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DIODORO SICULO

BIBLIOTECA STORICA

(Sintesi parziale)

Libro I


Nel proemio, costituito dai primi cinque capitoli del libro I, l'Autore presenta la propria opera sostenendo l'utilità della storia in generale e della narrazione storiografica universale in particolare.
Un'opera di agevole lettura che comprenda le vicende di tutte le popolazioni dall'inizio dei tempi si dimostrerà, secondo Diodoro, particolarmente utile a chi intenda trarre profitto dalla conoscenza della storia e dei suoi insegnamenti.
Ancora nel proemio, Diodoro descrive il proprio metodo di lavoro, basato sullo studio approfondito delle fonti precedenti ma anche sulla conoscenza diretta acquisita durante una serie di viaggi preliminari alla stesura del testo, stesura che lo vide impegnato per ben trent'anni.
Sul risultato di tanto lavoro l'autore anticipa un primo scorcio schematico:
  • I primi sei libri riguardano "le vicende precedenti alla guerra di Troia e le leggende mitiche"
  • i libri dal settimo al diciassettesimo il periodo dalla guerra di Troia alla morte di Alessandro Magno
  • i ventitre libri successivi arrivano all'epoca dell'autore ed alle gesta di Cesare. (Ci sono giunti i libri I-V e XI-XX).
    Particolare attenzione Diodoro dedica alla datazione degli avvenimenti, per la quale ricorrerà a numerosi strumenti come le tavole cronologiche di Apollodoro di Atene, la serie dei re di Sparta, la successione delle Olimpiadi, gli arconti di Atene, i consoli di Roma.
    Concluso il proemio, Diodoro espone molto brevemente la teoria più nota ai suoi tempi in merito alla formazione del mondo, alla comparsa della vita ed alla nascita dell'umanità
    Spinti dalla necessità gli uomini primitivi presero a riunirsi in gruppi ed a comunicare fra loro tramite linguaggi via via più evoluti. Intanto imparavano a trovare rifugio dal freddo e dagli animali selvatici, a sopperire alle proprie necessità e a procurarsi provviste per l'inverno.
    Dichiaratamente la trattazione degli uomini "preistorici" viene limitata in poche pagine per mantenere la "giusta proporzione dell'esposizione".
    Dopo aver premesso che intende narrare separatamente la storia greca da quella dei popoli non greci, Diodoro pone il problema di quale debba essere considerata la più antica civiltà ed infine opta per quella egiziana.
    Diodoro individua nella particolare fertilità del paese e nella mitezza del clima le causee del precoce sviluppo della civiltà egiziana.
    I più antichi Egiziani adoravano il sole e la luna che identificavano rispettivamente con Osiride e Iside.
    Osiride (il cui nome Diodoro traduce "colui che ha molti occhi") in accordo con Plutarco, era identificato dai mitografi greci con Dioniso.
    Iside veniva rappresentata spesso con le corna, in riferimento alla falce della luna o al fatto che le era sacra la vacca.
    Divinità primordiali, Osiride ed Iside erano considerati all'origine della materia e del "soffio vitale" che anima gli esseri: i componenti dell'universo che furono a loro volta identificati con altre divinità. Il soffio vitale fu Zeus (Amon per gli Egiziani), il fuoco Efesto (Ptah), la terra fu la "madre" (Demetra - Iside), l'acqua venne identificata con Nun, dio egiziano della fertilità che per i Greci fu Oceano.
    Infine l'aria venne rappresentata da Atena, equivalente alla dea egiziana Neith, la cui eterna verginità si riferiva alla purezza dell'atmosfera incontaminata (vivesse oggi, Diodoro, forse la penserebbe in altro modo).
    Secondo gli Egiziani gli dei percorrevano la terra in forma di animali e, a volte, assumevano aspetto umano.
    Agli dei fin qui citati se ne aggiungono altri che erano stati esseri umani e che per le loro qualità avevano ottenuto di divenire immortali (fra questi i più antichi re d'Egitto); alcuni di questi dei sono omonimi di corrispondenti divinità celesti.
    Il primo a reggere il trono egiziano era stato Elio (Amon) oppure, secondo la tradizione di Menfi, il dio Ptah che i Greci identificavano con Efesto il quale aveva scoperto il fuoco e ne aveva fatto dono all'umanità.
    Seguirono Crono e la sua sorella-sposa Rea, ai quali succedettero Iside e Osiride.
    Questi insegnarono l'agricoltura e posero fine al cannibalismo, quindi dettarono ai sudditi le prime leggi.
    Una parte degli Egiziani attribuiva ad Osiride la fondazione della città di Tebe, mentre altri la consideravano fondata in epoca più tarda da un re del quale Diodoro si ripromette di parlare più avanti.
    Figlio di Zeus, Osiride portò l'Egitto a grande splendore, scoprì la vite ed inventò il vino come il suo corrispondente greco Dioniso.
    Osiride scelse Ermes come proprio scriba, a questo dio, corrispondente all'egiziano Toth, si attribuiva l'invenzione della scrittura, dell'alfabeto, della lira e dei primi rudimenti musicali, nonché la scoperta dell'olivo.
    Osiride, costituito un potente esercito, organizzò una grande spedizione per visitare tutte la terra insegnando l'agricoltura. Trasferì ad Iside tutto il potere e le affiancò Ermes come consigliere.
    Mise a capo della difesa militare del paese Eracle, variamente identificato con gli dei egiziani, e prese con se Apollo (Horus) che Diodoro definisce "fratello" di Osiride, ma in genere la tradizione egiziana considerava Horus figlio di Osiride.
    Alla spedizione presero inoltre parte i due figli di Osiride (Anubi e Macedone), Pan (identificato con il dio egiziano Min), Marone e Trittolemo.
    Completavano il seguito di Osiride i Satiri, molti musicisti ed un gruppo di nove vergini abili nel canto che presso i Greci furono chiamate Muse.
    La prima tappa della spedizione fu l'Etiopia dove Osiride insegnò le arti agricole e fondò grandi città.
    Intanto, in Egitto, il Nilo straripò devastando vaste regioni, in particolare quella governata da Prometeo. La piena fu arginata da Eracle; poiché per la rapidità delle esondazioni il Nilo veniva detto Aetos (aquila) da questo episodio sarebbe nato il mito di Eracle che uccide l'aquila che tormenta Prometeo.
    Osiride, giunto ai confini dell'Etiopia, fece costruire dighe ed altre opere atte a regolare il corso del fiume e a controllare la violenza delle sue piene, quindi proseguì il proprio viaggio attraversando l'Arabia e spingendosi fino in India.
    Tornò indietro attraversando l'Ellesponto e passando in Europa. Questo capitolo (il ventesimo) riprende alcuni episodi del mito dionisiaco: uccise Licurgo re della Tracia e fondò la città di Maronea (che affidò a Marone), fece del proprio figlio Macedone il re della regione che da lui prese nome. Affidò a Trittolemo la diffusione dell'agricoltura in Attica.
    Tornò in Egitto con ricchissimi trofei e quando infine morì fu divinizzato e fatto oggetto di culto.
    Osiride fu ucciso da Seth (per i Greci Tifone) che fece a pezzi il suo corpo e distribuì i pezzi a quanti lo avevano aiutato. Iside, moglie-sorella di Osiride, ed il figlio Horus sconfissero Seth e ripresero il potere.
    Recuperate tutte le parti del corpo di Osiride tranne il fallo, Iside volle agire in modo che lo sposo fosse venerato in tutto l'Egitto ma che il suo sepolcro rimanesse segreto. Fece così tante statue di cera di Osiride quante erano le parti del corpo smembrato (ventisei secondo Diodoro, quattordici secondo Plutarco), ciascuna statua conteneva una di quelle macabre reliquie, e le affidò ai sacerdoti ordinando loro di seppellirle e venerarle e premiandoli con grandi ricchezze. Poiché i sacerdoti furono convocati separatamente ciascuno credette di essere l'unico ad aver ricevuto l'incarico.
    In questa occasione sarebbe stato istituito il culto degli animali sacri.
    Iside giurò di non unirsi ad alcun altro uomo e regnò per molti anni sull'Egitto con grande giustizia. Alla sua morte fu sepolta nell'isola di File, nel delta del Nilo, dove sorse un grande santuario, luogo del culto di Iside ed Osiride comune a tutti gli Egiziani.
    Gli Egiziani sostenevano che il mito di Dioniso figlio di Zeus e Semele fosse nato in Egitto e trasferito in Grecia da Orfeo il quale aveva assistito ai riti iniziatici dei sacerdoti.
    Secondo la versione in qualche modo razionalizzante che qui Diodoro attribuisce agli Egiziani, Cadmo sarebbe stato un re della Tebe di Egitto, non di quella greca. Sua figlia Semele venne violentata da uno sconosciuto e partorì dopo sette mesi. Per volere di un oracolo (o per nascondere il disonore) Cadmo proclamò il bambino una reincarnazione di Osiride-Dioniso e lo disse nato da Zeus. Molto tempo dopo Orfeo trasferì in Grecia il mito che qui assunse la versione nota a tutti gli Elleni.
    Non solo nel caso di Dioniso gli Egiziani rivendicavano al proprio paese le origini del dio o dell'eroe: era così ad esempio anche per Eracle, Perseo ed Io.
    Quest'ultima, figlia di Inaco amata da Zeus e trasformata in vacca da Era, era identificata direttamente con Iside.
    Perseo aveva, anche nella tradizionale versione greca, ascendenti egiziani in quanto figlio di Danae. Quanto ad Eracle qui si espone la teoria che l'Eracle civilizzatore, portatore di clava e sgominatore di belve, originario dell'Egitto e vissuto agli albori dell'umanità, fosse persona diversa dal figlio di Alcmena vissuto una generazione prima della guerra di Troia.
    Non sempre le identificazioni degli dei egiziani con quelli greci erano univoche: Osiride, ad esempio, veniva identificato generalmente con Dioniso ma anche con Zeus, Plutone e Pan.
    Patrona dei malati, creatrice di farmaci e rimedi, Iside aveva resuscitato il figlio Horus, ucciso dai Titani, lo aveva reso immortale e partecipe della sua sapienza medica. Per questo motivo Horus veniva a volte messo in relazione con Apollo.
    Horus fu l'ultimo dio a regnare sull'Egitto. I sacerdoti calcolavano ventitremila anni dal suo regno alla conquista del paese da parte di Alessandro Magno. Qui Diodoro razionalizza la tradizionale credenza che i più antichi re avessero regnato per secoli spiegandola con un diverso computo del tempo.
    L'argomento "Osiride ed Iside" si conclude (cap. 27) con alcune brevi note: dal prestigio di Iside derivava per le donne egiziane molta considerazione e condizioni di vita migliori che in altri paesi (ne parla anche Erodoto); vengono citate iscrizioni che si potevano leggere sulle supposte sepolture di Iside ed Osiride ma si conclude che la vera ubicazione di queste tombe era ignota perché i sacerdoti che la conoscevano erano tenuti al segreto.
    Nelle generazioni successive dall'Egitto mossero molti coloni, fra questi Belo che raggiunse la Babilonia ed istituì il sacerdozio dei Caldei; Danao, qui considerato fondatore di Argo; ed altri che migrarono fra i Colchi, i Giudei e gli Arabi esportando usanze egiziane quali la circoncisione.
    Anche alla città di Atene si attribuivano remote origini egiziane, per vari motivi fra i quali alcune analogie nell'ordinamento giuridico e sociale. Del resto in Omero il contingente ateniese che partecipa alla guerra di Troia è comandato da Menesteo il cui padre si chiamava Peteo (o Petes), nome che Diodoro ritiene di chiara derivazione egiziana.
    Anche ad un altro mitico re ateniese, Eretteo, si attribuivano parentele egiziane, parentele grazie alle quali egli avrebbe ottenuto aiuto dall'Egitto durante una grave siccità.
    Al termine del capitolo Diodoro prende le distanze dai racconti degli Egiziani a proposito delle loro antiche imprese di colonizzatori in quanto non le ritiene correttamente documentabili.
    Con il capitolo trenta ha inizio la descrizione geografica dell'Egitto. Il paese aveva nei propri confini delle valide difese naturali: il deserto della Siria, le Cateratte del Nilo, le paludi a oriente che lo separavano dalla Celesiria.
    Su queste paludi Diodoro si sofferma per raccontare le insidie delle sabbie mobili capaci di far sprofondare interi eserciti.
    A nord l'Egitto si affacciava sul Mediterraneo. La costa era piatta ed insidiosa e non offriva approdi sicuri fatta eccezione per il porto dell'isola di Faro. I fondali sabbiosi del delta nel Nilo, nei quali le imbarcazioni rischiavano sempre di arenarsi costituivano un'ulteriore difesa naturale per il paese. La densità della popolazione era molto alta e già in tempi antichi si contavana diciottomila centri abitati (il dato non differisce molto da quello fornito da Erodoto).
    Il Nilo, che Diodoro riteneva il più grande fiume del mondo, scorre da sud verso nord. Nessuno aveva mai raggiunto le sue sorgenti. Il corso maestoso del fiume non era mai violento salvo nei punti dove i dislivelli del suolo formavano piccole cascate dette "cateratte", la maggior parte delle quali segnava il confine fra l'Etiopia e l'Egitto.
    Fra le varie isole nel corso del fiume la più grande era Meroe, con la città omonima fondata da Cambise, ricca d'oro e di altri metalli.
    Dividendosi in più rami, il Nilo forma il delta e sfocia nel mare con sette "bocche". Da una di queste bocche, detta Pelusiaca, si dipartiva un canale artificiale che raggiungeva il Mar Rosso (un tracciato analogo a quello dell'attuale Canale di Suez). Il canale fu iniziato dal faraone Neco II (XXVI dinastia), portato avanti dal re per persiano Dario e completato da Tolomeo II Filadelfo.
    Le inondazioni periodiche, grazie al fango depositato, rendevano il terreno fertilissimo e facile da coltivare, ma anche la vegetazione spontanea era molto varia e ricca di frutti nutrienti. Fra i vari prodotti dell'agricoltura e della raccolta, Diodoro ricorda il pane di loto, le fave egiziane, bacche dolcissime, l'olio ottenuto dal kiki (ricino) usato per l'illuminazione e per la cura del corpo, nonché la birra d'orzo detta zythos.
    Molti animali popolavano il Nilo, Diodoro ricorda il coccodrillo ed il "cavallo di fiume". Entrambi gli animali erano venerati in alcune regioni egiziane ed esecrati in altre. Le loro carni non erano commestibili. La descrizione di questi animali deriva chiaramente da quella fornita da Erodoto.
    Anche la pesca nel Nilo era molto abbondante e gli Egiziani svolgevano anche una fiorente attività commerciale con il pesce salato.
    Le piene del fiume, attentamente controllate dai funzionari, rendevano estremamente facile l'irrigazione grazie anche alla conformazione pianeggiante del terreno che faceva scorrere l'acqua senza irruenza.
    Sulle causee naturali delle esondazioni del Nilo nessun autore, secondo Diodoro, aveva fornito spiegazioni attentibili, anzi molti si erano del tutto astenuti dal parlarne.
    Anche fonti autorevoli come Ellanico, Ecateo ed Erodoto risentono della scarsità delle informazioni, del resto la più antica spedizione in Etiopia, verso la fonte del fiume, risaliva a Tolomeo II Filadelfo, vissuto una generazione dopo Alessandro Magno.
    Talete riteneva la piena dovuta al fatto che la foce del Nilo fosse orientata in opposizione ai venti etesi, i quali avrebbero impedito alle acque di defluire in mare, ma Diodoro non accetta questa spiegazione perché il fenomeno riguardava il solo Nilo e non tutti i fiumi in condizioni analoghe. Rifiutata anche la tesi di Anassagora che attribuiva le piene estive allo scioglimento del ghiaccio in quanto Diodoro, considerando il clima della regione, non crede all'esistenza di ghiaccio presso la fonte del fiume.
    Erodoto espresse l'opinione che il livello naturale del fiume fosse quello della piena e che le acque si ritirassero durante l'inverno a causa dell'allontanarsi del sole verso settentrione, anche qui può valere l'obiezione sull'univocità del fenomeno.
    Democrito di Abdera attribuiva le piene a torrenziali piogge estive sui monti dell'Etiopia portate dai venti Etesi, ma Diodoro non condivide i suoi calcoli in merito alla stagionalità di quelle piogge. Dal canto suo Eforo, riferendo un'ipotesi più recente, riteneva che fosse il suolo poroso ad assorbire grandi quantità di acqua in inverno restituendole d'estate.
    Diodoro rifiuta anche questa spiegazione e polemizza con Eforo che dimostrava di non essere ben informato sulla natura dei luoghi.
    Dei filosofi egiziani non meglio identificati sostenevano che il Nilo provenisse dalla parte della terra "opposta alla nostra nelle sue stagioni" ed attraversasse nel suo corso una regione caldissima. La piena sarebbe dunque causata dalle tempeste invernali nell'altra parte del mondo (che si svolgono quando da noi è estate). Anche questa spiegazione viene seccamente respinta dal'autore.
    Contestato anche Enopide di Chio che cercava la causa del fenomeno nelle variazioni dell'umidità sotterranea: perché solo il Nilo?
    Infine viene accettata con qualche esitazione la spiegazione di Agatarchide di Cnido che parlava di forti precipitazioni estive in Etiopia.
    In effetti sono proprio le piogge a far crescere il Nilo, piogge provocate dai monsoni e dagli elisei che sospingono sulle alture etiopi l'umidità causata dalla forte evaporazione del periodo più caldo.
    Conclusa la descrizione della geografia del paese, Diodoro si accinge a parlare della "vita primitiva degli Egiziani". Per molto tempo questi vissero di raccolta, di caccia e di pesca, abitando capanne di canne e vestendo le pelle degli animali. Successivamente passarono all'agricoltura, secondo alcuni miti insegnata loro da Iside o da Ermes.
    Ad un lungo periodo in cui regnarono dei ed eroi, seguirono monarchi umani per circa cinquemila anni fino ai tempi dell'autore. Durante il suo soggiorno in Egitto, ricorda Diodoro, regnava Tolomeo XII. Le dinastie egiziane furono di tanto in tanto interrotte per brevi periodi da re etiopi, persiani ed infine macedoni.
    La datazione adottata da Diodoro non è esattissima, egli inoltre trascura l'invasione degli Hyksos ed i sovrani libici. Racconta che esistevano cronache curate dai sacerdoti su ciascun re, materiale dunque vastissimo che egli si propone di riepilogare.
    La serie dei faraoni inizia con Menas (Narmer-Menes) che viene ricordato principalmente per il lusso dei costumi da lui istituiti, costumi che, molto più tardi, saranno riformati da Tnefacto (Tefnakht) che promosse la frugalità e maledisse la memoria di Menas.
    Durante il regno di cinquantadue successori di Menas Diodoro non annota alcun evento rilevante. Accenna dunque a due sovrani di nome Busiride ai quali attribuisce la fondazione di Tebe, questi personaggi non sono identificabili.
    Tebe era famosa per lo splendore dei suoi templi i cui ricchissimi arredi furono saccheggiati dai Persiani quando Cambise invase l'Egitto. I Persiani saccheggiarono inoltre molte delle tombe reali impadronendosi degli immensi tesori in esse contenuti.
    Fra i famosi monumenti funebri egiziani, Diodoro sceglie di descrivere quello costruito da Ramses II nel XIII secolo a.C.
    Oltre alle dimensioni ed alla disposizione degli ambienti e delle statue del santuario, Diodoro descrive i grandi affreschi che immortalavano le gesta del re nella battaglia di Qadesh, combattuta nel 1288 a.C. contro gli Ittiti.
    Dopo aver ricordato brevemente la profonda competenza dei Tebani in campo astronomico, l'Autore passa a raccontare come la città di Tebe fu soppiantata da una nuova capitale costruita sul delta di nome Menfi. Qui la narrazione diodorea contrasta con le fonti egiziane secondo le quali Menfi fu capitale prima di Tebe e fu fondata dal primo faraone Narmer-Menes, mentre Diodoro attribuisce la fondazione ad un re di nome Ucoreo che non è stato identificato.
    Questo re avrebbe dato alla città il nome della propria figlia la quale fu amata dal fiume Nilo in forma di toro e generò Egitto, il nuovo re, che fu eponimo dell'intero paese (qui accidentalmente Diodoro riprende un racconto mitologico, per altro alternativo alla versione canonica che voleva Egitto figlio di Belo e fratello di Danao).
    Successivamente il faraone Meride (Amenemhet III, XII dinastia) abbellì ed ingrandì ancora Menfi facendo costruire i propilei meridionali e scavando un grande lago artificiale che prese il suo nome.
    Il racconto di Diodoro passa ora a un faraone che egli chiama Sesoosi, vissuto "sette generazioni più tardi". Si tratta di Sesostri III, della XII dinastia, ma alcuni episodi sembrano riferiti ad altri sovrani con lo stesso nome. L'autore, che qui segue prevalentemente Erodoto, tiene del resto a precisare che le fonti a sua disposizione sull'argomento erano spesso imprecise e contraddittorie e che egli stesso ha selezionato le notizie che si sono sembrate più attendibili.
    In gioventù Sesostri ricevette una completa preparazione militare che, ancora prima di salire al trono, mise in pratica operando conquiste in Arabia e Libia.
    Divenuto re si mostrò saggio e munifico, operò riforme e riorganizzò il paese dividendolo in distretti.
    Formata una grande armata la guidò alla conquista dell'Etiopia, delle isole del Mar Rosso e di spinse fino in India (quest'ultima notizia non pare attendibile agli studiosi moderni).
    Svolse campagne anche in Europa ed in Asia arrivando alla palude Meotide (oggi Mare di Azov) dove lasciò un folto presidio che successivamente formò la popolazione dei Colchi (notizia presente anche in Erodoto).
    Nel complesso le campagne di Sesostri III, che si conclusero in Tracia, durarono nove anni.
    Egli trattò con moderazione i popoli sottomessi e, tornato in patria, ricompensò i veterani con ricchi donativi.
    Utilizzando la grande quantità di prigionieri catturati durante le sue campagne, il faraone si dedicò alla realizzazione di grandi opere, con particolare attenzione all'irrigazione delle campagne ed alla canalizzazione delle piene del Nilo.
    Costruì molti monumenti religiosi, abbellì i santuari ed in particolare quello di Efesto (Ptah) a Menfi, come dono votivo per essersi salvato da una congiura.
    Si suicidò dopo trentatre anni di regno per aver perso la vista. La sua fama fu grande nei secoli seguenti tanto che, durante l'invasione persiana, anche Dario rese onore alla sua memoria.
    Il figlio di Sesostri non fece nulla di notevole ma gli capitò un singolare episodio: avendo perso a sua volta la vista pregò a lungo gli dei finché un oracolo gli ordinò di lavarsi gli occhi con l'orina di una moglie fedele. Non fu facile trovare il rimedio e quando finalmente vi riuscì il faraone fece bruciare vive tutte le fedigrafe che aveva così scoperto.
    Molte generazioni dopo prese il potere un sovrano di nome Amasi (non chiaramente identificabile) il quale fu sconfitto dal re etiope Actisane che diede così inizio al periodo di dominazione etiope in Egitto. Di questo monarca Diodoro dice che fu saggio e moderato, ricorda che istituì la colonia penale di Rinocolura (odierna El-Arish) in una regione arida ed inospitale confinandovi quanti erano stati giudicati colpevoli di furto, dopo aver fatto loro mozzare il naso.
    Concluso il periodo etiope regnò un faraone di nome Mendes o Marros (forse si tratta ancora di Amenemhet III) che fece costruire un labirinto simile a quello di Creta ancora visibile ai tempi dell'autore. L'edificio è citato anche da Erodoto, Plinio e Strabone.
    A questo seguì un periodo di cinque anni di anarchia quindi fu eletto un certo Ceten (forse Sethnakht, iniziatore della XX dinastia) che potrebbe corrispondere al mitico Proteo della tradizione postomerica. Diodoro razionalizza la leggenda della capacità di Proteo di trasformarsi supponendo che sia nata dall'usanza dei faraoni di adornarsi con pelli di animali.
    A questo re successe il figlio Remfis (Ramsinito in Erodoto, forse Ramses III, 1182-1151 a.C.) il quale non compì imprese particolari ma fu buon economo ed accumulò grandi ricchezze.
    Seguirono altre generazioni di re non degne di nota fino a Chemnis (Cheope, IV dinastia) il quale fece costruire "la più grande delle tre piramidi annoverate fra le sette meraviglie del mondo", piramidi delle quali Diodoro fornisce un'accurata descrizione.
    Egli riferisce che per costruirle si realizzarono terrapieni artificiali, poi eliminati, ipotesi che convince i moderni più di quella di Erodoto che pensava a macchine di sollevamento.
    Diodoro segue Erodoto anche nell'errore cronologico di considerare Cheope (vissuto nel XXV secolo a.C.) successivo a Sesostri e a Ramses III che vissero rispettivamente nel XIX e nel XII secolo a.C.
    A Cheope successe il figlio Chefren (Khafa). Questi fece costruire un'altra piramide, più piccola della precedente.
    A Chefren successe il figlio Micerino (Menkaure) che a sua volta costruì una piramide, più piccola delle precedenti ma ad esse superiore per qualità della pietra e tecnica costruttiva.
    Come già Erodoto, Diodoro racconta che Micerino ristabilì un governo equo dopo le ingiustizie perpetrate dai suoi predecessori Cheope e Chefren.
    A questi sovrani seguì Bocchori (Bekenrinef, XXIV dinastia) ricordato per la sua saggezza.
    Più avanti regnò Sabacone (Shabako, XXV dinastia), sovrano etiope che abolì la pena di morte e realizzò importanti opere pubbliche. Convinto da sogni premonitori, Sabacone lasciò il trono ed il paese spontanemante. In realtà gli Etiopi governarono l'Egitto per alcuni decenni dopo Shabako e la loro dominazione non terminò in modo pacifico.
    Seguì un periodo di anarchia e, per ristabilire l'ordine, i dodici capi più autorevoli decisero di dividere il regno fra loro.
    I dodici re governarono in armonia e, dopo quindici anni, decisero di costruire una grandiosa tomba comune nei pressi del lago Meride. Prima che l'opera fosse compiuta, tuttavia, la gelosia che uno dei dodici, Psammetico, suscitava nei colleghi provocò discordie che presto culminarono nella guerra. Infatti Psammetico, dominando la regione costiera, aveva avuto modo di svolgere frequenti commerci con altre popolazioni, procurandosi ricchezze ed alleanze. Quando si vide isolato dai colleghi utilizzò queste alleanze e, con aiuti venuti dalla Caria e dalla Ionia, vinse i rivali nella battaglia di Momemfi (città non identificata).
    Divenuto unico sovrano del paese, Psammetico aprì i confini agli stranieri, ai Greci in particolare dei quali ammirava molto cultura e tradizioni, ciò comportò un cambiamento radicale negli usi degli Egiziani che da sempre erano xenofobi. Forse per questo motivo Diodoro colloca sotto il regno di Psammetico una rivolta che si svolse alcuni decenni più tardi e che portò alla secessione di una parte della popolazione.
    A Psammetico seguì Aprie che regnò per ventidue anni. Combattè contro i Fenici e conquistò Sidone.
    Si verificò una ribellione, capitanata dal nobile Amasi che riuscì ad uccidere e sconfiggere Aprie, prendendo il potere.
    Amasi regnò per cinquant'anni, morendo poco prima dell'invasione persiana dell'Egitto.
    A questo punto Diodoro interrompe la narrazione delle successioni dei faraoni rimandando quelli successivi ad Amasi ad altre sezioni dell'opera, secondo un criterio cronologico, e dichiara di voler chiudere il primo libro trattando ancora di costumi e leggi degli Egiziani.
    Nel capitolo 70 viene rapidamente descritto il protocollo al quale il faraone doveva sempre attenersi, dalle abluzioni del mattino ai cerimoniali religiosi, dal disbrigo della corrispondenza alla dieta da seguire.
    Il faraone, dice Diodoro, disponeva di una servitù personale formata da individui selezionati che ricevevano la migliore educazione, così da essere sempre in contatto con persone virtuose ed istruite.
    Anche nell'amministrazione della giustizia il faraone era tenuto al più rigoroso rispetto delle leggi, nulla era lasciato alla sua personale volontà: questo sistema, secondo Diodoro, garantì la giustizia in Egitto e rese possibili lunghissimi periodi di stabilità politica.
    Quando moriva un faraone si indiceva un periodo di lutto per settantadue giorni durante il quale il popolo svolgeva riti funebri ed era tenuto ad astenersi da molti cibi, dal vino e dal sesso.
    Prima della sepoltura veniva istituito un tribunale che giudicava le azioni del defunto, lodandone le imprese e deprecandone i misfatti. Anche questa usanza, secondo l'autore, sarebbe servita a far tenere ai sovrani una condotta onorevole.
    L'Egitto era diviso in distretti, ciascuno dei quali governato da un monarca. Oltre al re godevano di grande prestigio la classe dei sacerdoti e quella dei militari. Agli appartenenti a queste classi venivano assegnate per legge ricche proprietà terriere.
    Il resto della società era composto da agricoltori, pastori ed artigiani. L'appartenenza a questa categoria era strettamente ereditaria, anzi le leggi facevano obbligo agli Egiziani di continuare la professione svolta dagli antenati. A tutti era proibito avere più di un'occupazione.
    La giustizia veniva amministrata tramite il "tribunale dei trenta" composto da tre decine di cittadini rispettivamente di Eliopoli, Tebe e Menfi. I processi avvenivano secondo precise procedure che prevedevano memorie scritte dell'accusa e della difesa che venivano collegialmente esaminate e discusse dai Trenta, con continuo riferimento ad un codice di leggi scritte.
    Il fatto che il processo egiziano non prevedesse le arringhe degli avvocati, commenta Diodoro, tendeva a garantire una maggiore equità da parte dei giudici che, in questo modo, non venivano influenzati dall'eloquenza delle parti in causa.
    Quanto alle leggi in vigore presso gli antichi egizi, l'autore sceglie di citare soltanto le più particolari: era prevista la pena di morte per gli spergiuri e per i casi più gravi di omertà con i criminali, oltre che per l'omicidio anche ai danni degli schiavi.
    Particolarmente cruenta era l'esecuzione di chi uccideva i genitori mentre chi uccideva un figlio aveva salva la vita ma veniva tenuto legato per tre giorni e tre notti al cadavere della vittima.
    I disertori venivano puniti con disonore e con la privazione della "libertà di parola" e potevano essere redenti in seguito al proprio comportamento. Alle spie si tagliava la lingua, ai falsificatori le mani. Gli stupratori venivano evirati.
    Il faraone Bocchori (Bekenrinef) emanò norme in materia di contratti fra privati che regolavano prestiti, interessi, ecc., abolendo la schiavitù per debiti. Diodoro ipotizza che Solone abbia importato in Grecia queste norme egiziane (ma la notizia è poco attendibile).
    Per quanto concerne il furto era in vigore in Egitto una strana consuetudine: non era punito a condizione che il ladro consegnasse la refurtiva al "capo dei ladri" che poteva renderla al proprietario dietro riscatto.
    Gli Egiziani avevano prole molto numerosa. I figli venivano allevati con minima spesa dando loro cibi a basso costo; la clemenza del clima consentiva di minimizzare la spesa per l'abbigliamento.
    L'educazione dei figli dipendeva dal mestiere dei genitori. Quanti ricevevano un'istruzione più approfondita studiavano la scrittura (geroglifica e demotica), la geometria, l'aritmetica e l'astronomia. La formazione dell'egiziano non comprendeva la ginnastica e la musica. In campo medico gli Egiziani credevano in una forte relazione fra alimentazione e salute, quindi davano grande importanza alla dieta, specialmente in caso di malattia. I medici erano pagati dallo stato e seguivano discipline tradizionali; in caso di insuccesso potevano essere processati.
    Diodoro torna sull'uso di venerare gli animali, uso che evidentemente incuriosiva molto i Greci, e racconta come gli animali sacri fossero nutriti e curati dai sacerdoti e come si desse loro sepoltura con tutti gli onori. Chi uccideva volontariamente un animale sacro veniva condannato a morte e spesso la giustizia popolare arrivava prima del processo. Particolari riti erano riservati al Toro Api, sacro ad Osiride: quando moriva i sacerdoti giravano tutto il paese per trovarne un altro con le stesse caratteristiche (ne parla anche Erodoto).
    Premesso che ritiene le vere ragioni della venerazione degli animali oggetto di un sapere segreto posseduto dai soli sacerdoti, Diodoro prova ad indagare sulle opinioni più diffuse su questa usanza.
    Alcuni la riferiscono ad epoche antichissime, quando gli uomini non erano ancora civilizzati e dovevano convivere e lottare con gli animali.
    Altri la mettevano in relazione con le insegne degli antichi eserciti che, in genere, avevano appunto aspetto di animali.
    La terza opinione, infine, spiegava il culto come un segno di gratitudine per l'aiuto che gli animali danno all'uomo nel lavoro e nella vita. Ad esempio i coccodrilli del Nilo venivano considerati una difesa verso eventuali invasori da parte dei popoli confinanti.
    La descrizione dell'Egitto e dei suoi costumi non sarebbe completa se non si parlasse del culto dei morti. Diodoro precisa che erano in vigore tre tecniche di imbalsamazione e descrive la più costosa che prevedeva l'asportazione degli organi e la mummificazione con olio di cedro, unguenti e sostanze vegetali.
    Al momento della seportura si svolge il "processo" (citato in precedenza a proposito delle esequie del faraone) e se il morto viene considerato colpevole gli vengono negati i tradizionali onori funebri.
    Le famiglie che non disponevano di un sepolcro privato custodivano le bare dei parenti in un apposito locale della casa.
    Era tradizione (in Egitto come in altri paesi) considerare i legislatori ispirati dalla divinità. Diodoro elenca i più antichi ed importanti legislatori: Menes, Sasichi (forse Shoshenq I, XXII dinastia, 942 - 924 a.C.), Sesoosi (Sesostri) e Bocchori.
    A questi seguì Amasi che riformò l'amministrazione e viene ricordato come modello di saggezza ed equità . Infine, durante la dominazione persiana, il re Dario completò la legislazione egiziana nella forma che rimase inalterata finché non presero il potere i Macedoni.
    Questa legislazione fu ammirata e studiata dai Greci: filosofi e uomini politici greci visitarono l'Egitto a questo scopo importando in patria leggi, credenze e costumi egiziani. Il primo libro della Biblioteca si conclude appunto con un riepilogo dell'influenza egiziana sul diritto greco (Licurgo e Solone), sulla letteratura (Omero), sulla religione (Orfeo), sulla filosofia (Pitagora e altri) e sulle scienze (Eudosso ed altri).

    Libro II


    Dopo un breve riepilogo del precedente libro dedicato all'Egitto, Diodoro passa a narrare la storia degli Assiri.
    Il primo re assiro di cui l'autore dichiara di avere notizie fu Nino. In realtà la storia e la cronologia degli Assiri risalgono almeno ad un millennio prima del periodo al quale Diodoro si riferisce e Nino è personaggio leggendario che i Greci consideravano fondatore dell'impero persiano e della città di Ninive.
    Alleatosi con gli Arabi, Nino invase Babilonia e ne sottomise la popolazione eliminando i regnanti locali. Passò quindi ad invadere l'Armenia il cui re Barzane si sottomise volontariamente ed ottenne da Nino la liberazione in cambio di aiuti militari.
    Fu poi la volta della Media che oppose resistenza e venne duramente sottomessa.
    Continuando tali imprese, nell'arco di diciassette anni, Nino sottomise gran parte dell'Asia; infine, posto termine alle campagne militari, si dedicò alla costruzione della grande città di Ninive.
    Successivamente Nino intraprese nuovamente la conquista della Battriana, uno dei pochi paesi che era riuscito a resistergli, e qui conobbe e sposò Semiramide.
    Sul conto di Semiramide, forse identificabile con la regina Shammuranat nata in Siria e vissuta nell'ottavo secolo a.C., si narrava una leggenda.
    Si diceva che fosse figlia della dea siriaca Derceto (probabilmente equivalente ad Astarte) la quale l'aveva avuta da un amore occasionale.
    La bambina era stata esposta e nutrita dalle colombe finché i pastori del luogo non l'avevano trovata e portata ad un funzionario del re, di nome Simmas, che l'aveva adottata.
    Una volta cresciuta, Semiramide fu notata dal governatore Onnes, che volle sposarla. Quando Onnes seguì Nino nella campagna in Battriana, Semiramide lo raggiunse e, vestitasi da uomo, comandò un manipolo che riuscì ad espugnare la capitale assediata.
    Nino, colpito dalla bellezza e dal coraggio di lei, chiese ad Onnes di cedergliela e questi, innamorato della moglie ma atterrito dalla potenza del re, finì per suicidarsi, così Semiramide divenne la regina degli Assiri.
    Qualche tempo dopo Nino morì lasciando a Semiramide un figlio di nome Ninia ed il trono di Assiria. Semiramide realizzò per lui un grandioso monumento funebre a Ninive quindi, ambiziosa di superare il marito, volle fondare la città di Babilonia.
    Nei capitoli successivi Diodoro, attingendo da Ctesia di Cnido, descrive gli aspetti più grandiosi della città, le tecniche di costruzione, il ponte sull'Eufrate, i due palazzi reali, i rivestimenti in mattoni smaltati. Viene descritta anche la grande ziggurat, l'altissima torre sacra sulla quale i Caldei svolgevano i loro studi astronomici, Diodoro attribuisce anche questo edificio a Semiramide mentre fu realizzato dal re Nabopolassar.
    Si parla dei giardini pensili precisando che non furono opera di Semiramide ma di un altro monarca che li avrebbe donati ad una sua concubina persiana, in effetti furono realizzati da Nabucodonosor II per la moglie.
    Completata la costruzione di Babilonia e di altre città, Semiramide condusse altre imprese militari e viaggiò a lungo nei suoi domini realizzando ovunque grandi opere e fondando nuove città.
    Diodoro accenna anche ai costumi dissoluti della regina che, evitando sempre di risposarsi per non vedersi contendere il potere dal nuovo marito, usava intrecciare brevi e frequenti relazioni con i membri più avvenenti del suo esercito, relazioni che si concludevano sempre con la sparizione del malcapitato.
    Desiderando realizzare l'impresa bellica più importante, che a Nino non era riuscita, Semiramide decise di tentare la conquista dell'India e spese due anni in importanti preparativi fra i quali la costruzione di una flotta fluviale composta di navi smontabili che, in caso di necessità, potessero essere trasportate via terra a dorso di cammello. Per contrastare l'arma tradizionale dell'esercito indiano, gli elefanti, la regina fece fabbricare migliaia di finti pachidermi, ciascuno trasportato da un cammello, nella speranza di incutere il terrore nelle schiere nemiche.
    Da parte sua il re degli Indiani Stabrobate, attuò preparativi ancor più grandiosi moltiplicando le sue navi fluviali, reclutando nuove truppe e catturando nuovi elefanti da combattimento.
    Gli Assiri vinsero una prima battaglia navale sul fiume Indo, Semiramide fece costruire un ponte e superò il fiume spingendo il grosso delle sue forze all'interno del paese ma qui, soprattutto grazie agli elefanti veri di cui disponeva, Stabrobate ebbe la meglio, del resto l'inganno degli elefanti, reso noto agli Indiani da alcuni disertori assiri, aveva perso il suo effetto.
    Costretto ad una rovinosa ritirata, l'esercito assiro tornò oltre l'Indio e Semiramide, che aveva subito delle ferite, riuscì ad evitare il peggio facendo tagliare le corde del ponte prima che gli inseguitori riuscissero a superare il fiume.
    Abbandonata l'impresa, Semiramide tornò in patria e qui scoprì una cospirazione contro di lei ad opera del figlio Ninia. Poiché questo evento era stato predetto da un oracolo egiziano, la regina non tentò di punire il cospiratore, anzi gli consegnò il regno e sparì misteriosamente; aveva sessantadue anni ed aveva regnato per quarantadue.
    Diodoro, che fin qui ha seguito Ctesia di Cnido, precisa che altre fonti fornivano versioni diverse a proposito di Semiramide e c'era chi sosteneva che, per prendere il potere, avesse eliminato il marito.
    Ninia (Adab-Nirari III) regnò senza intraprendere nuove conquiste. Fu, secondo Diodoro, un sovrano politicamente inerte e personalmente votato al lusso ed al piacere.
    Con grosso errore cronologico, Diodoro (ed evidentemente così la sua fonte Ctesia) colloca Ninia trenta generazioni prima della caduta degli Assiri mentre si ritiene che Semiramide sia identificabile con la regina Shammuramat vissuta nell'ottavo secolo a.C., ipotesi per altro coerente con la narrazione erodotea.
    L'ultimo successore di Ninia fu Sardanapalo (forse il penultimo re assiro Assurbanipal) del quale Diodoro, conforme ad una radicata tradizione greca, fornisce un ritratto scandalistico: molle, effeminato, incline a ogni tipo di godimento ... avrebbe fatto imprimere sulla sua tomba un'iscrizione inneggiante al piacere materiale. La sua morte provocò (o almeno coincise con) "il completo abbattimento dell'egemonia assira".
    Il generale medo Arbace ed il grande sacerdote babilonese Belesi cospirarono contro Sardanapalo e riuscirono a radunare un esercito ribelle per attaccare Ninive.
    I ribelli subirono tre gravi sconfitte ma Belesi, che era indovino, li convinse a resistere prevedendo l'arrivo di aiuti insperati. In effetti alcuni giorni dopo giunsero rinforzi dalla Battriana e, questa volta, i rivoltosi ebbero la meglio in un'azione a sorpresa e riuscirono ad assediare Ninive.
    L'assedio durò due anni perché la città era ben fortificata e gli abitanti disponevano di ricche provviste. Fu una piena dell'Eufrate a demolire parte delle mura e, poiché questo evento realizzava un antico vaticinio, Sardanapalo comprese che la fine era giunta e decise di morire con tutte le sue concubine ed i suoi eunuchi. Subito dopo i ribelli entrarono in città ed Arbace fu proclamato re.
    Belesi, che fu nominato governatore della Babilonia, tentò di ingannare Arbace defraudandolo del tesoro di Sardanapalo e venne perdonato il ché procurò ad Arbace fama di grande saggezza e moderazione.
    Arbace distrusse Ninive dopo averla evacuata e trasferì la capitale ad Ecbatana in Media (in realtà Ninive venne devastata nel 612 a.C. dal re medo Ciassare).
    A questo punto Diodoro apre una digressione sui Caldei che, per i Greci, erano una stirpe babilonese tradizionalmente dedita all'astronomia ed alla mantica. In realtà i Caldei erano un popolo diverso dai Babilonesi e di questi nemico. Il re Caldeo Nabopolassar sconfisse i Babilonesi nel 625 e fondò l'impero neo-babilonese. La digressione comprende una descrizione delle dottrine filosofico-astronomiche dei Caldei i quali ritenevano che il cosmo fosse governato dal preciso volere degli dei e che alcuni pianeti, con i loro movimenti ed i fenomeni ad essi correlati, fornissero segni interpretabili di tale volere.
    Conclusa la digressione, l'Autore passa a confrontare le sue fonti sull'egemonia dei Medi. Secondo Erodoto (ma la sintesi di Diodoro non è del tutto fedele alla narrazione erodotea) alla caduta degli Assiri sarebbe seguito un periodo di democrazia o di autarchia delle città finché non fu eletto Ciassare (Kashtariti) che riunificò e rifondò l'impero (ma Erodoto definisce Deioce unificatore di un impero che passò al figlio Fraorte poi al figlio di questi Ciassare).
    Dopo Ciassare l'impero proseguì finché Astiage non fu sconfitto da Ciro. Dal canto suo Ctesia di Cnido presenta una diversa successione di re medi (che Diodoro riprenderà più avanti) ritenendo la durata della dominazione meda molto più lunga di quanto non calcolasse Erodoto. Si deve tener presente che, almeno nelle linee generali, sia le antiche fonti orientali, sia la critica moderna, tendono a confermare la versione presentata da Erodoto.
    Seguendo Ctesia di Cnido, dunque, Diodoro racconta che dopo la sconfitta degli Assiri regnò sui Medi Arbace al quale succedette il figlio Maudace, quindi Sosarmo, Artica, Arbiane e Arteo.
    Sotto Arteo si verificò una grande rivolta da parte dei Cadusi che abitavano la regione settentrionale della Media. Ad Arteo successe Artine, poi Astibara ed infine Astiage che fu sconfitto dal re persiano Ciro.
    Fedele al suo intento di seguire un preciso schema cronologico, a questo punto Diodoro rimanda la narrazione delle successive vicende persiane per passare ad occuparsi della storia dell'India nel periodo che sta esaminando.
    Situata fra il massiccio centrale dell'Asia, il fiume Indo e il "grande mare", cioè l'Oceano Indiano, l'India era un grandissimo paese che "più di ogni altra parte del mondo comprende il circolo del solstizio d'estate".
    Particolarmente fertile, l'India era ricca di vegetazione e di animali, fra questi i grandi elefanti, più forti di quelli africani, spesso utilizzati con successo in combattimento.
    L'abbondanza e la qualità dei frutti della terra, la purezza dell'aria e dell'acqua conferivano agli Indiani una costituzione fisica superiore alla media.
    Il sottosuolo era ricco di metalli: oro, argento, rame, ferro, stagno.
    La campagna produceva grande varietà di cereali e legumi grazie all'abbondante irrigazione fluviale ed alla duplice stagione delle piogge.
    Presso le popolazioni indiane l'agricoltura era considerata sacra e quanti vi si dedicavano erano esentati dal partecipare alle attività militari e rispettati da tutti.
    In India scorrevano numerosi fiumi, molti dei quali erano affluenti del Gange. Presso la foce del Gange viveva il popolo dei Gondaridi che grazie ai suoi enormi elefanti non fu mai sottomesso, anche Alessandro Magno, che conquistò tutta l'Asia, evitò di molestare i Gondaridi.
    La grande quantità di fiumi che percorrono l'India era attribuita da studiosi e filosofi al fatto che il Paese riceve le acque dei territori confinanti che si trovano tutti a maggior altitudine.
    Molti antichi popoli abitavano l'India, tutti autoctoni. Gli Indiani più dotti tramandavano la storia di Dioniso che invase il loro Paese con una grande armata ma all'arrivo dell'estate dovette ritirarsi nella zona montuosa per evitare che una pestilenza decimasse il suo esercito.
    In India, Dioniso divulgò la conoscenza enologica e fondò importanti città, introducendo leggi e tribunali.
    Conquistata tutta l'India, secondo la versione indiana del mito, Dioniso vi regnò per cinquantadue anni, quindi morì di vecchiaia lasciando il Paese ai suoi discendenti che lo tennero per molte generazioni.
    Gli Indiani affarmavano anche che Eracle nacque presso di loro e suddivise il regno fra i suoi numerosi figli. Anche Eracle fu fondatore di molte città, fra queste Palibotra (odierna Patna).
    Presso gli Indiani vigeva l'usanza, molto lodata da Diododro, di non avere schiavi e di considerare tutti gli abitanti come uomini liberi.
    La popolazione indiana era divisa in sette parti (le caste). La prima era costituita dai filosofi, dotati del massimo prestigio ed esentati da ogni servizio. I filosofi svolgevano funzioni sacerdotali ed erano consiglieri del re e dei singoli cittadini.
    La seconda parte, quella più numerosa, era composta dagli agricoltori. Erano esenti dal servizio militare e considerati benefattori della comunità. Gli agricoltori passavano la vita sulla propria terra e pagavano un affitto al re.
    La terza casta era quella degli allevatori che vivevano in accampamenti fuori dalle città e si dedicavano anche alla caccia.
    La quarta casta era quella degli artigiani, la cui utilità era premiata con elargizioni di derrate ed esenzioni fiscali.
    La quinta casta era formata dai militari, mantenuta a spese del tesoro reale ed esente da ogni lavoro in tempo di pace.
    Gli ispettori costituivano la sesta casta, controllavano tutto ciò che accadeva e riferivano al re ed ai magistrati.
    Componevano la settima casta, considerata la più nobile, i consiglieri ed i sinedri ai quali spettavano le decisioni sui pubblici affari. Non era permesso cambiare casta ed erano vietati i matrimoni fra membri di caste diverse.
    Caratteristici dell'India erano gli elefanti. La loro gravidanza durava da sedici a diciotto mesi, partorivano in genere un solo piccolo e lo allattavano per sei mesi, potevano vivere fino a duecento anni.
    Gli stranieri in visita erano assistiti e curati da appositi magistrati.
    Esaurita la sua trattazione sugli Indiani, Diodoro passa a parlare degli Sciti, abitanti nel paese confinante.
    In tempi antichi gli Sciti erano una piccola popolazione ma grazie "alle loro prodezze ed al loro valore" avevano potuto estendere il proprio territorio.
    I miti degli Sciti raccontavano di una fanciulla nata dalla terra, la parte inferiore del corpo aveva forme di serpente. Zeus di unì a lei e generò Scite, che diede il suo nome a tutta la popolazione.
    Due fratelli discendenti da Scite, Palo e Nape, divisero il regno fra loro e dai loro nomi due gruppi della popolazione si chiamarono Pali e Napi.
    Successivamente gli Sciti sottomisero ampi territori spingendosi fino in Egitto. Sconfissero ed asservirono molti grandi popoli e provocarono grandi migrazioni fra le quali quella proveniente dalla Media che originò la popolazione dei Sauromati. Molti anni più tardi i Sauromati devastarono una grande regione della Scizia rendendola deserta.
    Fra gli Sciti seguì un periodo di anarchia, quindi il regno delle donne. Le regine scite furono grandi e valorose. Quando Ciro re dei Persiani condusse una spedizione in Scizia fu sconfitto e, fatto prigioniero dalla regina, venne impalato.
    L'argomento trattato induce Diodoro ad una digressione sulle Amazzoni delle quali, pur premettendo che "sembrerà un racconto mitico a causa del suo carattere straordinario", sembra voler affermare la storicità.
    Diodoro localizza il territorio delle Amazzoni lungo il fiume Termodonte (odierno Terme, costa del Mar Nero, Turchia). Le donne detenevano il potere e formavano l'esercito. La regina aveva l'appellativo di "figlia di Ares" mentre agli uomini spettavano le occupazioni più umili. I nati maschi venivano storpiati negli arti per precludere loro la possibilità di combattere mentre alle femmine veniva bruciata la mammella destra che le avrebbe ostacolate nell'uso delle armi (di qui a-mazos, senza seno, ma l'etimologia è dubbia).
    La prima regina delle Amazzoni fondò la città di Temiscira (oggi Samsun in Turchia).
    Le regine successiva accrebbero la potenza delle Amazzoni estendendo i loro domini fino in Siria. Molte generazioni più tardi ad Eracle fu ordinato di impadronirsi della cintura della regina Ippolita: la sconfitta inferta loro da Eracle stroncò la potenza delle Amazzoni. Pochi anni più tardi la regina Pentesilea, che regnava sulle poche superstiti, fu espulsa dal paese per aver involontariamente ucciso una consanguinea, si alleò con i Troiani e dopo aver ucciso molti Greci venne a sua volta uccisa da Achille.
    In seguito il popolo delle Amazzoni, sempre più indebolito, finì per scomparire ed il ricordo delle donne guerriere entrò a far parte del mito.
    Continuando la descrizione delle contrade asiatiche settentrionali, Diodoro passa a parlare del popolo degli Iperborei, abitanti dell'estremo Nord che derivavano il nome dal fatto di occupare la zona "da dove soffia Borea". In quella fertile regione sarebbe nata Latona, di qui il culto di Apollo prevalente presso gli Iperborei.
    Gli Iperborei erano in ottimi rapporti con i Greci, in particolare con Ateniesi e Deli, e si diceva che uno di loro, una sorta di sciamano di nome Abari avesse in tempi remoti visitato la Grecia stabilendo vincoli di amicizia e di benevolenza. Secondo il mito Apollo visitava ogni diciannove anni il paese degli Iperborei.
    La descrizione dell'Asia prosegue con l'Arabia, paese situato fra la Siria e l'Egitto.
    L'Arabia Orientale era abitata dai Nabatei, poiché il loro territorio era in gran parte desertico i Nabatei erano dediti al brigantaggio e spesso saccheggiavano le regioni confinanti. Dopo queste scorrerie rifugiavano nel deserto dove gli inseguitori erano costretti dalla mancanza d'acqua a ritornare sui propri passi.
    Forti del fatto di essere gli unici conoscitori dei pozzi d'acqua del loro paese, i Nabatei restarono sempre liberi: nè gli Assiri, nè i Medi, nè i Persiani riuscirono mai a sottometterli.
    Nel paese dei Nabatei si trovava una "roccia" in posizione strategica con una sola via di accesso (si tratta della città di Petra) ed un lago maleodorante dal quale emergevano grandi masse di bitume che procuravano ai Nabatei consistenti entrate, così come le resine balsamiche che venivano estratte dai palmeti.
    L'altra regione dell'Arabia, ricca e fertile, era detta "Arabia Felice". Vi si producevano mirra, incenso, spezie e legnami pregiati. Dalle miniere si estraeva oro puro con il quale si fabbricavano bellissimi monili. Abbondantissimo il bestiame che forniva sostentamento a numerose popolazioni di nomadi. Molti gli animali selvatici fra i quali lo struzzo, qui definito "un misto di volatile e di cammello", il "camelopardo" (forse la giraffa) ed altri animali fantastici.
    L'Arabia Felice era ricca anche di pietre preziose come smeraldi, berilli, topazi. L'intensità e la varietà dei colori di queste pietre, così come del piumaggio degli uccelli, erano attribuite all'intervento della luce del sole particolarmente intensa in quelle regioni.
    Conclusa la trattazione dell'Arabia si passa a descrivere "l'isola dell'Oceano meridionale" (forse Ceylon o Giava).
    Si raccontava che un mercante greco di nome Giambulo, catturato dai briganti, era stato condotto in Arabia come schiavo e da qui espulso dopo alcuni anni secondo un rito di "purificazione" del paese. Giambulo ed un suo compagno furono dotati di una barca e di provviste per sei mesi, fu loro ordinato di navigare verso meridione. Un responso oracolare aveva stabilito che se i due avessero trovato un'isola tutto il popolo sarebbe vissuto in pace e prosperità per seicento anni mentre se fossero tornati indietro per timore del mare ne sarebbero derivate terribili sciagure.
    Dopo quattro mesi di difficile navigazione i due raggiunsero l'isola del presagio.
    Inizia a questo punto una descrizione di gusto fantastico degli abitanti dell'isola: alti, glabri, avvenenti ed eleganti, gli indigeni erano dotati di lingue biforcute, caratteristica che permetteva loro di imitare perfettamente i versi degli uccelli ma anche di conversare contemporaneamente con due interlocutori.
    Il clima mite e la fertilità dell'isola assicuravano il loro sostentamento: si nutrivano di pane fatto con i frutti bianchi di una pianta che cresceva molto abbondante, forse il riso. Erano di sana costituzione e molto longevi, giunti ad un'età prestabilita si suicidavano seguendo un'antica tradizione. Le donne erano in comune ed i bambini venivano allevati da tutte le nutrici.
    Giambulo ed il suo compagno rimasero per sette anni presso quel popolo, poi vennero scacciati perché ritenuti malfattori e costretti a riprendere il mare. Il compagnò annegò mentre Giambulo sbarcò sulla costa indiana e raggiunse la città di Polibotra dove fu accolto benevolmente ed ottenne un salvacondotto con il quale, attraversando la Persia, riuscì finalmente a tornare in Grecia. Nelle memorie di Giambulo si leggeva la descrizione delle sue avventure e dei luoghi visitati.


    Libro III


    Dopo aver trattato dell'Egitto e dell'Asia, Diodoro si accinge a parlare degli Etiopi, dei Libi e del popolo detto degli Atlanti.
    Era opinione di molti storici che quello degli Etiopi fosse il popolo più antico, sostenendo che "è verosimile che sia stata la contrada più vicina al sole a produrre per prima specie viventi".
    Famosa la religiosità degli Etiopi, della quale parlava già Omero, religiosità che veniva forse premiata dagli dei, dal momento che il loro paese non era mai stato sottomesso dagli stranieri.
    La conquista dell'Etiopia era stata tentata senza successo da Cambise e da Semiramide, mentre Eracle e Dioniso avevano rispettato gli Etiopi per il loro sentimento religioso.
    Si sosteneva anche che gli Egiziani fossero in origine coloni etiopi, ipotesi suffragata da molte affinità delle tradizioni e della scrittura egiziane con quelle che esistevano in Etiopia.
    Presso gli Etiopi il re veniva scelto dai sacerdoti in base ai responsi oracolari.
    Il re poteva condannare a morte, il condannato aveva il dovere di togliersi la vita; non esistevano esilio ed altre forme di punizione dei criminali. Anticamente il collegio dei sacerdoti del tempio di Amon stabiliva, su ispirazione divina, il momento in cui il re doveva uccidersi: questa usanza venne abolita da Tolomeo II Filadelfo che fece sgozzare i sacerdoti.
    Se il re subiva una mutilazione i suoi amici intimi si provocavano il medesimo danno e veniva considerato onorevole uccidersi alla morte del monarca.
    Gli Etiopi formavano molte tribu, la maggioranza aveva la pelle nera, naso camuso e capelli crespi. In generale Diodoro dimostra di considerarli primitivi, per i loro comportamenti selvaggi e per le loro deprecabili abitudini igieniche. Armati con lance di legno e scudi di pelle, vivevano nudi o vestiti rozzamente con pelli di animali. Si nutrivano di piante e frutti selvatici, carne, latte e formaggi.
    Gli Etiopi distinguevano fra divinità eterne ed incorruttibili (il sole, la luna) ed eroi divinizzati come Iside, Pan o Eracle. Praticavano riti funebri, alcune tribu affidavano i cadaveri alla corrente dei fiumi, altre li conservavano rivestendoli di vetro, altre ancora davano loro sepoltura nei pressi dei santuari.
    Gli Etiopi erano perennemente in guerra con i Libi per il possesso di una regione particolarmente ricca ed amena posta sul confine fra i rispettivi territori.
    Conclusa la sua descrizione dell'Etiopia, l'autore precisa di aver raccolto le informazioni durante un viaggio in Egitto e di averle integrate con le opere di Agatarchide di Cnido e di Artemidoro di Efeso.
    Passa quindi a parlare della regione situata lungo il a href="../sections/index.php?artid=8753">Mar Rosso, regione ricca di miniere d'oro.
    Queste miniere venivano lavorate da una moltitudine di schiavi, detenuti e prigionieri di guerra dei quali Diodoro descrive in toni drammatici le condizioni disumane di vita.
    Fra i popoli che abitavano la regione erano gli Ittiofagi (mangiatori di pesce), selvaggi che vivevano nudi e si sostentavano con le enormi quantità di pesce che la marea spingeva fra gli scogli delle loro coste.
    Un altro popolo abitante "all'estremo del golfo" aveva costumi ancora più primitivi, si nutriva esclusivamente di pesce crudo, senza bere poiché l'umidità delle carni crude bastava a calmare la sete e di mostrava del tutto insensibile al dolore fisico ed alle emozioni.
    Gli Ittiofagi abitavano nelle grotte, negli anfratti naturali della scogliera o in capanne costruite con costole di cetacei ed alghe essiccate.
    Le isole prossime alla costa erano abitate da una stirpe di Ittiofagi detti Chelonofagi che ricavavano sostentamento dalle grandi tartarughe marine.
    Nelle regioni dell'interno abitavano i Rizofagi che si nutrivano di radici, la cui tranquilla esistenza era turbata soltanto dai leoni del deserto.
    Gli Ilofagi (mangiatori di legno) e gli Spermatofagi (mangiatori di semi) si nutrivano di quanto raccoglievano nei boschi, mentre i Cinegi vivevano di caccia.
    Di una forma cruenta ed eroica di caccia all'elefante vivevano anche gli Etiopi Elefantomachi, abitatori delle boscose contrade occidentali.
    Gli Strutofagi, invece, cacciavano gli struzzi, numerosissimi nella loro regione, che Diodoro paragona a giovani cammelli.
    Il popolo degli Acridofagi, abitando in una regione desertica e priva di risorse, si nutriva di locuste. La loro vita era molto breve e morivano sempre di ftiriasi (infezione da larve di acaro), malattia che Diodoro descrive con abbondanza di raccapriccianti particolari.
    I tre capitoli successivi sono dedicati al popolo dei Trogloditi. L'etnonimo indicava generalmente gli abitatori delle caverne, qui Diodoro si riferisce a quelli stanziati nella regione del Tibesti (Sudan).
    Allevatori nomadi, erano divisi in gruppi governati da tiranni, spesso in lotta fra loro per il possesso dei pascoli.
    I Trogloditi praticavano la circoncisione e seppellivano i morti sotto mucchi di pietre. Gli anziani non più in grado di seguire le greggi venivano soppressi.
    Non manca la descrizione della fauna etiope: rinoceronte, elefanti, babbuini, grandi felini ed anche animali fantastici come il toro carnivoro. Ampio spazio viene dedicato ai serpenti, Diodoro racconta le avventure di un gruppo di cacciatori che catturarono un enorme rettile per farne dono al re Tolomeo II il quale, addomesticata la bestia, amava mostrarla ai propri ospiti.
    Si prosegue con la descrizione delle coste africane del Golfo Arabico.
    Nel golfo si trovava l'isola di Ofiade (oggi Zabargad), famosa per i giacimenti di topazi. Una parte del golfo presenta fondali molto bassi, insidia che spesso provocava naufragi, come testimoniavano i molti relitti incagliati che venivano lasciati sul luogo per segnalare il pericolo ai naviganti.
    Si passa quindi alla costa orientale del golfo, con le sue oasi ricche d'acqua considerate sacre in un paese desertico.
    Un ampio tratto di questa costa era abitato dagli Arabi Nabatei, dediti alla pastorizia, che avevano spesso praticato la pirateria ai danni dei mercanti di Alessandria.
    Vengono citate le popolazioni della costa fra cui i Sabei, abitanti dell'Arabia Felice e famosi produttori di balsami e spezie.
    Si passa ora ad una breve descrizione della Libia e delle sue popolazioni.
    I Libi erano divisi in tribu, alcune delle quali erano dedite all'agricoltura o alla pastorizia e relativamente civili mentre altre erano selvagge e praticavano il brigantaggio.
    Se la zona circostante Cirene era molto fertile, la parte meridionale del paese era desertica ed infestata dai serpenti velenosi.
    Molti gli antichi miti connessi a questa regione, fra i quali quello delle Amazzoni di Libia. Più antiche e meno note delle Amazzoni del Ponto, queste guerriere vissero molte generazioni prima della guerra di Troia.
    Queste Amazzoni dedicavano una parte della loro vita al servizio militare conservando la verginità, una volta congedate potevano avere figli. Gli uomini dovevano occuparsi dei lavori domestici e della cura dei figli ed erano esclusi da ogni carica militare o politica.
    Anche questo popolo usava bruciare le mammelle alle neonate perché non fossero di ostacolo nei combattimenti. Abitavano l'isola di Espera, molto fertile e ricca di bestiame. Di qui mossero le loro azioni belliche conquistando ampi territori in Libia.
    Una loro regina di nome Mirina, attaccò e sconfisse il popolo degli Atlanti conquistandone la capitale, quindi combattè contro un'altra popolazione matriarcale detta delle Gorgoni. Anche in questo caso Mirina raggiunse la vittoria e catturò non meno di tremila prigioniere. In epoca successiva le Gorgoni ripresero grande potenza e furono definitivamente sconfitte da Perseo (versione razionalizzante del mito di Medusa). Quanto alle Amazzoni libiche furono sterminate da Eracle in età successiva (ma in genere la guerra con Eracle si riferisce alle Amazzoni asiatiche).
    Mirina strinse un patto di alleanza con l'Egitto di Horus, il figlio di Iside, quindi si spinse a conquistare la Siria, il Tauro, la Frigia e la Misia. Conquistata l'isola di Lesbo vi fondò la città di Mitilene, quindi giunse all'isola che chiamò Samotracia dove fece erigere altari alla Madre degli Dei. Qui, secondo il mito, la Madre degli Dei insediò successivamente la stirpe dei Coribanti ed istituì i riti misterici.
    In quel periodo l'esule Mopso di Tracia raccolse un esercito ed invase il paese delle Amazzoni uccidendo in battaglia la regina Mirina e molte sue compagne.
    Tornando al popolo degli Atlanti, Diodoro racconta che secondo il mito nel loro paese sarebbero nati gli dei.
    Il primo re degli Atlanti fu Urano, qui presentato come grande civilizzatore, che distolse gli uomini dall'ignoranza insegnando loro come coltivare la terra e costruire città. Urano era un essere umano che fu divinizzato per i suoi meriti, i suoi profondi studi di astronomia fecero si che fosse considerato una divinità del cielo e del cosmo.
    Ebbe quarantacinque figli di cui diciotto, nati da Titea (Gaia), furono detti Titani.
    Fra le sue figlie furono Basileia e Rea, la prima fu detta Grande Madre e succedette al padre sul trono. Sposò il fratello Iperione e partorì Elio e Selene. Alcuni fratelli di Basileia, per gelosia, uccisero Iperione ed Elio mentre Selene si suicidò per il dolore. A seguito di una visione onirica Basileia chiese al popolo di venerare i suoi figli morti come divinità, quindi impazzì e prese a vagare con i capelli sciolti suonando timpani e cembali, quando sparì le fu dedicato un culto mentre Elio e Selene furono identificati con il sole e con la luna.
    In un'altra versione del mito la Madre degli Dei era nata in Frigia. Esposta sul mente Cibelo dai genitori che non volevano allevarla, fu nutrita dalle belve finché non fu trovata da alcune donne che la presero con loro e la chiamarono Cibele.
    Cresciuta, divenne molto bella ed intelligente, dotata di arti magiche con le quali curava i bambini infermi. Suo amico era il frigio Marsia, suonatore di flauto, ma Cibele amava un giovane di nome Attis.
    Quando Cibele venne riconosciuta dai suoi genitori era incinta, per questo motivo Attis venne ucciso e la giovane impazzì e prese a vagare per le campagne gemendo e suonando il cembalo, accompagnata da Marsia che la seguiva per amicizia e compassione.
    Entrato in competizione artistica con Apollo, Marsia si cimentò con il flauto a due canne, contro la cetra del dio, quando Apollo aggiunse il canto alla musica Marsia, non potendo cantare mentre suonava il flauto, fu sconfitto. Apollo scuoiò vivo Marsia poi, pentito, ruppe le corde della cetra.
    Di Cibele si innamorò Dioniso che prese a vagare con lei ed ordinò ai Frigi di onorarla come una dea.
    Dopo la morte di Iperione due figli di Urano si divisero il regno: Atlante e Crono.
    Atlante perfezionò l'astronomia e diffuse la dottrina della sfera, Diodoro collega questo particolare con l'immagine di Atlante che sostiene il mondo mentre nella versione più diffusa si tratta di una punizione per aver aiutato i Titani contro gli dei.
    Espero, figlio di Atlante, fu rapito dai venti e venne identificato con la stella della sera.
    Le sette figlie di Atlante (le Pleiadi dal nome della madre Pleione) furono progenitrici del genere umano, molti loro figli per le loro qualità ebbero nomi di dei e di eroi.
    La più anziana, Maia, unitasi a Zeus generò Ermes.
    Crono, fratello di Atlante, era empio ed avido. Sposò sua sorella Rea e fu padre di Zeus. Un altro Zeus, fratello di Urano, fu re di Creta e padre dei Cureti.
    Zeus figlio di Crono, poi detto Olimpio, governò le terre occidentali e sconfisse il padre che aveva mosso una spedizione contro di lui con i Titani. Fu così giusto e benevolo che alla sua morte fu proclamato signore del cosmo per l'eternità.
    Completato il racconto dei miti degli Atlanti, Diodoro passa a parlare di Dioniso del quale si è già occupato nella sezione dedicata all'Egitto (Osiride corrisponde al Dioniso greco). Consapevole della molteplicità dei miti riguardanti Dioniso, l'autore si propone di presentare una sintesi comparativa ed inizia con il distinguere tre principali versioni: quella di chi parlava di un solo Dioniso, quella di chi conosceva tre diverse divinità con questo nome e, infine, quella di chi negava una forma umana di Dioniso identificandolo con il vino e con tutto ciò che riguarda la viticoltura.
    In ogni caso Diodoro mette in evidenza i significati allegorici, ad esempio Dioniso dilaniato e fatto bollire dai figli di Gea quindi rinato ad opera di Demetra rappresenta la produzione del vino da parte degli agricoltori ed il ritorno della vite a fruttificare, dopo la vendemmia, grazie alla natura.
    Nelle versioni che attribuiscono a Dioniso un corpo umano, egli è lo scopritore della vite e l'inventore del vino.
    Alcuni mitografi parlavano di un Dioniso più antico, indiano, che visitò tutta la terra abitata diffondendo l'uso di bere vino.
    Il secondo Dioniso era figlio di Zeus e di Persefone, oppure di Demetra. Eroe civilizzatore, diffuse non solo l'enocoltura ma tutte le arti legate all'agricoltura.
    Il terzo Dioniso nacque a Tebe da Zeus e Semele, figlia di Cadmo.
    Per gelosia Era convinse Semele a chiedere a Zeus di mostrarsi a lei nel suo vero aspetto, ma la visione del dio ornato di tuoni e fulmini uccise la ragazza.
    Zeus salvò il feto e portò a termine la sua crescita cucendolo nella propria coscia. Il bambino fu affidato alle ninfe di Nisa d'Arabia e venne chiamato Dioniso.
    Cresciuto Dioniso riunì un esercito di donne armate di tirsi e fece una spedizione su tutta la terra abitata introducendo riti iniziatici, agoni musicali e solenni adunate.
    In generale era ben accolto come portatore di concordia e civiltà, ma alcuni deprecavano il suo corteo di Baccanti e sostenevano che il fine di Dioniso fosse quello di impadronirsi delle donne altrui. Dioniso puniva costoro con la morte, spesso facendoli smembrare dalle Baccanti invasate, come avvenne a Penteo.
    Licurgo, re di Tracia o di Arabia (a seconda delle fonti) si finse ospitale con Dioniso ma gli tese un agguato nel quale perirono tutte le Baccanti, Dioniso lo sconfisse e lo fece impalare.
    Dopo una spedizione durata tre anni, Dioniso tornò a Tebe con un ricco bottino e fu il primo a celebrare il trionfo.
    Molte erano le città che sostenevano di aver dato i natali a Dioniso. Alquanto diffusa era la versione secondo la quale il dio sarebbe nato in Libia.
    Si raccontava che il famoso musico Lino, inventore del ritmo e della melodia, ebbe molti discepoli fra i quali Eracle, Tamiri e Orfeo.
    Poeta e letterato, Lino fu anche autore di racconti sul primo Dioniso. Secondo questi ed altri analoghi racconti, Ammone (generalmente identificato con Zeus) sposò Rea ma la tradì con una bellissima ninfa di nome Amaltea.
    Temendo la gelosia di Rea, Ammone occultò il neonato trasferendolo nei pressi della città di Nisa, in Libia, lo sistemò in un antro che si trovava in una località amena e lo affidò a Nisa, figlia di Aristeo.
    Lo stesso Aristeo fu scelto come precettore del bambino e ad Atena fu affidato il compito di vigilare per prevenire eventuali rappresaglie di Rea.
    Così allevato Dioniso crebbe rapidamente dimostrando bellezza, forza e grandi capacità. Ben presto inventò il vino e divenne grandemente famoso.
    Rea abbandonò Ammone e sposò il fratello Crono al quale chiese di vendicarla. Crono attaccò Ammone costringendolo alla fuga, quindi organizzò una spedizione contro Dioniso a Nisa.
    Dal canto su Dioniso preparò la difesa con l'aiuto dei Libi e delle Amazzoni, formando un'armata comandata dallo stesso Dioniso e da Atena.
    Dioniso vinse la battaglia, quindi trattò gli sconfitti ed i prigionieri con tanta clemenza che quasi tutti passarono dalla sua parte e gli giurarono fedeltà.
    A Dioniso si unirono, fra gli altri, i Sileni, membri dell'antica nobiltà di Nisa che avevano ereditato dal capostipite Sileno il singolare attributo della coda.
    Dioniso continuò, compiendo varie imprese, la sua guerra contro Crono e Rea fino a sconfiggerli definitivamente ma poi li perdonò e li volle tenere con se. Rea lo amò come un figlio mentre la benevolenza di Crono non fu sincera.
    In quel periodo, secondo questa versione dei miti, a Crono e Rea nacque un figlio che divenne in seguito lo Zeus olimpio.
    Dioniso conquistò l'Egitto e ne fece re Zeus, quindi giunse in India e più tardi uccise tutti i Titani in una grande battaglia combattuta insieme a Zeus e ad Atena.


    Libro IV


    Iniziando questo libro, che riguarderà ancora argomenti mitici, Diodoro lamenta le difficoltà che si incontrano trattando eventi così antichi, difficoltà che hanno dissuaso molti storiografi dal raccontare i miti, ma Diodoro non intende imitarli. Dopo aver descritto le credenze di altri popoli, quindi, ora affronterà il complesso scenario della mitologia greca, iniziando da Dioniso.

    Dopo aver cercato inutilmente la sorella Europa, Cadmo si stabilì in Beozia ove fondò Tebe e sposò Armonia con la quale generò Semele, Ino, Autonoe, Agave e Polidoro.
    Di Semele si innamorò Zeus ma quando il dio le si mostrò nel suo vero aspetto la fanciulla morì per il terrore e Zeus salvò dal suo ventre il bambino che insieme avevano concepito. Il neonato fu allevato a Nisa dalle Ninfe ed ebbe il nome di Dioniso.
    Dioniso visitò l'intera terra insegnando la viticoltura e, dove non era possibile piantare la vite, insegnò ad ottenere una bevanda dall'orzo: la birra.
    Conquistò l'India con un esercito che comprendeva molte donne, le Menadi, in memoria delle quali si tenevano processioni e rituali bacchici.
    Anche i Greci credevano che fosse esistito un altro Dioniso, da alcuni chiamato Sabazio, molto più antico del figlio di Semele. Di quest'ultimo si diceva fosse incline all'erotismo. Amava circondarsi di donne e lo accompagnavano anche le Muse dilettandolo con le loro arti.
    Suo maestro fu Sileno, del suo seguito facevano parte anche i Satiri. Amante delle arti, Dioniso istituì agoni, introdusse l'uso del teatro ed organizzò concerti musicali.
    Figlio di Dioniso e di Afrodite fu Priapo: divinità tradizionalmente legata all'idea di virilità e di fertilità maschile, riceveva sacrifici ed una gioiosa venerazione.
    Le Muse erano considerate in genere figlie di Zeus e Mnemosine, ma alcuni sostenevano fossero nate da Urano e Gea. A ciascuna di loro veniva attribuita particolare attitudine per una specifica arte.

    Eracle nacque dall'unione di Alcmena con Zeus il quale non volle usare la violenza ma preferì assumere l'aspetto di Anfitrione, marito di Alcmena, perché la donna si unisse a lui senza opporre resistenza.
    Zeus annunciò, poco prima della nascita di Eracle, che il primo nato di quel giorno sarebbe stato re, ma Era per gelosia chiese ad Ilizia (la dea protettrice del parto) di ritardare le doglie di Alcmena facendo in modo che Euristeo (figlio di Anfitrione) nascesse per primo.
    Battuto dallo stratagemma di Era, Zeus convenne con lei che Eracle avrebbe conquistato comunque l'immortalità portando a termine dodici imprese scelte da Euristeo.
    Per timore della gelosia di Era, Alcmena abbandonò il neonato, lo trovò Atena che persuase proprio Era ad allattarlo.
    Ancora neonato, Eracle soppresse due serpenti inviati da Era per ucciderlo e nella prima gioventu liberò Tebe dalla soggezione ad Ergino, re dei Mini. Scacciò infatti gli esattori che venivano ad esigere tributi ed affrontò, con un piccolo gruppo di Tebani, l'armata di Ergino vincendola ed uccidendo Ergino stesso. Creonte, re di Tebe, volle premiarlo facendogli sposare la figlia Megara ed associandolo al governo della città, ma gli dei ordinarono, tramite un responso oracolare, che Eracle si presentasse ad Euristeo e si ponesse al suo servizio.
    L'idea di servire Euristeo provocò ad Eracle grande depressione, ne approfittò Era per renderlo folle ed egli uccise i figli avuti da Megara. Ripresosi dalla follia, ma soffrendo profondamente per quanto aveva compiuto, Eracle si rassegnò al proprio destino e si presentò ad Euristeo.
    La prima fatica ordinata da Euristeo fu la cattura del leone di Nemea. Enorme ed invulnerabile, la bestia aveva la sua tana in un cunicolo del monte Treto, fra Micene e Nemea. Qui Eracle la catturò e non potendola uccidere con le armi la soffocò con la forza delle braccia; fece un mantello della sua pelle.
    Per la sua seconda impresa Eracle affrontò l'Idra di Lerna, mostro dalle cento teste: per ogni testa mozzata ne rinascevano due e fu necessario l'aiuto di Iolao per bruciare con la fiaccola le ferite della bestia, impedendo che le teste si riformassero. Uccisa l'Idra, l'eroe ne prelevò la bile per ottenere micidiali frecce avvelenate.
    Eracle catturò il cinghiale di Erimanto e lo portò vivo al cospetto di Euristeo che fuggì per lo spavento. Durante questa impresa fu ospite del centauro Folo che gli offrì un vino invecchiato da quattro generazioni, dono di Dioniso.
    L'intenso odore di quel vino fece impazzire i Centauri che vivevano nelle vicinanza e che attaccarono Folo ed il suo ospite. Eracle ingaggiò una lunga lotta contro di loro e li sconfisse. Anche Folo morì, ferendosi accidentalmente con la punta avvelenata di una freccia di Eracle.
    Per la sua quarta fatica Eracle catturò viva la cerva dalle corna d'oro, usando l'intelligenza più che la forza per riuscire a prendere illeso il velocissimo animale.
    E si servì ancora dell'inventiva per portare a termine la quinta impresa che consisteva nel cacciare gli uccelli dal lago Stinfalide: li spaventò con il frastuono di un sonaglio di bronzo.
    Per ripulire le stalle di Augia in un solo giorno deviò il corso del fiume Alfeo, evitando anche il disonorevole compito di trasportare letame.
    Catturò il toro di Creta: quello amato da Pasifae ... e lo portò nel Peloponneso.
    Istituì i Giochi Olimpici, dedicandoli al padre Zeus, e vi partecipò vincendo tutte le gare. Ricevette doni dagli dei, alcuni dei quali divennero suoi tipici attributi come la clava donatagli da Efesto.
    Dopo la nascita di Eracle, Zeus non si unì più a donne mortali perchè non volle far seguire al meglio il peggio. Eracle partecipò alla guerra contro i Giganti e liberò Prometeo che aveva donato il fuoco ai mortali, convincendo Zeus a perdonarlo.
    Per la successiva fatica Eracle si impadronì delle cavalle di Diomede, re dei Bistoni in Tracia, che venivano cibate di carne umana. Eracle gettò Diomede in pasto alle cavalle e poi consegnò gli animali ad Euristeo che li consacrò ad Era.
    A questo punto l'eroe prese parte alla spedizione degli Argonauti che sarà descritta più avanti.
    Per conquistare la cintura di Ippolita regina delle Amazzoni, Eracle fu costretto ad affrontare le terribili guerriere, ne uccise molte ed altre ne fece prigioniere, fra queste Antiope che fu donata a Teseo.
    Ordinandogli la decima fatica, Euristeo chiese ad Eracle di portargli le mandrie di Gerione, figlio del ricchissimo re dell'Iberia Crisaore. La potenza di Crisaore che disponeva di grandi forze militari rendeva l'impresa particolarmente difficile e rischiosa.
    Senza perdersi d'animo Eracle radunò una flotta e salpò da Creta, in Libia uccise il gigantesco Anteo, in Egitto eliminò Busiride che faceva morire tutti coloro che entravano nel suo paese e fondò la città di Ecatompile (conquistata dai Cartaginesi nel 247 a.C.).
    Attraverso la Libia giunse allo stretto (Gibilterra) ed innalzò due colonne che ricordassero la sua impresa.
    In Iberia affrontò e sconfisse le tre armate comandate dai figli di Crisaore e si impadronì delle mandrie di Gerione. Durante il ritorno attreverò la Celtica e fondò la città di Alesia che fu conquistata da Giulio Cesare. Combattendo il brigantaggio fece proseliti, superò le Alpi e giunse in Liguria, attraversò il paese dei Tirreni ed arrivò nel luogo dove, molto più tardi, sarebbe sorta Roma.
    Qui si trovava, sul colle Palatino, una piccolissima città abitata da una popolazione indigena i cui notabili lo accolsero con grande onore. Fra loro erano Cacio (Caco) e Pinario. Al primo si attribuiva la scala di pietra che saliva al Palatino (Scala Caci), il secondo veniva considerato capostipite dell'antica gente dei Pinarii.
    In questa occasione venne stabilita l'usanza di offrire ad Eracle doni votivi (la decima) propiziatori per la prosperità.
    Superato il Tevere, Eracle continuò a procedere verso Sud fino a raggiungere il Vesuvio e la pianura Flegrea, sede di un popolo di giganti che lo attaccarono e vennero eliminati.
    In Sicilia fu sfidato da Erice, figlio di Afrodite, vinse ed ottenne in premio le terre dello sfidante, terre che lasciò agli abitanti del luogo con l'intesa che le avrebbero consegnate quando un suo discendente fosse giunto a richiederle. Molte generazioni più tardi, infatti, lo spartano Dorieo riprese quelle terre e vi fondò Eraclea, successivamente distrutta dai Cartaginesi.
    Ancora in Sicilia, Eracle istituì rituali in onore di Core e si scontrò vittoriosamente con i Sicani.
    Giunto a Leontini, Eracle accettò per la prima volta che si tributassero sacrifici in suo nome e rese grazie con varie opere fra le quali la costruzione di un recinto sacro a Iolao, recinto che veniva considerato miracoloso.
    Attraverso l'Adriatico, l'Epiro ed il Peloponneso, Eracle tornò in Grecia dove ricevette da Euristeo l'ordine di catturare Cerbero nell'Ade.
    Prima di affrontare questa impresa, si recò ad Eleusi per farsi iniziare ai Misteri da Museo, figlio di Orfeo.
    Accolto benevolmente da Persefone, Eracle riuscì a liberare dall'Ade Teseo e Piritoo e gli fu consentito di portare con se Cerbero per mostrarlo ad Euristeo.
    L'ultima fatica consisteva nell'impadronirsi delle mele d'oro custodite nel giardino delle Esperidi.
    Figlie o nipoti di Espero, le sette Esperidi furono rapite dai pirati agli ordini del re egiziano Busiride. Eracle uccise i pirati e riportò le ragazze ad Atlante il quale, per ricompensarlo, lo aiutò nel compiere la fatica e gli insegnò l'astrologia.
    Prima di ricevere l'immortalità, Eracle seppe dall'oracolo di dover inviare i figli avuti dalle Tespiadi in Sardegna per fondare una colonia.
    Affidò la spedizione a Iolao il quale conquistò l'isola ed avviò fiorenti coltivazioni che resero la Sardegna contesa per i secoli a venire.
    Eracle cedette a Iolao la propria moglie Megara perché temeva di avere altri figli da lei avendo ucciso i precedenti in un accesso di follia. Chiese quindi di sposare Iole, figlia del re Eurito, ma questi rifiutò ed Eracle si vendicò rubandogli le cavalle. Quando uccise Ifito, figlio di Eurito che cercava di riprendere le cavalle, Eracle si ammalò e seppe dall'oracolo che sarebbe guarito solo lasciandosi vendere come schiavo. Fu acquistato da Onfale che si innamorò di lui e lo sposò generando un figlio di nome Lamo.
    Quindi Eracle con un piccolo gruppo di uomini attaccò Troia per punire Laomedonte che non aveva mantenuto la parola data in precedenza. Conquistò la città ed affidò il potere a Priamo, l'unico figlio di Laomedonte che si era comportato correttamente e fece sposare il proprio compagno Telamone con Esione, figlia di Laomedonte.
    Tentò senza risultato di punire anche Augia che gli aveva negato il compenso stabilito per la pulizia delle stalle, quindi uccise il centauro Eurizione che durante un banchetto aveva insultato la giovane Ippolita, figlia di Dessameno.
    Subì l'esilio insieme ad Alcmena, Ificle e Iolao per volontà di Euristeo che lo accusava di cospirazione. Fu in questo periodo che riuscì ad uccidere i suoi nemici Eurito ed Augia.
    Quando Ippocoonte esiliò da Sparta il fratello Tindaro ed i suoi figli uccisero Eono, cugino di Eracle, l'eroe intervenne, uccise Ippocoonte ed i suoi figli e ripristinò sul trono Tindaro.
    Durante il ritorno da Sparta, Eracle violentò Auge, figlia di Aleo. Quando la giovane raccontò al padre chi le aveva usato violenza, Aleo non le credette e la consegnò a Nauplio perché la gettasse in mare.
    Nauplio non eseguì l'ordine ma consegnò Auge ad un gruppo di stranieri che la portarono al re di Misia Teutrante. Il bambino che nacque durante il viaggio venne abbandonato sul monte Partenio e salvato dai pastori del re di Tegea Corito che lo trovarono mentre una cerva lo stava allattando. Corito lo adottò e lo chiamò Telefo. Cresciuto, Telefo ritrovò la madre e fu accolto da Teutrante che gli fece sposare sua figlia Argiope.
    Quattro anni più tardi Eracle si trasferì in Calidonia dove sposò Deianira, sorella di Meleagro. A questo punto Diodoro racconta brevemente la vicenda di Meleagro: offesa da Oineo che l'aveva trascurata nei sacrifici, Artemide aveva inviato un feroce cinghiale a devastare la regione.
    Meleagro, figlio di Oineo, aveva organizzato la caccia ed essendo stato il primo a colpire l'animale ne aveva avuto in premio la pelle. Donando il trofeo ad Atalanta, della quale era innamorato, Meleagro aveva offeso i fratelli di sua madre Altea che avevano rubato la pelle aggredendo Atalanta.
    Meleagro aveva ucciso gli zii, quinri era morto a sua volta perché gli dei avevano realizzato la maledizione scagliata da Altea oppure, in altre versioni, perché Altea aveva gettato nel fuoco un tizzone al quale le Parche avevano legato la vita del figlio.
    Nel paese dei Calidoni Eracle deviò il corso del fiume Acheloo recuperando un grande e fertile territorio, opera questa che nel racconto mitologico veniva simboleggiata con un combattimento fra Eracle ed il dio del fiume.
    Avendo ucciso involontariamente un giovane, Eracle decise di andare in esilio volontario lasciando Calidone. Portò con se la moglie Deianira ed il figlio Illo. Durante il viaggio colpì con una frecca il centauro Nesso che stava per violentare Deianira. In fin di vita il centauro consigliò alla donna come fare un filtro d'amore con il suo seme ed il suo sangue. Deianira seguì il consiglio e conservò il filtro nascondendolo al marito.
    Eracle, la sua famiglia ed il suo seguito arrivarono a Trachis e vi si stabilirono presso il re Ceice.
    Per punire un sacrilegio contro il santuario di Delfi, Eracle attaccò e sconfisse i Driopi, uccidendo il loro re Filante.
    Accolse la richiesta di aiuto dei Dori contro i Lapiti, sconfisse anche questi ultimi ed uccise il loro re Corono.
    Tornando a Trachis, Eracle fu sfidato da Cicno, figlio di Ares, e lo uccise. Chiese in moglie Astidamia, figlia del re Ormenio, ed ottenendo un rifiuto uccise il re, fece prigioniera Astidamia e concepì con lei un figlio che fu chiamato Ctesippo.
    Condusse quindi una spedizione ad Ecalia, contro Eurito che gli aveva negato la mano di Iole, uccise Eurito e fece prigionera Iole. Per gelosia Deianira unse la tunica di Eracle con il filtro datole dal Centauro che conteneva il veleno dell'Idra provocando all'eroe atroci sofferenze.
    Resasi conto dell'errore commesso, Deianira si uccise mentre Eracle, interrogato l'oracolo, faceva preparare una pira sull'Eta. Solo Filottete fu disposto ad accendere il rogo, ma quando Iolao e i suoi compagni non trovarono le ossa di Eracle fra le ceneri si persuasero che fosse passato fra gli dei.
    Dopo l'apoteosi Eracle fu adottato da Era che lo fece sposare con Ebe.
    Concluso il racconto dei miti riguardanti Eracle, Diodoro passa a parlare degli Argonauti. Giasone figlio di Esone era nipote di Pelia che aveva usurpato il trono di Iolco e che temeva che il giovane aiutasse Esone a riconquistare il potere. Per questo motivo quando Giasone dimostrò la propria ansia di compiere imprese gloriose, Pelia fu ben lieto di affidargli la ricerca del Vello d'Oro, che si trovava in Colchide, certo che i selvaggi abitatori del Ponto avrebbero ucciso il suo pericoloso nipote.
    Giasone costruì la nave Argo, di eccezionale grandezza, e reclutò cinquantaquattro famosi condottieri fra i quali Castore e Polluce, Eracle e Telamone.
    Giunti in Troade, Eracle liberò Esione figlia del re Laomedonte che era stata offerta in sacrificio per placare l'ira di Posidone. In premio ebbe la mano di Esione e le cavalle di Laomedonte ma convenne con quest'ultimo che avrebbe preso con se la ragazza e gli animali al suo ritorno dalla missione in Colchide.
    Proseguendo la navigazione, gli Argonauti scamparono ad una tempesta placata dal magico canto di Orfeo e giunsero in Tracia.
    Qui trovarono due giovani sottoposti a tortura, erano i figli di Fineo e di Cleopatra condannati dal padre perché ingiustamente accusati dalla matrigna Idea.
    Liberati dagli Argonauti (Eracle uccise Fineo) i due giovani si unirono alla spedizione affidando il regno alla madre Cleopatra.
    Gli Argonauti ignoravano che gli abitanti del Ponto uccidevano tutti gli stranieri sacrificandoli ad Artemide. L'usanza era stata istituita da Ecate, figlia di Perse, poi madre di Circe e di Medea e sposa del re Eeta.
    Circe e Medea avevano appreso l'arte di preparare filtri magici dalla madre, la prima si era trasferita in Italia e vi esercitava i suoi sortilegi con crudeltà mentre la seconda era rimasta in Colchide dove pietosamente cercava di aiutare i malcapitati visitatori.
    Fu Medea, infatti, ad avvertire gli Argonauti dei pericoli che correvano ed accettò di aiutare Giasone nella conquista del Vello a condizione di divenire la sua sposa.
    Raccontando brevemente la leggenda di Frisso giunto in Colchide in groppa ad un ariete dal vello d'oro mentre la sorella Elle precipitava in mare, Diodoro fornisce alcune versioni razionalizzanti: Frisso navigò con una imbarcazione la cui prora era ornata da una testa di ariete, oppure Ariete (Crio) era il nome di un pedagogo che lo accompagnava.
    Un profezia diceva che Eeta sarebbe morto quando uno straniero si fosse impossessato del Vello (la pelle del mitico ariete volante) per questo motivo Eeta istituì un servizio di vigilanza del trofeo e proseguì nell'usanza di eliminare i visitatori.
    Con l'aiuto di Medea gli Argonauti penetrarono nottetempo nel recinto sacro e presero il vello. Fuggendo si scontrarono con Eeta e con i suoi uomini ma ne uscirono vittoriosi, Eeta venne ucciso insieme a molti Colchi mentre i superstiti si davano alla fuga.
    Medea curò le ferite di Giasone e dei suoi compagni. Durante il viaggio di ritorno scamparono ad una nuova tempesta con l'aiuto del dio marino Glauco che in quell'occasione predisse il destino di Eracle e dei Dioscuri.
    Ripassando dalla Troade, Eracle inviò messaggeri a Laomedonte per ottenere Esione e le cavalle promesse, ma il re rifiutò, fece prigionieri i messaggeri ed organizzò un agguato ai danni degli Argonauti.
    La salvezza venne da Priamo, figlio di Laomedonte, che rifiutando di condividere l'ingiusto comportamento del padre svelò l'inganno. Ne seguì una dura battaglia, Eracle uccise Laomedonte, conquistò la città e consegnò il regno a Priamo. In altre versioni, annota Diodoro, Eracle non prese Troia con l'aiuto degli Argonauti, ma in una successiva spedizione. Intanto a Iolco si era diffusa la voce che Giasone e tutti i suoi compagni fossero morti, ne aveva approfittato Pelia per eliminare Esone e tutto il suo parentato.
    Gli Argonauti, rientrati segretamente in patria ed approdati non lontano da Iolco, vennero a conoscenza dei misfatti di Pelia e decisero di organizzare un esercito per attaccarlo, ma Medea assicurò loro che sarabbe riuscita, grazie alle sue arti magiche, a punire Pelia da sola e a consegnare loro la città. Travestita da vecchia sacerdotessa di Artemide, infatti, Medea riuscì a penetrare nella reggia di Pelia e a convincerlo che grazie al volere della dea ed alla propria magia lo avrebbe reso di nuovo giovane.
    Le bastò liberarsi del travestimento e mostrarsi di nuovo giovane per vincere ogni perplessità e convincere le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre per bollirne le carni dicendo che questo era il rito necessario per ringiovanirlo.
    Ricevuto da Medea il segnale convenuto, Giasone ed i suoi penetrarono nella reggia e ne presero facilmente possesso eliminando le guardie.
    Giasone affidò il regno ad Acasto, figlio di Pelia, che si era unito alla spedizione contro il volere del padre. Si occupò quindi del destino delle figlie di Pelia procurando loro nobili mariti, quindi si trasferì a Corinto dove fu benevolmente accolto dal re Creonte.
    Su proposta di Eracle gli Argonauti si promisero mutuo soccorso in caso di futura necessità ed il giuramento fu suggellato con l'istituzione dei Giochi di Olimpia.
    Dopo dieci anni Giasone si stancò di Medea e si innamorò di Glauce, figlia di Creonte. Tentò di convincere Medea a concludere il loro matrimonio senza liti per il bene dei figli ma la maga furibonda fece morire Glauce e Creonte incendiando il loro palazzo oppure, come affermano altri autori, avvelenando i loro indumenti.
    Medea uccise quindi i propri figli e fuggì da Corinto, mentre Giasone si toglieva la vita. Molti anni dopo Tessalo, unico figlio di Giasone e Medea sopravvissuto si recò a Iolco, seppe che Acasto era morto e prese il trono che gli spettava per diritto ereditario.
    Quanto a Medea cercò rifugio presso Eracle che si era fatto garante del giuramento di fedeltà fra lei e Giasone, lo trovò in preda alla crisi di follia provocata da Era che gli aveva fatto uccidere i propri figli e lo guarì con le sue arti magiche, quindi si trasferì ad Atene presso Egeo.
    A seconda delle versioni Medea ebbe un figlio di nome Medo da Egeo, oppure Medo nacque più tardi da un re asiatico che accolse Medea cacciata da Atene sotto accusa di veneficio.
    Con il racconto delle imprese degli Argonauti si conclude la trattazione relativa ad Eracle e l'autore passa alla storia dei suoi figli. Dopo l'apoteosi di Eracle i suoi figli ed i suoi compagni rimasero a Trachis presso il re Ceice ma dopo qualche tempo Euristeo intimò a Ceice di cacciarli. Consapevoli di non essere in grado di affrontare una guerra, gli Eraclidi lasciarono spontaneamente Trachis e vagarono per la Grecia finché non trovarono ospitalità in Atene.
    Anni dopo gli Eraclidi, con l'aiuto degli Ateniesi, organizzarono un esercito che, comandato da Illo, Iolao e Teseo affrontò ed uccise Euristeo e tutti i suoi figli.
    Dopo questa vittoria, Illo assunse definitivamente il comando e mosse contro il Peloponneso.
    A Micene, morto Euristeo, aveva preso il potere Atreo che, contro gli Eraclidi, si alleò con Tegea.
    Illo propose di risolvere la guerra con un duello: se avesse vinto gli Eraclidi avrebbero avuto il regno di Euristeo, altrimenti sarebbero rimasti fuori dal Peloponneso per cinquanta anni. Raccolse la sfida il re di Tegea Euchemo ed uccise Illo. Rispettando i patti gli Eraclidi tornarono a Tricorito, presso Atene. Alcuni di loro, fra i quali Licimnio e Tlepolemo, si stabilirono ad Argo, altri richiesero a Egimio figlio di Doro la restituzione delle terre che Eracle gli aveva affidato e vissero con i Dori.
    Più tardi Tlepolemo litigò con Licimnio e lo uccise, fuggì da Argo e si stabilì a Rodi dove divenne re, in seguito partecipò alla guerra di Troia come comandante delle truppe di Rodi.
    Emulo delle imprese di Eracle fu Teseo.
    Figlio di Egeo e di Etra, crebbe con il nonno materno Pitteo a Trezene, divenuto adulto prese con se i segni di riconoscimento lasciati dal padre e si mise in viaggio verso Atene, compiendo durante il percorso imprese memorabili.
    Liberò le strade da molti e famosi briganti: Corinete, Sinide, Scirone, Cercione, Procruste ed uccise il feroce cinghiale di Crommione.
    Giunto ad Atene lottò con il toro di Maratona che Eracle aveva portato da Creta e lo offrì ad Egeo. L'uccisione del Minotauro da parte di Teseo è occasione per raccontare gli antichi miti cretesi.
    L'isola di Creta fu colonizzata da Elleni e Pelasgi guidati da Tectamo, figlio di Doro, figlio di Elleno, figlio di Deucalione. Tectamo sposò una figlia di Creteo e generò Asterio. Questi sposò Europa ed adottò i figli nati dall'unione di lei con Zeus: Minosse, Radamanto e Sarpedone.
    Minosse successe sul trono ad Asterio, sposò Itone figlia di Littio ed ebbe un figlio di nome Licasto, questi sposò Ida figlia di Coribante e generò un secondo Minosse. Anche questi fu re e portò Creta alla supremazia sul mare, sposò Pasifae, figlia di Elio e Crete, generando Deucalione, Catreo, Androgeo ed Arianna. Androgeo fu ucciso in un'imboscata ad Atene per volontà di Egeo che temeva che Minosse volesso sottrargli il potere.
    Non ottenendo soddisfazione Minosse mosse guerra ad Atene mentre le sue maledizioni provocavano la siccità in tutta l'Ellade. Guerra e siccità ebbero fine solo quando Atene accettò di pagare un tributo in vite umane: sette fanciulli e sette fanciulle ogni nove anni per tutta la vita del Minotauro.
    Teseo volle essere scelto fra le vittime sacrificali per eliminare il mostro e concordò con Egeo che al ritorno avrebbe segnalato una vittoria entrando in porto con le vele bianche, le vele nere avrebbero invece annunciato una sconfitta.
    Arianna si innamorò di Teseo, lo aiutò a sfuggire al Labirinto e partì con lui ma nell'isola di Nasso venne rapita da Dioniso che ne fece la propria sposa. Per il dolore Teseo dimenticò di cambiare le vele ed Egeo, credendolo morto, si uccise.
    Teseo sposò Fedra, figlia di Deucalione figlio di Minosse, e generò con lei due figli: Acamante e Demofonte.
    Fedra si innamorò di Ippolito, figlio di Teseo e dell'amazzone Ippolita, non corrisposta accusò il giovane di aver tentato di sedurla. Vedendo che Teseo non le credeva Fedra si uccise, quanto ad Ippolito venne a sapere della calunnia mentre si trovava alla guida di un carro: per lo stupore perse il controllo e cadde ferendosi mortalmente (notare come la versione di Diodoro differisce da quella canonica).
    Piritoo figlio di Issione dopo la morte di Fedra propose a Teseo di rapire Elena, figlia di Leda e di Zeus. A rapimento compiuto stabilirono per sorteggio che Teseo avrebbe sposato Elena impegnandosi ad aiutare l'amico a trovare un'altra donna. Poiché Elena aveva solo dieci anni fu affidata ad Etra, madre di Teseo. Il giuramento fatto costrinse Teseo ad aiutare Piritoo nel tentativo di rapire Persefone ma entrambi rimasero prigionieri nell'Ade. Teseo fu liberato da Eracle ma sulla sorte di Piritoo le antiche fonti erano discordi.
    Durante la prigionia di Teseo i Dioscuri liberarono Elena e presero prigioniera Etra.

    Laio, re di Tebe, interrogò la Pizia perché non riusciva ad avere figli dalla moglie Giocasta e l'oracolo lo avvertì che se avesse avuto un figlio questi lo avrebbe ucciso ed avrebbe arrecato grandi disgrazie al suo casato. Quando gli nacque un figlio, dunque, Laio lo espose dopo avergli ferito le caviglie.
    Salvato dai servi, il piccolo fu chiamato Edipo e fu allevato dalla moglie del re Polibo. Divenuto adulto si mise in viaggio ed incontrando Laio venne a lite con lui e lo uccise senza sapere chi fosse avverando la profezia.
    Edipo riuscì a risolvere il quesito della Sfinge, mostro biforme che uccideva chi non sapeva rispondere. Indovinò infatti che l'uomo è, nelle varie fasi della vita, "bipede, tripede e quadrupede" perché da bambino si muove su quattro arti, da adulto sulle gambe e da vecchio si aiuta con il bastone.
    Come stabilito da una profezia, la Sfinge sconfitta si uccise ed Edipo ebbe in premio il trono e la mano di Giocasta. Così, senza saperlo, sposò la propria madre ed ebbe quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.
    Scoperti il parricidio e l'incesto, Edipo fu costretto a cedere il potere ai figli che si accordarono per regnare ad anni alterni. Quando fu il turno di Polinice, tuttavia, Eteocle rifiutò di cedere il trono e Polinice andò ad Argo presso il re Adrasto.
    Ospite ad Argo era anche Tideo, esule dall'Etolia per aver ucciso i propri cugini. Adrasto, memore di una profezia, li accolse entrambi e li fece sposare con le sue figlie promettendo loro di aiutarli a tornare in patria.
    Fallito un tentativo diplomatico, Polinice ed Adrasto organizzarono una spedizione militare contro Tebe alla quale aderirono Tideo, Anfiarao, Ippomedonte e Partenopeo.
    Eteocle e Polinice si uccisero a vicenda, tutti i comandanti morirono tranne Adrasto. I Tebani non consentirono di dare sepoltura ai cadaveri, se ne occuparono più tardi gli Ateniesi.
    Anfiarao, che era indovino, sapeva che partecipando alla spedizione sarebbe morto. Convenne con Adrasto di affidare la decisione a Erifile (moglie di Anfiarao e sorella di Adrasto) ma questa si lasciò corrompere da Polinice e convinse il marito a partire. Anfiarao fece giurare al figlio Alcmeone di vendicarlo.
    Alcmeone, con i figli dei comandanti della prima spedizione ed i buoni auspici dell'oracolo di Delfi, organizzò una nuova impresa e questa volta Tebe venne conquistata. I Tebani fuggirono, fu catturata Dafne figlia dell'indovino Tiresia (in genere indicata con il nome di Manto) e fu dedicata al servizio del santuario di Delfi come offerta votiva ad Apollo.
    Per introdurre l'argomento di Neleo e della sua discendenza, Diodoro ricostruisce una genealogia degli Eoli e dei Beoti che in molti aspetti non corrisponde con altre versioni. Deucalione fu padre di Elleno, questi padre di Eolo. Questo Eolo ebbe numerosi figli e figlie fra cui Arne che, sedotta da Posidone, fu scacciata dal padre e condotta a Metaponto. Qui generò Beoto ed un altro Eolo.
    Anni dopo Eolo si impadronì delle isole che da lui presero il nome di Eolie mentre Beoto della regione poi detta Beozia. Figlio di Beoto fu Itono i cui nipoti parteciparono alla guerra di Troia.
    Figlio di Eolo (il fratello di Beoto) fu Salmoneo, fondatore di Salmonia, sul fiume Alfeo.
    Salmoneo sposò Alcidice dalla quale ebbe la bellissima Tiro. Questa si unì con Posidone generando Pelia e Neleo, quindi sposò Creteo generando Amitaone, Ferete ed Esone.
    Pelia regnò su Iolco, Neleo organizzò una spedizione nel Peloponneso, fra i suoi compagni erano Melampo e Biante, figli di Amitaone.
    Grazie alla sua arte di indovino Melampo curò la follia delle donne invasate da Dioniso ottenendo una parte del regno di Argo che condivise con Biante.
    Neleo proseguì la spedizione e giunto presso Messene fondò Pilo. Sposò Cloride ed ebbe dodici figli il maggiore dei quali fu Periclimeno, il minore Nestore.
    Si passa quindi (libro IV, cap 69-70) alla storia della guerra fra Lapiti e Centauri.
    Apollo si unì a Stilbe, figlia di Peneo, e generò Lapite e Centauro.
    Lapite ebbe due figli: Forbante e Perifante.
    Forbante aiutò Alettore re di Elea ed ebbe parte del regno di Elide. Furono suoi figli Egeo ed Attore.
    Da Perifante e da Astiagia figlia di Ipseo nacquero otto figli fra i quali Ausione che fu padre di Issione.
    Issione sposò Dia, figlia di Deioneo, con la quale generò Piritoo, ma rifiutò di consegnare i doni nuziali che aveva promesso, anzi uccise orribilmente Deioneo. Fu purificato da Zeus ma osò insidiare Era. Zeus lo trasse in inganno facendolo accoppiare con una nuvola alla quale aveva dato le sembianze di Era. Ne nacquero i Centauri. Dopo la morte Issione fu condannato a scontare eternamente la pena della ruota.
    Diodoro propone una razionalizzazione del mito dei Centauri, spiegando che l'idea della loro natura ibrida nacque perché furono i primi a tentare di montare i cavalli. I Centauri chiesero a Piritoo parte del regno di Issione, non ottenendolo dichiararono guerra a lui ed ai Lapiti.
    Più tardi si riconciliarono ma quando i Centauri furono invitati al banchetto nuziale di Piritoo ed Ippodamia si ubriacarono e violentarono le donne presenti, Piritoo e Teseo li scacciarono e la guerra riprese.
    La narrazione dei miti greciprosegue con la storia di Asclepio. Figlio di Apollo e di Coronide apprese la scienza medica al punto che Ade si lamentò presso Zeus perché il numero dei morti che affluivano al suo regno diminuiva a causa delle guarigioni. Zeus fulminò Asclepio. Apollo lo vendicò uccidendo i Ciclopi che avevano forgiato le folgori di Zeus e fu condannato a servire un essere umano.
    Figli di Asclepio furono Macaone e Podalirio, anche essi medici, che parteciparono alla guerra di Troia curando le ferite dei compagni.
    Fra i figli di Oceano e Teti fu Asopo, eponimo di un fiume dell'Argolide, che sposò Metope procreando due figli, Pelasgo e Ismeno, e dodici figlie: Corcira, Salamina, Egina, Pirene, Cleone, Tebe, Tanagra, Tespia, Asopide, Sinope, Ornia, Calcide.
    Sinope fu amata da Apollo nel luogo dove sorse la città con il suo nome e generò Siro che regnò sul popolo dei Siri. Corcira fu portata da Posidone nell'isola che da lei prese il nome e generò Feace, eponimo del suo popolo e padre di Alcinoo che aiutò Odisseo.
    Analoga sorte toccò a Salamina che con Posidone generò Cicreo il quale liberò la sua isola da un mostruoso serpente.
    Egina, amata da Zeus, generò Eaco che regnò sull'isola che prese il nome della madre.
    Figli di Eaco furono Peleo e Telamone. Peleo uccise involontariamente il fratellastro Foco e fu bandito dal padre, si recò a Ftia dove divenne re, con Tetide generò il famoso Achille.
    Telamone visse a Salamina, sposò Glauce figlia di Cicreo ereditando il regno. Morta Glauce sposò Eribea di Atene e generò Aiace.
    Ares, unitosi ad Arpine figlia di Asopo generò Enomao. Questi ebbe una figlia di nome Ippodamia.
    Poiché un oracolo aveva detto che Enomao sarebbe morto quando Ippodamia si fosse sposata, Enomao aveva stabilito che i pretendenti dovessero competere con lui in una gara equestre perdendo la vita se sconfitti.
    Munito di cavalli velocissimi, Enomao uccise molti aspiranti finché Pelope non corruppe il suo auriga Mirtilo riuscendo a vincere la gara. Comprendendo che l'oracolo si era compiuto, Enomao si uccise.
    Pelope era figlio di Tantalo, a sua volta figlio di Zeus. Ricco e fortunato, Tantalo era stato ammesso alla mensa degli dei, ma quando rivelò agli uomini cose segrete cadde in disgrazia e dopo la morte fu condannato in eterno. Oltre a Pelope, Tantalo aveva avuto una figlia, Niobe. Questa ebbe sette figli e sette figlie ed offese Latona vantandosi di essere più prolifica di lei. Apollo ed Artemide, figli di Latona, vendicarono l'offesa uccidendo tutta la prole di Niobe.
    Quando incorse nell'ira degli dei, Tantalo fu cacciato dalla Paflagonia da Ilo, membro della stirpe regnante a Troia.
    Il primo re della Troade fu Teucro, figlio del fiume Scamandro. Gli successe il genero Dardano, figlio di Zeus, al quale seguirono il figlio Erittonio ed il nipote Troo.
    Troo ebbe tre figli: Ilo, Assaraco e Ganimede, fondò la città di Ilio.
    Figlio di Ilo fu Laomedonte che fu padre di Titono e di Priamo. Titono amò Eos generando Memnone che fu ucciso da Achille: Priamo sposò Ecuba ed ebbe molti figli, il più insigne dei quali fu Ettore.
    Assaraco fu padre di Capi e generò Anchise, padre di Enea. Ganimede fu rapito dagli dei e divenne coppiere di Zeus.

    Discendente di Eretteo, l'ateniese Dedalo era inventore di molti strumenti ed abilissimo scultore.
    Il suo allievo e nipote Talo inventò la sega imitando la dentellatura dei denti dei serpenti. Per invidia Dedalo lo uccise ma venne scoperto e processato. Costratto a fuggire da Atene si stabilì a Creta presso il re Minosse. Quando Minosse evitò di sacrificare uno splendido toro a Posidone il dio si adirò e fece innamorare del toro Pasifae, moglie di Minosse. Dedalo aiutò Pasifae ad accoppiarsi con il toro costruendo una finta vacca e da questa unione nacque il Minotauro. Ibrido mostruoso, metà uomo e metà toro, il Minotauro crebbe nel Labirinto appositamente realizzato da Dedalo divorando le vittime sacrificali inviate da Atene.
    Ancora una volta Diodoro razionalizza la leggenda: temendo la punizione di Minosse Dedalo fuggì da Creta con un'imbarcazione procurata da Pasifae. Suo figlio Icaro, durante la fuga, cadde in mare ed annegò; l'autore comunque cita anche la versione più diffusa parlando del volo di Dedalo ed Icaro.
    Dedalo giunse in Sicilia e fu ben accolto da Cocalo re dei Sicani per il quale realizzò molte opere artistiche ed architettoniche.
    Minosse venne a sapere che Dedalo si trovava in Sicilia e chiese a Cocalo di consegnarglielo ma Cocalo, dopo averlo invitato per trattare, lo uccise a tradimento. I Cretesi che avevano accompagnato Minosse rimasero in Sicilia e vi fondarono due colonie.

    Aristeo era figlio di Apollo e di Cirene. Allevato dalle Ninfe aveva appreso da loro la cagliatura del latte, l'apicoltura e la coltivazione degli olivi.
    Stabilitosi in Beozia sposò Autonoe, figlia di Cadmo, generando Atteone. Questi fu sbranato dai propri cani per aver offeso Artemide.
    Dopo la morte di Atteone, Aristeo andò a Ceo, in Sardegna, in Sicilia ed infine in Tracia recando ovunque la sua sapienza e ricevendo spesso onori divini.
    Erice, figlio di Afrodite e del re Bute, regnò su una parte della Sicilia ove fondò una città cui diede il suo nome e nella quale sorse il santuario di Afrodite Ericina, famosissimo e prestigioso. I Romani, che consideravano Afrodite propria progenitrice, tributavano a questo santuario grandi onori per decreto del Senato.
    In Sicilia, nella regione dei monti Erei, particolarmente fertile ed amena, nacque Dafni figlio di Ermes e di una ninfa. Cantore melodioso, inventò i canti bucolici. Una ninfa si innamorò di lui ma quando Dafni giacque con un'altra donna che lo aveva fatto ubriacare la ninfa lo privò della vista.
    Ancora alla Sicilia era legato li mito di Orione, costruttore di grandi opere come il porto di Messene (Messina).


    Libro V


    Questo libro è dedicato a "Le Isole", a cominciare dalla Sicilia che in antico si chiamò Trinacria per la sua forma, poi Sicania dai Sicani ed infine Sicilia dai Siculi. Sacra a Demetra e a Core, nel mito fu dono di Zeus per le nozze di Plutone e Persefone.
    Si diceva che la Sicilia fu la prima terra a produrre spontaneamente grano ed orzo, Demetra e Core la amavano e vi soggiornavano spesso e fu nei prati di Enna che avvenne il rapimento di Core.
    A Demetra ed a sua figlia in Sicilia si dedicavano molti riti e si consacravano luoghi.
    I primi ad abitare la Sicilia furono i Sicani, autoctoni per alcune fonti, di origine iberica per altre.
    Inizialmente insediati nella parte orientale dell'isola, i Sicani migrarono verso ovest per evitare le eruzioni dell'Etna. Successivamente i territori da loro abbandonati furono occupati dai Siculi provenienti dall'Italia. Siculi e Sicani combatterono spesso finché con un trattato non definirono chiaramente i rispettivi confini.
    Con il tempo molti Greci giunsero in Sicilia e vi fondarono importanti colonie: la lingua greca prevalse ed i coloni si fusero con i Siculi e Sicani che finirono con il perdere la propria identità etnica.
    Fra la Sicilia e l'Italia si trovano le sette isole Eolie: Strongile (Stromboli), Evonimo, Didime, Fenicode, Ericode, l'isola sacra ad Efesto (Alicudi) e Lipara. Le isole Eolie sono tutte di origine vulcanica e si credeva fossero in comunicazione con l'Etna tramite canali sottomarini. Il primo ad occupare le Eolie fu Liparo, figlio del re Ausonio, che fu sconfitto dai suoi fratelli e fuggì dall'Italia, sbarcò nell'isola che da lui prese il nome di Lipara e vi fondò una città.
    Molti anni più tardi Eolo sposò Ciane, figlia di Liparo ed aiutò il suocero a tornare in Italia dove Liparo regnò sulle contrade di Sorrento. Si tratta dell'Eolo citato nell'Odissea, aveva imparato a predire l'andamento dei venti tramite osservazioni meteorologiche, di qui il mito gli aveva attribuito la funzione di "dispensiere dei venti".
    Eolo ebbe sei figli che regnarono su varie zone della Sicilia e della costa calabra, tutti con grande moderazione ed equità.
    Molti anni più tardi (circa 580 a.C.) giunse un gruppo di Cnidi e di Rodi a fondare una nuova colonia in Sicilia. Li guidava Pentatlo di Cnido che si diceva discendente di Eracle tramite Ippote.
    Furono coinvolti in una guerra fra Egesta e Selinunte e molti morirono fra cui lo stesso Pentatlo. I superstiti si stabilirono a Lipara fondendosi con le genti del posto. Adottarono un regime comunistico coltivando la terra in comune ed approntando le opportune difese contro i pirati tirreni che spesso li attaccavano.
    L'isola era famosa per le sue sorgenti termali e per le miniere di allume.
    Oltre Lipara si trovava l'isola deserta di Osteode (generalmente identificata con Ustica) dove un tempo furono abbandonati i capi di una ribellione dei mercenari al soldo dei Cartaginesi. Privi di sostentamento i ribelli morirono di fame lasciando sull'isola una grande quantità di ossa (Osteode=ossuta).
    Tre isole situate in alto mare a Sud della Sicilia sono l'argomento dei successivi paragrafi: Melite (Malta), famosa per l'artigianato tessile e fiorente colonia dei Fenici; Gaulo (Gozo) e Cercina (Kerkenna) più vicine alla Libia erano attivi porti commerciali.
    In altra posizione nel Tirreno l'isola di Etalia (Elba) era ricca di rocce ferrose dalle quali si ricavavano grandi quantità di metallo.
    Più ad occidente di Etalia si trova la Corsica con importanti porti e città. Vi abitarono i Focesi, poi scacciati dai Tirreni. Ai tempi di Diodoro la Corsica era abitata da circa trentamila "barbari" che vivevano pacificamente dedicandosi all'agricoltura ed alla produzione del miele.
    Vicina alla Corsica, la Sardegna era abitata dal popolo degli Iolei ritenuti discendenti dei coloni guidati da Iolao. Quando i Cartaginesi invasero l'isola, gli Iolei rifugiandosi in zone montuose riuscirono a mantenere la propria indipendenza. Anche quando l'isola passò ai Romani questo popolo, continuando ad abitare nell'interno, non venne sottomesso. Diodoro narra dell'antica tradizione secondo la quale questa duratura indipendenza era stata profetizzata da un oracolo ai tempi di Iolao.
    Oltre la Sardegna l'isola di Pitussa, una delle Baleari, era abitata prevalentemente da genti di origine fenicia, produceva olio e lana.
    Nei pressi si trovavano altre isole chiamate Gimnesie dai Greci e Baleari dai Romani. Gli abitanti di queste isole non usavano moneta, vivevano di agricoltura e di allevamento. Diodoro ricorda alcune loro usanze primitive come la condivisione della sposa e lo smembramento dei cadaveri. Combattevano usando la fionda, arma che sapevano maneggiare con particolare perizia.
    Oltre le Colonne di Ercole, nell'Oceano, si trovava un'altra isola della quale Diodoro non cita il nome. Terra di particolare bellezza, era ricca di giardini e di ville i cui abitanti vivevano lussuosamente. Tale era la sua dovizia di frutti, di cacciagione e di pesce che molti la consideravano "luogo di dimora di essere divini e non di uomini".
    Nel descrivere quest'isola Diodoro attinge probabilmente alla letteratura utopica, è comunque possibile che questo tipo di racconti saino nati in conseguenza alla scoperta di isole sconosciute.
    L'autore prosegue dicendo che i primi ad approdare sull'isola di cui parla furono i Fenici che già in tempi antichi avevano fondato sulla costa atlantica della Spagna Gadira (Cadice) ed altre colonie. Successivamente gli Etruschi tentarono di raggiungere l'isola ma i Cartaginesi lo impedirono in quanto intendevano utilizzarla come sede alternativa in caso di gravi sconfitte e calamità.
    Più a Nord, lungo le coste europee dell'Atlantico, si incontrano molte altre isole, la maggiore delle quali è la Britannia. Mai raggiunta in precedenza da armate straniere, la Britannia fu conquistata da Giulio Cesare. Il clima della Britannia era molto freddo, la popolazione coltivava cereali conducendo uno stile di vita semplice e modesto.
    Nella zona del promontorio Belesio (in Cornovaglia) si estraeva lo stagno, ciò ha portato la popolazione locale a frequenti contatti con i mercanti stranieri ed un modo di vivere più evoluto.
    In un'altra isola dell'Atlantico chiamata Basileia (probabilmente l'isola tedesca di Helgoland) si raccoglieva l'ambra. Nel mito questo materiale proveniva dai pioppi in cui furono trasformate le sorelle di Fetonte quando piangevano la morte del fratello.
    La regione continentale prossima a queste isole è la Celtica. Nel mito Eracle, durante la spedizione contro Gerione, si unì ad una principessa celtica generando Galata che divenne re e volle che i suoi sudditi si chiamassero Galli.
    I Galli erano divisi in numerose tribu, il loro paese era molto freddo e ricco di fiumi come il Rodano, il Danubio ed il Reno. Sul Reno Cesare fece costruire in tempi brevissimi un ponte per attraversarlo con il suo esercito ed attaccare i Galli che si trovavano oltre il fiume.
    Segue una descrizione pittoresca dei costumi e dei caratteri dei Galli: amanti del vino, della birra d'orzo e dei banchetti, si mostravano molto ospitali con i visitatori ed erano soliti adornarsi con monili d'oro. In guerra tentavano di atterrire i nemici con varie esibizioni, ingaggiando duelli e cantando le gesta proprie e degli antenati. Usavano staccare ed imbalsamare le teste dei nemici uccisi.
    Esibizionisti, minacciosi e teatrali, i Galli non mancavano di intelligenza. Fra loro erano poeti lirici detti Bardi, filosofi esperti di religione ed indovini.
    Vicini dei Galli erano i Celtiberi, popolazione nata dalla progressiva fusione di tribu di Iberi con tribu celtiche. Estremamente bellicosi, misero in difficoltà per molto tempo anche gli eserciti romani. Dei popoli della Penisola Iberica facevano parte anche i Lusitani, anche questi molto bellicosi, esperti di guerriglia e difficili da combattere per la loro profonda conoscenza della regione montuosa che abitavano.
    Nel paese degli Iberi, in particolare sui monti Pirenei, si trovavano ricchissime miniere d'argento. Questo metallo, il cui valore era ignorato dagli autoctoni, consentì ai Fenici di condurre importanti commerci.
    Passando ai Liguri, dei quali ha già parlato nel contesto delle imprese di Eracle, Diodoro ricorda il loro modo di vivere primitivo dovuto all'ostile ambiente montuoso che abitavano, il loro coraggio e la loro forza fisica.
    Quanto ai Tirreni (gli Etruschi) l'autore sottolinea come inventarono molte usanze poi adottate e perfezionate dai Romani, come la tromba in guerra, il peristilio e lo studio dei fenomeni naturali.
    Si passa alla descrizione delle isole dell'Oceano Meridionale, il mare a sud di quella parte dell'Arabia detta Felice per la fertilità del suolo e per l'amenità dei luoghi.
    Nell'isola di Iera era proibito seppellire i morti, vi si producevano incenso, mirra e spezie profumate. I suoi abitanti erano detti Pancei e si dedicavano al commercio con i mercanti arabi.
    Pancei erano detti anche gli abitanti di un'altra isola situata molto più a oriente detta, appunto, Pancea, anche questa ricca di foreste e giardini.
    Anche in questo brano Diodoro descrive paesaggi e popolazioni nello stile della letteratura utopica, dipendendo da Evemero di Messene.
    Nel Mare Egeo si trovava invece l'isola di Samotracia, in origine abitata da un popolo autoctono, poi colonizzata da genti provenienti da Samo e dalla Tracia (da qui il nome).
    Saone figlio di Zeus stabilì le leggi e governò l'isola. A Samotracia nacquero anche altri figli di Zeus: Dardano, Iasione ed Armonia.
    Dardano passò in Asia su una zattera e fondò la città che più tardi ebbe il nome di Troia. Iasione apprese da Zeus il rito iniziatorio dei misteri e fu il primo a praticarlo. Quanto ad Armonia sposò Cadmo che giunse a Samotracia durante la ricerca di Europa.
    Per queste nozze gli Dei tennero una festa ed offrirono agli sposi molti doni, durante il banchetto Demetra si innamorò di Iasione.
    L'isola di Nasso era in origine chiamata Strongile (rotonda). Secondo un mito Bute, figlio di Borea, cospirò contro il fratello Licurgo, scacciato dalla Tracia si rifugiò a Nasso con i suoi complici e si dedicò alla pirateria. Avendo poche donne Bute e si suoi uomini organizzarono una spedizione sulla terraferma per rapirne. Si imbatterono nelle nutrici di Dioniso, Bute violentò Coronide, poi si uccise perché Dioniso lo fece impazzire.
    Fra le altre furono rapite Ifimedia, moglie di Aloeo, e sua figlia Pancratide, quest'ultima sposò Agassemeno, succeduto a Bute nel comando.
    L'isola di Nasso era legata alla figura di Dioniso dal mito secondo il quale Zeus l'avrebbe scelta per far nascere Dioniso dalla propria coscia dove aveva cucito il feto dopo la morte di Semele.
    L'isola di Simi fu governata da Nireo, che partecipò alla spedizione contro Troia. Successivamente l'isola fu colonizzata da Cari, Lacedemoni ed Argivi.
    I primi abitatori di Rodi furono i Telchini. Questi educarono il piccolo Posidone affidato loro da Rea e quando il dio divenne adulto si unì ad Alia, sorella dei Telchini, generando sei figli maschi ed una femmina, Rodo, dalla quale l'isola prese il nome.
    I figli di Posidone impedirono ad Afrodite di approdare a Rodi, la dea facendoli impazzire li indusse a violentare la madre e a commettere altre nefandezze. Alià si gettò in mare e Posidone, scoperto l'accaduto, rinchiuse i propri figli sotto terra.
    Secondo un mito un diluvio sommerse l'isola di Rodi e solo chi riuscì a raggiungere le zone più alte si salvò; tuttavia Elio si innamorò di Rodo e fece sparire le acque.
    Elio ebbe da Rodo, o fece nascere spontaneamente dalla terra, sette figli che si distinsero per la cultura e che successivamente portarono il loro sapere in varie regioni del mondo abitato. I loro nomi erano Orchimo, Cercafo, Macar, Actine, Tenage, Triopa, Candalo. Elio e Rodo ebbero anche una figlia di nome Elettrione che morì prestissimo e ricevette a Rodi onori eroici.
    A Rodi si ricordava anche un soggiorno di Danao, in fuga dall'Egitto con le sue figlie e di Cadmo in cerca di Europa. Il primo aveva consacrato una statua ad Atena, il secondo aveva costruito un recinto sacro a Posidone lasciando a custodirlo alcuni Fenici dai quali poi discese la stirpe dei sacerdoti di Rodi.
    Altemene, figlio del re cretese Catreo, si trasferì a Rodi quando un oracolo lo avvertì che avrebbe ucciso il padre. Eresse un santuario a Zeus e fu onorato dalla gente del luogo ma quando Catreo, per il desiderio di ritrovarlo, raggiunse di notte Rodi si scontrò con gli abitanti ed Altemene, non riconoscendolo, lo uccise avverando la profezia. Per questo motivo Altemene si ritirò in solitudine ed alla fine morì di dolore.
    Poco prima della guerra di Troia giunse a Rodi Tlepolemo, in fuga da Argo per aver involontariamente ucciso Licimno, e divenne re dell'isola che governò con saggezza finché non partì con Agamennone.
    La relazione fra le vicende di Rodi e quelle del Chersoneso inducono Diodoro a parlare anche di questa regione, corrispondente all'odierna penisola di Marmaris.
    Anticamente il Cherroneso fu occupato da alcuni dei Cureti, discendenti di quelli che avevano nutrito Zeus, quindi vi si stabilì un gruppo di Argivi. Questi ultimi erano arrivati con Cirno al quale Inaco aveva affidato una flotta per cercare Io e, non trovandola, aveva rinunciato a tornare in patria.
    In seguito arrivò nel Cherroneso Triopa, figlio di Eolo e di Rodo in fuga per aver ucciso il fratello Tenage.
    Nella città di Castabo si trovava il santuario di Emitea, Diodoro racconta il relativo mito. Stafilo aveva avuto tre figlie: Molpadia, Reo e Parteno. Reo fu sedotta da Apollo. Il padre scoprendola incinta la fece gettare in mare in una cassa, si salvò miracolosamente e partorì Anio. Le sue sorelle si gettarono in mare per aver rotto l'orcio del vino del padre e furono salvate da Apollo che le portò nel Cherroneso: Parteno a Bubasto, dove ebbe un recinto sacro, e Molpadia a Castabo dove fu chiamata Emitea e venerata nel santuario.
    Il santuario era molto frequentato e ricco di offerte votive perché si riteneva che Emitea soccorresse gli infermi ed i sofferenti.
    I capitoli successivi sono dedicati alla descrizione dell'isola di Creta. I più antichi abitatori di Creta furono gli Eterocretesi presso i quali secondo il mito nacquero numerose divinità a cominciare dai Dattili Idei dei quali fu discepolo Orfeo che da loro apprese i riti misterici. Stregoni ed artefici legati alle origini della metallurgia.
    Più tardi vissero a Creta i Cureti, dei quali si è già parlato, dediti alla pastorizia ed alla caccia, furono tutori di Zeus. Segue una ricapitolazione del mito di Zeus nella quale viene ribadito il concetto, caro a Diodoro, che gli dei furono in origine esseri umani poi divinizzati per i loro grandi meriti.
    Molte generazioni più tardi nacquero gli eroi di Creta, tra i quali Minosse, Radamanto e Sarpedone, figli di Zeus e di Europa. Minosse regnò sull'isola e vi fondò le più importanti città: Cnosso, Festo e Cidonia (attuale Canea).
    Come si è detto i primi abitanti di Creta furono gli Eterocretesi. Più tardi giunsero i Pelasgi che occuparono una parte dell'isola, quindi i Dori.
    Da Creta la narrazione passa all'isola di Lesbo i cui primi abitanti furono i Pelasgi ivi condotti da Xanto figlio di Triopia.
    Dopo il diluvio dei tempi di Deucalione, Lesbo rimasta deserta tu ripopolata dai seguaci di Macareo, appartenenti a vari popoli. A dare il nome all'isola fu Lesbo, nipote di Eolo, che sposò Metimna, figlia di Macareo.
    Più tardi Tenete, figlio di Cicno (figlio di Posidone e di Calice, re di Colone in Troade) colonizzò un'altra isola e la chiamò Tenedo. Nel mito Tenete era stato scacciato dal padre a causa delle calunnie della matrigna. Tenete fu ucciso da Achille durante la presa di Tenedo ad opera degli Achei in viaggio verso Troia oppure, per altre fonti, sul continente all'inizio della guerra.


    Libro VI


    Di questo libro perduto possediamo alcuni frammenti. Eusebio di Cesarea (Preparazione Evangelica) cita un brano relativo alla teoria razionalistica di Evemero di Messene sull'origine umana degli dei.
    Da Eustazio riceviamo un breve brano nel quale si raccontava che Xanto e Balio, i cavalli immortali di Achille, erano in origine due Titani che avevano aiutato Zeus e Posidone nella guerra contro gli altri Titani. Per non mostrarsi in questo frangente ai loro fratelli avevano chiesto ed ottenuto di essere trasformati in cavalli.
    Ancora Tertulliano, Giovanni di Antiochia ed alcuni scolii tramandano frammenti dai quali si evince che il sesto libro era dedicato alle figure della mitologia greca rilette in chiave razionalistica.


    Libro VII


    I frammenti in nostro possesso indicano che nel libro VII Diodoro passava dalla narrazione mitografica a quella degli eventi successivi alla guerra di Troia, da lui considerati storici; in particolare vengono esposte le vicende di Enea dopo la caduta della città.
    Enea fu ammirato dai Greci per il coraggio e la pietà dimostrati quando, lasciando Troia in fiamme, aveva preso con se i Lari ed il vecchio Anchise, aveva quindi ottenuto il permesso di partire indisturbato.
    Il frammento successivo parla di Enea che aveva assunto il regno dei Latini tre anni dopo la caduta di Troia e, dopo tre anni di governo, era scomparso dal mondo degli uomini.
    Ascanio, figlio di Enea, succeduto al padre fondò la città di Albalonga. Enea stesso aveva progettato questa fondazione assistendo al prodigio di una scrofa bianca che aveva partorito in quel luogo trenta porcellini, ma era stato dissuaso da un sogno, grazie al quale aveva compreso che i trenta maialini indicavano altrettanti anni da attendere prima di costruire la nuova città. Così fu Ascanio a procedere, appunto dopo trent'anni, e scelse il nome Albalonga in riferimento al colore della scrofa (Alba=bianca) ed alla forma allungata delle mura.
    Dopo la morte di Ascanio il regno fu conteso fra suo figlio Iulo e suo fratello Silvio, figlio di Enea e di Lavinia o di Silvia, prima moglie di Latino. Infine, per elezione popolare, il trono andò a Silvio mentre Iulo fu nominato pontefice massimo.
    A Silvio, che regnò per quarantanove anni, successe il figlio Enea Silvio, che resse il potere per trent'anni.
    Gli successe Latino Silvio, che in cinquant'anni di saggio governo fondò diciotto città nei territori limitrofi da lui conquistati.
    A Latino successe Epito Silva (Capeto in Livio e Dionigi di Alicarnasso) che regnò per ventisei anni, gli successe il figlio Calpeto (tredici anni) e quindi Tiberio Silvio (otto anni). Quest'ultimo morì annegato nel fiume Alba che da allora prese il nome di Tevere.
    Seguì il regno di Agrippa (quarantuno anni), quindi quello di Arramulio Silvio (Allodio in Dionigi di Alicarnasso, diciannove anni).
    Questo personaggio fu tanto superbo da ordinare ai suoi soldati di percuotere gli scudi durante i temporali per superare il rumore dei tuoni. Venne colpito da un fulmine e la sua casa fu sommersa dalle acque del lago Albano. Gli successe Avenzio (che Diodoro considera eponimo del colle Aventino) che morì in battaglia dopo trentasette anni di regno lasciando il potere al figlio Proca Silvio che regnò per ventitre anni.
    Il figlio più giovane di Proca, Amulio, si impadronì del trono ai danni del fratello maggiore Numitore che, alla morte del padre, si trovava lontano. Dopo quarantatre anni Amulio fu ucciso da Romolo e Remo, fondatori di Roma.
    Il successivo frammento del VII libro comprende una cronologia dei re di Sparta, cronologia che l'autore dichiara di prendere come riferimento per il periodo di tempo che intercorre fra la guerra di Troia e la prima Olimpiade.
    Vengono quindi enumerati i re spartani delle due famiglie (Agiadi ed Euripontidi) a partire da Euristene che salì al trono dopo ottanta anni dalla guerra di Troia. Durante il regno di Alcamene, ottavo discendente di Euristene nella dinastia degli Agiadi, fu istituita la prima Olimpiade.
    Primo degli Euripontidi fu Procle. La prima Olimpiade si svolse durante il regno del suo ottavo discendente, Teopompo.
    Nel nono frammento si passa alla storia di Corinto. Quando gli Eraclidi si impossessarono del Peloponneso vollero affidare Corinto ad Alete, il quale regnò per trentotto anni. I discendenti di Alete tennero il trono di Corinto per oltre quattro secoli, fino alla tirannia di Cipselo.
    Seguono frammenti nei quali si parla di Licurgo, il famoso legislatore spartano, che raccontano come egli venne ispirato dall'oracolo di Apollo a basare le leggi sulla concordia e sul coraggio.
    Si passa quindi alla cronologia dei re macedoni, il primo dei quali fu Carano, discendente di Temeno, il quale riunì un esercito di Argivi e conquistò la Macedonia. Dopo aver governato trent'anni, Carano morì lasciando il regno al figlio Coino, il quale regnò per ventotto anni. Fu quindi la volta di Tirimno (quarantatre anni), poi di Perdicca I (quarantadue anni).
    Seguirono Argeo, Filippo I, Aieropa, Alceta, Aminta I, Alessandro I, Perdicca II, Archelao, Aieropa II, Pausania, Ptolomeo, Perdicca III, Filippo II e infine Alessandro Magno, che combattè a lungo contro i Persiani.

    Libro VIII


    Anche del libro VIII ci sono giunti solamente frammenti. Si parlava dell'Elide e del santuario di Zeus ad Olimpia dove dal 776 a.C. si svolsero ogni quattro anni i Giochi Olimpici.
    Per questo motivo l'Elide fu a lungo considerata sacra ed i suoi abitanti furono esentati dal partecipare ad imprese militari come accadde, ad esempio, durante la seconda guerra persiana.
    Si parla quindi, rapidamente, del mito di Romolo e Remo, della loro contesa per il potere e dell'uccisione di Remo ad opera di Celere (come in Dionigi di Alicarnasso).
    I frammenti successivi si riferiscono alla guerra fra Sparta e Messene. Tradizionalmente a provocarla fu uno spartano che dopo aver concordato con un messeno di gestire in comune dei terreni confinanti truffò il socio vendendo segretamente schiavi e bestiame ed impadronendosi del ricavato. Il messeno scoprì la truffa ma non ottenne soddisfazione, anzi lo spartano gli uccise un figlio ... e fu la guerra.
    Si narra anche della contesa fra due guerrieri messeni che si erano distinti in combattimento per la successione al comando e di un oracolo pronunciato dalla Pizia in merito all'esito della guerra.
    Negli ultimi frammenti, molto brevi, si raccontano aneddoti, oracoli, usanze e particolari della storia di varie città. Si parla infine brevemente del re Tarquinio Prisco (Lucio Tarquinio) e di come in gioventu fu amico e consigliere del suo predecessore Anco Marzio.


    Frammenti del libro IX


    1 La famiglia di Solone era originaria di Salamina. Ricevuta la migliore educazione raggiunse i massimi livelli di sapienza e cultura e, accompagnandosi sempre ai più dotti del suo tempo, fu annovarato fra i Sette Sapienti.
    Famosa la sua legislazione che operò negli Ateniesi, dediti agli agi ed alla lussuria, un cambiamento radicale tanto che Armodio e Aristogitone tentarono di abbattere i Pisistratidi.
    2 Creso re di Lidia interrogò Solone sulla felicità e Solone rispose che nessun uomo può essere considerato pienamente felice finché non si sappia se la sua fortuna sia durata per l'intera vita. Più tardi, quando sconfitto da Ciro stava per essere arso vivo, Creso ricordò le parole di Solone e prese ad invocare il suo nome, ciò indusse Ciro a liberarlo e tenerlo presso di se come amico.
    2 Quando scoppiò una contesa fra Coo e Mileto sull'appartenenza di un tripode d'oro rinvenuto in mare la Pizia decretò che il tripode andava consegnato all'uomo più saggio. I Milesi lo portarono a Talete che preferì fosse consegnato a Solone ritenendolo più saggio di lui. Solone consigliò di dedicarlo ad Apollo, il più saggio di tutti.
    4 - 5 Ormai molto anziano Solone si presentò nell'agorà indossando un'armatura per spronare la cittadinanza ad abbattere Pisistrato. Al tiranno che chiedeva chi fossero i suoi mandanti Solone rispose che il suo unico sostegno era la vecchiaia.
    6 Lo scita Anacarsi interrogò l'oracolo di Delfi per sapere chi fosse più saggio di lui e gli fu indicato Misone.
    7 Misone di Malide viveva isolato. Fu inserito fra i Sette Sapienti quando Periandro di Corinto ne venne escluso per la sua tirannide.
    8 Curioso di conoscere Misone, Solone lo cercò e lo trovò in un'aia intento ai lavori agricoli.
    9 Chilone, un altro dei Sette Sapienti, ebbe il merito di vivere una vita coerente con la sua dottrina mentre, secondo Diodoro, molti filosofi non potrebbero dire altrettanto di se stessi.
    10 Chilone incise tre massime su una colonna del tempio di Delfi: "conosci te stesso", "niente di troppo", "al pegno segue la sventura".
    A proposito della terza massima alcuni hanno ritenuto che Chilone fosse contrario al matrimonio, ma secondo Diodoro voleva dire di non prendere impegni a lungo termine perché il futuro è imperscrutabile e le circostanze possono cambiare.
    11 Di Pittaco di Mitilene si diceva non avesse alcun difetto: sapiente e giusto come legislatore, moderato e affabile nei rapporti umani, coraggioso in guerra, disinteressato al denaro.
    12 Pittaco era solito rifiutare i doni: lo fece con i concittadini che gli offrivano la metà delle terre conquistate combattendo e lo fece con Creso che gli offriva tutto il denaro che desiderava. Quando il poeta Alceo, suo acerrimo avversario, cadde nelle sue mani Pittaco lo lasciò andare dicendo che il perdono è preferibile alla punizione.
    13 Biante di Priene riscattò dai briganti alcune nobili ragazze della Messenia e le ospitò fino all'arrivo dei loro genitori dai quali non accettò alcun compenso. Anche rispetto a Biante si parlava di un tripode con la scritta "al più saggio" ripescato in mare.
    Era un grande oratore ed usava la propria eloquenza a vantaggio di chi era vittima di un'ingiustizia.
    14 - 15 Più della potenza conta il saperla usare. Polidamante di Scotusa era fortissimo, uccideva i leoni con le mani, correva più veloce dei carri e tentò di sostenere una grotta che crollava.
    16 Da tempo gli abitanti di Cirra erano assediati per aver tentato di saccheggiare il santuario delfico (prima guerra sacra) ma l'oracolo dava responsi negativi sull'assedio.
    17 Solone visse in Atene nel periodo dei tiranni, quarantasette anni dopo Dracone.
    18 - 19 Lo scultore Perillo realizzò un grande toro di bronzo per il tiranno Falaride, la statua cava poteva contenere un uomo per ucciderlo surriscaldando il bronzo. Colpito dalla perversità di Perillo, Falaride volle che lo scultore fosse il primo a provare questa orribile fine.
    20 Solone era avversario di Pisistrato e nonostante la vecchiaia non esitava a fare propaganda contro il tiranno.
    Ciassare fondò l'impero dei Medi che durò fino ad Astiage che fu sconfitto da Ciro. Di questi argomenti Diodoro parlerà ampiamente nella sede opportuna.
    21 Ciro divenne re dei Persiani nell'anno della cinquantacinquesima Olimpiade (560/559 a.C.) come affermano concordemente tutte le fonti.
    22 - 24 Ciro, figlio di Cambise e di Mandane figlia di Astiage, fu uomo di grandi qualità, coraggioso in guerra e giusto con i sudditi.
    Al contrario Astiage era di natura violenta ed iracondo e quando fu sconfitto da Ciro punì molti suoi soldati e sudditi diffondendo il malcontento.

    25 Creso stava approntando una flotta per attaccare gli abitanti delle isole ma fu dissuaso da Biante ed abbandonò l'impresa.
    26 Creso convocò alcuni fra gli uomini più sapienti del suo tempo: Anacarsi, Biante, Solone e Pittaco. Ad Anacarsi chiese chi fossero, fra gli esseri viventi, i più coraggiosi, i più giusti ed i più saggi. Ad ogni domanda Anacarsi rispose "gli animali selvatici", pronti a morire per la loro libertà che vivono secondo le leggi divine superiori a quelle umane.
    27 Chiese a Solone chi fosse il più felice e Solone fornì la già citata risposta sulla fine della vita. Biante confermò le parole di Solone aggiungendo che la vera ricchezza è la sapienza e Pittaco affermò che il miglior governo è quello basato sulle leggi.
    28 Esopo affermava che i sapienti non sono in grado di stare in compagnia dei signori.
    29 Il frigio Adrasto che viveva in Lidia uccise involontariamente Atys figlio di Creso. Sconvolto dall'errore pregò il re di farlo morire nonostante non avesse alcuna colpa ma Creso, che aveva già deciso di bruciarlo vivo, vedendo il comportamento dell'uomo placò la sua ira e lo perdonò. Comunque Adrasto si uccise sulla tomba di Atys.
    30 Falaride vedendo uno sparviero che inseguiva molte colombe notò come la paura facesse fuggire le colombe che altrimenti per il loro numero avrebbero potuto aver ragione dello sparviero. Ma la vittoria dipende dal coraggio, non dal numero. Più tardi Falaride perse il potere.
    31 Creso attaccò i Persiani e fu rovinosamente sconfitto. Aveva male interpretato un ambiguo responso dell'oracolo. Quando fu Ciro ad attaccare l'oracolo disse a Creso che il suo regno sarebbe durato finché un mulo non lo avesse conquistato ma anche questa volta Creso non comprese ed interpretò il responso positivamente. Il mulo era Ciro, figlio di un persiano e di una donna originaria della Media. Giunto in Cappadocia Ciro inviò messaggeri a Creso per proporgli la resa e Creso rispose che erano i Persiani a doversi rassegnare ad essere sudditi dei Lidi.
    32 Creso inviò un certo Euribato di Efeso nel Peloponneso per assoldare mercenari ma Euribato andò da Ciro e gli svelò i piani di Creso, il tradimento di Euribato divenne proverbiale.
    33 Creso aveva un figlio muto e l'oracolo l'avvertì che quando avrebbe parlato sarebbe stato un giorno infausto. Dopo la sconfitta Creso chiese a Ciro perché i soldati persiani stessero saccheggiando beni che ora appartenevano a Ciro. Ciro riflettè e fermò il saccheggio incamenrando tutto nel tesoro reale.
    34 Considerandolo uomo pio e saggio, Ciro fece di Creso un suo consigliere.
    35 Quando i Greci d'Asia inviarono ambasciatori a proporre amicizia a Ciro, intervenne Arpago comandante della forza persiana e li paragonò ad un uomo che gli aveva rifiutato la figlia in sposa. Quando Arpago aveva ricevuto il favore di Ciro quell'uomo lo aveva cercato per riproporgli il matrimonio ma questa volta Arpago rifiutò e disse di accettare al massimo la ragazza come concubina. Così i Greci che in passato avevano rifiutato le proposte amichevoli di Ciro ora dovevano aspettarsi che il re li trattasse come schiavi.
    36 Gli Spartani che diffidarono Ciro dal molestare le città greche dell'Asia ottennero solo una risposta sprezzante.
    Consultato l'oracolo sul loro progetto di conquistare l'Arcadia, gli Spartani seppero che avrebbero avuto solo Tegea e da un altro responso seppero che in questa città si trovavano le spoglie di Oreste.
    37 Due aneddoti su Pisistrato: perdonò un giovane che vedendo la figlia del tiranno sfilare in processione l'aveva baciata dicendo che non si deve punire chi ci vuole bene. Esentò dalle tasse un contadino che aveva visto arare un campo angusto e sassoso perché questo gli aveva detto che quel campo gli procurava solo affanni ed afflizione ma lo consolava il fatto che la decima parte andasse a Pisistrato.


    Frammenti del libro X


    1 L'anziano Servio Tullio si recò in Senato per fermare gli intrighi di Tarquinio (il superbo) il quale, dopo un alterco, lo scaraventò giù dai gradini. Tullio tentò di fuggire ma venne ucciso.
    2 Servio Tullio aveva regnato per quarantaquattro anni realizzando molte opere di pubblico interesse.
    3 Ai tempi della 61ma Olimpiade (532 a.C.) era famoso il filosofo Pitagora la cui eloquenza affascinava i cittadini che ogni giorno si affollavano intorno a lui. Insegnava la moderazione ed esortava a rinunciare al lusso.
    Quando seppe che il suo vecchio maestro Ferecide era malato lo raggiunse a Delo, fece di tutto per guarirlo e lo assistette fino alla morte.
    I suoi discepoli vivevano come fratelli, sempre pronti a mettere in comune quanto possedevano.
    4 Si raccontavano molti episodi di solidarietà fra i seguaci di Pitagora come quello di Clinia di Taranto che portò una grossa somma di denaro a Praso di Cirene che era caduto in disgrazia senza averlo mai conosciuto, o come quello di Damone che fece da garante per l'amico Finzia condannato a morte dal tiranno Dionisio il Vecchio di Siracusa e che rischiò di finire sul patibolo al posto dell'amico.
    5 I Pitagorici solevano compiere esercizi per sviluppare la memoria e l'autocontrollo.
    6 Pitagora credeva nella metempsicosi e proibiva di mangare carne. Riteneva se stesso la reincarnazione di Euforbo, guerriero troiano ucciso da Menelao. Come è noto fu il primo a risolvere alcuni problemi di matematica e di geometria.
    7 Convinto che la smodatezza arrecasse malattie ed ottundesse la mente, Pitagora esortava i discepoli a condurre una vita semplice, mangiare frugalmente evitando di bere vino.
    Il suo discepolo Archita di Taranto una volta si irritò con i suoi servi ma non li punì proprio per controllare la propria agitazione.
    8 Per i Pitagorici l'amicizia era sacra. Usavano conservare i precetti della loro comunità nella propria memoria e non lasciarono nulla di scritto in merito.
    9 Pitagora consigliava ai suoi discepoli di evitare i giuramenti e, se avessero giurato, di mantenere ad ogni costo la parola data.
    Rispetto ai piaceri sessuali consigliava la massima moderazione e di evitare i rapporti in estate quando il sesso, se praticato frequentemente, debilita il fisico.
    Nelle preghiere si doveva chiedere agli dei ciò che è bene, non cose come il potere o la vendetta.
    10 Pitagora non credeva che un uomo, a causa dei suoi limiti, possa essere veramente sapiente e diceva che un saggio si sarebbe potuto correttamente definire "amante della saggezza".
    11 Un certo Cilone di Crotone chiese di entrare nella suola pitagorica ma non venne accettato perché era violento ed iracondo. Offeso Cilone organizzò una fazione che non cessò mai di contrastare i Pitagorici.
    Il pitagorico Liside divenne precettore di Epaminonda accogliendolo come figlio adottivo e trasmettendogli precetti di fortezza, semplicità e vitrù della sua scuola.
    12 Il lavoro dello storico, secondo Diodoro, serve appunto a tramandare la memoria di uomini come i Pitagorici perché siano di esempio alle generazioni future.
    13 Dopo aver sottomesso i Babilonesi ed i Medi, Ciro si convinse che nessuno avrebbe potuto resistergli ed ideò il progetto di conquistare il mondo intero.
    14 Cambise era un dissennato che il potere aveva reso feroce. In Egitto fece aprire la tomba del faraone Amasi per oltraggiarne la mummia che alla fine fece bruciare. Prima di muovere contro gli Etiopi ordinò di profanare il tempio di Ammone.
    15 Quando Cambise ebbe conquistato l'Egitto i Libi e i Cirenei gli si sottomisero spontaneamente.
    16 Policrate tiranno di Samo usava inviare triremi in mare e depredare i naviganti. Quando alcuni fuggitivi politici della Lidia si recarono da lui a chiedere asilo li accolse benevolmente ma poi li fece uccidere per impadronirsi dei loro averi.
    17 Tettalo figlio di Pisistrato, fautore dell'uguaglianza, rinunciò alla tirannia mentre gli altri figli Ipparco e Ippia furono tiranni violenti e spietati. Aristogitone tentò di abbatterli e con grande coraggio affrontò la tortura.
    18 Il filosofo Zenone cospirò contro il tiranno Nearco, fu arrestato e sottoposto a tortura perché rilevasse il nome dei suoi complici. Giunto al limite della sopportazione disse che avrebbe parlato, fece avvicinare Nearco e gli morse un orecchio senza che gli aguzzini riuscissero a fargli aprire le mascelle.
    19 Megabizo, amico del re Dario, mutilò il suo viso per fingersi un disertore e trarre in inganno i Babilonesi. Dario non approvò e disse che avrebbe preferito averlo integro piuttosto che conquistare la Babilonia. Dario, che ormai possedeva tutta l'Asia, mirava a prendere anche l'Europa per governare in tutto il mondo allora abitato.
    I Tirreni, guidati da Ermone, abbandonarono l'isola di Lemno per paura dei Persiani.
    20 - 21 Sesto, figlio di Tarquinio, ospite di Lucio Collatino costrinse con le minacce la moglie di questi Lucrezia a concederglisi. Quando Sesto si fu allontanato Lucrezia convocò i parenti per chiedere vendetta, quindi si uccise.
    22 Lucio Tarquinio governò in modo dispotico e spesse faceva morire i cittadini facoltosi per incamerare le loro ricchezze. Lucio Giunio, nipote di Tarquinio, era orfano e molto ricco e guardava al re con sospetto. Si fingeva stupido nell'attesa del momento opportuno per abbattere il regno.
    23 I Sibariti fecero guerra a Crotone con un esercito di trecentomila uomini ma furono sconfitti.
    24 Gli Ateniesi, vinti Beoti e Calcidiesi, si impadronirono di Calcide. Con la decima parte del bottino dedicarono nell'Acropoli un carro di bronzo.
    25 Dopo la battaglia di Lade (fallimento della rivolta ionica contro i Persiani) la diplomazia di Ecateo di Mileto che andò ambasciatore presso Artaferne, riuscì a mitigare le conseguenze della sconfitta e a ottenere per la città ribelle un trattamento mite.
    26 In un frammento isolato Diodoro parlava di una rivolta cittadina (probabilmente ad Argo) e della liberazione degli schiavi.
    27 Il generale persiano Dati, medo di origine, reclamò dagli Ateniesi il potere che era stato dei suoi avi in quanto Medo, figlio di Egeo re di Atene e di Medea, era stato cacciato dalla città. Avuta risposta negativa Dati si preparò allo scontro.
    28 Ippocrate tiranno di Gela dopo aver vinto i Siracusani si accampò nei pressi del Tempio di Zeus nel quale sorprese alcuni Siracusani intenti a rubare offerte votive e li cacciò avendoli severamente redarguiti. Egli si astenne dal depredare il tempio non volendo offendere la divinità.
    Terone di Acragas superò tutti i Sicelioti per nobiltà d'origine, ricchezza e umanità.
    29 Aneddoti su Gelone di Siracusa: sconvolto da un incubo fu svegliato dal suo cane; da bambino inseguendo un lupo che gli aveva rubato le tavolette per scrivere si salvò dal terremoto che fece crollare la sua scuola.
    30 - 31 Cimone figlio di Milziade assunse il debito del padre che era morto in prigione non potendo pagare una multa pur di riavere la salma per dargli sepoltura.
    Dalla moglie Isodice ebbe un figlio di nome Callia. Sposò anche Elpinice, sua sorella, e Callia pagò una forte multa per evitare al padre di essere processato per questa unione incestuosa.
    32 Temistocle consigliò ad un uomo in cerca di un genero ricco di preferire un uomo bisognoso di ricchezze a ricchezze bisognose di un uomo e quello fece sposare la propria figlia a Cimone. Così Cimone pagò la multa paterna e mise sotto inchiesta i magistrati che lo avevano arrestato per prevaricazione.
    33 Minacciati da Serse i Greci chiesero aiuto a Gelone ma questi pose come condizione di avere il comando supremo dell'esercito e della flotta.
    34 Il frammento contiene considerazioni sull'importanza della gloria, superiore ad ogni bene materiale, che sembrano far parte del discorso di qualche personaggio che si rivolga ai Greci nell'imminenza della guerra contro i Persiani.


    Libro XI


    1 Questo libro tratterà gli eventi della spedizione di Serse contro i Greci nell'anno precedente la spedizione di Cimone contro Cipro (480 a.C. - 451 a.C.).
    Fu il cugino , per amibizione, a convincere Serse ad attaccare la Grecia. Serse inviò ambasciatori ai Cartaginesi concordando che questi avrebbero attaccato le colonie greche in Sicilia ed in Italia mentre i Persiani si sarebbero occupati della Grecia. In tre anni di preparativi i Cartaginesi approntarono un esercito di trecentomila uomini ed una flotta di duecento navi.
    2 Negli stessi tre anni Serse, sfruttando le immense risorse del suo impero, fece costruire milleduecento navi e riorganizzò il grande esercito lasciatogli dal padre Dario.
    Serse partì da Susa e giunto a Sardi mandò messaggeri a chiedere a tutte le città greche l'offerta di acqua e terra. Intanto realizzò due grandi opere: un ponte sull'Ellesponto ed un canale nell'istmo del Monte Athos per facilitare i movimenti dell'esercito e della flotta. Lo spartano Sineto e l'ateniese Temistocle al comando di diecimila opliti occuparono in Tessaglia il passo di Tempe ma quando seppero che la maggior parte dei Tessali e dei Greci che abitavano in quella regione avevano offerto a Serse acqua e terra abbandonarono la posizione.
    3 Una parte dei Greci appoggiò i Persiani (Eniani, Dolopi, Magneti, Locresi, Tessali, parte dei Beoti ed altri). Altri si mantennero neutrali.
    Serse partì da Sardi e attraversò il ponte costruito sull'Ellesponto con il suo esercito entrando in Europa. A Dorisco l'esercito si ricongiunse con la flotta. Con gli aiuti degli alleati ora l'esercito di Serse arrivava a ottocentomila uomini, la flotta a tremila navi.
    4 I Greci inviarono la flotta al Capo Artemisio in Eubea ed un contingente di quattromila uomini a difendere il passo delle Termopili comandati dal re di Sparta Leonida. Mille erano Spartani, gli altri provenivano da altre città. Leonida disse di sapere che le sue forze erano inadeguate ma preferiva non privare Sparta di tutte le sue risorse all'inizio della guerra.
    5 La flotta di Serse superò il canale scavato nel Monte Athos senza difficoltà. Avendo saputo che il passo delle Termopili era stato occupato, il re inviò messaggeri a proporre la resa. Leonida rifiutò orgogliosamente.
    6 Serse avanzò con l'esercito ponendo in prima fila i Medi dopo aver deriso Demarato, esule da Sparta e rifugiato presso di lui, che lo aveva avvertito di non sottovalutare il coraggio dei Greci. Leonida riunì i suoi nel punto più stretto del passo.
    7 Seguì un'aspra battaglia. Forti della loro posizione i Greci sconfissero i Medi, poi i Cissi e i Saci, infine il corpo scelto degli "Immortali". Al calar della sera il passo era pieno di cadaveri ma Leonida aveva perso solo pochi uomini.
    8 Anche il giorno seguente i Greci resistettero agli attacchi dei Persiani. Un uomo di Trachis propose a Serse di condurre parte dell'esercito per un sentiero scosceso in modo da aggirare i Greci e prenderli alle spalle. Serse aderì entusiasticamente e fece molti doni a quell'uomo. Un certo Tirrastiada che era fra i Persiani per onestà volle avvertire Leonida.
    9 Appresa questa notizia, Leonida decise di mandare via i suoi uomini perchè si mettessero in salvo e trattenne con se soltanto cinquecento Spartani. Durante la notte Leonida e i suoi presero del cibo per aumentare il proprio vigore e si lanciarono all'assalto del campo nemico prima di essere presi alle spalle.
    10 Con il favore del buio i Greci fecero strage di nemici, inoltre nella confusione molti Persiani si uccisero fra loro. Leonida e i suoi penetrarono nel campo nemico e trovarono la tenda di Serse ma questi era fuggito.
    Con il levar del sole, tuttavia, i Persiani si resero conto di quanto pochi fossero gli attaccanti e, accerchiatili, li uccisero tutti con lance e frecce.
    11 Encomio di Diodoro a Leonida e ai suoi e citazione di un componimento poetico in loro onore.
    12 Dopo aver così superato il passo delle Termopili, Serse ordinò al comandante della flotta Megabate di tentare uno scontro navale con i Greci e Megabate salpò, perse trecento navi per una tempesta, ma circumnavigò l'Eubea verso la flotta greca che si trovava all'Artemisio. La comandava Euribiade ma Temistocle era molto ascoltato e prevalse la sua proposta di attaccare subito senza dare il tempo al nemico di assumere una formazione ordinata. In un primo momento infatti i Greci affondarono diverse navi nemiche isolate ma quando i Persiani si schierarono l'esito della battaglia divenne incerto e al tramonto nessuno poteva dire di aver vinto.
    13 Dopo la battaglia una nuova tempesta distrusse molte navi persiane. Pur intimoriti i Persiani attaccarono il mattino seguente cercando di forzare lo stretto dell'Euripo difeso dai Greci, ma anche questa volta lo scontro non ebbe vincitori e, a sera, le navi tornarono nei rispettivi porti. Giunta la notizia delle Termopili la flotta greca abbandonò la zona e si portò all'isola di Salamina dove si stava rifugiando la popolazione atenies, mentre la flotta persiana attaccava e saccheggiava l'Eubea.
    14 Intanto Serse marciò nella Focide portando saccheggio e distruzione, attraversò quindi la regione dei Dori suoi alleati dove si astenne da ogni violenza e passò in Beozia mandando una parte dei suoi a distruggere il tempio di Delfi. Questi uomini furono dispersi o uccisi da una tempesta, evento che fu considerato intervento divino in difesa del tempio. Procedendo Serse incendiò Platea, invase l'Attica e rase al suolo Atene, ormai disabitata, mentre la sua flotta raggiungeva le coste attiche.
    15 I capi dei Greci si riunirono per decidere in quali acque affrontare di nuovo la flotta persiana. Ancora una volta prevalse l'opinione di Temistocle che proponeva la zona di Salamina dove gli spazi ristretti avrebbero messo in difficoltà le grandi e pesanti navi nemiche.
    16 Le dimensioni delle forze nemiche terrorizzavano i combattenti greci, i Peloponnesiaci costruirono un muro per bloccare l'Istmo e rinforzarono altre fortificazioni. A Salamina la paura spingeva i soldati a non ascoltare i loro comandanti.
    17 Temistocle inviò un suo uomo da Serse, un finto disertore, per far sapere al re che le navi grache avrebbero lasciato Salamina per dirigersi verso il Peloponneso. Serse si affrettò a bloccare il transito e ad attaccare le navi greche dove si trovavano. Un uomo di Samo ( o di Teni secondo Erodoto e Plutarco) abbandonati i Persiani portò ai Greci notizie sulle manovre del nemico e sull'intenzione degli Ioni di disertare da Serse. Incoraggiati da questo fatto e dalle esortazioni di Temistocle ed Euribiade, i Greci salparono per affrontare la battaglia.
    18 Ateniesi e Spartani si schierarono nell'ala sinistra, Egineti e Megaresi a destra. I Greci occuparono lo stretto fra Salamina e l'Eracleion e quando vi giunsero i Persiani la mancanza di spazio li costrinse a rompere il proprio schieramento. La nave ammiraglia persiana fu la prima ad affondare e la mancanza di ordini precisi gettò lo scompiglio fra le altre navi. Gli Ateniesi partirono all'assalto e speronarono molte imbarcazioni nemiche.
    19 Gli Ateniesi si occuparono di mettere in fuga le navi fenicie e cipriote e via via tutti i contingenti navali di Serse furono costretti a prendere il largo allontanandosi dal luogo della battaglia. Così i Greci, che persero quaranta navi, sconfissero i Persiani che ne persero oltre duecento.
    Serse minacciò di morte i Fenici che erano stati i primi a fuggire e quelli disertarono tornando in Asia.
    Temistocle escogitò un nuovo stratagemma per diminuire le forze terrestri del nemico: informò Serse che i Greci stavano per distruggere il ponte sull'Ellesponto ed il re, temendo di rimanere bloccato in Europa, tornò in Asia con il grosso dell'esercito lasciando il resto a Mardonio che fu incaricato di continuare la guerra.
    20 Intanto i Cartaginesi, come concordato con Serse, avevano completato grandi preparativi per fare guerra ai Sicelioti ed avevano affidato il comando supremo al generale Amilcare. Questi approdò al porto di Panormo e dopo pochi giorni attaccò la città di Imera. Terone di Agrigento, accorso in aiuto degli Imerei, mandò a chiedere rinforzi a Gelone di Siracusa.
    21 Gelone aveva già un esercito pronto e si portò rapidamente ad Imera dove, piantato il campo, inviò la cavalleria a catturare migliaia di Cartaginesi e a fare bottino nelle vicinanze.
    Mentre Amilcare era impegnato ad offrire sacrifici agli dei Gelone gli inviò un dispaccio che annunciava l'arrivo da Selinunte di duecento cavalieri che si sarebbero messi a disposizione dei Cartaginesi. In relatà Gelone inviò duecento suoi cavalieri con l'ordine di uccidere Amilcare ed incendiare le navi nemiche.
    22 All'alba i cavalieri di Gelone si presentarono al campo cartaginese dove furono accolti come alleati ma subito si precipitarono su Amilcare, lo uccisero e presero ad incendiare le navi. Al segnale convenuto Gelone attaccò il campo con il suo esercito e i Cartaginesi si difesero valorosamente finchè non si persero d'animo alla vista delle navi in fiamme ed alla notizia della morte del loro generale.
    L'esercito di Gelone ne trucidò oltre centocinquantamila, i rimanenti si rifugiarono in un luogo fortificato ma la mancanza di acqua li costrinse ad arrendersi.
    23 Diodoro confronta gli stratagemmi e le vittorie di Gelone con quelli di Temistocle. Ottennero entrambi grandi successi ma il destino volle che Temistocle finisse i propri giorni esule in Persia mentre Gelone governò fino alla fine amato e rispettato da tutti.
    24 Caso volle che la vittoria di Gelone e la sconfitta delle Termopili avvenissero nello stesso giorno.
    A Imera i superstiti fuggirono per mare ma fecero naufragio e solo pochi arrivarono a Cartagine dove annunciarono la disfatta. I Cartaginesi furono sgomenti e costernati da questa inattesa catastrofe e mentre la città era in lutto, temendo che Gelone li volesse attaccare, gli mandarono ambasciatori.
    25 Gelone premiò i cavalieri che avevano ucciso Amilcare e i soldati che si erano comportati più valorosamente, quindi distribuì il bottino fra i suoi e gli alleati tenendo gli oggetti più belli per adornare i templi di Siracusa. Enorme fu il numero di prigionieri che furono utilizzati per opere pubbliche ed abbellimenti in varie città.
    26 Tutte le città che erano state ostili a Gelone gli mandarono ambasciatori per scusarsi e proporre amicizia. Ai Cartaginesi assicurò che non li avrebbe attaccati ma chiese loro duemila talenti di argento a titolo di risarcimento delle spese di guerra.
    Gelone era affabile e benvoluto da tutti e quando si presentò in assemblea fu acclamato dalla cittadinanza. Decise di intervenire in Grecia per portare aiuto contro i Persiani ma quando seppe della vittoria di Salamina desistette. Con il bottino fece costruire due templi dedicati a Demetra e Core e mandò a Delfi un tripode d'oro come ringraziamento per la vittoria. Stava facendo costruire un tempio a Demetra anche ad Etna (Catania) quando la morte lo sorprese.
    27 La flotta persiana svernò a Cime ed allinizio dell'estate raggiunse Samo per sorvegliare le città della Ionia.
    Intanto era iniziato l'antagonismo fra Sparta e Atene per la supremazia sul mare. Dissapori nacquero anche per il riconoscimento dei premi al valore. Temistocle ricevette molti premi e lodi ma fu rimosso dalla carica di stratego.
    28 Mardonio inviò ambasciatori ad Atene promettendo ricompense ed immunità nel caso in cui gli Ateniesi fossero passati ai Persiani. Anche gli Spartani inviarono ambasciatori per pregare gli Ateniesi di non ascoltare i Persiani e continuare a difendere la Grecia. Gli Ateniesi assicurarono che lo avrebbero fatto ma invitarono gli Spartani ad inviare soldati in Attica perché temevano la reazione di Mardonio al loro netto rifiuto. Infatti Mardonio invase l'Attica e gli Ateniesi ebbero appena il tempo di rifugiarsi di nuovo a Salamina prima che i Persiani arrivassero a radere al suolo quello che rimaneva della loro città
    29 Mardonio tornò a Tebe e i rappresentanti delle città greche riuniti in assemblea decisero di far causa comune contro i Persiani. Pronunciato un solenne giuramento presso l'Istmo dove si erano concentrati, i Greci si misero in marcia verso la Beozia ed arrivati nei pressi di Eritre vi piantarono il campo. Comandava gli Ateniesi Aristide mentre lo spartano Pausania aveva il comando supremo.
    30 Per affrontare i Greci Mardonio raggiunse il fiume Asopo ed installò un campo fortificato. I Greci erano centomila, i barbari cinquecentomila. I Persiani attaccarono per primi ma i Greci riuscirono a resistere. I Megaresi si trovarono in difficoltà e vennero soccorsi dagli Ateniesi che decimarono la cavalleria nemica e ne uccisero il comandante. I Greci si dimostrarono superiori e ripresero la speranza di una completa vittoria. Si trasferirono oltre l'Asopo fra il fiume ed una collina dove gli spazi ristretti avrebbero ostacolato il grande esercito nemico. Soddisfatto della posizione Pausania ed Aristide decisero di attaccare.
    31 La battaglia che si svolse nei pressi di Platea fu violentissima. Mardonio attaccò per primo alla testa di un corpo scelto ed uccise molti Greci, ma quando lo stesso Mardonio morì i Persiani persero il coraggio e cominciarono a fuggire incalzati dai Greci e molti si chiusero nel loro campo fortificato. I Greci che erano con Mardonio andarono a Tebe mentre Artabazo raccoglieva quarantamila uomini e si ritirava nella Focide.
    32 I Greci si divisero per inseguire i fuggitivi. Gli Ateniesi si occuparono di quanti cercavano di raggiunsere Tebe poi tornarono indietro per aiutare gli Spartani ad espugnare il campo nemico. Il campo venne preso e quanti vi si trovavano furono trucidati.
    33 Il premio al valore venne assegnato a Sparta e a Pausania. Si svolsero esequie e giochi funebri, fu dedicato un tripode d'oro al santuario di Delfi e poste iscrizioni sui luoghi della battaglia. Artabazo con i suoi quarantamila Persiani tornò in patria in colonna. I Greci si fecero consegnare i capi tebani che avevano voluto l'alleanza con i Persiani e li giustiziarono.
    34 Lo stesso giorno della battaglia di Platea, Greci e Persiani combatterono anche nella Ionia. Leotichida e Santippo che avevano il comando della flotta, infatti, ricevute richieste di aiuto, navigarono fino a Micale e qui mandarono un araldo ad annunciare che i Persiani erano stati sconfitti e che i Greci venivano ora a liberare le città della Ionia. Questo annuncio comportò la ribellione dei Greci che si trovavano fra le file dei Persiani.
    35 Il giorno successivo Leotichida annunciò ai suoi la vittoria di Platea per incoraggiarli al combattimento. Si è pensato tuttavia che si trattò di un espediente di Leotichida che non poteva ancora essere informato, data la distanza, degli eventi di Platea.
    I Persiani disarmarono i Greci che erano con loro e si prepararono a loro volta per la battaglia.
    36 I Persiani si lanciarono all'attacco, Sami e Milesi, avendo deciso di combattere per la Grecia, avanzarono contro il nemico ma gli uomini di Leotichida e Santippo, equivocando, credettero che si trattasse di ulteriori forze mandate da Serse e furono presi dal panico. La battaglia tuttavia era ormai inevitabile ed i Greci l'affrontarono mettendo in fuga il nemico disorientato anche per l'arrivo degli Etoli e di altre genti greche dell'Asia.
    Anche a Micale i Persiani subirono grandissime perdite. Quando Serse fu informato delle sconfitte di Platea e Micale si mise in viaggio verso Ecbatana lasciando a Sardi una parte dell'esercito.
    37 Si considerò senza attuarla la possibilità di far passare in Europa tutti i Greci della Ionia. Gli Spartani tornarono in Laconia. Gli Ateniesi si portarono nel Chersoneso Tracico dove conquistarono la città di Sesto e vi si insediarono.
    38 L'anno successivo la Sicilia, liberatasi dai Cartaginesi, godette di un periodo di pace sotto l'autorità moderata e benevola di Gelone di Siracusa. Qunado questi morì i Siracusani costruirono per lui uno splendido monumento funebre poi distrutto dai Cartaginesi. Lasciò il potere al fratello Terone che lo tenne per undici anni e otto mesi.
    39 Richiamate le famiglie da Salamina gli Ateniesi iniziarono la costruzione di una cinta di mura. Sparta mandò degli ambasciatori per sconsigliare questa iniziativa e fu chiaro che portarla avanti avrebbe provocato una guerra. Temistocle decise di andare personalmente a Sparta e raccomandò agli Ateniesi di completare le mura il più rapidamente possibile durante la sua assenza.
    40 A Sparta Temistocle negò che i suoi concittadini stessero costruendo delle mura ed invitò i magistrati a controllare trattenendo lui stesso e quanti lo accompagnavano in ostaggio. Gli Spartani aderirono alla proposta ma i loro legati furono imprigionati ad Atene e rilasciati solo in cambio di Temistocle e dei suoi compagni. Così gli Ateniesi fortificarono la città senza che gli Spartani riuscissero di fatto ad intervenire.
    Nello stesso periodo i Romani sconfissero Equi e Tuscolani.
    41 Mirando alla supremazia sul mare della sua città, Temistocle che godeva in quel periodo di grande prestigio progettò la costruzione del porto del Pireo.
    42 Temistocle dichiarò di aver concepito nuovi progetti utili alla città ma per evitare nuove ingerenze degli Spartani non li avrebbe rivelati pubblicamente. Ne avrebbe parlato soltanto con due persone scelte dalla cittadinanza che godessero la fiducia di tutti. Furono scelti, anche per la loro rivalità verso Temistocle, Aristide e Santippo che confermarono la validità delle proposte. Tuttavia il popolo, sospettando che Temistocle aspirasse alla tirannide, pretese che mettesse a parte delle sue idee anche la boulè ed anche questo consesso approvò le proposte.
    43 Astutamente Temistocle mise in imbarazzo gli Spartani inviando loro ambasciatori per discutere sull'utilità di un grande porto nel caso di un nuovo attacco persiano. Il porto venne costruito più rapidamente del previsto, inoltre Temistocle convinse gli Ateniesi a costruire ogni anno venti nuove navi e ad agevolare l'immigrazione di forestieri in Atene per formare gli equipaggi.
    44 Nominato navarco, Pausania ebbe l'incarico di liberare tutte le città dove ancora si trovavano guarnigioni persiane. Con navi spartane e navi ateniesi comandate da Aristide, Pausania liberò Cipro e Bisanzio. Ma Pausania si era segretamente accordato con Serse del quale stava per sposare una figlia. Il generale Artabano gli forniva denaro per corrompere altri funzionari greci ed egli aveva assunto un atteggiamento dispotico ed arrogante che spinse parte dei suoi uomini ad abbandonarlo e a denunciarlo.
    45 Pausania aveva concordato con tutti i Persiani destinatari dei suoi messaggi di eliminarne il latore. Un uomo incaricato di portare una lettera in Persia si insospettì ed aprì il plico, quindi denunciò Pausania agli efori. Per dimostrare le sue accuse si fece trovare da Pausania in un tempio (gli efori nascosti udivano la conversazione) e lo accusò di aver scritto nella lettera di ucciderlo. Pausania ammise, si scusò e promise una ricompensa.
    Quando gli efori decisero di arrestarlo, Pausania si rifugiò nel tempio di Atena ma sua madre lasciò senza dire nulla un mattone all'entrata del tempio. Gli efori accolsero il suggeriemtno e murarono vivo Pausania. Successivamente dovettero espiare con doni votivi la profanazione del tempio.
    46 Il suo debole per la ricchezza e i lussi portò Pausania, glorioso per Platea e per altre imprese, all'infamia ed alla morte. Sparta perse la sua supremazia e lasciò agli Ateniesi ogni libertà di agire. L'autorità di Aristide era riconosciuta da tutti.
    47 Su proposta di Aristide i Greci costituirono a Delo un fondo comune per far fronte alle spese di un'eventuale nuova guerra contro i Persiani. Nel ripartire i relativi contributi Aristide dimostrò tanta equità da meritare il soprannome di Giusto.
    48 Morì Leotichida e gli successe Archidamo. Morì anche Anassilao tiranno di Zancle e di Reggio lasciando i figli ancora bambini, il potere andò temporaneamente a Micippo.
    Ierone, succeduto a Gelone, era geloso e sospettoso nei confronti del fratello Polizelo, gli ordinò perciò di soccorrere i Sibariti assediati dai Crotoniati nella speranza che morisse nei combattimenti. Polizelo rifiutò e si rifugiò presso Terone di Acragas, si rischiò così una guerra fra Siracusa e Acragas.
    Si rivolsero a Ierone gli abitanti di Imera per lamentare i metodi violenti del loro governatore Trasideo e gli offrirono di schierarsi al suo fianco contro Terone. Ma Ierone voleva evitare la guerra ed informò Terone rappacificandosi con lui, anche Polizelo fu reintegrato alla sua dignità e Terone fece eliminare gli Imerei suoi avversari.
    49 Ierone concentrò a Leontini gli abitanti di Naxos e Catane e ripopolò questa città con coloni dorici provenienti dal Peloponneso o da Siracusa. Lottizzò il territorio di Catane ed i territori limitrofi. Anche Terone ripopolò Imera con coloni dorici e di altre etnie.
    50 Gli Spartani discussero se fare la guerra ad Atene per recuperare l'egemonia sul mare. La Gerusia ed il popolo erano favorevoli ma un anziano di nome Etoimaride li convinse a desistere argomentando che la supremazia marittima non era negli interessi di Sparta.
    51 Gli abitanti di Cuma chiesero aiuto a Ierone contro i Tirreni che erano allora signori del mare lungo le coste italiche. Ierone intervenne e sconfisse i Tirreni aumentando il già grande prestigio di Siracusa.
    52 In Italia Iapigi e Tarentini si fecero guerra coinvolgendo le popolazioni limitrofe. Alla fine gli Iapigi conseguirono una grande vittoria e conquistarono anche Reggio, alleata dei Tarentini.
    53 Terone di Acragas morì e gli successe il figlio Trasideo, odiato per i suoi metodi dispotici e continuamente soggetto a congiure ed attentati. Trasideo fece guerra a Siracusa ma fu sconfitto in modo umiliante e fuggì a Megara dove sperava di trovare protezione ma fu condannato a morte. Gli Acragantini si diedero un governo democratico e fecero pace con Ierone di Siracusa.
    Roma intanto combatteva contro i Veienti e veniva sconfitta sul Cremera dove morirono trecento membri della famiglia dei Fabi.
    54 Per screditare Temistocle gli Spartani lo accusarono di connivenza con Pausania. Temistocle venne indagato, processato ed assolto, ma i suoi avversari politici continuarono ad agire contro di lui.
    55 Temistocle fu colpito dall'ostracismo quando risultò che i cittadini lo ritenevano pericoloso per la democrazia ed andò esule ad Argo. Tuttavia gli Spartani rinnovarono le accuse di connivenza con Pausania e chiesero che fosse giudicato dall'assemblea di tutti i rappresentanti della Grecia. Sapendo che questo consesso rispettava più la volontà di Sparta che la giustizia, Temistocle fuggì da Argo.
    56 Temistocle si rifugiò presso Admeto re dei Molossi il quale lo accolse benevolmente ma quando gli Spartani imposero ad Admeto di consegnarlo minacciando la guerra, Temistocle dovette fuggire di nuovo e, dopo una serie di avventure e traversie, arrivò in Persia alla corte di Serse il quale lo accolse e lo ascoltò senza fargli del male.
    57 Mandane, sorella di Serse che aveva perso i figli nella battaglia di Salamina, chiese al re di condannare Temistocle. Non ricevendo soddisfazione si rivolse ai nobili ed al popolo finché Serse non indisse un processo per giudicare Temistocle. Questi, che intanto aveva imparato il Persiano, si difese da solo e venne assolto. Molto lieto di questa conclusione Serse gli fece sposare una giovane nobile persiana e gli assegnò governo e rendite di tre città: Magnesia, Miunte e Lampsaco.
    58 - 59 Così Temistocle visse in pace ed agiatezza gli ultimi anni della sua vita. Quando Serse valutò di attaccare di nuovo la Grecia gli chiese di assumere il comando, Temistocle fece giurare al re che non lo avrebbe fatto senza di lui e subito si suicidò. Fu sepolto a Magnesia dove il suo grande monumento funebre era ancora visibile ai tempi di Diodoro.
    Considerazioni di Diodoro sui meriti di Temistocle e sull'ingratitudine degli Ateniesi.
    60 Gli Ateniesi elessero stratego Cimone figlio di Milziade e lo incaricarono di liberare la città della costa asiatica che si trovavano ancora sotto il dominio persiano. Cimone partì, conquistò Eione e Sciro e, dopo essersi rifornito al Pireo, fece vela verso la Caria. Qui persuase le città fondate dai Greci a ribellarsi ai Persiani mentre conquistò altre città dove il controllo persiano era più stretto.
    Via via le navi che gli alleati gli conferivano aumentarono la flotta ateniese.
    Cimone affrontò la flotta persiane nelle acque di Cipro, affondò molte navi nemiche e ne catturò cento.
    61 Non accontentandosi di questa vittoria, Cimone decise di attaccare subito i Persiani anche sul terreno e per raggiungere il campo nemico presso il fiume Eurimedonte ricorse ad un espediente. Utilizzò le navi prese ai Persiani e fece vestire i suoi soldati con gli abiti dei prigionieri, in questo modo, di notte, arrivò fin dentro l'accampamento persiano senza destare sospetti e, colti di sorpresa i nemici, ne fece strage. Compiuta l'impresa gli Ateniesi tornarono alle navi e ripartirono per Cipro.
    62 Con questi successi Cimone acquisì grande prestigio mentre Atene vedeva la sua potenza e la sua prosperità continuamente accresciute. I Persiani, preoccupati, approntarono altre navi.
    63 Sparta fu sconvolta da un terribile terremoto che fece moltissime vittime (forse 464 a.C.). Ne approfittarono Iloti e Messeni per ribellarsi ed attaccare la città, ma il re Archidamo riuscì, nonostante tutto, ad organizzare le difese.
    64 Iloti e Messeni, vedendo che gli Spartani erano ancora in grado di combattere, si ritirarono in una fortezza dalla quale presero a devastare i territori della Laconia. Erano accorsi in aiuto gli alleati di Sparta ed anche gli Ateniesi ma questi furono rimandati indietro nel timore che appoggiassero i Messeni. Per Atene si trattò di un affronto che avrà gravissime conseguenze. La guerra fra Spartani, Iloti e Messeni durò dieci anni, con alterne fortune.
    65 Gli Argivi, che da tempo temevano che i Micenei contendessero loro l'egemonia sull'Argolide, approfittarono dei problemi di Sparta per attaccare Micene. I Micenei infatti avevano gli Spartani come unici alleati e non si erano mai adeguati alle decisioni di Argo. Gli assedianti resistettero ma alla fine furono sopraffatti e Micene venne rasa al suolo.
    66 Convocati i figli del defunto Anassilao, Ierone di Siracusa fece loro dei doni e consiglò di prendere il governo di Reggio che era stato del padre chiedendo al reggente Micito un resoconto della sua amministrazione.
    Micito presentò un resoconto talmente dettagliato ed onesto che i figli di Anassilao gli offrirono di rimanere ma Micito rifiutò ed andò a vivere in Arcadia.
    Ierone morì a Catane dove era considerato fondatore della città ed ebbe le esequie riservate agli eroi. Gli successe il fratello Trasibulo.
    67 Se i Siracusani avevano tollerato l'avarizia e la violenza di Ierone per rispetto alla memoria di Gelone, non furono disposti a sopportare Trasibulo il quale, difeso da una guardia di mercenari che aveva assoldato, non perdeva occasione per tormentare e spesso mandare a morte i cittadini. L'intera città si sollevò e Trasibulo, compresa la gravità della situazione, chiamò in suo aiuto i coloni che Ierone aveva insediato a Catane ed altri alleati. Occupò l'Acradina e l'Isola e da qui tentò di sedare la rivolta.
    68 I Siracusani chiamarono in loro aiuto Gela, Acragas, Selinunte ed altre città e sconfissero due volte Trasibulo che era stato abbandonato dai suoi alleati. Alla fine il tiranno si arrese e sotto la garanzia di una tregua partì per Locri dove visse il resto dei suoi giorni come privato cittadino. I Siracusani insediarono un governo democratico e la libertà durò sessanta anni fino alla tirannide di Dionisio.
    69 Artabano, un funzionario di corte, uccise Serse ed accusò del delitto il figlio Dario che fu ucciso dal fratello Artaserse. Artabano stava per uccidere anche Artaserse ma questi, pur ferito, reagì rapidamente e soppresse Artabano. Artaserse ereditò così il trono imperiale.
    70 Gli Ateniesi sottomisero gli abitanti di Taso con i quali erano in contrasto per certe miniere, quindi attaccarono Egina che si era ribellata alla loro supremazia.
    Gli Ateniesi, con il crescere della loro potenza, erano diventati arroganti e le ribellioni erano frequenti.
    71 Artaserse prese a governare e a riorganizzare l'impero secondo le proprie idee e nel complesso ebbe il consenso dei suoi sudditi. Ma gli Egiziani decisero di approfittare della morte di Serse per reagire: scacciarono gli esattori persiani, scelsero un re di nome Inaro, si armarono e chiesero aiuto agli Ateniesi che mandarono loro trecento navi.
    Da parte sua Artaserse svolse arruolamenti ed allestì nuove navi per fronteggiare la rivolta egiziana.
    72 La Sicilia viveva ora in pace e prosperità ma i Siracusani, instaurata la democrazia, decisero di revocare la cittadinanza concessa da Gelone a circa settemila mercenari che vivevano in città.
    73 Costoro si ribellarono ed occuparono i quartieri fortificati dell'Acradina e dell'Isola, ma i Siracusani li isolarono costruendo un muro ed i mercenari, pur con il vantaggio della loro esperienza militare, si trovarono presto a corto di rifornimenti.
    74 Artaserse mandò in Egitto un grande esercito comandato da suo zio Achemene ma i Persiani furono sconfitti soprattutto grazie al ruolo svolto dagli Ateniesi. Artaserse allora offrì una grossa somma agli Spartani perché attaccassero gli Ateniesi distraendoli dall'Egitto ma gli Spartani rifiutarono ed al re non rimase che preparare un nuovo esercito che questa volta affidò ai generali Artabazo e Megabizo.
    75 I due generali spesero un anno nei preparativi per un attacco navale all'Egitto. Lo stesso tempo gli Ateniesi trascorsero nell'assedio ai Persiani sconfitti che si erano rifugiati in una fortezza.
    76 I Siracusani, dopo molti combattimenti, riuscirono ad avere la meglio sugli stranieri ribelli.
    Il capo dei Siculi Ducezio, insieme ai Siracusani, attaccò i coloni di Crotone e riprese i territori che gli erano stati tolti sotto Ierone.
    I figli di Anassilao furono cacciati da Reggio e Zancle. Via via le città trovarono l'accordo, quanti erano stati trasferiti con la forza dai tiranni tornarono alle rispettive città ed infine, salvo qualche occasione, tutta la Sicilia fu pacificata e liberata dai tiranni.
    77 I Persiani inviarono altre forze in Egitto interrompendo l'assedio attuato dagli Ateniesi. Gli Egiziani, spaventati, raggiunsero un accordo con i Persiani lasciando isolati gli Ateniesi.
    I Persiani, deviando dei canali, avevano portato in secco le navi greche e gli Ateniesi le incendiarono per impedire che il nemico le utilizzasse. Non potendo più lasciare l'Egitto gli Ateniesi si prepararono a combattere ad oltranza ma Artabazo e Megabizo, considerato che sconfiggerli sarebbe comunque costata la vita a molti Persiani, decisero di lasciarli andare.
    Intento in Atene Efialte, capo dei popolari, era riuscito a promuovere riforme che limitavano i poteri dell'Areopago, ma morì poco dopo assassinato in circostanze misteriose.
    78 Gli Ateniesi sconfissero Corinto ed Epidauro, quindi attaccarono Egina sottomettendola definitivamente e costringendola ad aderire alla loro lega con il pagamento dei relativi tributi.
    In Sicilia Ducezio fondò la città di Menanion e sottomise quella di Morgantina.
    79 Vi fu una guerra fra Corinzi e Megaresi per questioni di confine. Vinse Megara grazie al decisivo aiuto di Atene. I Focesi attaccarono i Dori che abitavano le città di Citinio, Beo e Erineo ed in un primo tempo ne ebbero ragione ma gli Spartani inviarono un esercito comandato da Nicomede figlio di Cleomene che liberò quelle città e riconciliò Focesi e Dori.
    80 Mentre gli Spartani tornavano dalla guerra contro i Focesi furono aggrediti dagli Ateniesi e si scatenò una durissima battaglia. I Tessali che erano con gli Ateniesi defezionarono e passarono agli Spartani. Dopo aver combattuto tutto il giorno con molte perdite per entrambe le parti, al calare della sera la battaglia fu interrotta.
    Durante la notte i Tessali intercettarono un carico di provvigioni inviato dall'Attica, se ne impadronirono ed uccisero gli uomini che lo scortavano.
    Dopo un altro giorno di cruenta battaglia non fu possibile stabilire a chi spettasse la vittoria e fu stabilita una tregua di quattro mesi.
    81 I Tebani, la cui potenza era decaduta dopo l'alleanza con Serse, chiesero aiuto agli Spartani per recuperare la supremazia sulla Beozia promettendo che in cambio avrebbero fatto guerra ad Atene. Trovando la proposta vantaggiosa, gli Spartani costrinsero tutti i Beoti a sottomettersi ai Tebani. Per ostacolarli gli Ateniesi prepararono un esercito di cui affidarono il comando allo stratego Mironide di Callia. Nonostante l'esercito beota fosse molto più numeroso, Mironide lo sconfisse (Enofita, settembre 457 a.C.).
    82 Secondo Diodoro l'importanza di quella battaglia non fu inferiore a quella delle più famose battaglie di Maratona o di Platea perché in questo caso gli Ateniesi, senza alcun alleato ed in forte minoranza numerica, sconfissero i Beoti che erano combattenti molto agguerriti come più tardi dimostrarono a Leuttra e a Mantinea.
    Mironide espugnò Tanagra, invase la Beozia e distribuì il bottino fra i suoi soldati.
    83 I Beoti reagirono riorganizzando il proprio esercito ma furono nuovamente sconfitti e Mironide sottomise tutte le città della Beozia ad eccezione di Tebe. Sottomise quindi la Locride Opunzia e passò in Tessaglia, ma dopo aver rinunciato all'assedio di Farsalo che opponeva eccessiva resistenza tornò ad Atene.
    84 Talmide, capo della flotta ateniese, volendo emulare le imprese di Mironide attaccò la Laconia. Disponeva di cinquanta triremi e di quattromila opliti di cui tremila volontari. Conquistò il porto e la città di Giteo, le isole di Zacinto e Cefalonia e la città di Naupatto.
    85 L'anno successivo gli Ateniesi nominarono stratego l'aristocratico Pericle figlio di Santippo, al quale affidarono cinquanta navi e mille opliti. Pericle saccheggiò il Peloponneso e penetrò nell'Acarnania sottomettendo diverse città.
    86 - 87 Dopo questi eventi gli Ateniesi e i Peloponnesiaci firmarono un accordo quinquennale negoziato da Cimone.
    In Sicilia una guerra per questioni territoriali lasciò in una situazione caotica le città di Segesta e Lilibeo. A Siracusa il tentativo di impadronirsi del potere da parte di un certo Tindaride fallì e si concluse con la condanna a morte dell'aspirante tiranno e dei suoi sostenitori. Data la frequenza di episodi di questo genere i Siracusani istituirono una legge simile a quella ateniese sull'ostracismo per allontanare i soggetti pericolosi. Questa legge fu presto abrogata perché i Siracusani si accorsero che spesso venivano espulsi i personaggi più competenti mentre la città rimaneva in mani ai demagoghi.
    88 Pericle occupò il Chersoneso e distribuì mille lotti di terreno ai cittadini, altrettanto fece Talmide in Eubea.
    Decisi a liberarsi della pirateria dei Tirreni, i Siracusani nominarono navarco Faillo ma questi si lasciò corrompere dai Tirreni, scelsero quindi Apelle che saccheggiò le coste della Tirrenia, le isole di Cirno ed Etalia e tornò in Sicilia carico di prigionieri e di bottino.
    Ducezio fondò la città di Palikè (vicina all'attuale Mineo in provincia di Catania) nei pressi del recinto sacro dei Pelici.
    89 Il recinto sacro circondava i "crateri", grandi soffioni sulfurei che erano ritenuti in collegamento con i Pelici (divinità probabilmente indigene, non elleniche).
    Era usanza prestare i giuramenti in quel luogo in quanto si riteneva che gli spergiuri avrebbero sofferto una punizione divina.
    90 La città fondata da Ducezio crebbe rapidamente ma più tardi fu rasa al suolo. Venne rifondata Sibari dopo cinquantotto anni dalla sua distruzione da parte dei Crotoniati ed anche la nuova città venne distrutta, ma Diodoro rimanda questi eventi al prossimo libro.
    91 Ducezio conquistò Etna ed assediò Motyon nel territorio di Acragas, gli mossero contro Acragantini e Siracusani ma vennero sconfitti. Bolcone, stratego di Siracusa, venne condannato a morte perché riconosciuto colpevole di essersi lasciato corrompere da Ducezio.
    Il nuovo stratego, pur subendo grandissime perdite, riuscì a mettere in fuga i Siculi. Contemporaneamente gli Acragantini liberavano la roccaforte di Motyon.
    92 Rimasto ormai con pochissimi uomini, Ducezio si arrese e si presentò supplice a Siracusa. I Siracusani, dopo aver lungamente discusso, decisero di non mandarlo a morte e lo esiliarono a Corinto per il resto della vita.



    Libro XII


    1 Dopo l'insperata conclusione della guerra contro Serse, la Grecia conobbe un cinquantennio di prosperità e progresso. Fiorirono artisti come Fidia, filosofi come Socrate, Platone ed Aristotele, oratori come Pericle e Isocrate, strateghi come Mironide e Cimone.
    2 Nel benessere generale fu Atene a raggiungere l'egemonia. Con i propri mezzi e senza aiuti gli Ateniesi piegarono i Persiani costringendoli a liberare tutte le città greche conquistate, comprese quelle in Asia. In questo libro Diodoro racconterà gli eventi successivi fino alla guerra fra Atene e Siracusa (450 a.C. - 415 a.C.).
    3 Avendo deciso di liberare le città greche dell'Asia dai Persiani gli Ateniesi armarono duecento navi ed affidarono il comando a Cimone figlio di Milziade.
    Cimone si portò nelle acque di Cipro dove affrontò e sconfisse la flotta persiana comandata da Artabazo. I Persiani fuggirono in Cilicia, presso il loro esercito comandato da Megabizo. Gli Ateniesi li inseguirono, sbarcarono e vinsero un'altra battaglia contro le forze di terra facendo grande strage di nemici. Nel combattimento morì eroicamente Anassicrate, l'altro stratego collega di Cimone.
    4 Tornato a Cipro, Cimone prese a conquistare le città dell'isola liberandole dai Persiani. Mentre assediava Salamina il re Artaserse propose un incontro per trovare un accordo e gli Ateniesi accettarono. Capo della delegazione ateniese era Callia che concluse un trattato di pace con i Persiani nel quale veniva stabilito lo sgombro da parte persiana di tutte le città greche e venivano definiti i confini che le due parti non avrebbero più dovuto oltrepassare in futuro. Poco dopo Cimone morì di malattia mentre tornava da Cipro (449 a.C.).
    5 Nel 448 a.C. i Megaresi si ribellarono contro Atene e cercarono l'alleanza di Sparta (ma ciò avvenne nel 446 a.C.). Subirono una punizione punitiva ateniese e furono sconfitti.
    6 Gli Spartani invasero l'Attica e dopo numerosi saccheggi rientrarono nel Peloponneso (447 a.C.). Nello stesso anno l'ateniese Tolmide occupò Cheronea ma venne sconfitto ed ucciso dai Beoti che fecero molti prigionieri; per liberarli gli Ateniesi dovettero riconoscere autonomia a tutte le città della Beozia.
    7 Come conseguenza di questa sconfitta gli Ateniesi persero molti alleati e l'Eubea si ribellò ma venne sottomessa da Pericle. Fu stipulata una tregua trentennale fra Sparta e Atene.
    8 Intanto Ducezio, esule a Corinto, rientrò in Sicilia per forndare la città di Calacta (probabilmente per iniziativa dei Corinzi con finalità ostili ad Acragas). Gli Acragantini, che consideravano i Siracusani responsabili di non aver soppresso Ducezio, dichiararono guerra a Siracusa. Siracusa vinse una grande battaglia presso Imera, dopo di che fu stipulata la pace fra le due città.
    9 In Italia, nella potente città di Sibari, prevalse la fazione democratica guidata da Telys che esiliò cinquantaquattro esponenti dell'aristocrazia. Questi cercarono asilo a Crotone e i Sibariti minacciarono la guerra a questa città. Su consiglio di Pitagora che si era stabilito da anni a Crotone, i Crotoniati concessero l'esilio ai supplici ed affrontarono il grande esercito sibarita. Comandati dal famoso atleta Milone, i Crotoniati opposero le loro capacità strategiche alla superiorità numerica del nemico e riportarono una grande vittoria.
    10 I Sibariti furono sterminati e la loro città devastata venne abbandonata. Molti anni dopo i superstiti la rioccuparono ma vennero di nuovo cacciati dai Crotoniati. A questo punto i Sibariti, guidati da Lampone e Senocrito, cercarono aiuto in Grecia. Gli Spartani rifiutarono, gli Ateniesi invece fornirono loro dieci navi e contribuirono alla fondazione i una nuova città, nel sito indicato da un responso oracolare, che ebbe il nome di Turi dalla sorgente Turia che si trovava nelle vicinanze.
    11 Ma la vita della nuova colonia fu presto turbata dalla rivalità fra i Sibariti originali (che volevano godere di svariati privilegi) ed i coloni che si erano loro uniti successivamente. Questi ultimi prevalsero, mandarono a morte tutti i Sibariti originali e fecero arrivare nuovi coloni dalla Grecia. La popolazione fu divisa in dieci tribù secondo le regioni di provenienza (Arcade, Achea, Elea, Beotica, Anfizionica, Assica, Ionica, Ateniese, Euboica, Insulare).
    Caronda di Catane fu incaricato di formulare le leggi della nuova città.
    12 - 18 Leggi di Caronda:
    chi imponeva una matrigna ai suoi figli perdeva il diritto di votare;
    i colpevoli di diffamazione dovevano portare un contrassegno per farsi riconoscere da tutti;
    veniva condannato chi frequentava noti cattivi soggetti;
    i giovani erano obbligati ad imparare a leggere e a scrivere, le spese per lo studio erano a carico dello stato;
    i beni degli orfani dovevano essere amministrati dai parenti del padre (che avevano diritti ereditari), la loro educazione doveva essere curata dai parenti della madre (che non li avevano). Ciò voleva evitare che gli aventi diritto tentassero di eliminare i figli del defunto per impadronirsi dell'eredità;
    chi abbandonava il suo posto durante una battaglia doveva rimanere per tre giorni in piazza vestito di abiti femminili: pena più umana di una condanna a morte ma molto più disonorevole;
    chi proponeva l'emendamento di una legge doveva essere immediatamente strangolato se la proposta veniva respinta.
    19 Caronda partecipò ad un'assemblea popolare senza rendersi conto di avere con se un pugnale. Poiché le sue leggi vietavano di presentarsi armati in assemblea, i suoi rivali approfittarono per accusarlo e Caronda, per dimostrare il suo rispetto della legge, usò il pugnale per suicidarsi sul posto.
    20 Avendo parlato di Caronda, Diodoro passa a ricordare anche Zaleuco di Locri, un colto nobile già discepolo di Pitagora che elaborò le leggi della sua città.
    Zaleuco introduceva il suo codice invitando i cittadini alla pietà ed alla scrupolosa osservanza religiosa, li esortava a non serbare rancore e a non escludere mai la possibilità di riconciliarsi con gli avversari.
    Impose inoltre ai magistrati di giudicare sempre con serenità senza lasciarsi influenzare dai propri sentimenti nei confronti delle parti in causa.
    21 Per contenere la prostituzione e le forme di degradazione dovute alla lussuria, Zaleuco emanò delle norme restrittive che in pratica costringevano gli interessati a dichiarare pubblicamente la propria condizione subendo il conseguente disonore. Ad esempio stabilì che una donna libera potesse indossare indumenti ricamati in oro e circolare di notte solo se era una prostituta.
    22 Chiuse le digressioni sui legislatori si torna al racconto degli eventi (anno 452 a.C.). I Sibariti sopravvissuti alla proscrizione di Turi fondarono una nuova colonia sulle rive del fiume Traente (oggi Trionto) e la chiamarono Sibari, più tardi anche questa città venne distrutta dai Butti, una popolazione di origine osca.
    Gli Ateniesi, guidati da Pericle, riconquistarono l'Eubea e vi stabilirono una nuova colonia.
    23 Venne istituito a Roma il primo decemvirato per la codifica di leggi scritte. Ne fecero parte Claudio Cornelio Regilliano, Tito Minucio, Spurio Veturio, Gaio Giulio, Gaio Sulpicio, Publio Sestio, Romulo, Spurio Postumio Calvinio (la lista è incompleta, manca Appio Claudio che presiedeva il concilio dei decemviri, inoltre non tutti i nomi citati corrispondono con quelli forniti da Livio).
    24 L'anno seguente (450 a.C.) venne eletto un nuovo decemvirato per completare i lavori del precedente: Appio Claudio, Marco Cornelio, Lucio Minucio, Gaio Sergio, Quinto Publio, Mario Rabuleio, Spurio Veturio (questo elenco è più vicino del precedente alla notizia liviana ma mancano tre decemviri).
    Uno dei devcemviri invaghitosi di una giovane plebea che non cedeva alle sue proposte intentò un processo basato su false prove per far dichiarare la ragazza schiava di un suo cliente, ma il padre di lei per salvarla dalla schiavitù e dal disonore preferì ucciderla, quindi fuggì presso l'esercito accampato sul monte Algido. Qui raccontò la sua vicenda muovendo a compassione i soldati che giunsero nottetempo a Roma ed occuparono l'Aventino.
    25 Seguirono al mattino dei momenti di grande tensione ed alcuni senatori si sforzarono di evitare che si passasse all'uso delle armi. Infine, per allontanare il pericolo di una guerra civile, il patriziato dovette cedere e la plebe recuperò le conquiste precedenti l'istituzione dei decemviri, furono ripristinati i tribuni della plebe e si decise di tornare ad eleggere i consoli, uno dei quali doveva essere plebeo. (Durante il governo dei decemviri tutte le altre magistrature erano state sospese).
    26 I consoli dell'anno successivo aggiunsero due tavole di leggi alle dieci compilate dai decemviri (secondo Livio le prime dieci furono compilate dal primo decemvirato e le ultime due dal secondo, completando così la raccolta delle Dodici Tavole).
    Le Dodici Tavole incise in bronzo vennero affisse ai rostri davanti alla curia.
    In quel momento nel resto del mondo regnava la pace: i Persiani avevano concluso accordi con i Greci, gli Ateniesi con gli Spartani e i Siracusani con i Cartaginesi e con gli Acragantini.
    27 - 28 Quando si riaprirono le ostilità fra Samo e Mileto i Samii coinvolsero anche gli Ateniesi accusandoli di favorire i Milesi.
    Pericle attaccò Samo con quaranta triremi e dopo averla conquistata instaurò un governo democratico.
    Dopo la partenza di Pericle iniziarono le ostilità fra i sostenitori del governo democratico ed i loro avversari, questi ultimi cacciarono i democratici dalla città. Pericle ritornò e dopo aver sconfitto in mare le navi dei Sami raggiunse l'isola ed iniziò l'assedio della città conquistandola dopo nove mesi. Punì i responsabili della rivolta, pretese il rimborso delle spese belliche sostenute ed instaurò un governo democratico.
    29 Ducezio morì in Sicilia dopo aver fondato la città di Calacte. Dopo la sua morte i Siracusani intrapresero l'azione decisiva contro i Siculi completando la conquista del loro territorio.
    30 Mentre i Siracusani si organizzavano militarmente per conquistare l'intera Sicilia, in Grecia le discordie intestine della città di Epidamno coinvolsero Corinto e Corcira portando a quella che fu detta guerra di Corinto.
    I Romani, reagendo alle devastazioni portate dai Volsci nel loro territorio, li sconfissero e ne fecero strage.
    31 - 35 L'anno successivo (445 a.C.), dice Diodoro, "si costituì la nazione dei Campani", riferendosi alla conquista da parte dei Sabelli delle città di Capua e di Cuma. La conseguente fusione dei conquistatori con le genti locali di stirpe etrusca e greca è considerata, anche dai moderni, all'origine del popolo dei Campani.
    I Grecia i Corciresi sconfissero i Corinzi in una grande battaglia navale e conquistarono la città di Epidamno. Questa battaglia tuttavia non pose fine al conflitto e l'anno seguente Corinzi e Corciresi si dedicarono a potenziare le rispettive flotte.
    Entrambi i contendenti chiesero aiuto ad Atene. Qui l'assemblea deliberò di intervenire in favore di Corcira. I Corinzi attaccaron per primi con una flotta superiore a quella corcirese ma l'arrivo di nuovi rinforzi ateniesi capovolse la situazione in favore di Corcira.
    Corinzi e Calcidiesi si allearono con il re macedone Perdicca contro Atene, nello stesso momento gli Ateniesi furono impegnati nella rivolta contro di loro della città di Potidea che fu soccorsa dai Corinzi. Gli Ateniesi sconfissero i soccorritori ed assediarono Potidea.
    In Italia i cittadini di Turi erano in disaccordo sull'origine dei fondatori della colonia che aveva visto fra i suoi primi abitanti sia Ateniesi che Peloponnesiaci, interrogato in merito l'oracolo di Delfi rispose che l'onore della fondazione spettava ad Apollo, risolvendo la contesa.
    36 - 37 Nel 442 a.C. l'astronomo ateniese Metone calcolò il ciclo di diciannove anni, un metodo per far coincidere gli anni solari con le lunazioni.
    A Roma venne ucciso Spurio Melio per aver aspirato alla tirannide.
    Gli Ateniesi vinsero una battaglia a Potidea ma lo stratego Callia perì nello scontro e fu sostituito da Formione.
    Tucidide inizia da questo periodo la sua narrazione riguardante la guerra del Peloponneso.
    38 - 40 La guerra fra Atene e Sparta durò ventisette anni ed ebbe inizio, secondo Diodoro, per volontà di Pericle. Questi avrebbe provocato il conflitto per distrarre l'attenzione dei cittadini dai fondi pubblici che aveva speso e dei quali non avrebbe potuto rendere conto.
    I suoi avversari politici avevano coinvolto Pericle in un processo contro lo scultore Fidia accusato di aver sottratto somme destinate al tempio di Atena. Fidia venne arrestato e Pericle accusato di sacrilegio.
    In quel periodo gli Ateniesi emanarono sanzioni contro i Megaresi (rei di aver violato i confini e di aver accolto schiavi fuggiti da Atene). I Megaresi si rivolsero agli Spartani che intimarono ad Atene di revocare le sanzioni, ma Pericle convinse l'assemblea a rifiutare e a dichiarare guerra a Sparta.
    Forte della sua oratoria, Pericle descrisse minuziosamente le risorse militari ed economiche a disposizione di Atene che, anche senza contare i contributi degli alleati, erano di gran lunga superiori a quelle degli Spartani e con questi argomenti riuscì a persuadere i concittadini prospettando loro la guerra contro Sparta come un conflitto facile e breve.
    41 - 42 Da parte loro gli Spartani fecero i preparativi per la guerra insieme ai loro alleati e cercarono di coinvolgere nel conflitto anche i Persiani. Il primo episodio della guerra fu l'attacco dei Tebani contro la città di Platea che era indipendente ed alleata degli Ateniesi. I Tebani occuparono la città con l'aiuto di un gruppo di traditori plateesi ma la cittadinanza oppose una coraggiosa resistenza ed i soldati occupanti vennero scacciati o catturati. I Tebani inviarono subito contro Platea un contingente più nutrito che procedette facendo stragi nella campagna. Gli Ateniesi intervennero in aiuto dei Plateesi e gli Spartani, considerando l'atto una violazione della tregua, dichiararono loro guerra.
    L'esercito formato dagli Spartani e dai loro alleati al comando del re Archidamo invase l'Attica compiendo incursioni e devastazioni ma Pericle inviò un esercito ateniese a fare altrettanto nel Peloponneso; gli Spartani preoccupati di difendere la loro città si affrettarono a richiamare l'esercito liberando l'Attica.



    Libro XV


    1 Diodoro inserisce una considerazione su come gli Spartani furono indotti dalla loro arroganza verso gli alleati e i popoli sottomessi a perdere in breve tempèo con le battaglie di Leuttra e Mantinea un impero durato cinque secoli. Passa quindi a raccontare la spedizione dei Persiani contro Evagora re di Cipro.
    2)Nel 386 a.C. Artaserse preparò una grande armata per questa impresa e ne affidò il comando al genero Oronte e a Tiribazo satrapo della Lidia. Dal canto suo Evagora riceveva aiuti militari e finanziari dal re egiziano Acoris, da Ecatomno satrapo della Caria e da altri nemici dei Persiani. Aveva dalla sua parte tutte le città dell'isola e Tiro in Fenicia.
    Disponendo di molte navi corsare, Evagora riuscì a tagliare i rifornimenti dei nemici in modo che la fame spingesse i soldati persiani e sopratutto i mercenari alla ribellione e alla diserzione.
    Il re cipriota riportò qualche successo ma infine le preponderanti forze persiane lo costrinsero a fuggire e lo assediarono in Salamina. Riuscì ad imbarcarsi affidando la città al figlio Pnitagora e si recò in Egitto per trattare con Acoris un'iniziativa comune contro i Persiani.
    Intanto gli Spartani, insofferenti alla pace che si era creata con il trattato di Antalcida ed ansiosi di recuperare la supremazia, cominciarono a sobillare rivolte e presto passarono ad attaccare apertamente altre città.
    Intimarono di abbattere le mura ai loro vicini di Mantinea i quali si rivolsero ad Atene ma gli Ateniesi rifiutarono di aiutarli per non rompere i trattati, quindi i Mantineesi si organizzarono con molto coraggio per resistere ai nemici.
    In Sicilia Dionigi di Siracusa, finita la guerra con Cartagine, approfittava della pace per studiare e comporre poemi che sottoponeva al giudizio dei migliori letterati. Il poeta Filosseno fu incarcerato nelle latomie per aver criticato i versi del tiranno ma fu presto liberato. Interrogato ancora sullo stesso argomento da Dionigi non rispose ma chiamò personalmente le guardie chiedendo di essere riportato in prigione.
    3) Tornato dall'Egitto con un finanziamento minore di quello richiesto, Evagora trattò la pace con Tiribazo ed accettò tutte le condizioni di resa che limitavano il suo regno alla sola Salamina.
    Oronte, invidioso del successo di Tiribazo, lo calunniò presso Artaserse accusandolo di aver patteggiato conb Evagora quando avrebbe potuto facilmente sconfiggerlo e di avere rapporti segreti con i Lacedemoni.
    Tiribazo fu richiamato in patria ed imprigionato e Oronte assunse il comando ma vedendo che i suoi soldati non avevano gradito il cambiamento finì per conlcudere la pace con Evagora alle condizioni già concordate.
    Gaone, generale dell'armata persiana e genero di Tiribazo, temendo di essere coiunvolto nel processo del suocero si ribellò e passò all'Egitto insieme a molti dei suoi soldati, quindi contattò gli Spartani proponendo la sua alleanza contro il re di Persia, proposta che gli Spartani accettarono molto volentieri. Intanto in Persia Tiribazo veniva processato e assolto mentre Oronte, macchiatosi di calunnia e di infamia, veniva cancellato dall'elenco degli amici del re.
    Con l'inverno gli Spartani riuscirono ad espugnare Mantinea dopo mesi di assedio. Dionigi di Siracusa, progettando di invadere l'Epiro, strinse alleanza con gli Illiri e favorì la fondazione di colonie sulla costa dello Jonio e dell'Adriatico per fecilitare le spedizioni verso oriente.
    4-5) Nel 384 a.C. i Parii di stabilirono nella colonia di Pharos (attuale Cittavecchia di Lesina in Croazia) che avevano fondato con l'aiuto di Dionisio e la fortificarono ma si scontrarono con gli Illiri, furono aiutati dalle navi di Lisso (altra recente colonia siracusana) che affondarono molte imbarcazioni nemiche.
    Trovandosi a corto di fondi Dionisio navigò fino alle coste dell'Etruria e saccheggiò il tempio di Agilla (Cerveteri) ricavando un ricco bottino con il quale finanziò nuove truppe contro i Cartaginesi.
    Dal canto loro i Cartaginesi reclutarono un grande esercito di cittadini e di mercenari sotto il comando di Magone ed attaccarono contemporaneamente in Sicilia e in Italia costringendo Dionisio a dividere le proprie forze.
    Dopo molte schermaglie si combattè una grande battaglia in un luogo chiamato Cabala nella quale Magone perse la vita. Privati del comandante i Cartaginesi chiesero la pace, Dionisio pose come condizione che i Cartaginesi lasciassero tutta la Sicilia ma durante la tregua concordata per le trattative il figlio di Magone riorganizzò l'esercito e nella successiva battaglia di Cromio i Siracusani furono sconfitti.
    In questa battaglia perse la vita Leptine fratello di Dionisio che comandava una delle ali dell'esercito. Lo sgomento che seguì provocò la disfatta dei Siracusani che lasciarono sul campo 1.400 caduti. Con la pace firmata dopo questi eventi i Cartaginesi ottennero Selinunte e parte dell'Agrigentino.
    In Asia Gaone venne ucciso e prese il suo posto Taco che fondò la città di Leuca. Morto anche Taco nacque una contesa fra Clazomene e Cuma per il possesso di Leuca che infine andò a Clazomene per sentenza della Pizia.
    Gli Spartani si allearono con il re di Macedonia Aminta contro Olinto, contemporaneamente sottomisero Fliunte. I due re di Sparta non erano concordi, secondo Agesipoli si doveva rispettare il trattato di Antalcida mentre Agesilao insisteva per spingere Sparta a conquistare l'intera Grecia.
    Nel 382 a.C. i Lacedemoni occuparono la rocca di Tebe perché temevano l'eventuale rivalità di questa città così antica e potente, l'occupazione fu eseguita da Febida, comandante dell'esercito inviato da Sparta contro Olinto.
    Per calmare l'indignazione della altre città greche gli Spartani multarono Febida e lo destituirono dal comando affidando la guerra contro gli Olintii a suo fratello Eudamida. Poichè gli Olintii non cedevano gli Spartani inviarono un altro esercito comandato da Teleuzia fratello di Agesilao, ma furono di nuovo sconfitti e Teleuzia perì in battaglia insieme a mille e duecento spartani.
    6) I Cartaginesi liberarono la città di Ipponio (Vibo Valenzia) che era stata conquistato da Dionisio e la restituirono alla popolazione. Poco dopo Cartagine fu colpita da una grave pestilenza. I Sardi ne approfittarono per ribellarsi e solo quando l'epidemia fu superata i Cartaginesi riuscirono a sottometterli di nuovo.
    L'anno successivo (378 a.C.) gli esuli tebani si ribellarono all'occupazione spartana, rientrarono in città con la forza ed attaccarono il presidio della rocca. Mentre si combatteva gli Spartani mandarono messaggeri in patria per chiedere rinforzi e i Tebani si rivolsero agli Ateniesi che accettarono di aiutarli.
    I soldati ateniesi comandati da Demofonte raggiunsero molto rapidamente Tebe mentre la città riceveva aiuti anche da varie località della Beozia, così con un grande esercito i Tebani e gli alleati presero ad attaccare sistematicamente il presidio spartano che occupava la Rocca Cadmea.
    Il presidio resistette a lungo ma tardando i riunforzi alla dine cedette per fame. Gli Spartani del presidio furono lasciati partire incolumi ma giunti in patria due dei tre comandanti furono giustiziati e il terzo condannato a pagare una multa esorbitante.
    I Tebani continuarono a rinforzare le loro difese in vista di nuove iniziative nemiche mentre gli Ateniesi svolgevano propagansa antispartana portando dalla loro parte Chio, Bisanzio, Rodi, Mitilene e molte altre città. Gli Spartani, preoccupati, tentavano di recuperare il terreno perduto con la diplomazia ma intanto si preparavano a sostenere una lunga guerra.
    Intanto Acoris re d'Egitto assoldava molti mercenari contro i Persiani e chiamava a comandarli l'ateniese Cabria. L'esser passato Cabria al soldo di Acoris fu pretesto per i Persiani per protestare presso gli Ateniesi denunciando un atto contrario ai buoni rapporti che intercorrevano in quel periodo fra Atene e Persia. Desiderosi di non guastare tali rapporti gli Ateniesi richiamarono Cabria e mandarono Ificrate in aiuto ai Persiani.
    Il nuovo comandante supremo dell'armata spartana, di nome Sfodria, fece un improvviso tentativo di occupare il Pireo. Non ebbe successo ma gli Ateniesi considerarono il gesto come un'offesa inaccettabile che infrangeva i vigenti trattati di pace.
    Armato un esercito, gli Ateniesi lo affidarono al comando di Timoteo, Cabria e Callistrato, intanto saliva a settanta il numero delle città greche confederate intorno a Atene contro Sparta.
    Nell'isola di Eubea, tutta filoateniese, la sola città di Estiea che in passato era stata danneggiata dagli Ateniesi e aiutata dagli Spartani si manteneva fedele ai secondi. Cabria passò in Eubea e sottomise Estiea, altrettanto fece con alcuni centri minori filospartani delle Cicladi.
    Agesilao, reduce da una bella vittoria contro i Persiani, assunse il comando e si portò in Beozia. Attaccò i Tebani arroccati su un colle vicino alla città ma Cabria aveva preparato un fitto schieramento alla base del colle che fece esitare gli attaccanti tanto che Agesilao ordinò di desistere e si limitò a devastare i dintorni. Si allontanò soddisfatto della propria prudenza perché non aveva subito perdite e anche Cabria fu molto onorato per aver salvato Tebe senza combattere.
    Gli scontri proseguirono presso Tespia, dove cadde Tebida, e ancora a Tebe mentre in mare si combatteva fra Nasso e Paro e le navi di Atene, comandate da Cabria, mettevano in rotta la flotta spartana dell'ammiraglio Pollide.
    7) 376 a.C.: Gli Ateniesi soccorrono la città di Abdera saccheggiata e poi assediata dai Triballi. Il comandante ateniese Timoteo alleatosi con Alceta re dei Molossi sconfigge in battaglia navale gli Spartani presso Leucate. Contemporaneamente i Tebani scacciano il presidio spartano da Orcomeno.
    375 a.C.: Artaserse, volendo reclutare un esercito greco per impiegarlo contro l'Egitto, si presta a far da mediatore fra le città greche perché concludano le ostilità e si giunge ad un accordo che prevede l'indipendenza di ogni città con il divieto per tutte di tentare di controllare le altre. Solo Tebe non accetta questa condizione perché intende mantenere la supremazia in Beozia.
    Si tiene un convegno generale in cui Epaminonda sostiene le ragioni tebane discutendo con l'ateniese Callistrato e non trovando un accordo si conclude l'alleanza escludendone Tebe.
    Del resto i Tebani eccellevano nell'arte militare e vantavano tre dei migliori comandanti della grecia, Pelopida, Gorgia e Epaminonda. Quest'ultimo era particolarmente valoroso ma era anche un uomo molto colto e di grandi qualità. Sconfisse gli Spartani e i loro alleati ed arrivò ad uccidere il re Cleombroto.
    La nuova condizione di indipendenza ottenuta grazie ai recenti trattati favorì in molte città rivendicazioni di quanti avevano subito ingiustizie sotto i regimi precedenti e da qui nacquero varie ribellioni, a Sparta, a Corinto, a Megara, a Sicione.
    374 a.C.: I Persiani muovevano contro l'Egitto al comando di Farnabazo e di Ificrate, il loro esercito comprendeva ventimila mercenari greci.
    Giunti alla foce di Pelusio, i Persiani la trovarono difesa da un gran numero di soldati, estremamente fortificata e ricca di ostacoli naturali, passarono quindi alla foce successiva detta Mendesia dove riuscirono a sbarcare e scontratisi con le difese egiziane le sopraffecero.
    Ificrate venne a sapere che l'importante città di Menfi era indifesa e l'avrebbe subito attaqccata se Farnabazo per sospetto o gelosia non glielo avesse impedito. Questi ostacoli permisero agli Egiziani di organizzare le difese di Menfi e quindi di passare alla con troffensiava facendo strage dei Persiani, infine i due comandanti decisero di rientrare in Persia perché era iniziata la stagione della piena del Nilo. Il disaccordo fra Farnabazo e Ificrate si fece più acuto e il greco giudicò più opportuno tornare ad Atene. Farnabazo lo richiese accusandolo di aver fatto fallire l'impresa egiziana ma non fu soddisfatto, anzi Ificrate divenne il capo supremo dell'armata ateniese.
    8) La pace non durò a lungo. A Zacinto gli esuli del vecchio governo aristocratico rientrarono con le forze cacciando i popolari che si rifugiarono presso Timoteo ateniese. L'altra fazione si rivolse agli Spartani che inviarono Aristocrate. Analoga situazione si verificò a Corcira.
    In Beozia i Tebani espugnarono e distrussero Platea che era passata all'area di influenza ateniese, i cittadini superstiti ripararono a Atene dove furono accolti fra la popolazione. Anche Tespia venne espugnata dai Tebani.
    Lo spartano Ctesippo assediò Corcira approfittando del fatto che Timoteo, che avrebbe dovuto difenderla, si tratteneva in Tracia per fare nuove alleanze. Venne in aiuto dei Corciresi l'ateniese Ctesicle che li liberò ed uccise Mnesippo. Intanto a Cipro l'eunuco Nicocle usurpò il regno di Salamina uccidendo a tradimento il re Evagora.
    Il Peloponneso fu colpito da gravissimi terremoti e maremoti e Diodoro espone (e sembra condividere) l'opinione di quanti attribuivano l'evento all'ira divina perché a causa delle frequenti guerre si erano trascurati i culti e si erano commessi sacrilegi.
    9) 372 a. C.: L'apparizione di una meteora luminosa viene interpretata come presagio della fine imminente del predominio spartano.
    Artaserse volle di nuovo convocare le città greche per mettere pace e di nuovo Tebe non partecipò, ciò valse per gli Spartani come pretesto per attaccarla.
    371 a.C.: I rinnovati accordi proibivano a tutte le città greche di aiutare Tebe. Gli Spartani affidarono il comando al re Cleombroto e dopo un ultimo approccio diplomatico respinto dai Tebani passarono all'attacco insieme agli alleati, convinti di riportare una facile vittoria.
    I Tebani avevano trasferito ad Atene donne e bambini ed il comandante supremo Epaminonda aveva reclutato i miglio fra i cittadini di Tebe e del resto della Beozia. Nonostante alcuni presagi che furono interpretati come funesti dai più anziani, Epaminonda marciò fino a Cheronea e pose qui il suo campo.
    Cleombroto, seguendo un altro percorso, andò ad accamparsi a Leuttra. Quando i due eserciti giunsero ad avvistarsi i Tebani esitarono davanti alla superiorità numerica del nemico, si votò il da farsi fra i più alti ufficiali e prevalse la posizione di Epaminonda: affrontare gli Spartani e cercare la vittoria.
    Prima della battaglia Epaminonda, per alzare l'umore dei suoi, diffuse notizie di presagi favorevoliu. Alcuni indovini del luogo parlarono di un oracolo che aveva predetto che gli Spartani sarebbero stati debellati a Leuttra dove le figlie dell'eroe eponimo Leuttro si erano uccise per essere state stuprate da legati di Sparta.
    Intanto le già nutrite schiere di Cleombroto ricevevano nuovi consistenti rinforzi guidati da Archidamo figlio di Agesilao. La grande perizia di Epaminonda fu evidente dal modo in cui schierò le sue forze: i più forti da un lato e i più deboli dall'altro in una disposizione detta a falange obliqua. I più deboli avevano ordine di fingere la fuga all'inizio della battaglia per attirare i nemici che in questo modo si sarebbero trovati circondati, come infatti avvenne. L'esito della battaglia rimase incerto fino alla morte di Cleombroto, poi l'ala rimasta priva di comandante cominciò a rompere le file e presto tutti gli Spartani fuggirono. I morti spartani furono quattromila, i tebani trecento.
    10) 370 a.C.: Giasone tiranno di Fere attaccò la Locride, demolì Eraclea e fece varie conquiste, guardato con sospetto dai Tessali per la rapidità del suo successo. Aspirando al dominio sulla Grecia, Giasone si alleò con Aminta re di Macedonia.
    In quel periodo ad Argo scoppiarono lotte sociali a causa di demagoghi agitatori e la plebe perseguitò i benestanti sottoponendoli a pene capitali, il fenomeno prese il nome di Scitalismo (=legge del bastone) e si concluse con la caduta degli stessi agitatori contro i quali la plebe si rivoltò.
    Anche in Arcadia persero la vita molte centinaia di persone per tumulti poi sedati da un intervento di Agesilao.
    In quell'anno morirono Aminta re di Macedonia, Agesipoli re di Sparta, Giasone tiranno di Fere ucciso in una congiura.
    369 a.C.: Polidoro, fratello e successore di Giasone, fu avvelenato dal fratello Alessandro che salì al trono e governò per undici anni. Questo Alessandro fu odiato per i suoi modi dispotici e la potente famiglia degli Alveadi di Larissa decise di togliergli il potere,
    Gli Alveadi si rivolsero al re di Macedonia che prevenne un attacco dei Tessali conquistando rapidamente Fere (tranne la rocca che assediò) ed altre città.
    Intanto Licomede di Mitilene al comando degli Arcadi vinceva una battaglia contro gli Spartani a Orcomeno, quindi gli Arcadi, gli Eoli e i loro alleati si unirono alle forze dei Tebani, dei Focesi e dei Locresi ed il consiglio dei comandanti decise di entrare in Laconia per attaccare direttamente Sparta.
    Gli Spartani erano troppo indeboliti dalla sconfitta di Leuttra per sperare di resistere e furono costretti a rivolgersi ai loro più antichi nemici, gli Ateniesi, per chiedere aiuto. Magnanimamente gli Ateniesi accettarono e affidarono un esercito di ventiduemila uomini a Ificrate per difendere Sparta.
    I Tabni si divisero in gruppi per penetrare in Laconia da più direzioini contemporaneamente e si verificarono vari fatti d'armi fra i quali Diodoro ricorda il sacrificio dello spartano Iscola che mandò a casa i soldati più giovani per risparmiarli per future imprese e rimase solo con pochi veterani a difendere la sua posizione finchè non fu ucciso.
    Una battaglia di maggiori dimensioni si svolse presso il fiume Eurota e coinvolse l'armata comandata personalmente da Epaminonda composta da Tebani ed Arcadi. Gli Spartani e gli attaccanti persero un gran numero di uomini, Epaminonda arrivò alle porte di Sparta ma non riuscendo ad espugnarla passò a saccheggiare la Laconia.
    Gli Ateniesi giunsero in ritardo e tornarono in Attica senza aver compiuto nulla di significativo.
    Gli Spartani reclutarono altri soldati in parte liberando gli Iloti e ricevettero rinforzi alleati.
    Epaminonda ricostruì la città di Messene che era stata distrutta dagli Spartani molti anni primna e la ripopolò rintracciando i cittadini superstiti e aggiungendo quanti del suo seguito vi si volevano stabilire.
    Messene, città antichissima, era stata il regno della famiglia di Oreste fino al ritorno degli Eraclidi. Era passata quindi a Cresfonte e dopo alcune generazione agli Spartani.
    Dopo questi eventi i Tebani tornarono in Beozia e gli Spartani inviarono ambasciatori ad Atene con una proposta: la supremazia sul mare a Atene, quella in terra a Sparta.
    Gli Arcadi saccheggiuarono Pellene in Laconia, Pelopida occupò la rocca di Larissa quindi concluse un'alleanza con Pelopida re di Macedonia.
    Epaminonda tornò ad attaccare la Laconia ma questa volta gli Ateniesi seppero per tempo dei suoi progetti ed inviarono un esercito che, insieme agli Spartani e agli alleati, pose un campo fortificato presso Corinto per bloccare l'accesso al Peloponneso.
    In effetti l'ostacolo risultò difficile da superare e costò ai Tebani molte perdite ma alla fine riuscirono ad entrare nel Peloponneso ed occupare alcuni centri minori. Non riuscirono però a conquistare Corinto che fu validamente difesa dalle truppe ateniesi di Cabria.
    11) 368 a.C.: Alessandro re di Macedonia fu ucciso dal fratello (o fratellastro) Tolomeo Alorite che regnò per tre annio.
    Epaminonda fu processato per sospetto tradimento per non aver fatto strage degli Spartani quando ne aveva avuto l'occasione e fu ridotto alla condizione di soldato semplice.
    Quando Alessandro di Fere catturò e tenne prigioniero Pelopida, Epaminonda militava appunto come soldato semplice nell'esercito mandato a liberarlo ma quando i Tebani stavano per soccombere contro i Tessali si decise di restituirgli il comando. Ancora una volta Epaminonda dimostrò le sue grandi capacità militari e, capovolto l'esito dello scontro, procurò la vittoria ai Tebani. Dopo di chè fu ovviamente reintegrato nel grado che gli era stato tolto.
    In quest'anno, combattendo contro gli Arcadi, gli Spartani ottennero una vittoria, la prima dopo la disfatta di Leuttra.
    Gli Arcadi fondarono Megalopoli.
    > In Sicilia Dionisio riaprì le ostilità contro i Cartaginesi, conquistò Selinunte e Entella e occupò il porto di Erice, ma la reazione cartaginese fu rapèida e le navi siracusane ad Erice furono presto allontanate.
    Durante la tregua invernale che seguì Dionisio morì di malattia dopo trentotto anni di regno, il potere passò al figlio Dionisio il Giovane che governò per dodici anni.
    367 a.C.: Epaminonda entrò di nuovo nel Peloponneso e sottrasse alcunbe città alla soggezione spartana, quindi passò in Tessaglia e liberò Pelopida ancora prigioniero di Alessandro di Fere.
    366 a.C.: Temisone tiranno di Eretria conquistò la città di Oropo ma poi la cedette ai Tebani perché non poteva fronteggiare gli Ateniesi che volevano riprendere quella città.
    Grazie all'ennesima opera di mediazione dei legati del re di Persia ebbero fine le guerre di Laconia e Beozia dopo cinque anni dalla battaglia di Leuttra.
    12) 365 a.C.: Ora che la Grecia godeva finalmente di un periodo di pace, scoppiò una nuova guerra fra Arcadi e Elei per questioni territoriali.
    In Macedonia Tolomeo Alorite fu ucciso dal fratello Pedicca che regnò per cinque anni.
    364 a.C.: All'inizio della 104a Olimpiade la città di Pisa in Elide venne in contrasto con gli Arcadi a proposito del diritto di aprire i giochi, ne seguì una vera e propria battaglia alla quale il pubblico assistette come se si trattasse di una gara olimpica.
    Epaminonda convinse i concittadini ad allestire una grande flotta allo scopo di ottenere il dominio del mare togliendolo agli Ateniesi.
    Su richiesta dei Tessali oppressi da Alessandro di Fere, Tebe inviò un esercito comandato da Pelopida contro quel tiranno. Alessandro di Fere, sconfitto, fu costretto a liberare tutte le città precedentemente sottomesse e il suo dominio fu limitato alla sola Fere. Pelopida, vittorio al termine della battaglia, era stato più volte ferito e una volta messi in fuga i nemici cadde abbattuto dai colpi ricevuti.
    La morte di Pelopida fu un grave lutto per i Tebani: aveva partecipato a tutte le battaglie del suo tempo ed aveva riportato molte importanti vittorie contribuendo a costruire la fortuna e la potenza della sua città.
    13) 363 a.C.: Scoppiò in Arcadia una guerra civile fdra due fazioni che facevano capo rispettivamente a Mantinea e a Tegea. I Tegeati si rivolsero a Tebe ed ottennero un esercito comandato da Epaminonda, Mantinea chiese aiuto agli Ateniesi e agli Spartani, questi ultimi inviarono subito un esercito ad invadere l'Arcadia.
    Considerando che il grosso delle forze spartane si trovasse in Arcadia, Epaminonda iniziò a marciare direttamente contro Sparta ma il re Agide aveva intuito le sue intenzioni ed organizzato difese che riuscirono a resistere fino all'arrivo dell'esercito tempestivamente richiamato.
    Epaminonda, giunta la notte, abbandonò il combattimento ma all'alba del mattino successivo marciò a tappe forzate fino a Mantinea e avrebbe certamente preso quella città se non l'avesse trovata difesa da un esercito ateniese. Giunsero anche gli Spartani e gli Eleie tutti si schierarono contro Tegeati, Tebani, Argivi e Achei.
    Quella di Mantinea fu una grande battaglia, secondo Diodoro la più grande combattuta per i Greci. I combattimenti durarono molto a lungo perché le forze opposte si pareggiavano, infine Epaminonda decise di tentare di conquistare la vittoria gettandosi personalmente insieme ai compagni più fidati dove lo scontro era più intenso. L'eroico comandante fece una vera strage degli avversari ma infine, colpito al petto da una lancia, cadde a terra agonizzante. Morì poco dopo non senza essersi informato sulla conslusione della battaglia.
    La vittoria di Mantine fu in effetti incerta per il gfrande valore espresso da entrambe le parti, comunque stanchi di tanta guerra tutti i Greci conclusero una pace che solo gli Spartani non vollero sottoscrivere a causa della loro imperitura ostilità verso i Messeni.
    14) 361 a.C: le città greche lungo la costa asiatica insieme ad alcune satrapie si ribellarono al re di Persia. Contemporanteamente si armava contro i Persiani Taco re d'Egitto e Sparta manifestava la sua ostilitàò ad Artaserse che aveva voluto far entrare Messene nella lega greca.
    Fra i satrapi ribelli erano Ariobarzane satrapo della Frigia e Mausolo della Caria che aveva una splendida capitale a Alicarnasso. Si schierarono con loro Oronte della Misia, Autodafrate governatore della Licia e molte altre genti soggette alla corona persiana.
    Oronte, che era stato scelto come amministratore dei fondi comuni per la guerra, tradì e passò al re di Persia molti dei mercenari che aveva assoldato.
    In Cappadocia il satrapo ribelle Datame che disponeva di molte truppe fu attaccato dal generale Artabazo mentre suo suocero che comandava la cavalleria passava al nemico. Datame, tuttavia, agi tempestivamente e dopo aver promesso un grosso premio a quanti gli erano fedeli li portò contro Artabazo e contro il suocero traditore, sconfiggendoli entrambi.
    Per questi motivi Datame divenne famoso e più tardi Artaserse mandò suoi sicari ad eliminarlo.
    Romitre, altro satrapo ribelle, transitò dall'Egitto per ricevere navi e fondi ma giunto a Leuca in Asia Minore fece arrestare molti ribelli e li mandò al re di Persia.
    Il re egiziano Taco aveva comunque preparato duecento navi e un grosso esercito. Aveva affidato la milizia mercenaria al comando di Agesilao di Sparta e la flotta all'ateniese Cabria riservando per se il comando supremo. Fu un errore perché appena Taco si fu allontanato dall'Egitto per partecipare alla guerra, il figlio Nectanebo si impadronì del trono e a Taco non rimase che implorare la clemenza di Artaserse che lo perdonò e gli affidò il comando delle forze già impegnate contro l'Egitto per dargli la possibilità di riprendere il potere.
    Artaserse morì dopo quarantatre anni di regno e gli succedette Oco che assunse il cognome di Artaserse in onore del predecessore.
    Taco fu assediato dall'esercito di Nectanebo ma con l'aiuto di Agesilao si liberò e recuperò il regno, fu l'ultima impresa di Agesilao che morì durante il viaggio di ritorno in patria.
    Ad un anno dalla pace firmata dopo la battaglia di Mantinea in Grecia si verificarono nuoivi cambiamenti. La causa fu un gruppo di dissenzienti di Megalopoli che con appoggi esterni volevano sciogliere la comunità abbandonando la nuova colonia, gli altri cittadini si opposero e si prese a combattere, risolse la situazione l'intervento di forze tebane comandate da Pammene che costrinse i dissenzienti a ristabilirsi a Megalopoli.
    15) 360 a.C.: Alessandro di Fere, con incursioni alle Cicladi, catturò molti schiav i e sopraffece il presidio ateniese dell'isola di Pepareto. Gli Ateniesi mandarono altre navi comandate da Carete ma questi non concluse nulla di utile contro i nemici mentre si comportò in modo esecrabile verso gli alleati.



    Libro XVII


    Diodoro dichiara che in questo libro narrerà le gesta di Alessandro fino alla sua morte e gli eventi contemporanei nei vari Paesi del mondo.
    Quando Alessandro salì al potere era arconte in Atene Eveneto e a Roma erano consoli Lucio Furio e Gaio Manio. I suoi primi atti furono celebrare le esequie del padre e punire gli assassini. Si dedicò quindi a procurarsi la benevolenza dei sudditi e la loro stima nonostante fosse molto giovane garantendo che avrebbe seguito la politica paterna. Nello stesso modo ottenne la fiducia degli ambasciatori greci e la devozione dell'esercito.
    Il nuovo re, tuttavia, doveva anche difendersi dalle insidie, soprattutto quella costituita da Attalo, cugino di Cleopatra seconda moglie di Filippo che, si sospettava, stava concludendo accordi con i Greci contrari alla dinastia macedone regnante.
    Gli Ateniesi sobillati da Demostene, gli Etoli, i Tebani e molti altri popoli della Grecia stavano cacciando i presidi instaurati da Filippo e riprendevano a governarsi in autonomia.
    Con grande abilità il giovane Alessandro seppe risolvere la situazione e confermare il proprio potere ove possibile con la diplomazia, altrove con la forza.
    Riunì a Pilo l'assemblea degli Anfizioni e fu dichiarato supremo comandante.
    Portando l'esercito in Beozia con estrema velocità intimorì i Tebani. Anche gli Ateniesi furono molto impressionati dalla rapidità delle decisioni di Alessandro e inviarono presso di lui un'ambasciata alla quale Demostene evitò di partecipare (forse a causa dei suoi segreti accordi con i Persiani, come sosteneva Eschine).
    Raggiunto l'accordo anche con gli Ateniesi, Alessandro convocò un'altra assemblea a Corinto e si fece assegnare il comando generale contro i Persiani.
    Alessandro fece uccidere Attalo eliminando un pericolo di ribelliione dell'esercito.
    In Persia l'eunuco Bagoa capitano delle guardie aveva avvelenato il re Oco che era odiato per la sua crudeltà e aveva posto sul trono il figlio più giovane di Oco di nome Arsene facendo morire tutti i suoi fratelli ma dopo tre anni Bagoa si rese conto che Arsene diffidava di lui e lo fece morire.
    Fu incoronato Dario, nipote di Artaserse, Bagoa tentò di avvelenarlo ma Dario lo costrinse a bere il veleno a lui destinato.
    Dario, già noto per meriti militari, cominciò a regnare con il consenso generale poco prima della morte di Filippo.
    In un primo momento Dario sottovalutò il giovane Alessandro ma quando seppe con quale decisione si era imposto ai Greci cominciò ad organizzare le difese, formò un esercito, armò una flotta e impartì all'ufficiale Memnone l'ordine di conquistare la città di Cizico.
    Valicato il monte Ida, Memnone attaccò Cizico ma non riuscendò ad espugnarla saccheggiò il contado per poi ritirarsi con un ricco bottino. Si battè con i Macedoni che assediavano Pitane al comando di Parmenione e li mise in fuga mentre nella Troade un altro ufficiale macedone di nome Callia veniva battuto dai Persiani.