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DIONE CASSIO



STORIA ROMANA
(Sintesi parziale)



LIBRO XXXVI

Il periodo al quale si riferisce l'inizio del libro XXXVI è quello della seconda guerra mitridatica (69-66 a.C.).
Il console Quinto Ortensio Ortalo, famoso avvocato, rinunciò a comandare la guerra contro i pirati cretesi a causa dei suoi impegni forensi e la missione passò al collega Quinto Cecilio Metello (che acquisterà più avanti il soprannome di Cretico).
Intanto in Armenia Lucullo assediava Tigranocerta subendo gravi perdite a causa della preponderanza numerica degli assediati, dell'abilità degli arcieri, della tecnica del nemico di incendiare con la nafta le torri di legno e le altre macchine da guerra romane. Comunque Lucullo riuscì ad espugnare la città costringendo alla fuga il re Tigrane.
Tigrane e Mitridate decisero di combattere insieme e cercarono l'alleanza del re dei Parti (Dione lo chiama Arsace, titolo onorifico che si attribuiva a tutti i re dei Parti dal nome del fondatore della loro dinastia, ma si tratta di Fraate III). Per ottenere l'appoggio dei Parti, Tigrane cedette loro un territorio da tempo conteso. Anche Lucullo, che nel frattempo continuava ad estendere l'occupazione dell'Armenia, mandò a Fraate ambasciatori che furono accolti benevolmente, tuttavia i Parti in quell'occasione si mantennero neutrali.
L'anno successivo fu console Quinto Marcio, senza collega perché l'altro console Lucio Cecilio Metello morì all'inizio della carica (68 a.C.), Lucullo penetrò in Mesopotamia ed attaccò la città di Nisibi, una roccaforte di Tigrane ben protetta da una doppia cerchia di mura. Con difficoltà Lucullo riuscì ad espugnare anche questa città ma intanto Tigrane e Mitridate attaccavano i presidi romani in Armenia e riprendevano parte dei territori conquistati da Lucullo.
L'anno successivo (67 a.C.) furono consoli Manio Acilio Glabrione e Gaio Calpurnio Pisone. Si continuava a combattere in Armenia e Mitridate riuscì in qualche occasione ad infliggere ai Romani gravi perdite. Le truppe romane, che non avevano particolare stima per Lucullo, erano indisciplinate ed il loro comportamento minacciava un'insurrezione fomentata, secondo Dione, dal tribuno della plebe Publio Clodio.
Questa situazione portò alla defezione in massa delle truppe quando Lucullo decise di tentare un attacco decisivo contro Tigrane. In un inciso Dione tiene a chiarire che Lucullo era un abile generale che perse la fiducia dei suoi soldati per aver imposto troppo duramente la disciplina, non sapeva usare persuasione, clemenza o lusinghe. La prova di ciò, secondo l'autore, è nel fatto che le truppe seguirono poi Pompeo senza alcuna ribellione.
Di questi eventi approfittò Mitridate per riguadagnare terreno. Intanto il console Acilio Glabrione era stato inviato a sollevare Lucullo dal comando ma, venuto a conoscenza della defezione delle legioni si fermò in Bitinia.
Nello stesso periodo Metello conquistava l'isola di Creta ottenendo il trionfo ed il soprannome di Cretico. Le imprese di Metello, tuttavia, furono macchiate da diversi abusi commessi ai danni della popolazione e spesso ostacolate da Pompeo che, al comando di tutte le operazioni contro i pirati dell'Egeo, sosteneva che Metello stesse invadendo le competenze del suo incarico.
Qui Dione si accinge a narrare le vicende di Pompeo alla quali premette una breve descrizione della diffusa pirateria dell'epoca, precisando che i pirati arrivavano ormai a spingere le loro navi fino ad Ostia. Erano molto numerosi ed uniti fra loro da fortissimi vincoli di solidarietà che li rendevano ancora più pericolosi.
Aulo Gabinio propose di organizzare una campagna contro i pirati affidandone il comando a Pompeo. La proposta entusiasmò la popolazione ma non trovò l'assenso dei senatori preoccupati che Pompeo ottenesse troppo potere. Si verificarono dei disordini e, per evitare una popolazione popolare i senatori furono costretti a riconsiderare le proprie posizioni.
Da parte sua Pompeo era ansioso di ottenere l'incarico ma, da buon politico, finse di respingerlo. Dione inserisce a questo punto due "discorsi", il primo di Pompeo per rifiutare il mandato, il secondo di Gabinio per convincerlo ad accettare.
Qualcuno tentò di opporsi alla nomina di Pompeo ma la moltitudine gli impedì di parlare. Alla fine intervenne l'autorevole Quinto Lutazio Catulo, princeps senatus, dichiarandosi contrario alla proposta: le leggi - disse Catulo - prevedevano che missioni di questo tipo fossero condotte dai consoli, non era necessario nominare un generale. Inoltre, data l'ampiezza del territorio nel quale la guerra alla pirateria avrebbe dovuto svolgersi, era preferibile organizzare non uno ma diversi eserciti nominando i rispettivi comandanti i quali, eletti dal popolo e non designati da un unico capo, si sarebbero certamente comportati con maggiore impegno.
Tuttavia il dibattito si concluse con la vittoria di Pompeo che ottenne il comando. Gli furono affidate grandi risorse e cominciò a navigare nel Mediterraneo combattendo i pirati. Mostrandosi clemente con quanti gli si arrendevano riuscì a demolire molte bande senza combattere.
A Roma, intanto, si promulgavano nuove leggi contro i brogli elettorali e la corruzione dei giudici.
Il tribuno delle plebe Gaio Manilio propose di affidare a Pompeo il comando della guerra contro Tigrane e Mitridate. La proposta fu appoggiata da Cesare e da Cicerone mossi entrambi, secondo Dione, da considerazioni opportunistiche. Cicerone assunse la difesa di Manilio in un processo per concussione intentatogli dagli ottimati.
L'elezione dei consoli di quell'anno (65 a.C.) venne invalidata per sospetto di brogli, si trattava di Publio Antonio Peto e di Publio Cornelio Silla. Al loro posto vennero nominati Lucio Manlio Torquato e Lucio Aurelio Cotta. Fu ordita una congiura alla quale prese parte Lucio Catilina, congiura che venne scoperta e neutralizzata con l'assegnazione di una guardia del corpo ai nuovi consoli.
Ottenuto il comando della guerra in Oriente, Pompeo inviò ambasciatori a Mitridate per saggiarne le intenzioni. Mitridate, che sapeva Pompeo in contatto con il re dei Parti Fraate, accettò di cercare un accordo ma i suoi soldati si ribellarono e fu chiaro che una nuova guerra non era evitabile.
Pompeo penetrò in Armenia con le sue legioni e Mitridate iniziò una logorante guerriglia nella speranza che il nemico esaurisse le vettovaglie. Pompeo tuttavia riuscì ad impossessarsi di una regione dell'Armenia assicurandosi rifornimenti e rinforzi. Infine Pompeo riuscì a tendere un'imboscata notturna alle truppe di Mitridate in marcia verso i territori di Tigrane e a farne grande strage.
Sfuggito all'agguato, Mitridate cercò rifugio ed aiuto presso Tigrane ma questi, che lo sospettava di aver tramato contro di lui, non volle riceverlo. Mitridate quindi si spostò nella Meotide (Mar Nero) dove fece uccidere il figlio Macare che era passato ai Romani.
Il figlio di Tigrane, anche egli di nome Tigrane, intanto aveva abbandonato il padre e si era trasferito presso Fraate al quale consigliò di invadere l'Armenia. L'invasione ebbe luogo ma quando Fraate tornò indietro affidando l'assedio di Artaxata al giovane Tigrane questi fu sconfitto e finì per arrendersi a Pompeo che lo prese come guida.
Quando Pompeo marciò contro Artaxata il vecchio Tigrane decise di arrendersi e si presentò spontaneamente al campo romano in atteggiamento di supplice. Pompeo ne ebbe pietà e lo accolse benevolmente. Tigrane padre fu confermato sul trono con l'imposizione di un tributo mentre al figlio, che aveva mantenuto un atteggiamento ostile, fu assegnata solo la regione della Sofanene con l'ordine di consegnare al padre il tesoro del regno che vi era custodito in una fortezza. Poiché il giovane rifiutò la consegna, Pompeo lo fece arrestare e trasferire a Roma sotto scorta mentre ascrisse fra gli alleati il vecchio Tigrane dal quale aveva ricevuto molti donativi.
Durante l'inverno le legioni di Pompeo furono aggredite da Orose, re degli Albani (un popolo che abitava sulle coste occidentali del Mar Caspio). La reazione delle forze romane ebbe facilmente ragione degli aggressori ed Orose fu costretto alla fuga.
Tornato dall'Armenia, Pompeo si dedicò a sistemare varie questioni delle province orientali, esaminò le richieste dei governanti locali e riorganizzò la Celesiria e la Fenicia.
A questo punto una lacuna nel testo, parzialmente compensata da un riassunto di Xifilino, interrompe il racconto delle vicende di Pompeo e si passa bruscamente a Giulio Cesare.
Si parla degli splendidi Ludi Romani e Megalesi celebrati e finanziati da Cesare durante la sua edilità e degli spettacoli gladiatorii da lui offerti al popolo in occasione dei funerali del padre.



LIBRO XXXVII

L'anno seguente, consoli Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato, Pompeo combattè contro gli Albani e contro gli Iberi.
Artoce, re degli Iberi, si preparava secondo Dione ad assalire i Romani nel timore che invadessero il suo regno ma Pompeo lo prevenne cogliendolo di sorpresa ed aprendo una rapida guerra che si concluse con la resa degli Iberi e la consegna in ostaggio dei figli di Artoce. Anche gli Albani furono rapidamente sottomessi e Pompeo si trovò a controllare tutto il Caucaso fino ai confini del Ponto.
Intanto Fraate, re dei Parti, continuava a contendere all'Armenia la regione detta Conduene. La questione fu risolta con l'arbitrato di tre ambasciatori inviati da Pompeo ma di fatto, osserva Dione, Fraate e Tigrane compresero l'importanza di trovare un accordo fra loro in modo da poter fronteggiare insieme la minacciosa presenza delle legioni romane.
In Oriente Pompeo riorganizzò la Celesiria, la Fenicia ed altri stati negandoli ad Antioco e sottoponendoli alle leggi romane.
A Roma Cesare ricoprendo l'edilità celebrò i Ludi Romani e i Megalesi acquisendo grande popolarità. Prodigi nefasti preoccuparono la popolazione, i censori non trovarono accordo fra loro riguardo alla concessione della cittadinanza alla Gallia Transpadana e si dimisero, su proposta del tribuno Gaio Papio gli stranieri non italiani vennero espulsi da Roma.
Durante il consolato di Figulo e Lucio Cesare (64 a.C.) per iniziativa di Cesare furono processati molti sicari di Silla.
Consoli Cicerone e Gaio Antonio Ibrida (63 a.C.), Mitridate si uccise e Catilina tentò di sconvolgere lo stato.
Non volendo rassegnarsi alla sconfitta, Mitridate aveva progettato di passare il Danubio ed attaccare l'Italia, ma gli alleati lo stavano abbandonando ed egli sempre più sospettoso faceva giustiziare tutti coloro di cui non si fidava compresi alcuni suoi figli.
Il figlio Farnace cospirò contro id lui, venne scoperto ma ormai i soldati erano passati dalla sua parte e marciarono contro Mitridate. Questi fece morire le mogli ed i figli con il veleno ma non riuscì a suicidarsi e fu finito da Farnace. Per molto tempo infatti aveva assunto controveleni e non ebbe sufficiente forma per uccidersi con la spada.
Farnace inviò a Pompeo il cadavere imbalsamato del padre ed ottenne il regno del Bosforo.
Pompeo mosse quindi contro Areta re degli Arabi che nonostante fosse già stato sconfitto continuava ad arrecare danni alla Siria, sconfitto Areta il generale si rivolse contro la Palestina i cui abitanti avevano compiuto scorrerie in Fenicia.
Si contendevano il trono dei Giudei i fratelli Ircano e Aristobulo. Senza difficoltà Pompeo costrinse i due ad arrendersi ed i partigiani di Ircano lo aiutarono nella presa di Gerusalemme che era occupata da Aristobulo. Più difficile fu la conquista del Tempio che Pompeo riuscì a prendere soltanto attaccando di sabato quando gli Ebrei, per motivi religiosi, si astengono dal combattere.
Pompeo restituì il regno a Ircano e Aristobulo fu mandato a Roma.
Dione Cassio divaga brevemente sulla diffusione degli Ebrei anche fuori dal loro paese (tanto che a Roma aveva ottenuto il diritto di celebrare i propri riti) e sul loro culto monoteista che considera molto particolare.
Segue un'altra divagazione sull'uso di assegnare ai giorni della settimana i nomi dei pianeti o delle divinità che ad essi presiedono
L'autore riprende quindi la narrazione delle gesta di Pompeo che dopo le imprese suddette tornò in Italia.
Giunto a Brindisi Pompeo congedò immediatamente l'esercito e Dione loda questo gesto da parte del generale che grazie alle ricchezze, alle alleanze ed al prestigio conseguiti avrebbe potuto facilmente impadronirsi del potere.
Pompeo accettò di celebrare un solo trionfo per tutte le sue imprese e non volle nomi onorifici se non quello di "Magno" che aveva già ottenuto in precedenza.
Dei molti onori che gli furono offerti accettò soltanto quello di poter indossare la corona d'alloro ed il mantello del trionfo in occasioni speciali, onore che gli fu riconosciuto grazie all'appoggio di Cesare e contro il parere di Catone.
Da parte sua Catone, di cui Dione tratteggia in poche righe il carattere democratico e libertario, non aveva motivo di odio verso Pompeo ma riteneva quei privilegi contrari alle tradizioni.
In quei giorni fu possibile celebrare "l'augurio della salute", un rito propiziatorio che poteva aver luogo solo quando non vi erano guerre in corso o in preparazione. Tuttavia si verificarono prodigi nefasti (fulmini a ciel sereno, scosse telluriche, ecc.) che certamente annunciavano eventi negativi.
Tito Labieno per attaccare il prestigio del Senato, volle riaprire una vecchia questione giudiziaria citando in giudizio il senatore Gaio Rabirio che trentasei anni prima (ai tempi di Mario) era stato processato per l'uccisione del tribuno Lucio Saturnino ed era stato assolto.
L'assoluzione era stata promossa dal senato che ora recepiva come un'offesa alla propria autorità la riapertura del processo.
L'iniziativa di Labieno suscitò molte polemiche ma con l'intervento di Cesare si giunse al processo. Furono nominati giudici (con procedura non regolare secondo Dione Cassio) lo stesso Giulio Cesare e suo cugino Lucio Cesare.
Rabirio venne condannato ma prima che la sentenza fosse formalizzata il pretore Quinto Metello Celere interruppe il procedimento con un espediente. Rabirio evitò così la condanna e Labieno rinunciò a citarlo di nuovo.
Nello stesso periodo iniziarono le vicende di Catilina che tramò per uccidere Cicerone che lo ostacolava nella sua aspirazione al consolato proponendo una legge contro i brogli elettorali.
Il complotto venne scoperto e Cicerone prese a girare sempre scortato indossando una corazza. Per qualche tempo Catilina e i suoi seguaci rimasero tranquilli ma dopo l'elezione dei nuovi consoli presero a cospirare apertamente attirando a Roma molti individui facinorosi. Catilina arrivò a sacrificare un bambino e a mangiarne le carni con i compagni a titolo di giuramento vincolante.
Fra i più stretti collaboratori di Catilina erano Publio Lentulo, consolare già espulso dal Senato, e Gaio Manlio, ex centurione di Silla che aveva dilapidato i propri averi.
I cospiratori avevano base in Etruria mentre a Roma il Senato decretava lo stato di emergenza con la formula tradizionale che conferiva pieni poteri ai consoli. Catilina, posto sotto processo, si costituì e tornò a Roma dove fu affidato al pretore Metello. Qui cercò di organizzare un nuovo attentato a Cicerone con i seguaci che aveva in città ma anche questa volta fu scoperto ed espulso.
Tornato a Fiesole intraprese apertamente la guerra con le bande reclutate da Manlio. Contro di lui il Senato inviò il console Antonio (che in precedenza aveva segretamente appoggiato Catilina) mentre Cicerone rimase a Roma e sventò un tentativo di incendiare la città organizzato da Lentulo con l'aiuto di certi ambasciatori allobrogi.
I congiurati arrestati tentarono di attribuire responsabilità anche a Cassio ma non furono creduti. Per evitare che venissero liberati Cicerone occupò con un drappello il Campidoglio ed il Foro ed il mattino seguente persuase i senatori a condannare a morte i cospiratori. Si era opposto Cesare proponendo l'esilio ma l'intervento di Catone fu decisivo e i prigionieri furono giustiziati.
Si cercarono altri sostenitori di Catilina ed alcune persone furono colpite da giustizia privata come il senatore Aulo Fulvio che fu ucciso dal proprio padre.
Su proposta di Labieno venne abrogata una legge di Silla in modo che l'elezione dei sacerdoti tornasse al popolo. La proposta fu appoggiata da Cesare che, come aveva sperato, fu nominato pontefice massimo.
Mentre Cesare godeva di un periodo di grande favore popolare, Cicerone era malvisto per aver fatto condannare dei cittadini romani.
Quando Lentulo fu giustiziato Catilina fu abbandonato da molti seguaci e, assediato a Fiesole da Antonio e Metello Celere, rinunciò a temporeggiare. Decise di attaccare lo schieramento di Antonio ma questi, che in precedenza aveva aderito alla congiura, per evitare di essere scoperto si finse malato cedendo il comando a Marco Petreio che vinse la battaglia uccidendo tremila nemici fra i quali lo stesso Catilina.
A Roma tornò la tranquillità, i ribelli superstiti furono affrontati e rapidamente eliminati o condannati in contumacia anche grazie alle delazioni del "pentito" Lucio Vezio.
La polemica per l'operato di Cicerone e dei senatori tuttavia non si placò e Metello Nepote arringò al popolo denunciando la morte di Lentulo come un gravissimo abuso ma il senato protesse Cicerone garantendogli l'impunità.
Nepote non ebbe successo neanche con la proposta di richiamare a Roma Pompeo dall'Asia per fargli mettere ordine nella situazione politica. Gli si opposero Catone e Quinto Minucio e la discussione degenerò in rissa. Nepote abbandonò la città e raggiunse Pompeo.
In quei giorni Cesare ottenne la pretura e propose che il completamento del tempio di Giove fosse affidato a Pompeo.
Pompeo aveva molto potere per il suo prestigio e perché era temuto non essendo chiaro se al suo ritorno a Roma avrebbe congedato l'esercito.
Publio Clodio sedusse la moglie di Cesare (Pompeia) introducendosi nella sua casa mentre si celebrava un rito precluso agli uomini e Cesare ripudiò la donna affermando che sua moglie non doveva essere neanche sfiorata dal sospetto di adulterio.
Fu costruito il Ponte Fabrizio all'Isola Tiberina.
L'anno successivo (61 a.C., consolato di Marco Pupio Pisone e Messalla Corvino), Clodio fu processato per sacrilegio, per adulterio (su denuncia di alcuni senatori, non di Cesare) e per sospetto incesto con la sorella Clodia. Clodio ottenne l'assoluzione, forse corrompendo i giudici.
Intanto la Gallia Narbonese, attaccata dai Galli Allobrogi guidati dal loro re Catugnato, veniva difesa dal governatore Gaio Pomptino e dai suoi luogotenenti Lucio Mario e Servio Galba.
Pompeo rientrò in Italia e fece eleggere consoli Lucio Afranio e Metello Celere sperando che le sue proposte di legge e i suoi atti venissero approvati ma l'opposizione dei patrizi gli impedì di realizzare le sue aspirazioni. Anche il console Afranio lo ostacolò perché Pompeo aveva sposato e poi ripudiato sua sorella.
Gli si oppose anche Lucio Lucullo, suo avversario politico, che pretese che gli atti di Pompeo venissero esaminati criticamente ed approfonditamente e non ratificati in blocco.
Al tribuno della plebe Lucio Flavio che sosteneva l'assegnazione delle terre ai veterani di Pompeo si oppose Metello e la lita arrivò al punto che il tribuno fece arrestare Metello ma rischiò una sollevazione popolare.
Di fronte a queste difficoltà Pompeo accantonò molte sue richieste rendendosi conto che la sua potenza era ormai al tramonto.
Publio Clodio, per odio verso i patrizi, ripudiò il proprio stato e passò alla plebe ma non ottenne il tribunato per l'opposizione di Metello.
Metello Nepote promosse una legge per alleviare le imposte.
Fausto Silla offrì giochi in onore del padre.
Dopo la pretura Cesare ottenne il governo della Lusitania, liberò facilmente la provincia dal brigantaggio ma per desiderio di farsi notare provocò egli stesso una popolazione che tendeva alla ribellione per poterla combattere e sconfiggere.
Tornato a Roma chiese il trionfo ed il consolato. Dovette rinunciare al primo per l'opposizione di Catone mentre ottenne il secondo essendo riuscito a procurarsi anche l'appoggio di Pompeo e di Crasso.
Con la mediazione di Cesare, Pompeo e Crasso che erano avversari si rappacificarono, ciascuno convinto di agire per il personale tornaconto. I tre si allearono per gestire il potere seguiti dai rispettivi partigiani mentre a Roma, dice Dione, rimanevano soltanto Catone e pochi altri a fare politica in modo disinteressato.



LIBRO XXXVIII

Cesare presentò una legge per la distribuzione delle terre studiata con grande accortezza in modo da soddisfare le aspettative dei veterani e dei cittadini bisognosi ma senza in alcun modo nuocere agli interessi degli ottimati.
In realtà Cesare sapeva di far cosa gradita a Crasso e a Pompeo e di guadagnarsi il favore popolare ma il modo in cui aveva presentato la legge lo poneva al riparo da qualsiasi critica.
Non avendo motivi plausibili per respingere la proposta i senatori contrari a Cesare si limitarono a non approvarla. Davanti a questo comportamento Cesare reagì bruscamente, minacciò di incarcerare Catone ed altri senatori e da quel giorno presentò le sue proposte direttamente al popolo tralasciando di comunicarle al senato.
Davanti al popolo Cesare consultò Bibulo, suo collega nel consolato, il quale si dichiarò nettamente contrario alla proposta di legge, a quel punto chiamò in assemblea Pompeo e Crasso che, benché privati cittadini, valsero con la loro autorità a convincere il popolo ad approvare il progetto di Cesare.
Bibulo mise in atto tutti i mezzi disponibili per impedire o almeno ritardare l'approvazione della proposta di Cesare ma il popolo occupò il Foro e quando il console cercò di intervenire venne cacciato con la violenza insieme a quanti lo accompagnavano.
Spaventati dagli umori popolari i senatori non prestarono alcun appoggio a Bibulo che si ritirò nella sua casa rinunciando alle attività politiche.
Alla fine anche gli oppositori più tenaci, come Catone e Metello Celere, furono costretti ad approvare la legge e i terreni furono distribuiti, fatto questo che procurò a Cesare la simpatia popolare.
Cesare favorì anche i cavalieri con benefici fiscali e fece approvare tutti gli atti di Pompeo e molte delle sue proposte. Ottenne dal popolo il comando dell'Illiria e della Gallia Cisalpina con tre eserciti, il senato gli affidò anche la Gallia Transalpina con un ulteriore esercito.
Prima di partire per la Gallia consolidò i suoi rapporti con Pompeo facendogli sposare la propria figlia e sposò egli stesso la figlia del console designato per l'anno successivo Lucio Pisone.
Un certo Lucio Vezio tentò di uccidere Cesare e Pompeo ma scoperto e arrestato denunziò come mandanti Cicerone, Lucullo e Bibulo. Poiché Bibulo era proprio colui che aveva avvertito Pompeo del complotto si pensò che Vezio mentisse e, senza dar seguito alle sue denunce, lo si rinchiuse in prigione dove più tardi venne ucciso.
Le circostanze dell'attentato non furono mai chiarite ma Cesare e Pompeo presero a diffidare di Cicerone e quando l'oratore difese Antonio Ibrida accusato di aver partecipato alla congiura di Catilina venne alla lite con Cesare. Come governatore della Macedonia, Ibrida aveva vessato la popolazione e saccheggiato i territori confinanti provocando scontri e subendo rovesci. Fu condannato per queste azioni mentre venne assolto dall'accusa di cospirazione.
Clodio era in debito verso Cesare che non lo aveva denunciato per adulterio, perciò Cesare fece in modo che venisse nominato tributo. Ottenuta la carica, infatti, Clodio non tardò ad attaccare Cicerone in senato.
Benché potente e molto stimato come oratore, Cicerone con il suo comportamento altezzoso e con la sua libertà di parola si era procurato l'odio di molti. Clodio quindi si sforzò di ottenere l'appoggio di tutte le classi e di sfruttare l'astio degli avversari per colpire l'oratore.
Fece eseguire una distribuzione gratuita di grano ai cittadini più bisognosi, promosse altre iniziative gradite alla cittadinanza ed una legge che sospendeva la consultazione degli "augurii del cielo" nei giorni in cui il popolo era chiamato a votare.
Tradizionalmente, infatti, il popolo sospendeva le votazioni se gli augurii lo indicavano e Clodio non voleva rischiare che le sue iniziative contro Cicerone si bloccassero per questo motivo.
Ingannò Cicerone fingendosi amichevole e quando si sentì più forte attaccò.
Presentò una legge contro chi aveva condannato a morte cittadini romani e, benché Cicerone non fosse espressamente nominato, il provvedimento mirava chiaramente a colpirlo per aver eliminato Lentulo e altri seguaci di Catilina.
Cesare e Pompeo, ai quali l'oratore si rivolse chiedendo aiuto contro il tribuno, non fecero capire di essere gli istigatori di Clodio, anzi Cesare propose a Cicerone di partire come suo legato in modo di allontanarsi dal pericolo con un pretesto dignitoso. Pompeo al contrario consigliava a Cicerone di rimanere a Roma e di difendersi con la sua eloquenza e con il suo prestigio.
L'Arpinate finì per seguire il consiglio di Pompeo.
Gli avversari di Cicerone divennero rapidamente più numerosi dei suoi sostenitori e anche Pompeo, che gli aveva promesso il suo supporto se fosse rimasto in città, trovò tutti i pretesti per disinteressarsi alla cosa.
Amareggiato ed impaurito, Cicerone partì da Roma diretto in Sicilia, provincia della quale era stato governatore, dove sperava di ricevere una buona accoglienza, ma subito dopo la sua partenza la legge di Clodio fu approvata.
Cicerone fu condannato all'esilio, i suoi beni vennero confiscati e la sua casa distrutta, gli fu proibito di soggiornare in Sicilia e gli fu imposto di rimanere ad una distanza di almeno 3750 stadi da Roma (circa 700 km.)
L'Arpinate si stabilì in Macedonia. A questo punto Dione immagina un lungo dialogo fra l'esule ed un greco che lo consola con argomenti filosofici tipici della retorica.
Intanto a Roma Clodio costringeva Catone ad andare a governare l'isola di Cipro per allontanarlo da Roma, faceva fuggire Tigrane il Giovane che si trovava prigioniero in città, offendeva Pompeo e Gabinio. Sdegnato Pompeo operò per far rientrare rapidamente Cicerone.
In Gallia Cesare aveva trovato pace assoluta ma quando gli Elvezi, comandati da Orchitorige e decisi a migrare per trovare un territorio migliore del loro, saccheggiarono il paese dei Sequani e degli Edui questi si rivolsero a Cesare per chiedere aiuto.
Cesare aderì alla richiesta e partì all'inseguimento degli Elvezi. Distrusse la retroguardia nemica con tale rapidità che gli Elvezi chiesero subito di trattare ma la trattativa saltò e si riprese a combattere.
I Romani subirono una sconfitta ma poi le capacità strategiche di Cesare ebbero la meglio e i barbari furono battuti. Quanti accettarono di arrendersi furono lasciati tornare ai loro villaggi di origine, gli altri tentarono di proseguire la marcia verso il Reno ma furono rapidamente eliminati dagli alleati dei Romani dei quali attraversarono i territori.
Cesare aveva vinto ma voleva ulteriori occasioni di gloria quindi accettò volentieri la richiesta dei Sequani che volevano aiuto per liberare i loro connazionali tenuti in ostaggio da Ariovisto re dei Celti.
Benché Ariovisto fosse alleato di Roma, Cesare gli impose la riconsegna dei prigionieri provocando, come desiderava, una reazione indignata e collerica che gli bastò per iniziare una guerra.
Dopo aver tenuto un lungo discorso ai suoi ufficiali per convincerli dell'opportunità di combattere contro i Celti, Cesare attaccò senza indugio Ariovisto.
I Celti avevano riunito forze considerevoli ed erano superiori per numero di uomini ai Romani ma anche questa volta l'esperienza dei legionari ed il genio militare di Cesare prevalsero. Osservando indicazioni oracolari, Ariovisto rifiutò fino a sera il combattimento e quando gli eserciti schierati stavano per ritirarsi attaccò improvvisamente riportando qualche vantaggio, ma il giorno succesivo i Romani non lasciarono al nemico il tempo di schierarsi e con un assalto immediato vinsero la battaglia e fecero strage dei Celti.
Ariovisto riuscì a fuggire con una barca lungo il fiume.



LIBRO XXXIX

Sconfitto Ariovisto, Cesare affrontò i Belgi che nel timore di vedere il proprio paese invaso dai Romani si erano confederati ed armati.
La vittoria sui Belgi fu rapida e Cesare conquistò le loro città in qualche caso senza combattere. Anche i Nervii furono rapidamente sconfitti.
Gli Aduatici, una tribù dei Cimbri accorsi in aiuto dei Nervii, furono respinti dai Romani ma si barricarono in una fortezza e per molti giorni riuscirono a resistere. Infine i Romani allestendo delle macchine da guerra spaventarono gli assediati che in un primo momento cercarono di trattare poi tentarono una sortita notturna ma furono massacrati.
Dopo aver sottomesso queste ed altre popolazioni, Cesare si ritirò per l'inverno mentre a Roma venivano indetti grandi festeggiamenti per la sua vittoria.
Servio Galba, un luogotenente di Cesare che si era accampato non lontano dai confini italiani fu attaccato di sorpresa mentre aveva molti uomini in licenza ma con grande coraggio lui e i suoi soldati sfondarono l'accerchiamento nemico e si misero in salvo.
Intanto a Roma Pompeo, aiutato dal tribuno Tito Annio Milone e dal console Lentulo Spintere, si era attivato per far rientrare Cicerone. Contro l'iniziativa erano Clodio, suo fratello Appio Claudio e il console Nepote. Si verificarono scontri e al momento di votare la proposta di richiamo di Cicerone Clodio scatenò dei gladiatori sull'assemblea impedendo la votazione.
Milone tentò di incriminare Clodio per violenza ma non riuscendo ad aprire un processo per le varie difficoltà burocratiche che gli venivano opposte si procurò a sua volta una squadra di gladiatori per fronteggiare quella di Clodio.
Quando il console Nepote cambiò atteggiamento divenendo favorevole al rientro di Cicerone, Clodio non riuscì più a opporsi e l'oratore venne richiamato.
Cicerone dimostrò la propria gratitudine a Pompeo dimenticando i passati rancori e convincendo il Senato a nominarlo capo dell'annona per cinque anni, carica che in tempo di carestia conferiva un grande potere reale.
Rimasero invece difficili, anche se dissimulati, i rapporti dell'oratore con Cesare e Crasso.
Cicerone fu reintegrato nel possesso dei suoi beni e risarcito per la distruzione della casa.
Il re egiziano Tolomeo Aulete fuggì dall'Egitto dove la popolazione gli era avversa per le imposizioni fiscali e per la sua politica filoromana e venne a Roma per chiedere al senato di essere reinsediato saldamente sul trono. Gli abitanti di Alessandria inviarono a Roma numerosi ambasciatori per chiarire la situazione ma Tolomeo riuscì a intercettarli per ucciderli o corromperli.
Una consultazione dei Libri Sibillini fornì indicazioni negative riguardo alla richiesta di Tolomeo ed il tribuno della plebe Gaio Catone fece di tutto per divulgare questa profezia, inoltre i senatori erano indignati per il comportamento di Tolomeo verso gli ambasciatori alessandrini e sospesero ogni decisione. Comprendendo che non avrebbe avuto aiuti dai Romani, Tolomeo si ritirò ad Efeso dove visse presso il tempio di Diana.
Ottenuta l'edilità, Clodio citò in giudizio Milone per il reato che egli stesso aveva commesso, cioè l'aver reclutato ed armato i gladiatori. Durante il processo Clodio trovò il modo di offendere ed irritare spesso Pompeo senza mai accusarlo direttamente.
Si verificarono alcuni prodigi nefasti e gli indovini ne dedussero che era stato violato un luogo sacro, Clodio ne incolpò Cicerone che aveva ricostruito la casa sul suo terreno che durante l'esilio era stato consacrato alla dea Libertà.
Catone, che andava fiero del suo operato a Cipro, si schierò con Clodio che gli aveva fatto avere il governo di quell'isola; tuttavia quando Clodio tentò di attribuirsi onori e meriti che non gli spettavano Catone si oppose e i rapporti fra i due si guastarono.
Quanto a Pompeo era angustiato dalla sua terribile gelosia nei confronti di Cesare la cui popolarità aumentava rapidamente per effetto delle sue vittorie in Gallia. Per prevalere su Cesare, Pompeo rinnovò i suoi accordi con Crasso.
Pompeo e Crasso si candidarono al consolato ma erano oltre i termini di tempo previsti, perciò fecero pressione su vari personaggi per rimandare le elezioni.
Clodio tornò ad allearsi con Pompeo e il comportamento degli aspiranti consoli provocò lo sdegno del senato e disordini fra la popolazione; l'anno passò senza elezioni perché molti senatori per timore disertarono le riunioni.
Infine Pompeo e Crasso furono eletti consoli e subito fecero eleggere per le altre cariche uomini di loro fiducia. I soli oppositori investiti di una carica pubblica erano i tribuni Gaio Ateio Capitone e Publio Acilio Gallo.
Il tribuno Gaio Trebonio propose di affidare a Pompeo e Crasso il comando militare in Siria e Spagna per cinque anni con pieni poteri. I sostenitori di Cesare si opposero a questa proposta ma i consoli li convinsero facendo prolungare di tre anni anche il comando di Cesare. In senato si opposero Catone e Favonio ma i loro interventi non convisero i senatori. La legge proposta da Trebonio fu approvata in un clima di intimidazioni e disordini.
In quei giorni Pompeo dedicò il suo teatro e lo inaugurò con spettacoli, giochi ed uccisioni di belve
Pompeo, con il pretesto dei suoi impegni come capo dell'annona, rimase a Roma e mandò in Spagna i suoi luogotenenti. Crasso invece, nonostante l'opposizione di alcuni tribuni, partì verso l'oriente per una spedizione che gli sarebbe stata fatale.
L'anno successivo (56 a.C.) sotto il consolato di Gneo Cornelio Lentulo Marcellino e Lucio Marcio Filippo, Cesare combattè contro i Veneti, una tribù della Bretagna che aveva catturato alcuni suoi uomini inviati in cerca di cibo.
Le città nemiche erano sulla costa ed erano difese da rupi scoscese e dalle maree e Cesare non ottenne risultati fino all'arrivo di Decimo Bruto con una flotta di navi veloci. Le navi dei Veneti, costruite per resistere alle maree e alle onde dell'Oceano, erano molto più grandi e massicce e quando attaccarono con il vento favorevole Decimo Bruto evitò lo scontro ma quando il vento calò le navi romane si dimostrarono molto più leffere da manovrare con i remi ed il comandante approfittò abilmente di questo vantaggio. I Romani fecero strage dei nemici e catturarono tutti i sopravvissuti. I capi furono messi a morte da Cesare , gli altri furono venduti come schiavi.
Cesare attaccò quindi i Morini e i Menapii ma presto rinunciò perché queste genti si erano stabilite nella foresta ed era troppo rischioso combatterle in vista dell'inverno.
Esito positivo ebbe invece la spedizione del luogotenente Quinto Titurio Sabino contro i Venelli. Questi erano molto numerosi ma il legato li indusse on un espediente ad attaccare in situazione per loro sfavorevole e li massacrò senza pietà.
Publio Crasso, figlio di Marco, fece una spedizione in Aquitania e sconfisse i Soteati.
I Tencteri e gli Usipeti superarono il Reno ed invasero il territorio dei Treveri ma trovandovi i Romani li temettero e subito chiesero una tregua per rientrare nel loro paese. Tuttavia i più giovani, sottovalutando le risorse di Cesare, assalirono un gruppo di soldati romani violando la tregua.
Gli anziani di quelle genti chiesero la clemenza di Cesare ma Cesare fece strage dei soldati nemici e chiese la consegna di quanti avevano aggredito i suoi uomini, non ottenendola superò il Reno entrando nel territorio dei Celti, era un'impresa senza precedenti che Cesare era molto lieto di compiere.
Dopo il passaggio del Reno Cesare sbarcò per la prima volta in Britannia dove incontrò l'ostilità della popolazione, tuttavia i Britanni erano preoccupati per la fama dei Romani e per il coraggio che questi avevano dimostrato nel compiere la traversata, quindi avviarono trattative. Quando una tempesta danneggiò le navi di Cesare, tuttavia, mutarono avviso e attaccarono il campo romano. Furono respinti ma poichè era inverno Cesare ritenne opportuno tornare in Gallia.
Nello stesso periodo scoppiò in Spagna la rivolta dei Vaccei che furono combattuti ma non del tutto sconfitti da Metello Nepote, luogotenente di Pompeo.
Pompeo ordinò a Gabinio, allora governatore della Siria, di ricondurre in patria Tolomeo e Gabinio lo fece con una spedizione armata. Ciò era contrario alle decisioni del senato ed alla profezia ma, secondo Dione, Pompeo agì per amicizia e Gabinio per denaro. In seguito Gabinio fu processato e venne assolto per intervento di Pompeo.
Gabinio aveva governato malissimo la Siria attento soltanto ad arricchirsi ed aveva progettato una spedizione contro i Parti in favore di Mitridate, figlio di Fraate, che era stato cacciato dal fratello Orode. Aveva però abbandonato questo progetto per incassare il ricco premio promesso da Tolomeo.
Durante la spedizione giunse in Palestina dove arrestò Aristobulo e lo inviò a Pompeo perché era fuggito da Roma, impose un tributo ai Giudei ed infine arrivò in Egitto. Qui la regina Berenice, figlia di Tolomeo, aveva sposato un certo Seleuco della stirpe reale siriana ma non essendosi lo sposo dimostrato all'altezza Berenice lo fece uccidere e sposò Archelao.
Gabinio catturò Archelao ma si fece corrompere e lo lasciò andare simulando una fuga, anche per far apparire la sua impresa più ardua agli occhi di Tolomeo. Gabinio vinse rapidamente gli Egiziani uccidendone molti compreso Archelao, quindi consegnò l'Egitto a Tolomeo che a sua volta fece morire Berenice e tutti i notabili confiscandone i beni.
Il comportamento di Gabinio suscitò scandalo a Roma e Cicerone insistette per processarlo ma Pompeo e Crasso, che erano ancora consoli, bloccarono ogni iniziativa.
Quando però furono eletti i nuovi consoli (Lucio Domizio Enobarbo e Appio Claudio Pulcro - 54 a.C.) il caso Gabinio tornò di attualità anche perché Gabinio non accettò di farsi sostituire nel governo della Siria.
Proprio in quei giorni si verificò a Roma una disastrosa alluvione che uccise molte persone e distrusse molte case. I Romani, attribuendo l'evento alla collera degli dei per la violazione della profezia, pretesero dal senato la condanna a morte in contumacia di Gabinio.
Con il denaro Gabinio riuscì a non subire danni e nonostante l'odio popolare fu assolto dalle accuse inerenti la vicenda egiziana, fu tuttavia condannato per le molte accuse riguardanti il governo della provincia e rimandato in esilio, rientrò a Roma più tardi richiamato da Cesare.
Morì la moglie di Pompeo dopo aver partorito una bambina, fu sepolta nel Campo Marzio senza che il senato emettesse il necessario decreto.
Gaio Pomptino celebrò il trionfo per la vittoria sui Galli.



LIBRO XL

Ancora nel 54 a.C. Cesare fece i suoi preparativi, costruì delle navi e con la stagione favorevole passò per la seconda volta in Britannia.
Vedendo arrivare numerose navi romane cariche di soldati, i Britanni si ritirarono nel campo trincerato che avevano preparato in un bosco vicino e da qui presero a compiere azioni di guerriglia
Dopo qualche tempo si unirono sotto gli ordini di Casuellano, il capo più potente dell'isola, ed attaccarono i Romani ma furono sconfitti, Cesare assediò il loro campo e li costrinse alla resa, quindi dovettero consegnare ostaggi ed assoggettarsi al pagamento di un tributo.
Cesare non lasciò soldati a presidiare l'isola e preferì tornare rapidamente in Gallia per controllare la situazione, ma quando partì per l'Italia con l'intenzione di trascorrervi l'inverno diverse tribù galliche si ribellarono.
I primi furono di Eburoni che attaccarono il presidio comandato dai luogotenenti Sabino e Lucio Cotta. Furono respinti ma il loro capo Ambiorige, fingendosi pentito, attirò i Romani in un'imboscata in cui perirono molti uomini, compresi i due comandanti.
Anche i Nervii si unirono ad Ambiorige ed insieme assediarono il presidio comandato da Quinto Cicerone, fratello dell'oratore.
Gli assediati si trovarono in gravi difficoltà poichè erano in numero ridotto, avevano scarse provviste e il nemico impediva loro di contattare altri accampamenti romani per chiedere aiuto. Un Nervio amico dei Romani fornì a Cicerone un suo schiavo che facesse da messaggero passando inosservato fra gli assedianti, così Cesare ricevette la richiesta di aiuto. I Nervii lo intercettarono mentre correva in aiuto di Cicerone ma si lasciarono attirare in posizione sfavorevole e furono duramente sconfitti.
Insorsero quindi i Treveri comandati da Induziomaro che furono presto battuti da Tito Labieno.
In oriente Crasso, desideroso di procurarsi gloria e guadagni, decise di attaccare i Parti benché non ne avesse alcuna ragione. Passò l'Eufrate ed assediò la Mesopotamia. Dopo un vano tentativo di fermarlo il satrapo Silace corse ad avvertire il re Orode. Crasso conquistò rapidamente gran parte della Mesopotamia ma non vi si trattenne abbastanza a lungo per consolidare il controllo della regione.
I Parti vivevano oltre il Tigri ed avevano capitale in Ctesifonte. La loro importanza era cresciuta dalla caduta dell'impero persiano ad opera dei Macedoni, sotto il regno di Arsace capostipite degli Arsacidi. Conquistarono grandi territori e divennero molto potenti scontrandosi più volte anche con i Romani dei quali furono degni avversari.
Dione Cassio si sofferma sul modo di combattere dei Parti le cui armate erano costituite per lo più da arcieri a cavallo e da soldati corazzati, armati di picche ma privi di scudi.
Erano particolarmente abituati a combattere nelle condizioni ambientali del loro paese (sole rovente e grande siccità) ma evitavano sempre di affrontare lunghe guerre oltre l'Eufrate dove il clima differente avrebbe creato loro difficoltà.
Orode mandò messaggeri a Crasso per chiedere ragione dell'attacco ed armò un esercito per punire le regioni che avevano approfittato della situazione per insorgere e per controllare quelle che avrebbero potuto farlo.
Si verificarono presagi nefasti, come il crollo di un ponte, che spaventarono ed avvilirono i soldati di Crasso che pure continuarono a seguire passivamente il loro comandante come storditi dalla paura.
L'armeno Augaro, fingendo di onorare un accordo stretto in precedenza con Pompeo, si professava amico dei Romani e dovendo della fiducia di Crasso che gli confidava i suoi piani, puntualmente ne informava Orode.
Augaro convinse Crasso ad attaccare l'esercito parto di sorpresa ma avvisò il comandante Surena perché si preparasse adeguatamente per affrontare i Romani. Fingendo di fuggire, i Parti si lasciarono inseguire per un tratto da Crasso il Giovane ma poi lo accerchiarono e facilmente lo uccisero. I Romani tentarono di vendicarlo ma il metodo di combattimento con le frecce dei Parti creava loro grandi difficoltà.
La battaglia si protrasse a lungo e probabilmente i Romani sarebbero stati massacrati se i Parti, come era loro abitudine, non si fossero allontanati al calare della sera.
Crasso ed altri fuggirono verso Carre ma non sentendosi sicuri attesero la prima notte senza luna per prendere la via delle montagne verso l'Armenia. Surena propose un incontro per trattare, ma era una trappola e Crasso fu catturato ed ucciso con i soldati che lo avevano accompagnato. Il resto dei Romani fuggì oltre confine o fu fatto prigioniero.
In Siria assunse il comando Cassio Longino che respinse un attacco dei Parti comandati da Osace per conto del giovane Pacoro figlio di Orode. Cassio riuscì anche ad uccidere il comandante nemico e Pacoro rinunciò ai suoi progetti sulla Siria.
Giunse da Roma Bibulo che assunse il governo della Siria e con la diplomazia riuscì a mettere il satrapo Ornadapte contro Orode.
Intanto in Gallia Ambiorige riorganizzava le forze di Eburoni e Treveri e chiedeva mercenari ai Celti per combattere i Romani.
Labieno riportò una vittoria sui Treveri e Cesare, per inseguire Ambiorige, passò di nuovo il Reno ma, non ottenendo risultati, portò le truppe ai quartieri d'inverno e tornò in Italia.
Gli Arverni insorsero sotto la guida di Vercingetorige, invasero il paese dei Biturigi ed impegnarono a lungo i Romani che dovettero assediarli nella città di Avarico e poi in quella di Gergovia.
Si ribellarono anche gli Edui e mentre Cesare si occupava di loro Vercingetorige colpì il paese degli Allobrogi costringendolo a una nuova battaglia. Con l'aiuto di contingenti di Celti alleati Cesare sconfisse gli Edui che fuggirono ad Alesia dove furono definitivamente debellati in una nuova battaglia.
Vercingetorige, che aveva avuto in passato rapporti di amicizia con Cesare, implorò la grazia ma fu condannato proprio per aver tradito l'amicizia, fu imprigionato e più tardi costretto a sfilare nel trionfo di Cesare prima di essere giustiziato.
La tribù belga degli Atrebi comandata da Commio resistette a lungo alla conquista romana finché non fu debellata da Cesare con una rapida azione di cavalleria. Commio riuscì a fuggire e in seguito tentò altre azioni contro i Romani finché, definitivamente sconfitto, non si arrese ed uscì dalla scena.
La Guerra Gallica ebbe fine (50 a.C.) ma Cesare non congedò l'esercito per timore di cadere nelle mani di Pompeo che aveva riacquistato potere e non era più in buoni rapporti con lui.
A Roma si verificavano frequenti tumulti che Pompeo ebbe l'incarico di sedare. I tribuni della plebe ritardavano con vari pretesti le elezioni consolari e proponevano di nominare Pompeo dittatore. Pompeo rifiutò la carica ma i disordini continuarono, le magistrature non venivano assegnate anche i più semplici presagi contribuivano ad alimentare la tensione.
Milone incontrò Clodio sulla Via Appia e lo uccise. Quinto Pompeo Rufo e Tito Munazio Planco mostrarono nel foro la salma al popolo accrescendo l'ira della folla che allestì per Clodio una pira nel senato incendiando la curia e violando tutti i riti funebri allora in uso.
La cittadinanza si divise fra quanti sostenevano Milone e quanti erano stati sostenitori di Clodio e si verificarono molti disordini che indignarono i senatori i quali decretarono che Milone, Pompeo ed i tribuni ponessero sotto controllo la situazione. Fausto Silla fu incaricato di ricostruire la Curia Ostilia, la sede del senato che era stata incendiata.
Il popolo insisteva per eleggere Cesare console e Pompeo dittatore ma i senatori, considerando Cesare era troppo favorevole alla plebe, decisero di nominare Pompeo console unico con un provvedimento straordinario. Pompeo fu molto orgoglioso delle nomina ma per evitare eccessive invidie chiese di avere un collega e scelse il suocero Quinto Scipione, già indagato per corruzione e prosciolto quando la figlia aveva sposato Pompeo. Dione Cassio sottolinea che in quel periodo le pene contro il reato di corruzione si erano inasprite proprio per effetto delle leggi di Pompeo.
Milone fu processato per l'uccisione di Clodio e condannato all'esilio nonostante fosse difeso da Cicerone. Sembra che la difesa di Cicerone non fu efficace perché l'oratore fu spaventato dalla presenza in tribunale di Pompeo con un presidio di armati.
Rufo e Planco furono condannati, insieme ad altre persone, per l'incendio del senato. Cicerone in questo caso aveva il ruolo di accusatore ma di nuovo le sue parole non furono efficaci per timore di Pompeo.
Pompeo ripristinò una norma caduta in disuso che imponeva un intervallo di cinque anni fra una carica e l'altra ma subito la violò per se stesso, chiedendo il rinnovo del comando in Spagna, e per Cesare (per placarne gli amici) chiedendo che gli fosse concesso di candidarsi al consolato
Per contrastare Pompeo e Cesare, Catone si candidò al consolato ma non fu eletto. Vinsero Marco Claudio Marcello e Servio Sulpicio Rufo (51 a.C..). Marcello era un convinto pompeiano e tentò di diminuire il potere di Cesare e assicurarsi che deponesse al più presto il comando, ma Cesare non intendeva tornare alla condizione di privato cittadino quindi si dedicò ad arruolare altre truppe e a procurarsi nuovi sostenitori fra cui Curione.
Pur agendo non apertamente e con molta cautela, Curione favorì politicamente Cesare e Pompeo fu costretto a cambiare comportamento scoprendo la propria ostilità verso Cesare.
I sostenitori di Cesare erano numerosi, fra loro erano Lucio Paolo e il censore Lucio Pisone, suocero di Cesare, mentre era suo avversario un altro censore, Appio Claudio.
Fra questi personaggi scoppiò una grossa lite in senato. Il console Marcello di oppose a Curione ma quando vide che molti senatori erano contro di lui andò da Pompeo e gli affidò la difesa della città.
Marcello affidò a Pompeo due legioni che erano state preparate per combattere contro i Parti togliendole a Cesare con vari pretesti. La mossa si rivelò sbagliata perché Pompeo non ebbe di fatto modo di utilizzare le due legioni a suo vantaggio mentre Cesare ne ricavò ampia giustificazione per tenere presso di se il resto dell'esercito ed arruolare altri soldati.




LIBRO XLI

Il 1 gennaio del 49 a.C. Curione recò al senato una lettera di Giulio Cesare. I nuovi consoli Cornelio Lentulo e Gaio Claudio tentarono di mantenere segreto il contenuto di quella lettera ma furono costretti a divulgarlo.
Cesare si dichiarava disposto a congedare il suo esercito a condizione che Pompeo facesse altrettanto ma il senato espresse voto contrario.
I tribuni Quinto Cassio Longino e Marco Antonio impedirono per due giorni che la decisione venisse ratificata, poi vedendosi isolati partirono per raggiungere Giulio Cesare insieme a Curione e a Celio.
I Senatori affidarono a Pompeo il comando delle truppe e decretarono che Cesare sciogliesse il suo esercito se non voleva essere considerato nemico della patria. Cesare reagì superando il confine ed iniziando la sua marcia verso Roma che non trovava ostacoli di rilievo. Labieno, caduto in disgrazia presso Cesare, disertò e comunicò a Pompeo i piani segreti del suo avversario.
Pompeo, non riuscendo a reclutare forze pari a quelle di Cesare e comprendendo che il popolo non voleva una nuova guerra civile, propose una trattativa e Cesare rispose che voleva incontrarlo personalmente.
Preoccupato per il prestigio di cui Cesare godeva presso il popolo, Pompeo decise che si sarebbe sentito più al sicuro lontano da Roma e si spostò in Campania seguito da molti ragguardevoli senatori.
Presto tutti coloro che avevano cariche o ricchezze lasciarono la città temendo gli umori di Cesare e dei suoi soldati e quanti restavano erano terrorizzati perché convinti di andare incontro agli orrori di una nuova dittatura.
Intanto Cesare non attaccava Roma ma inviava ovunque messaggeri per sfidare Pompeo e sottoporsi insieme ad un giudizio. Assediò Corfinio, in Abruzzo, difesa dal pompeiano Lucio Domizio. Valutata la situazione, Pompeo decise di partire per la Grecia dove contava di avere molti amici e ordinò a Domizio di seguirlo abbandonando Corfinio. Domizio ubbidì ma i suoi soldati considerando quel comportamento come una fuga non lo seguirono e passarono a Cesare.
Pompeo, non avendo navi sufficienti per l'intero esercito, aveva fatto partire da Brindisi una parte dei soldati e i senatori che lo avevano seguito. Quando Cesare assediò Brindisi, Pompeo la difese soltanto fino al ritorno delle navi, poi salpò di notte lasciando la città e il porto nelle mani di Cesare.
Con questa partenza, secondo Dione, Pompeo perse tutto il suo prestigio e scambiò la propria salvezza personale con la gloria e i meriti conquistati in precedenza.
Si verificarono vari presagi ed anche la morte di Perperna, quasi centenario, fu interpretata come un segno di imminente cambiamento.
Cesare, che non disponeva di navi e inoltre intendeva mantenere l'Italia sotto il suo controllo, non tentò di seguire Pompeo in Macedonia ma tornò a Roma dove parlò al Senato in tono rassicurante ed inviò messaggeri ai consoli e a PompeoPompeo per trattare la pace. Tuttavia i Romani, memori di Mario e Silla, non si fidavano e infatti Cesare non esitò ad impadronirsi del tesoro pubblico per pagare i suoi soldati.
Mentre molti senatori, compreso Cicerone, sposavano la causa di Pompeo, Cesare regolava vari affari e, affidata l'Italia a Antonio, partiva per la Spagna. In Gallia tutte le popolazioni si unirono a Cesare ad eccezione dei Marsigliesi che si dichiararono neutrali. Cesare attaccò Marsiglia e fu respinto, quindi Trebonio e Decimo Bruto assediarono la città mentre Cesare proseguiva per la Spagna.
I pompeiani Afranio e Petreio avevano occupato la regione del fiume Ebro lasciando un presidio sui Pirenei. Gaio Fabio, legato di Cesare che lo aveva preceduto in Spagna, sbaragliò il presidio ma fu ostacolato dal crollo di un ponte sull'Ebro e perse molti uomini.
Al suo arrivo Cesare tentò di occupare una posizione favorevole ma fu preceduto dagli avversari e a sua volta sconfitto. Isolato dagli alleati e a corto di rifornimenti, Cesare era in grande difficoltà e queste notizie giungendo a Roma demoralizzavano i suoi sostenitori spingendone molti a cambiare partito.
A salvare la situazione fu una vittoria di Decimo Bruto sui Marsigliesi e sul pompeiano Domizio che, opportunamente riferita agli Spagnoli, risollevò il prestigio di Cesare.
Alcuni Spagnoli si unirono ai cesariani portando loro vettovaglie e aiutandoli a riparare i ponti. Cesare ne approfittò per portare a segno qualche colpo contro Afranio luogotenente di Pompeo il quale decise di lasciare la città di Ilerda per trovare un luogo più sicuro. Cesare raggiunse i nemici mentre si spostavano e li accerchiò rapidamente; vedendosi isolato Afranio si arrese e Cesare trattò i vinti con lealtà e clemenza.
Il generale avanzò quindi fino a Cadice, città alla quale concesse la cittadinanza romana, vi lasciò Cassio Longino e proseguì per Tarracona, quindi superò di nuovo i Pirenei. Giunto a Marsiglia ricevette la resa della città che aveva fino ad allora resistito e si fece consegnare le armi e molto denaro.
A Piacenza dovette affrontare la ribellione di una parte dei soldati che si opponeva al combattere in Italia e si dichiarava esausta per le lunghe campagne in Gallia e in Britannia.
Dione Cassio in questa occasione fa pronunciare a Cesare un lungo discorso volto a legittimare la sua posizione nella guerra civile come azione di difesa della patria. Il comandante fece quindi giustiziare i più facinorosi e tanto bastò perché gli altri ribelli rientrassero nei ranghi.
Marco Emilio Lepido, il futuro triumviro, in qualità di pretore proclamò la dittatura di Cesare e questi assunse la carica appena entrato a Roma ma si guardò dall'emanare provvedimenti impopolari e dopo aver richiamato gli esuli ed eletto i nuovi magistrati rinunciò al titolo di dittatore.
Varò quindi una riforma delle norme riguardanti il credito per facilitare la circolazione del denaro e combattere l'usura. Incoraggiato da alcuni presagi favorevoli ripartì quindi per Brindisi.
Intanto Marco Ottavio e Lucio Scribonio Curione cacciavano dalla Dalmazia il cesariano Publio Cornelio Dolabella e catturavano Gaio Antonio con i suoi soldati.
Curione conquistò la Sicilia senza combattere perché Catone, consapevole di non poter difendere l'isola, era partito. Passato in Africa, Curione si lasciò ingannare da Giuba che gli fecec credere di disporre di forze modeste ma quando prese coraggio e si spinse più avanti fu sopraffatto ed ucciso con tutti i suoi uomini.
L'anno seguente a Roma furono eletti consoli Cesare e Publio Servilio ma i senatori che si trovavano a Tessalonica con Pompeo continuarono a considerare in carica i magistrati dell'anno precedente in qualità di proconsoli e propretori creando così una situazione del tutto irregolare.
Pompeo svernava a Tessalonica sicuro di non correre pericoli fino alla buona stagione ma Cesare salpò da Brindisi in pieno inverno e sbarcò in Epiro sulla punta Acroceraunia. Aveva trasportato solo parte dell'esercito per carenza di mezzi e durante il secondo viaggio alcune navi, attaccate da Bibulo, andarono perdute.
Cesare conquistò Orico, Apollonia ed altre località, quindi si trovò a fronteggiare l'esercito di Pompeo presso il fiume Apso. I soldati di Pompeo erano molto più numerosi di quelli di Cesare anche perché questi era ancora in attesa dei rinforzi comandati da Antonio, comunque i due comandanti temporeggiarono a lungo senza scontri significativi.
Antonio era stato bloccato a Brindisi dalle navi nemiche al comando di Bibulo ma quando questi era morto Antonio aveva respinto il successore Libone ed era riuscito a riprendere il mare.
Ricevuti i rinforzi Cesare era ora in superiorità numerica e quando Pompeo si mosse lo inseguì. Assediò il campo nemico presso Durazzo e lo cinse con una fortificazione, ma Pompeo con un'improvvisa azione notturna sconfisse l'esercito cesariano.
Consapevole di dover cambiare tattica, Cesare tolse l'assedio e si portò in Tessaglia dove conquistò la città di Gonfi e ricevette senza combattere la resa di Metropoli.
Pompeo, ormai convinto di essere in forte vantaggio, seguì senza fretta Cesare in Tessaglia ma non tentò di riaffermare il suo nome in Italia per non far credere di aver combattuto per prendere il potere.
Quando infine si giunse allo scontro fu un evento memorabile a causa della forza dei due eserciti e dell'esperienza dei comandanti. La battaglia fu molto lunga e alla fine Pompeo fu sconfitto.
Cesare aggregò i soldati nemici sopravvissuti al proprio esercito mentre mandò a morte senatori e cavalieri che avevano combattuto per Pompeo ad eccezione di quelli che godettero dell'intercessione dei suoi amici e di quelli non recidivi.
Non arrecò alcuna offesa ai popoli stranieri che si erano alleati con Pompeo riconoscendo che avevano agito correttamente per gratitudine.




LIBRO XLII

Essere sconfitto quando era certo di vincere gettò Pompeo nella disperazione e lo rese incapace di ragionare lucidamente. Nonostante avesse ancora molti soldati e molte risorse, fu preso dalla paura e fuggì con pochi uomini a Larissa.
Di qui partì subito dopo essersi rifornito di vettovaglie e passò dall'isola di Lesbo dove aveva lasciato la moglie Cornelia e il figlio Sesto, li prese con se e puntò sull'Egitto.
Giunto a Pelusio, sul delta del Nilo, vi trovò il re Tolomeo che era in guerra contro la sorella Cleopatra. Pompeo sperava di essere aiutato da Tolomeo il cui padre era stato ricollocato sul trono dallo stesso Pompeo tramite l'intervento di Gabinio, mandò quindi messaggeri a chiedere udienza al sovrano. Questi inviò il suo funzionario Achilla a prendere Pompeo insiema a Lucio Settimio, un romano rimasto in precedenza in Egitto. Pompeo li seguì fiduciosamente ma mentre attraversavano il fiume su una piccola imbarcazione fu ucciso a tradimento dai suoi accompagnatori.
Così Pompeo, che era stato l'uomo più potente di Roma, morì miseramente all'età di cinquantotto anni. La moglie e il figlio che erano con lui riuscirono a fuggire: Cornelia tornò a Roma dove ottenne l'impunità, Sesto raggiunse in Africa il fratello Gneo.
Cesare inseguì Pompeo in Egitto e quando Tolomeo mandò ad accoglierlo suoi incaricati con la testa e l'anello del rivale mostrò di esserne dispiaciuto e deprecò gli assassini ma secondo Dione si trattò soltanto di un atto di grande ipocrisia.
Dopo Farsalo Catone aveva raccolto a Corcira i pompeiani superstiti fra i quali Labieno e Afranio. In seguito si era unito a loro anche Ottavio, reduce dell'assedio di Salona i cui abitanti si erano difesi eroicamente.
Gneo Pompeo combattè presso Orico contro Marco Acilio, riuscì a distruggere molte navi nemiche ma fu ferito e rinunciò a conquistare la città; tentò quindi senza successo di prendere Brindisi ed infine si unì a Catone.
Il gruppo di Catone continuò a crescere, passò a Cirene in seguito ad uno scontro con Fufio Caleno ma quando giunse la notizia della morte di Pompeo si disperse. Molti passarono a Cesare ottenendo il perdono, altri si allontanarono facendo perdere le proprie tracce; Catone, con quanti non potevano sperare nel perdono di Cesare, si portò in Africa dove prese ad organizzare la resistenza.
Prima di Farsalo il cesariano Fufio Caleno aveva conquistato varie località della Grecia ma non era riuscito a prendere Atene. Solo dopo la sconfitta di Pompeo gli Ateniesi si arresero e furono perdonati da Cesare.
Non si arrese Megara che fu espugnata dopo molto tempo e molti cittadini persero la vita. I superstiti furono venduti ai parenti come schiavi da Caleno.
In Spagna i cittadini di Cordova si erano ribellati ai soprusi del governatore Quinto Longino e molti soldati romani aderirono alla rivolta eleggendo loro capo Marco Marcello Asernino il quale mantenne un atteggiamento di ambigua neutralità sperando di trarre vantaggio dagli eventi sia che vincesse Cesare, sia che vincesse Pompeo.
Dopo la vittoria di Cesare, Asernino cadde momentaneamente in disgrazia ma in seguito fu riabilitatoi mentre Longino fu destituito e perì mentre lasciava la Spagna.
A Roma la notizia di Farsalo e successivamente quella della morte di Pompeo furono accolte con sospetto ma quando vennero confermate scatenarono una gara di adulazione nei confronti di Cesare al quale vennero conferiti onori di ogni genere e cariche tali da porre nelle sue mani il potere supremo sullo stato.
Cesare assunse la dittatura e scelse Antonio come capo della cavalleria.
Il pretore Marco Celio Rufo in contrasto con il collega Trebonio lo ostacolava in ogni modo nelle iniziative politiche quindi passò alle vie di fatto con un'aggressione alla quale Trebonio sfuggì a stento.
Celio Rufo, che era stato sostenitore di Cesare, aveva assunto questo atteggiamento perr rgelosia nei confronti del collega che era stato più favorito di lui dal dittatore. La situaziione degenerò provocando tumulti e il console Servilio, su incarico del senato, sollevò Celio Rufo dalla carica. Rufo si ritirò in Campania presso Milone il quale, unico esule non richiamato da Cesare, aveva raccolto una banda e stava saccheggiando Capua.
Rufo arrivò quando Milone era già stato sconfitto e un tribuno che lo aveva accompagnato per ordine di Servilio lo ricondusse a Roma. Rufo fuggì per tornare da Milone ma nel frattempo questi era morto, si recò quindi in Calabria dove fu ucciso dai partigiani di Cesare.
Cesare non si trovava a Roma ma i comportamenti di Antonio destavano molte preoccupazioni e non pochi Romani ritenevano di vivere gli inizi di una nuova monarchia.
Il tribuno Publio Cornelio Dolabella, oberato dai debiti, era passato dalla condizione di patrizio a quella di plebeo per poter ottenere il tribunato ed operare a favore dei debitori, i suoi contrasti con il tribuno Trebellio provocavano spesso disordini e scontri armati.
Ne approfittò Antonio per farsi autorizzare a tenere soldati entro le mura con il pretesto di mantenere l'ordine, quindi affidò la città a Lucio Cesare e partì per incontrare i soldati di Cesare che tornavano da Farsalo.
I due tribuni sospesero le ostilità soltanto per un breve periodo quando credettero che Cesare stesse rientrando a Roma. Tornato in città, Antonio cercò di risolvere la situazione prima schierandosi con Dolabella (che godeva del favore popolare) poi assumendo un comportamento neutrale ma favorendo segretamente Trebellio.
Gli scontri si fecero più duri e i sostenitori di Dolabella arrivarono ad erigere barricate contro Antonio ed i suoi soldati, ma tutti si placarono quando Cesare rientrò inaspettatamente a Roma.
Cesare non castigò i facinorosi, anzi perdonò Dolabella verso il quale si considerava debitore per favori ricevuti. Cesare si trattenne in Egitto per un certo periodo dopo la morte di Pompeo a causa dei disordini provocati dal giovane Tolomeo. Il dittatore, infatti, affascinato dall'avvenenza di Cleopatra, ne aveva preso le difese nella contesa familiare provocando l'ira del fratello di lei Tolomeo che aveva a sua volta suscitato una ribellione.
Per placare gli animi, Cesare fece valere il testamento del defunto monarca che stabiliva che Tolomeo e Cleopatra regnassero insieme , inoltre donò l'isola di Cipro a Arsinoe e Tolomeo Minore, fratelli dei primi due.
La pace durò poco perché l'eunuco Potino, amministratore dei beni reali, per muovere guerra a Cesare e Cleopatra si accordò con Achilla il quale si trovava a Pelusio e raccolse forze militari maggiori di quelle dei Romani. Quando marciò verso Alessandria Cesare chiamò truppe dalla sira e fortificò la reggia.
Achilla lo assediò provocando gravi danni in Alessandria fra cui l'incendio della biblioteca. Cesare fece uccidere Potino, intanto l'eunuco Ganimede riportava in Egitto Arsinoe e la proclamava regina convincendola a far sopprimere Achilla.
Assunto il comando Ganimede si scontrò con i Romani nel porto di Alessandria e stava per avere il sopravvento ma con un'azione improvvisa Cesare riprese il controllo della situazione.
Gli Egiziani inviarono a Cesare proposte di pace non sincere e quando ottennero la consegna del giovane Tolomeo attaccarono improvvisamente i Romani e il loro alleato Mitridate Pergameno, ma intanto erano giunti i rinforzi dalla Siria e Cesare combattè vittoriosamente conquistando l'Egitto.
Il vincitore consegnò l'Egitto a Cleopatra ma per evitare nuove ribellioni da parte degli Egiziani e condanne del suo comportamento da parte del senato romano fece sposare la regina con il fratello Tolomeo Mionore fingendo che la coppia avrebbe governato il paese mentre in realtà era la sola Cleopatra a regnare con l'appoggio del suo amante.
Cesare rimase in Egitto finché non fu costretto ad intervenire contro Farnace re del Bosforo Cimmerio e figlio di Mitridate che approfittando della guerra civile romana aveva conquistato la Colchide, l'Armenia e alcune città della Bitinia.
La prima azione di Cesare consistette nel mandare contro Farnace il suo luogotenente Gneo Domizio Calvino, ma quesi fu sconfitto e costretto a ritirarsi in Asia. Farnace proseguì la sua avanzata in Bitinia finché non seppe che Asandro, che aveva lasciato a governare il Bosforo, si era ribellato. Tornò quindi indietro per affrontarlo ma durante il tragitto si scontrò con Cesare che aveva deciso di intervenire personalmente. Sconfitto, fuggì verso il Bosforo ma fu bloccato ed ucciso da Asandro.
Cesare fu molto orgoglioso per la velocità con cui aveva sconfitto Farnace nello stesso giorno in cui era venuto in contatto con lui. Pacificò la regione e restituì i territori occupati da Farnace ai rispettivi sovrani.
Durante il viaggio di ritorno in Italia ed una volta giunto a Roma, Cesare raccolse enormi somme di denaro grazie a doni spontanei ma anche tramite esazioni, confische e prestiti forzati.
Guadagnò il favore popolare con opportuni provvedimenti sui prestiti e sugli interessi, premiò i suoi amici ed alleati con cariche, sodalizi e ricompense.
I soldati di Cesare stanziati in Campania, insoddisfatti dei premi ricevuti, minacciarono una ribellione e marciarono verso Roma. Sperando di intimorire il generale i soldati chiesero di essere congedati, certi che Cesare avrebbe accettato le loro richieste pur di non perdere le sue legioni, ma Cesare ricambiò astutamente dichiarando di concedere loro il congedo e promettendo di versare i compensi ancora dovuti.
Di fronte alla decisione di Cesare i soldati cambiarono atteggiamento e si dichiararono pronti a continuare a servire ai suoi ordini. Cesare allontanò i più facinorosi mandandoli in Africa, ad altri assegnò lotti di terreno ma tenne insieme il grosso delle sue truppe.
Sotto il consolato di Caleno e Vatinio (47 a.C.) Cesare passò in Africa sfruttando l'inverno per cogliere i nemici di sorpresa. In Africa Catone e Scipione guidavano i preparativi dei pompeiani. Con incursioni in Sicilia e Sardegna si procuravano rifornimenti di ogni genere.
Scipione ebbe il supremo comando militare con l'appoggio di Catone.
Catone garantì per la città di Utica, sospettata di simpatizzare per Cesare, salvanddola dall'ostilità degli altri comandanti e mantenne il controllo della città e del mare antistante.
Cesare sbarcò nei pressi di Adrumeto e marciò sulla città ma fu respinto, mise quindi il campo presso un'altra località non distante di nome Ruspina.



LIBRO XLIII

L'anno seguente (46 a.C.) Cesare fu contemporaneamente dittatore e console mentre Emilio Lepido fu suo collega nel consolato e capo della cavalleria.
In Africa Petreio e Labieno, pompeiani, attaccarono di sorpresa la cavalleria di Cesare riportando una vittoria. La situazione dei cesariani era difficile e probabilmente sarebbero stati sconfitti da Scipione se questi avesse ricevuto rinforzi da Giuba. Un evento inaspettato, tuttavia, giocò a favore di Cesare: un certo Publio Sizio, esule dall'Itallia che era diventato un generale di Bocco di Mauritania, approfittò dell'assenza di Giuba per saccheggiare il suo regno.
Giuba fu così costretto a tornare indietro per difendere la Numidia mandando a Scipione solo modesti aiuti. Cesare comunque non attaccò subito Scipione ma prese tempo attendendo rinforzi dall'Italia mentre i Getuli ed altre popolazioni locali passavano dalla sua parte. Ricevuti i rinforzi attaccò infliggendo gravi perdite a Scipione.
I pompeiani si barricarono nella città di Uzzitta invocando il soccorso di Giuba al quale promisero tutti i possedimenti romani in Africa.
L'arrivo di Giuba capovolse la situazione e fu di nuovo Cesare a trincerarsi chiamando ulteriori rinforzi. Ricevutili marciò verso Tapso per conquistarla.
I nemici sostarono sull'istmo che collega la città di Tapso alla terraferma per scavare trincee mnma Cesare attaccò improvvisamente i soldati intenti al lavoro e rapidamente conquistò l'accampamento di Giuba. Il re numida fuggì ma quando seppe che le sue truppe erano state sconfitte anche da Sizio si fece uccidere insieme a Petreio.
Conquistata la Numidia, Cesare ne affidò il governo a Sallustio che commise saccheggi e rapine in modo vergognosamente contrario alle tesi affermate nei suoi trattati storici.
Anche Scipione fuggì e tentò di recarsi in Spagna, non riuscendovi si uccise.
Catone si rese conto che gli Uticensi non avrebbero combattuto contro Cesare, rifornì come poteva i suoi compagni che partivano ed esortò il figlio a consegnarsi a Cesare.
Cesare lo avrebbe certamente risparmiato ma Catone disprezzò il suo perdono e durante la notte si uccise pugnalandosi al ventre. Gli Uticensi gli tributarono pubbliche esequie e Cesare mandò liberi il figlio di Catone e quanti gli si consegnarono spontaneamente.
Fra i suoi nemici che si arresero era anche Lucio Cesare, su parente. Per evitare di condannarlo personalmente Cesare rinviò il processo, poi lo fece uccidere in segreto come spesso faceva in questi casi.
Inviate truppe in Spagna per combattere contro il figlio di Pompeo, Cesare tornò a Roma dove il senato gli aveva decretato il trionfo, la dittatura per dieci anni ed altri onori che egli accettò solo in parte.
Dione riporta, o immagina, un discorso pronunciato da Cesare in senato con cui il dittatore si sforzò di tranquillizzare tutti circa le sue intenzioni e dimostrò grande mitezza e tolleranza. Celebrò il trionfo per le sue vittorie ed offrì magnifici spettacoli, suscitando ammirazione per i suoi successi e timore per il potere raggiunto.
Cesare celebrò il trionfo, quindi elargì ricchi donativi ed inaugurò il suo Foro, un tempio di Venere (che voleva indicare come progenitrice della sua famiglia tramite Enea ed Ascanio detto Iulo) ed altri edifici pubblici, offrì quindi un lauto banchetto e molte giornate di giochi e spettacoli fra cui una battaglia navale che si svolse in un'area del Circo Massimo appositamente allagata. Tuttavia tanta magnificenza suscitò malcontento fra la popolazione e fra i soldati che disapprovavano lo sperpero di tanto denaro per futili motivi.
Emanò leggi in campo giudiziario, regolò le spese e limitò il potere dei governatori provinciali, ma la sua iniziativa legale più famosa fu la riforma del calendario con cui furono aggiunti 67 giorni intercalari per adeguare la durata dell'anno precedentemente basato sui cicli lunari.
In Spagna i figli e i seguaci di Pompeo facevano progressi mentre alcune città erano insore e i soldati romani agli ordini di Longino e Marcello si erano ribellati scegliendo come capi i cavalieri Tito Quinzio Scapula e Quinto Aperio.
Al suo arrivo in Spagna Gneo Pompeo fu accolto con entusiasmo in molte città, molti soldati cesariani passarono dalla sua parte e fu raggiunto dal fratello Sesto, da Varo e Labieno con la flotta.
Cesare inviò prima altri comandanti ma quando fu informato dei successi di Gneo Pompeo decise di intervenire personalmente. Gneo Pompeo non lo attese e fuggì verso la Betica mentre la sua flotta comandata da Varo veniva sconfitta dal cesariano Didio a Carteia presso lo stretto di Gibilterra. Cesare arrivò improvvisamente con pochi soldati ma Pompeo non abbandonò l'assedio della città di Ulia che aveva intrapreso.
Cesare puntò su Cordova per costringere Pompeo a lasciare Ulia, quindi assediò la città di Attegua dove si custodivano grandi riserve di grano e la espugnò rapidamente.
Questo successo di Cesare alienò a Pompeo molte alleanze e il giovane comandante, rendendosi conto che avrebbe dovuto affrontare il proprio destino, nonostante i presagi funesti marciò verso Munda per combattere in campo aperto.
Ricevette aiuti dal re di Mauretania Bocco ma il figlio di questi Bogua militava per Cesare.
La battagllia fu durissima e per molto tempo l'esito fu incerto; quando Bogua attaccò l'accampamento di Pompeo, Labieno corse contro di lui e la sua azione fu scambiata per una fuga, ciò scoraggiò i pompeioani che persero la concentrazione permettendo a Cesare di vincere la battaglia. Entrambi gli schieramenti subirono ingenti perdite.
Dopo la vittoria Cesare conquistò Cordova, Munda e altre città premiandole e punendole a seconda della posizione assunta durante la guerra. Gneo Pompeo tentò la fuga verso il mare ma fu ferito e si diresse verso l'interno ma imbattendosi in altri cesariani fu di nuovo sconfitto e finì di vivere mentre cercava rifugio in una foresta.
Finì così l'ultima guerra di Cesare e quella di Munda fu la sua ultima vittoria. Il dittatore celebrò di nuovo il trionfo e furono di nuovo indetti giochi, spettacoli e giorni di ringraziamento agli dei.
Per la prima volta il senato conferì il titolo di imperator non nell'antico significato di comandante supremo ma come titolo personale riconosciuto a vita e tramandabile agli eredi.
Da allora tutti i sovrani romani hanno avuto il titolo di imperator e quello di Cesare.
Ma se tutti questi onori furono soltanto atti di adulazione altri provvedimenti conferirono a Cesare la monarchia di fatto come il diritto di assegnare magistrature, l'amministrazione del denaro pubblico, il consolato per dieci anni.
Cesare accettò il consolato ma appena rientrato a Roma lo depose in favore di Quinto Fabio e Gaio Trebonio: era la prima volta che un console deponeva la carica di sua volontà. Rinunciò formalmente anche al diritto di nominare i magistrati ma in realtà fu lui a sceglierli e ad assegnare cariche e province.
Per mantenere le molte promesse fatte aumentò il numero dei pretori e dei questori e portò a novecento i membri del senato.
Ovviamente quanti furono beneficiati da Cesare ne furono soddisfatti ma la maggioranza provava indignazione e preoccupazione.
L'anno seguente Cesare fu dittatore per la quinta volta con Lepido come capo della cavalleria e console per la quinta volta con Antonio come collega. Fece ricollocare nel foro le statue di Silla e di Pompeo e iniziò la costruzione del teatro che in seguito fu completato da Augusto e dedicato a Marco Marcello.
Si mostrò molto generoso con i nemici vinti e con le loro famiglie mettendo in evidenza, per confronto, la crudeltà di Silla. Ricostruì Cartagine, Corinto e varie città italiane.
Si intrapresero grandi preparativi per una guerra contro i Parti e furono eletti magistrati per tre anni per evitare che in assenza di Cesare la città ne rimanesse prima.
Fra gli altri Cesare nominò pretore Publio Ventidio, già nemico di Roma, che era stato sconfitto da Pompeo Strabone ed aveva seguito il suo trionfo.



LIBRO XLIV

Nell'introdurre il libro in cui narrerà la morte di Cesare, Dione depreca l'azione di Bruto e Cassio e, da buon aristocratico, mostra posizioni fortemente antidemocratiche.
Cesare fu disprezzato da molti per gli eccessivi onori che accettò ma secondo l'autore la responsabilità fu anche dei senatori che glieli tributarono. Si trattava per lo più di onori formali come il diritto di vestire sempre l'abito trionfale e quello di presentare le spoglie opime al tempio di Giove Feretrio come se avesse ucciso un capo nemico con la sue mani.
Tutta l'adulazione tributatagli rese Cesare sempre più superbo e sempre più inviso a molti favorendo gli intenti dei congiurati.
Quando veniva chiamato "re" era costretto a respingere il titolo ma lo faceva con evidente rammarico. I tribuni della plebe Flavio Cesezio e Epidio Marullo provocarono la sua collera facendo togliere un diadema che qualcuno aveva posto sulla sua statua e, anche se in un primo momento dissimulò l'offesa, qualche tempo dopo privò i due della carica tribunizia e li fece espellere dal senato. Quando ad offrirgli la corona fu Antonio, Cesare la inviò al tempio di Giove, "unico re dei Romani", facendo verbalizzare il gesto e destando forti sospetti che la scena fosse stata preparata per dimostrare la sua modestia.
Gli avversari di Cesare presero a raccogliersi intorno a Marco Bruto e a spronarlo all'azione. Da parte sua Bruto, che pure aveva ricevuto benefici da Cesare, era nemico del dittatore ed era nipote e genero di Catone Uticense.
Sua moglie Porcia, si diceva, si era volontariamente ferita per dimostrare a Bruto la sua capacità di resistere alla tortura ed essere quindi ammessa fra i congiurati. A Bruto si unì Cassio e poi molti altri fra i quali Trebonio e Decimo Bruto.
Quando Cesare stava per partire verso la terra dei Parti si diffuse la voce che un oracolo ne suggeriva l'incoronazione e ciò spinse i congiurati a rompere ogni indugio.
Il giorno concordato Bruto e i suoi invitarono Cesare in senato ma il dittatore, preoccupato per alcuni presagi nefasti, esitava. Così Decimo Bruto che era in ottimi rapporti con Cesare, si recò da lui e lo convinse a seguirlo. Un indovino tentò di avvertire Cesare del pericolo ma non venne ascoltato.
Trebonio si occupò di tenere Antonio fuori dal senato mentre gli altri congiurati circondavano Cesare fingendo di voler conversare o presentare suppliche. A un segnale convenuto tutti piombarono su Cesare pugnalandolo da ogni lato. Il dittatore cadde coprendosi con il mantello, secondo alcuni disse a Bruto le parole "Anche tu, figlio mio?".
All'uccisione seguì immediatamente grande confusione e solo più tardi, vedendo che nessuno veniva ferito o arrestato, il popolo si calmò. In ogni caso i congiurati passarono la notte sul