - Scipione inizia a parlare dell'oclocrazia, dopo aver parlato della tirannide e della oligarchia.

Scipione e Lelio concordano che neanche il governo della folla può essere considerato repubblica in quanto è un "popolo" solo un consesso di uomini che concordino di rispettare le stesse leggi.

XXXIV - Mummio, rigido conservatore, considera la democrazia una forma di oclocrazia.

XXXV - Scipione discute ancora con Mummio sulle tre forme di governo (monarchia, oligarchia e governo popolare) mitigando l'estremismo conservatore di Mummio. Porta come esempio di buon governo popolare quello di Rodi; che i due visitarono insieme verso il 140 a.C.


Libro IV


II - Si riparla della repubblica romana e dell'ordinamento sociale.

III - Diversamente da quanto avveniva in Grecia, a Roma l'educazione dei giovani aveva carattere privato e familiare.

IV - Scipione biasima alcune usanze greche fra cui quella di permettere che i giovani si denudassero in pubblico.


Libro V


Nel proemio del quinto libro, in base ad un frammento conservato da Agostino, Cicerone parlava della grandezza del passato e lamentava l'imminente rovina minacciata dall'abbandono dei costumi antichi.

Alla ripresa del dialogo si parlava di come i re di Roma amministrassero la giustizia.

II - I re di Roma amministravano personalmente la giustizia fra privati, in particolare Numa che non fu distolto dalle guerre come gli altri re. Per questo motivo tante norme giuridiche e religiose furono emanate da Numa Pompilio.

III - La sapienza del governante deve essere sviluppata in funzione dei suoi compiti "come il marinaio ed il medico studiano il moto degli astri e le scienze naturali per esercitare la loro professione".

IV - L'opera del saggio reggitore si esplicherà soprattutto negli Stati in cui il rispetto delle leggi distolga i cittadini dalle cattive azioni. Contrariamente alla tesi sostenuta da Filo nel libro III.

V - Il discorso passa alle istituzioni private: la legittimità del matrimonio, il riconoscimento della prole, il culto dei Penati e dei Lari, ecc.

Termina a questo punto il Codice Vaticano.


Libro VI.


Il Sogno di Scipione.

Nel 149 a.C. gli eserciti consolari della Sicilia erano sbarcati a Utica e la caduta di Cartagine pareva imminente ma, quando i Cartagine si sentirono ordinare di abbandonare la città per fondarne un'altra a dieci miglia dal mare organizzarono una resistenza così strenua da prolungare la guerra per altri tre anni.
Publio Cornelio Scipione, figlio del vincitore di Pidna, all'età di trentacinque anni passò in Africa con il grado di tribuno militare.

I - Scipione racconta che quando giunse in Africa desiderò far visita a Massinissa, legato alla sua famiglia da profonda amicizia. Il vecchio re lo accolse con gioia. Dopo la cena offerta da Massinissa Scipione, stanco per il viaggio e per il lungo conversare si addormentò subito e gli apparve in sogno l'Africano.

II - In sogno l'Africano gli mostra Cartagine da un'altura e gli predice le sue glorie militari e politiche, ma quando gli sarà tributato il trionfo in Campidoglio per aver preso Numanzia troverà la città sconvolta dalle mire politiche di un suo nipote (Tiberio Gracco).
A questo punto la profezia si fa più confusa ed accenna ad un grave pericolo costituito dagli stessi parenti di Scipione.

III - Per incoraggiare il nipote l'Africano gli promette le beatitudini che dopo la morte spettano ai difensori dello Stato e gli mostra il padre Paolo Emilio.

Commosso Scipione Emiliano chiede al padre di poterlo raggiungere ma Paolo Emilio gli rammenta che per legge naturale egli dovrà rimanere sulla terra finchè non sarà compiuto il suo destino. Segue una visione delle sfere celesti fra le quali Scipione intravede la terra come un corpo minuscolo.

IV - Poichè l'Emiliano continua a guardare la terra con insistenza l'Africano lo distoglie indicandogli le altre sfere.
L'Universo, gli dice, è composto di nove sfere di cui la più vasta, il cielo delle stelle fisse, abbraccia tutte le altre e si identifica con la divinità stessa, al di sotto ruotano i sette cieli planetari: Saturno, Giove, Marte, il Sole, Venere, Mercurio e la Luna.
Al di sotto della Luna tutto è mortale tranne le anime, dono degli dei. La Terra, al nono posto, è immobile al centro dell'Universo e verso di essa sono attratti tutti i pesi per la forza di gravità. (Si tratta della concezione geocentrica di origine pitagorica, ripresa anche da Plinio che, attraverso Aristotele e Tolomeo passerà al Medioevo).

V - Nel sogno Scipione ascolta l'armonia celeste prodotta dal suono degli astri che ruotano (anche questa una concezione pitagorica).

VI - L'Africano indica la Terra che definisce divisa in zone di cui solo due abitabili e così distanti ed isolate l'una dall'altra che mai la gloria di un uomo potrà riecheggiare sull'intero pianeta. Dunque Scipione dovrà sempre volgere l'animo alle stelle poco curando le cose terrene.

VII - Oltre che limitata nello spazio la fama degli uomini sarà sempre effimera perchè se tramandata di generazione in generazione sarà prima o poi interrotta dalle periodiche conflagazioni cosmiche (Eraclito), e non potrà mai durare più di un anno cosmico (si riteneva compiuto un anno cosmico quando tutti gli astri tornavano alla posizione iniziale).

VIII - L'anima, parte immortale dell'uomo, è di natura divina in quanto partecipa del principio originale di tutte le cose.

IX - Dunque l'anima è eterna e dotata di "movimento proprio", perchè possa aspirare a tornare alla sua sede celeste è necessario che si astragga il più possibile dalle esigenze e dai piaceri del corpo, obiettivo questo raggiungibile da chi dedichi le proprie energie alla salvezza della Patria.