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N O P Q R S T U V W Y Z  

PAOLO DIACONO

STORIA DEI LONGOBARDI


Libro I


L'opera si apre con una breve descrizione delle terre settentrionali, genericamente definite "Germania", e delle loro numerose genti. L'eccessiva popolazione, appunto, fu la causa di tante migrazioni in Asia, in Europa e specialmente in Italia.
Dall'"isola" chiamata Scandinavia mosse il popolo dei Winnili, cioè dei Longobardi, sotto la guida dei mitici fratelli Ibor e Aio e della loro madre Gambara.
Ma continuando a parlare della "Germania", l'autore si sofferma a descrivere i "mirabilia": il selvaticissimo popolo degli Scribotini (i Lapponi) che vivono fra le nevi perenni ed usano per muoversi e per cacciare "legni ricurvi simili ad archi" (gli sci), gli strani animali simili a cervi dall'irsuta pelliccia (le renne), la stagione estiva in cui il sole non tramonta, i terribili gorghi dei mari settentrionali detti "ombellichi del mare", capaci di ignoiare una nave in pochi istanti.
Dopo alcune pagine di descrizione si torna al racconto. Lasciata la Scandinavia, i Longobardi sostarono in una regione che Paolo chiama Scoringa (probabilmente sulla costa danese) dove i Vandali tentarono di sottometterli.
I Winnili, che ebbero la meglio sui Vandali, secondo una leggenda assunsero in quell'occasione il nome di Longobardi (dalla lunga barba) per volere del dio Wotan (Odino).
In seguito, a causa di una grave carestia, lasciarono la regione e tentarono di entrare nella Mauringa (forse il Meclemburgo) quando gli abitanti del luogo, gli Assipitti (Usipeti), sbarrarono loro il passo.
Non potendo affrontare i nemici troppo numerosi, i Longobardi avrebbero, nella leggenda, sparso la voce di disporre dei misteriosi cinocefali, guerrieri con la testa di cane implacabili ed assetati di sangue. Spaventati gli Assipitti rinunciarono alla battaglia campale e proposero un duello fra due campioni, in palio il consenso all'attraversamento del loro territorio. I Longobardi affidarono lo scontro ad uno schiavo che si offrì volontario per guadagnare la libertà e vinse il duello.
Traversata la Mauringa, i Longobardi si stabilirono in una regione che Paolo chiama Golanda e che dovrebbe corrispondere alla bassa valle dell'Elba, luogo del loro più antico insediamento storicamente accertato.
Morti Ibor e Aio, i Longobardi decisero di eleggere un re e scelsero Agelmundo, figlio di Aio, il quale regnò per trentatre anni.
Gli successe Lamissio, che Agelmundo aveva trovato neonato ed abbandonato ed aveva voluto adottare. Secondo una leggenda della quale lo stesso Paolo ricusa la veridicità, Lamissio fu protagonista di un duello con un amazzone: si contendeva l'attraversamento di un fiume.
Continuando la loro migrazione i Longobardi furono aggrediti di sorpresa dai Bulgari e subirono molte perdite (sembra che in realtà si trattasse di Unni i quali potrebbero aver sottomesso i Longobardi per un lungo periodo), in quest'occasione fu ucciso anche Agelmundo. Preso il potere, Lamissio seppe guidare la sua gente contro i Bulgari, vendicare l'aggressione e ricavare un ricco bottino.
A Lamissio successero Lethu, Hildeoc e Gudeoc.
In quegli anni Odoacre che governava l'Italia venne in conflitto con Feva (o Feba), re dei Rugi stanziati al confine del Norico. San Severino, che viveva in quella regione, aveva più volte ammonito Feva e sua moglie Gisa a desistere dalla razzie nel territorio del Norico, finché Odoacre non raccolse un esercito e non sconfisse duramente i Rugi. Feva venne ucciso, molti prigionieri portati via ed i Longobardi occuparono il fertile paese dei Rugi, rimanendovi molti anni.
A Gudeoc successe Claffo, a questi Tato. Ai tempi di quest'ultimo i Longobardi, spostandosi più a meridione, vennero a guerra con gli Eruli e li sterminarono.
Tato fu ucciso da Waccho, che prese il potere e combattè gli Svevi. A Waccho seguì il figlio Waltari, ottavo re dei Longobardi, quindi Audoino, che condusse i Longobardi in Pannonia.
Alboino, figlio di Audoino, comandò i Longobardi in una vittoriosa battaglia contro i Gepidi, quindi, riportando le armi del figlio del re nemico, ottenne l'onore di sedere a banchetto alla destra del re. I particolari di questo racconto, il recarsi coraggiosamente di Alboino dal re nemico a chiedere le armi della sua vittima, il comportamento del re dei Gepidi che gliele concede, sono riferimenti a tradizioni e rituali germanici che Paolo Diacono raccoglie dalle sue fonti ma che probabilmente non erano più chiari e diretti già ai suoi tempi.
Governava l'impero Giustiniano che con il generale Belisario vinse i Persiani, annientò i Vandali, sconfisse i Goti in Italia catturando il re Vitige.
Giustiniano inoltre sintetizzò tutte le leggi romane nei dodici libri del "Codice Giustinianeo" e tutta la giurisprudenza nei cinquanta volumi dell'opera detta "Digesto" o "Pandette", infine compose un'ulteriore sintesi nei quattro libri delle "Istituzioni". Il volume "Novella" comprendeva invece le nuove leggi da lui stesso emanate. Costruì a Costantinopoli la chiesa di Santa Sofia (Santa Sapienza).
Sotto Giustiniano vissero e lavorarono il sapiente Cassiodoro ed il grammatico Prisciano di Cesarea, l'abate Dionigi il Piccolo calcolò il "Computo pasquale" ed il poeta Aratore parafrasò gli Atti degli Apostoli.
Nella stessa epoca visse, prima a Subiaco, poi a Cassino, San Benedetto al quale Paolo Diacono ha dedicato il componimento in versi che viene riportato nel testo.
Dopo la digressione su San Benedetto, si torna ai Longobardi. Audoino e sua moglie Rodelinda misero al mondo Alboino che successe al padre come decimo re.
Alboino sposò Clotsuinda, figlia del re dei Franchi Clotario ed ebbe una figlia di nome Alpsuinda.
Combattè ancora contro i Gepidi alleandosi con gli Avari, uccise Cunimondo re dei Gepidi e fece una coppa con il sui cranio. Poiché Clotsuinda era morta, prese in moglie Rosmunda, figlia di Cunimondo.


Libro II


Alboino concluse un patto di alleanza con il "cartulario" imperiale Narsete ed inviò una schiera dei suoi uomini a combattere i Goti a fianco dell'esercito romano. Romani e Longobardi attaccarono battaglia e sconfissero i Goti ed il loro re Totila.
In quel periodo Narsete combattè anche contro le forze lasciate in Italia dal re dei Franchi Teodeberto dopo la sua discesa nella penisola, forze comandate dal duca Buccellino e da Amingo. Narsete vinse in Campania ed uccise i due capi franchi mandando prigioniero a Costantinopoli il goto Widin che si era unito ad Amingo.
Narsete combattè contro Sinduald, re dei Brenti, discendente degli Eruli di Odoacre, lo vinse e lo fece giustiziare.
Paolo racconta che Narsete era uomo pio e generoso, riconquistando con l'aiuto del generale Dagisteo tutto il territorio italiano ottenne il titolo di patrizio.
In quel periodo in Italia, soprattutto in Liguria, scoppiò una gravissima epidemia di peste che devastò la popolazione e provocò la carestia. Paolo fornisce una descrizione molto drammatica della situazione.
Morì Giustiniano e salì al trono Giustino II.
I numerosi avversari politici di Narsete, gelosi delle ricchezze che egli aveva accumulato, organizzarono un'ambasceria a Costantinopoli per lamentare davanti a Giustino ed all'imperatrice Sofia l'oppressione esercitata da Narsete sui Romani e minacciare una rivolta.
Narsete venne destituito e il prefetto Longino prese il suo posto, rifugiò a Napoli e mandò messaggeri ai Longobardi esortandoli a lasciare la Pannonia ed invadere l'Italia.
Ai Longobardi che muovevano verso l'Italia si unirono ventimila Sassoni chiamati da Alboino, lasciando liberi territori che presto vennero occupati dai Franchi. Alboino lasciò i territori in Pannonia agli Unni con il patto di restituzione in caso di necessità.
I Longobardi lasciarono la Pannonia nel mese di aprile del 568 dopo avervi abitato per quarantadue anni.
Arrivato ad un valico alpino, Alboino contemplò il paesaggio italiano che si offriva al suo sguardo. Il luogo fu detto "Monte del Re" (lungo la strada Prevello-Aidussina, in Friuli).
La prima conquista dei Longobardi in Italia, ottenuta senza difficoltà, fu il territorio di Cividale che Alboino affidò a Gisulfo, suo nipote e suo scudiero, lasciandogli scegliere le famiglie che voleva tenere con se.
In quel tempo il regno dei Franchi era stato diviso fra i quattro figli di Clotario: Cariberto (Parigi), Gontrano (Orleans), Chilperico (Soissons), Sigeberto (Metz). (non è esatto, Cariberto nel 569 era già morto).
Era papa Benedetto I (non è esatto, era papa Giovanni III).
Ad Aquileia era patriarca Paolo il quale, temendo gli invasori, fuggì sull'isola di Grado portando con se il tesoro della chiesa.
Sigeberto fu attaccato dagli Unni e li sconfisse, sposò Brunechilde ed ebbe un figlio che chiamò Childeberto. Successivamente venne sconfitto dagli Avari.
Narsete tornò a Roma e vi morì, il suo corpo fu trasportato a Costantinopoli.
Giunto al fiume Piave, Alboino incontrò il vescovo di Treviso Felice al quale permise di conservare i beni della sua chiesa.
Breve digressione di Paolo su Venanzio Fortunato, amico di Felice . Nacque a Valdobbiadene e fu educato a Ravenna, divenendo famoso grammatico, retore e poeta.
Fortunato e Felice contrassero una malattia agli occhi dalla quale guarirono con applicazioni dell'olio di una lucerna posta sull'altare di San Martino nella basilica ravennate. Fortunato fece voto di recarsi a Tours a rendere omaggio al sepolcro di San Martino e successivamente compose una biografia del santo e molte altre opere poetiche. La digressione si conclude con un epitaffio composto da Paolo in onore di Fortunato.
Tornando ai Longobardi, si racconta che Alboino conquistò Vicenza, Verona ed altre città della "Venezia" e si precisa che per "Venezia" si intende una vasta regione che andava dalla Pannonia al fiume Adda comprendendo il lago di Garda e l'Istria. Ed inizia una descrizione delle province che Paolo espone per meglio descrivere quale fosse la situazione dell'Italia all'arrivo dei Longobardi.
La seconda provincia era la Liguria (che prendeva il nome dai legumi che vi si coltivavano), comprendente Milano e Pavia. Fra la Liguria e la Svevia si trovavano due province alpine: Rezia Prima e Rezia Seconda.
La quinta provincia, quella delle Alpi Cozie, andava dal confine ligure verso sud-est fino al Mar Tirreno e comprendeva Acqui, Tortona, Bobbio, Genova e Savona.
La sesta provincia era la Tuscia, comprendente l'Aurelia e l'Umbria, in questa provincia è Roma, oltre a Perugia e Spoleto.
La Campania, settima provincia, si estende da Roma al fiume Sele in Lucania. Vi si trovavano Capua, Napoli e Salerno.
L'ottava provincia era la Lucania, dal Sele allo Stretto di Messina, con Paestum, Laino, Cassano, Cosenza e Reggio.
La nona provincia, detta delle "Alpi Appennine" comprendeva Urbino.
La decima provincia era l'Emilia, delimitata dal corso del Po e dagli Appennini, con Piacenza, Parma, Reggio, Bologna e Imola.
L'undicesima provincia era la Flaminia, fra gli Appenninii e l'Adriatico, con Ravenna e le città della Pentapoli.
La dodicesima era il Piceno che arrivava fino al fiume Pescara, con Fermo, Ascoli, Penne ed Adria.
La tredicesima provincia era la Valeria, si trovava fra Umbria, Campania e Piceno e comprendeva Tivoli, Carsoli, Rieti, Furconia, Amiterno ed il Lago Fucino.
La quattordicesima provincia era il Sannio (fra Campania, Adriatico e Puglia) con Chieti, Alfedena, Isernia, Sannio e Benevento.
La quindicesima provincia è la Puglia, comprendente la Calabria ed il Salento, con Lucera, Siponto, Canosa, Acerenza, Brindisi, Taranto ed Otranto.
La Sicilia costituiva la sedicesima provincia.
La diciassettesima era la Corsica e la diciottesima la Sardegna.
Gli autori antichi, annota Paolo, seguivano altro criterio nel definire le province italiane, in particolare chiamavano Gallia Cisalpina una regione comprendente la Liguria, parte della Venezia, l'Emilia e la Flaminia, regione che in tempi remoti fu invasa dai Galli che vi fondarono Ticino (Pavia), Milano, Bergamo e Brescia e che una volta invasero Roma.
Concluso il catalogo delle province, si tora alla narrazione dei fatti: Alboino conquistò Milano (3 settembre 569), l'arcivescovo Onorato abbandonò la città fuggendo a Genova.
La città di Pavia, invece, sostenne l'assedio per più di tre anni, infine Alboino occupò tutto il territorio fino alla Tuscia, tranne Roma e Ravenna. Incontrava scarsa resistenza perché le popolazioni locali, negli anni precedenti, erano state decimate dalla peste e dalla carestia.
Quando Alboino entrò in Pavia finalmente espugnata il suo cavallo cadde e non si riuscì a farlo rialzare finché egli non ritrattò la promessa di passare a fil di spada tutta la popolazione fatta durante l'assedio. Così il re longobardo non recò danno alla cittadinanza e si insediò nel palazzo costruito da Teodorico.
Durante un banchetto a Verona, Alboino ubriaco aveva costretto Rosmunda a bere da una coppa fatta con il teschio del padre di lei ed in quell'occasione la donna aveva giurato a se stessa di ucciderlo. Consultatasi con il nobile Elmichi, volle coinvolgere un certo Peredeo ma poiché questi rifiutava di partecipare lo costrinse con un inganno. Una notte prese infatti il posto di una cameriera con la quale Peredeo aveva una relazione, al buio l'uomo non la riconobbe e si unì a lei. A questo punto Rosmunda svelò l'inganno e l'uomo comprese di non avere alternative, se Alboino non fosse morto lo avrebbe ucciso per avergli sedotto la sposa.
Rosmunda legò la spada di Alboino al letto mentre il re dormiva, Peredeo fece passare Elmichi e questi uccise Alboino che era impossibilitato a difendersi.
Dopo l'assassinio Elmichi tentò di usurpare il trono, ma i Longobardi addolorati per la morte di Alboino minacciarono di ucciderlo.
Rosmunda, che intanto era diventata moglie di Elmichi, chiese aiuto al prefetto Longino che inviò una nave con la quale Elmichi e Rosmunda fuggirono a Ravenna portando con loro la piccola Albsuinda, figlia del re, ed il tesoro reale. Istigata da Longino, Rosmunda avvelenò Elmichi ma questi, prima di morire, la costrinse a bere a sua volta il veleno.
Longino inviò poi Albsuinda a Costantinopoli con il tesoro. Secondo alcune fonti di Paolo anche Peredeo fu mandato a Costantinopoli dove dimostrò la sua incredibile forza uccidendo un leone con le sole mani. Ritenendolo pericoloso l'imperatore lo fece accecare, tuttavia successivamente Peredeo riuscì ad uccidere due alti funzionari imperiali. A Ticino (Pavia) fu eletto re Clefi, sotto il cui regno molti personaggi romani furono uccisi o costretti a fuggire. Regnò con la moglie Masane per un anno e sei mesi, quindi fu ucciso da un uomo del suo seguito.
Alla morte di Clefi seguì un decennio di interregno durante il quale governarono i duchi ponendosi ciascuno al comando di una città. Durante questo periodo l'Italia fu sottomessa completamente, molti nobili romani vennero uccisi, gli altri ridotti al rango di servi e costretti a versare tributi ai Longobardi.


Libro III


I duchi longobardi attaccarono le Gallie (569, 570).
Un santo monaco che viveva a Nizza di nome Ospizio aveva predetto questa invasione attribuendola alla punizione divina per i peccati degli abitanti delle sette città che i nemici avrebbero devastato.
Quando gli invasori tornarono trovarono Ospizio incatenato in una cella, lo credettero un malfattore e provarono ad ucciderlo ma la mano dell'aggressore fu prodigiosamente paralizzata. Il monaco, che si faceva incatenare per penitenza, guarì la mano paralizzata del longobardo il quale si convertì al Cristianesimo, si fece monaco e trascorse il resto della sua vita in Provenza.
Da allora Ospizio prese a predicare ai Longobardi, molti dei quali lo ascoltavano con venerazione.
I Longobardi sconfissero ed uccisero il patrizio Amato che guidava un esercito franco del re Gontrano ed aveva tentato di fermare l'invasione, quindi fecero strage dei Burgundi. Infine tornarono in Italia con ricchissimi bottini.
Un secondo tentativo di invasione delle Gallie da parte dei Longobardi fu successivamente sventato dal nobile Mummolo. Quindi Mummolo fece strage anche dei Sassoni (quelli arrivati in Italia al seguito di Alboino) che erano a loro volta sopraggiunti per saccheggiare le Gallie.
L'anno successivo i Sassoni decisero di tornare al loro paese perché temevano di essere sottoposti al potere dei Longobardi. Tornarono dunque nelle Gallie ma questa volta pacificamente chiedendo al re Sigeberto il permesso di attraversare i suoi territori. Nonostante tutto svolsero comunque ruberie e frodarono i mercanti galli incontrati lungo il percorso.
Arrivati alla loro terra la trovarono occupata dagli Svevi che vi si erano trasferiti. Gli Svevi proposero la convivenza pacifica ed offrirono bestiame e ricchezze per evitare la guerra ma i Sassoni non accettarono trattative e vollero combattere. Gli Svevi ebbero la meglio ed i Sassoni subirono fortissime perdite. L'ultima azione dei Longobardi in Gallia (575) fu guidata da tre duchi: Amo, Zaban e Rodano.
Anche in questo caso i Longobardi furono duramente sconfitti da Mummolo e molti di loro vennero uccisi.
I Franchi attraversarono il confine presso Trento ed attaccarono il castello di Non che si consegnò loro. Il conte longobardo Ragilo si recò sul posto e depredò Non ma ritornando venne ucciso dai Franchi.
Intanto il re Sigeberto fu ucciso per ordine del fratello Chilperico e il suo trono passò al figlio Childeberto sotto la reggenza della madre Brunechilde.
A Costantinopoli regnava Giustino II, avido ed avaro accumulava tesori vessando i suoi sudditi finché non perse la ragione. Allora fu associato al potere Tiberio Costantino (Tiberio II) che era invece un cristiano dalle grandi virtù, giusto e caritatevole. Confidando nella provvidenza divina, Tiberio non esitò a devolvere gran parte dei tesori accumulati da Giustino II in soccorso ai bisognosi.
Morto Giustino II, Tiberio divenne imperatore.
Paolo Diacono racconta, enfatizzando la generosità di Tiberio, che egli rinvenne un tesoro nel palazzo imperiale e lo elargì ai poveri, stessa destinazione decise per le ricchezze che Narsete aveva nascosto prima di morire e che furono ritrovate grazie alla rivelazione di un vecchio che era l'unico a conoscerne il nascondiglio.
Tanta liberalità non piacque all'imperatrice Sofia che tramò per mettere sul trono Giustiniano, nipote di Giustino.
Il tentativo fu ripetuto due volte, la seconda Tiberio sequestrò a Sofia le sue ricchezze e la tenne in una condizione di semi-isolamento sostituendo la servitù di lei ed impedendole di avere contatti con i suoi compagni di partito.
Dopo aver regnato per sette anni, Tiberio morì nel compianto generale. Poco prima aveva designato come suo successore Maurizio, facendogli sposare la propria figlia. A questa nomina era stata favorevole anche Sofia.
Dopo dieci anni di interregno, i Longobardi elessero re Autari, figlio di Clefi, per restaurare il regno ogni duca cedette metà dei propri averi in modo da creare congrui possedimenti e rendite per il monarca e per la sua corte. Autari assunse il titolo di Flavio (come già alcuni re ostrogoti).
L'imperatore Maurizio inviò cinquantamila solidi al re dei Franchi Childeberto perché cacciasse i Longobardi dall'Italia. Childeberto scese in Italia ma venne a patti con i Longobardi, tornò indietro e trattenne la somma ricevuta nonostante le proteste di Maurizio.
Il duca Droctulf, che era di origine alemanna, si ribellò ai Longobardi ed occupò la città di Brescello sul Po (oggi in provincia di Reggio Emilia), alleandosi con l'esercito dell'imperatore e Autari dovette combattere a lungo prima di sconfiggerlo e riprendere Brescello. Paolo Diacono riporta un epitaffio che si leggeva sulla sepoltura di Droctulf a Ravenna.
Divenne pontefice Pelagio il quale scrisse al vescovo di Aquileia nel tentativo di risolvere lo scisma dei Tre Capitoli.
Ingunde, sorella di Childeberto, aveva sposato Ermenegildo, figlio del re dei Visigoti Leovigildo (Levigildo). Su esortazione di Ingunde e del vescovo di Siviglia Leandro, Ermenegildo che era ariano come in genere erano i Visigoti, si era convertito al cristianesimo ed il padre lo aveva fatto uccidere.
Ingunde era fuggita con il figlio, il piccolo Atanagildo, ma era stata catturata dall'esercito imperiale e tradotta in Sicilia dove era morta, mentre il bambino veniva trasferito a Costantinopoli.
L'imperatore Maurizio inviò di nuovo ambasciatori a Childeberto per chiedergli di attaccare i Longobardi ed il franco, credendo che la sorella fosse viva a Costantinopoli, accettò. Tuttavia le schiere di Franchi ed Alemanni inviate in Italia litigarono fra loro e tornarono indietro (585).
In quel periodo si verificò una terribile alluvione che colpì la Liguria e la Venezia, in particolare la città di Verona (589).
Contemporaneamente a Roma si verificò una grande alluvione del Tevere alla quale seguì una terribile pestilenza che uccise, fra gli altri, il papa Pelagio II .
Fu eletto all'unanimità Gregorio (Gregorio I o Gregorio Magno) che era diacono. Paolo dichiara di voler tralasciare le vicende della vita di questo pontefice in quanto ne aveva già composto una biografia.
Gregorio inviò in Bretagna Agostino ed altri monaci per evangelizzare gli Angli.
Morì Elia, patriarca di Aquileia ed il suo posto fu preso da Severo il quale fu portato con la forza a Ravenna dal patrizio Smaragdo perché partecipasse ad un sinodo sulla questione dei Tre Capitoli. Successivamente Severo tornò in sede ma dovette sconfessare per iscritto i suoi contatti di Ravenna con chi sconfessava i Tre Capitoli prima di poter essere reinsediato nella sua carica.
Un esercito di Autari, comandato da Euin, saccheggiò l'Istria mentre un altro esercito longobardo conquistava l'isola Comacina.
Autari chiese in moglie la sorella di Childeberto Clodosvinta, il fidanzamento venne contratto ma poi rotto da Childeberto che preferì unire la sorella ad un Visigoto cattolico.
Childeberto, dopo averne informato l'imperatore Maurizio, attaccò i Longobardi in Italia ma Autari lo sconfisse molto duramente.
Autari chiese al re dei Bavari Garibald di dargli in moglie la figlia Teodolinda, ottenuta risposta positiva si recò in incognita a conoscere la sua futura sposa e rimase ammirato dalla bellezza della giovane. Qui Paolo racconta un episodio di probabile origine tradizionale: al cospetto di Garibald e di Teodolinda, Autari finse di essere un inviato del re e poi, ricevendo da Teodolinda una coppa di vino, le sfiorò la mano (gesto considerato di incredibile audacia). Solo nel lasciare la Baviera Autari svelò la propria identità ai Bavari che lo accompagnarono e lo fece teatralmente, conficcando una scure nel tronco di un albero e dicendo "così colpisce Autari".
Qualche tempo dopo Autari e Teodolinda si sposarono nei pressi di Verona. Durante i festeggiamenti sopraggiunse un temporale ed un albero colpito da un fulmine prese fuoco. Un indovino predisse allora ad Agilulfo, duca di Torino, che presto Teodolinda sarebbe divenuta sua moglie.
Ancora una volta Childeberto, sollecitato da Maurizio, attaccò i Longobardi. La spedizione questa volta durò a lungo con alterne vicende ma alla fine l'esercito franco, colpito dalla dissenteria e dalla fame, dovette abbandonare gli assedi alle città longobarde e far ritorno in patria.
In quel periodo Autari conquistò Benevento e si spinse fino a Reggio Calabria dove, si raccontava, toccò con la spada una colonna che si trovava sulla riva del mare e dichiarò che avrebbe in futuro segnato il confine del regno dei Longobardi.
Autari propose la pace a Gontrano, zio di Childeberto; questi accolse benevolmente gli ambasciatori longobardi ma li inviò al nipote perché voleva che la pace fosse conclusa con il suo consenso.
Di Gontrano Paolo Diacono dice che era "un re pacifico e di grande bontà" ed introduce un episodio leggendario sul suo conto: si diceva che, riposando durante una caccia si era addormentato ed un piccolo rettile era uscito dalla sua bocca, come testimoniava chi era presente. Dopo aver visitato una fenditura nel terreno l'animaletto era rientrato nella bocca del re.
Risvegliatosi, Gontrano disse di aver sognato un grande tesoro in una caverna che in effetti fu rinvenuto scavando nel luogo dove era penetrato il rettile. Gontrano ne fece un'offerta votiva per il Santo Sepolcro ma, non potendola inviare, la collocò nella chiesa di San Marcello a Chalon-sur-Saone.
Autari morì a Pavia dopo sei anni di regno, forse avvelenato. I Longobardi vollero che fosse la regina Teodolinda, da loro molto amata, a scegliere il nuovo re ed ella scelse Agilulfo, parente di Autari.


Libro IV


Divenuto re, Agilulfo trattò con i Franchi la restituzione di molti prigionieri di guerra.
Uccise Mimulfo, duca dell'isola di San Giuliano, che era passato ai Franchi e domò la ribellione di Gaidulfo, duca di Bergamo, e di Ulfari, duca di Treviso.
Gregorio Magno inviò alla regina Teodolinda i suoi Dialoghi. Persuaso da Teodolinda, Agilulfo si convertì al cristianesimo, fece grandi donativi alla chiesa e restaurò la dignità dei vescovi.
In quel periodo Childeberto nominò Tassilo re di Baviera e questi penetrò nel territorio degli Slavi saccheggiandolo.
I Bizantini, operando nell'Italia Centrale, ripresero ai Longobardi Sutri, Orte, Todi, Amelia, Perugia ed altre città, ma Agilulfo intervenne prontamente e le riconquistò, quindi formalizzò un trattato di pace con la chiesa, ancora grazie alla mediazione di Teodolinda.
Paolo Diacono riporta il testo dell'affettuosa lettera con la quale papa Gregorio ringraziò e benedisse Teodolinda per il suo operato e di quella, più ufficiale, di ringraziamento e lode ad Agilulfo.
Il re Childeberto e la moglie vennero avvelenati. Morì anche Gontrano e la regina Brunechilde assunse la reggenza per i nipoti Teodeberto e Teoderico, figli di Childeberto ancora bambini. Brunechilde evitò un'invasione da parte degli Unni accettando di pagare un riscatto. Agilulfo concluse trattati di pace con gli Unni e con i Franchi, quindi mise a morte Gaidulfo di Bergamo che si era di nuovo ribellato.
Mentre in Italia scoppiavano gravi pestilenze, in Gallia il re dei Franchi Teodeberto prese a combattere contro lo zio Clotario II.
Morì Ariulfo duca di Spoleto: si era convertito al cristianesimo perché durante una battaglia era stato aiutato da un misterioso alleato nel quale più tardi aveva riconosciuto il beato martire Savino.
I Longobardi attaccarono e distrussero il cenobio benedettino di Montecassino, i monaci si salvarono e fuggirono a Roma portando con se il codice della Regola ed altri scritti.
Divenne duca di Benevento Arechi, Paolo riporta una lettera di Gregorio Magno a lui rivolta per avere aiuto nella raccolta di legname per le basiliche di San Pietro e di San Paolo.
I Bizantini rapirono una figlia di Agilulfo con il marito e li condussero a Ravenna.
La regina Teodolinda fece consacrare la basilica di San Giovanni Battista a Monza, da lei costruita, e la dotò di un tesoro.
A Monza Teodolinda fece costruire anche un nuovo palazzo che volle ornare con pitture che ricordavano le gesta dei Longobardi. Da quelle pitture Paolo ricava i particolari dell'aspetto e delle usanze dei Longobardi: si radevano il collo fino alla nuca ma davanti portavano capelli lunghi fino alla bocca divisi a metà sulla fronte. Indossavano larghi e variopinti abiti di lino, sandali legati con lacci di cuoio. Più tardi presero dai Romani l'abitudine di indossare calzoni e gambali di panno.
Agilulfo espugnò e rase al suolo Padova che fino ad allora aveva resistito ai Longobardi. Concluse un trattato di pace con gli Avari e con loro devastò l'Istria. Nel frattempo nacque a Monza Adaloaldo, figlio di Agilulfo e di Teodolinda.
L'imperatore Maurizio venne ucciso da Foca insieme ai figli Teodato, Tiberio e Costantino.
Perdurando l'ostilità con i Bizantini a causa della figlia rapita e tenuta in prigionia, Agilulfo attaccò, con l'aiuto di Slavi ed Avari, la città di Cremona e la distrusse, analoga sorte toccò a Mantova e la guerra continuò finché la figlia del re che si trovava a Ravenna non venne liberata.
Intanto nelle Gallie continuava la guerra di Teodeberto e Teoderico contro lo zio Clotario.
Nel secondo anno di regno di Foca morì papa Gregorio e fu eletto Sabiniano. In quei giorni si verificò una gravissima carestia a causa dei rigori invernali.
Nell'estate seguente il piccolo Adaloaldo venne associato al regno dal padre con una cerimonia nel circo di Milano e gli fu promessa la figlia di Teodeberto. Agilulfo concluse una tregua anche con i Bizantini.
Foca tenne il potere per otto anni. Riconobbe il primato della Chiesa di Roma ed ordinò la conversione del Pantheon in chiesa cattolica.
Dovette fronteggiare ribellioni e guerre civili, fu attaccato dai Persiani che si impadronirono di molte province romane e saccheggiarono Gerusalemme.
Infine fu abbattuto dal governatore d'Africa Eracliano (Eraclio il vecchio) che lo uccise e mise sul trono il proprio figlio Eraclio.
Nell stesso periodo il re degli Avari invase il Friuli ed assediò Cividale (610), il duca Gisulfo cadde nel tentativo di difendere la città. (nota: l'episodio è riportato solo da Paolo Diacono, secondo alcuni critici si trattò di un evento di poco conto svoltosi per problemi locali, comunque non guastò in generale i rapporti fra Longobardi ed Avari).
Cividale cadde per il tradimento di Romilda, moglie di Gisulfo, che si era invaghita del capo nemico. Gli Avari operarono un massacro, Romilda venne violentata ed impalata ma i suoi figli riuscirono a fuggire mentre tutta la popolazione veniva deportata.
Paolo coglie l'occasione per raccontare qualcosa di personale: i suoi antenati furono deportati nella terra degli Avari nelle circostanze di cui si parla. Uno di loro, il bisnonno di Paolo, anni dopo fuggì e con un viaggio avventuroso riuscì a tornare in patria dove creò la famiglia del nostro autore.
Taso e Cacco, figli del duca Gisulfo, che erano scampati alla strage di Cividale furono uccisi a tradimento dal patrizio romano Gregorio. I loro fratelli Radualdo e Grimoaldo, fuggirono presso Arechi duca di Benevento, loro ex precettore, quando il fratello di Gisulfo Grasulfo divenne duca dei Friulani.
Morì Secondo di Non (612), autore di una Storia dei Longobardi spesso citata da Paolo. Ancora in quei giorni morirono Teodeberto re dei Franchi e Gundualdo duca di Asti e fratello di Teodolinda.
Agilulfo morì dopo venticinque anni di regno lasciando il trono al figlio Adaloaldo ed alla moglie Teodolinda. Dopo dieci anni Adaloaldo perse la ragione, venne detronizzato e sostituito da Arioaldo.
In quel periodo giunse in Italia San Colombano che, accolto benevolmente dai Longobardi, fondò il monastero di Bobbio dove si formò una grande congregazione di monaci.
Dopo aver regnato dodici anni anche Arioaldo morì e salì al trono Rotari, uomo giusto ma che "si macchiò della perfidia dell'eresia ariana". L'arianesimo era così diffuso che molte città avevano un vescovo cattolico ed uno ariano.
Rotari redasse un codice di leggi scritte che chiamò "Editto", settantasette anni dopo l'arrivo dei Longobardi in Italia.
Aio, figlio del duca di Benevento Arechi, impazzì a causa di una pozione fattagli bere dai Romani mentre passava per Ravenna. Prima di morire Arechi raccomandò Radoaldo e Grimoaldo alla sua gente indicandoli come possibili governanti del ducato.
Aio divenne comunque duca. Dopo un anno e cinque mesi fu attaccato ed ucciso dagli Slavi mentre Radoaldo e Grimoaldo erano assenti. Lo vendicò Radoaldo, al suo ritorno, facendo strage di Slavi.
Rotari conquistò tutte le città della costa toscana e combattè contro i Romani in Friuli ed in Emilia.
Intanto a Benevento morì Radoaldo, dopo cinque anni di governo, e gli successe nel ducato Grimoaldo che tenne il potere per venticinque anni.
Rotari morì dopo sedici anni di regno lasciando il trono al figlio Rodoaldo.
Qualche tempo dopo la sua tomba nella basilica di Monza venne profanata da un ladro e Paolo giura che da allora il profanatore non riuscì più ad entrare in quella chiesa, respinto da una forza misteriosa come gli aveva annunciato in sogno San Giovanni Battista.
Rodoaldo sposò Gundiperga, figlia di Agilulfo e di Teodolinda, la quale volle costruire una basilica di San Giovanni Battista a Pavia, simile a quella voluta dalla madre a Monza. (nota: si tratta di un errore di Paolo, Gundiperga non sposò mai Rodoaldo).
Accusata di adulterio fu scagionata da un servo che combattè contro l'accusatore per sostenere l'innocenza di lei.
Rodoaldo fu ucciso dopo cinque anni di regno, sembra dal marito di una donna che egli aveva disonorato. Gli successe Ariperto, figlio del fratello di Teodolinda, Gundoaldo.
A Costantinopoli morì Eraclio al quale successe il fratello Eracleona che morì dopo due anni. Toccò allora a Costantino, figlio di Eraclio, che regnò solo per sei mesi, quindi salì al trono suo figlio Costante che regnò per ventotto anni.
Un racconto leggendario sul ruolo dell'impero d'Oriente nella diffusione del cristianesimo: la regina dei Persiani, di nome Cesara, giunse in incognito a Costantinopoli per essere battezzata. Quando il re la cercò Cesara pose come condizione per il suo ritorno che anche lui si convertisse e così avvenne.
Ariperto morì dopo nove anni lasciando il regno ai figli adolescenti Perctarit e Godeberto che lo divisero stabilendosi a Milano il primo ed a Pavia il secondo, ma fra i due c'erano odio e rivalità. Godeberto chiese aiuto a Grimoaldo tramite il duca di Torino Garipald ma questi, alterando il senso del messaggio, convinse Grimoaldo a prendere il potere regale. Ancora a causa delle trame di Garipald Grimoaldo finì per uccidere Godeberto mentre Perctarit fuggiva presso gli Avari.
Quanto a Garipald venne ucciso a Torino da un suddito fedele di Godeberto che volle vendicare il suo signore.


Libro V


Insediatosi sul trono, Grimoaldo sposò la sorella di Godeberto, già sua promessa in precedenza, quindi congedò l'esercito beneventano con cui era giunto a Pavia per prendere il potere.
Grimoaldo richiese agli Avari la consegna di Perctarit, minacciando la guerra in caso di rifiuto. Il re degli Avari dunque allontanò Perctarit dal suo paese e questi decise di tornare in Italia confidando nella clemenza di Grimoaldo.
In un primo momento Grimoaldo lo accolse benevolmente e lo fornì di un'agevole sistemazione, poi si lasciò convincere da un calunniatore che Perctarit tramasse contro di lui e decise di eliminarlo. Perctarit tuttavia, avvertito in tempo da servi fedeli, riuscì a mettersi in salvo presso i Franchi. Grimoaldo fu clemente con quanti avevano aiutato Perctarit a fuggire e lodando la loro fedeltà verso il padrone concesse loro di raggiungere Perctarit.
Qualche tempo dopo un esercito di Franchi entrò in Italia. Grimoaldo lasciò che gli invasori si impadronissero di un suo accampamento nei pressi di Asti in cui volutamente aveva lasciato molto vino, quindi piombò su di loro ubriachi nel corso della notte e ne fece strage.
L'imperatore Costante II pensò di attaccare i Longobardi e sbarcò a Taranto. Prima di agire consultò un eremita che si diceva avesse facoltà precognitive e questi sentenziò che per il momento i Longobardi non potevano essere battuti perché protetti da San Giovanni Battista al quale avevano dedicato la basilica monzese. Sarebbe giunto il giorno, tuttavia, in cui la chiesa non sarebbe stata più rispettata e da quel giorno sarebbe stato possibile vincere i Longobardi.
Comunque Costante conquistò ai Longobardi molte città del Beneventano, Lucera in Puglia ed assediò Benevento. Qui teneva il potere Romualdo il quale inviò una richiesta di aiuti al padre Grimoaldo e, nell'attesa, resistette validamente nonostante disponesse di forze limitate.
Saputo dell'avvicinarsi dell'esercito di Grimoaldo, Costante concluse la pace con Romualdo prendendo in ostaggio la sorella di lui Gisa, quindi tolse l'assedio a Benevento e mosse verso Napoli, ma il suo esercito fu intercettato e battuto da Mitola, conte di Capua.
Giunto Costante a Napoli, permise che uno dei suoi ufficiali di nome Saburro, organizzasse un nuovo attacco a Benevento ma Saburro venne pesantemente sconfitto da Romualdo che intanto aveva ricevuto aiuti dal padre.
Lasciata Napoli, Costante si recò a Roma e spogliò gli edifici di tutte le decorazioni in bronzo per inviarle a Costantinopoli. Sulla via del ritorno sostò a Siracusa infliggendo alla popolazione siciliana ogni genere di sofferenze. Infine venne ucciso dai suoi uomini mentre si lavava nel bagno.
Si impadronì del potere in Sicilia Mezezio. Le milizie imperiali presenti in Italia confluirono in Sicilia e lo uccisero. Approfittarono di questa situazione i Saraceni di Alessandria d'Egitto per invadere la Sicilia e saccheggiare Siracusa.
Prima di tornare a Pavia, Grimoaldo nominò duca di Spoleto Transamundo, già conte di Capua, che lo aveva aiutato a prendere il potere, e gli diede in moglie sua figlia.
Nel ducato del Friuli si successero in quegli anni: Grasulfo, Ago, Lupo. A quest'ultimo Grimoaldo aveva affidato il palazzo di Pavia durante la sua assenza. Lupo si era comportato con tracotanza convinto che Grimoaldo non sarebbe tornato. Alla notizia dell'imminente rientro del re Lupo fuggì a Cividale e, nel timore della punizione, si ribellò.
Per evitare una guerra civile fra i Longobardi Grimoaldo chiese agli Avari di intervenire in Friuli. Gli Avari eseguirono e Lupo venne ucciso dopo quattro giorni di combattimento. Eseguita le missione richiesta da Grimoaldo, tuttavia, gli Avari continuarono a saccheggiare il Friuli e rifiutarono di ritirarsi.
Grimoaldo evitò la guerra ricorrendo ad un espediente: fece sfilare a lungo davanti agli ambasciatori avari che aveva presso di se le truppe con abbigliamenti diversi per dare la sensazione di un grandissimo esercito. Il trucco funzionò e gli Avari lasciarono subito il Friuli.
Il figlio di Lupo, di nome Arnefit, aspirò al ducato e tentò di conquistarlo con l'aiuto degli Slavi ma venne ucciso dai Friulani.
Divenne duca del Friuli Wechtari di Vicenza, il quale fu attaccato dagli Slavi e riuscì a metterli in fuga con un personale atto di eroismo.
A Wechtari successe Landari, quindi Rodoaldo.
Quanto a Romualdo duca di Benevento sposò Teuderada figlia di Lupo ed ebbe da lei tre figli: Grimoaldo, Gisulfo e Arechi.
Il re Grimoaldo punì quanti lo avevano tradito durante il suo viaggio a Benevento, distrusse Forlimpopoli, città dei Romani i cui cittadini molestavano i messi Longobardi diretti a Benevento.
Grimoaldo odiava i Romani che gli avevano ucciso i fratelli, per questo motivo distrusse la città di Oderzo. In quel periodo il duca dei Bulgari di nome Alzeco entrò pacificamente in Italia e si mise al servizio di Grimoaldo, questi lo inviò dal figlio Romualdo che assegnò ai Bulgari il territorio di Isernia e conferì ad Alzeco il titolo di gastaldo.
Sul trono di Costantinopoli, dopo la morte di Costante e quella dell'usurpatore Mezezio, salì Costantino IV che regnò per diciassette anni.
Paolo ricorda qui anche le figure di Teodoro ed Adriano, missionari in Britannia inviati da papa Vitaliano.
Grimoaldo morì, si disse avvelenato dai suoi medici. Fu sepolto nella basilica di S. Ambrogio che egli stesso aveva fatto costruire a Pavia. lasciò il regno al figlio Garipald, ancora bambino.
Un messaggero misterioso, tuttavia, avvertì della morte di Grimoaldo Perctarit il quale stava per lasciare la terra dei Franchi per recarsi in quella dei Sassoni. Seguendo il consiglio del messaggero, Perctarit tornò in Italia e a Pavia fu incoronato re dei Longobardi mentre il piccolo Garipald veniva allontanato. Subito dopo mandò uomini a Benevento a riprendere la moglie Rodelinda e il figlio Cuniperto che vi si trovavano dai tempi della sua fuga.
Costruì una chiesa sul Ticino dedicandola a S. Agata, mentre la moglie Rodelinda fece costruire poco fuori Pavia la chiesa detta "S. Maria alle Pertiche" dai pali votivi che in quel luogo si usava dedicare a coloro che morivano lontano.
Dopo sette anni Perctarit associò al regno il figlio Cuniperto con il quale regnò per altri dieci anni.
Sotto il regno di Perctarit e Cuniperto i Longobardi vissero in pace finché il duca di Trento Alahis non si ribellò. Perctarit lo attaccò ma fu battuto e costretto alla fuga, tuttavia i due si rappacificarono per intercessione di Cuniperto che era amico di Alahis ed infine Alahis ottenne anche il ducato di Brescia nonostante la diffidenza di Perctarit.
Dopo qualche tempo, approfittando di un'assenza di Cuniperto, infatti Alahis occupò il palazzo di Pavia ed usurpò il potere. Cuniperto si fortificò in una dimora nell'isola Comacina, nel lago di Como.
Alahis si dimostrò empio e crudele, specialmente contro il clero che odiava in modo particolare. Dopo qualche tempo scoppiò la guerra fra Alahis e Cuniperto. Il primo raccolse aiuti in Austria ed in Veneto, il secondo era appoggiato da molti longobardi fra i quali i Bresciani Aldo e Grauso che in un primo tempo avevano sostenuto l'usurpatore.
Paolo racconta episodi insolitamente coloriti: Cuniperto propose di risolvere la guerra con un duello ma Alahis rifiutò perché sapeva che il rivale era più forte, un chierico di nome Seno insistette per prendere il posto del re in battaglia e venne ucciso, Alahis giurò che in caso di vittoria avrebbe "riempito un pozzo di testicoli di prete".
Infine Cuniperto vinse la guerra ed Alahis venne ucciso in combattimento.


Libro VI


Intanto Romualdo duca di Benevento estendeva i suoi domini conquistando Taranto e Brindisi. Sua moglie Teuderada fece costruire una basilica in onore di San Pietro fuori le mura di Benevento.
Dopo aver governato il ducato di Benevento per sedici anni anche Romualdo morì, gli successe il figlio Grimoaldo che sposò Wigilinda, figlia di Perctarit e sorella di Cuniperto.
Morto anche Grimoaldo divenne duca suo fratello Gisulfo che governò per diciassette anni. Da sua moglie Winiperga ebbe Romualdo. In quel periodo i Franchi trafugarono dal monastero di Montecassino le spoglie di San Benedetto e di Santa Scolastica e le portarono nella regione di Orleans dove vennero costruiti due distinti monasteri.
Si verificò la ribellione di Ansfrit che si impadronì del ducato del Friuli a danno di Rodoaldo e tentò di usurpare il trono ma, catturato a Verona e condotto davanti a Cuniperto, venne accecato e mandato in esilio. Il ducato fu affidato ad Ado, fratello di Rodoaldo che lo tenne come reggente.
Intanto a Costantinopoli sorgeva una nuova eresia che attribuiva a Cristo due nature ma una sola volontà (si tratta dell'eresia monotelita e Paolo Diacono sbaglia la datazione collocando il suo insorgere alcuni decenni più tardi di quanto in realtà avvenne).
L'imperatore Costantino IV convocò un concilio con la collaborazione di papa Agatone ed il monotelismo venne definitivamente condannato (VI Concilio - Costantinopoli).
Una grave pestilenza colpì l'Italia (estate 680) spopolando sia Roma che Pavia e cessò solo quando nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Pavia fu dedicato un altare a San Sebastiano.
Paolo racconta qui un episodio di origine evidentemente popolare: mentre discuteva con uno scudiero su come punire Aldo e Grauso, Cuniperto vide una mosca e tentò di ucciderla ma riuscì solo a staccarle una zampa. Poco dopo Aldo e Grauso furono avvertiti da uno storpio privo di una gamba che il re aveva deciso di giustiziarli e cercarono rifugio in una chiesa. Quando Cuniperto lo venne a sapere associò la mosca e lo storpio ad uno "spirito maligno" e graziò i due condannati.
Un altro episodio narrato riguarda Giovanni, vescovo di Bergamo, che durante un banchetto offese involontariamente il re. Cuniperto gli fece sellare un cavallo selvaggio e non domato ma quando seppe che la bestia si era fatta improvvisamente mansueta ed aveva tranquillamente riportato il prelato al suo alloggio, il re perdonò l'offesa e rese onore a Giovanni.
I Saraceni assediarono Cartagine e, conquistatala, la devastarono (in effetti l'evento è del 697, quindi più tardi di come Paolo sembra collocarlo).
Morì l'imperatore Costantino e gli successe il figlio Giustiniano II che regnò per dieci anni. Giustiniano II riprese la provincia d'Africa ai Saraceni quindi stipulò con loro un trattato di pace.
Giustiniano cercò di catturare il papa Sergio I che si rifiutava di sottoscrivere gli atti del Concilio Trullano o Quinquisestio, convocato dallo stesso Giustiniano nel 691, perché contrari alle consuetudini della Chiesa di Roma, tuttavia la situazione politica in Italia era favorevole al pontefice e gli inviati di Giustiniano non riuscirono ad eseguire l'arresto.
Giustiniano II fu detronizzato da Leone che lo esiliò nel Ponto e governò per tre anni. A sua volta Leone fu spodestato da Tiberio III.
Un sinodo tenuto ad Aquileia sottoscrisse le decisioni del quinto concilio universale (condanna dei Tre Capitoli).
Cuniperto ospitò il re dei Sassoni Cedoal che era in viaggio per Roma per essere battezzato dopo essersi convertito al Cristianesimo. Cedoal fu battezzato da Sergio I e morì poco dopo, trovandosi ancora a Roma. Paolo riporta l'epitaffio che fu posto sulla sua tomba in San Pietro.
In quel tempo alla corte dei Franchi i maestri di palazzo cominciarono a reggere il potere perché i re "stavano degenerando dalla consueta forza e saggezza". E' il preludio degli eventi che porteranno all'ascesa della dinastia carolingia. Il maggiordomo Arnolfo, dopo aver governato saggiamente, prese i voti religiosi, visse in continenza dedicandosi all'aiuto ai lebbrosi e divenne vescovo di Metz. (in realtà Arnolfo, uno dei primi membri di quella che sarà poi detta dinastia carolingia visse dal 582 al 640 circa, quindi la collocazione temporale che ne da Paolo, verso la fine del settimo secolo non è esatta).
Morì Cuniperto, nel compianto generale dei Longobardi, ed il regno passò al figlio Liutperto, ancora bambino, sotto la tutela del nobile Ansprando.
Otto mesi più tardi il duca di Torino Ragimperto, figlio di Godeberto, sconfisse Ansprando e si impadronì del potere ma morì nello stesso anno. Suo figlio Ariperto riprese la guerra e, sconfitti tutti i sostenitori di Liutperto, catturò quest'ultimo mentre Ansprando riusciva a fuggire.
Rotharit duca di Bergamo si proclamò re ma fu sconfitto da Ariperto ed esiliato a Torino dove poco dopo venne ucciso.
Ariperto fece uccidere anche Liutperto quindi mandò un esercito contro Ansprando che si era rifugiato nell'isola Comacina, ma Ansprando fuggì presso i Bavari.
Ariperto infierì contro la famiglia di Ansprando ma risparmiò il figlio minore Liutprando al quale concesse di raggiungere il padre in Baviera.
Nel regno dei Franchi deteneva il potere Anschise (Ansegisel) con il titolo di maggiordomo.
Nel ducato del Friuli assunse il potere Ferdulfo, "uomo infido e superbo". In cerca di gloria questi provocò gli Slavi e venne in lite con un suo funzionario con il risultato che, a cause delle loro discordie, Ferdulfo ed il suo esercito furono massacrati. L'episodio conduce Paolo Diacono ad una forte ammonizione sul valore della concordia e sui pericoli delle inutili contese.
Dopo Ferdulfo tenne il ducato del Friuli per breve tempo un certo Corvolo che fu deposto ed accecato per aver offeso il re. Fu quindi la volta di Pemmo, uomo di grande intelligenza e modestia.
Il duca di Benevento Gisulfo ampliò il proprio dominio conquistando tutta la Campania fino a Sora.
Il re Ariperto ristabilì le donazioni di territori delle Alpi Cozie alla Chiesa. Quel patrimonio era già appartenuto alla Sede Apostolica ma da molto tempo era stato occupato dai Longobardi.
A Costantinopoli Giustiniano II riprese il potere ed eliminò brutalmente gli avversari. Dopo sei anni Giustiniano II venne sconfitto ed ucciso da Filippico che prese a sua volta il potere. Filippico, detto anche Bardane, non fu riconosciuto dal papa Costantino che lo considerava eretico. Dopo un anno e sei mesi di regno Filippico fu detronizzato e fatto accecare da Anastasio II.
Ansprando, dopo nove anni di esilio, tornò in Italia con un esercito di Bavari e fece guerra ad Ariperto. Benché l'esito della prima battaglia gli fosse stato favorevole, Ariperto decise di fuggire in Francia ma annegò nel Ticino per il peso dell'oro di cui si era impadronito prima di partire.
Ansprando prese il potere ma morì dopo soli tre mesi. I Longobardi elessero suo figlio Liutprando.
A Costantinopoli una ribellione dell'esercito destituì Anastasio ed incoronò Teodosio. Sconfitto a Nicea Anastasio fu risparmiato da Teodosio e costretto a farsi prete.
Nel regno dei Franchi aveva il potere Pipino di Heristal, combattente di straordinaria audacia. Combattè contro Sassoni e Frisoni. Gli successe il figlio Carlo Martello.
Appena eletto il re Liutprando scampò da un attentato organizzato da un suo parente di nome Rotari. Paolo loda la grande audacia e la clemenza di Liutprando.
A Benevento morì Gisulfo ed il ducato passò a suo figlio Romualdo.
In quegli anni il beato Petronace, cittadino di Brescia, con l'appoggio di papa Gregorio II poi di Zaccaria, si trasferì nel monastero di Montecassino e ripristinò l'antico cenobio abbandonato da molti anni.
A Costantinopoli Teodosio morì dopo un solo anno di regno e gli successe Leone, mentre il regno dei Franchi passava, come si è detto, a Carlo Martello. Gli Slavi tentarono nuovamente di invadere il ducato del Friuli ma furono fermati dal duca Pemmo che, dopo averli sconfitti, concluse con loro un trattato di pace.
In quel tempo i Saraceni invasero la Spagna, dieci anni dopo entrarono in Aquitania con l'intenzione di stabilirvisi. Carlo Martello era in lotta con Eudo ma di fronte al nuovo pericolo i due si allearono contro i Saraceni e li sconfissero. Altri Arabi assediarono Costantinopoli per tre anni, non riuscendo ad espugnarla si ritirarono e si scontrarono con i Bulgari dai quali furono sconfitti.
Liutprando mandò a prendere in Sardegna le spoglie di S. Agostino per salvarle dai saccheggi dei Saraceni e le fece traslare a Pavia.
Narni fu occupata dai Longobardi. Liutprando assediò Ravenna e distrusse Classe.
I Bizantini tentarono di uccidere il papa Gregorio II ma la protezione dei Longobardi impedì loro di portare a termine il progetto.
Iniziò in quel periodo, per volere dell'imperatore Leone, la vicenda dell'iconoclastia. Leone fece togliere le immagini sacre dalle chiese e dai monumenti di Costantinopoli e le fece distruggere. Ordinò ai privati di fare altrettanto con le immagini in loro possesso ed aprì una persecuzione contro quanti si opponevano. Leone ordinò anche al pontefice di bandire le immagini scatenando varie reazioni fra le quali una rivolta dell'esercito di Ravenna.
Il duca del Friuli Pemmo venne in contrasto con il patriarca Callisto e lo fece prigioniero. Liutprando, indignato, destituì Pemmo e passò il ducato al figlio Ratchis, poi lo graziò aderendo alle preghiere di Ratchis.
Intanto Carlo Martello, che continuava a fronteggiare i Saraceni, chiese ed ottenne da Liutprando consistenti aiuti militari.
A Benevento morì il duca Romualdo ed il titolo passò al figlio Gisulfo ancora bambino. Alcuni cospiratori tentarono di eliminare Gisulfo che fu salvato dal popolo, ma Liutprando intervenne affidando il ducato al proprio nipote Gregorio.
Durante una grave malattia di Liutprando fu eletto re suo nipote Ildeprando il quale, quando Liutprando si riprese, fu associato al regno.
Alcuni anni dopo Liutprando decise di intervenire a Spoleto e Benevento dove si erano creati problemi di successione al ducato. Durante il viaggio il suo esercito subì gravi danni ad opera dei ribelli spoletini che si erano alleati ai Bizantini.
Tuttavia Liutprando arrivò a Spoleto, espulse Transamundo che aveva usurpato il potere uccidendo il duca Ilderico e collocò al suo posto il proprio nipote Agiprando.
A Benevento Godescalco che aveva preso il potere arbitrariamente dopo la morte di Gregorio tentò di fuggire ma fu raggiunto dai Beneventani fedeli a Gisulfo ed ucciso. Liutprando raggiunse Benevento e reintegrò nel ducato Gisulfo, ormai adulto.
Liutprando morì dopo trentuno anni e sette mesi di regno. Uomo di grande saggezza e di profonda fede, aveva fatto costruire molte chiese fra le quali quella di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia .
Con la lode di Liutprando, fortissimo in guerra ed amante della pace si conclude quest'opera di Paolo Diacono.