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ERODOTO

STORIE

Libro primo
[CLIO]


Proemio

Il proemio è brevissimo e dichiara l'intento generale dell'opera: "perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari non rimangano senza gloria."
La frase conclusiva "per mostrare il motivo per cui vennero a guerra fra loro" serve invece ad introdurre l'argomento del primo libro, cioè gli antefatti dell'inimicizia fra i Greci ed i Persiani.

Secondo fonti persiane, la causa prima della discordia nacque dai Fenici che spingendo i loro commerci in terra ellenica commisero ad Argo un ratto di donne fra le quali la figlia del re, di nome Io. Si tratta di un primo esempio di razionalizzazione del mito in quanto Io, figlia di Inaco, è la stessa della leggenda, amata da Zeus e trasformata in giovenca da Era. Il racconto di Erodoto costituirebbe quindi un'alternativa possibile alla fuga in Asia di Io, perseguitata dai tafani mandati da Era.
Io fu deportata in Egitto, i Greci per rivalsa rapirono donne di Tiro, fra le quali Europa, e successivamente, con una missione in Colchide, sequestrarono la principessa Medea.
Incoraggiato dal fatto che i precedenti rapimenti erano rimasti senza soddisfazione, Alessandro figlio di Priamo (Paride) rapì la greca Elena.
Le ostilità più gravi furono provocate dai Greci che, per recuperare Elena, portarono in Asia una guerra così tremenda che da quel tempo gli Asiatici considerarono sempre "ciò che era greco come loro nemico"
Fin qui la versione persiana degli eventi. I Fenici negavano di aver rapito Io che si sarebbe imbarcata sulle loro navi volontariamente per nascondere al padre di essere incinta a causa di una relazione segreta. Qui Erodoto introduce il personaggio di Creso, re di Lidia, il primo asiatico ad attaccare la Grecia.
Creso, figlio di Aliatte, assoggettò gli Ioni, gli Eoli ed i Dori d'Asia, stringendo invece amicizia con i Lacedemoni. Questi eventi segnarono il primo caso di sudditanza da parte dei Greci ad uno stato straniero.
Erodoto risale alle origini del potere dei Mermnadi, la stirpe di Creso, potere che era appartenuto in precedenza agli Eraclidi: alla dinastia degli Eraclidi era appartenuto anche un Lido, eponimo della Lidia.
Ultimo regnante degli Eraclidi (dopo cinquecentocinque anni di potere) fu Candaule, figlio di Mirso.
Si raccontava che Candaule, estasiato dalla bellezza della moglie, volle mostrarla nuda ad un suo ufficiale di nome Gige al quale ordinò di nascondersi per spiare la donna che si spogliava. La regina si rese conto di essere osservata e decise di vendicarsi, fece credere a Candaule di non essersi accorta di nulla ma l'indomani convocò Gige e lo convinse ad attentare alla vita di Candaule, minacciandolo di morte.
Ucciso Candaule, Gige sposò la regina ed ottenne il regno, con l'espresso consenso dell'oracolo di Delfi. La Pizia, per altro, predisse che gli Eraclidi si sarebbero vendicati sul quarto discendente di Gige.
Gige offrì ricchissimi doni al santuario di Delfi, invase i territori di Mileto, Smirne e Colofone e regnò per trentotto anni.
A Gige successe il figlio Ardys, durante il cui regno i Cimmeri occuparono Sardi.
Ardys regnò quarantanove anni, gli successe il figlio Sadiatte (dodici anni) e a questi Aliatte. Aliatte scacciò i Cimmeri dall'Asia, conquistò Smirne ed invase il territorio di Clazomene, ove fu sconfitto.
Sadiatte, poi Aliatte, tentarono di conquistare Mileto per undici anni consecutivi. Nel dodicesimo anno di guerra bruciò incidentalmente il tempio milese di Atena ed Aliatte si ammalò.
L'oracolo di Delfi attribuì la malattia all'incendio sacrilego, cosa che indusse Aliatte a firmare un trattato di pace con Trasibulo, tiranno di Mileto. Nella trattativa intervenne Periandro, figlio di Cipselo, tiranno di Corinto e amico di Trasibulo.
Periandro, si narrava, era stato testimone nella sua vita di un grande prodigio: il salvataggio ad opera di un delfino di Arione di Metimna, famoso citareda. In viaggio da Taranto a Corinto, Arione era stato imprigionato dai marinai che volevano impadronirsi dei suoi averi. Prima di essere ucciso Arione aveva ottenuto di poter cantare per l'ultima volta ed il suo canto aveva richiamato un delfino. Gettatosi spontaneamente in mare, Arione era stato salvato dal delfino che lo aveva portato a Corinto illeso, arrivando prima dei marinai. Periandro, non credendo al prodigio, aveva trattenuto Arione, ma arrivati i marinai li aveva interrogati e smascherati.
Erodoto definisce Arione il creatore del ditirambo.
Morto Aliatte, ereditò il regno il figlio Creso, che aveva trentacinque anni. Creso assalì la città di Efeso cingendola d'assedio, quindi prese ad insidiare ad una ad una tutte le città degli Ioni e degli Eoli.
Grazie alla mediazione del filosofo Biante di Priene o a quella di Pittaco di Mitilene, Creso concluse un accordo con gli Ioni delle isole.
Col passare del tempo, Creso assoggettò molte popolazioni. La città di Sardi, sempre più fiorente, divenne sede di molti sapienti. Fra questi Solone di Atene che aveva lasciato la sua città dopo aver fatto giurare solennemente ai propri concittadini di non abrogare o cambiare per dieci anni le leggi da lui istituite.
L'occasione serve ad Erodoto per esprimere il contrasto fra il pensiero greco ed il modo di vivere degli orientali. Creso, avendo sentito parlare dei viaggi di Solone e della sua proverbiale saggezza, lo convoca per chiedergli quale sia il più felice degli uomini. Solone cita casi di Greci che dopo una vita serena e dignitosa sono morti gloriosamente. Creso è indignato di non essere considerato - nonostante le sue immense ricchezze - il più felice degli uomini, ma Solone gli risponde che solo quando una vita è finita si può valutare se quell'uomo sia stato veramente felice, quindi si limiti Creso, per il momento, a considerarsi fortunato.
Dopo la partenza di Solone, Creso, che aveva due figli, sognò la morte di uno dei due, Atys. Era Atys un giovane valoroso che soleva comandare l'esercito del padre, ma poiché nel sogno Creso lo aveva visto morire per un colpo di lancia, lo fece sposare e lo allontanò da ogni attività pericolosa. Poco dopo giunse a Sardi Adrasto, discendente dalla dinastia dei re frigi detronizzati dai Lidi, che per aver ucciso involontariamente un fratello era stato cacciato dalla sua famiglia. Adrasto chiese a Creso di sottoporlo ad un rito purificatorio.
Qualche tempo dopo gli abitanti della Misia, sudditi di Creso, chiesero al re di aiutarli a catturare un feroce cinghiale che devastava le loro campagne. All'impresa volle partecipare Atys nonostante i timori del padre. "Come può un cinghiale, chiese Atys, uccidermi con una punta di ferro?". Davanti a questa argomentazione Creso concesse ad Atys il permesso di andare ma chiese ad Adrasto di accompagnarlo e proteggerlo.
Durante la caccia al cinghiale, Adrasto sbagliò un colpo ed uccise Atys. Creso tuttavia lo perdonò riconoscendo negli eventi un intervento divino, ma Adrasto si uccise, sconvolto dal rimorso.
Il lutto di Creso durò due anni e terminò quando dovette preoccuparsi di fronteggiare la crescente potenza di Ciro re di Persia che aveva già abbattuto Astiage, re dei Medi e cognato di Creso.
Creso decise di mettere alla prova vari oracoli per stabilire a quale affidare le sorti del suo regno. Ordinò che cento giorni dopo aver lasciato Sardi i suoi ambasciatori chiedessero cosa stesse facendo il re dei Lidi in quel momento.
La risposta esatta venne da Delfi: egli stava cuocendo carni di tartaruga e di agnello in un lebete di bronzo. Creso decise di agire seguendo l'oracolo di Delfi, anche l'oracolo di Anfiarao aveva comunque dato una risposta attendibile.
Creso ordinò grandi sacrifici propiziatori e fece fondere in oro la statua di un leone, animale sacro a Cibele, con molti doni votivi che Erodoto dice di aver visto in vari musei dove furono trasportati dopo l'incendio del tempio di Delfi (548 a.C.).
Altri ricchi doni Creso inviò al santuario di Anfiarao. Entrambi gli oracoli decretarono che se Creso avesse marciato contro i Persiani ne avrebbe distrutto l'impero e consigliarono di cercare alleanze fra i Greci.
Felice del responso, Creso inviò doni in denaro a tutti i cittadini di Delfi, questi ricambiarono concedendo ai Lidi vari privilegi nell'accesso al santuario ed offrendo loro la cittadinanza onoraria.
Creso consultò di nuovo l'oracolo di Delfi sulla durata del proprio regno. Il responso fu che sarebbe dovuto fuggire "quando un mulo diventerà re dei Medi". Erroneamente Creso ritenne felice il responso ignorando che il termine "mulo" si riferiva alle origini oscure di Ciro. Quindi Creso cercò di stringere alleanza con i Lacedemoni e con gli Ateniesi. Erodoto considera gli Ateniesi discendenti dai Pelasgi (che per lui sono la stirpe autoctona della Grecia) e i Lacedemoni discendenti dei Dori che erano parte del flusso migratorio che costituì la popolazione ellenica. Elleni e Pelasgi si fusero e la lingua degli Elleni, prevalendo, divenne quella di tutti i Greci.
Governava Atene il tiranno Pisistrato. Si raccontava che un prodigio (un lebete che aveva preso a bollire senza fuoco) avesse preannunciato ad Ippocrate, padre di Pisistrato, la tirannia del figlio. Pisistrato aveva preso il potere mettendosi a capo dei "montanari", cioè dei pastori e contadini dell'Attica che abitavano la zona montuosa e costituivano la parte più povera della popolazione. Gli altri due partiti (mercanti e possidenti) ostacolarono Pisistrato che subì un primo esilio ma riuscì a tornare ad Atene accordandosi con il capo dei mercanti, Megacle, del quale sposò la figlia. Venuto in contrasto con Megacle, fu di nuovo costretto ad allontanarsi dalla città.
Pisistrato ed i suoi figli si organizzarono per riconquistare la tirannide, impiegarono dieci anni, al termine dei quali con le forze messe a loro disposizione da città amiche, prima tra tutte Tebe, marciarono su Atene e presero il potere, questa volta in modo definitivo.
Dal canto loro i Lacedemoni, o Spartani, erano appena usciti da una lunga guerra contro Tegea. Essi erano governati dalla famosa costituzione emanata da Licurgo, tutore del giovane re Leobote. Per un periodo avevano conosciuto pace e prosperità ma quando avevano tentato di riconquistare la città di Tegea erano stati sconfitti e sottomessi.
Fu ai tempi di Creso che gli Spartani si liberarono della schiavitù verso i Tegeati. Erodoto racconta che la Pizia di Delfi aveva predetto che Sparta avrebbe vinto Tegea solo quando gli Spartani avessero ritrovato la tomba di Oreste, figlio di Agamennone. La ritrovò un certo Lica in Arcadia grazie alle confidenze di un fabbro che gli aveva rivelato di aver scoperto la sepoltura di un guerriero di eccezionale statura.
Creso scelse dunque come alleati gli Spartani che accettarono di buon grado la proposta.
Un saggio consigliere tenta di dissuadere (senza successo) Creso dall'attaccare i Persiani sostenendo che la vittoria porterebbe benefici da poco mentre la sconfitta gravissimi danni.
Creso intendeva iniziare la sua campagna dalla Cappadocia, soggetta ai Persiani. Intendeva vendicare suo cognato Astiage, figlio di Ciassare, re dei Medi, rovesciato da Ciro. Astiage era divenuto cognato di Creso sposando la figlia di Aliatte, un matrimonio diplomatico nell'ambito delle trattative di pace dopo una guerra fra Lidi e Medi.
Creso penetrò nel regno dei Persiani superando il fiume Halys, si raccontava che Talete di Mileto avesse deviato il corso del fiume per renderlo guadabile, facendo scavare dei canali.
Creso occupò la Cappadocia conquistando la città di Pterii ma, scontrandosi con l'esercito di Ciro, si ritirò per raccogliere maggiori forze da parte degli alleati.
Ciro intervenne tempestivamente attaccando Sardi senza dare a Creso il tempo per riorganizzarsi. Strinse d'assedio Sardi dopo aver sconfitto la cavalleria dei Lidi. Creso mandò messaggeri a chiamare rinforzi alleati, tuttavia Sparta era in difficoltà per una guerra scoppiata nel frattempo contro Argo per il possesso della città di Tirea.
Gli Spartani organizzarono comunque dei soccorsi ma, prima di partire, ricevettero notizie della caduta di Sardi e della cattura di Creso.
Un persiano, non avendo riconosciuto Creso, stava per ucciderlo (Ciro aveva dato ordine di prenderlo vivo). Il figlio muto di Creso, in quell'occasione, aveva riconquistato l'uso della parola, come era stato predetto dall'oracolo di Delfi.
Ciro condanna Creso e i suoi familiari al rogo ma viene dissuaso dal racconto di Creso che ricorda il suo incontro con Solone e le parole del saggio. Ciro ordina di spegnere il rogo sul quale Creso sta già per morire ma le fiamme divampano ormai con eccessiva violenza. Le spegne un temporale inviato da Apollo per invocazione di Creso. Ciro chiede quindi a Creso le ragioni che lo hanno spinto all'aggressione ed il prigioniero accusa l'oracolo di Delfi di averlo tradito.
Liberato da Ciro, Creso gli consiglia di frenare la cupidigia dei Persiani che stanno saccheggiando Sardi: "Diventando ricchi - avverte - diventeranno superbi e si ribelleranno". Ciro apprezza il consiglio ed offre un premio a Creso, il quale chiede di poter consultare l'oracolo per chiedere ragione dell'inganno.
La Pizia spiega che Apollo non può cambiare quanto è già stato stabilito dal fato. Del resto è colpa di Creso aver male interpretato i responsi: il grande impero che sarebbe stato distrutto dalla guerra era il suo, non quello di Ciro. Il mulo della profezia era lo stesso Ciro, "figlio di popoli diversi". Udite queste spiegazioni, Creso ammette il proprio errore e riconosce di essere stato aiutato e non tradito dal dio.
Così finì il regno di Creso del quale, ai tempi di Erodoto, si trovavano ancora in Grecia molte offerte votive. Fra i principali monumenti della Lidia era la tomba di Aliatte, padre di Creso. Si diceva fosse stata costruita a spese delle cortigiane che avevano devoluto parte dei proventi della prostituzione da loro tradizionalmente praticata.
Per Erodoto, i Lidi furono i primi a coniare monete d'argento e ad esercitare il commercio al minuto. Furono anche inventori di molti giochi come i dadi e la palla. Ma l'evento più importante legato alla storia dei Lidi è la colonizzazione dell'Etruria. Sarebbe stato il principe lido Tirreno, secondo Erodoto, a raggiungere l'Etruria con una parte considerevole del suo popolo, spinti da una lunga carestia che faceva mancare in patria il sostentamento.
In effetti gli studiosi moderni concordano sul fatto che gli Etruschi siano venuti dall'Asia via mare.
Erodoto passa a parlare dei Medi. Dopo un lungo periodo di soggezione agli Assiri, i Medi si ribellarono e divennero indipendenti. Ben presto, con un'accorta politica, il nobile Deioce riuscì a farsi eleggere re. Stabilì la sua sede nella città di Ecbatana che ampliò e fortificò, quindi governò per ben cinquantatre anni amministrando la giustizia con rigore e proverbiale saggezza.
A Deioce successe il figlio Fraorte che sottomise i Persiani ed attaccò gli Assiri. Morì cercando di prendere Ninive, dopo aver regnato per ventidue anni.
A Fraorte successe il figlio Ciassare, che organizzò l'esercito e dette grande potenza al suo regno. Combattè con i Lidi. Attaccò gli Assiri ed assediò Ninive ma fu cacciato dall'Assiria dall'invasione degli Sciti. Questi occuparono una vasta zona dell'Asia occidentale e la tennero per ventotto anni, infine Ciassare riuscì a respingerli. Ciassare combattè ancora contro gli Assiri e conquistò Ninive (612 a.C.) con l'aiuto dei Babilonesi, morì dopo quaranta anni di regno.
A Ciassare successe il figlio Astiage. Astiage sognò che la figlia Mandane orinava fino a sommergere l'Asia. In base all'interpretazione che gli indovini fecero del sogno, Astiage fece sposare Mandane non ad un nobile medo ma ad un persiano di nome Cambise.
Mandane partorì Ciro. Astiage, in base ad un altro sogno premonitore, ordinò di uccidere il bambino ad un suo servitore di nome Arpago, questi a sua volta affidò l'infanticidio ad un pastore che, però, espose al posto di Ciro un bambino che sua moglie aveva appena partorito, nato morto. Ciro crebbe dunque allevato dal pastore e da sua moglie.
Dopo dieci anni Ciro era un ragazzo di grande carattere. Lo notavano i suoi compagni che gli attribuivano volentieri il ruolo di re nei giochi. Una volta il ragazzo punì duramente un compagno che aveva violato le regole del gioco. Il ragazzo punito era figlio di un nobile che si lamentò presso Astiage. Convocato il bovaro e suo figlio per interrogarli, Astiage finì per intuire la verità e ne estorse conferma al pastore minacciandolo di tortura.
Anche Arpago confessò di aver affidato, dodici anni prima, il neonato ad un pastore. Astiage finse di perdonarlo e lo invitò ad un banchetto ma, fatto sgozzare l'unico figlio di Arpago, ne imbandì le carni e gliele fece mangiare.
Con il parere favorevole dei suoi consiglieri, Astiage decise di risparmiare Ciro e lo rimandò in Persia dai suoi veri genitori, Cambise e Mandane.
Così la situazione fu capovolta ed i Medi da dominatori divennero sudditi dei Persiani. Si ribellarono, più tardi, sotto Dario, ma furono di nuovo sconfitti.
I costumi religiosi dei Persiani non consentivano di innalzare statue agli dei, che erano ritenuti non antropomorfi. Erodoto non parla del dualismo fondamentale della religiose persiana e confonde il dio persiano Ahura Mazda con Zeus. Confonde inoltre il dio solare Mitra con una divinità femminile affine ad Afrodite.
I sacrifici non erano offerti su altari ma all'aperto, in luoghi considerati puri e sempre alla presenza di un sacerdote detto Mago. Al persiano non era lecito chiedere benefici personali ma sacrificava sempre a nome di tutti i Persiani e del loro re.
I Persiani celebravano solamente il proprio compleanno con banchetti più o meno ricchi a seconda delle possibilità di ognuno. Erano raffinati a tavola e grandi bevitori, usavano prendere le decisioni importanti in stato di ebbrezza e ripensarle da sobri o viceversa.
Socialmente avevano classi rigide e la nobiltà aveva grande importanza. La loro civiltà risentiva influssi dei Medi, degli Egiziani e dei Greci. Poligami, praticavano spesso anche la pederastia.
I bambini venivano allevati dalle donne fino a cinque anni senza mai essere portati al cospetto paterno. Giuridicamente erano piuttosto tolleranti, raramente veniva applicata la pena capitale. Nel loro codice morale la più grave colpa era la menzogna. Anche i debiti erano considerati disonorevoli.
I Persiani praticavano l'inumazione dopo aver cosparso il cadavere di cera. In alcuni casi i morti venivano esposti ai cani ed agli avvoltoi con misteriosi rituali. Ai Magi era concesso uccidere qualsiasi animale ad eccezione dell'uomo e del cane, sacro ad Ahura Mazda.
Gli Ioni e gli Eoli, ex sudditi dei Lidi, inviarono ambasciatori a Ciro per sottomettersi pacificamente ma Ciro, che aveva in precedenza cercato la loro alleanza senza successo, rifiutò di trattare.
Contro la minaccia persiana, gli Ioni formarono una lega di dodici città (segue una breve descrizione del territorio e della popolazione della Ionia). Alla lega ionica si unirono alcune città doriche e tutte decisero di chiedere aiuto a Sparta.
I Lacedemoni rifiutarono di intervenire contro i Persiani e si limitarono ad inviare una delegazione a Ciro per intimargli di non molestare le città greche. Ciro non tenne conto della minaccia spartana e tornò a Ecbatana per occuparsi di questioni insorte con i Babilonesi.
Dopo la partenza di Ciro il lido Pactyes provocò una rivolta a Sardi. Ciro inviò a sedarla il suo luogotenente Mazare e Pactyes fuggì a Cuma.
Ricercato da Mazare, Pactyes si spostò a Mitilene poi a Chio dove venne catturato e consegnato ai Persiani. Mazare compì varie azioni punitive contro le città che avevano aiutato la rivolta, quindi morì di malattia.
Gli successe il medo Arpago, che aveva aiutato Ciro nella conquista del potere. Arpago assalì Focea, i cui abitanti fuggirono in massa via mare alla volta di Chio. Non trovando ospitalità a Chio ripartirono e raggiunsero la Corsica dove, vent'anni prima, avevano fondato una colonia di nome Alalia.
Alla fine della campagna condotta da Arpago tutte le città della Ionia erano sottomesse ai Persiani.
Biante di Priene e Talete di Mileto avevano consigliato agli Ioni di unirsi in un unico stato, Biante inoltre suggeriva di emigrare in Sardegna per eludere il dominio persiano. Entrambi i sapienti rimasero tuttavia inascoltati.
I Persiani passarono quindi a sottomettere altri popoli: I Cari, i Cauni ed i Lici. I Cari, secondo le fonti di Erodoto, erano arrivati sulla terraferma proveniendo dalle isole dominate dai Cretesi. I Cari stessi - tuttavia - si dichiaravano autoctoni del loro Paese.
Viceversa i Cauni dichiaravano di provenire da Creta, abitavano a sud est della Caria, alla frontiera con la Licia.
I Lici provenivano da Creta ed erano giunti sulla terraferma in epoca antichissima. Nel mito il loro antico signore Sarpedone (antenato dell'omonimo eroe dell'Iliade) era stato vinto e cacciato da Creta da Minosse. Eponimo dei Lici era però Lico, figlio di Pandione, mitico re di Atene. Egli, espulso dal fratello Egeo, riparò presso Sarpedone e rimase con il suo popolo.
Fra i popoli sottomessi da Arpago erano gli Cnidi che avevano tentato di difendersi scavando un canale per impedire l'accesso alla loro penisola. Glielo aveva proibito l'oracolo di Delfi, definendo l'opera contraria alla volontà di Zeus ed essi si erano arresi ai Persiani senza combattere.
I Pedasei avevano una sacerdotessa cui cresceva una gran barba nell'imminenza delle sciagure. Preavvertiti dal singolare prodigio si erano organizzati ed erano stati l'unica gente della Caria capace di resistere per qualche tempo ai Persiani.
Anche i Lici furono sottomessi e la loro capitale Xanto fu conquistata nonostante la strenua resistenza dei cittadini.
Mentre Arpago conquistava tutti i territori dell'Asia Meridionale, Ciro conduceva personalmente campagne per estendere i confini settentrionali.
Dopo aver assoggettato tutta l'Asia Minore, Ciro si volse agli Assiri. (Erodoto comprende, con il termine Assiria, anche la Babilonia). Sede del re degli Assiri era la città di Babilonia di cui Erodoto fornisce una descrizione che in molti punti è stata confermata dai ritrovamenti archeologici presso Hilla, in Iraq.
A pianta quadrangolare, la città era difesa da una doppia cinta di mura e da un ampio fossato. Le mura erano state costruite con mattoni realizzati con la terra dello scavo e legati insieme con asfalto caldo.
La città di Babilonia era divisa in due parti dal corso dell'Eufrate. Nella città si trovavano la reggia ed il tempio di Bel-Mardouk che Erodoto definisce "Zeus-Belo".
In mezzo al tempio di ergeva una torre composta da otto torri sovrapposte di larghezza decrescente. Si tratta di una Ziggurat, tipica dell'architettura assiro-babilonese: ne rimane memoria anche nella Bibbia con l'episodio della Torre di Babele.
Sulla sommità delle torri si trovava un tempio al quale potevano accedere solo i sacerdoti (che i Greci chiamavano Caldei), famosi come astronomi ed astrologi. I Babilonesi ritenevano che il dio visitasse realmente il tempio.
Un altro tempio di Babilonia, situato non sulla torre ma a livello del suolo, era accessibile ai fedeli e conteneva altari d'oro ed una colossale statua d'oro di cui si impadronì Serse.
Tra i sovrani di Babilonia si contarono due donne di cui la prima, Semiramide (Schammuramat, madre del re di Assiria Adad-Nirari III, 810-783) fece costruire gli argini del fiume.
La seconda regina fu Nitocris (non identificata, probabilmente un errore di Erodoto). Questa regina avrebbe compiuto opere di deviazione del corso del fiume per rendere la navigazione più difficile, ostacolando eventuali invasioni per quella via da parte dei confinanti Medi.
Nitocris fece inoltre costruire un ponte sull'Eufrate in città e dispose varie opere di pubblica utilità.
Un aneddoto narrava che la regina aveva fatto incidere sulla sua tomba un'iscrizione che concedeva ai suoi successori di aprire la tomba stessa e prelevare il denaro in essa custodito in caso di necessità. Ne approfittò Dario ma trovò solo una scritta che biasimava l'avidità del profanatore.
Ciro mosse contro il figlio di Nitocris, Labineto (identificato con Nabonido che regnò dal 556 al 538 a.C.) ma durante il viaggio si fermò a lungo presso il fiume Ginde. Il motivo della pausa nel racconto di Erodoto è singolare: nel tentativo di guadare il fiume Ciro aveva perduto uno splendido cavallo, per punire il fiume aveva quindi ordinato di dividerlo in trecentosessanta canali rendendone la corrente debolissima.
Erodoto parla qui di un lungo assedio di Babilonia ad opera di Ciro, ma documenti babilonesi parlano invece di resa spontanea della città. Comunque Ciro entrò in Babilonia prendendo il potere ed il re spodestato fu mandato in esilio.
La terra babilonese viene descritta ricchissima. La campagna, nonostante le scarse precipitazioni è fertilissima perché sapientemente irrigata con enormi opere di canalizzazione dei fiumi Tigri ed Eufrate, opere evidentemente simboleggiate negli aneddoti dei paragrafi precedenti.
Oltre al grano i Babilonesi coltivavano il sesamo per ricavarne olio e palme fruttifere.
Famose erano le imbarcazioni fluviali dei Babilonesi, fatte di pelli con un'intelaiatura di canne. Discendevano il fiume portando merci da commerciare ed un asino. Arrivati a valle smontavano la barca, ne caricavano i materiali sull'asino e risalivano il fiume a piedi perché la corrente era troppo forte per navigare in senso contrario.
I Babilonesi vestivano tuniche e mantelli di lana, usavano profumarsi il corpo ed i capelli.
Presso di loro si usava combinare i matrimoni con una singolare asta. Le ragazze più belle venivano vendute ai migliori compratori. Il denaro serviva a ricompensare coloro che invece prendevano in moglie le ragazze brutte o deformi.
Non avevano medici ma chi superava una malattia doveva divulgare i suoi rituali.
Cospargevano i morti di miele ed usavano essenze profumate nella camera nuziale.
Le donne praticavano almeno una volta nella vita un rito di prostituzione sacra, in amore della dea Belit che Erodoto chiama Militta ed identifica con Afrodite.
Fra gli usi alimentari dei Babilonesi, Erodoto ricorda quello di mangiare una farina di pesce essiccata.
Dopo i Babilonesi, Ciro attaccò i Massageti, popolo scitico che abitava ad est degli Urali. Digressione sul Mar Caspio che Erodoto intuisce essere chiuso.
Era regina dei Massageti la vedova Tomiri. Ciro le propose di sposarla ma, ottenuto un rifiuto, passò alle armi. Mentre i Persiani costruivano le opere per superare il fiume che delimitava il territorio dei Massageti, Tomiri inviò a Ciro ambasciatori proponendo uno scontro diretto e lasciando a lui la scelta del luogo. Ciro tendeva ad affrontare il nemico in territorio persiano ma Creso, nel frattempo divenuto suo consigliere, suggerì di fare altrimenti per esporre il paese a minori pericoli.
Un sogno avvertì Ciro che il giovane Dario, figlio di Istaspe, costituiva una minaccia per il suo regno.
Ciro penetrò nel territorio dei Massageti e lo invase. Venne fatto prigioniero fra gli altri il figlio di Tomiri, che si suicidò.
La reazione dei Massageti fu molto violenta e Ciro morì in battaglia, dopo ventinove anni di regno (529 a.C.).
I Massageti non usavano il ferro e l'argento, ma armi di bronzo ed ornamenti d'oro.
Cenni sui costumi dei Massageti: popolo nomade, praticavano la poligamia ed i sacrifici umani.

Libro secondo
[EUTERPE]


A Ciro succede Cambise, figlio suo e di Cassandane, figlia di Farnaspe (della stessa famiglia di Ciro). Cambise si dedicò alla conquista dell'Egitto.
Gli Egiziani erano ritenuti il popolo più antico della terra fin quando il faraone Psammetico I (664-610 a.C.) non appurò che il primato spettava ai Frigi. C'era riuscito identificando la prima parola pronunciata da due bambini appositamente allevati in completo isolamento. La parola era stata Bekos, che in frigio significava pane. (La parola è effettivamente frigia, ma i Frigi sono oggi ritenuti popolo più recente degli Egiziani).
Dichiarando di aver personalmente visitato l'Egitto, Erodoto inizia la descrizione del Paese e dei suoi costumi.
Fra le più antiche invenzioni egiziane fu un calendario più preciso di quello greco, che divideva l'anno in dodici mesi con soli cinque giorni intercalari.
Primo re egiziano fu Min (Menes, vissuto all'inizio del III millennio, unificò l'Alto e il Basso Egitto, forse corrispondente al faraone Aha la cui tomba è stata rinvenuta ad Abido).
Ai tempi di Min una vasta regione dell'Egitto era occupata dalle paludi, trasformate successivamente dai depositi alluvionali del Nilo.
Erodoto fornisce alcuni dati geografici sulle dimensioni del Paese, la lunghezza delle principali strade, ecc.
Descrizione del Mar Rosso. Erodoto suppone che tutto l'Egitto sia stato un golfo prima che i depositi del Nilo costituissero il territorio.
Annualmente, il Nilo straripa ed inonda il territorio circostante lasciandolo così fertile che gli Egiziani si limitavano a seminare e a far calpestare il seme dai maiali, senza bisogno di arare e di compiere altri lavori faticosi.
Ancora sulla geografia dell'Egitto: Erodoto divide il Paese in due parti, a Sud e al Nord del punto in cui il Nilo si divide in tre braccia ed inizia le diramazioni del suo delta.
Erodoto indaga sulle cause delle piene periodiche del Nilo, dopo avere elencato e rifiutato le teorie correnti ai suoi tempi propone una sua opinione in merito basata sull'attrazione esercitarta dal sole quando in inverno "si allontana dal suo antico corso". Fra le tesi respinte la più vicina alla realtà era quella sostenuta da Anassagora che attribuiva la piena al disgelo primaverile.
Misteriosissime le sorgenti del Nilo delle quali Erodoto dice di aver trovato confusa traccia solo in antiche fonti egiziani. Si diceva fossero di insondabile profondità. Erodoto quindi affrontò personalmente l'impresa lunga ed avventurosa di risalire il fiume alla ricerca delle sorgenti. Entrò in territorio etiope, vide Meroe (oggi Merawi), capitale degli Etiopi stanziali.
Attraversò quindi il paese degli Automoli (disertori) discendenti da una colonia di dissidenti che ai tempi del faraone Psammetico aveva abbandonato l'Egitto per rifugiarsi in Etiopia.
Non raggiunse comunque le fonti perché dopo quaranta giorni di navigazione il corso del fiume si inoltrava in una regione desertica "dal calore bruciante". Durante il viaggio, tuttavia, Erodoto venne a sapere di un'antica spedizione di esploratori Nasamoni (una popolazione libica) che dopo aver attraversato il deserto del Sahara erano stati catturati dai pigmei e trattenuti per qualche tempo in luoghi situati presso la primissima parte del corso del Nilo.
Passando a descrivere più ampiamente i costumi degli Egiziani, Erodoto ricorre ad un famoso paradosso che li vuole contrari a quelli di tutti gli altri popoli.
Le donne egiziane mercanteggiavano mentre la tessitura toccava agli uomini, le figlie avevano l'obbligo di mantenere i genitori ma i figli maschi ne erano esentati e così via.
I sacerdoti si radevano i capelli mentre lasciarsi crescere le chiome e la barba era segno di lutto.
Praticavano la circoncisione, si nutrivano di cereali tipici delle loro campagne, disponevano di due lingue: la sacra e la demotica.
Avevano abitudini igieniche molto evolute, in particolare i sacerdoti erano tenuti ad avere la massima cura degli indumenti (sempre di lino bianco) e della persona.
La loro religione comprendeva il culto del bue Api.
Un sacerdote esaminava minuziosamente i tori da sacrificare, il cui manto doveva essere immacolato, e contrassegnava quelli privi di difetti.
I tori sacrificali venivano sgozzati e decapitati. La testa costituiva un feticcio sul quale gli scongiuri dei sacerdoti intendevano deviare ogni maledizione. Il corpo, farcito di pane, miele ed uva passita, veniva arrostito per il banchetto sacrificale. Le vacche, sacre ad Iside, non potevano essere sacrificate. Nel nomo di Tebe si sacrificavano capre, in quello di Mendes, pecore.
Gli Egiziani adoravano un dio che Erodoto identifica con Eracle, anzi ritiene che il culto di Eracle sia giunto in Grecia dall'Egitto in tempi antichissimi.
Il maiale era considerato impuro e così quanti si occupavano di allevarlo. Non era lecito offrire maiali in sacrificio se non a Selene (Iside) e a Dioniso (Osiride). Erodoto non chiarisce le ragioni di questa eccezione.
Nelle feste di Dioniso si svolgeva una processione nella quale le donne recavano statuette falliche. Questo rito, come altri, era condiviso dai Greci che lo appresero, in età arcaica, dai Pelasgi. Molto, secondo Erodoto, avrebbero preso i Pelasgi dagli Egiziani in materia religiosa, fra l'altro i nomi di numerose divinità.
Erodoto ritiene che la religione greca sia stata "ordinata" da Omero ed Esiodo, che considera contemporanei, e che siano stati loro ad indicare definitivamente nomi, aspetto e prerogative delle singole divinità. In effetti esagera la funzione delle opere omeriche ed esiodee in questo senso in quanto quei poeti produssero una sorta di canone letterario di un patrimonio mitologico già presente nella tradizione.
Una leggenda che Erodoto dice di aver appreso dai sacerdoti del tempio tebano di Amon Ra narrava che un tempo i Fenici avevano rapito due sacerdotesse e le avevano vendute l'una in Grecia e l'altra in Libia ove le due donne avevano istituito rispettivamente l'oracolo di Zeus a Dodona (Epiro) e quello di Zeus Libico. Nel tempio di Dodona lo storico aveva invece appreso un altro mito che parlava di miracolose colombe nere dotate della parola, anch'esse provenienti dall'Egitto.
Erodoto tenta di razionalizzare la seconda versione e collegarla alla prima, conferma comunque l'affinità fra le pratiche oracolari dei templi di Dodona e della Libia con quella in uso in Egitto.
Gli Egiziani celebravano grandi feste religiose a carattere nazionale come quelle in onore della dea Bastit (corrispondente ad Artemide) che si teneva nella città di Bubasti (Basso Egitto, odierna Tell Bast) e quella a Busiride (oggi Baudir) dedicata ad Iside che i Greci identificavano con Demetra.
A Sais (oggi Saelhagar) si festeggiava la dea Neith, corrispondente ad Atena, ad Eliopoli si adorava Helios (il Sole = Ra), a Buto, oggi Ebtou, la dea-cobra Outo (Uadjet), corrispondente a Latona, a Paprenis (forse Pelusio) un dio corrispondente ad Ares (forse Seth).
La festa di Bubasti consisteva in una grande processione fluviale a cui partecipavano, si diceva, oltre settecentomila persone che navigavano su grandi barche cantando e suonando.
A Busiris i fedeli piangevano per la morte di Osiride ucciso dal fratello Seth e risuscitato da Iside.
Nella festa di Sais si ricordava Iside in cerca delle membra di Osiride accendendo lucerne per tutta le notte.
Nella festa di Papernis i fedeli portavano in processione una statua e all'entrata del tempio venivano ostacolati da altri fedeli, ne nasceva una rissa rituale i cui partecipanti si ferivano gravemente. Questa cerimonia rappresentava una leggenda in cui il dio corrispondente ad Ares si recava in visita alla madre ed i servi di lei, che non lo conoscevano, tentavano di ucciderlo.
La religione egiziana considerava sacri numerosi animali e si svolgevano offerte rituali di cibo alle bestie considerate alla stregua di sacrifici per il dio corrispondente.
L'ibis e lo sparviero erano particolarmente venerati e chi li uccideva veniva condannato a morte. Anche cani e gatti erano sacri e la loro morte era presagio di disgrazia. Gli animali morti venivano sepolti, spesso imbalsamati.
I coccodrilli, molto numerosi nel Nilo, erano sacri in alcune regioni mentre in altre venivano trattati da nemici. Erodoto descrive rapidamente il coccodrillo ed il modo egiziano di dargli la caccia usando esche vive.
Anche l'ippopotamo era venerato solo in alcune regioni, Erodoto ne fornisce una descrizione del tutto fantastica.
Un animale leggendario era la Fenice, uccello grande quanto un'aquila, dal piumaggio dorato. Si diceva vivesse in Arabia e che venisse in Egitto solo ogni cinquecento anni per seppellirvi il corpo del padre che trasportava in un grande uovo di mirra.
Una leggenda egiziana parlava di serpenti alati che ogni anno dall'Arabia tentavano di migrare in Egitto ma giunti al confine venivano affrontati ed uccisi dagli ibis. Con una breve descrizione degli ibis si chiude l'argomento degli animali sacri.
Gli Egiziani avevano precise abitudini igieniche e godevano, in generale, di ottima salute. Mangiavano pane di spolta, pesce, cacciagione, carne bollita ed arrostita. Non avendo viti bevevano "vino d'orzo".
Gli Egiziani avevano tradizioni antichissime, fra queste un inno religioso dedicato a Lino, un giovane innamorato di una dea, morto prematuramente che come Persefone aveva ottenuto di trascorrere parte dell'anno sulla terra. Questo canto era in usa anche in Grecia ed in Fenicia.
Come in Grecia, tributavano grande rispetto agli anziani. Vestivano tuniche di lino e mantelli di lana. Praticavano la divinazione e l'atrologia, ed avevano nel loro Paese famosi oracoli.
A questo punto vengono descritte le famose pratiche di imbalsamazione dei defunti. Erano di tre tipi a seconda della cifra che i parenti erano disposti a pagare. La prima, la più cara, prevedeva l'asportazione chirurgica delle viscere, un processo di imbalsamazione che durava settanta giorni, quindi la mummificazione con bende di lino imbevute di gomma. La seconda prevedeva la macerazione del cadavere con nitro e olio di cedro, la terza "che toccava ai poveri" prevedeva che il cadavere fosse tenuto sotto sale per settanta giorni dopo un lavacro dell'intestino.
Il racconto continua con diversi particolari sulle abitudini degli Egiziani e sulla loro vita, tutta basata sul fiume che ogni anno inonda la pianura e solo le città ne emergono, come isole nel mare.
In generale gli Egiziani rifugivano dall'adottare usi e culti stranieri, tuttavia esisteva un tempio dedicato a Perseo che si sarebbe recato in Egitto dopo aver ucciso la Gorgone in Libia. Il primo re egiziano fu Min (Narmer-Menes, vissuto nel III millennio, fondatore di Menfi ed iniziatore della prima dinastia) che costruì grandi argini e deviò il corso del Nilo per proteggere la sua città dalle inondazioni.
Dopo Min i sacerdoti egizi enumeravano trecentotrenta re, fra i quali una sola donna, la regina Nitocris (forse Net-Aker-ti o Nitokerty, della VI dinastia, intorno al 2200 a.C.). Fra questi re nessuno fu storicamente rilevante fino a Sesostri (Senosret III, della XII dinastia - 1878-1841 a.C.) che sottomise i popoli che abitavano lungo il Mare Eritreo. Secondo Erodoto, i Colchi sarebbero discesi da una parte dell'esercito che Sesostri distaccò per presidiare le terre conquistate, l'idea si basa su alcune abitudini dei Colchi affini a quello degli Egiziani, come la circoncisione e la coltivazione del lino. Oltre che per le sue imprese belliche, Sesostri era ricordato per grandi opere di canalizzazione e per aver riformato il sistema tributario.
A Sesostri seguì il figlio Ferone (non identificabile, probabilmente il nome deriva da "Pharaon") sul quale si raccontava un aneddoto satirico: divenuto cieco per un incidente seppe da un oracolo che avrebbe riacquistato la vista solo lavandosi gli occhi con l'orina di una moglie fedele. Né con sua moglie, né con altre donne riuscì nell'intento e quando finalmente riuscì fece giustiziare tutte le fedigrafe.
A Ferone seguì un re di nome Proteo (non identificabile) al quale Erodoto associa un'antica leggenda del ciclo troiano: dopo aver rapito Elena, Paride fu spinto dai venti sulla costa egiziana e qui alcuni suoi servi denunciarono al faraone il rapimento. Proteo, indignato per l'empietà di Paride, gli avrebbe sequestrato Elena e le ricchezze rubate per restituirle a Menelao. Erodoto sostiene che Omero, pur conoscendo questa versione, la trascurò perché poco coerente con la trama dell'Iliade e cita alcuni versi omerici nei quali si parla di una tappa di Paride in Egitto prima del rientro a Troia. Secondo la citata versione del mito, i Greci espugnarono Troia perché non vollero credere che Elena si trovasse in Egitto e solo dopo la caduta della città Menelao si decise a recuperare la moglie presso Proteo.
A Proteo seguì Rampsinito (forse Ramses III, XX dinastia, circa 1197-1165), sul quale Erodoto racconta una gustosa favola. Inoltre si diceva che questo re scese vivo nell'Ade e che lì giocò a dadi con Demetra (Iside). Ai tempi di Erodoto gli Egiziani celebravano ancora una festa sacra per ricordare questa visita negli inferi: un sacerdote veniva condotto bendato fino al tempio dai suoi colleghi, quindi tornava indietro, sempre bendato con l'aiuto di due lupi (forse sciacalli).
Agli Egiziani, Erodoto attribuisce la paternità della teoria della metempsicosi, che prevedeva varie vite animali ed umane lungo un ciclo di tremila anni. Tale teoria era stata accolta anche da molti pensatori greci.
Dopo Rampsinito lo storico colloca il regno di Cheope, con vistoso errore cronologico in quanto Cheope (Koufou, IV dinastia) visse intorno al 25mo secolo a.C., molti secoli prima di Sesostri e di Ramses III.
Cheope costruì la famosa piramide ed una lunga strada in pietra che servì al trasporto dei materiali, queste opere furono così impegnative e dispersive da nuocere gravemente all'economia del Paese.
A Cheope successe Chefren (Khafra, IV dinastia figlio di Cheope, ma Erodoto dice fratello), il quale fece costruire un'altra piramide, più piccola della precedente.
La memoria di Cheope e Chefren era detestata dagli Egiziani a causa delle miserrime condizioni di vita che questi faraoni avevano imposto alla popolazione. Libertà e benessere tornarono con il successore di Chefren, Micerino (Menkaure, IV dinastia, forse figlio di Chefren).
Micerino lasciò nella sua reggia statue colossali delle sue concubine ed il simulacro rivestito in oro di una grande vacca nella quale si diceva che avesse fatto deporre il corpo di sua figlia morta prematuramente. Si tratta di un fraintendimento di Erodoto, la vacca d'oro doveva essere un'immagine allegorica di Iside.
Anche Micerino ebbe una piramide, più piccola delle precedenti.
Dopo Micerino regnò Asici (sconosciuto) che ebbe a sua volta una piramide. Seguì Anisi (non identificato) e durante il suo regno gli Etiopi invasero l'Egitto, guidati dal re Sabacone (Shabaka, 716-701 a.C.). Gli Etiopi, dopo aver regnato in Egitto per cinquanta anni si ritirarono (volontariamente, secondo Erodoto).
Divenne re un sacerdote di Efesto di nome Setone (non identificato) durante il cui regno l'Egitto fu attaccato dal re assiro Sennacherib. Gli Assiri dovettero ritirarsi a causa di un'invasione di topi nel loro campo inviata da un dio favorevole agli Egiziani. In realtà a costringere Sennacherib alla ritirata fu un'epidemia.
I regni fin qui descritti durarono in tutto undicimilatrecentoquaranta anni, cioè trecentoquarantuno generazioni. Precendentemente, secondo la leggenda, avevano governato il Paese gli dei, ultimo dei quali fu Horo, figlio di Osiride.
Dopo il sacerdote di Efesto, Erodoto parla di una divisione del regno in dodici stati, ma tale notizia non è confermata da alcuna fonte egiziana.
In questo periodo fu costruito il famoso labirinto della città di Arsinoe (oggi Medine-el-Fayum) considerato nell'antichità una meraviglia del mondo. In realtà il ciclopico edificio che Erodoto definisce superiore anche alle piramidi, fu costruito dal faraone Amenemhet III della XII dinastia, nel 18mo secolo a.C.
Nei pressi del labirinto si trovava il lago Meride che Erodoto ritiene artificiale. Si trattava probabilmente di un bacino naturale che Amenemhet III aveva fatto sistemare regolando il flusso del Nilo. Dopo il periodo dei "dodici re", il faraone Psammetico (Psamtik, fondatore della XXVI dinastia, riunificò l'Egitto. Le vicende di rivalità fra Psammetico ed i regnanti dei vari stati del Delta sono rappresentate da Erodoto con toni leggendari: ad esempio gli Ioni ed i Cari che effettivamente lo aiutarono nella sua impresa corrispondono agli "uomini di bronzo" (cioè con armature di bronzo) provenienti dal mare la cui venuta era stata predetta da un oracolo. Anche in conseguenza di queste alleanze, Psammetico mantenne per tutto il suo regno buoni rapporti con la Grecia, ampliando gli orizzonti del commercio e della cultura egiziani.
Psammetico regnò per cinquantaquattro anni (664-610 a.C.), durante il suo regno assediò e conquistò la città di Azoto (Ashoud, città dei Filistei).
A Psammetico successe il figlio Neco (Nekao), continuatore dello scavo del canale fra il Mar Eritreo ed il Nilo. Neco regnò per sedici anni durante i quali combattè contro Israele (battaglia di Megiddo, ricordata anche nella Bibbia) e contro Caditi, città della Siria.
Gli successe il figlio Psammi (Psamtik II, regnò per sei anni dal 594 al 588 a.C).
A Psammi successe Aprie, suo figlio, che regnò venticinque anni e combattè contro i Fenici. (Ouahbra, secondo Erodoto, regnò dal 588 al 563, secondo Manetone fino al 569 a.C., la differenza è dovuta al fatto che Manetone non considera gli ultimi sei anni durante i quali si svolse la rivolta di Amasi e Psammi regnò solo nominalmente).
Socialmente gli Egiziani distinguevano sette classi: sacerdoti, guerrieri, bovari, porcari, interpreti, mercanti e nocchieri.
Ai guerrieri era vietato esercitare altre professioni, come si usava anche a Sparta. Guerrieri e sacerdoti godevano in Egitto di privilegi terrieri ed esenzioni fiscali.
Amasi spodestò Aprie e lo fece giustiziare. Amasi regnò dal 569 al 526 a.C., era nativo di Sinf, attuale Es-Saffeh. Amasi, che era di origine popolare, seppe acquistare grande prestigio. Legò la sua memoria ad imponenti opere architettoniche nella città di Sais ed in altre città. Fu inoltre ricordato per la fiorente economia del suo regno e per la giustizia delle sue leggi. In ottimi rapporti con la Grecia, Amasi stabilì che i Greci che volevano soggiornare in Egitto abitassero nella città di Naucrati che divenne importante porto commerciale. Inoltre Amasi contribuì generosamente per la costruzione del Santuario di Delphi.
Amasi sposò una donna greca di nome Ladice. Non riuscendo ad unirsi a lei la minacciò di morte ma un voto fatto ad Afrodite dalla moglie servì a risolvere la situazione. Amasi inoltre conquistò Cipro, assoggettandola al pagamento di un tributo.



Libro terzo
[TALIA]



Contro Amasi dichiarò guerra Cambise, figlio di Ciro. Il motivo, secondo Erodoto, era il rifiuto di Amasi di concedere la propria figlia in moglie a Cambise. Secondo la tradizione Amasi avrebbe tentato di spacciare per sua figlia un'altra ragazza, figlia del suo predecessore Aprie, di nome Niteti, ma questa qualche tempo dopo avrebbe svelato l'inganno scatenando l'ira di Cambise.
La tradizione egiziana attribuiva invece l'episodio a Ciro e considerava Cambise figlio di Niteti, ma Erodoto la respinge considerandola motivata da spirito nazionalista.
Cambise sarebbe stato aiutato nella sua impresa dal mercenario greco Fanete, già al servizio di Amasi che, quindi, conosceva vari e importanti segreti militari egiziani.
Per giungere indisturbato in Egitto, Cambise concluse con gli Arabi un patto di sangue: il fatto è per Erodoto occasione di descrivere il patto di sangue presso gli Arabi.
In virtù del patto gli Arabi aiutarono i Persiani ad attraversare il territorio desertico.
Nel frattempo Amasi morì dopo aver regnato per quarantaquattro anni (569-525 a.C.) e gli successe Psammenito (Psamtik III, regnò per pochi mesi nel 525 a.C.)
L'esercito persiano ebbe rapidamente ragione di quello egiziano. Erodoto dice che ai suoi tempi le ossa dei caduti erano ancora visibili, accatastate in mucchi separati su campi di battaglia.
Poco dopo Cambise assediò ed espugnò Menfi, conquistando l'Egitto. I popoli limitrofi, Libici e Cirenei si arresero volontariamente.
Cambise fece prigioniero Psammenito e lo trattò umanamente finché l'ex-faraone non fu scoperto a cospirare contro i Persiani e venne giustiziato.
A Sais Cambise profanò la tomba di Amasi e ne fece bruciare il cadavere dopo averlo oltraggiato.
Dopo aver conquistato l'Egitto Cambise progettò azioni militari contro i paesi limitrofi.
Cambise inviò ambasciatori presso gli Etiopi proponendo amicizia. In realtà gli ambasciatori avevano il compito di spiare la situazione militare, ma il re degli Etiopi lo comprese e li respinse. Comunque il re fece visitare il proprio paese agli ospiti e dal racconto di Erodoto traspare l'antica credenza che gli Etiopi fossero eccezionalmente longevi.
Al ritorno della legazione Cambise mosse guerra agli Etiopi, senza aver svolto alcun preparativo. La spedizione fallì miseramente per mancanza di viveri e Cambise fu costretto a richiamare le sue truppe devastate dalla fame.
Tornato a Menfi, Cambise ebbe occasione di assistere alle cerimonie connesse al culto del bue Api. Fraintendendo il significato del rito, Cambise lo vietò e commise il sacrilegio di ferire il vitello. Quando poco dopo Cambise perse la ragione la sua pazzia fu da tutti motivata con gli atti sacrileghi commessi contro le divinità egiziane. Temendo che tramasse contro di lui, fece uccidere il fratello Bardiya (per i Greci Smerdi), dando inizio ad una lunga serie di crimini ed omicidi. L'uccisione di Smerdi è storicamente attestata ma sembra sia stata precedente alla conquista dell'Egitto.
Fra le vittime di Cambise fu anche Meroe, una delle sue mogli-sorelle, aveva infatti sposato due delle sue tre sorelle (Atossa, Meroe e Artistone).
Pare che la pazzia di Cambise derivasse dall'epilessia di cui soffriva fin dalla gioventù. Erodoto descrive varie atrocità compiute dal re folle a danno dei suoi sudditi e della sua corte, nonché numerosi sacrilegi contro le tombe ed i templi egiziani.
Nel periodo in cui Cambise svolgeva la sua spedizione in Egitto, i Lacedemoni attaccarono Policrate, tiranno di Samo. Costui aveva conquistato il potere a Samo in seguito ad una rivolta ed aveva governato per un periodo insieme ai fratelli che aveva poi eliminato, rimanendo unico signore dell'isola. Policrate aveva stretto ottimi rapporti con il faraone Amasi il quale, nella sua corrispondenza, lo esortava a non abusare della buona fortuna.
Erodoto narra che, su esortazione di Amasi, Policrate gettò in mare un suo prezioso anello, a scopo scaramantico, ma l'anello venne rinvenuto nel ventre di un pesce che un pescatore, qualche giorno dopo, offrì al tiranno.
Amasi, interpretato il prodigio, decise di rompere il trattato di amicizia con Policrate. In effetti è storico che fra Samo e l'Egitto i rapporti, prima amichevoli, si deteriorarono, tanto che Policrate partecipò alla spedizione di Cambise.
Secondo Erodoto, Policrate inviò una flotta a Cambise per liberarsi dei cittadini sediziosi contro il suo governo.
Esuli e sediziosi chiesero aiuto a Sparta contro il tiranno, provocando così la spedizione lacedemone contro Samo.
Periandro, tiranno di Corinto, aveva ucciso la moglie Melissa credendo ad ingiuste calunnie. Per questo motivo era odiato dal figlio Licofrone che egli aveva esiliato a Corcira. Qualche anno dopo Periandro aveva richiamato Licofrone ma, prima di tornare, il giovane venne ucciso dai Corciresi.
A seguito di questi eventi anche i Corinzi si allearono ai Lacedemoni contro i Sami, alleati dei Corciresi.
In ogni caso Samo riuscì a resistere ed i Lacedemoni abbandonarono l'impresa.
Per finanziare l'impresa, Policrate aveva saccheggiato l'isola di Sifno, nelle Cicladi Occidentali.
Durante la permanenza di Cambise in Egitto, in Persia i suoi ministri congiuravano contro di lui per impadronirsi del potere. L'episodio narrato si riferisce ad una reale rivolta dei sudditi medi e persiani contro Cambise, rivolta che fu capitanata dai Magi, sacerdoti della religione zoroastrista. Cambise morì dopo sette anni e cinque mesi di regno a causa di una ferita accidentale, senza lasciare figli (529-522 a.C.).
Il potere rimase in mano ai Magi che lo avevano usurpato senza che Cambise facesse in tempo ad intervenire.
Cambise morì sulla via del ritorno e prese il potere un mago di nome Smerdi (Gaumata) , spacciandosi per il suo omonimo, il fratello di Cambise che questi aveva fatto segretamente assassinare.
Il nobile Otane, scoperto con vari espedienti lo scambio di persone, organizzò una congiura alla quale prese parte anche il giovane Dario.
Erodoto racconta in maniera piuttosto romanzata lo svolgersi degli eventi: i Magi tentano di corrompere Pressaspe, esecutore materiale dell'assassinio del vero Smerdi, ma questo svela la verità al popolo e, subito dopo, si suicida.
I sette congiurati - tutti nobili ed illustri - entrano improvvisamente a palazzo, qui prendono a combattere ed uccidono l'usurpatore. Seguì una sollevazione popolare nel corso della quale molti Magi vennero trucidati.
Erodoto inserisce qui una discussione fra i congiurati vittoriosi a proposito della forma di governo migliore fra democrazia, oligarchia e monarchia, argomento tipico della filosofia politica del suo tempo.
Prevale la tesi monarchica ma Otane, sostenitore della democrazia, propone la sua rinuncia alla competizione per il potere pur di essere esentato dal subire il comando altrui. La proposta è accettata e da allora la sua casata, senza trasgredire le leggi, è libera di "lasciarsi governare solo tanto quanto essa vuole".
Concessi ad Otane, i privilegi richiesti, gli altri sei congiurati decidono di eleggere al trono quello fra loro "il cui cavallo al sorgere del sole avrebbe nitrito per primo".
Dario in realtà ottenne il trono per diritto ereditario, ma a Erodoto piace qui riportare un racconto tradizionale secondo il quale Dario fu favorito dall'astuzia di un suo stalliere di nome Ebare. Ebare infatti durante la notte portò il cavallo di Dario in città e gli fece montare la sua cavalla preferita. Al mattino, mentre i congiurati cavalcavano insieme, il cavallo di Dario, riconosciuto il sito del suo incontro amoroso, lo raggiunse galoppando e nitrendo.
Ottenuto il regno, Dario prese quattro mogli: Atossa, vedova di Cambise e del Mago usurpatore, Artistone, Parmis (figlia di Smerdi) ed una figlia di Otane.
Dario riordinò l'amministrazione dei distretti persiani (satrapie) e del fisco.
Erodoto fornisce informazioni dettagliate sul gettito fiscale di ogni provincia.
Seguendo questa descrizione, l'autore giunge a parlare dell'India e dei suoi abitanti. Quelli che vivevano lungo il fiume si sostentavano con la pesca ed usavano imbarcazioni di giunco. Più a Est cominciava il deserto, abitato solo da alcuni gruppi di nomadi dai costumi barbari, dediti al cannibalismo.
Altri indiani erano invece completamente vegetariani e non costruivano case. Si cibavano di una pianta simile al miglio (potrebbe essere il riso) che nasceva spontaneamente.
Gli Indiani si accoppiavano pubblicamente, gli uomini emettevano sperma scuro come la loro pelle.
Più prossimo ai confini persiani, viveva un popolo di indiani belligeranti, abitatori di un deserto sabbioso popolato da strani animali (forse marmotte) che Erodoto definisce "formiche più piccole dei cani ma più grandi delle volpi".
Questo popolo estraeva oro dalla sabbia del deserto e si serviva di cammelli per il trasporto e per il traino.
Il clima, nella valle dell'Indo, è caldissimo. Diversamente da quanto accade in Grecia, le ore più calde sono le prime del mattino, quindi la temperatura scende finché al tramonto arriva a farsi fredda. Sotto questa terribile calura gli Indiani estraevano l'oro e quindi tornavano a galoppo di cammello inseguiti dalle "formiche".
Fra le molte ricchezze dell'India una pianta con cui si riproduce una "lana" della quale gli Indiani si vestivano (si tratta del cotone, sconosciuto in Grecia fino ad Alessandro Magno).
L'ultima terra abitata a Sud è l'Arabia, che produce incenso, mirra e molte spezie. Erodoto divaga sugli animali, reali o fantastici, che vi abitano.
Ad Occidente dell'Arabia si trova l'Etiopia i cui abitanti sono leggendariamente longevi.
Sull'Europa settentrionale Erodoto dichiara di avere scarse notizie: sa che da quelle remote regioni provengono l'ambra e lo stagno e che quelle terre sono ricche d'oro.
Tornando a parlare dell'Asia e del dominio dei Persiani, lo storico racconta di un fiume detto Akes (non identificabile) il cui corso è stato sbarrato con chiuse. In questo modo il re persiano controllava la distribuzione delle acque e pretendeva tributi sull'irrigazione dei campi.
Intafrene, uno dei sette congiurati che avevano deposto il Mago, venne in urto con Dario e questi, sospettandolo di cospirazione, lo mise a morte con i suoi figli.
Il persiano Orete, satrapo di Sardi, decise di eliminare Policrate, tiranno di Samo, che era riuscito a prendere il potere in quell'isola che Orete aveva cercato senza successo di conquistare.
Orete inviò un ambasciatore a proporre a Policrate un accordo: Orete diceva di essere minacciato di morte dal re persiano e proponeva a Policrate gran parte delle sue ricchezze in cambio del soccorso.
Caduto nel tranello, Policrate partì per raggiungere Orete ma i sicari di questi lo catturarono e lo trucidarono barbaramente.
Dopo questo misfatto, Orete continuò a compiere soprusi ed ad abusare del suo potere. Dario, divenuto re, decise di eliminarlo, per evitare la guerra mandò presso di lui un suo uomo che rapidamente convinse le guardie e Orete ad ucciderlo.
Cadendo da cavallo, Dario si ruppe un piede e trovò sollievo solo nelle cure di Democede di Crotone, illustre medico greco già al servizio di Policrate, che era divenuto schiavo di Orete. Democede ottenne grandi ricchezze e privilegi ma non il permesso di tornare in Grecia.
Entrato nella confidenza di Atossa, moglie di Dario, Democede la spinse a convincere il marito ad organizzare una spedizione contro la Grecia. Dario organizzò una missione esplorativa nella quale partecipò come guida lo stesso Democede. Ovviamente Democede sfuggì ai suoi compagni e tornò a Crotone. I Persiani lo richiesero ai suoi concittadini ma questi rifiutarono di consegnarlo.
I Persiani che avevano accompagnato Democede sulla via del ritorno furono fatti prigionieri dai Tarantini poi liberati. Quei Persiani furono i primi ad esplorare la Grecia (tutta la vicenda di Democede serve come introduzione alla narrazione delle guerre fra Greci e Persiani).
La prima azione di Dario in Grecia fu la conquista di Samo. Dario infatti accettò di vendicare Policrate eliminato da Orete. Dopo la morte di Policrate, a Samo, aveva preso il potere un certo Meandrio che aveva inteso dichiarare l'uguaglianza dei diritti politici di tutti i cittadini.
Davanti all'ostilità dei suoi avversari politici la linea di Meandrio, tuttavia si era fatta più dura ed egli aveva assunto la tirannide.
All'arrivo dell'esercito di Dario comandato da Otane, Meandrio accettò di trattare, ma suo fratello provocò incidenti nei confronti dei Persiani. Otane, contravvenendo agli ordini di Dario, attuò gravi rappresaglie contro i Sami e prese la città infliggendo forti perdite alla popolazione. Meandrio fuggì a Sparta presso Cleomene ma ne fu presto allontanato.
Nel frattempo i Babilonesi organizzarono una rivolta antipersiana (fonti persiane parlano di due rivolte babilonesi domate da Dario e non è chiaro a quale delle due Erodoto si riferisca).
Dario assediò Babilonia ribelle per un anno e sette mesi. Qui l'autore introduce un altro racconto leggendario: un babilonese, sfidando i Persiani, aveva predetto che la città sarebbe caduta solo quando una mula avesse partorito ed al ventesimo mese di assedio questo prodigio si avverò.
Zopiro, figlio di uno dei sette autori del colpo di stato che aveva portato Dario al potere, venuto a conoscenza del fatto straordinario, decise di farsi autore della vittoria. Dopo essersi orrendamente mutilato, Zopiro svelò a Dario il suo piano che consisteva nel presentarsi ai Babilonesi dicendo di essere stato storpiato da Dario e di cercare vendetta, per conquistare la loro fiducia, quindi congegnò con Dario una serie di azioni truccate volte a far sperare i Babilonesi nella vittoria. Il finto disertore si presentò quindi a Babilonia e qui conquistò la fiducia dei cittadini. Nelle settimane seguenti Zopiro riportò sui Persiani la vittoria "truccata" concordata con Dario e divenne capo dell'esercito babilonese. Quando però Dario sferrò l'attacco decisivo Zopiro aprì le porte della città consegnandola agli assedianti (519 a.C.).



Libro quarto
[Melpomene]



Dopo la presa di Babilonia, Dario condusse una spedizione contro gli Sciti (probabilmente fra il 514 a.C. ed il 511 a.C.). Gli Sciti per primi avevano aperto le ostilità ed avevano dominato per ventotto anni sui territori che erano stati dei Medi.
Erodoto apre una lunga digressione sugli Sciti e sul loro paese.
Nomadi e pastori non praticavano l'agricoltura ma l'allevamento equino. Lavoravano il latte di cavallo impiegando gli schiavi che avevano la barbara abitudine di accecare (ma probabilmente si tratta di un fraintendimento di Erodoto).
Gli schiavi, mentre il grosso degli uomini si dedicavano alla conquista militare dell'Asia, finirono per unirsi alle donne scite, ne nacque una generazione ribelle che tentò di impedire il rientro in patria dell'esercito.
Gli Sciti dicevano di discendere dall'eroe Targitao, figlio di Zeus e di una ninfa figlia del fiume Boristene (Dnepr).
Da fonte greca, invece, Erodoto trae il mito di un altro eroe progenitore di nome Scite. Eracle aveva traversato il paese recando con se le mandrie di Gerione. Mentre riposava gli animali gli furono trafugati da una divinità metà donna e metà serpente che volle unirsi a lui per restituirli. Dal connubio nacquero tre figli ed Eracle, prima di partire, dispose che quello dei tre che da adulto sarebbe riuscito a tendere il suo arco regnasse sul paese. I tre figli si chiamavano Agatirso, Gelono e Scite, quest'ultimo vinse la prova divenendo eponimo della Scizia e progenitore del suo popolo.
Gli Sciti invasero la costa meridionale del Mar Nero cacciando i Cimmeri che vi abitavano. Un antico autore di nome Aristea di Proconneso scrisse un poema epico sugli Issedoni (abitanti degli Urali Meridionali) e sugli Arimaspi, popolo della Siberia i cui membri, si diceva, avevano un solo occhio. Secondo Aristea erano stati gli Issedoni, incalzati dagli Arimaspi, ad invadere il paese dei Cimmeri.
Di Aristea - divaga Erodoto - si dicevano strane cose, come fosse in grado di cadere in una trance simile alla morte e di volare con l'aspetto di un corvo. Questi particolari fanno pensare che Aristea (vissuto vel VII o VI sec. a C.) fosse una sorta di sciamano.
Nel poema di Aristea non si diceva nuella delle terre al di là del paese degli Issedoni, tuttavia Erodoto procede raccontando le notizie apprese su quelle terre lontane, ed elencando i popoli della Scizia, della costa verso l'interno: i Callippidi, gli Alizoni, i Neuri. La Scizia arrivava fino al fiume Tanai (odierno Don). Oltre il Tanai vivevano i Sauromati, quindi i Budini. Questi ultimi confinavano con una regione desertica oltre la quale vivevano i Tissageti e gli Iirci, popoli selvaggi, dediti alla caccia. Ancora oltre viveva lo strano popolo degli Argippei, tutti calvi, si cibavano del succo e della polpa del frutto di un albero detto "pontico", probabilmente un ciliegio selvatico. Erano non belligeranti e venivano consiederati sacri ed inviolabili dalla altre popolazioni (si trattava probabilmente di una tribu calmucca).
Fin qui le informazioni raccolte da Erodoto sulle vie commerciali degli Sciti, più oltre il territorio impervio impediva di procedere e si favoleggiava di tribu di uomini dai piedi caprini.
Tutto il territorio della Scizia è caratterizzato dal clima rigidissimo con otto mesi di inverno glaciale e quattro di estate piovosa. Sugli Iperborei, mitico popolo orientale confinante con la Scizia, Erodoto si dimostra scettico. Si diceva che le loro offerte, avvolte nella paglia, venissero fatte viaggiare di regione in regione fino a raggiungere Delo. Questa tradizione si collegava, secondo l'autore, ad alcuni riti del santuario di Delo ed ai versi del leggendario poeta Olen.
A questo punto Erodoto divaga sulla forma e sulla dimensione di quelle che chiama le "tre parti del mondo" (Libia, Europa, Asia), ed introduce la storia di Sataspe, figlio di Teaspi (Teispe), achemenide che era stato condannato da Serse per violenza carnale, la madre aveva ottenuto che la pena fosse commutata in un viaggio obbligato per circumnavigare l'Africa. Sataspe non compì la missione e tornato da Serse raccontò di aver visto i pigmei che abitavano, allora, lungo le coste africane. Raccontò anche di essere tornato perché la sua nave si era prodigiosamente bloccata, impedendo gli dei di procedere, ma Serse non gli dette credito e lo fece impalare.
L'Asia fu esplorata, invece, per volere di Dario che inviò il suo ammiraglio Sciliace di Carianda in cerca della foce dell'Indo.
Tornando agli Sciti, Erodoto si sofferma sul loro diffuso nomadismo, favorito anche dalla ricchezza di fiumi della loro terra. La Scizia è infatti percorsa da molti fiumi, il maggiore è l'Istro (Danubio) che raccoglie le acque di molti affluenti.
Gli dei degli Sciti sono identificati da Erodoto con Zeus, con la Terra, con Apollo, Afrodite Urania, Eracle ed Ares. Si offrivano loro sacrifici animali cuocendo le carni con il fuoco prodotto dalle ossa della vittima. Ad Ares si offriva anche di sacrificare dei prigionieri di guerra.
Si descrivono alcuni costumi barbarici degli Scriti, come quello di ricavare trofei dalla cute e dal cranio dei nemici uccisi.
Alla morte di un re il cadavere veniva trasportato in processione per tutto il paese, quindi sepolto insieme a concubine, servitori e cavalli appositamente sacrificati.
Per gli altri cittadini le esequie consistevano in un corteo di quaranta giorni, durante i quali i parenti offrivano banchetti, e culminavano con un rito di purificazione (un bagno di vapore) prodotto cospargendo di semi di canapa alcune pietre roventi.
Gli Sciti rifiutavano di adottare costumi stranieri. Per dimostrarlo, Erodoto racconta l'episodio di Anacarsi che fu ucciso per aver tentato di introdurre nel paese il culto di Cibele, conosciuto a Cizico durante i suoi viaggi.
Molti anni dopo l'uccisione di Anacarsi, il re Ariapite ebbe un figlio di nome Scile, nato da una donna istriana che lo introdusse alla lettere greche. Scile successe al padre quando questi fu ucciso. Preferendo i costumi greci a quelli sciti soleva trascorrere senza seguito, lunghi periodi nella città di Boristene (colonia milesia) vestendo e comportandosi da greco. Ma quando Scile arrivò a professare riti dionisiaci il suo popolo gli si ribellò, sotto la guida di suo fratello Octamasade. Scile si rifugiò in Tracia ma il re Sitalce lo consegnò a Octamasade che lo fece giustiziare.
Erodoto dice di non conoscere il numero degli Sciti ma racconta una leggenda per cui il re Ariante fece consegnare ad ogni suddito una punta di freccia e con il metallo fece fondere un grandissimo cratere che si conservava nella città di Esampeo, cratere sei volte più grande di quello dedicato da Pausania alle porte del Ponto.
Dopo la digressione sugli Sciti, Erodoto ritorna alla narrazione.
Dario preparava l'attacco contro gli Sciti, organizzando l'esercito e la flotta. Giunto alle Simplegadi, Dario fece erigere delle steli con l'elenco dei popoli partecipanti alla missione. Erodoto parla qui di settecentomila uomini. Per superare il Bosforo, Dario affidò a Mandrocle di Samo la costruzione di un ponte di barche. Quindi, raggiunto il fiume Teoro in Tracia, l'esercito persiano si accampò per tre giorni. Continuando la penetrazione del territorio, Dario sottomise i Geti, popolazione dedita a culti derivanti dalle teorie pitagoriche sulla metempsicosi.
Infine Dario giunse sull'Istro (Danubio) che traversò facendo costruire un nuovo ponte.
Vedendosi attaccati dal grande esercito di Dario, gli Sciti chiesero aiuto alle popolazioni limitrofe: i Tauri, gli Agatirsi, i Neuri, gli Androfagi, i Melancheni, i Geloni, i Budini, i Sauromati.
Erodoto passa a descrivere i costumi di tali popoli.
I Tauri, popolo ferocissimo, vivevano di saccheggio e di guerra. Sacrificavano i prigionieri ad una divinità da alcuni identificata con Ifigenia, figlia di Agamennone, facendo trofei con le teste delle vittime.
Gli Agatirsi erano molto effeminati, usavano molti ornamenti d'oro e mettevano in comune le donne per aumentare i vincoli di parentela fra di loro.
I Neuri, una generazione prima, erano stati costretti a spostarsi nel territorio dei Budini da un'invasione di serprenti. Si diceva che fossero stregoni e licantropi ma Erodoto si dimostra molto scettico.
Gli Androfagi (probabilmente una tribu nomade di origine finnica infiltrata in Scizia) erano ferocissimi antropofagi.
I Melancheni traevano il nome dalle vesti nere.
I Budini erano numerosi, avevano occhi azzurri e chiome fulve. La loro capitale Gelono, era interamente costruita in legno. I Budini erano autoctoni della Scizia mentre i Geloni erano di origine greca. Nomadi i primi, agricoltori i secondi.
Quanto ai Sauromati la leggenda attribuiva la loro origine all'unione degli Sciti con una colonia di Amazzoni. Le loro donne, infatti, partecipavano alle guerre e non potevano sposarsi senza aver prima ucciso almeno un nemico.
Tornando alla narrazione, Erodoto racconta del consiglio tenutosi tra i capi delle popolazioni descritte per stabilire se e come affrontare i Persiani. Non tutti furono dell'opinione di combattere non ritenendosi minacciati dall'invasione.
Gli Sciti organizzarono una ritirata strategica e Dario, inseguendoli, oltrepassò il Tanai e penetrò nel paese dei Budini, fermandosi infine al limitare del deserto. Durante la ritirata gli Sciti fecero in modo di essere inseguiti nei paesi di quanti si erano dichiarati neutrali, paesi che vennero tutti rapidamente sottomessi dall'esercito di Dario.
Erodoto narra lungamente di guerriglie e schermaglie che portano all'isolamento dell'esercito persiano in territorio scita, anche a causa della defezione delle truppe ioniche che Dario aveva lasciato di presidio sull'Istro (Danubio). Tuttavia all'arrivo di Dario gli Ioni desistettero dal loro proposito ed aiutarono l'esercito a superare il fiume. Dario infine, traversando la Tracia, tornò in Asia, lasciando come comandante in Europa il suo ufficiale Megabazo.
Contemporaneamente all'impresa di Dario in Tracia e Scizia, in Africa il governatore persiano dell'Egitto Ariande attaccava la città di Barce. L'episodio è occasione di una digressione sulla geografia dell'Africa Settentrionale: lo spartano Tera, discendente di Edipo e di Cadmo, si trasferì con un gruppo di concittadini sull'isola di Calliste che da lui prese il nome di Tera. Il suo dicendente Grinno fu consigliato dall'oracolo di Delfi di fondare una colonia in Libia. Grinno non ascoltò l'oracolo provocando sette anni di siccità. Infine i Terei inviarono esploratori in cerca dei luoghi indicati dalla Pizia e, trovatili, vi fondarono una colonia sotto la guida di Batto, figlio di Grinno. Un'altra leggenda menzionata da Erodoto, voleva Batto figlio del tereo Polimnesto e di Fronime, sua concubina. In questa versione il nome Batto sarebbe derivato dalla balbuzie del ragazzo (battarizein=balbettare), ma Erodoto propende per l'etimologia libica del nome, in libico infatti Batto significa re.
Batto, dunque, colonizzò l'isola di Platea, ma due anni dopo, ancora su indicazione della Pizia, trasferì la colonia sulla costa. Trascorsi sette anni i coloni furono persuasi dai Libi a trasferirsi in altra località e vi fondarono Cirrene. Il regno di Batto Idurò quaranta anni, quello di suo figlio Arcesilao, sedici. Durante il regno di Batto II il Felice, la colonia fu accresciuta da un nuovo contingente greco. L'esponsione della colonia provocò l'ostilitò dei Libi che, aiutati dagli Egiziani, attaccarono Cirene ma i coloni ebbero la meglio.
A Batto II successe Arcesilao II i cui fratelli, lasciata Cirene, fondarono la città di Barce. Barce e Cirene furono reciprocamente ostili. Arcesilao II fu fatto strangolare dal fratello Learco che, a sua volta, venne ucciso a tradimento da Erisso, vedova di Arcesilao.
Prese il potere a Cirene Batto III lo Zoppo. Durante il suo regno i Cirenei chiamarono da Mantinea il legislatore Demonatte che riformò la costituzione, diminuendo il potere del re e formando un governo più liberale.
Arcesilao III, figlio di Batto lo Zoppo, tentò di abrogare le riforme di Demonatte, ma fu vinto ed esiliato a Samo.
Arcesilao riuscì per breve tempo a riprendere il potere ma venne ucciso e sua madre Feretime assunse la reggenza. Poiché Arcesilao era stato ucciso a Barce, mentre era in visita al suocero, Feretime invocò l'aiuto di Ariande per attaccare Barce.
Erodoto razionalizza il racconto dichiarando che la richiesta di Feretime fu in realtà un mero pretesto per gli obiettivi espansionistici di Ariande che voleva includere la Libia nei propri domini.
Descrizione dei popoli libici, divisi in due gruppi prendendo come riferimento il fiume Tritone. I popoli ad Ovest del fiume erano dediti all'agricoltura, quelli orientali erano nomadi. Erodoto elenca varie tribu descrivendoli brevemente, fra esse i Nasamoni, gli Psilli, i Garamanti, i Maci, i Gindani, i Lotofagi, i Macli ed altri.
Dopo la digressione si torna alla vicenda di Ariande che assediò Barce per nove mesi. Infine la città fu presa e consegnata a Feretime che agì crudelmente nei confronti della popolazione.
Tornata in patria Feretime morì di un'orrenda malattia, una punizione degli dei per la sua vendetta troppo spietata.



Libro quinto
[Tersicore]



Megabazo, comandante delle forze persiane lasciate in Europa da Dario, soggiogò la città di Perinto (Propontide). I Perinti erano stati in precedenza sconfitti anche dagli abitanti della Peonia che avevano agito contro di loro su suggerimento di un oracolo.
Megabazo quindi iniziò la conquista della Tracia sottomettendo a Dario tutte le città che incontrava nella sua avanzata. La Tracia (di cui Erodoto per errore esagera le dimensioni) era abitata da molte popolazioni consimili, militarmente deboli per mancanza di unità.
Tra le genti della Tracia erano i Trausi che avevano la singolare abitudine di piangere intorno alle partorienti (per le miserie umane che il nascituro dovrà affrontare) e festeggiare chi muore. Un altro popolo trace usava sacrificare sulla tomba degli uomini quella che, fra le numerose mogli, era stata la preferita.
Consuetudini di tutti i Traci erano il vendere i figli, sorvegliare la mondanità delle donne sposate ma non delle nubili, portare tatuaggi e considerare disonorevole il lavoro della terra, infine ritenere che "la cosa più bella sia il vivere di guerra e di rapine".
I Traci veneravano Ares, Dioniso e Artemide (o divinità equivalenti), i loro re veneravano sopra tutti Ermes e si consideravano suoi discendenti.
Per i funerali dei ricchi si tenevano banchetti e giochi funebri. A nord della Tracia, oltre l'Istro (Danubio), si estendeva un territorio sconfinato e sconosciuto. Si diceva vi abitassero i Siginni, simili ai Medi.
Dario premiò Istieo tiranno di Mileto e Coe di Mitilene che lo avevano aiutato in precedenza donando territori al primo e rendendo il secondo tiranno di Mitilene.
Dario notò una donna molto bella che riusciva a filare mentre camminava con una caraffa d'acqua in testa e conducendo un cavallo ad abbeverarsi. Venne a sapere che questa donna tanto laboriosa era nativa della Peonia, i suoi fratelli avevano volutamente combinato l'incontro per attirare l'attenzione del sovrano. Dario ordinò quindi a Megabazo di trasferire in Asia tutto il popolo dei Peoni. Così avvenne e tutti i Peoni furono deportati ad eccezione di un gruppo che abitava su palafitte sul lago Cecirnide.
Quindi Megabazo inviò ambasciatori in Macedonia a chiedere al re Aminta l'offerta di acqua e di terra per Dario.
Aminta accettò ma durante il banchetto offerto loro gli ambasciatori persiani si ubriacarono, oltraggiarono le donne presenti e furono massacrati da Alessandro, figlio di Aminta. Alessandro riuscì a far passare sotto silenzio la morte degli ambasciatori corrompendo quanti li vennero a cercare.
Aminta ed Alessandro, macedoni, discendevano da Perdicca che era stato re in Argolide, lo confermarono i giudici di Olimpia quando ammisero Alessandro ai giochi (riservati ad atleti greci).
Tornato a Sardi, Megabazo convinse Dario che Istieo costituiva un pericolo: egli infatti stava fortificando la città di Mircino in Tracia che, come si è già detto, aveva ricevuto in dono ed avrebbe potuto accogliere numerosi uomini e risorse per una ribellione. Tuttavia Dario preferì far trasferire Istieo a Susa e renderlo suo consigliere.
Dario quindi nominò comandante delle sue truppe di Sardi Otane e partì per Susa con Istieo. Il padre di Otane, il giudice Sisamne, era stato giustiziato e scorticato sotto Cambise per essersi lasciato corrompere.
Otane conquistò altre città in Grecia e nella Troade. Intanto Mileto era divenuta molto fiorente dopo essere stata travagliata dalla guerra civile per due generazioni. I Milesi avevano scelto i Parii come conciliatori ed erano riusciti ad ottenere la pace ed un governo stabile.
Alcuni aristocratici di Nasso furono esiliati a Mileto. Qui era governatore Aristagora, genero e cugino di Istieo, il quale accettò di aiutare gli esuli di Nasso a riprendere il potere coinvolgendo il satrapo persiano Artaferne.
A sua volta Artaferne si compiacque della proposta e, ottenuta l'approvazione di Dario, organizzò una spedizione con duecento navi ed un esercito, al comando di Megabate, cugino suo e di Dario.
Megabate ed Aristagora intrapresero la spedizione ma vennero a lite fra loro e Megabate boicottò l'impresa avvertendo gli abitanti di Nasso dell'attacco imminente. Così i Nassi ebbero il tempo di preparare le difese ed i Persiani, dopo quattro mesi di inutile assedio, si ritirarono.
Preoccupato per l'esito della spedizione e per le possibili reazioni dei Persiani, Aristagora pensò di ribellarsi, d'altro canto anche Istieo, ancora trattenuto a Susa, aveva maturato la stessa decisione ed aveva mandato un messaggio segreto ad Aristagora ordinandogli di sollevare i Milesi contro i Persiani.
Quando si discusse a Mileto la rivolta il solo ad opporsi fu Ecateo, consapevole della disparità delle forze in campo, ma rimase inascoltato.
Aristagora aprì dunque le ostilità catturando alcuni comandanti delle navi persiane che tornando da Nasso avevano fatto sosta a Miunte. Istituì a Mileto eguaglianza di diritti per avere il pieno appoggio della popolazione.
Inviò inoltre quanti aveva fatto prigionieri alle rispettive città: così Coe, che era stato nominato tiranno di Mitilene da Dario, fu rimandato a Mitilene dove venne lapidato.
In cerca di alleanze, Aristagora si recò quindi a Sparta. Qui regnava Cleomene, figlio di Anassandrida.
Anassandrida aveva avuto due mogli contemporaneamente, contrariamente all'uso spartano. Cleomene aveva ereditato il regno perché era il figlio più anziano ma si diceva che non fosse sano di mente. Il fratello Dorieo, sdegnato, era partito per fondare una colonia in Libia ma era tornato dopo tre anni, scacciato dai Libici, quindi si era recato in Italia dove aveva aiutato i Sibariti nella guerra contro i Crotonesi.
Dorieo aveva quindi combattuto in Sicilia contro i Cartagine, aveva aiutato i Selinuntini a liberarsi del tiranno Pitagora ed aveva a sua volta assunto la tirannide a Selinunte dove, qualche tempo dopo, era stato ucciso in una rivolta. Se Dorieo avesse sopportato di essere suddito di Cleomene, nota Erodoto, sarebbe divenuto re di Sparta perché Cleomene non visse a lungo e non lasciò figli maschi.
Aristagora, dunque, si recò in visita a Cleomene: Erodoto descrive con vivacità il modo in cui il tiranno di Mileto propose allo spartano di attaccare i Persiani, sminuendo la capacità bellica del nemico e magnificando le possibili conquiste; aveva portato con se una tavola di bronzo su cui era incisa una mappa geografica, una vera novità per l'epoca.
Cleomene prese tre giorni di tempo per decidere, poi rifiutò perché i tre mesi di viaggio in mare per raggiungere "il Gran Re" erano eccessivi e non servirono le grandi offerte di denaro di Aristagora a fargli cambiare idea.
A questo punto Erodoto inserisce una descrizione della strada che portava in Persia, delle sue stazioni di sosta, dei ponti presidiati sull'Eufrate e su altri fiumi.
Lasciata Sparta senza aver ottenuto nulla, Aristagora si recò ad Atene. La città si era liberata dai tiranni: Ipparco figlio di Pisistrato era stato ucciso da Aristogitone ed Armodio. Aveva preso il potere Ippia, fratello di Ipparco. Intanto gli Alcmeonidi (potente famiglia ateniese esiliata da Pisistrato) facevano quanto in loro potere per scacciare i Pisistratidi da Atene. Fallita una spedizione militare in questo senso, passarono a corrompere la sacerdotessa di Delfi perché convincesse gli Spartani ad attaccare Ippia. Il primo tentativo degli Spartani fallì, furono battuti dalla cavalleria ateniese e dagli alleati tessali nella piana del Falero e il loro comandante perse la vita. Con una seconda azione comandata da Cleomene, gli Spartani invasero l'Attica ed assediarono Atene. Riuscirono ad avere la meglio catturando i figli dei Pisistratidi mentre si cercava di portarli al sicuro, per riaverli i tiranni accettarono di lasciare definitivamente l'Attica e di andare in esilio.
Partiti i tiranni ad Atene primeggiavano due uomini: l'alcmeonide Clistene ed Isagora, figlio di Tisandro. Clistene ed Isagora lottarono per il potere e quando Clistene fu battuto si alleò con il popolo. Clistene divise gli Ateniesi in dieci tribù (file) sostituendo la precedente distinzione in quattro gruppi.
Erodoto ricorda brevemente anche le vicende di Clistene tiranno di Sicione, nonno materno del Clistene ateniese il quale, essendo in guerra con gli Argivi, volle allontanare dalla sua città il culto di Adrasto (che era eroe di Argo) e sostituirlo con quello di Dioniso e con quello di Melanippo, eroe tebano nemico di Adrasto.
Infine, con il favore del popolo, Clistene ebbe il sopravvento. Da parte sua Isagora cercò l'aiuto del re di Sparta Cleomene contro gli Alcmeonidi.
Cleomene, che era legato ad Isagora da vincoli di ospitalità, inviò un araldo ad Atene per accusare Clistene di sacrilegio e chiedere che venisse bandito. L'accusa si basava su un episodio precedente alla tirannia di Pisistrato: gli Alcmeonidi avevano fatto uccidere un certo Cilone che aveva tentato di prendere il potere, nonostante si fosse rifugiato come supplice presso la statua di Atena.
Clistene si assentò spontaneamente da Atene ma poco dopo Cleomene venne in armi e bandì settecento famiglie vicine agli Alcmeonidi che gli furono indicate da Isagora. Isagora tentò di prendere il potere e con Cleomene occupò l'Acropoli ma gli Ateniesi si ribellarono, gli Spartani furono mandati via e molti cittadini che avevano appoggiato il tentativo di Isagora furono giustiziati.
Per prevenire la possibilità che Cleomene cercasse l'aiuto dei Persiani, gli Ateniesi mandarono ambasciatori ad Artaferne a proporre un'alleanza. Il satrapo sottopose l'accordo alla condizione che Atene offrisse "acqua e terra" a Dario.
Cleomene raccolse un forte esercito ed attaccò Atene con l'aiuto dei Beoti e dei Calcidiesi. Prima dello scontro definitivo, tuttavia, Demarato che regnava a Sparta con Cleomene cambiò opinione e si ritirò. A causa di questo dissenso fu emanata a Sparta la legge che stabiliva che i re non potessero accompagnare assieme lo stesso esercito.
Così l'esercito spartano che era penetrato in Attica si disperse e gli Ateniesi combatterono contro Beoti e Calcidiesi riportando schiaccianti vittorie.
I Tebani, che presiedevano la lega beotica, su suggerimento della Pizia, chiesero aiuto agli Egineti. In un primo momento l'aiuto di Egina consistette solo nel consegnare ai Tebani le statue degli Eacidi perché li assistessero, ma dopo una sconfitta di Tebe gli Egineti attaccarono l'Attica.
Erodoto racconta qui la vicenda che era all'origine dell'ostilità fra Ateniesi ed Egineti. Gli Ateniesi avevano consentito agli Epidauri di tagliare alcuni ulivi (sembra crescessero solo nelle terre di Atene) per farne statue votive come la Pizia aveva ordinato loro per risolvere una grave carestia.
Per ottenere gli ulivi, gli Epidauri avevano accettato di pagare un tributo annuale per i sacrifici alle divinità ateniesi. All'epoca gli Egineti erano soggetti agli Epidauri ma successivamente si ribellarono e saccheggiarono Epidauro impadronendosi delle statue votive. Gli Epidauri smisero di pagare il tributo e agli Ateniesi che lo richiedevano suggerirono di rivolgersi agli Egineti che avevano preso le statue.
Gli Egineti rifiutarono di pagare il tributo e gli Ateniesi tentarono di recuperare le statue ma vennero fermati da un terremoto. Erodoto racconta le due versioni: stando agli Ateniesi una sola nave aveva tentato il recupero delle statue, ad Egina invece si raccontava di una vera e propria aggressione compiuta con molte navi. Quanto al terremoto gli Egineti lo negavano sostenendo che gli Argivi, alleati di Egina, avevano bloccato gli aggressori tagliando loro la strada.
L'unico superstite della missione, tornato in Atene, venne ucciso dalle mogli dei caduti, sdegnate del fatto che solo lui fosse sopravvissuto. Poiché le donne trafissero il malcapitato con le fibbie dei loro abiti, da allora fu imposto che le ateniesi adottassero il Chitone ionico, cucito, in luogo di quello dorico che era trattenuto dalle fibbie.
Queste vicende erano dunque all'origine dell'odio contro Atene da parte degli Egineti i quali accettarono volentieri di aiutare i Tebani e devastarono le coste dell'Attica.
L'oracolo di Delfi sentenziò che gli Ateniesi avrebbero dovuto aspettare trent'anni e dedicare un recinto sacro ad Eaco (eroe di Egina) prima di reagire. I cittadini di Atene, tuttavia, non accettarono l'attesa: dedicarono il recinto ad Eaco ma iniziarono subito i preparativi per la guerra.
Intanto gli Spartani, preoccupati dalla crescente potenza di Atene, decisero di tentare la restaurazione di Ippia confidando che il tiranno, riprendendo il potere con il loro aiuto, si sarebbe in futuro dimostrato amichevole.
Erodoto racconta un dibattito su questo argomento e la partecipazione di un oratore corinzio gli fornisce l'occasione per una digressione sulla storia di Corinto e dei suoi tiranni. Cipselo era figlio di Eezione e di Labda, quest'ultima appartenente alla casata dei Bacchiadi che da tempo dominavano Corinto e tradizionalmente praticavano l'endogamia. Poichè Labda era zoppa, tuttavia, nessuno dei parenti la volle sposare ed ella andò in moglie ad Eezione, membro di un'altra famiglia politicamente alleata dei Bacchiadi.
L'oracolo avvertì che il figlio nato da questo matrimonio sarebbe stato fonte di sciagura per i Corinzi ed i Bacchiadi decisero di eliminare il neonato ma i sicari, impietositi dal sorriso del bambino, non riuscirono ad ucciderlo.
Divenuto adulto, Cipselo prese il potere a Corinto abbattendo i Bacchiadi ed instaurando una tirannia repressiva e sanguinaria. Morì dopo trent'anni di governo lasciando il potere al figlio Periandro.
Inizialmente più mite del padre, Periandro divenne altrettanto crudele quando Trasibulo tiranno di Mileto gli consigliò di mettere a morte tutti i cittadini che si distinguevano.
Come esmpio degli eccessi di Periandro Erodoto racconta che una volta costrinse tutte le donne di Corinto a spogliarsi ed a bruciare gli abiti in onore della memoria di sua moglie Melissa che egli stesso aveva fatto morire.
La proposta spartana fu respinta dagli alleati e Ippia non riottenne il potere e tornò al Sigeo, suo possedimento sull'Ellesponto. Di qui entrò in contatto con i Persiani e cercò di convincere Artaferne ad attaccare Atene.
Artaferne ordinò agli Ateniesi di riaccogliere Ippia ma ottenne un secco rifiuto.
Aristagora di Mileto, che non aveva ottenuto aiuto da Cleomene di Sparta, parlò agli Ateniesi in assemblea e li convinse ad armare una flotta contro i Persiani.
Intanto Aristagora inviava un messaggio ai Peoni deportati in Frigia per organizzare la loro fuga, assicurando che una volta giunti al mare avrebbero ricevuto aiuto. Alle venti navi inviate da Atene si aggiunsero cinque triremi degli Eretriesi: queste forze giunsero nel territorio di Efeso e da qui proseguirono via terra, raggiunsero Sardi e la occuparono mentre Artaferne rifugiava nell'Acropoli con molti uomini.
Sardi, le cui case erano prevalentemente di canna, fu incendiata e distrutta ma i Persiani delle satrapie limitrofe attaccarono gli Ioni e li sconfissero duramente.
Successivamente gli Ateniesi negarono il loro aiuto agli Ioni ma questi continuarono la lotta contro i Persiani trovando nuove alleanze in Caria e a Cipro.
Interrogato da Dario sull'insurrezione degli Ioni, Istieo declinò ogni responsabilità e pregò il re di lasciarlo tornare in patria per ristabilire l'ordine. Lasciandosi ingannare, Dario gli concesse di partire.
Intanto Onesilo, re di Salamina, veniva informato che un grande esercito persiano stava muovendo contro Cipro mentre via mare l'isola sarebbe stata attaccata da una flotta di Fenici. Gli Ioni accorsero per fronteggiare la flotta mentre i Ciprioti si preparavano ad affrontare l'esercito.
I Persiani vinsero la battaglia e riconquistarono Cipro, ne saccheggiarono la città e si volsero contro le colonie dell'Ellesponto prendendo Abido, Percote, Lampsaco e Peso. Le forze persiane proseguirono la loro azione in varie regioni della Grecia, intanto Aristagora progettava di lasciare Mileto e di fondare una colonia in Tracia. Mosse con un esercito contro la Tracia ma qui giunto venne sconfitto e ucciso.


Libro sesto
[ERATO]


Istieo si recò a Sardi e da qui riprese i suoi intrighi ma Artaferne, intercettando alcuni messaggi, venne a conoscenza del suo comportamento.
I Milesi non vollero riaccogliere Istieo ed egli cercò di riprendere il potere con la forza cercando aiuti prima a Chio poi a Mitilene.
Intanto i Persiani riunivano una grande flotta per attaccare Mileto e gli Ioni organizzavano la difesa concentrando le proprie navi presso l'isola di Lade, di fronte a Mileto.
Contro le seicento navi persiane gli Ioni schierarono trecentocinquantatre triremi. Prima di combattere i Persiani proposero la resa agli Ioni tramite i vari tiranni che Aristagora aveva scacciato, ma gli Ioni rifiutarono.
Lo stratega Dionisio di Focea, in vista dello scontro, impose agli equipaggi durissimi addestramenti ma dopo alcuni giorni i marinai, stremati dalla fatica, rifiutarono di obbedirgli.
Quando iniziarono le manovre di schieramento davanti alla flotta nemica i contingenti di Samo e di Lesbo fuggirono, si distinsero invece per il loro coraggio i Chii che combatterono valorosamente perdendo molte navi.
Anche Dionisio di Focea fuggì e si diresse verso la Sicilia dove in seguito si dedicò alla pirateria. Vinta la battaglia navale i Persiani assediarono Mileto e nel sesto anno dalla rivolta di Aristagora la conquistarono (autunno 494 a.C.).
I Milesi che furono catturati vivi furono deportati a Susa mentre molti Ioni di altre città fuggivano in Sicilia per evitare la schiavitù.
I Sami occuparono la colonia di Zancle (Messina) approfittando del fatto che gran parte degli abitanti erano assenti per assediare Locri Epizefiri. Quando gli Zanclei tornarono chiesero aiuto al tiranno di Gela Ippocrate, ma questi si era intanto accordato con i Sami per spartire il bottino.
Da parte sua Istieo organizzò insieme ai Lesbi un attacco all'isola di Chio, che aveva subito gravi perdite nella battaglia di Lade, e la sottomise. Tentò anche la conquista di Taso ma quando seppe che una flotta fenicia stava per attaccare la Ionia fuggì nel continente con il suo esercito. In Misia si scontrò con un esercito comandato dal persiano Arpago e venne fatto prigioniero.
Ritenendo che Dario avrebbe perdonato Istieo, Artaferne ed Arpago decisero di eliminarlo immediatamente: lo fecero impalare e mandarono la testa a Susa. Il re, infatti, li rimproverò e fece seppellire la testa con tutti gli onori dovuti ad un benefattore dei Persiani.
Dopo aver svernato presso Mileto, nel 493 a.C., la flotta persiana riprese la conquista delle isole della Ionia: Chio, Lesbo, Tenedo e altre città del Chersoneso.
L'unica città del Chersoneso a non essere conquistata fu Cardia, governata fino a quel momento dal tiranno Milziade, figlio di Cimone. Costui era imparentato con un altro Milziade, che era stato il primo tiranno di Cardia e vi si era stabilito in precedenza con una colonia di Traci Dolonci.
Cittadino di Atene, membro di una famiglia potente, ma stanco della tirannide di Pisistrato, Milziade il Vecchio aveva accettato volentieri di guidare i coloni quando questi, su indicazione di un oracolo, glielo avevano richiesto.
Raggiunto il Chersoneso vi fondò la sua colonia e la fortificò, combattè contro i Lampsaceni e fu fatto prigioniero, poi rilasciato per intervento di Creso di Lidia che era suo amico.
Morendo senza figli lasciò il potere a Stesagora, figlio del fratellastro Cimone, ma Stesagora venne ucciso prima di potersi recare a Cardia e la tirannide passò all'altro figlio di Cimone, di nome Milziade.
All'arrivo della flotta Milziade fuggì verso Atene con cinque navi, una delle quali venne catturata. Metioco, figlio di Milziade che comandava la nave catturata, fu portato al re Dario ma questi non gli fece alcun male, Metioco si stabilì in Persia, ebbe una casa ed una moglie del luogo, mentre il padre riusciva a mettersi in salvo raggiungendo Atene.
I Persiani cessarono le ostilità verso la Ionia fino alla primavera successiva quando inviarono una nuova flotta ed un nuovo esercito comandati da Mardonio, genero di Dario.
La missione di questa spedizione era punire Atene ed Eretria che avevano aiutato i ribelli ma, durante il percorso, i Persiani sottomisero altre città finché la flotta non venne distrutta da una tempesta nei pressi del Monte Athos. Mardonio dovette ritirarsi riportando in Asia i resti della sua armata.
L'anno successivo Dario ordinò la distruzione delle mura ed il sequestro della navi da guerra della città di Taso, i cui abitanti erano sospettati di tramare una rivolta, quindi inviò messaggeri in tutta la Grecia per chiedere l'offerta di acqua e di terra, atto formale di sottomissione al re di Persia.
Fra quanti si sottomisero furono gli Egineti contro i quali reagirono duramente Ateniesi e Spartani. Il primo intervento spartano fu un tentativo di Cleomene di trarre in arresto i cittadini di Egina ritenuti responsabili dell'atto di sottomissione, tentativo che venne abbandonato a causa di disaccordi fra Cleomene e l'altro re di Sparta, Demarato.
Erodoto inserisce qui una digressione sulle due famiglie della diarchia spartana. Aristodemo re di Sparta, discendente di Eracle, morì di malattia subito dopo la nascita di due figli gemelli: Euristene e Procle.
Non riuscendo a stabilire quale dei due fosse il maggiore, gli Spartani riconobbero entrambi come re, tuttavia tributarono maggiori onori ad Euristene perché questi, durante la prima infanzia, riceveva sempre per primo le cure della madre.
La discordia ed il rancore che corsero fra i due fratelli persistettero nelle generazioni successive. Quando Cleomene tornò da Egina, infatti, si occupò di spodestare Demarato a favore di Leotichida. Per riuscirci ricorse ad un pretesto rammentando a tutti come Aristone, padre di Demarato, avesse affermato alla nascita del figlio di non poter esserne il padre. Aristone infatti aveva sposato una donna sottratta con l'inganno ad un amico ed aveva calcolato che fosse passato troppo poco tempo perché il neonato potesse essere suo figlio.
Per dimostrare l'illegittimità del potere di Demarato, Cleomene arrivò a corrompere la sacerdotessa di Delfi che confermò che Demarato non era figlio di Aristone. Dopo qualche tempo Demarato, deposto, lasciò Sparta e si trasferì in Asia dove fu accolto dal re Dario.
Successivamente (469 a.C.) anche Leotichida dovette fuggire da Sparta perché accusato di essersi lasciato corrompere dal nemico durante una spedizione punitiva contro i Tessali che avevano aiutato i Persiani.
Cleomene combattè più volte contro Argo e qui commise sacrilegio bruciando un bosco sacro nei pressi della città.
Quando si venne a sapere che aveva corrotto la sacerdotessa delfica fuggì da Sparta e tentò senza successo di provocare una ribellione in Arcadia.
Infine si uccise straziando orribilmente il proprio corpo con una lama: si disse che fosse impazzito per l'abitudine di bere vino puro o per una maledizione divina provocata dai molti sacrilegi che aveva commesso.
Dopo la morte di Cleomene Leotichida si occupò di tentare una mediazioni in merito a certi cittadini di Egina trattenuti come ostaggi in Atene. Non ebbe successo e gli Egineti catturarono una nave ateniese facendo prigionieri alcuni illustri cittadini. Non tollerando l'offesa gli Ateniesi decisero di attaccare Egina con l'aiuto di un certo Nicodromo, egineta in esilio.
Nicodromo organizzò un assalto contro gli Egineti ma gli Ateniesi non arrivarono al momento stabilito perché persero tempo nel chiedere aiuto ai Corinzi.
Ad Egina scoppiarono disordini contro quanti avevano aiutato Nicodromo, intanto gli Ateniesi organizzavano un nuovo attacco. Gli Egineti chiesero aiuto agli Argivi ma non lo ottennero perché avevano combattuto a fianco degli Spartani nella guerra contro 1Argo.
Da parte loro i Persiani decisero di approfittare della situazione ed inviarono una nuova armata in Grecia con l'ordine di sottomettere Eretria ed Atene. Il comando fu tolto a Mardonio per i suoi insuccessi ed assegnato a Dati e ad Artaferne, figlio di Artaferne, nipote del re Dario.
Durante il viaggio Dati attaccò Nasso con modesti risultati a causa della fuga degli abitanti e risparmiò Delo per motivi religiosi.
Dopo la partenza dei Persiani a Delo si verificò un terremoto, evento rarissimo che Erodoto interpreta come un presagio delle sciagure che la Grecia avrebbe subito per tre generazioni ad opera dei Persiani.
Giunti alla costa meridionale dell'Eubea, i Persiani intimarono agli abitanti della città di Caristo di collaborare, i Caristi rifiutarono ed il loro territorio venne devastato.
Di fronte all'attacco persiano i cittadini di Eretria esitarono a trovare un accordo fra quanti volevano abbandonare la città e quanti volelevano difenderla. Prevalsero questi ultimi ma dopo sei giorni di assedio gli Eretriesi dovettero consegnare la città al nemico.
I Persiani bruciarono i templi (per vendicare le profanazioni commesse dai Greci durante l'occupazione di Sardi) e ridussero gli Eretriesi in schiavitù.
Da Eretria i Persiani mossero verso Atene, aiutati da Ippia tiranno ateniese in esilio, e si portarono a Maratona, qui incontrarono l'esercito ateniese guidato da dieci strateghi fra i quali Milziade figlio di Cimone.
Il messaggero Filippide venne inviato da Atene a Sparta a chiedere rinforzi contro i Persiani mentre altri aiuti giungevano da Platea, città che da tempo aveva stretto alleanza con gli Ateniesi.
Nella battaglia di Maratona i Greci combatterono con grande valore riuscendo ad ottenere la vittoria nonostante la superiorità numerica dei Persiani.
Erodoto riporta il bilancio dei caduti: seimilaquattrocento Persiani contro centonovantadue Ateniesi, le cifre sono generalmente ritenute attendibili.
Erodoto rifiuta la diceria che gli Alcmeonidi avrebbero tentato di aiutare i Persiani a conquistare Atene e ricorda come fossero contrari alla tirannide paragonandoli al famoso Callia, acerrimo nemico dei Pisistratidi.
Divagando sugli Alcmeonidi, Erodoto racconta un curioso aneddoto sul loro capostipite Alcmeone: invitato da Creso a Sardi ottenne di poter prendere quanto del tesoro del re sarebbe riuscito a portare via in una sola volta. Alcmeone indossò ampi coturni ed una tunica con una grande piega, quindi si gettò in un mucchio di polvere d'oro con la quale riempì i coturni, la piega della tunica, i capelli, le mani e perfino la bocca. La sua casata divenne così ricchissima e si dedicò ad allevare cavalli da quadriga.
Ancora a proposito degli Alcmeonidi, si racconta di come Megacle vinse una lunga e fastosa gara nuziale indetta da Clistene di Sicione fra i pretendenti della figlia. Fra le glorie della famiglia, inoltre, Erodoto segnala Agariste, che sposò Santippo e fu madre di Pericle.
Dopo la vittoria di Maratona, Milziade approfittando del grande prestigio acquisito ottenne una flotta per attaccare l'isola di Paro che aveva aiutato i Persiani, ma sembra che intraprese l'azione anche per suoi scopi personali. L'impresa fallì ed al suo ritorno in Atene Milziade fu accusato da Santippo di aver ingannato il popolo.
Processato, fu condannato ad una multa di cinquanta talenti ma morì prima di poterla pagare per una ferita riportata a Paro.


Libro settimo
[POLIMNIA]


Quando Dario fu informato dell'esito della battaglia di Maratona decise di scagliare contro Atene un'offensiva definitiva ed iniziò preparativi che durarono tre anni. Nel quarto anno gli Egiziani che erano sottomessi ai Persiani dai tempi di Cambise si ribellarono costringendo Dario a preparare anche una spedizione contro di loro.
Secondo le usanze persiane il re doveva designare il proprio successore prima di partire, ciò provocò grande discordia fra i figli di Dario Artobazane e Serse. Il primo rivendicava la primogenitura il secondo il fatto di discendere da Ciro in quanto figlio di Atossa, seconda moglie di Dario e, appunto, figlia di Ciro.
Dario designò Serse e si accinse alla partenza ma morì, dopo trentasei anni di regno, prima di iniziare la spedizione.
Divenuto re, Serse non si dimostrò incline ad attaccare la Grecia. Nel secondo anno dalla morte di Dario represse la ribellione in Egitto, quindi si lasciò convincere da Mardonio e da alcuni fuoriusciti greci a rivolgersi contro i ribelli egiziani.
Ma la decisione di attaccare Atene non fu immediata nè facile, Erodoto racconta di un dibattito fra Serse e gli uomini a lui più vicini: Mardonio sosteneva l'intervento, Artabano lo sconsigliava. Furono sogni, interpretati come oracoli, a convincere infine il Gran Re ad intraprendere la spedizione.
( In un brano di questo libro Erodoto inserisce in un discorso di Serse la genealogia degli Achemenidi: Achemene, Teispe, Cambise, Ciro, Teispe, Ariaramne, Arsame, Istaspe, Dario. ) I preparativi per la spedizione durarono quattro anni e compresero lo scavo di un canale nell'itsmo che univa il monte Athos alla terraferma per evitare che una tempesta distruggesse la flotta come era accaduto alla spedizione di Mardonio.
Serse si mise personalmente in marcia con il suo esercito partendo dalla Cappadocia verso la Grecia.
Erodoto descrive approfonditamente la costruzione di un ponte di navi sull'Ellesponto e la formazione in corteo dell'esercito al momento della partenza da Sardi.
Occorsero molti giorni e molte notti per far transitare l'intero esercito persiano oltre l'Ellesponto, sul ponte di barche. Una volta in Europa, Serse raggiunse la città di Darisco in Tracia dove si trovava ancora un presidio persiano lasciato da Dario e qui passò in rassegna le sue truppe. Riguardo all'esercito di terra viene fornita la cifra esagerata di un milione e settecentomila uomini, si tratta certamente di un errore, probabilmente Erodoto intendeva scrivere centosettantamila.
Segue un pittoresco catalogo delle genti persiane e barbare che componevano l'esercito di Serse, per ciascuna vengono descritti abiti ed ornamenti e vengono indicati i nomi dei comandanti.
All'apice della gerarchia erano sei generali: Mardonio, Tritantacme (figlio di Artabano), Smerdomene, Masiste, Gergide e Megabazo.
Comandavano la cavalleria Artamitre e Titeo, figli di Dati.
La flotta, agli ordini di Ariabigne, Pressaspe, Megabazo e Achemene constava di milleduecentosette navi, trecento delle quali, fornite dai Fenici, erano le migliori.
Fra gli altri personaggi di rilievo dell'armata persiana, Erodoto ricorda Artemisia che combatteva come alleata di Serse a capo di un contingente di Alicarnasso ed aveva fornito cinque navi.
Dopo la rassegna Serse riprese il cammino attraverso la Tracia. Percorrendo territori già assoggettati alla Persia da Dario, il re reclutava ovunque nuovi rinforzi mentre le popolazioni delle città dove l'esercito si fermava a soggiornare venivano fortemente impoverite per il costo di quanto erano costrette ad offrire a Serse ed ai suoi soldati.
Giunto ad Acanto Serse ordinò che la flotta si allontanasse dalla costa e superasse il monte Athos attraverso il canale appositamente costruito per poi raggiungere l'esercito a Terme (Salonicco).
Proseguendo il viaggio attraverso la Macedonia e la Tessaglia, Serse mandava ambasciatori a chiedere l'offerta di acqua e di terra. Fecero atto di sottomissione Tessali, Dolopi, Locresi, Achei della Ftiotide, Tebani ed altri.
Contro di loro giurarono vendetta i Greci che avevano rifiutato e che si preparavano a combattere.
Serse non inviò araldi a Sparta e ad Atene memore del fatto che quelli inviati da Dario erano stati uccisi.
Fra gli Ateniesi intenti ad interpretare i responsi oracolari, che erano oscuri e sinistri, fa la sua comparsa Temistocle "che da poco era entrato a far parte dei primi cittadini".
Egli aveva già ottenuto che i proventi delle miniere di Laurio fossero destinati alla costruzione di duecento navi da guerra da impiegarsi contro gli Egineti. In questa circostanza propose che quelle navi ed altre da costruire formassero una flotta con la quale affrontare i Persiani. Questa flotta sarebbe stata il "muro di legno" a protezione di Atene al quale aveva fatto riferimento un oracolo.
In vista della guerra contro i Persiani vennero sospese tutte le lotte in corso fra città greche e vennero inviate richieste di aiuto in Sicilia ed in Grecia.
In Sicilia era potentissimo Gelone, tiranno di Gela.
Questi aveva preso il potere con la forza dopo la morte di Ippocrate del quale aveva comandato la cavalleria. Pochi anni dopo era divenuto tiranno anche a Siracusa aiutando i proprietari terrieri di quella città che erano stati esiliati.
Gelone affidò il governo di Gela al fratello Gerone e si dedicò ad ingrandire ed abbellire Siracusa trasferendovi gli abitanti di Camarina e parte dei Gelesi.
Per aiutare Spartani ed Ateniesi Gelone pose come condizione di avere il comando dell'esercito o della flotta, la condizione fu respinta e Gelone negò gli aiuti. Inviò quindi un messaggero a Delfi con l'incarico di consegnare una forte somma di denaro e di eseguire l'offerta di acqua e di terra ai Persiani se questi avessero vinto la guerra.
Quanto ai Cretesi si astennero dall'inviare aiuti perchè ebbero responsi negativi dagli oracoli. Su richiesta dei Tessali, i Greci inviarono diecimila uomini a Tempe per tentare di impedire ai Persiani di entrare in Tessaglia ma il contingente tornò indietro quando ci si rese conto che Serse avrebbe seguito un altro itinerario.
I Greci che intendevano resistere all'invasione si riunirono all'Itsmo e deliberarono di difendere due passaggi strategici: il passo delle Termopili e l'Artemisio, nel mare di Tracia.
In un primo scontro navale i Greci persero tre navi ed altrettante navi persiane si incagliarono sugli scogli. Poco tempo dopo una tempesta arrecò gravissimi danni alla flotta persiana che sostava all'ancora nei pressi di Magnesia, in tre giorni affondarono centinaia di navi ed i Persiani subirono enormi perdite di uomini, bestiame e vettovaglie.
Intanto le truppe terresti greche prendevano posizione al passo delle Termopili, le comandava Leonida re di Sparta.
Leonida era arrivato al potere inaspettatamente, a causa della morte di due fratelli maggiori. Portò con se alle Termopili una guardia scelta di trecento cittadini spartani. Nel complesso le forze greche dislocate sul posto ammontavano a settemila uomini. Leonida presidiò il passo con questo limitatissimo numero di soldati ed un piccolo contingente di Tebani dei quali intendeva verificare la fedeltà alla causa greca.
In effetti questa modesta avanguardia era stata inviata mentre il grosso delle forze greche temporeggiava perché si riteneva che i Persiani non sarebbero giunti in breve tempo, ma quando si seppe che l'arrivo di Serse era ormai imminente tutti i Greci che si trovavano nella zona decisero di fuggire e Leonida rimase solo con i suoi trecento.
Si trattava di un corpo scelto che riuscì a tenere il passo delle Termopili per tre giorni sfruttando l'impervia natura del terreno ed un antico muro che era stato ricostruito per bloccare il passaggio.
Infine un greco di nome Efialte rivelò ai Persiani l'esistenza di un sentiero che aggirava il passo e si prestò a fare da guida.
A questo punto Leonida congedò gli alleati deciso a resistere fino alla fine, che era ormai certa. Soltanto i Tespiesi rifiutarono di abbandonarlo e perirono con lui. Nell'ultimo durissimo scontro Leonida ed i suoi persero la vita ma anche i Persiani subirono molte perdite morendo, fra gli altri, due fratelli di Serse.
Serse fece ritrovare il cadavere di Leonida e gli fece mozzare la testa, quanto al traditore Efialte, sul quale fu messa una taglia, venne in seguito ucciso da un sicario.



Libro ottavo
[URANIA]


La flotta degli alleati greci era radunata all'Artemisio, ne aveva il comando lo spartano Euribiade.
Si valutava la possibilità di portare le navi in salvo abbandonando la guerra, ma gli Eubesi che abitavano quelle coste chiesero protezione ad Euribiade. Non ottenendo aiuto si rivolsero a Temistocle offrendogli una grossa somma che Temistocle utilizzò per far cambiare parere ad Euribiade e ad altri ufficiali della flotta.
I Persiani decisero di inviare una parte delle loro navi a compiere il pariplo dell'Eubea per posizionarsi alle spalle della flotta greca e bloccarne l'eventuale ritirata.
I Greci furono informati della manovra da un certo Scillia di Scione, un palombaro fuoriuscito dalla flotta nemica, e decisero di prevenire l'accerchiamento sferrando un primo attacco. Riuscirono così a catturare trenta navi persiane e la battaglia ebbe termine solo con il sopraggiungere della notte.
Le duecento navi inviate a circumnavigare l'Eubea fecero naufragio a causa di una nuova tempesta. Il giorno successivo i Greci ricevettero altre cinquantatre navi attiche, attaccarono nuovamente e riportarono una nuova vittoria.
Il terzo giorno furono i Persiani ad attaccare, questa volta la battaglia ebbe esito incerto ma comunque furono i barbari a subire le perdite maggiori, anche a causa della minore manovrabilità delle loro navi.
Temistocle considerò che se fosse riuscito ad allontanare gli Ionii ed i Carii dalla flotta persiana avrebbe modificato il rapporto di forze a suo pieno vantaggio, pensò quindi di lasciare loro messaggi scritti nei luoghi dove andavano a prelevare acqua potabile. Intanto giunse la notizia della caduta di Leonida e la flotta greca si ritirò.
I Persiani avanzarono, aiutati dai Tessali che erano loro favorevoli, invadendo la Focide e quindi l'Attica. Ovunque in queste regioni portarono devastazione, saccheggi, violenza.
Una parte dell'esercito persiano attaccò Delfi per depredare il santuario dei suoi famosi tesori ma gli invasori furono fermati da una valanga, considerata evento miracoloso, mentre tutta la popolazione di Delfi si mise in salvo con la fuga.
La flotta greca approdò a Salamina. Ad Atene fu emanato un proclama per evacuare la città.
Rinforzi considerevoli per la flotta giunsero a Salamina dal Peloponneso, dal continente e dalle isole.
Quando giunsero ad Atene i Persiani la trovarono quasi deserta, solo pochi erano rimasti a difendere l'Acropoli e quei pochi furono costretti a cedere con il fuoco finché l'Acropoli non venne completamente distrutta. La flotta si trovava nei pressi di Salamina, isola sulla quale erano fuggite molte famiglie ateniesi. Si tenne un consiglio di guerra per decidere se affrontare le navi persiane presso l'Istmo oppure rimanere nella presente posizione. Prevalse l'opinione di Temistocle che si battè per rimanere sul posto arrivando a minacciare l'abbandono della guerra da parte degli Ateniesi in caso contrario.
Temistocle sosteneva che le navi greche, più leggere e manovrabili di quelle persiane, avrebbero combattuto meglio nei pressi di un'isola che in mare aperto.
Intanto anche i Persiani tenevano consiglio sull'opportunità di attaccare battaglia navale. Fra i comandanti dei vari contingenti della flotta fu Artemisia ad esprimere un parere negativo: i Greci in mare, a suo dire, erano più forti dei Persiani, tanto quanto gli uomini sono più forti delle donne.
Pur apprezzando i consigli di Artemisia, Serse decise di seguire il parere della maggioranza e di affrontare il combattimento navale.
Per contrastare il parere dei Peloponnesiaci che intendevano spostare la flotta a difesa dell'Istmo allontanandola da Salamina, Temistocle giocò una mossa molto audace. Inviò Sicinno, pedagogo dei suoi figli, presso i Persiani ad avvertirli delle intenzioni dei Greci fingendo che Temistocle stesso intendesse tradire e fosse favorevole a Serse.
Fidandosi di questa informazione i Persiani accerchiarono nottetempo con la loro flotta quella greca intorno a Salamina. Si dimostrò un tragico errore: la flotta persiana, molto più consistente di quella greca non aveva la necessaria esperienza per affrontare il nemico e si creò un'immensa confusione nella quale le navi persiane arrivarono ad affondarsi fra loro.
Erodoto racconta alcuni episodi della battaglia, atti di valore da ambo le parti e non cela una certa ammirazione per Artemisia.
Resosi conto della sconfitta subita, Serse si preoccupò che i Greci potessero tagliare il suo ponte di navi sull'Ellesponto per impedirgli di tornare in patria, ordinò quindi i preparativi per un'altra battaglia come manovra diversiva.
Mardonio si offrì di rimanere in Grecia per continuare la guerra con trecentomila uomini, Serse accettò anche per il consiglio di Artemisia, alla quale affidò i propri figli che aveva portato con se perché li educasse ad Efeso. Insieme ai suoi figli Serse inviò Ermotimo, un suo eunuco molto potente e rispettato.
Temistocle, del quale Erodoto fornisce un'immagine negativa, si rivolse con avidità alle isole per richiedere finanziamenti. Gli abitanti di Andro rifiutarono sostenendo di essere troppo poveri per contribuire e vennero assediati.
Intanto Serse con la sua armata ritornava in Persia attraverso l'Ellesponto. Mardonio lo scortò fino in Tessaglia, dove decise di svernare, e scelse le truppe che sarebbero rimaste con lui per continuare la guerra.
Con l'avvicinarsi della guerra i Greci riorganizzarono la flotta e ne affidarono il comando al re di Sparta Leotichide.
Dal canto suo Mardonio, dopo aver consultato molti oracoli, decise di tentare l'accordo con gli Ateniesi convinto che la vittoria sarebbe stata più semplice e rapida se fosse venuto a mancare agli altri Greci l'appoggio di Atene. Per trattare un'alleanza con gli Ateniesi Mardonio scelse un macedone, Alessandro figlio di Aminta. Questo Alessandro era il settimo discendente di Perdicca, l'antico re di Macedonia sulle cui umili origine Erodoto si compiace di soffermarsi.
Preoccupati per un eventuale accordo fra Ateniesi e Persiani, gli Spartani mandarono messi ad offrire aiuti economici ad Atene, aiuti che gli Ateniesi orgogliosamente rifiutarono - come rifiutarono le lusinghe di Mardonio - chiedendo agli Spartani solo rinforzi militari in vista della guerra.



Libro nono
[CALLIOPE]


Ricevuto il rifiuto degli Ateniesi, Mardonio mosse senz'altro verso l'Attica attraverso la Tessaglia. Dopo dieci mesi dall'occupazione di Atene compiuta da Serse, Mardonio entrò di nuovo nella città ma la trovò deserta mentre tutti gli Ateniesi erano a Salamina o sulle navi.
Gli Ateniesi ribadirono la loro richiesta di aiuti agli Spartani che temporeggiarono per alcuni giurni ed infine inviarono un esercito comandato da Pausania figlio di Cleombroto.
Saputo ciò Mardonio incendiò quanto restava di Atene e portò l'esercito presso Tebe, in territorio più adatto alla sua cavalleria.
Infine la cavalleria persiana comandata da Masistio si scontrò con i Greci nei pressi di Eritre.
I Greci respinsero l'attacco ed uccisero Masistio, incoraggiati dal successo decisero di accamparsi nei pressi di Platea.
I Tegeati contesero agli Ateniesi l'onore di occupare l'ala sinistra negli schieramenti (l'ala destra spettava agli Spartani che avevano il comando dell'esercito). A sostegno delle loro pretese addussero il ricordo delle loro imprese più gloriose fra le quali il duello vinto da Euchemo contro Illo che, dopo la morte di Euristeo, cercava di riportare gli Eraclidi nel Peloponneso.
Anche gli Ateniesi ricordarono le loro antiche glorie ma sostennero che sarebbero bastate le loro gesta negli ultimi anni contro i Persiani per garantire loro l'onore dell'ala sinistra. Gli Ateniesi ebbero infine l'ala sinistra ed Erodoto descrive lo schieramento completo di tutti i contingenti greci, per un totale di centodiecimila uomini.
I Persiani ed i loro alleati arrivavano a trecentomila uomini ai quali Erodoto stima che si debbano aggiungere cinquantamila uomini delle città greche sottomesse a Serse o comunque favorevoli ai Persiani.
Sia ai Greci, sia ai Persiani gli indovini consigliarono di rimanere sulla difensiva, per questo motivo i due eserciti si fronteggiarono per dieci giorni senza attaccare, limitandosi a modeste azioni di disturbo.
Con un'incursione la cavalleria persiana danneggiò la fonte alla quale i Greci si approvvigionavano di acqua. I Greci decisero quindi di spostare durante la notte il proprio campo ma a causa di discordie ed errori la manovra si svolse in modo disordinato e confuso ed i cavalieri persiani ebbero modo di inseguire ed attaccare il nemico.
Benché colti di sorpresa ed abbandonati da una parte degli alleati, gli Spartani, gli Ateniesi, i Tegeati ed altri Greci si batterono valorosamente e grazie alla maggiore esperienza e agli armamenti pesanti riuscirono ad avere la meglio.
Quando Mardonio venne ucciso i Persiani si dettero disordinatamente alla fuga. Erodoto prosegue descrivendo episodi della battaglia, citando esempi di eroismo e stimando i caduti: circa trecentomila fra i Persiani e poche centinaia fra i Greci.
Non mancano, nella descrizione erodotea, elementi sinistri come la proposta di un Egineta a Pausania di impalare il corpo di Mardonio e lo sciacallaggio sui cadaveri persiani da parte degli iloti spartani.
Dopo la vittoria i Greci si rivolsero contro i Tebani che avevano appoggiato l'invasore ed assediarono la loro città, ottennero i responsabili e li giustiziarono.
Nello stesso giorno della battaglia di Platea i Greci sconfissero i Persiani anche a Micale.
Qui Erodoto inserisce, con breve digressione, il racconto delle vicende dell'indovino Evenio, accecato ingiustamente dai concittadini e ricompensato dagli dei con il dono della divinazione.
A Micale i Persiani affidarono ai Milesi il compito di far loro da guida e di coprire un'eventuale ritirata, ma i Milesi si ribellarono, li guidarono nei luoghi più pericolosi, quindi combatterono contro di loro.
Intanto in Persia si svolgeva un turpe dramma familiare: innamoratosi della moglie di suo fratello Masiste, Serse cercò di sedurla, non riuscendoci conquistò la nuora, moglie del suo figlio maggiore Dario. Queste avventure una volta scoperte provocarono la gelosia di Amestri, moglie di Serse, che fece mutilare la moglie di Masiste, questi si ribellò e fu fatto eliminare con tutti i suoi figli dal re suo fratello.
Da Micale i Greci inseguirono i resti dell'esercito persiano fino all'Ellesponto per assicurarsi che i ponti venissero distrutti.
Sulla via del ritorno, nel Chersoneso, gli Ateniesi assediarono e conquistarono la città di Sesto che era nelle mani di un luogotenente di Serse di nome Artaicte, il quale venne catturato e giustiziato.
A conclusione della sua opera, Erodoto ricorda come Ciro avesse ammonito i Persiani, che ai suoi tempi stavano rapidamente espandendo i loro domini, a non lasciarsi andare ad una vita facile e lussuosa per non divenire, da dominatori, dominati.