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Dante Alighieri

Vita Nova


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Il primo incontro di Dante con Beatrice apre l'opera e segna la "rubrica" nella sua memoria: Incipit vita nova. E' l'incontro di due bambini, lei ha da poco compiuto otto anni, lui sta per compierne nove.
L'epifania della fanciulla segna dunque per Dante l'inizio di una nuova vita,sconvolgendo profondamente tutti i suoi "spiriti".
Lo spirito della vita annuncia l'arrivo del "Dio più forte di me, che viene per dominare". Lo spirito animale si compiace della bellezza dell'apparizione. Lo spirito naturale, che governa lo stomaco ed il fegato, comincia a piangere presagendo che d'ora in poi sarà frequentemente impedito nelle sue funzioni. Da allora il giovane Dante è al servizio del Dio Amore, tuttavia, data la purezza del sentimento, al Poeta non verrà mai meno "il consiglio della ragione", quindi Dante tralascia di narrare le sue pene amorose degli anni successivi e passa direttamente alla seconda apparizione dell' "angiola giovanissima".
Sono trascorsi già nove anni dal primo incontro quando Dante scorge Beatrice camminare fra due gentildonne più anziane. Beatrice volge lo sguardo verso il giovane e lo saluta con ineffabile cortesia. Questo incontro avviene alle quindici, cioè all'ora nona. Il numero nove, come si vede, ricorre continuamente: nella cultura medievale i numeri avevano importanti valori simbolici, in particolare il numero nove (quadrato di tre, simbolo della Trinità divina) rappresentava la perfezione. Il primo incontro si svolge quando entrambi i giovani sono nel nono anno di vita, il secondo nove anni dopo e, precisamente, all'ora nona. Tutto questo allude alla perfetta beatitudine che questi incontri provocano nel Poeta innamorato. Anche il sogno descritto subito dopo si svolge nella "prima ora delle nove ultime ore della nocte".
Dante sogna Amore che reca fra le braccia Beatrice alla quale da in pasto il cuore del Poeta. L'aspetto del dio, prima lietissimo, si fa triste ed Amore - piangendo - sale al cielo recando con se Beatrice.
Il sogno, che parla dell'ambivalenza dell'amore (dispensatore di beatitudine ma anche di pianto) è profezia della morte di Beatrice, evento topico dell'opera.
Destatosi, Dante sente il bisogno di esprimere in versi le emozioni recategli dal sogno, lo fa con il sonetto A ciascun alma presa, sonetto che presenta a tutti i rimatori del suo tempo chiedendo loro che lo aiutino nell'interpretazione del sogno.

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Al sonetto di Dante risposero molti rimatori, fra i quali Guido Cavalcanti con il sonetto Vedesti, al mio parere, omnia valore e l'episodio segnò l'inizio della grande amicizia fra i due poeti.
Le pene d'amore tolsero a Dante l'appetito e furono ben presto evidenti nel suo aspetto provocando la maligna curiosità dei maldicenti. Da un equivoco sorto in chiesa (alcuni dei presenti, mal giudicando la direzione dei suoi sguardi verso Beatrice credettero che guardasse un'altra donna) nacque in Dante l'idea di celare la verità dietro una donna-schermo. Così per molto tempo lasciò che lo si credesse innamorato di un'altra gentildonna alla quale, per rinforzare la diceria, dedicò alcuni brevi componimenti. Sempre nell'intento di confondere l'opinione comune, compose l'elenco delle sessanta donne più belle e nobili di Firenze, elenco nel quale Beatrice figurava - ovviamente - al numero nove.
Si è pensato che la donna-schermo di cui qui si parla possa corrispondere a quella ch'é sul numer delle trenta nel famoso sonetto indirizzato a Guido e a Lapo.
Quando la sua donna-schermo lasciò Firenze per trasferirsi molto lontano, Dante quasi sbigottito per la bella difesa che era venuta meno fu costretto a piangerne la partenza, pur di non rivelare l'inganno. Lo fece con il sonetto O voi che per la via d'Amor passate.

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Commosso per la morte di una giovane amica di Beatrice, Dante compose due sonetti funebri: Piangete amanti poi che piange Amore e Morte villana di pietà nemica.
Nel primo sonetto si immagina l'amore personificato che rende omaggio alla salma della giovane; il secondo è un'invettiva contro la morte che ha scacciato dal mondo le doti della fanciulla.

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Costretto da vari impegni ad allontanarsi da Firenze, Dante soffrì per la distanza da Beatrice. Durante il viaggio immaginava di incontrare Amore in veste di pellegrino che gli ordinava di trovare una nuova donna-schermo per nascondere e tutelare i suoi sentimenti. Ne nasce il sonetto Cavalcando l'altrier per un camino.

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Tornato a Firenze, Dante scelse una nuova donna-schermo ma questa volta la sua simulata passione fece nascere delle maldicenze con il risultato che Beatrice gli tolse il saluto. Qui Dante apre una prima divagazione dal racconto parlando dell'effetto salvifico del saluto ora negato da Beatrice. Quando la gentilissima lo salutava, dice, nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade la quale mi faceva perdonare a chiunque m'avesse offeso. E' un concetto di beatitudine, dunque, quello ispirato da Amore, beatitudine che viene qui rappresentata con colori ascetici, con effetti di estasi. Perduta tale beatitudine, Dante si rifugia a piangere nella sua camera e durante la notte sogna di nuovo Amore, questa volta in aspetto di angelo. Il dialogo fra Amore ed il suo seguace questa volta è più articolato: Amore decreta che è giunto il monento di abbandonare la finzione cortese (se ne noteranno gli effetti nei componimenti poetici inclusi nel testo da qui in poi) ed obietta che Dante non si trova in posizione equilibrata rispetto a quei punti equidistanti del cerchio perfetto di cui Amore stesso è il centro.
Amore ordina infine a Dante di comporre versi che svelino a Beatrice i suoi reali sentimenti e di usare l'espediente di farli musicare per non rivorgeglieli direttamente, che sarebbe sconveniente.
Al risveglio Dante compose la canzone Ballata, i' vo' che tu ritrovi Amore.

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Il sonno di Dante è turbato dai dubbi della sua crisi poetica. Propone quattro concezioni dell'amore: l'amor cortese che distoglie l'innamorato da ogni più vile passione, l'amore tiranno che induce pene e sofferenze, l'amore dolce (alla maniera del Guinizelli) che rende dolci tutte le cose ed infine una concezione dolorosa, alla maniera di Cavalcanti, pessimistica sulla possibilità che l'amore venga ricambiato.
Il concetto viene espresso nel sonetto Tutti li miei pensier parlan d'amore che esprime con chiarezza la natura poetica più che sentimentale della scelta che Dante esita a compiere.
La Vita Nova è evidentemente il racconto dell'evoluzione poetica di Dante, nonché dei momenti di crisi e di determinazione che di questa maturazione costituiscono le tappe stilistiche e culturali.

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Invitato ad un banchetto nuziale, Dante vi incontra Beatrice. La violenta emozione è evidente nella sua espressione e, colto da un malore, si accorge di essere deriso dalle dame presenti, fra cui la stessa Beatrice. Tornato nella sua stanza medita che Beatrice lo ha "gabbato" perché non conosce la causa del suo comportamento altrimenti avrebbe avuto pietà di lui. Esprime quindi tutto ciò nel sonetto Con l'altre donne mia vista gabbate.


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Vista la devastante emozione che ormai gli deriva da ogni incontro con Beatrice, Dante è in dubbio se abbia senso cercare di rivederla ancora. D'altra parte il desiderio è così forte da vincere il ricordo delle passate sofferenze. Questi pensieri vengono espressi nel sonetto Ciò che m'incontra nella mente muore.

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Ulteriori considerazioni di Dante sulla sofferenza della sua situzione: la dolorosa considerazione dello stato in cui l'amore l'ha ridotto, il pensiero di Beatrice come sua ultima fonte di vita, il desiderio di vederla nonostante l'emozione rinnovata ad ogni incontro, infine la consapevolezza che la passione distrugge la vita che gli resta. Questi concetti vengono espressi nel sonetto Spesse fiate vegnomi alla mente.

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Con gli ultimi tre sonetti composti, nei quali si rivolgeva direttamente a Beatrice, Dante ritiene di aver espresso abbastanza chiaramente la dua condizione. Decide quindi di cambiare argomento e passare a quello più nobile della pura lode della donna amata.
L'occasione nasce dall'incontro, narrato come casuale, con un gruppo di gentildonne che gli chiedono chiarimenti sui suoi versi e su quel suo amare una donna della quale si diceva incapace di sopportare la presenza. Dante risponde che, avendolo Beatrice privato del saluto, il suo amore si rivolge ora alla pura contemplazione. Anche in questo passo è da leggere una metafora del percorso poetico dell'autore che ha chiuso con i primi nove capitoli (ancora il numero 9...) le sue esperienze d'amor cortese e d'amore disperato e si rivolge ora alla "loda", all'amore contemplativo, appunto.
Di questo mutamento è testimonianza implicita anche il brano successivo che rappresenta Dante esitante sulla soglia del nuovo stile che ha scelto: con desiderio di dire e con paura di cominciare. Quando finalmente comincia lo fa in forza di uno stato di grazia prodotto dalla nuova ispirazione (Allora dico che la mia lingua parlò come per se stessa mossa...), ispirazione che fa nascere la celeberrima canzone Donne che avete intelletto d'amore.

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Su richiesta di un amico che ha avuto modo di leggere la precedente canzone Dante compone un nuovo sonetto per spiegare la natura dell'amore nella sua concezione. Si tratta di Amor a 'l cor gentil sono una cosa.
Il "cuore gentile" e l'amore sono connaturati, vengono creati insieme e l'amore che dimora nel cuore si risveglia quando l'uomo incontra la sua anima gemella.

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Continuando sul tema del paragrafo precedente, Dante afferma che le donne "gentilissime" come Beatrice hanno la miracolosa facoltà di risvegliare Amore anche dove non sia in potenza.
Nel sonetto Negli occhi porta la mia donna amore, che rispecchia Chi è questa che ven, ch'ogn'om la mira di Cavalcanti, la presenza di Beatrice è salvifica ed illumina di lodi riflesse i suoi osservatori, mentre nel componimento cavalcantiano la beltà trascendentale della donna induce ad uno stupito sgomento.

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Muore il padre di Beatrice e Dante partecipa al dolore di lei spiando le gentildonne che tornano dall'averla visitata, la situazione viene espressa in due sonetti, nel primo (Voi che portate la sembianza umile) Dante chiede alle donne notizie della sua amata, nel secondo (Sè tu colui ch'a'i tractato sovente) le donne rispondono parlando del profondo dolore di Beatrice e stupendosi dell'accorata partecipazione del Poeta che alle visite non ha partecipato.

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Qualche giorno dopo la morte del padre di Beatrice, Dante si ammala gravemente ed al nono giorno di sofferenza cade in delirio. Sogna, in un'atmosfera apocalittica (sole che si oscura, uccelli che cadono morti) la morte di Beatrice. Nel sogno la giovane gli appare come una nebuletta bianchissima seguita da un corteggio di angeli osannanti, in ascesa verso Dio. Dalla visione trascendentale il sogno passa alla ymaginatione più realistica della salma, intorno alla quale si svolgono le pietose incombenze del caso. Per l'angoscia Dante si lamenta nel sonno invocando che la morte prenda anche lui e spaventando una giovane parente che lo assiste presso il suo letto. Accorrono anche altre donne e svegliano Dante mentre questi, fra i singhiozzi, pronuncia confusamente il nome di Beatrice. Alle donne il Poeta confida il sonno tacendo solo, come sempre, il nome della donna amata. Più tardi racconta la sua premonizione onirica e tutta la situazione nella canzone Donna pietosa e di novella etate.

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In una nuova "ymaginatione", Dante vede venire presso di lui Beatrice, preceduta da Giovanna, donna di famosa bellezza a lungo amata da Cavalcanti e da questi soprannominata "Primavera".
Nella visione Amore spiega a Dante che il nome Primavera indica appunto questo precedere Beatrice (prima - verrà) così come il nome Giovanna viene da Giovanni che precedette Cristo per annunciarne l'arrivo. Dopo la visione Dante invia a Cavalcanti il sonetto Io mi stentì svegliar dentro allo core, narrando l'accaduto.
La metafora dell'episodio indica forse Cavalcanti come precursore della poetica della Vita nova dantesca. Il sonetto è evidentemente un componimento di corrispondenza, cioè fu scritto per essere realmente inviato, si ignora la risposta di Cavalcanti.

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Precisazioni teoriche: la lingua volgare in cui Dante si sta esprimendo è una lingua giovane e non sarebbe possibile trovare testi composti in tale lingua più antici di 150 anni. La poesia in volgare è lecita (ma Dante modificherà in seguito questa posizione) solo come poesia d'amore, rivolta ad un pubblico non letterato. in questo contesto è lecito usare forme retoriche, come la personificazione d'Amore in questa opera, a condizione che il poeta sia in grado di spiegare in prosa l'impianto concettuale dei suoi versi.
Queste forme retoriche erano frequenti negli autori classici, vengono citati Virgilio, Lucano, Orazio, Omero, Ovidio. Sono gli stessi poeti fra i quali Dante sarà "sesto" in Inferno IV, 85-102.
Interessante nel brano la precisazione su Amore che non è sostanza ma "accidente in sustantia", cioè una modalità della sostanza, concetto già espresso dal Cavalcanti in Donna me prega. Oltre che su questo punto l'accordo con il "primo amico" è esplicitato sulla vergogna di coloro che usano figure retoriche senza saperle sostenere culturalmente: su questo tema abbiamo due sonetti polemici di Cavalcanti, uno contro Guittone d'Arezzo (Da più a uno face un sollegismo) e l'altro contro Guido Orlandi (Di vil matera mi convien parlare).
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Il metodo della "loda" si manifesta ora apertamente, descrivendo gli effetti miracolistici delle epifanie di Beatrice, i cui attributi sono sempre più scopertamente allegorie di Cristo. Così chi la incontra ha il cuore invaso dalla letizia e da lei emana un sentimento di onestà tale da incutere ammirata soggezione. La grazia e l'umiltà di Beatrice non possono essere descritte, tuttavia Dante ci si prova nel celeberrimo sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare.
La soavità di Beatrice si trasmette in qualche modo anche a molte sue compagne e coetanee: questo il tema del successivo sonetto, Vede perfectamente ogni salute.

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Dopo aver riflettuto sui precedenti componimenti, Dante decide di aggiungere una canzone di argomento più personale: Sì lungamente mi ha tenuto Amore.
Dante qui parla della beatitudine che gli ispira la vista di Beatrice e di come questa beatitudine abbia via via sostituito lo sbigottimento di un tempo.

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La morte di Beatrice segna un cambiamento improvviso e radicale nella poetica dell'opera. Questo paragrafo, posto all'inizio della terza novena, si apre con una citazione in latino delle Lamentazioni di Geremia.
La morte di Beatrice e le sue cause non vengono descritte; Dante ne indica tre motivi: non fanno parte delle intenzioni del "libello", non possono essere degnamente descritti, se Dante riuscisse a descriverli dovrebbe inevitabilmente (e disdicevolmente) lodare se stesso per tanto risultato. Dante preferisce di nuovo indagare sulla ricorrenza del numero nove, numero "amico" di Beatrice. La dipartita avvenne nel nono giorno del mese, nel nono mese dell'anno secondo il calendario arabo, nel decimo di quello cristiano, nel nono decennio del secolo (1290).
La relazione di Beatrice con il numero nove rappresenta la natura miracolosa di lei, in quanto il nove è formato dal solo numero tre, simbolo della Trinità, origine di tutti i miracoli. Dante dice di aver composto, in morte di Beatrice, un lamento che iniziava con la citazione di Geremia di cui sopra ma non riporta il testo di questo lamento (composto in latino) per rispettare il suo proposito di scrivere in volgare.

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Dante da voce al suo dolore nella canzone Gli occhi dolenti per la pietà del core nella quale tratta il compianto per Beatrice con quelle stesse gentildonne alle quali si rivolgeva, ed erano ben altri accenti, in Donne che avete intelletto d'amore.
Fra le due canzoni che rappresentano due stili diversi della nuova scelta poetica di Dante, sono numerose ed evidenti le analogie metriche e sostanziali a cominciare, appunto, dall'identità delle destinatarie.

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Su richiesta di un suo amico, stretto parente di Beatrice, Dante compone un sonetto di cordoglio (Venite a 'ntender li sospiri miei) nel quale volutamente mancano riferimenti personali, quasi un riflesso in versione dolorosa dei componimenti diretti alle "donne-schermo" della prima parte dell'opera.

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Insoddisfatto del componimento precedente, Dante aggiunge una canzone in due stanze. Nella prima la voce è quella dell'amico congiunto di Beatrice, nella seconda il lamento di Dante stesso. Nella seconda parte Dante raggiunge grande intensita:
E si raccoglie nelli miei sospiri
un sono di pietate
che va chiamando morte tuttavia.


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Nell'anniversario della morte di Beatrice, Dante siede pensieroso disegnando figure di angeli. Quindi scrive un sonetto commemorativo per il quale propone, con grande vistuosismo, due diversi "cominciamenti", cioè due diverse terzine iniziali che hanno in comune il primo verso: Era venuto nella mente mia.

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Una nuova "donna pietosa" attira l'attenzione di Dante. Il racconto è quello di uno scambio di sguardi, dolente quello del poeta immerso nella nostalgia, pieno di compassione quello della bella "gentile" che mostra di aver intuito la sofferenza di lui. Dante si allontana turbato dall'improvviso rinascere di un desiderio. Più tardi le dedica il sonetto Videro gli occhi miei quanta pietate.

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L'incontro con la "donna pietosa" si ripete più volte ed ogni volta Dante ne è attratto, è commosso dal pallore e dalla tensione simpatetica del viso di lei, è turbato dal piacere che il vedere la donna gli procura. Uno stato d'animo complesso che Dante esprime nel sonetto Color d'amore e di pietà sembianti.

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L'attenzione per la nuova donna suscita nel Poeta un grande rimorso che viene espresso nel sonetto L'amaro lagrimar che voi faceste.
La costruzione poetica si basa su un rimprovero che il cuore muove agli occhi che hanno smesso di piangere.

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Il conflitto interiore di Dante fra il sorgere del nuovo "appetito" e la fedeltà alla memoria di Beatrice è descritto nel sonetto Gentil pensiero che parla di voi. La forma poetica è un dialogo fra il cuore (l'appetito) e l'anima (la ragione). La donna pietosa viene comunque riconosciuta "gentile" mentre "vilissimo" è l'atteggiamento del Poeta, incline a distrarsi dal suo dolore a causa delle nuove proposte di Amore.

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Con una nuova "ymaginatione", Dante rivede Beatrice, giovane e bella come nel primo incontro. La visione lo convince a chiudere definitivamente con il "desiderio malvagio" per la donna pietosa dei paragrafi precedenti ed a tornare definitivamente all'amore fedele per la perduta "gentilissima". Esprime questa determinazione nel sonetto Lasso, per forza di molti sospiri.
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Un gruppo di pellegrini diretti a Roma per vedere la "Veronica", reliquia bizantina che si dice riproduca il volto di Cristo, sosta a Firenze. Dante li informa sul lutto che ha colpito la città per la morte di Beatrice, nel sonetto Deh pellegrini che pensosi andate.
Il paragrafo è, evidentemente, ricco di simboli ed allusioni. Il rivolgersi ai pellegrini, che sono viaggiatori, potrebbe avvertire della decisione di Dante di far uscire la propria poesia dall'ambito cittadino. Interessante la precisazione sul termine "pellegrini" che in senso stretto indicherebbe i devoti diretti a Santigo di Compostela, meta di un famoso viaggio di Guido Cavalcanti.

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Due donne gentili chiedono un componimento a Dante che risponde con il sonetto Oltre la spera che più larga gira. Nei versi si parla di una "intelligenza nova" derivata dall'Amore attraverso il pianto. E' dunque la dichiarazione di un'ulteriore scelta poetica o almeno una precisazione delle precedenti. La figura di Beatrice, ormai totalmente angelicata, diviene incomprensibile perché superiore e lontana dalla condizione materiale del Poeta.

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Una "mirabile visione", che non viene descritta, porta Dante infine alla decisione di non parlare più di Beatrice finché non sarà in grado di dire di lei "quello che mai non fu detto di alcuna". A questo fine il Poeta dedica e dedicherà la sua vita, con l'aiuto di Dio e con quello di Amore.