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Diogene Laerzio

VITE DEI FILOSOFI


I Filosofi trattati nell'opera
Libro primo
  • Talete
  • Solone
  • Chilone
  • Pittaco
  • Biante
  • Cleobulo
  • Periandro
  • Anacarsi lo Scita
  • Misone
  • Epimenide
  • Ferecide

    Libro secondo
  • Anassimandro
  • Anassimene
  • Anassagora
  • Archelao
  • Socrate
  • Senofonte
  • Eschine
  • Aristippo
  • Fedone
  • Euclide di Megara
  • Stilpone
  • Critone
  • Simone
  • Glaucone
  • Simmia
  • Cebete
  • Menedemo

    Libro terzo
  • Platone

    Libro quarto
  • Speusippo
  • Senocrate
  • Polemone
  • Cratete
  • Crantore
  • Arcesilao
  • Bione
  • Lacide
  • Carneade
  • Clitomaco

    Libro quinto
  • Aristotele
  • Teofrasto
  • Stratone
  • Licone
  • Demetrio
  • Eraclide

    Libro sesto
  • Antistene
  • Diogene
  • Monimo
  • Onesicrito
  • Cratete
  • Metrocle
  • Ipparchia
  • Menippo
  • Menedemo

    Libro settimo
  • Zenone
  • Aristone
  • Erillo
  • Dioniso
  • Cleante
  • Sfero
  • Crisippo

    Libro ottavo
  • Pitagora
  • Empedocle
  • Epicarmo
  • Archita
  • Alcmeone
  • Ippaso
  • Filolao
  • Eudosso

    Libro nono
  • Eraclito
  • Senofane
  • Parmenide
  • Melisso
  • Zenone di Elea
  • Leucippo
  • Democrito
  • Protagora
  • Anassarco
  • Pirrone
  • Timone

    Libro decimo
  • Epicuro

    Proemio


    Nel proemio l'autore prende posizione contro quanti sostenevano che la ricerca filosofica non fosse di origine greca.
    Per dimostrare la sua tesi Diogene risale agli autori più antichi dell'Ellade: Museo e Lino, mentre non accetta di chiamare filosofo Orfeo considerandolo blasfemo.
    Fra i filosofi non greci vengono ricordati i Gimnosofisti, i Druidi, i Caldei e gli Egizi.
    Il termine "filosofia", per Diogene, fu coniato da Pitagora, in precedenza si parlava di "sapienza".
    Il termine "sapiente" veniva attribuito ai personaggi a noi noti, appunto, come "Sette Sapienti": Talete, Solone, Periandro, Cleobulo, Chilone, Biante, Pittaco, alcuni autori usavano lo stesso termine anche parlando di Anacarsi, Misone, Ferecide, Epimenide e del tiranno Pisistrato.
    A questo punto Diogene inserisce una successione di filosofi che segue sostanzialmente l'ordine dei capitoli dell'opera.
    Si distinguono tre parti della filosofia: la fisica, l'etica e la dialettica. La fisica tratta del mondo materiale, l'etica delle cose umane e la dialettica ricerca le ragioni delle precedenti.
    Da questa suddivisione e da altri particolari l'autore ricava una serie di classificazioni delle scuole filosofiche.


    Libro I


    Capitolo I

    Talete


    La famiglia di Talete era di origini fenicie, fu annoverato fra i Sette Sapienti.
    Secondo alcuni nacque in Fenicia e si trasferì esule a Mileto, ma per i più era nativo di questa città.
    Si dedicò alla vita politica ed allo studio delle scienze, in particolare dell'astronomia.
    Talete si oppose all'alleanza con Creso, salvando così Mileto quando Ciro invase la Lidia.
    Considerò l'acqua principio dell'universo, l'anima immortale, il mondo popolato di demoni.


    Capitolo II

    Solone


    Solone figlio di Essecestide nacque a Salamina, fu legislatore ed introdusse in Atene la possibilità di riscattare la libertà per quanti l'avevano perduta per debiti o per povertà. Emanò inoltre molte altre leggi che Diogene evita di enumerare.
    Con la sua oratoria indusse gli Ateniesi a liberare Salamina che era stata occupata dai Megaresi.
    Quando i concittadini gli offrirono il potere lo rifiutò e li mise in guardia contro Pisistrato, che aspirava alla tirannide, avendone intuite le intenzioni.
    Quando Pisistrato divenne potente lasciò Atene e giunse alla corte di Creso dove non si lasciò impressionare dalla magnificenza del re. Recatosi in Cilicia vi fondò la città di Soli.
    Pisistrato con una lettera lo invitò a rientrare in Atene assicurando che il suo governo applicava la leggi che Solone stesso aveva emanato.
    Solone compose in versi anche le leggi e i discorsi pubblici oltre a elegie, giambi ed epodi.
    Nel terzo anno della XLVI olimpiade (594 a.C.) fu arconte in Atene e promulgò le sue leggi
    Morì ottantenne a Cipro. Aveva disposto che le sue ceneri fossero sparse per il territorio di Salamina.
    Diogene riporta alcune lettere di Solone fra cui quella rivolta a Pisistrato per declinare l'invito a tornare in Atene.


    Capitolo III

    Chilone


    Chilone figlio di Damagete nacque a Sparta.
    Ricoprì la carica di eforo durante la LV olimpiade (560-557 a.C.).
    Dalle sue massime riportate da Diogene appare che Chilone predicò l'onestà, la modestia e la mitezza.
    Era famoso per aver predetto che l'isola di Citera si sarebbe inabissata. Morì molto vecchio in Pisa stroncato dall'emozione per una vittoria del figlio ad Olimpia.


    Capitolo III

    Pittaco


    Pittaco figlio di Irradio nacque a Mitilene.
    Combattè per liberare Lesbo dal tiranno Melancro e fu stratego in una guerra territoriale fra Atene e Mitilene. Sfidato a duello lo stratego avversario lo sconfisse ed uccise ma in seguito gli Ateniesi ottennero la ragione dall'arbitrato di Periandro.
    Tenne il potere in Mitilene per dieci anni riordinando la costituzione, quindi si ritirò dalla vita politica
    Compose elegie e opere in prosa.
    Rifiutò onori e ricchezze accontentandosi di quanto possedeva. Come nota anedottica Diogene riferisce alcuni soprannomi di Pittaco dovuti al ventre pronunciato e ai piedi piatti.
    Morì nel terzo anno della LII olimpiade (570), aveva superato i settant'anni.


    Capitolo V

    Biante


    Biante figlio di Tentanio nacque a Priene.
    Riscattò a sue spese delle vergini di Messene e le allevò come figlie per poi rimandarle a casa con una dote ciascuna. Quando dei pescatori rinvennero un tripode di bronzo con la scritta "al più sapiente" si decise di offrirlo a Biante ma questi rifiutò affermando che solo Apollo è il vero sapiente.
    Quando Aliatte assediò Priene, Biante condusse le trattative e lo convinse a concludere la pace.
    Era famoso per l'oratoria, morì infatti molto anziano in tribunale dopo aver pronunciato l'ultima appassionata difesa.
    Fu autore di un poema sulla Ionia.
    Suo apoftegma: "La massima parte degli uomini è malvagia".


    Capitolo VI

    Cleobulo


    Cleobulo figlio di Evagora nacque a Lindo o nella Caria.
    Fu poeta, autore di canti e di indovinelli.
    Diogene cita alcune sue massime che invitano alla moderazione e all'amore della conoscenza. Morì all'età di settant'anni.
    Suo apoftegma: "Ottima è la misura".


    Capitolo VII

    Periandro


    Periandro figlio di Cipselo della stirpe degli Eraclidi nacque a Corinto.
    Sposò Lisida figlia di Procle tiranno di Epidauro ed ebbe da lei due figli, Cipselo e Licofrone.
    Le concubine di Periandro calunniarono Lisida, Periandro la uccise e poi fece bruciare vive le concubine. Il figlio Licofrone che pianse la morte della madre fu esiliato a lungo a Corfù dove infine venne ucciso. Per vendicare la sua morte Periandro mandò i figli dei Corfioti da Aliatte perché fossero castrati ma la loro nave approdò a Samo dove i giovani vennero liberati.
    Si dice che Periandro commettesse incesto con la madre e che aggredì delle donne per spogliarle dei loro gioielli. Nonostante questi crimini e la tirannide che esercitava, era considerato un sapiente e compose migliaia di versi per esortare a una vita onesta e serena.
    Di fronte a questa contraddizione molti studiosi, fra cui Aristotele, sospettano che vi fossero due diversi personaggi con lo stesso nome, l'uno tiranno e l'altro sapiente.
    Fiorito nella XXXVIII olimpiade (628, 625 a.C.), la sua tirannide durò quarant'anni.


    Capitolo VIII

    Anacarsi lo Scita


    Anacarsi lo Scita era figlio di Gnuro e fratello di Caduida re degli Sciti, la madre era greca.
    Si trasferì ad Atene durante la XLVII olimpiade (591-588 a.C.) e fu ospite di Solone. Quando tornò in patria si occupò di riformare le leggi secondo i modelli greci che aveva avuto modo di studiare, ma morì durante una battuta di caccia colpito dal fratello.


    Capitolo IX

    Misone


    Misone figlio di Strimone nacque a Chene, villaggio della Laconia.
    Era annoverato fra i Sette Sapienti e si diceva che la Pitia lo avesse definito più saggio di Anacarsi.
    Aristosseno descriveva Misone misantropo e amante della solitudine, per questo motivo e per l'oscurità delle sue origini era poco noto e i suoi precetti furono spesso attribuiti ad altri.
    Platone lo menziona nel "Protagora".
    Morì a novantasette anni.


    Capitolo X

    Epimenide


    Epimenide era di origine cretese.
    Secondo una leggenda si addormentò in una caverna mentre cercava una pecora e dormì per cinquantasette anni, quando tornò a casa solo il fratello minore, ormai anziano, lo riconobbe.
    Ritenuto carissimo agli dei, fu chiamato dagli Ateniesi per purificare la loro città colpita da una pestilenza. Compiuti i riti di purificazione rifiutò il denaro che gli veniva offerto e ne nacque una duratura amicizia fra Atene e Cnosso.
    Morì in età estremamente avanzata: a seconda della fonte dai centocinquanta ai duecento anni.
    Compose in versi Nascita dei Cureti e dei Coribanti, una Teogonia e un'opera sugli Argonauti. Scrisse in prosa una trattato sulla costituzione cretese e trattò di leggi nella sua corrispondenza con Solone.
    Il personaggio aveva evidentemente una certa reputazione magica e misteriosa per cui, oltre all'incredibile longevità, gli si attribuivano facoltà divinatorie e rapporti con ninfe e divinità.


    Capitolo XI

    Ferecide


    Ferecide figlio di Babis nacque a Siro e fu allievo di Pittaco. Anche a Ferecide, come a Epimenide, si attribuivano capacità divinatorie: avrebbe predetto l'affondamento di una nave, un terremoto, la conquista di Messene.
    Varie versioni circolavano sulla sua morte provocata da malattia o suicidio.
    Conobbe Pitagora e ne fu estimatore e secondo Aristosseno fu proprio Pitagora ad occuparsi della sepoltura di Ferecide.
    Secondo altri per far si che gli Efesii prevalessero sui Magnesii durante una guerra, andò a morire presso i secondi (forse per realizzare una profezia oracolare).
    Fiorì nella LIX olimpiade (544-541)


    Libro II


    Capitolo I

    Anassimandro


    Per Anassimandro figlio di Prassiade nato a Mileto, il principio era l'infinito in cui le parti variano mentre il tutto rimane immutato. La terra è al centro e il sole è puro fuoco, la luna splende di luce riflessa.
    Costruì in Sparta uno gnomone per indicare solstizi e equinozi. Da alcune indicazioni cronologiche si ricava che Anassimandro nacque intorno al 610 a.C. e visse circa sessantaquattro anni.

    Capitolo II

    Anassimene


    Anassimene figlio di Euristrato nacque a Mileto e fu allievo di Anassimandro.
    Nella sua concezione aria e infinito sono il principio e la terra è il centro degli astri.
    Morì durante la LXIII Olimpiade (528 - 525 a.C.)
    Diogene riporta due lettere di Anassimandro a Pitagora, nella prima ricorda lo scomparso Talete, nella seconda lamenta i pericoli di Mileto minacciata dai Persiani.

    Capitolo III

    Anassagora


    Nato a Clazomene, Anassagora fu il primo a immaginare un intelletto ordinatore della materia: "Tutte le cose erano insieme; poi venne la mente e le dispose in ordine".
    Nobile e ricco, preferì lasciare i suoi beni ai familiari e ritirarsi in contemplazione. Visse settantadue anni (dal 500 a.C. al 428 circa), per circa trent'anni dimorò in Atene, città dove aveva iniziato a studiare la filosofia all'età di vent'anni.
    Secondo Anassagora l'universo è composto da piccole parti omogenee (Omeomerie) e la Mente, cioè il principio ordinatore, è un principio di movimento.
    Relativamente corrette erano le sue cognizioni meteorologiche in materia di tuoni, fulmini, venti.
    Anassagora fu il primo a pubblicare la propria opera.
    Avendo sostenuto che il sole è una massa di metallo rovente, fu accusato di eresia e condannato all'esilio o, per altre fonti, l'accusa fu quella di "medismo" (sarebbe cioè stato favorevole ai Persiani) e la condanna fu a morte.
    Pericle lo difese e riuscì a farlo rilasciare ma non sopportando l'offesa Anassagora si uccise.


    Capitolo IV

    Archelao


    Archelao, figlio di Apollodoro o di Midone, fu discepolo di Anassagora e maestro di Socrate.
    Fu l'ultimo filosofo naturalista prima che Socrate introducesse l'etica, ma lo stesso Archelao si interessò di problemi etici e sostenne che giustizia e turpitudine non esistono in natura.
    Attribuì il divenire al caldo e al freddo, ritenne che la vita nasca dal fango.

    Capitolo V

    Socrate


    Socrate era ateniese, del demo di Alopece, figlio dello scultore Sofronisco e della levatrice Fenarete.
    Fu allievo di Anassagora, di Damone e di Archelao. Lavorò la pietra e secondo alcuni scolpì le Cariti dell'Acropoli (ma secondo Plinio lo scultore fu un altro personaggio con lo stesso nome).
    Versato nell'arte retorica l'insegnò finchè non gli fu proibito. Sostenendo che la speculazione naturalistica non riguardi gli uomini, si dedicò a discutere le questioni morali. Ne parlava con chiunque sopportando pazientemente le reazioni violente di chi non condivideva le sue idee.
    Visse sempre in Atene allontanandosi solo per obblighi militari. Partecipò alla spedizione di Anfipoli (422 a.C.) e alla battaglia di Delio (in questa occasione Diogene Laerzio afferma che Socrate salvò la vita a Senofonte ma la notizia non è credibile per motivi cronologici).
    Nella battaglia di Potidea meritò un premio al valore che cedette ad Alcibiade.
    Coerente con i suoi principi, rifiutò l'incarico di arrestare e giustiuziare Leonte di Salamina vittima della tirannide dei Trenta, votò a favore dei Dieci Strateghi, accettò serenamente la sua condanna. Disprezzò la ricchezza e visse in modo modesto e ordinato.
    Ebbe due mogli: Santippe, dalla quale nacque il figlio Lamproche, e Mirto da cui nacquero Sofronisco e Menesseno.
    La caratteristica più evidente di Socrate, oltre al suo carattere altero, era la sua abilità nel persuadere e dissuadere come testimoniano diversi suoi contemporanei.
    Non considerava importanti i nobili natali o la ricchezza ma sosteneva che il solo bene è la conoscenza e il peggiore dei mali è l'ignoranza.
    L'autore cita una lunga serie di massime di Socrate come "nulla sapeva eccetto che nulla sapeva" e diceva che "mangiava per vivere e non viveva per mangiare".
    Si parla anche della proverbiale pazienza con cui Socrate sopportò l'irritabile carattere della moglie Santippe.
    L'ironia di Socrate offese il presuntuoso Anito che indusse Meleto ad intentargli processo accusandolo di empietà e di corruzione di giovani.
    Al processo furono accusatori Anito, Meleto e Licone; Socrate fu condannato, chiuso in prigione e dopo molti giorni durante i quali pronunciò i famosi discorsi riferiti da Platone, bevve la cicuta.
    Dopo la morte di Socrate gli Ateniesi si pentirono di averlo condannato ed eressero una statua in suo onore mentre Meleto veniva giustiziato e Anito esiliato.
    Socrate era nato nel quarto anno della LXXVII Olimpiade (469-468 a.C.) e morì nel primo anno della XCV Olimpiade (400-399 a.C.) all'età di settant'anni.

    Capitolo VI

    Senofonte


    Senofonte figlio di Grillo era ateniese del demo Erchia.
    Fu discepolo di Socrate del quale fu il primo ad annotare e divulgare le conversazioni. Fu anche il primo filosofo a scrivere opere storiche.
    Invitato da un amico si recò alla corte del re persiano Ciro con il quale stabilì ottimi rapporti. Scrisse infatti un racconto della marcia di Ciro per il ritorno in patria.
    Dopo aver seguito Ciro si avvicinò ad Agesilao re di Sparta ma per questo motivo fu esiliato da Atene. Dopo un periodo trascorso a Sparta dove fu ospitato a pubbliche spese si trasferì a Scillunte in Elide con la famiglia. Comperò un podere e visse serenamente con quanto aveva guadagnato in Persia e a Sparta ma dovette trasferirsi a Corinto quando gli Elei attaccarono Scillun te.
    Grillo figlio di Senofonte morì nella battaglia di Mantinea combattendo in difesa di Sparta e il filosofo si compiacque della sua fine gloriosa.
    Senofonte morì a Corinto nel primo anno della CV Olimpiade (360-359 a.C.). Era stato un gentiluomo, amante dei cavalli e della caccia, molto religioso e fedele emulo di Socrate.

    Capitolo VII

    Eschine


    Eschine figlio di Carino o di Lisania fu ateniese. Fin da molto giovane fu fedele allievo di Socrate e fu da alcuni accusato di far passare per suoi dialoghi socratici.
    Si conoscono sette suoi dialoghi di carattere socratico (Milziade, Callia, Assioco, Aspasia, Alcibiade, Telauge, Rinone).
    Si recò in Sicilia dove fu presentato a Dioniso da Aristippo. Tornato ad Atene si dedicò all'insegnamento e compose arringhe giudiziarie.
    Fu anche oratore ed esperto di retorica ma non è da confondere con l'omonimo avversario di Demostene.

    Capitolo VIII

    Aristippo


    Nato a Cirene, Aristippo si trasferì ad Atene perché attratto dalla fama di Socrate.
    Fu il primo ad esigere denaro e una volta ne mandò una parte a Socrate che lo rifiutò. Non era gradito ad altri condiscepoli come Senofonte e Platone.
    Per condiscendenza e capacità di adattarsi dimostrata alla corte di Dionisio fu detto cane (cinico) regale.
    Da vari apisodi accennati da Diogene Laerzio si evince che Aristippo doveva essere un approfittatore che viveva alla corte di Dionisio in modo parassitario ma quando veniva criticato si giustificava con acume. Era inoltre capace di dimostrarsi indifferente al denaro quando la situazione lo richiedeva pur essendo sempre soddisfatto di vivere nel lusso.
    Aristippo fu autore di un'opera sulla Libia e di un libro di dialoghi, vari autori citano inoltre altri titoli di incerta attribuzione.
    Furono suoi discepoli la figlia Arete, Etiope di Tolemaide e Antipatro di Cirene. Il figlio di Arete, anche egli di nome Aristippo, fu istruito dalla madre e fu detto Metrodidatto, a sua volta questo Aristippo ebbe per discepolo Teodoro l'Ateo.
    Epitimide di Cirene fu allievo di Antipatro, lo seguirono Egesia e Anniceride. Nell'insieme i seguaci di Aristippo furono detti Cirenaici.
    Per i Cirenaici il fine supremo è il piacere (movimento calmo) il cui opposto è il dolore (movimento aspro), ma il pensiero dei Cirenaici differisce da quello degli Epicurei per i quali il fine supremo non è il piacere in se ma la felicità.
    L'assenza del dolore non è piacere come per gli Epicurei, così come l'assenza di piacere non è dolore ma sono condizioni intermedie fra piacere e dolore.
    Nulla è giusto o turpe per natura ma per convenzione ed abitudine, di conseguenza l'uomo virtuoso non farà nulla di male perché è sapiente (e quindi conosce le leggi e le punizioni previste per i reati).
    Egesia e i suoi seguaci negavano l'esistenza di amicizia o generosità disinteressate ed affermavano l'impossibilità di raggiungere la felicità a causa delle sofferenze del corpo e dei colpi della sorte.
    I seguaci di Anniceride erano invece disposti, entro certi limiti, ad ammettere l'esistenza dell'amicizia e la possibilità di essere felici.
    Teodoro, alunno di Anniceride e di Dionisio il Dialettico, concepì la felicità e l'infelicità come bene e male supremi. Negò tutta la credenza degli dei ed affermò che furto, adulterio e sacrilegio sono mali solo secondo le convenzioni inventate per frenare gli stolti.
    Legittimava con particolare interesse la passione per gli amasii. Fu esiliato da Atene e si recò presso Tolomeo figlio di Lago che lo inviò come ambasciatore presso Lisimaco.
    Capitolo IX

    Fedone


    Fedone di Elide fu fatto prigioniero quando la sua patria venne sconfitta e divenne schivo in una casa di malaffare, poi su proposta di Socrate fu riscattato e liberato da Alcibiade e dai suoi amici.
    Autore di vari dialoghi, fu iniziatore della scuola detta di Elide seguita da Plisteno di Elide, Menedemo di Eretria e Asclepiade di Fliunte. Da Menedemo in poi la scuola fu detta di Fliunte.

    Capitolo X

    Euclide


    Euclide nacque a Megara o a Gela (le fonti non sono concordi).
    Fondatore di una scuola, sostenne che il bene è uno solo ma assume diversi nomi (come prudenza, dio, mente). Fu autore di sei dialoghi.
    Fu suo allievo Eubulide di Mileto. Allievo di Eubulide fu Alessino di Elide, acerrimo avversario di Zenone. Furono allievi di Eubulide anche Eufanto di Olinto (storico e tragediografo), Apollonio Crono, Diodoro Crono.
    Altri seguaci di Euclide furono Ictias, Clitomaco di Turii e Stilpone di Megara.

    Capitolo XI

    Stilpone


    Stilpone di Megara fu seguace della scuola di Euclide. Fondò la scuola megarica e per le sue doti dialettiche e capacità sofistiche attirò a se allievi di tutta la Grecia.
    Fra i suoi seguaci furono anche il retore Alcuino, Cratete e Zenone il Fenicio.
    Fu stimato da Tolomeo Sotere e da Demetrio figlio di Antigono. Entrambi conquistarono Megara ma rispettarono ed onorarono il filosofo.
    Accusato di sacrilegio, Stilpone fu espulso da Atene.
    Fu molto bravo nelle controversie ed usava negare i concetti generali.
    Fu autore di nove dialoghi e maestro di Zenone fondatore dello stoicismo.

    Capitolo XII

    Critone


    L'ateniese Critone fu fedelissimo allievo di Socrate e così i suoi figli Critobulo, Ermogene, Epigene e Ctesippo.
    Fu autore di diciassette dialoghi.

    Capitolo XIII

    Simone


    L'ateniese Simone era un ciabattino. Socrate si intratteneva spesso nella sua bottega per conversare e Simone riportò questi discorsi in trentatre dialoghi.
    Rifiutò un'offerta di Pericle per mantenere la sua libertà di parola.

    Capitolo XIV

    Glaucone


    Ateniese, autore di nove dialoghi. Si tramandano altri trentadue dialoghi di Glaucone ma sono ritenuti spuri.

    Capitolo XV

    Simmia


    Tebano. Autore di ventitre dialoghi.

    Capitolo XVI

    Cebete


    Tebano. Autore di tre dialoghi.

    Capitolo XVII

    Menedemo


    Di famiglia nobile ma povera di Eretria, Menedemo fu architetto e pittore.
    Come Asclepiade di Fliunte fu uditore di Stilpone a Megara poi di Fedone in Elide.
    Mededemo e i suoi compagni formarono la scuola di Elide poi detta di Eretria.
    Aveva carattere grave e solenne e spesso redarguiva i suoi interlocutori o rispondeva con battute mordaci. A volte la sua franchezza lo mise in pericolo perché rifiutava di adulare i potenti come avvenne con Nicocreonte tiranno di Salamina di Cipro.
    Teneva molto alla propria reputazione, era apprensivo e alquanto superstizioso, ma era anche magnanimo, liberale e ospitale.
    Amava Omero, Sofocle e vari poeti lirici.
    Di intelligenza superiore, argomentava abilmente. Rifiutava le proposizioni negative riducendole a positive e le complesse riducendole a semplici. Era pugnace nelle discussioni ma mite nelle azioni.
    Non scrisse opere e non si legò ad alcuna particolare dottrina.