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ARISTOFANE
VESPE


Personaggi:
Due servi di Filocleone
Bdelicleone
Filocleone
Coro di vecchi (le vespe)
Il figlio di Corifeo
Un cane
Un convitato
Una donna
Un uomo

Questa commedia, scritta nel 422 a.C., tratta di temi di grande attualità ai tempi di Aristofane: il sistema giudiziario ateniese, la sua organizzazione e la funzione dei giudici popolari.
Come l'anziano Filocleone della commedia, i giudici popolari percepivano un compenso, ciò rendeva la carica molto ambita fra gli anziani (che non potevano svolgere altra attività remunerativa) e fra i meno abbienti.
Ne nasceva un fenomeno di costume sul quale Aristofane ironizza spietatamente in questa commedia: un atteggiamento maniacale nei confronti dell'attività giudiziaria che interessava l'intera popolazione.
Ne è colpito Filocleone, per il quale nulla sembra più importante del suo lavoro di giudice, e ne sono colpiti i suoi colleghi, i vecchi del coro che per la loro stizzosa aggressività meritano l'appellativo di "Vespe", da cui il titolo della commedia.
Bdelicleone, figlio di Filocleone, ha rinchiuso il padre per impedirgli di andare in tribunale e lo fa sorvegliare dai suoi servi.
Filocleone tenta in tutti i modi di liberarsi aiutato dai vecchi del coro finchè non sopraggiunge Bdelicleone che propone ed intavola un dibattito nel corso del quale dimostra le mistificazioni politiche che provocano la "dipendenza" di Filocleone dall'attività giudiziaria.
Le "Vespe" finiscono col dar ragione a Bdelicleone, ma Filocleone non si rassegna a rinunciare al piacere di giudicare e condannare, un piacere che è ormai diventato la sua principale ragione di vivere e che non ha ormai più alcuna relazione con le vicende dei processi e con l'equità dei giudizi, tanto che il vecchio arriva a dire che un oracolo ha predetto che morirà quando assolverà un imputato.
Bdelicleone gli propone di simulare i processi e Filocleone dovrà giudicare un cane reo di aver rubato un pezzo di formaggio.
La comicità di Aristofane, sernza perdere il mordente di una feroce satira politica e di costume, veste ancora una volta i colori allucinanti dell'assurdo: il cane si difende, il giudice perde ogni lucidità di giudizio e, volendo una condanna, assolve. Ma infine lo stesso Filocleone rifiuta questa farsa per inscenarne una ancora più assurda: ubriaco e sconvolto si da agli stravizi aspettando e sperando che il figlio muoia per lasciarlo libero e ricco. Un rovesciamento dei ruoli inconcepibile e suggestivo chiude, dunque, questa commedia che priva di una trama nel senso comune del termine dimostra forse più di ogni altra opera di Aristofane la capacità dell'autore di tratteggiare i caratteri umani, fra analisi profonda e scottante ironia.