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Iacopone da Todi

Laudi


Fugo la croce, che me divora


Due fedeli contemplano la Croce, il primo è annichilito dall'ardore che percepisce, secondo una concezione estatica suprema, il secondo loda invece le gioie della contemplazione.
Il contrasto fra i due è particolarmente evidente nei versi 23-30, la stessa luce che ha ridato la vista al secondo contemplante ha accecato il primo ("me fa gire co'abbacinato").
Ed ancora il muto ha ritrovato la parola mentre il "parladore" è ora ammutolito. E così via, nell'equivoco di un "amore" mite e dilettevole in forte contrasto con il rapimento mistico sentito qui come sofferenza.

Or chi avaria Cordoglio


Il "dolore esmesurato" del peccatore consapevole, che si sente privato della Grazia di Dio. Privo di ogni arma e di ogni aiuto, egli si sente abbandonato fra i nemici ("enfra i nimini esciormato").
Pur vedendo i benefici per i quali egli vorrebbe ancora amare Dio, si sente impotente nella ricerca e piange un pianto "esciucco", senza lacrime, che viene dal cuore infranto.

Vorria trovar chi ama


Una laude basata su una componente dalla logica, la "divisio".
Jacopone esamina i sentimenti umani, in particolare il fatto che ogni uomo sia amato per la sua fortuna e che quando questa viene meno egli perda il supporto degli altri. Si tratta dunque di falso amore, conclude il frate, e preferisce tornare al Signore, fonte dell'unico vero amore.
Dal punto di vista metrico è singolare la ricorrenza nel componimento della radice am- (ama, amato, amare, amore).

Ora se parrà chi averà fidanza?


Ora apparirà chi avrà avuto fede? Con questo interrogativo Jacopone apre una lauda "politica", in difesa degli Spirituali ed in polemica contro la corruzione della Chiesa. Seguono immagini tragiche come "La luna è scura e 'l sole ottenebrato", il sole è Cristo che non fortifica più la fede dei suoi seguaci, la luna scura è la sua chiesa, portata alle tenebre dalla guida del papa e dei cardinali.
La visione apocalittica non tralascia le "stelle cadute", cioè gli ordini religiosi allontanatisi dal bene, "et entrati per la via spinosa".
Tutti sono esposti a tre pericoli: il primo è l'avarizia, il secondo è la superbia di chi crede di sapere. Chi scampa a queste due catene viene legato da un altro laccio sottile: desidera ardentemente i segni della santità, il far miracoli, i rapimenti estatici, il ridare la salute.
La laude infine si chiude con un severo ammonimento all'uomo perché si armi contro tutti questi mali.

O iubelo de coro


Una laude al "giubilo del cuore", la condizione di ineffabile letizia del rapimento mistico. Condizione che fa "cantar d'amore", che fa balbettare nell'incapacità di esprimere la dolcezza.
Chi non ne ha esperienza - avverte Iacopone - ti reputa impazzito, sembri un uomo che vaneggia: dentro ha il cuore ferito e non si accorge di ciò che accade fuori.

O amore muto


Come l'amore cortese, l'amore mistico va tenuto nascosto, custodito gelosamente al riparo dell'invidia altrui.
Più lo si nasconde e più si accresce, come il fuoco che aumenta se tenuto coperto. Chi esce da se e rivela i propri intimi pensieri d'amore, vede disperdere il suo tesoro dal vento dell'esteriorità.


Amor, diletto amore


Lauda disperata del poeta, momentaneamente abbandonato dall'amore mistico. La situazione è rappresentata dal dialogo di due sposi, lei si lamenta per l'abbandono, lui risponde alle accuse ed i due infine si riconciliano: la sposa accusa il suo amore di averla abbandonata, depredandola di ogni ricchezza (spirituale) e dice di voler ottenere la restituzione del maltolto (il tutto in un linguaggio curiosamente giudiziario).
L'amore da parte sua dice di essere stato cacciato dal cuore, senza colpa e con vergogna. All'ammissione della propria colpa da parte della sposa l'amore accetta di tornare.

Figli, neputi, frate rennete


L'anima del morto discute con gli eredi che, avute le sue ricchezze, non vogliono far donazioni per la sua salvezza.
Gli eredi lo accusano di avarizia e rifiutano qualunque esborso.
E' il concetto di promessa non mantenuta, espresso con linguaggio molto realistico.

O mezzo virtuoso


Nel "giusto mezzo" risiede la virtù, e rimanervi è difficile e doloroso.
Amorte comporta l'odio verso le cose ostili.
Amore da all'uomo un grande piacere ma ogni ostacolo è fonte di altrettanto dispiacere.
Con la speranza di salvezza convive la disperazione per la propria condizione.
Audacia e timore, pace e iracondia, tristezza e diletto, coesistono nel cuore umano facendolo soffrire.
Questi contrasti tormentano l'asceta: vorrebbe digiunare e mortificare la carne ma vorrebbe anche rimanere forte per sopportare le penitenze; gli piace umiliarsi e vestire di stracci ma la fama di santità che ne riceve lo spinge a peccare di vanità. La pietà per il prossimo esige beni per soccorrerlo, ma ciò è contro l'amore di povertà: passare per il mezzo non è dono da giullare.