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PUBLIO CORNELIO TACITO
Annali


Ab excessu divi Augusti


Nota: Degli annali di Tacito si conservano i libri da I a IV e frammenti dei libri V e VI, sulla morte di Augusto e sul principato di Tiberio, inoltre i libri da XI a XVI sul principato di Nerone


Libro I

Un esempio di rara sintesi letteraria : Tacito riepiloga in pochissime frasi secoli di storia: "I re per primi tennero Roma", inizia fino ad esprimere con chiarezza il concetto portante e la dichiarazione di intenti della sua opera. La storia romana è stata narrata da storici illustri fino al tempo di Augusto, poi la necessità di adulare gli imperatori ha corrotto la veridicità della narrazione, così Tacito si ripromette di partire dalla morte di Augusto per raccontare "senza avversione né simpatia".
Brevissimo riepilogo dell'impero di Augusto che sconfitti tutti i suoi rivali ottenne il potere supremo senza incontrare più alcuna valida opposizione.
Augusto consolidò il proprio potere e portò i suoi parenti ed amici più intimi alle più alte cariche dello stato ma il destino volle che fra i numerosi possibili successori rimanesse in vita il solo Tiberio, forse il meno amato.
Augusto pose Germanico, figlio del figliastro Druso, al comando delle legioni sul Reno ed impose a Tiberio di adottarlo.
Durante la malattia di Augusto a Roma si temeva per il futuro: la fama di generale di Tiberio non bastava a salvare la sua immagine altera e piena di rancori.
La malattia di Augusto si aggravò. Alcuni sospettavano Livia di veneficio perché Augusto poco prima si era recato a visitare il nipote Agrippa Postumo (Livia avrebbe quindi temuto che riabilitando Agrippa il marito privasse Tiberio della successione).
Ottaviano morì a Nola, Tiberio venne immediatamente richiamato dall'Illiria. Tacito non conferma il racconto di Svetonio, Dione Cassio e Patercolo secondo i quali il morente imperatore avrebbe avuto un lungo colloquio con il suo successore.
Subito dopo la morte di Ottaviano, Agrippa Postumo venne ucciso dai centurioni che lo sorvegliavano.
I sospetti ovviamente caddero su Livia e Tiberio, questi dichiarò in Senato che l'ordine di uccidere il giovane era stato dato dallo stesso Augusto.
Intanto a Roma tutti gli appartenenti alla classe politica si dedicavano ad adulare il nuovo principe. I consoli Sesto Pompeo e Sesto Apuleio furono i primi a giurargli fedeltà, subito imitati dagli altri notabili, dal Senato, dall'esercito ed infine dalla popolazione.
Dal canto suo Tiberio si mostrava esitante davanti al Senato. Tacito è estremamente caustico nell'individuare le cause di questa esitazione, fra queste annovera il timore che Germanico, forte del suo prestigio sulle legioni, tentasse un colpo di mano; l'ipocrisia davanti all'opinione pubblica ed infine il desiderio di Tiberio di individuare meglio i suoi possibili avversari per trarre più tardi vendetta.
Nella prima riunione del Senato convocata da Tiberio, fu aperto il testamento di Augusto, che lo nominava suo erede insieme a Livia. Livia veniva adottata, nel testamento del marito, dalla famiglia Giulia e le si attribuiva il titolo di Augusta. Il testamento prevedeva anche ricchi lasciti allo stato, alla plebe ed ai soldati.
Nella stessa adunanza furono discussi e decisi anche i particolari delle esequie di Augusto, i cui funerali si svolsero poi sotto gli occhi di un presidio militare per evitare eccessi da parte della folla immensa di partecipanti.
Tacito riporta qui le opinioni dei Romani favorevoli ad Augusto e quelle dei suoi oppositori: i primi giustificavano il ruolo del principe nelle guerre civili con il suo desiderio di vendicare Cesare e con l'intento di tutelare lo stato. Il governo di un solo era rimasto, dopo il tentativo del triumvirato, l'unico possibile rimedio alle discordie. L'impero e la città, sostenevano ancora i cittadini favorevoli al defunto imperatore, erano stati arricchiti e migliorati dal nuovo regime.
Gli oppositori sostenevano, invece, che l'amore filiale ed il patriottismo erano stati per Ottaviano solo pretesti per soddisfare l'ambizione. A sostegno della loro tesi citavano gli abusi e le proscrizioni del triumvirato e vari atti sleali e scorretti. Anche la pace raggiunta dopo le guerre civili era macchiata di sangue e nefandezze fra cui quelle compiute da Livia Drusilla. Si insinuava infine che Augusto avesse designato come successore Tiberio proprio perché sperava che il confronto con un uomo spregevole giovasse alla sua memoria.
Tiberio che sia per natura, sia per abitudine usava sempre parole ambigue ed oscure continuava a fingere di ritenersi inadeguato a reggere il potere imperiale: fece leggere in Senato il quadro statistico compilato personalmente da Augusto che descriveva le dimensioni e la complessità dei territori dominati da Roma e propose che gli fosse affidato solo il governo di una parte dello Stato. Il senatore Asinio Gallo commise l'errore di chiedergli quale parte avrebbe preferito, la domanda irritò molto Tiberio ed il senatore cercò di rimediare dicendo che voleva solo dimostrare l'indivisibilità dell'impero ma il rancore di Tiberio non si placò: fra l'altro Asinio Gallo, figlio di Asinio Pollione, aveva sposato Vipsania Agrippina, ex moglie di Tiberio.
Anche altri senatori, per il loro atteggiamento non abbastanza servile, suscitarono i sospetti di Tiberio: Lucio Arrunzio, Marco Lepido, Quinto Aterio, e Mamerco Scauro. Molti di loro, più tardi, subirono le conseguenze del loro comportamento trovandosi coinvolti in ingiuste accuse.
Anche verso Livia, ora detta Augusta, il Senato dimostrò il proprio servilismo proponendo che le fossero tributati onori che Tiberio, per gelosia, proibì. Sollecitò invece la carica di proconsole a vita per Germanico.
Per la prima volta le elezioni dei magistrati furono trasferite dall'assemblea popolare al Senato. Vennero istituiti nuovi giochi in memoria di Augusto.
Intanto nascevano problemi con le legioni di stanza in Pannonia. A provocarli fu un tale Percennio, individuo insolente con un passato da guitto che prese a riscaldare gli animi dei soldati spingendoli alla ribellione. Quando la situazione cominciava a farsi pericolosa intervenne il luogotenente Giunio Bleso che con grande capacità oratoria riuscì a contenere l'agitazione delle truppe. Bleso convinse i soldati a presentare le loro richieste in modo pacifico e suo figlio fu incaricato di recarsi dall'imperatore a nome delle legioni a domandare la riduzione della ferma militare a sedici anni. La relativa calma che seguì a questa decisione fu di breve durata perché altri agitatori presero ad arringare alle truppe e presto molti soldati si ribellarono e misero in catene i centurioni.
Venuto a conoscenza di questi avvenimenti, Tiberio inviò suo figlio Druso, seguito da due coorti pretorie e da un gruppo di cittadini ragguardevoli, fra cui il prefetto Elio Seiano.
Le trattative fra Druso ed i rappresentanti dei soldati si presentarono subito difficili: il figlio di Tiberio aveva il compito, evidentemente, di prendere tempo ed alle richieste rispondeva che avrebbe riferito al Senato, atteggiamento questo che esacerbava l'impazienza dei ribelli.
La notte seguente l'arrivo di Druso nel campo delle legioni, tuttavia, un'imprevista eclissi lunare spaventò i soldati che furono spinti dalla superstizione ad assumere un comportamento più conciliante. Il mattino seguente Druso seppe approfittare del caso favorevole, parlò alle truppe convincendole ad attendere la decisione di Tiberio e, quando fu certo di avere saldamente in pugno la situazione, fece giustiziare i principali agitatori, Percennio e Vibuleno. Presto le legioni ribelli rinunciarono alla loro iniziativa e si trasferirono pacificamente nei quartieri d'inverno mentre Druso, compiuta la sua missione, faceva ritorno a Roma.
Nello stesso periodo si ribellarono i due eserciti stanziati in Germania, affidati ai luogotenenti Caio Silio ed Aulo Cecina, il cui comando supremo faceva capo a Germanico. Quelle legioni speravano di spingere Germanico a contrastare Tiberio e ad impadronirsi dell'impero.
Stando al racconto di Tacito, la rivolta in Germania era molto più grave di quella in Pannonia, sia perché le truppe erano più numerose, sia perché la ribellione si presentava molto più compatta e violenta.
Molti centurioni vennero massacrati, fra di loro si difese eroicamente quel Cassio Cherea che diverrà famoso come uccisore di Caligola.
Germanico, in quei giorni, stava svolgendo il censimento fiscale della Gallia. Figlio di Druso (il fratello di Tiberio) e marito della nipote di Augusto Agrippina, egli si sapeva odiato da suo zio Tiberio e da Livia Drusilla, perciò le notizie della morte di Augusto e dell'ascesa al potere di Tiberio furono per lui motivo di grande allarme. In ogni caso Germanico vincolò con giuramento di fedeltà a Tiberio se stesso, le sue legioni ed i territori da lui controllati, quindi raggiunse i campi militari e parlò alle legioni in rivolta rimproverandole aspramente.
I legionari protestarono le proprie ragioni e si dissero pronti a sostenerlo se avesse aspirato al potere. Germanico, inorridito, minacciò di suicidarsi piuttosto che mancare al proprio giuramento di fedeltà.
Alla fine si venne ad una soluzione di compromesso, le richieste dei soldati furono in gran parte soddisfatte con elargizioni in denaro e con i congedi di chi aveva già compiuto sedici anni di servizio ed i ribelli tornarono rapidamente nei ranghi. Alcuni episodi che si verificarono durante quella ribellione, comunque, furono particolarmente gravi, come l'aggressione al legato imperiale Munazio Planco che si trovava in missione presso Germanico.
Germanico allontanò per prudenza le famiglie dei suoi ufficiali e la propria e procedette con la punizione degli individui più sediziosi.
Mentre Germanico operava come si è detto nell'accampamento di Colonia, al di là del Reno il suo luogotenente Aulo Cecina era alle prese con altri focolai di rivolta nell'esercito "superiore". Cecina fece strage dei sediziosi tanto che a Germanico non rimase, per distogliere l'animo dei soldati dalle recenti tragiche vicende, che ordinare un'azione bellica contro i Germani.
Approfittando di una festa locale, Germanico decise di attaccare di notte e devastò molte miglia di territorio, il successo militare conseguito servì a calmare definitivamente gli animi dei soldati e l'episodio della ribellione potè dirsi concluso.
Dal canto suo Tiberio ratificò l'operato di Germanico lodandolo in Senato, ma si preoccupò per il crescente prestigio del giovane generale. Il quel periodo morì in esilio Giulia, la figlia di Augusto il cui comportamento era stato, secondo Tacito, il motivo del confino volontario di Tiberio a Rodi. Tiberio che, preso il potere non aveva liberato Giulia, fece allora uccidere anche un suo vecchio amante, tale Sempronio Gracco, che si trovava anche egli in esilio da quattordici anni nell'isola di Cercina.
Germanico celebrò un trionfo e continuò a combattere contro i Catti, dei quali devastò la capitale. Si combatteva anche contro Arminio, l'artefice della disfatta di Varo, ma un notabile locale di nome Segeste, suocero di Arminio, che aveva sempre avuto posizioni filoromane, decise di opporsi risolutamente al genero. Assediato con i suoi seguaci chiese aiuto a Germanico che lo liberò e catturò, fra gli altri prigionieri, la moglie di Arminio. Segeste e la sua fazione si consegnarono, dunque, spontaneamente a Germanico: questo fatto, unito al rapimento della moglie gravida, esacerbarono l'ira di Arminio che si affrettò a preparare una nuova offensiva.
Durante quella campagna Germanico giunse con il suo esercito nella selva di Teutoburgo dove, sei anni prima, erano state sterminate le legioni di Varo. Tacito descrive drammaticamente i miseri resti degli accampamenti romani, i rozzi altari sui quali i Germani avevano sacrificato i prigionieri, cumuli di ossa e teschi appesi agli alberi. Germanico ed i suoi soldati diedero sepoltura a quei resti e tributarono onori ai caduti. Le molte insidie del terreno paludoso misero in seria difficoltà anche le legioni di Germanico: quelle comandate dal legato Cecina si trovarono circondate dalle forze di Arminio e si rischiò una nuova strage, evitata soltanto quando Arminio ed il suo alleato Inguiomero tentarono l'invasione dell'accampamento e, trovandosi su terreno più asciutto, ebbero la peggio.
Intanto a Roma Tiberio aveva ripristinato la legge di "lesa maestà" con il chiaro intento di colpire i propri avversari politici. Tacito cita alcuni episodi dei primi tempi nei quali Tiberio si mostrò moderato in questi processi proprio come esempio dell'ambiguità dell'Imperatore e della sua abitudine a dissimulare sempre le proprie reali intenzioni.
A causa delle molte guerre fu necessario aumentare un'imposta sulle vendite e Tiberio colse l'occasione per revocare la diminuzione da venti a sedici anni del periodo di leva che era stata concessa durante la rivolta, sostenne infatti che senza questa misura le casse dello Stato non sarebbero state in grado di elargire i premi dei veterani.
Fra gli altri eventi notevoli di quell'anno, Tacito ricorda che fu proposto di deviare il corso degli affluenti del Tevere per diminuire le frequenti inondazioni, la proposta fu respinta perché l'opera avrebbe seriamente danneggiato le campagne attraversate da quei fiumi in Toscana, Umbria e Lazio.


Libro II

Sotto il consolato di Sisenna Statilio e Lucio Libone (16 d.C.) i Parti si ribellarono al lore re Vonone, figlio di Fraate IV, che era stato educato a Roma, sotto Augusto, dove era stato mandato dal padre come ostaggio. Alla morte di Fraate e di quanti dopo di lui si erano contesi il potere, i Romani avevano mandato in patria Vonone assegnandogli il regno dei Parti che ormai consideravano come una provincia. Il nuovo re, ritenuto corrotto a causa dell'educazione romana, non piaceva ai suoi sudditi e fu presto spodestato da Artabano e costretto a rifugiare in Armenia.
Anche in Armenia la situazione era molto tesa a causa di rivalità interne dei successori del re Artavasde (che avevano aiutato poi tradito Antonio nel suo tentativo di invasione della Partia). Gli Armeni, in un primo momento, accolsero Vonone come loro re ma quando Artabano minacciò di attaccarlo intervenne il governatore romano della Siria, Cretico Silano, che depose Vonone e lo trattenne presso di se.
Poiché dunque i problemi in Oriente sussistevano, Tiberio progettò di distogliere Germanico dalla valle del Reno per inviarlo in Armenia, progetto che gli era particolarmente gradito in quanto contava di indebolire il nipote allontanandolo dalla legioni che gli erano più devote.
Dal canto suo Germanico si organizzava per penetrare in Germania per via fluviale ed allestiva a questo scopo una flotta di un migliaio di navi.
Risalito in parte il corso di uno dei bracci del Reno, i Romani si accamparono, sulla sponda opposta si insediò Arminio. Tacito racconta qui un episodio di sapore particolare: Arminio avrebbe chiesto ed ottenuto di parlare con il fratello Flavo che militava nelle legioni di Germanico. Durante il colloquio Flavo difese la grandezza e l'umanità dei Romani mentre Arminio insistette perché tornasse dalla sua parte. Finì che i due si insultarono ed i compagni dovettero trattenere Flavo dallo scagliarsi in armi contro il fratello.
L'indomani si verificò uno scontro fra i Germani e le truppe dei Bavari, alleati dei Romani, ma due giorni dopo si giunse alla battaglia vera e propria (che Tacito descrive in modo particolareggiato) e che vide i Romani vincitori. A stento i due comandanti dei Germani, Arminio ed Inguiomero, riuscirono a mettersi in salvo. Quando la battaglia sembrava ormai conclusa, i Germani tentarono ancora un'imboscata ed ebbero ancora una volta la peggio.
Fu mentre Germanico riportava indietro via mare buona parte delle sue legioni che una terribile tempesta devastò la sua flotta. Perirono molti uomini ed i legionari persero quasi tutto l'equipaggiamento, nonostante ciò quando i Germani tentarono nuove insidie avendo preso coraggio dalle notizie delle sventure toccate al nemico, Germanico riuscì comunque a respingerli cosa che - stando a Tacito - ebbe l'effetto di incutere loro un vero terrore della potenza romana.
Tiberio prese ad insistere con frequenti lettere per convincere Germanico a tornare a Roma e celebrare il trionfo che gli era stato decretato, Germanico tentò di declinare ma alla fine fu costretto a rimettersi alla volontà dell'imperatore.
Intanto a Roma si svolgeva un intrigo che Tacito vuole riferire nei dettagli indicandolo come rappresentativo della corruzione dell'età di Tiberio: si tratta della vicenda di Libone Druso che si fece convincere ad occuparsi di arti magiche per poi essere denunciato proprio da quanti lo avevano circuito. Era infatti una metodologia praticata da molti delatori (e riferita da varie fonti) quella di "costruire" ad arte i fatti e le situazioni sui quali fondare le proprie accuse.
Libone fu incastrato dai suoi accusatori in un processo molto rapido. Fra l'altro, quando si pose l'opportunità di chiamare i servi di Libone a testimoniare contro il loro padrone, Tiberio ordinò che fossero prima venduti per non infrangere una deliberazione precedente del Senato che vietava l'interrogatorio degli schiavi dell'imputato.
Vistosi perduto, Libone si uccise ma il processo continuò e Tiberio giurò che avrebbe chiesto il perdono dell'imputato se questi, suicidandosi, non avesse fatto precipitare la situazione.
Tacito prosegue citando altri processi e casi scandalistici, sempre con l'intento di documentare l'iniquità e la doppiezza di Tiberio. Fra gli altri il caso di Quinto Ortalo al quale Augusto aveva fatto una donazione per farlo sposare e fargli mettere al mondo dei figli che continuassero l'antica e nobile casata degli Ortensi.
Ortalo, che versava in misere condizioni finanziarie, si presentò al Senato con i quattro figli che aveva avuto a chiedere una nuova sovvenzione ma Tiberio, freddamente, si oppose.
In quel periodo Clemente, uno schiavo di Agrippa Postumo che, come si ricorderà, era stato eliminato, ebbe l'audacia di spacciarsi per il padrone e di spargere la voce che Agrippa si fosse miracolosamente salvato. Smascherato dagli emissari di Tiberio, Clemente fu portato al cospetto dell'imperatore. A Tiberio che gli chiedeva come fosse divenuto Agrippa, Clemente avrebbe risposto: "Come tu sei diventato Cesare" (lo scambio di battute è riportato anche da Dione Cassio). Clemente venne eliminato con discrezione e quell'episodio che, secondo Tacito, avrebbe potuto provocare una guerra civile finì nel nulla.
L'anno successivo (17 d.C.) Germanico, rientrato a Roma, celebrò il trionfo. Tiberio si mostrò compiaciuto del successo di Germanico, tuttavia non mancò di cogliere l'occasione per allontanarlo e l'occasione gliela fornì l'Oriente dove si svolgevano disordini in Commagene e in Cilicia. Inoltre il re Archelao di Cappadocia, verso il quale Tiberio serbava rancore perché non lo aveva onorato durante il suo soggiorno a Rodi, era stato convocato a Roma e processato. Il vecchio re non aveva sopportato l'umiliazione ed era morto (o si era ucciso) lasciando il suo paese in mano ai Romani.
Tiberio, dunque, indicò al Senato Germanico come l'unico uomo in grado di risolvere la situazione orientale ed i senatori decretarono di affidare a Germanico tutte le province orientali conferendogli autorità assoluta. Contemporaneamente Tiberio tolse a Cretico Silano il governo della Siria e lo affidò all'ex pompeiano Gneo Calpurnio Pisone (17 d.C.).
Druso, figlio di Tiberio, fu inviato nell'Illirico per "far pratica nel servizio militare e per conciliarsi il favore dell'esercito".
In Germania, dove le legioni romane si erano allontanate, si combatteva una guerra civile: Arminio attaccava il re degli Svevi Maroboduo, al quale si era alleato anche Inguiomero.
Arminio accusava Maroboduo di aver parteggiato per i Romani ma in sostanza si trattava di una contesa di territori fra Cherusci e Svevi. Trovandosi in difficoltà, Maroboduo chiese a Tiberio un aiuto che gli fu negato, mentre Druso veniva inviato a sorvegliare i confini.
Quell'anno un grave terremoto devastò Sardi, Magnesia ed altre città che furono soccorse da Tiberio e dal Senato con elargizioni e sgravi fiscali.
A questo punto Tacito rende giustizia ad alcuni comportamenti onorevoli di Tiberio come, appunto, i generosi interventi per i terremotati o il fatto di aver sempre rifiutato eredità che venissero da sconosciuti i quali - ostili ai parenti - preferivano lasciare al principe le proprie sostanze.
Nello stesso anno scoppiò una guerra in Africa contro un certo Tacfarinas, costui dopo aver militato nell'esercito romano, aveva disertato ed aveva organizzato un esercito di ribelli in Numidia, coinvolgendo poi anche la vicina Mauretania. La questione fu risolta con una battaglia gloriosamente vinta dal proconsole d'Africa Furio Camillo, discendente del famoso omonimo.
L'anno successivo (18 d.C.) furono consoli Tiberio (per la terza volta e Germanico (per la seconda). Germanico si stava recando in Oriente, aveva viaggiato attraverso l'Illiria, la Dalmazia e fatto sosta in Atene. A Lesbo sua moglie Agrippina partorì Giulia. Continuando il suo viaggio il generale visitò luoghi quasi mitici come la Propontide ed Ilia, ammirò vestigia del passato e consultò misteriosi oracoli.
A Rodi fu raggiunto da Calpurnio Pisone che proseguì verso la Siria dove instaurò presto un regime di grande corruzione e cominciò a calunniare Germanico presso i legionari. Ma la destinazione di Germanico era l'Armenia che, dopo la cacciata di Vonone, si trovava in stato di anarchia. Germanico affidò il regno a Zenone, figlio del re del Ponto Polemone. Subito dopo si occupò della Cappadocia, di cui divenne legato Quinto Veranio e della Commagene che fu affidata a Quinto Servio.
Intanto i rapporti di Germanico con Pisone si andavano inasprendo. Nel 19, consoli Marco Silano e Lucio Norbano, Germanico visitò l'Egitto, afflitto da una carestia. Facendolo senza l'autorizzazione imperiale violò una disposizione di Augusto: questi aveva infatti vietato a senatori e cavalieri di recarsi in Egitto senza il suo esplicito permesso perché sapeva che la regione era facile da controllare militarmente e che chi se ne fosse impadronito avrebbe potuto "affamare l'Italia" (dall'Egitto infatti venivano importate a Roma considerevoli quantità di grano).
Sfidando, o ignorando l'ira di Tiberio, Germanico continuò il suo viaggio in Africa.
Nel frattempo continuavano gli scontri fra le popolazioni germaniche, Maroboduo fu cacciato e riparò in Italia (Ravenna) con il consenso di Tiberio. Vi sarebbe rimasto per il resto della sua vita, ormai esule e privato del comando. Ma nuovi problemi nascevano in Tracia: Augusto aveva diviso il regno del defunto re Remetalce fra i due figli Coti e Rescupori, morto Augusto Rescupori aveva aperto le ostilità contro il fratello per impossarsi interamente dell'eredità paterna.
Rescupori imprigionò Coti e, quando i Romani cominciarono ad indagare sull'accaduto, lo soppresse impadronendosi del suo regno. Il propretore della Mesia Pomponio Flacco, su ordine di Tiberio, arrestò Rescupori e lo portò a Roma dove, processato dal Senato, venne condannato all'esilio dal suo regno. Il potere passò a Remetalce, figlio di Rescupori ed ai figli di Coti, ma per la minore età di questi ultimi assunse la reggenza il romano Trebelleno Rufo mentre Rescupori veniva ucciso in un tentativo di fuga. Analoga fine toccò a Vonone mentre tentava di sfuggire al suo confino in Cilicia.
Rientrato in Siria dall'Egitto, Germanico si ammalò gravemente e fu convinto - stando a Tacito - di essere stato avvelenato da Pisone. Pisone, accusato da Germanico in una lettera, si allontanò immediatamente dalla Siria.
Germanico morì dopo aver fatto giurare agli amici di vendicarlo e dopo aver pregato la moglie di tornare a Roma e di "piegarsi davanti alla crudeltà della sorte" per il bene dei loro figli.
Agrippina tornò a Roma con la sua prole e con le ceneri di Germanico, Cneo Senzio assunse il governo della Siria e Pisone meditò di tornare a sua volta a Roma piuttosto che contendere la provincia al rivale a rischio di una guerra civile. Infine decise di rientrare in Siria e scrisse a Tiberio accusando Germanico di averlo proditoriamente scacciato. Inevitabilmente si giunse allo scontro e Pisone, che si era arroccato nel castello di Celenderi in Cilicia, fu assediato, costretto ad arrendersi e richiamato a Roma.
Tacito descrive il grande lutto dei Romani per la morte di Germanico e tutti gli onori tributati alla sua memoria.
In chiusura del secondo libro ricorda come morì, in quell'anno, Arminio che "cadde alla fine per il tradimento dei suoi".
Arminio morì a trentasette anni, dopo aver comandato e combattuto per dodici.


Libro III

Dopo una sosta a Corfù, Agrippina sbarcò a Brindisi, accolta da una folla commossa che si era riunita per onorare le ceneri di Germanico. Un grande corteo funebre scortò l'urna cineraria fino a Roma dove fu deposta nel mausoleo di Augusto.
Tiberio e Livia decisero di non comparire alle esequie per la dignità della loro posizione che impedisce di manifestare pubblicamente il dolore oppure - e Tacito propende per questa seconda ipotesi - per meglio dissimulare la loro soddisfazione per la morte di Germanico.
La partecipazione sentita della popolazione non piacque a Tiberio che emanò un editto per ringraziare tutti e per sollecitarli a tornare, rassegnati alle proprie occupazioni.
Pisone, dal canto suo, temporeggiò mandando avanti il figlio, quindi si decise a rientrare a Roma ma lo sfarzo che ostentò nel farlo provocò lo sdegno di molti cittadini.
Subito dopo Pisone venne denunciato e si aprì un processo che Tiberio preferì lasciare al giudizio del Senato.
Alle accuse che venivano mosse contro Pisone i giudici-senatori, sostanzialmente credevano, tuttavia mancavano elementi probatori per dimostrare la sua responsabilità nel presunto veneficio. Quando si rese conto che veniva privato dell'appoggio di Tiberio e che anche sua moglie, fidando nell'amicizia di Livia Augusta, organizzava la sua difesa per altre vie a lui non accessibili, Pisone concluse la vicenda togliendosi la vita.
Anche su questo suicidio nacquero sospetti: Tacito racconta quelli sentiti, nella sua giovinezza, dai più anziani che insinuavano che la volontà di Tiberio non fosse stata estranea alla morte di Germanico e che Pisone fosse stato soppresso da sicari inviati dallo stesso imperatore o dal suo perfido consigliere Seiano.
Dopo la morte di Pisone anche la moglie Plancina fu processata e se la cavò grazie all'intercessione di Augusta. Fu comunque una vicenda che scontentò l'opinione pubblica che avrebbe voluto più concreta ed appagante soddisdfazione per la morte di Germanico.
Intanto in Africa, Tacfarinas aveva riaperto le ostilità devastando i villaggi ed attaccando - con alterne fortune - le legioni romane.
Nello stesso periodo si svolse il processo a Emilia Lepida, della nobile famiglia Emilia, un tempo fidanzata di Lucio Cesare, che era stata ripudiata dal marito Quirinio e denunciata per adulterio, magia e lesa maestà. Durante il processo - che si concluse con l'esilio dell'imputata - si disse che Lepida aveva tentato di avvelenare il marito.
Ottenne clemenza, invece, Duilio Silano che, esiliato ai tempi di Augusto perchè coinvolto negli scandali di Giulia, potè rientrare a Roma con il consenso del Senato e dell'imperatore.
Fu promossa una riforma della legge Papia Poppea contro il celibato che era stata emanata ai tempi di Augusto in quanto si prestava a provocare eccessive delazioni. Tacito ne prende spunto per una digressione sulle "radici del diritto".
Nel 21 Tiberio ebbe il suo quarto consolato, era suo collega il figlio Druso, console per la seconda volta. Tiberio si allontanò volontariamente da Roma e si ritirò per un periodo in Campania, lasciando Druso governare da solo.
Nei paragrafi successivi Tacito tratteggia positivamente l'operato di Druso in quell'anno sostenendo che si adoperò per arginare il fenomeno delle delazioni (che doveva costituire una vera e propria piaga per la vita politica romana) e che il suo atteggiamento disponibile e socievole piaceva più della misantropia del padre.
Intanto si verificavano problemi in Tracia, sobillati da Remetalce, ed in Gallia dove alcune città si ribellavano ai gravami fiscali.
Erano due personaggi dotati di cittadinanza romana, Giulio Floro e Giulio Sacroviro, a sobillare la rivolta in Gallia. Nella descrizione che segue delle azioni romane tese a sedare le ribellioni in Gallia viene riferita in sintesi la complessa situazione che vedeva, in questi casi, molti militari del popolo soggetto che si sollevava, che facevano parte delle legioni romane e venivano quindi a trovarsi schierati contro il loro stesso popolo.
Con le tribu guidate da Floro il problema fu risolto rapidamente e Floro finì per suicidarsi per sfuggire alla cattura. Più ostico fu il problema degli Edui, facenti capo a Sacroviro, che era riuscito a radunare ben quarantamila uomini. Tuttavia le legioni romane al comando di Caio Silio ebbero ragione degli Edui ed anche Sacroviro si suicidò.
Si giunse così all'anno 22 d.C., consoli Decimo Aterio Agrippa e Gaio Sulpicio Galba. In quell'anno Tiberio richiese al Senato la carica di tribuno per il figlio Druso ricordando che anche lui, quando aveva la stessa età di Druso, era stato collega di Augusto nel tribunato.
In quello stesso anno si svolse un'inchiesta sui santuari greci che in forza dell'antico "diritto di asilo" accoglievano persone di ogni tipo ed erano sospettati di costituire focolai di sedizione. Tiberio lasciò che della cosa si occupasse il Senato per salvaguardare (sono parole di Tacito) "una larva delle antiche costumanze".
Intanto Caio Silano, proconsole d'Asia, accusato di concussione e di vilipendio alla divinità di Augusto ed alla maestà di Tiberio, veniva processato. Anche questo episodio viene utilizzato da Tacito come esempio della corruzione dei tempi causata dall'iniquità dell'imperatore e dal servilismo dei senatori nei suoi confronti.
Il processo si concluse con la condanna all'esilio dell'accusato.
In Africa l'irriducibile Tacfarinas continuava a tormentare i Romani e Tiberio incaricò Giunio Bleso di risolvere il problema. Bleso condusse una valida ma non definitiva campagna contro Tacfarinas ed il suo esercito di guerriglieri.
Morirono in quest'anno i giuristi Asinio Salonino, nipote di Agrippa, e Gaio Ateio Capitone. Morì anche Giunia Terzia, vedova di Cassio Longino.

Libro IV


Era l'anno 23 d.C., consoli Gaio Asinio Pollione e Caio Antistio Vetere. Dopo anni di tranquillità "la fortuna di Tiberio parve oscurarsi" a causa delle trame del prefetto Seiano.
Figlio di Seio Strabone, Seiano era nato a Volsini (Bolsena) e durante la sua gioventù aveva fatto parte del seguito di Gaio Cesare.
Aveva saputo conquistare la stima e la fiducia di Tiberio dissimulando perfettamente la propria brama di potere.
Divenuto prefetto riunì tutte le coorti cittadine nello stesso alloggiamento, con il pretesto di un migliore controllo sulla disciplina e di una accresciuta capacità di intervento in caso di necessità: in questo modo aumentò l'importanza della propria carica.
La fortuna di Seiano aveva però forti rivali nella famiglia di Tiberio a cominciare da Druso che non lo gradiva ed arrivò, in una discussione, a schiaffeggiarlo.
Seiano sedusse Livilla, moglie di Druso e sorella di Germanico e ripudiò la propria moglie Apicata. Con la complicità di Livilla, Seiano uccise Druso con un veleno a lento effetto, in modo che si pensasse ad una malattia.
Benché Druso non si fosse mai comportato in modo deplorevaole, secondo Tacito il cordoglio di Tiberio per la sua morte non fu del tutto sincero in quanto apriva nuove possibilità ai figli di Germanico. Subito dopo la scomparsa del figlio, infatti, Tiberio aveva raccomandato al Senato i suoi adolescenti nipoti Nerone e Druso ricordando come, una volta rimasti orfani del padre Germanico, erano stati da lui affidati a Druso.
Continuando nel suo intento di liberare la propria strada verso il potere, Seiano prese a calunniare Agrippina (moglie di Germanico) e a sobillare contro di lei l'odio della vecchia Augusta.
Fra gli eventi di altra natura avvenuti in quell'anno, Tacito ricorda l'espulsione degli istrioni da Roma (voluta da Tiberio per l'immoralità degli spettacoli), la morte di uno dei figli di Druso e quella di Lucilio Longo, vecchio amico di Tiberio, il solo che lo avesse seguito a Rodi.
Nel 24, consoli Sergio Cornelio Cetego e Lucio Visellio Varrone, Seiano continuò a provocare Tiberio contro Agrippina e la situazione così creata andava riflettendosi anche nell'opinione pubblica. Seiano, inoltre, coinvolse Caio Silio - l'ufficiale di Germanico vittorioso su Sacroviro - in un processo in cui venne accusato di attività sediziose e di aver a lungo occultato, per interesse personale, gli intrighi di Sacroviro. Il processo era chiaramente manipolato da Seiano con la complicità del console Varrone e Caio Silio, vedendosi perduto, si uccise.
La moglie di Caio Silio, Sosia Gallia, invisa a Tiberio perché amica di Agrippina, fu coinvolta nel processo e condannata all'esilio.
Si intensificarono le delazioni, i processi per lesa maestà e molti personaggi ragguardevoli furono condannati, esiliati, o si uccisero spontaneamente e, sempre, dietro questi episodi si nascondevano le trame ininterrotte di Seiano.
In quell'anno il proconsole d'Africa Dolabella riuscì finalmente ad arrivare ad uno scontro decisivo con il numida Tacfarinas che morì durante il combattimento.
Dolabella non ricevette i dovuti onori perché Seiano non voleva che fossero oscurate le precedenti gesta africane di Giunio Bleso, che era suo zio.
Tacito inserisce in questo libro un inciso nel quale si dichiara consapevole di narrare continuamente vicende tristi e monotone di ingiustizie, processi mistificati e tradimenti, ma questi e non altri erano gli eventi del periodo di Tiberio.
Nel 25, consoli Cornelio Lentulo e Marco Asinio Agrippa, si svolse il processo contro Cremuzio Cordo, autore di annali, che fu accusato di lesa maestà per aver lodato Bruto e Cassio nella sua opera. Cremuzio Cordo si lasciò morire di fame ed il Senato decretò la distruzione dei suoi scritti che, salvati da mano ignota, furono più tardi pubblicati.
Seiano scrisse a Tiberio chiedendogli il consenso per sposare Livilla, Tiberio prese tempo asserendo nella sua risposta che la cosa avrebbe suscitato troppe polemiche, tuttavia si dimostrò benevolo verso Seiano e lasciò intuire che progettava per lui grandi cose.
L'anno successivo si verificò una ribellione in Tracia contro la leva dei militari imposta dai Romani. Intervenne Poppeo Sabino che si trovò a combattere una non facile battaglia e riuscì a sconfiggere il nemico solo dopo averlo a lungo assediato nei suoi accampamenti. Tacito fornisce una descrizione piuttosto dettagliata di questi combattimenti.
Frattanto a Roma era iniziato un processo contro Claudia Pulcra, amica di Agrippina, accusata di adulterio e pratiche magiche da uno dei soliti delatori. Agrippina si rivolse direttamente a Tiberio, ma non riuscì ad evitare la condanna. Le cospirazioni di Seiano contro la vedova di Germanico continuarono senza tregua ed egli fece in modo che la donna sospettasse Tiberio di volerla eliminare.
Fu in quell'anno che l'imperatore decise di trasferirsi in Campania. Tacito prende atto che moltissimi autori precedenti attribuivano questa decisione alla persuasione di Seiano, tuttavia considerando che Tiberio si trattenne a Capri ancora per sei anni dopo la morte del prefetto, si chiede se non furono altre le ragioni della scelta, in particolare l'intenzione di coltivare i propri vizi lontano da occhi indiscreti. Tuttavia si ricordano anche altre possibili motivazioni, come il pudore per l'aspetto fisico degradato dalla vecchiaia (era alto, curvo, calvo e con problemi epidermici) o l'ossessiva invadenza della madre. Fatto sta che Tiberio partì da Roma con un ristrettissimo seguito: erano con lui Seiano, il consolare Cocceio Nerva ed alcuni letterati dai quali si aspettava la distrazione delle speculazioni filosofiche. Aveva ragione di prevedere che non avrebbe più abitato a Roma, ma non si aspettava di vivere ancora per undici anni.
Poco dopo l'arrivo a Capri, Seiano seppe sfruttare una circostanza fortuita per rafforzare il proprio prestigio e consolidare la fiducia di Tiberio. Si trovavano a banchettare in una grotta naturale quando la volta franò e Seiano ebbe la prontezza di spirito di fare scudo con il proprio corpo all'imperatore.
L'odio di Seiano si concentrò contro Nerone, il figlio maggiore di Germanico. Questi - ancora molto giovane - si lasciava a volte trascinare dall'adulazione dei suoi servi e pronunciava affermazioni imprudenti sulla sua imminente ascesa al potere, che dava ormai per scontata. Contro di lui Seiano istigava anche il fratello minore Druso, di indole impetuosa e geloso di Nerone.
L'anno successivo si verificò una gravissima disgrazia: un anfiteatro costruito a Fidene dallo speculatore Atilio crollò mentre era pieno di folla intenta ad assistere ai giochi, provocando numerosissime vittime. Tacito parla di cinquantamila morti, mutilati e feriti gravi. Poco dopo un incendio devastò il Celio ed il popolino superstizioso cominciò ad attribuire queste disgrazie ravvicinate ai cattivi auspici sotto i quali il principe aveva lasciato Roma.
Dal canto suo Tiberio, che aveva stabilito tramite un editto che nessuno osasse turbare la sua tranquillità, si era fatto costruire ben dodici ville a Capri. L'isola "amenissima", dal clima perennemente favorevole, gli offriva un meraviglioso rifugio, anche grazie ai suoi scarsi approdi molto facilmente sorvegliabili.
Immancabilmente Seiano visitava Tiberio rinnovando le sue calunnie contro Agrippina e i suoi figli.
Si giunse così all'arresto del cavaliere Tizio Sabino, colpevole solo di essere rimasto fedele alla casa di Germanico e di aver continuato a rendere pubblicamente omaggio ad Agrippina. Contro Sabino si erano attivati alcuni rivali politici, in particolare un certo Lucanio Laziare che, come usavano i delatori, spingeva Sabino a confidarsi con lui e a pronunciare in presenza di testimoni critiche ed ingiurie contro Seiano e Tiberio.
Conquistata la fiducia di Sabino, Laziare ed i suoi compagni passarono alla delazione non appena ebbero raccolto prove evidenti contro di lui. Tiberio chiese al Senato una condanna esemplare e Sabino venne giustiziato.
In quel tempo morì Giulia Minore, nipote di Augusto, dopo aver vissuto in esilio per venti anni.
In Germania si sollevarono i Frisii contro le disposizioni fiscali del governatore Olennio. Gli eventi bellici che ne seguirono provocarono non poche perdite alle legioni, ma Tiberio e Seiano non se ne occuparono mentre i senatori erano troppo presi dalle tensioni interne per dare importanza ad eventi che avvenivano alla periferia dell'impero.
Tiberio scelse Gneo Domizio come marito per Agrippina Minore ed ordinò che a Roma si celebrassero le nozze.


Libro V (Frammento)

Nel 29 d.C. morì Livia Drusilla, detta Giulia Augusta, vedova di Ottaviano e madre di Tiberio.
Tiberio, che era stato a lungo vessato dal comportamento autoritario della madre, vietò che le si dedicassero onori eccessivi e non partecipò alle esequie.
Secondo Tacito con la morte di Augusta venne a mancare l'ultimo freno al dispotismo di Tiberio ed alle mire di Seiano. Subito Tiberio denunciò al Senato Agrippina e Nerone, la prima per oltraggio, il secondo per condotta indecente.
I senatori si trovarono in grande difficoltà perché un provvedimento contro la casa di Germanico avrebbe potuto provocare una sollevazione popolare, non seppero quindi arrivare ad alcuna azione concreta. Sdegnato, Tiberio dichiarò che avrebbe per il futuro riservato a se stesso tutte le decisioni importanti e privò il Senato di ogni potere.
Il quinto libro è, purtroppo, quasi totalmente perduto e dopo la vasta lacuna ci troviamo nel periodo immediatamente successivo all'esecuzione di Seiano quando anche i figli del prefetto vengono arrestati e giustiziati, come racconta anche Dione Cassio.


Libro VI

Era l'anno in cui furono consoli Gneo Domizio e Camillo Scriboniano (32 d.C.). Tiberio tornò per qualche tempo sulla terra ferma ma rimase in Campania, evitando di entrare a Roma. Secondo Tacito il vecchio imperatore era ormai dedito alle più turpi perversioni sessuali, soprattutto con i giovanetti, e la vergogna di questa fama lo tratteneva dal tornare in città.
Si moltiplicavano intanto processi e persecuzioni contro quanti avevano appoggiato Seiano e si erano dichiarati suoi amici, così come continuavano le consuete delazioni. Fra i seguaci di Seiano fu colpito da una condanna all'esilio il senatore Giunio Gallione, mentre i delatori attaccavano Cotta Messalino riferendo alcune battute mordaci pronunciate da questi riferendosi a Tiberio ed a Livia Augusta. Messalino fu salvato da Tiberio del quale era amico da molto tempo, ma molti altri furono condannati.
Fra i tanti accusati si salvò Marco Terenzio il quale, unico, ebbe il coraggio di ammettere di essere stato amico di Seiano aggiungendo che, del resto, lo era stato anche l'imperatore.
Una nota interessante di Tacito ricorda un'inchiesta svolta in quel periodo per accertare l'autenticità di un libro profetico che veniva attribuito alla Sibilla Cumana.
L'anno successivo (33 d.C.), consoli Lucio Cornelio ed il futuro imperatore Galba, Tiberio fece sposare le proprie nipoti Giulia Drusilla e Livilla figlie di Germanico, rispettivamente con Lucio Cassio e Marco Vinicio, di famiglia plebea il primo, dell'ordine equestre il secondo.
Un provvedimento del Senato contro l'usura ebbe l'effetto di provocare una grande e generalizzata crisi di liquidità; Tiberio intervenne mettendo in circolazione cento milioni di sesterzi tramite le banche dello stato e regolamentando l'erogazione dei prestiti.
"Inebriato di supplizi", come dice Tacito, Tiberio arrivò ad ordinare l'uccisione di tutti i detenuti accusati di amicizia con Seiano. In quell'anno Gaio Cesare (Caligola) sposò Claudia (Giunia Claudilla in Svetonio), figlia di Marco Giunio Silano. Egli viveva a Capri con Tiberio e non aveva fatto nulla per difendere la madre ed i fratelli.
Morì Druso, rinchiuso nel Palatino e privato di ogni sostentamento. Poco dopo morì anche Agrippina: forse si lasciò morire rifiutando il cibo, forse la sua morte per fame fu provocata. In ogni caso contro entrambi Tiberio pronunciò gravi accuse e diffamazioni.
Si lasciò certamente morire per propria scelta, invece, Cocceio Nerva che era stato molto vicino a Tiberio: causa della decisione furono, stando a Tacito, il dolore e l'indignazione per le disgrazie in cui versava lo Stato.
Si uccise anche Plancina, vedova di Pisone che, ormai priva della protezione di Augusta, stava per essere processata.
La narrazione dell'anno seguente (34 d.C., consoli Paolo Fabio Persico e Lucio Vitellio) si apre con una breve digressione su un argomento insolito e suggestivo: la comparsa della Fenice in Egitto. Il leggendario uccello, secondo la tradizione, tornava in Egitto al termine di una lunghissima vita per mettere al mondo il proprio figlio e quindi morire.
I soliti delatori tentarono di rovinare anche Lentulo Getulico, allora comandante dell'esercito in Germania Superiore, ma questi - dotato di molto prestigio negli ambienti militari - seppe opportunamente difendersi in una lettera a Tiberio ed evitò ogni pericolo.
Giunse a Roma una delegazione di Parti per chiedere l'appoggio di Tiberio contro il re Artabano III. Poichè Artabano contendeva ai Romani l'Armenia e creava non piccoli problemi in Oriente, Tiberio fu lieto di accogliere la richiesta ed inviò in Partia uno dei figli del re Fraate IV (che vivevano a Roma dai tempi di Augusto) anche egli di nome Fraate. Tuttavia Fraate non seppe adattarsi ai costumi della propria gente dopo una così lunga assenza e presto morì di malattia. Tiberio lo sostituì subito con un nipote di Fraate IV di nome Tiridate.
Il console Vitellio guidò le spedizioni militari necessarie per insediare Tiridate sul trono ed Artabano, costretto a fuggire, riparò nella Scizia. La fortuna di Tiridate in Partia non durò a lungo, alcuni nobili contrari al suo governo richiamarono e sostennero Artabano.
Continuava intanto a Roma a regnare il terrore e Tacito prosegue nel citare nomi di personaggi condannati a morte o suicidatisi per evitare il supplizio.
Un grave incendio devastò interi quartieri di Roma e Tiberio intervenne con mezzi propri e fondi statali per rifondere i danni e ricostruire quanto era andato distrutto, ma neanche in quell'occasione decise di tornare a Roma.
Sentendosi ormai prossimo alla fine, Tiberio meditava sulla successione. Fra i suoi parenti i possibili successori erano i figli di Germanico, Caio Cesare (Caligola)) e Claudio, ma Tiberio considerava troppo giovane il primo, infido il secondo ed inetto il terzo.
Il prefetto Macrone, intanto, macchinava con discrezione per procurarsi l'amicizia di Caligola, anche tramite le arti di seduzione della propria consorte Ennia.
Negli ultimi tempi della vita di Tiberio, sembra, Macrone fu promotore in modo più o meno evidente di altri processi per lesa maestà fra i quali si ricorda quello di Lucio Arrunzio che, come molti accusati prima di lui, si tolse la vita.
Tiberio aveva stabilito la propria dimora presso Capo Miseno, nella villa che era stata di Lucullo. Qui si ammalò ed il suo medico Caricle diagnosticò, parlando con Macrone, che gli restavano pochi giorni di vita. Quando Tiberio fu colto da un malore, Caligola passò senz'altro a festeggiare ma il vecchio imperatore si riprese: allora Macrone, senza alcuna esitazione, ordinò di soffocarlo.
Moriva così a settantotto anni il secondo imperatore. Tacito conclude il VI libro con un paragrafo riassuntivo della vita di Tiberio e con il suo giudizio sull'uomo che ebbe nella sua vita un periodo di ottima fama finché visse sotto Augusto ma che, divenuto imperatore, degradò nella ferocia e nelle passioni; "alla fine proruppe nei delitti e nelle ignominie, allorquando, rimossa ogni vergogna e ogni paura, si abbandonò soltanto ai suoi liberi istinti".

Libro XI


A causa della perdita dei libri precedenti si passa bruscamente dalla morte di Tiberio (Libro VI) ai tempi di Claudio.
Il libro XI si apre, infatti, con le trame di Valeria Messalina, terza moglie dell'imperatore Claudio, ai danni del consolare Valerio Asiatico.
Con la collaborazione di Sosibio, precettore di Britannico, Messalina fa in modo che Asiatico venga calunniato e sospettato di essere il mandante dell'uccisione di Caligola finché Claudio non ordina il suo arresto (47 d.C.).
L'obiettivo di Messalina è di impadronirsi dei giardini e della villa di Valerio Asiatico sul Pincio.
Ad Asiatico non fu concesso un processo regolare ma subì un interrogatorio negli appartamenti privati di Claudio, circondato dalle insidie di Messalina e dai corrotti ministri dell'imperatore. Per intercessione di Vitellio gli fu concesso di morire di sua mano e Asiatico si tagliò le vene.
Mentre continuavano delazioni e processi, il console designato Caio Silio propose di riattivare l'antica legge Cincia che proibiva di esercitare la professione di avvocato a fini di lucro, questa misura - secondo Silio - avrebbe certamente ridimensionato la troppo intensa attività giudiziaria che si svolgeva a Roma.
Silio raccoglieva, con la propria proposta, ampi consensi ed il suo rivale Suillo, liberto e consigliere di Claudio, sentendosi coinvolto in prima persona, si rivolse all'imperatore, insieme al collega Cossuziano Capitone.
Claudio, ascoltate le argomentazioni delle parti, decise di calmierare le tariffe degli avvocati, accogliendo quindi sia la denuncia di Silio contro le speculazioni, sia le parole di Suillio in difesa dei proventi della categoria.
Claudio rimandò in Armenia il re Mitridate, che era stato imprigionato da Caligola. Nel regno dei Parti era in corso la contesa fra i fratelli Gotarze II e Vardane che disputavano il trono lasciato libero da Artabano III, morto nel 38 d.C.
Tacito riepilogo i principali eventi di questo conflitto, la presa di Seleucia da parte di Vardane, un accordo fra i fratelli prima accettato poi disatteso da Gotarze ed infine la morte di Vardane, ucciso a tradimento durante una battuta di caccia.
Morto Vardane, una fazione avversa a Gotarze cercò di passare il trono a Meerdate, nipote di Fraate IV, che era uno dei principi parti inviati a Roma come ostaggi ai tempi di Augusto. Gotarze, tuttavia, prevalse su Meerdate ed ottenne il potere.
Claudio celebrò i Ludi Secolari ai quali parteciparono suo figlio Britannico e Lucio Domizio, il futuro imperatore Nerone, preferito quest'ultimo dal popolo in quanto unico discendente maschio di Germanico ancora vivente.
Intanto Messalina, innamoratasi del giovane Caio Silio, lo aveva convinto a ripudiare la moglie ed aveva intrecciato con lui una relazione che non si curava di nascondere, provocando scandalo in tutta la città, solo Claudio, impegnato nell'organizzazione dei giochi, negli uffici della sua carica e nei suoi studi, sembrava ignorare la condotta della moglie.
Claudio decise di introdurre nella scrittura tre nuovi simboli sostenendo che l'alfabeto è soggetto a cambiamenti ed evoluzioni, come dimostrava la sua storia: la scrittura fu inventata (secondo Tacito) in Egitto e portata in Grecia dai Fenici. Arrivò in Italia tramite Demarato di Corinto (il padre di Tarquinio Prisco) e Evandro dell'Arcadia e da allora era molto cambiata. I simboli introdotti da Claudio furono adottati finché durò il suo regno, poi caddero in disuso.
I Cheruschi si rivolsero a Roma per chiedere che Italico, discendente di Flavo, il fratello di Arminio, che era nato e viveva a Roma, si trasferisse in Germania e prendesse il potere in quanto tutti i nobili che avrebbero potuto aspirare al trono erano morti nelle guerre civili. Claudio accettò e, colmandolo di doni, rimandò Italico dai Cheruschi compiacendosi del fatto che per la prima volta un cittadino romano diventava re di una nazione straniera. Inizialmente Italico fu ben accolto ma presto i più facinorosi cercarono di sollevare l'opinione pubblica contro l'ingerenza romana e contro questo figlio della "spia" Flavo che veniva a governare un popolo che il padre aveva tradito. Ne seguirono ovviamente nuovi scontri ed Italico, con alterne fortune, lottò sempre per conservare il potere.
In Germania Inferiore, invece, erano i Cauci, comandati da un disertore di nome Gannasco a provocare problemi con scorrerie, saccheggi, atti di pirateria. Contro di loro intervenne il generale Corbulone che disperse i Cauci e riportò la disciplina nelle legioni romane che si erano lasciate andare al saccheggio. Corbulone fece uccidere Gannasco e questa azione non fu apprezzata da tutti, anzi una parte dei Romani la ritenne un'inutile provocazione. A questo punto Claudio, per evitare complicazioni, ordinò di sospendere le azioni militari in Germania.
I notabili della "Gallia Comata", regione che da tempo aveva ottenuto la cittadinanza romana, chiesero di poter accedere al Senato. Molti senatori espressero parere contrario ma Claudio si disse favorevole ricordando che da epoche molto antiche (cita ad esempio il suo remoto antenato Attio Clauso) il Senato e la politica romana si erano giovati dell'ammissione di nuovi elementi provenienti dalle regioni che venivano via via sottomesse da Roma.
Contemporaneamente, tuttavia, Claudio propone un metodo dignitoso di ripulire il Senato dagli elementi che si erano mostrati indegni ed invita tutti i senatori ad un "esame di coscienza" per eventualmente dimettersi spontaneamente, evitando l'ignominia dell'espulsione.
Intanto Messalina aveva spinto la sua relazione con Silio al punto da sposarlo segretamente approfittando di un'assenza di Claudio. La situazione scandalistica che si venne a creare stimolò le macchinazioni dei liberti di Claudio e fra questi Narcisso, a prendere l'iniziativa organizzando la delazione tramite le cortigiane più vicine all'imperatore.
Claudio si trovava ad Ostia quando venne informato dell'accaduto, Tacito sottolinea come l'evento, al di la dello scandalo, comportasse il timore di un colpo di mano da parte di Silio.
Silio e Messalina, che stavano partecipando ad un festino orgiastico a Roma, furono avvertiti dell'imminente arrivo di Claudio. Silio optò per l'indifferenza, dissimulando i suoi timori, e si recò al Foro come se nulla stesse accadendo.
Messalina decise di andare incontro a Claudio sulla via Ostiense in atteggiamento da supplice.
Infine Tacito descrive vivacemente l'incontro di Claudio con la fedigrafa, la solerzia di Narcisso nell'impedire che l'imperatore si lasciasse turbare dal fascino della donna o dalla commiserazione per i figli, quindi la perquisizione della casa di Silio, l'arresto di Silio stesso e di una serie di personaggi coinvolti nella tresca.
Con un processo sommario gran parte degli arrestati vennero condannati a morte.
Quanto a Messalina, Narcisso decise di dare subito l'ordine di ucciderla temendo che riuscisse durante la notte a conquistare il perdono di Claudio con le sue arti muliebri.
I soldati la trovarono in piena disperazione, assistita dalla madre Lepida che le consigliava di recuperare l'onore togliendosi la vita, ma Messalina non ebbe il coraggio di farlo e cadde per mano di un tribuno.
Claudio, informato della morte della moglie, continuò a banchettare senza manifestare alcuna emozione.


Libro XII


Morta Messalina, i liberti cercarono di orientare la scelta di Claudio per un nuovo matrimonio: Narcisso suggeriva Elia Petina, che era già stata in precedenza moglie dell'imperatore, Callisto sosteneva Lollia Paolina e Pallante Agrippina Minore, figlia di Germanico.
Prevalse Agrippina che seppe sedurre Claudio durante le frequenti visite fatte con il pretesto della parentela e, prima ancora del matrimonio, prese a nutrire grandi speranze per se e per il figlio Nerone, al quale sperava di far sposare Ottavia, figlia di Claudio. Ostacolava questo progetto il fatto che Claudio aveva già promesso Ottavia a Lucio Silano. Il censore Vitellio, d'accordo con Agrippina, calunniò Silano ed in breve riuscì a rovinarne la reputazione inducendo Claudio a revocare il fidanzamento.
Ma il matrimonio poneva un altro serio problema: lo sposo era lo zio della sposa. Vitellio si incaricò di risolvere anche questo aspetto e lo fece convincendo i senatori ad emanare un decreto che autorizzasse questo tipo di unione.
Il giudizio di Tacito su Agrippina è severo: la donna manipolò Claudio secondo le sue mire con superbia ed arroganza, le riconosce però di non aver mai adottato i costumi scandalosi di Messalina.
Il giorno stesso del matrimonio Silano si uccise e sua sorella fu esiliata, le calunnie di Vitellio avevano infatti accusato Silano di incesto con lei.
Dopo poco Ottavia venne fidanzata a Domizio (Nerone) e Seneca, per intercessione di Agrippina, fu richiamato dall'esilio.
In quel periodo ambasciatori parti vennero a Roma per chiedere che Meerdate, discendente di Fraate IV, fosse inviato nel loro paese per prendere il potere, contro Gotarze II. Claudio accettò di buon grado ed incaricò il governatore di Siria Caio Cassio di scortare Meerdate fino all'Eufrate. Cassio svolse correttamente la missione ma nel seguito del viaggio, secondo Tacito, Meerdate dimostrò subito la propria leggerezza attardandosi compiendo deviazioni, Gotarze lo affrontò con un esercito ben organizzato ed ebbe presto ragione di lui.
Gotarze graziò Meerdate limitandosi a tagliargli le orecchie.
Più tardi Gotarze morì e gli successe Vonone che ebbe "un governo breve e senza gloria". A Vonone successe il figlio .
Lo spodestato re del Bosforo Mitridate organizzò un tentativo di riprendere il regno che era passato al fratello Coti.
Approfittando della debolezza di Coti e della limitata presenza romana nel Bosforo, Mitridate tentò di invadere il regno del fratello. Tuttavia Mitridate fu abbandonato dai suoi alleati e, sconfitto, fu costretto ad implorare la clemenza di Claudio. Ebbe salva la vita ma fu deportato a Roma e tenuto in prigionia.
Agrippina volle vendicarsi della rivale Lollia Paolina e l'accusò di aver cercato di sedurre Claudio con pratiche magiche. Lollia fu condannata all'esilio ed alla confisca dei beni e successivamente Agrippina riuscì a farla uccidere.
In quell'anno (49 d.C.) Claudio ingrandì il pomerio riprendendo un'antica tradizione secondo la quale chi aveva ingrandito i domini di Roma aveva il diritto di espandere anche i confini della città.
L'anno successivo furono consoli Gaio Antistio Vetere e Marco Suillio Nerullino. Accogliendo le istanze di Agrippina e del liberto Pallante, Claudio adottò Domizio (Nerone). Contemporaneamente il Senato decretò di riconoscere ad Agrippina il titolo di Augusta. Con questi eventi gravi pericoli si profilavano per Britannico, figlio di Claudio.
In Germania il legato Publio Pomponio domò brillantemente una ribellione dei Catti, liberando alcuni superstiti romani della disfatta di Varo dopo quarant'anni di prigionia.
Gli Svevi scacciarono Vannio che aveva ottenuto il trono trent'anni prima da Druso Cesare. Claudio non volle intervenire ma si limitò a garantire a Vannio ed ai suoi clienti un rifugio sicuro in Pannonia e ad ordinare il presidio militare delle rive del Danubio per evitare che la ribellione comportasse problemi al di fuori della regione. Fra gli Svevi presero il potere i due capi degli insorti, Vangio e Sidone, che in seguito si comportarono lealmente verso Roma.
Contemporaneamente si svolgeva un'altra ribellione in Britannia, che veniva domata dal propretore Publio Ostorio e dal figlio di questi Marco Ostorio.
Tacito si sofferma per alcuni capitoli sul racconto di questa vittoria ed in particolare sulla cattura del re dei Siluri Carataco, sulla dignità con cui si presentò a Claudio e su come questi decise di graziarlo.
L'eliminazione di Carataco, tuttavia, non mise fine alla guerra e Ostorio dovette ancora fronteggiare i Siluri ed altre tribu ribelli finché non morì "per le fatiche della guerra".
La situazione in Britannia fu risolta dal nuovo propretore Aulo Gallo Didio. Dopo aver anticipato gli eventi relativi a questo propretore, Tacito torna alla narrazione cronologica.
Siamo al 51 d.C., anno del quinto consolato di Claudio che ebbe come collega Cornelio Orfito. Nerone ebbe in anticipo la toga pretesta e ricevette vari onori fra i quali il titolo di "principe della gioventu". La situazione di Britannico si faceva sempre più precaria tanto più che Agrippina riuscì a far sostituire i precettori del ragazzo con persone di sua fiducia. All'apice della sua potenza, Agrippina ottenne anche che il comando del pretorio fosse affidato ad Afranio Burro, a lei fedele.
In quell'anno si ebbe la guerra in Armenia. Era re dei Parti Vologese I mentre Farasmane regnava sugli Iberi e suo fratello Mitridate sull'Armenia, con l'appoggio romano.
Radamisto, figlio di Farasmane, con il segreto appoggio del padre, cominciò a tramare per impadronirsi dell'Armenia. Presto si arrivò alla guerra e Radamisto attaccò lo zio assediandolo nella fortezza di Gornea. Il prefetto romano Celio Pollione che presidiava la zona riuscì a stabilire una tregua per informare della situazione il governatore di Siria Ummidio Quadrato.
Pollione, forse lasciandosi corrompere da Radamisto, riuscì a convincere Mitridate ad arrendersi e quando questi uscì dalla fortezza Radamisto finse in un primo momento di volersi rappacificare con lui, ma poco dopo lo fece catturare a tradimento ed uccidere con tutta la sua famiglia.
Quadrato, saputo della morte di Mitridate, si dimostrò restio ad intervenire limitandosi ad ordinare a Farasmane e Radamisto di lasciare l'Armenia. Più tardi fu inviato il legato Elvidio Prisco per risolvere la situazione creatasi a causa del comportamento di Giulio Peligno, procuratore di Cappadocia, che era passato dalla parte di Radamisto. Da parte romana si voleva evitare comunque una guerra contro i Parti e quando Vologese si mosse per intervenire in Armenia, Prisco si ritirò.
Vologese cacciò gli invasori e prese rapidamente le maggiori città dell'Armenia, ma poco dopo l'inverno lo costrinse ad abbandonare l'impresa e Radamisto tentò di riprendere il paese ma questa volta si trovò davanti ad una durissima rivolta.
Radamisto fuggì precipitosamente e durante la fuga accettò di uccidere la moglie Zenobia che lo pregava di toglierle la vita per evitarle la schiavitù. Tuttavia la donna sopravvisse al colpo di spada del marito e, trovata e guarita da alcuni pastori armeni, fu recata da Tiridate, fratello di Vologese che la accolse con cortesia.
consoli Fausto Silla e Salvio Ottone (52 d.C.), furono emanati decreti contro gli astrologhi e, per averli interrogati, fu esiliato Furio Scriboniano, figlio di Camillo Scriboniano che nel 42 d.C. aveva tentato di sobillare una rivolta in Dalmazia.
Claudio propose decreti contro le donne che avevano rapporti con gli schiavi e dichiarò che la proposta veniva dal liberto Pallante, il quale incassò così varie adulazioni da parte dei senatori.
Il fratello di Pallante, Felice, era governatore di una parte della Giudea (la Samaria), mentre la Galilea era governata da Ventidio Cumano. Fra Galilei e Samaritani esistevano ostilità secolari che i due governatori non si curavano di risolvere, di conseguenza la Giudea era tormantata da continui episodi di brigantaggio e di guerriglia. Infine fu necessario l'intervento di Quadrato, governatore della Siria che eliminò rapidamente i Giudei più facinorosi.
Tuttavia, stando a Tacito, Quadrato non si comportò equamente con i due governatori dei quali solo Cumano venne punito.
Nello stesso anno fu inaugurato un emissario artificiale del lago del Fucino, per l'occasione si tennero giochi ed una battaglia navale.
L'anno successivo (53 d.C.), sotto il consolato di Decimo Giunio Silano Torquato e Quinto Aterio Antonino, Nerone - che aveva sedici anni - sposò Ottavia, figlia di Claudio.
I Bizantini richiesero al Senato sgravi fiscali ricordando i propri meriti e le occasioni in cui avevano aiutato i Romani. Ottennero un'esenzione quinquennale dal pagamento dei tributi.
Nel 54 d.C., consoli Manio Acilio Aviola e Marco Asinio Marcello, si verificarono prodigi nefasti. Agrippina ne fu molto spaventata ed una larvata minaccia (forse involontaria) da parte di Claudio accrebbe la sua ansia, così la donna decise di agire al più presto contro il marito.
Prima di eliminarlo, tuttavia, volle rovinare la propria cugina Domizia Lepida, figlia di Antonia Minore, che osava rivaleggiare con lei in vari modi. Organizzando uno dei consueti processi per pratiche magiche e per sedizione, Agrippina riuscì a far condannare a morte Lepida.
Approfittando dell'assenza del liberto Narcisso che le era ostile e che aveva lasciato Roma per motivi di salute, Agrippina organizzò un veneficio ai danni di Claudio con la complicità di un'avvelenatrice, di un eunuco e del medico personale dell'imperatore.
Il veleno, si diceva, fu sparso su dei funghi di cui Claudio era goloso. Tutto fu organizzato perché la morte apparisse provocata da cause naturali.
Mentre Agrippina, simulando la disperazione, tratteneva presso di se Britannico e le sue sorelle, Nerone si presentava al Senato ed alle legioni per annunciare la morte di Claudio e veniva proclamato "imperator".


Libro XIII


Poco dopo la morte di Claudio, Agrippina si attivò per eliminare possibili rivali suoi e di Nerone. La prima vittima fu Marco Silano, proconsole d'Asia e pronipote di Augusto che venne avvelenato durante un banchetto dai complici di Agrippina. Poco dopo venne indotto al suicidio il liberto Narcisso che, come si è visto, era ostile alla madre del nuovo imperatore.
Nerone aveva due illustri precettori: Afranio Burro e Lucio Anneo Seneca, il primo si occupava della sua istruzione militare, il secondo di insegnargli la retorica. Seneca fu autore dell'orazione funebre pronunciata da Nerone commemorando Claudio e Tacito sottolinea causticamente come si trattò del primo caso in cui un imperatore fece ricorso a discorsi composti da altri.
Fin dall'inizio del suo principato Nerone dichiarò di voler rendere le antiche competenze ai consoli ed ai senatori e di voler mantenere una netta distinzione fra gli affari della corte e quelli dello stato.
Nel primo anno si ebbero problemi con i Parti che avevano invaso nuovamente l'Armenia e cacciato Radamisto.
Nerone predispose una serie di azioni militari ma Vologese fu attaccato dal figlio Vardane ed i Parti lasciarono spontaneamente la regione.
Su proposta di Nerone il governo dell'Armenia fu affidato a Domizio Corbulone al quale furono assegnate legioni riorganizzando le truppe stanziate in Siria ed in Cappadocia. I rapporti fra Corbulone e Quadrato, governatore della Siria, non furono troppo distesi e Nerone cercò di migliorarli concedendo onori ad entrambi.
L'anno successivo (55 d.C.), Nerone assunse il consolato con Lucio Antistio Vetere.
In quel periodo il giovane imperatore iniziò la sua relazione con la liberta Atte, relazione che scatenò la gelosia della madre la quale tentò di dissuaderlo con le lunsinghe e, visto fallire questo tentativo, , passò alle minacce arrivando a promettere di rivelare il veneficio ai danni di Claudio e di adoperarsi per far passare l'impero a Britannico.
Spaventato dal comportamento della madre e dalla popolarità che Britannico continuava a riscuotere, Nerone decise di eliminare il giovane. Lo fece avvelenare quante il banchetto mescolando al suo cibo sostanze micidiali che lo uccisero sul colpo. Secondo Tacito, Agrippina era all'oscuro di tutto, anzi fu sconvolta dall'accaduto perché vide nell'eliminazione di Britannico la perdita dell'ultima arma che le rimaneva per imporre al figlio la propria autorità e, dunque, presentì il matricidio.
Il cadavere di Britannico venne immediatamente arso sul rogo e si cercò di far passare, per quanto possibile, inosservato l'accaduto.
Nerone privò Agrippina della guardia personale, la fece trasferire in un'altra casa e fece in modo che non potesse incontrare persone importanti con le quali organizzare iniziative contro di lui.
Giulia Silana, ex moglie del Caio Silio che era stato amante di Messalina, organizzò calunnie ai danni di Agrippina spargendo la voce che stesse tramando per portare al potere un certo Rubellio Plauto, lontano parente di Augusto. Quando Nerone venne informato della pretesa congiura ordinò l'immediata eliminazione di Agrippina e di tutti i suoi complici ma Afranio Burro e Seneca risciurono a calmarlo e a dare alla donna la possibilità di difendersi, cosa che Agrippina seppe fare abilmente al punto da ottenere la punizione dei suoi accusatori.
Si passa al consolato di Quinto Volusio e di Publio Scipione (56 d.C.).
Nerone prese l'abitudine di girovagare di notte travestito da schiavo con una banda di complici, compiere furti ed aggredire i passanti. Un certo Giulio Montano, di rango senatorio, che non avendo riconosciuto l'imperatore aveva reagito violentemente, fu costretto al suicidio.
Inoltre Nerone incentivò l'attività degli istrioni consentendo loro risse verbali e comportamenti provocatori nei teatri, ciò provocò tanti incidenti che alla fine si fu costretti a cacciare tutti gli istrioni dall'Italia.
In quell'anno furono proposti provvedimenti per limitare l'indipendenza dei liberti e punire i loro gesti di arroganza verso gli ex padroni. Nerone rifiutò di emanare leggi generalizzate in questo senso ma ordinò al Senato di processare i singoli liberti che venivano denunciati.
In quella che Tacito definisce "una certa parvenza di repubblica", furono previ provvedimenti per riorganizzare le funzioni dei magistrati e per moralizzare il loro comportamento. Molti abusi e casi di concussione vennero puniti con appositi processi.
L'anno successivo (57 d.C.), Nerone ricoprì il suo secondo consolato, avendo come collega Lucio Calpurnio Pisone. Tacito annota che non vi furono fatti degli di mensione e ricorda soltanto che fu iniziata la costruzione di un nuovo anfiteatro presso il Campo di Marte, oltre ad alcuni provvedimenti in campo fiscale.
Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio, "accusata di pratiche religiose e di culti stranieri" (era sospettata di essere cristiana), fu affidata al giudizio del marito il quale, secondo un'antica usanza, istruì un processo davanti ai familiari e la riconobbe innocente. Tacito racconta che Pomponia "visse a lungo, in perenne malinconia" portando sempre il lutto da quando Giulia, figlia di Druso, era stata uccisa per le trame di Messalina.
In quell'anno venne denunciato Publio Celere, uno degli esecutori materiali dell'assassinio di Marco Silano del quale si è parlato all'inizio del libro XIII. La responsabilità di Celere era troppo manifesta perché Nerone potesse farlo assolvere, riuscì invece a rimandare il processo fin quando Celere non morì di vecchiaia.
Fu invece condannato per concussione Cossuziano Capitone denunciato da abitanti della Cilicia dove egli aveva abusato della cariche rivestite.
Analogo processo fu intentato dai Lici contro Eprio Marcello ma questi ne uscì indenne grazie ad intrighi e corruzione.
Nel 58 d.C. Nerone assunse di nuovo il consolato, questa volta con Marco Valerio Messalla.
Corbulone portava avanti la campagna in Armenia con difficoltà dovute allo scarso allenamento dei suoi legionari, da lungo inattivi. Si congedarono quindi i militari più anziani e si fecero nuove leve. Corbulone ottenne anche una legione proveniente dalla Germania e milizie ausiliarie. Tutto l'esercito fu poi temprato con un duro accampamento invernale.
A primavera Corbulone dislocò opportunamente le coorti ausiliarie affidandone il comando ad un suo luogotenente di nome Paccio Orfito.
Questi, trasgredendo gli ordini ricevuti, attaccò il nemico e subì una dura sconfitta, tuttavia nei giorni che seguirono il generale seppe ben contrastare la tattica di guerriglia di Tiridate e, con l'aiuto di Antioco di Commagene, lo ridusse in condizione di dover cercare la via delle trattative.
Si organizzò un incontro tra Tiridate e Corbulone, ma quando capì che si trattava di una trappola Corbulone riaprì le ostilità e sferrò con successo violenti attacchi contro i luoghi fortificati dell'Armenia.
Forte di questi risultati, Corbulone organizzò attentamente le legioni e mosse contro Artassata. Vedendo fallire i suoi tentativi di ostacolarlo, Tiridate si allontanò e i Romani presero la città, la cui popolazione si arrese spontaneamente, e la distrussero.
Si tennero a Roma solenni celebrazioni per questa vittoria ed a Nerone furono decretati innumerevoli onori, che Tacito descrive non senza sarcasmo.
In quei giorni fu processato ed esiliato Publio Suillio, liberto di Claudio e protagonista di alcuni processi truccati sotto quell'imperatore. Suillio, che aveva già scontato una pena analoga ai tempi di Tiberio, durante i giorni del suo processo calunniò Seneca molto gravemente.
Altro processo "scandalistico" di quell'anno fu quello contro il tribuno della plebe Ottavio Sagitta che aveva ucciso la sua amante nel corso di un incontro amoroso.
A questo punto Tacito introduce il personaggio di Poppea Sabina. Nipote di Poppeo Sabino (console nel 9 d.C.), era una donna bellissima ma priva di principi morali.
Sposata con il cavaliere Rufio Crispino, dal quale aveva avuto un figlio, divorziò per sposare Ottone, intimo amico di Nerone.
Forse per conquistare potere, Ottone presentò Poppea all'imperatore e prese a magnificare la bellezza e le doti della moglie. Nerone si lasciò facilmente sedurre dalla donna, ma Ottone aveva sbagliato i suoi calcoli perché fu progressivamente allontanato dalla corte ed infine fu inviato come governatore in Lusitania.
Intanto si verificarono vari problemi con le popolazioni del nord: i Frisii, i Cauci, gli Ampsivarii. Alcune tribu tentavano di ribellarsi ai Romani, altre combattevano fra loro. Se ne occupò il governatore di Germania Dubio Avito.


Libro XIV


Il libro si apre con gli eventi del 59 d.C., consoli Gaio Vipstano Aproniano e Gaio Fonteio Capitone.
Poppea tramava per essere sposata da Nerone, in questo seriamente ostacolata da Agrippina. Da parte sua Agrippina non risparmiava alcun mezzo per conservare il proprio ascendente sul figlio. Anche Tacito, come Svetonio, riporta voci e testimonianze dell'epoca secondo le quali la donna tentò di attrarre il figlio in una relazione incestuosa.
Nerone decise di eliminare la madre. Scartò il veleno sia perché il precedente di Britannico avrebbe destato troppi sospetti, sia perché si diceva che Agrippina prendesse vari antidoti. Anche ucciderla con il ferro avrebbe comportato molti rischi. Su consiglio del liberto Aniceto, che odiava la matrona, Nerone organizzò un finto incidente marittimo, quindi invitò la madre a Baia offrendo un banchetto in suo onore e mostrando di volersi riconciliare con lei.
Durante il viaggio di ritorno di Agrippina la trappola scattò ma non funzionò come previsto. Si trattava di un congegno che avrebbe dovuto far aprire parte della nave per far cadere la vittima in mare. In realtà crollò il soffitto del locale in cui si trovava Agrippina con due parenti, Acerronia e Crepercio Gallo. Quest'ultimo fu ucciso sul colpo dal crollo.
Quando le due donne caddero finalmente in mare (perché una parte dei rematori partecipi al complotto si sforzarono di far inclinare la nave) l'effetto sorpresa era ormai perduto. Acerronia ebbe la pessima idea di chiedere aiuto fingendosi Agrippina e venne uccisa dall'equipaggio a colpi di remi mentre la vera Agrippina, solo leggermente ferita, in silenzio si allontanava a nuoto.
Aiutata da alcuni pescatori riuscì a salvarsi e rientrò nella sua residenza. Avendo compreso perfettamente il significato dell'accaduto, Agrippina giudicò più prudente fingere di credere nell'incidente ed inviò a Nerone il liberto Agermo per informarlo che era salva e stava bene ma aveva bisogno di tranquillità per riprendersi dalla forte emozione. La notizia ovviamente terrorizzò Nerone che decise di passare a metodi più efficaci.
Fece arrestare Agermo e lo accusò di aver tentato di ucciderlo per ordine della madre, basandosi su questo capo di accusa inviò subito Aniceto ed alcuni centurioni ad assassinare Agrippina. Le esequie di Agrippina furono meschine ed ella ebbe un modestissimo monumento funebre a spese dei suoi servi.
Il liberto Mnestere si uccise sul suo rogo, forse per errore, forse perché credeva che prima o poi sarebbe stato eliminato.
Secondo Tacito, Nerone fu sconvolto dall'enormità del delitto commesso e, per rimorso o per paura, si ritirò a Napoli. Di qui scrisse al Senato dichiarando che la madre si era uccisa quando aveva saputo che il sicario Agermo era stato scoperto.
Nella sua lettera Nerone ricordava tutte le colpe della madre e tutti i suoi tentativi di impadronirsi, di fatto, del potere.
Con il solito atteggiamento adulatorio i senatori, sebbene intuissero come fossero andate veramente le cose, decretarono solenni preghiere per ringraziare gli dei di aver salvato dalle pericolose trame di Agrippina l'imperatore e lo Stato. Il giorno della nascita di Agrippina fu dichiarato infausto, quanti erano in esilio per volontà della donna vennero fatti rientrare.
Rientrato a Roma, Nerone riprese a dedicarsi ai suoi vizi ed alle sue passioni. Fra queste erano le corse con la quadriga e l'esibizione teatrale. Sebbene Seneca e Burro, per preservare la dignità dell'imperatore, cercassero di persuaderlo ad esercitare queste attività in privato, Nerone volle sempre più spesso esibirsi pubblicamente e prese ad organizzare a questo fine giochi e spettacoli.
In queste occasioni, alle quali partecipavano anche molte persone di alto rango o perché costrette dalla situazione, o perché coinvolte nei vizi del principe, Nerone soleva esibirsi cantando e suonando la lira. Si dedicava volentieri anche a comporre versi e ad ascoltare dispute filosofiche.
L'anno successivo (60 d.C.) Nerone fu console per la quarta volta, suo collega fu Lentulo Cornelio Cosso.
Furono istituiti i giochi quinquennali che suscitarono scandalo fra conservatori e ben pensanti.
In quei giorni alcuni fenomeni (una cometa, un fulmine) furono interpretati da molti come presagio della fine dell'imperatore e veniva spesso indicato come suo possibile successore un certo Rubellio Plauto, di antica famiglia, che godeva fama di uomo morigerato ed onesto. Per prudenza Nerone convinse con una sua lettera Rubellio a trasferirsi molto lontano da Roma.
Proseguiva intanto la campagna di Corbulone in Armenia. Pur stremati, i Romani riportarono alcune vittorie, sedarono ribellione e Corbulone scampò ad un attentato. Infine le legioni entrarono senza combattere nella città di Tigranocerta i cui abitanti si erano arresi spontaneamente.
Inoltre Corbulone sconfisse definitivamente Tiridate e Nerone inviò a governare l'Armenia un Tigrane, nipote di Archelao di Cappadocia, che era stato educato a Roma.
Conclusa la campagna Corbulone passò in Siria, essendo morto Ummidio Quadrato, fu nominato governatore.
61 d.C., consoli Lucio Cesennio Peto e Publio Petronio Turpiliano.
Gravi incidenti si verificano in Britannia. Il nuovo governatore Paolino Svetonio, bramoso di una gloria pari a quella che Corbulone andava procurandosi in Armenia, decise di muoversi per estendere il dominio romano sull'isola.
Tacito racconta in modo suggestivo come le legioni si trovarono ad affrontare le schiere nemiche che erano precedute da druidi e sacerdotesse che gridavano agitando fiaccole. Nello stesso momento Svetonio venne informato che all'interno della provincia la popolazione si era ribellata.
La rivolta era stata provocata dagli abusi dei legionari e dei coloni (i veterani che avevano ricevuto terreni) contro la popolazione locale. Nonostante il re Prosutago morendo avesse lasciato l'imperatore erede di parte delle sue sostanze, i soldati romani avevano percosso la sua vedova Budicca e violentato le sue figlie.
I Britanni, dunque, si sollevarono mentre il governatore era assente e sconfissero rapidamente le truppe dei legati Catone Deciano e Petilio Ceriale. Catone Deciano, corresponsabile degli abusi che avevano provocato la rivolta, abbandonò l'incarico e fuggì in Gallia, venne poi sostituito da Giulio Classiciano.
Svetonio Paolino, ottenuti rinforzi adeguati, attaccò i Britanni che erano comandati dalla regina Budicca e li sconfisse definitivamente, Budicca si suicidò.
Classiciano, in dissidio con Svetonio, calunniò quest'ultimo e Nerone inviò in Britannia il suo liberto Policlito per chiarire la situazione. Svetonio non fu accusato, comunque poco tempo dopo dovette cedere il posto a Petronio Turpiliano che aveva appena concluso il suo consolato.
In quello stesso anno si svolse a Roma un processo che rischiò di provocare una ribellione popolare. Il consolare Pedanio Secondo, prefetto della città, era stato ucciso da uno dei suoi schiavi. Il Senato decise di applicare un'antica legge che prevedeva in questi casi la condanna a morte di tutta la servitù della vittima, servitù che nel caso di Pedanio ammontava a quattrocento schiavi.
Nonostante l'agitazione popolare e l'opposizione di alcuni senatori, la durissima sentenza venne eseguita.
consoli Publio Mario Celso e Lucio Asinio Gallo (62 d.C.).
Fu riattivata la legge di lesa maestà contro il pretore Antisio che aveva composto versi oltraggiosi per Nerone ed era stato denunciato da Cossuziano Capitone. Antistio evitò la condanna a morte per il coraggioso intervento di Trasea Peto che propose di mandarlo in esilio, il Senato deliberò in questo senso e Nerone (a malincuore secondo Tacito) approvò. Analoga pena toccò a Fabrizio Veientone, colpevole di essere autore di libri oltraggiosi verso alcuni senatori e magistrati.
In quell'anno morì Burro, "non si sa se per malattia o per veleno" precisa Tacito. Nerone mise a capo delle coorti pretorie Fanio Rufo ed Ofonio Tigellino. I due nuovi prefetti presero subito a calunniare Seneca presso Nerone.
Seneca chiese a Nerone di essere esonerato da ogni incarico e gli compose di far amministrare i beni che aveva ricevuto come compenso dai liberti per evitare l'invidia altrui ed i pericoli che questa comportava. Nerone rifiutò ma acconsentì che Seneca uscisse di fatto dalla scena e si ritirasse in privato dedicandosi ai suoi studi.
Caduto Seneca, Tigellino incominciò ad imperversare per garantirsi il massimo del potere. Convinse Nerone a far assassinare due potenziali nemici: Fausto Cornelio Silla e Rubellio Plauto che si trovavano già entrambi in esilio. Il primo, colto di sorpresa dai sicari venne immediatamente eliminato nel luogo del suo esilio in Gallia Narbonense.
A Plauto, che si trovava in Asia, gli amici ebbero il tempo di far giungere l'allarme. Plauto comunque non volle approfittarne e fu a sua volta raggiunto ed eliminato dagli emissari dell'imperatore.
A questo punto Nerone ripudiò Ottavia e sposò Poppea. Appena sposata Poppea organizzò una delazione ai danni di Ottavia facendola accusare di essere l'amante di un servo. Non si trovarono prove, neanche interrogando le ancelle di Ottavia sotto tortura. Nerone confinò comunque Ottavia in Campania ma Poppea, non soddisfatta, continuò ad insistere finché non convinse Nerone che la ex moglie costituiva per lui un pericolo. Nerone ricorse di nuovo ad Aniceto, il liberto che lo aveva aiutato a sopprimere Agrippina, e Aniceto dichiarò pubblicamente di essere stato l'amante di Ottavia. Il processo fu riaperto ed Aniceto, sotto la segreta protezione di Nerone, fu mandato in Sardegna "dove trascorse un comodo esilio e dove morì".
Ottavia fu confinata a Pantareria, con grande dolore del popolo che aveva già minacciato una ribellione quando Nerone l'aveva ripudiata.
Pochi giorni dopo gli uomini di Nerone uccisero Ottavia, che aveva solo venti anni, e portarono la sua testa a Poppea.
Nerone fece avvelenare anche i suoi liberti Doriforo (inviso a Poppea) e Pallante perché troppo vecchio e ricco.
La situazione ed una serie di dicerie e di accuse spaventarono Calpurnio Pisone che organizzò una congiura finita miseramente.



Libro XV


Il re dei Parti Vologese era incerto sull'opportunità di reagire all'impresa del generale Corbulone che aveva deposto suo fratello Tiridate e posto sul trono d'Armenia Tigrane; tuttavia quando Tigrane prese a saccheggiare il popolo confinante degli Adiabeni decise di agire accogliendo la richiesta di aiuto del loro re Monobazo.
Da parte sua Tiridate sopportava l'esilio con dignità sostenendo, per incitare il fratello, che i grandi imperi non possono essere governati con la debolezza.
Infine Tiridate affidò al generale Monese il compito di riprendere l'Armenia deponendo Tigrane e restaurando Tiridate.
Mentre Corbulone si occupava di rinforzare le difese della Siria temendo un attacco diretto dei Parti, Monese passò in Armenia ed assediò Tigranocerta.
L'assedio si presentò molto difficile e quando Corbulone inviò ambasciatori a protestare presso Vologese questi decise di rinunciare all'impresa ed ordinò a Monese di ritirarsi.
Corbulone, che preferiva difendere la Siria, chiese a Roma un generale che si occupasse dell'Armenia e fu inviato Cesennio Peto che entrò subito in rivalità con lo stesso Corbulone.
I tentativi di Vologese di trattare con Tigrane fallirono ed i Parti riaprirono le ostilità. Anche Peto entrò in Armenia con due legioni ma si verificarono presagi infausti.
Peto sdegnò i presagi e procedette ma non concluse nulla di valido anche se millantò, scrivendo a Roma, grandi imprese.
Da parte sua Corbulone difendeva la frontiera della Siria lungo l'Eufrate con grandi navi dotate di catapulte che riuscirono a far abbandonare ai Parti il progetto di penetrare nella provincia siriana già dal loro primo tentativo.
La presunzione indusse Peto a commettere una serie di errori tattici collocando in modo dispersivo le forze di cui disponeva ed esponendole a grande pericolo. Corbulone non si affrettò in suo aiuto lasciando che il pericolo aumentasse per trarre maggiore gloria dal proprio intervento.
Quando Vologese mosse contro l'esercito di Peto lo sgominò senza difficoltà e lo assediò nell'accampamento. Il generale cominciò ad inviare a Corbulone appelli pressanti per essere soccorso.
Finalmente Corbulone si mosse con una parte delle sue legioni diretto verso il campo di Peto. Lungo la strada incontrò soldati romani sbandati ai quali intimò di tornare subito presso Peto, intanto incitava i propri uomini con promesse di vittoria e di onore.
La pressione dei Parti si faceva sempre più forte e Peto si lasciò convincere ad inviare una proposta di pace a Vologese.
Non ottenendo risposta Peto inviò messaggeri a Vologese per chiedere un colloquio ed infine incontrò un rappresentante del re. La trattativa si concluse con una resa di fatto dei Romani che prevedeva il loro abbandono dell'Armenia in cambio della liberazione delle due legioni assediate.
I soldati di Peto subirono molte umiliazioni da parte dei Parti e degli Armeni. Questi ultimi invasero il campo prima che i Romanilo lasciassero per riprendere i prigionieri ed il bestiame. Le legioni di Peto dovettero inoltre costruire un ponte ad uso dei Parti.
Mentre fuggiva con i suoi uomini Peto si imbattè in Corbulone i cui soldati piansero di pietà per i commilitoni in fuga.
Corbulone rimproverò a Peto di averlo fatto muovere inutilmente lasciando la Siria esposta al rischio di un attacco di Vologese e tornò indietro. Successivamente Vologese e Corbulone concordarono di togliere i rispettivi insediamenti nell'Armenia lasciandola libera da ogni presenza straniera.
A Roma intanto le notizie giungevano distorte e si erigevano trofei per la vittoria sui Parti. Nerone ostentava tranquillità e sicurezza, calmierava il prezzo del grano, conteneva la pressione fiscale.
Consolato di Memmio Regolo e Virginio Rufo (63 d.C.). Nerone accolse con immensa gioia la notizia che Poppea era incinta e l'adulazione del Senato si scatenò, furono decretati ringraziamenti agli dei, costruzioni di templi, giochi, feste. Poppea partorì ad Anzio, città natale di Nerone, ma la bambina visse solo tre mesi e di nuovo i senatori adularono l'imperatore decretando gli onori divini per la neonata.
Vologese scrisse a Roma che gli eventi avevano dimostrato i diritti dei Parti sull'Armenia: egli aveva bloccato Tigrane e, dopo aver sconfitto Peto, era stato indulgente con i Romani. Ora Tiridate avrebbe senz'altro avuto il trono.
Il messaggio di Vologese era in contraddizione con quelli di Peto, quindi i messaggeri furono interrogati per chiarire la situazione e si seppe che i Romani avevano dovuto lasciare l'Armenia.
Nerone consultò i senatori sul da farsi e si decise di combattere, vennero assegnati pieni poteri a Corbulone al cui esercito venne aggiunta una legione.
Quando Peto tornò a Roma fu perdonato da Nerone.
Corbulone scelse le legioni che riteneva più preparate e mosse verso l'Armenia non disdegnando durante la marcia di ascoltare le proposte di pace del nemico.
Vologese chiese una tregua e Tiridate propose ed ottenne un incontro con Corbulone.
Il generale romano ed il principe parto si incontrarono nel luogo dove Peto era stato sconfitto. Tiridate accetto di recarsi a Roma per chiedere a Nerone di riconoscerlo re di Armenia.
Consolato di Caio Lecanio e Marco Licinio (64 d.C.). Nerone decide di esibirsi come cantante a Napoli e poi in Acaia per conquistare la necessaria rinomanza ed infine veder trionfare la sua arte nei teatri romani.
Nonostante il tempo dedicato agli spettacoli, Nerone continuava a nutrire pensieri delittuosi. Ordinò ai delatori di accusare Torquato Silano, al quale invidiava la discendenza da Augusto, di aspirare a sovvertimenti politici e tanto fece che Silano, vedendosi perduto, si suicidò.
Accantonò momentaneamente il viaggio in Grecia a causa di presagi che lo spaventarono ma dichiarò di rinunciare per non lasciare il popolo romano privo della sua guida.
Organizzò incredibili banchetti, come quello ideato da Tigellino che si svolse su una zattera sul lago di Agrippa trainata da navi nelle quali remavano i suoi amasi mentre sulle sponde del lago erano predisposti lupanari e spettacoli osceni. Pochi giorni dopo celebrò le proprie nozze con uno di quegli amasi.
Scoppiò il più grande incendio della storia di Roma. Iniziò da un'estremità del circo, fra il Celio ed il Palatino e si propagò con estrema rapidità avvolgendo i colli circostanti e dilagando subito nei quartieri, divorando case e strade.
Non è certo se l'evento sia stato casuale o provocato da un ordine di Nerone, come molti pensano, comunque furono visti uomini con le torce appiccare il fuoco che potevano essere ladri in cerca di facile preda o esecutori delle disposizioni dell'imperatore.
Nerone si trovava ad Anzio e quando arrivò a Roma le fiamme avevano distrutto anche il suo palazzo, varò provvedimenti di emergenza come l'allestimento di baracche e la riduzione del prezzo del grano in favore della popolazione ma intanto si era sparsa la voce che alla notizia della catastrofe aveva intonato un'ode sull'incendio di Troia.
L'incendio durò sei giorni, facendo molte vittime, e quando stava per esaurirsi ne scoppiò un altro a partire dai giardini di Tigellino, particolare che aumentò i sospetti su Nerone.
Il fuoco distrusse molti antichi monumenti fra i quali un tempio alla luna costruito da Servio Tullio, un tempio e un'ara dedicate ad Ercole da Evandro, il tempio di Giove costruito da Romolo, la reggia di Numa, il tempio di Vesta e poi opere d'arte, archivi, documenti.
Dopo l'incendio Nerone costruì il proprio palazzo dotandolo di un immenso parco con laghi, campi, selve e panorami. I suoi architetti progettarono anche un canale dal lago Averno alle foci del Tevere, opera assurda che rimase incompleta.
La ricostruzione di Roma avvenne in modo razionale, sulla base di un piano regolatore con particolare attenzione alla distribuzione dell'acqua ed altri accorgimenti per prevenire o combattere gli incendi. Nerone finanziò molte opere ed altre ne incentivò istituendo appositi premi.
Si tennero riti, feste, sacrifici ma nulla servì a tacitare la voce che attribuiva la responsabilità dell'incendio a Nerone. Per deviare i sospetti l'imperatore accusò i Cristiani, una setta di origine giudaica che prendeva nome da Cristo, giustiziato sotto Ponzio Pilato, ed andava rapidamente diffondendosi. Moltissimi Cristiani vennero arrestati, torturati e mandati alla croce o al rogo. Nerone offriva lo spettacolo di queste esecuzioni nei suoi giardini.
Avido di ricchezze, Nerone ordinò la spoliazione di molte città e dei loro templi. Disgustato Seneca tentò di allontanarsi e non ottenendo il permesso si chiuse nella sua stanza. Pare che riuscì ad evitare un tentativo di avvelenamento da parte di Nerone.
Consolato di Silio Nerva e Attico Vestino (65 d.C.). Calpurnio Pisone andava rafforzando la sua congiura. Persona eloquente, generosa e di bell'aspetto, godeva della simpatia di molti e non incontrava difficoltà nel reclutare proseliti contro l'odiato imperatore.
Fra i congiurati erano Subrio Flavo, Sulpicio Aspro e Anneo Lucano, a quest'ultimo Nerone, per invidia e gelosia, aveva vietato di divulgare i versi che componeva. Si unirono poi molti militari fra i quali il prefetto Fenio Rufo, personaggio molto in vista e molto vicino all'imperatore.
Timori ed insicurezze, tuttavia, portarono i congiurati a rinviare più volte l'azione finché una certa Epicari, una liberta coinvolta non si sa come, tentò di far aderire alla cospirazione anche Volusio Proculo comandante di una nave della flotta di Miseno.
Proculo si diceva insoddisfatto della scarsa ricompensa ricevuta da Nerone quando aveva preso parte all'uccisione di Agrippina, sembrava quindi un soggetto propenso ad eliminare l'imperatore, al contrario Proculo denunciò Epicari ma poichè questa non aveva fatto i nomi dei congiurati l'inchiesta non portò ad altro risultato concreto che a quello di spingere i congiurati stessi ad affrettare l'azione.
Quando tutto era ormai pronto e stabilito uno schiavo di uno dei cospiratori, il console Scevino, comprese la situazione e denunciò il padrone nella speranza di trarne guadagno. In un primo momento Scevino riuscì a confutare le accuse di Milico (questo era il nome dello schiavo) finché la moglie del traditore coinvolse un altro congiurato, Antonio Natale, la cui deposizione risultò in contraddizione con quella di Scevino.
Natale e Longino furono arrestati e per evitare la tortura denunciarono Pisone ed altri congiurati fra i quali Seneca e Lucano.
Epicari, che era stata trattenuta in carcere, venne a lungo torturata per estorcerle altri nomi ma la donna non parlò ed appena ne ebbe l'occasione si uccise.
Fenio Rufo che aveva partecipato alla congiura ma non era stato denunciato, nel suo ruolo di prefetto fu fra i carnefici degli accusati.
Pisone si uccise prima di essere catturato, a Seneca fu ordinato di tagliarsi le vene, tutti gli altri accusati furono trucidati.
Paolina, moglie di Seneca, volle morire con il marito e si svenò a sua volta ma fu salvata per ordine di Nerone e visse ancora per pochi anni straziata dal dolore.
Scevino, durante gli interrogatori, fece risultare evidente il coinvolgimento di Fenio Rufo ed anche questi venne messo in catene.
Il tribuno Subrio Flavio decise di confessare e lo fece rinfacciando a Nerone i suoi delitti, l'imperatore ne fu molto turbato e lo fece decapitare.
Il console Vestino non era coinvolto nella congiura ma era in odio a Nerone per certe sue battute sarcastiche e perchè aveva sposato Statilia Messalina, una delle amanti del principe. Non avendo prove contro di lui Nerone "ricorse alla violenza del tiranno" e mandò dei soldati ad ucciderlo nella sua stessa casa mentre teneva un banchetto.
Lucano morì dissanguato recitando a memoria un suo carme; Senecione, Quinziano e Scevino morirono con dignità, con un contegno diverso dalle loro abitudini.
L'inchiesta proseguì fino all'eliminazione di tutti i congiurati. Milico fu premiato per la sua delazione ed Antonio Natale ebbe l'impunità per aver denunciato i complici, alcuni personaggi sospettati dei quali non fu possibile dimostrare la colpevolezza vennero esiliati o esonerati dai loro incarichi. Andarono in esilio anche mogli e parenti di molti condannati.
Nerone festeggiò lo scampato pericolo con elargizioni ai pretoriani e concessioni di onori e trionfo ad alcuni dei suoi collaboratori fra i quali Tigellino e Ninfidio. Questi era figlio di una prostituta e, approfittando di una certa somiglianza fisica, aveva sparso la voce di essere figlio di Caligola.
Nerone fece pubblicare prove e testimonianze per dimostrare che era veramente esistita una congiura e tenne un discorso in merito al senato mentre i senatori, come al solito, gareggiavano nel servilismo.



Libro XVI


Un certo Cesellio Basso, cartaginese squilibrato di mente, venne a Roma ed ottenne udienza da Nerone per rivelargli di aver scoperto in un suo terreno una grotta che custodiva un antico tesoro che egli attribuiva alla regina Didone.
Senza verificare l'attendibilità del personaggio Nerone mandò una nave a prendere il tesoro. Se ne parlò molto a Roma soprattutto durante i giochi che si tennero quell'anno per festeggiare i due lustri del principato di Nerone.
Cesellio Basso, seguito dai soldati romani e da molti contadini assoldati per scavare, cercò a lungo il tesoro mentre Nerone a Roma dilapidava le finanze statali.
Infine Basso, in un momento di lucidità confessò che si era trattato di un sogno e si suicidò per la vergogna.
Nerone si esibì ancora in nelle gare poetiche e musicali nonostante il Senato avesse proposto di nominarlo vincitore senza che partecipasse. Diceva di voler competere in assoluta parità e sulla scena si mostrava ansioso di conoscere i voti dei giudici, ma i suoi agenti segreti spiavano il pubblico per punire chiunque non si mostrasse entusiasta dello spettacolo.
Durante una crisi di collera, Nerone uccise Poppea con un calcio. La salma venne imbalsamata e tumulata nel sepolcreto della famiglia Giulia. Nerone pronunciò l'orazione funebre.
Poco dopo aprì una nuova persecuzione colpendo per primi Caio Cassio e Lucio Silano, entrambi sospettati di aspirare al potere e denunciati con accuse infondate. Cassio fu esiliato in Sardegna, dove presto morì di vecchiaia, Silano a Bari e successivamente fu ucciso dai sicari dell'imperatore.
Morirono anche Lucio Vetere, la suocera Sestia e la figlia Pollitta. Quest'ultima era inconsolabile vedova di Rubellio Plauto, ucciso in una precedente persecuzione. I tre si videro sotto accusa e si suicidarono insieme nella loro casa.
Consolato di Gaio Svetonio Paolino e di Gaio Luccio Telesino (66 d.C.). L'esule Antistio Sosiano pensò di procurarsi il permesso di rientrare a Roma tramite la delazione. Con l'aiuto di un altro esule, l'indovino Pammene, intercettò e modificò delle lettere di Publio Anteio (inviso a Nerone perché amico di Agrippina) e denunciò Anteio e Ostorio Scapola per cospirazione. Nerone inviò subito una nave a prendere Sosiano mentre Anteio, venuto a conoscenza della denuncia, si suicidava.
Ostorio Scapola si trovava in un suo possedimento in Liguria. Nerone, che lo temeva molto per la sua forza fisica e per la sua gloria militare, mandò un centurione ad ordinargli di uccidersi. Ostorio si suicidò con l'aiuto di uno schiavo.
Pochi giorni dopo caddero altre vittime: Anneo Mela, Anicio Ceriale, Rufrio Crispino e Gaio Petronio, cavalieri romani.
Anneo Mela era il padre di Lucano ed anche egli fu costretto al suicidio in base ad una delazione.
Gaio Petronio era noto per la sua vita di raffinato gaudente, aveva fatto parte del circolo degli intimi di Nerone fra i quali era considerato arbitro dell'eleganza. Geloso del suo prestigio Tigellino lo accusò di essere stato amico di Scevino e pagò degli schiavi perché confermassero l'accusa.
Petronio morì tagliandosi le vene ma bendando le ferite per avere una morte lenta e dolce, volle essere accompagnato con canti e versi. Il suo testamento, che mandò a Nerone, era un elenco delle infamie e delle depravazioni dell'imperatore.
Nerone esiliò Silia che era stata fra le sue amanti ed intima di Petronio, convinto che la donna avesse confidato allo scrittore i suoi particolari gusti sessuali.
Morì anche Minucio Termo a causa di un suo liberto che aveva offeso Tigellino.
Nerone decise di far morire anche due fra i più illustri personaggi: Trasea Peto e Barea Sorano.
Odiava Trasea perché gli era evidentemente contrario come aveva dimostrato in diverse occasioni, ad esempio aveva volutamente disertato le esequie di Poppea e la seduta in cui le erano stati decretati onori divini. Alimentavano l'odio di Nerone le calunnie di Capitone Cossuziano che quando aveva subito un processo per concussione aveva visto Trasea schierarsi contro di lui.
Quanto a Barea Sorano era accusato di aver cercato di provocare mutamenti politici governando con equità la provincia d'Asia come se avesse tentato di procurarsi il favore degli abitanti per averli alleati in future azioni sovversive.
Per eliminarlo fu scelto il momento in cui l'arrivo a Roma di Tiridate che aspirava alla corona d'Armenia creava una distrazione fra la gente.
Nel processo contro Sorano fu coinvolta anche la figlia che aveva consultato gli indovini per sapere quale sarebbe stata la sorte della sua famiglia ed era perciò accusata di aver tentato pratiche magiche a danno dell'imperatore.
Il testo si interrompe sulla morte di Trasea che, ricevuto l'ordine di uccidersi nella sua casa mentre discuteva di filosofia, porge coraggiosamente i polsi per farsi recidere le vene.