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POLIBIO

STORIE


Libro I


L'Autore dichiara in apertura dell'opera il suo intento di narrare gli eventi che portarono i Romani in soli cinquantatre anni (221 a.C. - 168 a.C.) a conquistare "quasi tutta la terra abitata", fatto storico senza precedenti che non trova confronti nei grandi imperi del passato (Persiani, Spartani, Macedoni).
La narrazione, dice Polibio, avrà inizio dai tempi della 140ma Olimpiade (220 a.C. - 216 a.C.), quando in Grecia si combatteva la "guerra sociale" fra Achei ed Etoli ed in Asia Antioco III re di Siria si batteva con Tolomeo IV Filopatore per il possesso della Celesiria. La trattazione della storia romana inizierà dalla prima guerra punica. Tuttavia Polibio ritiene opportuno premettere alla narrazione del periodo suddetto gli antefatti della guerra che costituiranno il primo ed il secondo libro.
Viene introdotto un concetto importante: Polibio intende scrivere di "storia universale" ritenendo che lo studio delle storie locali non fornisca una visione globale dei fatti e crei un'idea incompleta dei grandi eventi che fanno il destino dell'umanità. "Solo dalle connessioni e dal confronto delle singole parti fra loro - scrive Polibio - si può giungere a godere insieme dell'utilità e del diletto della storia.

Ricollegandosi alla fine dell'opera di Timeo di Tauromenio, Polibio inizia dalla prima spedizione dei Romani fuori d'Italia, in Sicilia. Dopo l'assedio gallico subito nel 391 a.C. (Polibio lo colloca nel 387 a.C.), i Romani avevano cominciato a combattere tutte le popolazioni confinanti fino a prendere possesso dell'intera penisola. Lo loro lotta contro Latini, Etruschi, Celti e Sanniti li aveva resi "maestri della guerra", tanto che riuscirono a cacciare il potente Pirro chiamato in Italia dai Tarantini.
I Mamertini, mercenari campani al soldo del tiranno di Siracusa Agatocle, avevano conquistato a tradimento la città di Messina. Analoga sorte aveva subito la città di Reggio, della quale si era impossessata un presidio romano che i Reggiani avevano richiesto contro Pirro e contro i Cartaginesi. Il presidio reo di tradimento era comandato da Decio Vibullio.
Roma intervenne appena la soluzione della guerra con Pirro glielo permise, oltre trecento prigionieri vennero riportati a Roma e decapitati mentre ai Reggiani veniva restituito il maltolto. Poco dopo venne liberata Messina ad opera dei Siracusani comandati da Gerone, futuro re di Siracusa. Successivamente (268 a.C.) Gerone si scontrò ancora con i Mamertini che vennero definitivamente sconfitti.
I Mamertini chiesero aiuto sia ai Cartaginesi sia ai Romani. A Roma la richiesta fu accolta con perplessità data la condotta barbara a Messina di chi la poneva, tuttavia prevalse nel popolo romano l'interesse per i vantaggi di un'eventuale espansione in Sicilia, nonché l'intenzione di non permettere che i Cartaginesi si impossessassero dell'isola.
Nel 264 a.C. il console Appio Claudio passò lo stretto per accorrere in aiuto di Messina. I Mamertini allontanarono lo stratego cartaginese da loro stessi chiamato e consegnarono la città ai Romani. Cartagine prese la cosa come una provocazione e strinse alleanza con Gerone di Siracusa, muovendo contro Messina. Appio Claudio tentò di trattare ma, non avendo successo la diplomazia, passò alle vie di fatto e si scontrò con i Siracusani. Il giorno successivo Appio Claudio attaccò i Cartaginesi. Anche questa volta ebbe la meglio e, lasciata Messina liberata dall'assedio in mano ai Mamertini, prese ad avanzare verso Siracusa saccheggiandone il territorio.
A questo punto Polibio, avendo esposto gli antefatti, anticipa quello che sarà lo schema della trattazione nella parte introduttiva dell'opera:
  • la guerra in Sicilia fra Romani e Cartaginesi
  • la guerra libica
  • le imprese in Iberia di Amilcare e di Asdrubale
  • i Romani in Illiria e la lotta contro i Celti in Italia
  • la guerra cleomenica in Grecia.
    Fra questi argomenti Polibio dice che approfondirà più il primo che non gli sembra sia stato trattato con la dovuta esattezza da Filino di Agrigento e da Fabio Pittore, filocartaginese il primo, filoromano il secondo.

    Nel 263 a.C., avendo saputo dei successi di Appio Claudio, i Romani decisero di inviare in Sicilia entrambi i nuovi consoli (Manio Otacilio e Manio Valerio) con i rispettivi eserciti.
    Gerone di Siracusa, considerata la superiorità militare dei Romani, passò ad allearsi con loro e firmò un trattato con i consoli che prevedeva il rilascio dei prigionieri ed il pagamento di un indennizzo. Il trattato fu ratificato a Roma e due delle quattro legioni vennero ritirate dalla Sicilia in quanto si riteneva che la situazione fosse ormai normalizzata. I Cartaginesi, invece, preoccupati di conservare il dominio dell'isola inviarono in Sicilia nuovi contingenti assoldati fra Liguri, Celti e Iberi.
    Nel 262 a.C. i Cartaginesi avevano concentrato le loro forze ad Agrigento, il più importante dei centri in loro possesso. I consoli Otacilio e Valerio furono sostituiti dai loro successori Lucio Postumio e Quinto Mamilio. I nuovi consoli, giunti in Sicilia, decisero di attaccare direttamente Agrigento che cinsero d'assedio. Respinta con difficoltà una pericolosa sortita dei Cartaginesi, i Romani proseguirono per cinque mesi l'assedio della città che conteneva oltre cinquantamila uomini.
    Quando ad Agrigento cominciò ad imperversare la carestia, Cartagine spedì rinforzi in Sicilia al comandante Annone il quale conquistò Erbesso, la città che inviava la maggior parte dei rifornimenti agli assedianti. La situazione dei Romani peggiorò notevolmente anche a causa di una pestilenza, Annone si posizionò nei pressi e il doppio assedio si protrasse per oltre due mesi.
    Alla fine gli eserciti si scontrarono e dopo lunghi combattimenti i Romani ebbero la meglio. Annibale, figlio di Gisgone, comandante dell'esercito assediato, riuscì a lasciare la città portando in salvo le proprie truppe senza subire gravi perdite, ma i Romani presero possesso di Agrigento e la saccheggiarono.
    Dopo la conquista di Agrigento molte città dell'interno dell'isola si allearono ai Romani, non così le città della costa, timorose di rappresaglie da parte della flotta cartaginese. I successi conseguiti indussero i Romani alla decisione di affrontare i Cartaginesi anche in mare. Si trattava della prima impresa bellica per mare dei Romani: data l'inesperienza l'allestimento della flotta (cento quinquiremi e venti triremi) comportò gravi difficoltà. Gli armatori usarono come modello una nave da guerra cartaginese che i Romani avevano catturato durante uno scontro quando avevano passato lo stretto per intervenire a Messina.
    La flotta salpò verso la Sicilia al comando di Cneo Cornelio Scipione Asina. Questi, in avanguardia con diciassette navi, fu aggredito da venti navi Cartaginesi nei pressi di Lipari e costretto ad arrendersi. Poco dopo però una flotta di cinquanta navi cartaginesi comandata da Annibale si scontrò con il grosso della flotta romana e subì gravi perdite. In questo periodo i Romani idearono i Corvi, sorta di ponteggi che servivano per arpionare le navi avversarie ed invaderle.
    Caio Duilio, informato della cattura del collega Cneo Cornelio, raggiunse rapidamente la flotta in Sicilia e si scontrò con i Cartaginesi nei pressi di Milazzo. Nonostante la maggiore perizia marittima dei Cartaginesi, i Romani riuscirono a vincere la battaglia grazie ai "corvi" che permettevano loro di combattere corpo a corpo.
    Approdati in Sicilia i Romani liberarono Segesta. Nel 259 a.C. Annibale aggredì l'accampamento romano nei pressi di Termini Imerese (quaranta km. a est di Palermo) uccidendo circa quattromila uomini quindi partì verso la Sardegna ma qui venne intercettato da navi romane, fu catturato ed impiccato.
    Nel 258 a.C. (Polibio non fa menzione di alcune sconfitte subite dai Romani di cui parla Diodoro), i Romani comandati dai consoli Aulo Atilio e Gaio Sulpicio combatterono in Sicilia prendendo le città di Ippana (non localizzata), Mittistrato (non localizzata), Camarina ed Enna. Quindi assediarono Lipari.
    L'anno seguente il console Caio Atilo si scontrò in mare con i Cartaginesi presso Lipari in una battaglia dall'esito incerto.
    Nel 256 a.C. i Romani si organizzarono per sbarcare in Africa e minacciarono direttamente Cartagine. I Cartaginesi, dal canto loro, potenziarono la flotta per impedire l'attuazione del disegno dei Romani. Nella grandissima battaglia che seguì comandavano la flotta romana i consoli Marco Atilio e Lucio Manlio mentre i Cartaginesi erano guidati dai generali Annone e Amilcare Barca.
    Anche in questo caso l'esito della battaglia non fu del tutto chiaro ma i Romani ne uscirono nel complesso avvantaggiati essendo riusciti a catturare numerose navi nemiche. La flotta romana, poco dopo la battaglia, sbarcò in Africa, nella baia di Cartagine. Conquistata la città di Aspida i Romani razziarono il territorio e deportarono molti prigionieri.
    I Cartaginesi affidarono la difesa al comando di tre strateghi: Asdrubale figlio di Annone, Bostar e Amilcare. Il primo scontro fra i Romani e le difese Cartaginesi fu sfavorevole a questi ultimi a causa dell'infelice scelta del terreno di battaglia. I Cartaginesi si erano infatti collocati in posizione difficile, in luoghi impraticabili che ostacolavano i movimenti della cavalleria e degli elefanti.
    Dopo questa vittoria il console Marco Atilio propose delle trattative di pace (secondo Diodoro la proposta fu invece dei Cartaginesi) ma i delegati Cartaginesi respinsero le condizioni dei Romani giudicandole eccessivamente onerose.
    In quei giorni giunsero a Cartagine aiuti dalla Grecia, fra questi era lo spartano Santippo che, avendo dimostrato notevole perizia in cose militari, fu incaricato di riorganizzare le truppe e ben presto preparò un nuovo attacco contro i Romani.
    Nella battaglia successiva i Romani ebbero la peggio, subirono forti perdite ed il console Atilio Regolo fu fatto prigioniero. Qui Polibio inserisce una digressione per sottolineare l'insegnamento morale insito nelle vicende narrate: bastò l'avveduto consiglio di Santippo per risollevare la sorte cartaginese mentre Regolo che non aveva mostrato alcuna pietà verso i vinti si trovava improvvisamente nella situazione di dover sperare nella clemenza del nemico. L'uomo, dice Polibio, può migliorare solo tramite la sofferenza propria e quella altrui. L'insegnamento della prima è più efficace, quello della seconda meno doloroso.
    L'anno seguente (255 a.C.) i Romani raggiunsero l'Africa con una nuova flotta e, sconfitte le navi cartaginesi che tentavano di fermarli, recuperarono le truppe superstiti rimaste in territorio africano che si erano arroccate nella città di Aspida. Durante il viaggio di ritorno però la flotta romana incappò in una terribile tempesta che la distrusse quasi totalmente.
    Incoraggiati da questi avvenimenti, i Cartaginesi intensificarono la propria espansione in Sicilia, inviandovi un nuovo esercito comandato da Asdrubale. Nel 254 a.C. i Romani, ricostruita la flotta in tempi eccezionalmente brevi, tornarono in Sicilia con i consoli Aulo Atilio e Gneo Cornelio (già precedentemente catturato dai Cartaginesi e liberato in uno scambio di prigionieri). Le legioni assediarono e conquistarono Palermo, la maggiore città del dominio cartaginese in Sicilia.
    Nell'estate del 253 a.C. i consoli Gneo Servilio e Caio Sempronio sbarcarono di nuovo in Africa senza compiere imprese notevoli. Anche la loro flotta durante il viaggio di ritorno fu semidistrutta da una tempesta e questa volta i Romani decisero di tornare ai combattimenti terrestri. Trascorsero tre anni senza episodi di rilievo, i Romani erano scoraggiati e temevano in modo particolare gli elefanti, micidiale risorsa dell'esercito cartaginese.
    Nel 250 a.C., consoli Caio Atilio e Lucio Manlio, decisero di armare nuovamente la flotta. Asdrubale tentò di riprendere Palermo ma l'operazione non gli riuscì ed i Romani, in quell'occasione, non solo misero in fuga i Cartaginesi ma riuscirono anche ad impadronirsi dei loro elefanti.
    Dopo questi successi, nel quattordicesimo anno di guerra, i Romani erano padroni di tutta la parte della Sicilia che era stata dei Cartaginesi ad eccezione di Trapani e di Lilibeo e decisero di ritentare di combattere in Africa per chiudere definitivamente il conflitto.
    Per privare Cartagine del suo più importante porto in Sicilia i Romani assediarono Lilibeo. L'assedio fu molto duro ed i Cartaginesi si trovarono in difficoltà anche a causa della vacillante fedeltà dei loro mercenari. Dalla madre patria giunse in loro soccorso una flotta guidata da Annibale che riuscì con grande ardimento ad entrare nel porto di Lilibeo senza che i Romani potessero ostacolarlo.
    Nonostante questi rinforzi l'assedio durò a lungo. In questo periodo, ricorda Polibio, si distinse l'audacia del cartaginese Annibale Rodio che - grazie alla sua esperienza di navigatore - riuscì ad entrare ed uscire più volte dal porto di Lilibeo per portare notizie a Cartagine finchè non fu catturato dai Romani.
    Durante il lungo assedio una tempesta fornì agli assedianti l'occasione per distruggere le macchine da guerra dei Romani, approfittando del vento favorevole essi scagliarono dalle mura proiettili incendiari dando fuoco alle attrezzature belliche che erano tutte realizzate in legno, mentre i Romani, ostacolati dalle intemperie ed accecati dal fumo, non riuscivano a spegnere le fiamme.
    Distrutte le macchine, i Romani scavarono trincee e si dispersero per mantenere nel tempo la loro posizione.
    Nel 249 a.C. il console Publio Claudio raggiunse la Sicilia con diecimila uomini e si unì agli assedianti, quindi decise di attaccare il porto di Trapani. Scorgendo la flotta romana in arrivo il comandante di Trapani Aderbale preferì affrontarla in mare piuttosto che subire un assedio.
    Publio Claudio che non aveva previsto la reazione di Aderbale, tentò una rapida ritirata ma le navi, ormai già nel porto, non riuscirono a compiere la manovra e, accerchiate dalla flotta cartaginese, furono costrette ad affrontare la battaglia in condizioni svantaggiose. Lo scontro fu vinto da Aderbale che catturò i tre quarti delle navi romane acquisendo grande prestigio personale. Publio Claudio fu invece accusato di imperizia e di imprudenza e condannato al pagamento di una forte multa. Il suo collega Lucio Giunio raggiunse la Sicilia per portare rifornimenti agli assedianti di Lilibeo, quindi concentrò a Siracusa le forze navali romane operanti in Sicilia.
    Il cartaginese Cartalone, su ordine di Aderbale, sferrò un nuovo attacco alla flotta romana dislocata in Sicilia riuscendo ad affondare numerose navi. Poco dopo una nuova tempesta finiva di annientare le navi romane mentre Cartalone che, dotato di maggiore esperienza marinara aveva previsto il mutare del tempo, portava in salvo la propria flotta oltre capo Pachino.
    Questi avvenimenti portarono i Romani a rinunciare a combattere in mare e Giunio, per riparare ai danni subiti, iniziò nuove imprese terrestri che lo portarono a conquistare il Monte Erice, sul quale sorgeva un famoso santuario di Afrodite.
    I Cartaginesi nominarono stratego Amilcare Barca (Baraq = il fulmine) che saccheggiò le coste dell'Italia Meridionale e si impadronì di Eircte, località nei pressi di Palermo, sul monte Pellegrino. Da questa posizione Amilcare insidiò le coste italiane ed i presidi romani in Sicilia per tre anni.
    Nel 244 a.C. Amilcare riuscì finalmente a prendere Erice e la lotta proseguì in quel luogo per altri due anni senza che nessuna delle due parti riuscisse a prevalere.
    A questo punto i Romani decisero di riprendere dopo cinque anni i combattimenti in mare e fu allestita una flotta di duecento quinquiremi con il supporto finanziario dei privati. Ne assunse il comando Caio Lutazio che salpò nell'estate del 242 a.C.
    Il 10 marzo 241 a.C., Caio Lutazio affrontò una flotta cartaginese comandata da Annone che stava raggiungendo la Sicilia per portare rinforzi e vettovagliamento ad Amilcare. I Cartaginesi, con le navi appesantite dal carico e con equipaggi che non erano fra i migliori, ebbero la peggio e presero centoventi navi, in parte affondate, in parte catturate. Il resto della flotta fuggì mentre Caio Lutazio raggiungeva a Lilibeo il resto dell'esercito romano portando con se migliaia di prigionieri.
    Dopo queste sconfitte Cartagine conferì pieni poteri ad Amilcare che inviò ambasciatori a Lutazio per trattare la pace. Il console stilò un accordo che prevedeva la rinuncia alla Sicilia da parte dei Cartaginesi ed il risarcimento dei danni di guerra oltre alla liberazione di tutti i prigionieri. Roma non ratificò immediatamente il trattato ma inviò una commissione di inchiesta che alla fine lo approvò con alcuni aggravi delle condizioni. Si concluse così, dopo venticinque anni, la guerra più lunga e grave della storia romana.

    Dopo la pace i Romani affrontarono una guerra contro i Falisci e la vinsero in pochissimi giorni. I Cartaginesi invece dovettero affrontarne una ben più grave contro i mercenari numidi ed i Libici che si erano a questi associati.
    Tornati a Cartagine i mercenari erano stati concentrati nella vicina città di Sicca in attesa di ricevere il soldo ma, anche a causa delle difficoltà finanziarie Cartaginesi, scoppiò la ribellione.
    Concentrare tanti mercenari in un solo luogo era stato un grosso errore ed i Cartaginesi, per limitarne le conseguenze, furono costretti ad abbondanti concessioni. Infine i mercenari accettarono il generale cartaginese Gescone, che aveva combattuto con loro in Sicilia, come arbitro della controversia.
    Nonostante l'accorta diplomazia di Gescone la ribellione, guidata dal campano Spendio e dal libico Matone, si aggravò rapidamente fin quando nel 240 a.C., coinvolgendo anche alcune città libiche, divenne una vera e propria guerra. I mercenari assediarono le città di Utica e di Ippona Diarrito (odierna Biserta).
    I Cartaginesi furono colti di sorpresa da questa situazione. Erano a corto di mezzi e di navi a causa degli oneri sostenuti durante la lunga guerra in Sicilia, inoltre avendo l'abitudine di avvalersi in prevalenza di truppe mercenarie si trovavano in forte minoranza quando furono i mercenari stessi a ribellarsi. Dal canto loro i Libici colsero volentieri l'occasione per tentare di liberarsi del governo di Cartagine che li aveva gravemente vessati per finanziare le imprese contro i Romani.
    In un primo momento il comando delle milizie Cartaginesi venne affidato ad Annone il quale si rivelò tanto abile nell'organizzazione dei preparativi quanto insicuro ed inesperto nel comando delle azioni belliche vere e proprie. Annone fu sconfitto dai ribelli durante un tentativo di liberare Utica e venne sostituito da Amilcare Barca il quale riuscì a liberare la città assediata. Proseguiva invece l'assedio di Ippona Diarrito. Inoltre si ribellarono anche i mercenari che presidiavano la Sardegna per i Cartaginesi.
    Contro questi fu inviato Annone ma i suoi mercenari disertarono unendosi ai ribelli, lo stesso Annone e molti Cartaginesi residenti in Sardegna furono catturati e trucidati. La Sardegna si liberò dal dominio punico.
    Intanto Amilcare Barca, adottando una politica di clemenza verso i prigionieri, cominciava a recuperare parte dei ribelli e ad indebolire l'unità della fazione rivoltosa, con grande preoccupazione dei due caporioni Spendio e Matone.
    Ben presto i ribelli incrudelirono. Gescone, che era stato fatto prigioniero, venne barbaramente torturato e trucidato con gli uomini del suo seguito, analoga sorte subirono quanti osavano predicare la moderazione.
    La guerra si fece più dura, Amilcare depose la tattica conciliante e prese a rispondere sempre più aspramente alle provocazioni. Aggravavano la situazione dei Cartaginesi la discordia fra i loro capi militari, la carestia provocata dalla perdita della Sardegna, le defezioni di Utica ed Ippona che, dopo lungo assedio, si consegnarono spontaneamente ai ribelli.
    Per contro i Cartaginesi potevano contare sull'amicizia di Gerone (che preferiva non vedere distrutta l'unica potenza in grado di controbilanciare quella crescente dei Romani) e sulla lealtà dei Romani che, fedeli alle clausole del trattato, garantirono rifornimenti e rifiutarono qualsiasi appoggio ai mercenari ribelli.
    Matone e Spendio tentarono l'assedio di Cartagine ma Amilcare riuscì abilmente a capovolgere la situazione. I ribelli, accerchiati ed isolati, furono costretti ad allontanarsi ed Amilcare passò a sua volta ad assediare il loro accampamento, portandoli alla fame ed alla disperazione. Quando arrivarono al cannibalismo i ribelli decisero di arrendersi ed inviarono una delegazione a trattare con Amilcare.
    Amilcare arrestò i delegati ed attaccò i Libici sopraffacendoli. Poco dopo lo stratego Annibale , giustiziato Spendio e gli altri delegati catturati da Amilcare, si scontrò con Matone a Tunisi ma ebbe la peggio. I Cartaginesi dovettero ritirarsi e lo stesso Annibale venne ucciso.
    Infine i Cartaginesi organizzarono l'estrema difesa contro i ribelli, presso la città di Leptis Minor, affidandone il comando ad Amilcare Barca e ad un generale di nome Annone. I Cartaginesi vinsero la battaglia decisiva e catturarono Matone, subito dopo tutte le città che avevano aiutato i mercenari si arresero ad eccezione di Utica e di Ippona, che resistettero ancora per qualche tempo. Ebbe termine così una guerra violentissima che era durata tre anni e quattro mesi.
    I Romani intervennero in Sardegna provocando incidenti diplomatici con Cartagine ma i Cartaginesi, troppo provati dalle recenti vicende, preferirono cedere l'isola piuttosto che affrontare una nuova guerra.

    Libro II


    Dopo la guerra libica (238 a.C.) i Cartaginesi affidarono al generale Amilcare una campagna di espansione in Spagna. Amilcare, che era partito con il figlio Annibale di appena nove anni, assoggettò con metodi più o meno bellicosi molte tribù di Iberi. Morì in battaglia nel 229 a.C., nono anno della sua campagna. Ricevette il comando suo cognato Asdrubale.
    Nello stesso periodo i Romani affrontavano gli Illiri, abitanti nella parte occidentale della penisola balcanica.
    Il re illirico Agrone aveva accettato di allearsi con Demetrio III di Macedonia contro la Lega Etolica che assediava la città di Medione in Acarnania. Nel 231 a.C. un contingente illirico di cinquemila uomini sbarcò presso Medione che stava per capitolare e capovolse le sorti dell'assedio. Agrone morì poco dopo per cause naturali. Al posto di suo figlio ancora minorenne, assunse il potere la moglie Teuta. Sotto Teuta la flotta degli Illiri commise atti di pirateria e saccheggi lungo le coste dell'Elide e della Messenia, infine conquistò la città di Fenice in Epiro. Dopo aver subito una sconfitta, gli Epiroti chiesero aiuto agli Achei che accorsero ma il generale illirico Scerdilaida, fratello di Agrone, essendo stato richiamato in patria per sedare una ribellione, trattò il riscatto di Fenice e firmò la pace con gli Epiroti.
    Successivamente gli Epiroti si allearono con gli Illiri contro Achei ed Etoli. La pirateria degli Illiri spinse le vittime a chiedere aiuto ai Romani e questi nel 230 a.C. inviarono Gaio e Lucio Coruncanio in Illiria per svolgere un'inchiesta. La regina Teuta, offesa per l'intrusione, fece uccidere uno dei due creando un grave incidente diplomatico.
    Durante la successiva primavera gli Illiri tentarono la conquista di Epidamno (Durazzo), fallita l'impresa assediarono Corcira che si arrese dopo qualche resistenza. Di presidiare Corcira fu incaricato Demetrio di Faro. Nel frattempo (229 a.C.) i consoli Gneo Fulvio e Lucio Postumio mossero da Roma rispettivamente a capo della flotta e dell'esercito.
    Giunto a Corcira Gneo Fulvio prese sotto la sua protezione gli abitanti dell'isola contro gli Illiri. Si unì a lui anche Demetrio che, caduto in disgrazia presso Teuta, era passato ai Romani. Gli Illiri furono allontanati anche da Epidamno ed Apollonia, quindi i Romani iniziarono la penetrazione in Illiria. Alla fine della campagna lasciarono Demetrio a governare l'Illiria sottomessa, mentre la regina Teuta si era arroccata nella città di Rizone (odierna Risano).
    In primavera Teuta scese a patti con i Romani che si ritirarono dall'Illiria in cambio di tributi e dell'impegno a rinunciare alla pirateria contro i Greci. Ne nacquero buone relazioni con la Grecia, tanto che i Romani furono per la prima volta ammessi a partecipare ai Giochi Istmici.

    Nel frattempo Asdrubale aveva rafforzato il potere cartaginese in Spagna e vi aveva fondato (221 a.C.) una nuova città che più tardi sarà chiamata Cartagena. I Romani erano preoccupati da questi fatti ma lo erano di più per la minaccia costituita dai Celti, quindi si limitarono a firmare nel 225 a.C. un trattato con Asdrubale che impegnava i Cartaginesi a non oltrepassare in armi il fiume Ebro.
    Prima di narrare le vicende relative ai Celti (o Galli), Polibio ritiene opportuno inserire una breve descrizione del loro territorio attraversato dalle Alpi che lo dividono in due paesi (Gallia Cisalpina e Gallia Transalpina). I Galli Cisalpini abitavano l'ampia e ricca pianura del Po, già appartenuta agli Etruschi che ne erano stati scacciati, appunto, dai Galli. I Galli insediati nella Pianura Padana erano suddivisi in numerose popolazioni fra le quali Polibio ricorda i Lai (o Levi), i Labeci, gli Insubri, i Cenomani, gli Anari, i Boi, i Lingoni ed i Senoni.
    I loro costumi erano semplici e rozzi, agricoltori e pastori conducevano una vita "ignara di ogni scienza e di ogni arte".
    In tempi antichi i Galli avevano più volte minacciato i Romani arrivando nel 390 a.C. a saccheggiare Roma. In seguito si erano stipulati trattati di pace, alternati con periodi di conflittualità. Più volte i Galli invasero e razziarono territori sottomessi a Roma. Nel 295 a.C., alleatisi con i Sanniti, sconfissero i Romani nel territorio di Camerino, nel 284 a.C. furono a loro volta battuti nella grande battaglia di Sentino. Circa dieci anni dopo i Galli assediarono Arezzo ma questa volta i Romani reagirono duramente ed i Galli persero i loro territori più meridionali, dove fu fondata la colonia romana di Sena dei Galli. Nel 283 a.C. si svolse un altro tentativo di attacco a Roma da parte dei Galli, questa volta alleati con gli Etruschi. I Romani vinsero presso il lago Vadimone (Bracciano).
    Seguirono quarantacinque anni di pace fra Galli e Romani ma, cambiata la generazione, i Galli ripresero le ostilità, tuttavia prima di attaccare i Romani vennero a guerra fra le loro stesse tribù. Nel 232 a.C. i Romani ripartirono fra i coloni il territorio che era stato dei Senoni. In quegli anni Gaio Flaminio Nepote, tribuno della plebe, riuscì a far approvare una legge agraria che Polibio definisce demagogica attribuendole la causa prima della successiva guerra contro i Galli.
    I Galli Cisalpini si accordarono infine con quelli che abitavano oltre le Alpi e nel bacino del Rodano per sferrare insieme un attacco decisivo contro Roma. Come si è detto i Romani, preoccupati da questa situazione, conclusero un trattato con Asdrubale in Spagna per non doversi impegnare contemporaneamente su due fronti.
    Nel 225 a.C. un esercito di Galli Gesati giunse al fiume Po e si unì alle forze celtiche locali, muovendo verso l'Etruria mentre i Romani preparavano per la difesa tutte le loro risorse. Polibio fornisce una descrizione piuttosto dettagliata delle legioni romane e delle forze alleate che, nell'insieme, costituivano un enorme potenziale bellico.
    I Galli si scontrarono vittoriosamente con una parte dell'esercito romano presso Chiusi, tuttavia, soddisfatti del bottino, decisero di ritirarsi prima di dover affrontare l'esercito del console Lucio Emilio che, di stanza a Rimini, stava accorrendo in aiuto di Roma. I Galli in ritirata si trovarono presi presso Talamone fra i due eserciti dei consoli Lucio Emilio e Gaio Atilio, quest'ultimo reduce dalla Sardegna ed appena sbarcato sulle coste toscane. I Galli furono sconfitti ma Gaio Atilio venne catturato ed ucciso.
    Il successo incoraggiò i Romani che l'anno successivo inviarono i consoli Quinto Fulvio e Tito Manlio contro i Celti stanziati nella Pianura Padana. Dopo una vittoria sui Boi i consoli sospesero la campagna a causa di un'epidemia.
    L'anno successivo (223 a.C.) i nuovi consoli Publio Furio e Gaio Flaminio penetrarono nel territorio degli Anari e di qui passarono ad attaccare gli Insubri. Inferiori nel numero ma superiori nella preparazione militare, i Romani sconfissero gli Insubri sul fiume Oglio.
    Nel 222 a.C., falliti i negoziati con i Romani, i Celti si riunirono ed armarono di nuovo. consoli Marco Claudio e Gneo Cornelio, si combattè ancora fra Acerra (Pizzighettone), Clastidium (Casteggio) e Mediolano. Infine i capi Insubri si arresero ai Romani senza condizioni. Polibio conclude qui la sua narrazione delle guerre contro i Galli, guerre che furono terribili per l'impeto dei barbari ma che, secondo l'Autore, furono vinte facilmente dalla superiore organizzazione dei Romani.

    La narrazione, dopo la digressione sui Celti, torna ai Cartaginesi. Asdrubale, dopo aver regnato sulla Spagna per otto anni (229 a.C. - 221 a.C.) venne ucciso da nemici personali. Il governo della provincia iberica passò al venticinquenne Annibale che subito adottò una politica fortemente antiromana. Tuttavia, nell'intento di fornire una descrizione delle "terre conosciute", Polibio rinvia ancora la trattazione della seconda guerra punica per sintetizzaare le vicende greche, in particolare quelle che portarono alla pacificazione del Peloponneso sotto il segno della cultura achea.
    L'Autore risale al quarto secolo, epoca di grande fermento rivoluzionario fra le colonie della Magna Grecia, durante la quale gli Achei inaugurarono la loro politica pacificatrice. Successivamente tale politica servì a risolvere la crisi del Peloponneso. Protagonisti ne furono, secondo Polibio, tre Achei: Arato di Sicione, Filopemene di Megalopoli e Licorta, dei quali l'Autore si accinge a ricordare le opere.

    Si era ai tempi della 124ma Olimpiade (284-280 a.C.) quando Patre (Patrasso) e Dime strinsero la prima alleanza. Morirono in quegli anni molti dei successori di Alessandro: Tolomeo Sotere, Lisimaco, Seleuco, Tolomeo Cerauno. Dopo la morte di Alessandro le dodici città della Lega Achea però conobbero un periodo di grande discordia che andò a danno della loro indipendenza. Fu appunto durante la 124ma Olimpiade che la situazione si risolse e gli Achei tornarono all'antica concordia, la lega venne rapidamente ricostituita. Dopo venticinque anni le città achee elessero per la prima volta uno stratego comune, Margo di Carinea. Nel 251 la strategia toccò ad Arato di Sicione che aveva appena liberato la propria città dal tiranno Nicocle. Arato seppe ingrandire la Lega Achea e trascorse la sua vita lottando contro il dominio macedone nel Peloponneso. Promosse la lega con condizioni di favore per i tiranni che accettavano di aderire deponendo il potere assoluto e con gravi minacce per quelli che rifiutavano.
    Contro la Lega Achea gli Etoli si allearono con la Macedonia, allora governata da Dosone, e con Cleomene III di Sparta. Nonostante Cleomene avesse invaso alcune città degli Etoli questi cercarono la sua alleanza pur di battere gli Achei. Nel 228 a.C. ebbe così inizio la guerra cleomenica.
    Inizialmente gli Achei affrontarono la guerra da soli ma Arato, non troppo sicuro dell'esito che quelle vicende avrebbero potuto avere, decise di cercare di portare dalla sua parte Antigono Dosone. Ritenendo politicamente non opportuno effettuare il tentativo apertamente, trovò il modo di farlo attraverso Megalopoli, città dell'Arcadia tradizionalmente ostile a Sparta.
    Tramite l'ambasciata dei Megalopolitani, abilmente organizzata, Arato ottenne dai Macedoni promesse di aiuto e fece in modo che tale disponibilità venisse accettata dall'intera Lega Achea.
    Cleomene di Sparta continuò la sua campagna espansionistica e nel 225 a.C. conquistò Corinto. Arato approfittò della situazione per rinforzare la sua alleanza con Antigono offrendo a questi Corinto, quando fosse stata riconquistata.
    Nel 224 a.C. Antigono si schierò con gli Achei contro Cleomene. Cleomene, al quale gli Achei avevano nel frattempo ripreso Argo, dovette retrocedere e portarsi sulla difensiva.
    Antigono prese l'Acrocorinto, penetrando nel Peloponneso. Giunto ad Argo rinnovò l'accordo con gli Achei. Nella primavera del 223 a.C. Macedoni ed Achei assediarono Tegea, quindi presero d'assalto Orcomeno e Mancende (poi Antigonea) indebolendo progressivamente le posizioni spartane.
    Cleomene attaccò improvvisamente Megalopoli e, nonostante la coraggiosa difesa degli abitanti, riuscì ad impadronirsene e la devastò crudelmente.
    A questo punto Polibio confuta Filarco, autore di Storie che aveva fornito degli eventi narrati versioni molto diverse e contrastanti con quelle di Arato (e di Polibio stesso): è l'occasione per ribadire la funzione educativa della storia ed il dovere dello storico di attenersi ai puri fatti senza aggiungere personali interpretazioni.
    La città di Mantinea, che era passata spontaneamente a Cleomene, fu ripresa da Arato, ma la clemenza di questi spinse i cittadini a ricongiungersi liberamente e di buon grado con la Lega Achea. Tuttavia poco tempo dopo Mantinea ripassò a Sparta ed il presidio acheo venne trucidato. Polibio contesta a Filarco di aver fornito una versione artefatta di questo episodio. Altro episodio discusso è la morte di Aristomaco, tiranno di Argo. Filarco dice che fu barbaramente torturato a morte, Polibio confuta ed aggiunge comunque che la condanna era ampiamente motivata dalle empietà commesse dal tiranno.

    Al principio della primavera, avendo Antigono ritirato le sue truppe, Cleomene attaccò Argo. Si trattò di un'azione temerarie perchè la città era considerata imprendibile, tuttavia Cleomene aveva scelto il momento giusto ed ottenne, se non altro, di atterrire gli avversari ed incoraggiare le proprie truppe.
    All'inizio dell'estate Antigono avanzò con gli alleati verso la Laconia, ma giunto ai confini di questa trovò fortissime le difese organizzata da Cleomene e prese tempo accampandosi lungo il fiume Gorgilo.
    Quando si giunse alla battaglia (221 a.C.? 223 a.C.?) nell'esercito di Antigono si distinse il giovane Filopemene di Megalopoli che ebbe la meglio sul comandante spartano Eucleida. Infine Antigono vinse, gli Spartani furono sconfitti e Cleomene fuggì alla volta di Alessandria.
    Antigono trattò con grande clemenza i cittadini di Sparta e dopo pochi giorni tornò in Macedonia per scacciare un'invasione di Illiri.
    Presenziò ad Argo alle feste Nemee dove gli furono tributati grandi onori da parte degli Achei ma, dopo poco tempo, morì di malattia (220 a.C.) lasciando il trono di Macedonia a Filippo, figlio di Demetrio.
    Nello stesso periodo moriva Tolomeo Evergete lasciando l'Egitto al figlio Tolomeo Filopatore. Morì anche Seleuco III Sotere, re di Siria, combattendo per la riconquista dell'Asia Minore, sottrattagli da Attalo, e lasciò il trono al fratello Antioco III.
    Qui si conclude il proemio introduttivo alle Storie di Polibio.

    Libro III


    Polibio precisa meglio gli argomenti della successiva narrazione: la guerra sociale, la guerra annibalica, la guerra per la Celesiria.
    La trattazione avrà inizio dalla 143ma Olimpiade (220 a.C. - 216 a.C.). Si racconterà delle causee e degli effetti della seconda guerra con Cartagine e di come Filippo di Macedonia, sconfitti gli Etoli, si sia alleato con i Cartaginesi, di come Antioco e Tolomeo Filopatore si siano contesi la Celesiria, delle vicende di Gelone Siracusa e di quelle egiziane, dopo la morte di Tolomeo. Si analizzerà la costituzione romana: il fine principale dell'opera, si deve ricordare, è l'esame del processo che ha portato Roma a dominare il mondo.
    Il racconto continuerà con la guerra contro Filippo e con quella contro Antioco e i Galati.
    Nel giro di circa mezzo secolo avvennero eventi importantissimi: i Romani in Spagna dichiararono guerra ai Celtiberi ed ai Vaccei, i Cartaginesi a Massinissa, re dei Libici; Attalo II di Pergamo combattè contro l'invasione di Prusia, re di Bitinia. In Cappadocia Ariarate V Filopatore fu spodestato dal fratello Oroferne e reinsediato con l'aiuto di Attalo e di Demetrio I Sotere, re di Siria.
    Infine i Romani vennero a guerra contro i Cartaginesi, proponendosi di annientarli definitivamente.
    Dopo la vasta anticipazione Polibio riprende la trattazione dettagliata contestando subito l'opinione degli storici che indicavano nella presa di Sagunto da parte dei Cartaginesi la causa prima della seconda guerra punica: questo fu solo un pretesto - scrive Polibio - le cause vere ed originali del conflitto furono l'odio ed il risentimento che Cartagine aveva dovuto reprimere accettando le terribili condizioni di resa nella guerra precedente, quando aveva dovuto perdere la Sardegna pur di non combattere contro i Romani mentre la rivolta dei mercenari la minacciava dall'interno.
    In particolare fu causa attiva l'odio risoluto di Amilcare Barca, padre di Annibale, e di tutti i membri della sua famiglia.
    Amilcare era riuscito a salvare dalla guerra precedente buona parte delle sue risorse militari e si era insediato in Spagna dove aveva governato rendendosi sempre più indipendente dal Senato cartaginese. Il suo esempio fu seguito da Annibale che, non di meno, fu per diciassette anni a capo delle forze Cartaginesi contro i Romani.
    Secondo Fabio Pittore i Barcidi tendevano alla tirannide e non riuscendo a prendere il potere a Cartagine avevano preso possesso della Spagna e la governavano con un regime monarchico, di fatto indipendente dal Senato cartaginese. Quando Annibale occupò Sagunto i Romani mandarono ambasciatori a Cartagine chiedendo che fosse loro consegnato il generale ed ottennero un diniego. Ora, obietta Polibio, se il Senato cartaginese fosse stato in contrasto con Annibale e non avesse partecipato alla decisione, perché non avrebbero dovuto consegnarlo liberandosi di un uomo pericoloso ed evitando la guerra?
    Polibio indica tre cause determinanti della seconda guerra punica: la politica antiromana di Amilcare, la perdita della Sardegna e l'incoraggiamento che i Cartaginesi ricavarono dai successi in Spagna. In sintesi, pur essendo morto anni prima dell'inizio della guerra, Amilcare sarebbe stato il primo artefice della belligeranza cartaginese.
    Per dimostrare l'intensità dell'odio di Amilcare verso i Romani Polibio racconta del giuramento di inimicizia che fece fare al figlio Annibale quando aveva solo nove anni, episodio narrato anche da Livio.
    Alla morte di Asdrubale Maggiore le truppe cartaginesi in Spagna proclamarono stratego Annibale e a Cartagine la scelta venne ratificata all'unanimità. Annibale condusse una breve campagna contro la tribù degli Olcadi quindi si stabilì a Cartagena per trascorrervi l'inverno.
    Nell'estate successiva (220 a.C.) Annibale attaccò i Vaccei prendendo Elmantice e Arbucula. Fu a sua volta attaccato dai Carpesi, una delle popolazioni più forti della penisola, che insieme ai loro alleati schierarono un esercito di oltre centomina uomini, ma Annibale con fine strategia riuscì ad ucciderne molti mentre erano impegnati nell'attraversare il Tago, quindi contrattaccò e mise in fuga i superstiti.
    Sollecitati dai Saguntini che prevedevano di essere attaccati, i Romani inviarono ad Annibale un'ambasceria che fu ricevuta a Cartagena. Gli ambasciatori diffidarono Annibale dal molestare Sagunto e dal violare il trattato dell'Ebro ma Annibale, accampandpo il pretesto di ingiustizie compiute dai Romani ai danni dei Saguntini, non volle dar loro soddisfazione. Gli ambasciatori salparono per Cartagine per ripetere la diffida, pur avendo compreso che la guerra era ormai inevitabile.
    Sapendo che la guerra sarebbe stata lunga e impegnativa, i Romani decisero di liberarsi dai problemi in corso con gli Illiri. Demetrio di Faro aveva tradito il patto di alleanza con i Romani, si era accordato con i Macedoni ed in quel periodo andava saccheggiando e devastando i territori controllati da Roma e dai suoi alleati. Nella primavera del 219 a.C. mosse contro di lui il console Lucio Emilio Paolo.
    Contemporaneamente Annibale, in anticipo sulle previsioni dei Romani, assediò Sagunto. Gli occorsero otto mesi per prendere la città ma alla fine aveva raggiunto l'obiettivo: si era procurato ricchezze per finanziare successive operazioni, aveva premiato ed incoraggiato i suoi soldati ed inviando parte del bottino in patria aveva aumentato il consenso dei Cartaginesi nei suoi confronti.
    Demetrio di Faro aveva preparato le sue forze per affrontare i Romani nella fortezza di Dimalo (lungo le coste dell'Illiria Greca) che era ritenuta inespugnabile ma che cadde nelle mani di Lucio Emilio dopo soli sette giorni di assedio. Il console passò quindi ad attaccare Demetrio nell'isola di Faro facendo sbarcare segretamente gran parte delle truppe nella notte precedente l'assalto. Questo stratagemma risultò utile al mattino perché le truppe sbarcate di notte presero alle spalle gli Illiri che stavano combattendo con quelle appena approdate e li scoprissero.
    Demetrio riuscì a fuggire in Macedonia dove rimase per il resto della vita. Sarebbe morto più tardi nel tentativo di conquistare Messene per conto di Filippo V. Lucio Emilio tornò a Roma dove fu accolto trionfalmente. Appresa la notizia della caduta di Sagunto i Romani inviarono a Cartagine ambasciatori che recavano un messaggio molto chiaro: o la consegna di Annibale e dei suoi consiglieri, o la guerra.
    I Cartaginesi affermarono che il trattato dell'Ebro era nullo in quanto non ratificato dal Senato e si rifecero al trattato conclusivo della guerra precedente che non riguardava Sagunto.
    I Romani rigettarono questa posizione ed insistettero per la consegna dei responsabili della caduta di Sagunto. Per maggiore chiarezza Polibio ritiene opportuno approfondire i trattati fra Romani e Cartaginesi.
    Un primo trattato fu sottoscritto ai tempi del primo consolato (509 a.C.) e prevedeva il divieto per i Romani di navigare in acque cartaginesi ed il divieto per i Cartaginesi di entrare in territorio romano o latino, oltre ad altre clausole minori.
    Il secondo trattato (348 a.C.) ribadiva il precedente ed aggiungeva clausole per regolare i rapporti commerciali. In entrambi questi trattati l'Africa Settentrionale, la Sardegna e parte della Sicilia venivano considerate dominio cartaginese.
    Il terzo trattato (279 a.C.) era stato firmato ai tempi di Pirro e oltre a confermare gli accordi precedenti prevedeva mutuo aiuto militare.
    Successivamente, dopo la prima guerra punica, furono conclusi accordi che prevedevano la rinuncia cartaginese alla Sicilia e poi alla Sardegna. Infine nel 226 a.C. fu siglato il trattato dell'Ebro con Asdrubale per regolare la questione spagnola.
    Secondo l'Autore i Cartaginesi avrebbero violato, aggredendo Sagunto, le clausole dei vari trattati che prevedevano l'incolumità degli alleati della controparte ed avrebbero violato oltrepassando l'Ebro in assetto di guerra il trattato del 266 a.C.
    In questo senso la responsabilità della guerra annibalica ricadrebbe pienamente su Cartagine, tuttavia i Romani avevano commesso la loro parte di ingiustizia con le requisizioni della Sardegna e l'imposizione dei tributi. L'ambasciata dei Romani a Cartagine si concluse con una reciproca dichiarazione di guerra. Annibale che svernava a Cartagine iniziò i suoi preparativi istruendo il fratello Asdrubale su come condurre in sua assenza le operazioni in Spagna ed affidandogli adeguate risorse militari e navali.
    Prese contatto con i Celti che abitavano sulle Alpi ed oltre per saggiare la loro disponibilità ad aiutarlo durante la marcia verso l'Italia, avutane conferma all'inizio della primavera del 218 a.C. lasciò i quartieri d'inverno.
    Partì con circa novantamila fanti e dodicimila cavalieri e, superato l'Ebro, sottomise gli Ilergeti, i Bargusi, gli Erenosi e gli Andosini.
    Affidò tutta la regione ad Annone lasciandogli circa diecimila soldati, altrettanti ne congedò e, considerando le perdite subite nel combattere le popolazioni iberiche, arrivò ai Pirenei con cinquantamila fanti e novemila cavalieri.
    I Romani, venuti a conoscenza della partenza di Annibale, decisero di inviare con un esercito il console Publio Cornelio in Iberia ed il collega Tiberio Sempronio in Africa.
    In quel periodo, incoraggiati dall'imminente arrivo dei Cartaginesi, i Galli Boi si allearono con gli Insubri e si sollevarono. Devastarono il territorio di Piacenza e Cremona, colonie recentemente dedotte, ed assediarono Modena. Accorse la quarta legione comandata dal pretore Lucio Melio ma venne sconfitta e i superstiti si chiusero nel villaggio di Tanneto dove furono assediati.
    Furono mandate in quei luoghi le legioni preparate per Publio Cornelio (al quale furono ordinati nuovi arruolamenti) al comando del pretore Caio Atilio Serrano.
    Tiberio Sempronio con centosessanta navi raggiunse Lilibeo in Sicilia ed iniziò grandi preparativi. Cornelio, partito da Pisa, raggiunse Marsiglia ed approdò alla foce del Rodano. Venuto a sapere che Annibale, in forte anticipo sulle previsioni, era arrivato a quel fiume, mandò in ricognizione trecento cavalieri.
    Per passare il Rodano Annibale acquistò tutte le imbarcazioni disponibili presso la popolazione locale e molto legname per costruire zattere. Tutto fu preparato molto rapidamente ma Annibale notò che un grande numero di barbari (i Volci secondo Livio) aspettava sulla riva opposta per impedirgli di sbarcare. Divise allora le sue truppe e ne affidò una parte ad Annone perché le facesse traghettare in un punto più a monte. Quando queste truppe ebbero superato il fiume attaccarono i barbari alle spalle ed ingaggiarono un combattimento mentre il resto dell'esercito, con cavalli ed elefanti, traghettava a sua volta.
    Compiuta la traversata Annibale presentò ai soldati gli ambasciatori delle genti celtiche (Galli Boi, secondo Livio) che avevano offerto aiuti ed alleanza, pronunciò quindi un discorso per incoraggiare i soldati in vista della marcia del giorno successivo.
    Tornarono al campo cartaginese i cavalieri numidi che Annibale aveva inviato in ricognizione, avevano subito molte perdite scontrandosi con quelli romani mandati da Cornelio. Il console, informato così della posizione del nemico salpò immediatamente lungo il Rodano per raggiungere ed attaccare Annibale ma questi all'alba tolse il campo e riprese il cammino verso l'Italia.
    Polibio critica gli storici che hanno esagerato le difficoltà del viaggio con l'intenzione di mettere in risalto l'audacia di Annibale e riuscendo soltanto a farlo apparire come un comandante stolto ed imprudente. Prima dei Cartaginesi le Alpi erano state spesso attraversate dai Celti ed Annibale si era approfonditamente informato sui luoghi e si era procurato molte guide esperte.
    Quando il console Cornelio giunse al sito del campo cartaginese, Annibale era già partito da tre giorni. Cornelio affidò allora il comando in Spagna al fratello Gneo Cornelio Scipione e partì rapidamente per anticipare Annibale attraverso l'Etruria.
    Giunto in una località chiamata l'Isola (Isere), Annibale trovò una contesa in corso fra due fratelli per il potere sulle popolazioni locali. Aiutò uno dei due a cacciare l'altro e fu ricompensato con molti rifornimenti per i suoi soldati e con una scorta fino al passo alpino.
    Iniziato il transito del valico i Cartaginesi scoprirono che gli Allobrogi avevano bloccato alcuni passaggi obbligati. Le guide di Annibale lo informarono che le sentinelle si allontanavano durante la notte ed il generale ne approfittò per occupare le loro postazioni.
    Al mattino gli Allobrogi attaccarono ma Annibale aveva acquisito vantaggio occupando posizioni più elevate. Durante il combattimento molti caddero da entrambe le parti anche a causa della natura impervia del terreno con molti insidiosi burroni. I Cartaginesi persero anche molti animali da soma con il relativo carico di masserizie, tuttavia quando Annibale ebbe sterminato gli Allobrogi conquistò una loro città trovandovi animali e rifornimenti per compensare le perdite subite.
    Dopo quattro giorni alcuni Galli si presentarono ad Annibale dicendo di offrire amicizia per evitare il destino di quanti lo avevano attaccato. Annibale era diffidente ma, per evitare che un rifiuto gli rendesse difficile trovare alleanze in futuro, accettò.
    I Galli fornirono guide ma si trattava di una trappola e le guide portarono i Cartaginesi nel luogo di un'imboscata.
    I Cartaginesi riuscirono a resistere ma quando il nemico si allontanò contarono molte perdite. Dopo questo episodio Annibale proseguì verso il valico non subendo ulteriori attacchi ma solo modesti tentativi di disturbo da parte dei barbari.
    Un nuovo pericolo minacciò la discesa: la neve fresca caduta su quella gelata rendeva il sentiero impraticabile e molti uomini ed animali persero la vita scivolando nei precipizi. Furono necessari pesanti lavori per spalare la neve e proseguire nella discesa.
    Comunque i Cartaginesi, dopo cinque mesi di viaggio, avevano superato le Alpi raggiungendo la Pianura Padana.
    Cornelio, sbarcato a Pisa, aveva risalito l'Etruria e giunto nel territorio degli Insubri aveva preso in consegna le legioni ivi stanziate. Annibale fece riposare e ristorare le sue truppe stremate dalla fatica e dai combattimenti. Fra le popolazioni della zona gli si opposero solo i Taurini che furono massacrati come chiaro monito per gli altri.
    I Romani costruirono un ponte per superare il Ticino ed oltre il fiume si scontrarono per la prima volta con i Cartaginesi. La cavalleria di Annibale prevalse sull'esercito di Cornelio Scipione. Dopo la sconfitta del Ticino Cornelio, che era stato ferito durante la battaglia, decise di ritirarsi verso Piacenza. Superato il ponte da loro costruito i Romani lo distrussero per bloccare i Cartaginesi che li inseguivano.
    Annibale dovette a sua volta costruire un ponte di zattere per passare il fiume. I Galli che avevano deciso di aderire alla causa del più forte, vista la vittoria di Annibale, gli offrirono aiuti ed alleanza, che il generale accettò volentieri.
    Raggiunti i Romani, i Cartaginesi piantarono il proprio accampamento a breve distanza da quello nemico.
    I Celti che militavano con Cornelio disertarono e dopo aver ucciso durante la notte molti Romani, passarono al campo di Annibale che li accolse con entusiasmo e li mandò alle rispettive città a fare propaganda filocartaginese. Dopo questo tradimento era inevitabile che tutti i Celti della zona passassero ai Cartaginesi, lo comprendeva Annibale e lo sapeva anche Cornelio che per precauzione decise di spostarsi verso il fiume Trebbia.
    Inseguiti dai Cartaginesi, i Romani superarono il fiume e presero il campo fortificandolo con fosse e staccionate.
    Il console Tiberio marciò a tappe forzate fino a Rimini per portare aiuto al collega.
    Annibale si impadronì della città di Clastidio, dove erano state stivate molte vettovaglie, corrompendone il prefetto. Venuto a sapere che alcune tribù di Celti facevano il doppio gioco ordinò la devastazione del loro territorio ed il console Tiberio immediatamente reagì. Ne seguì un combattimento dall'esito incerto che Annibale non volle portare avanti.
    Il console Tiberio era ansioso di arrivare alla battaglia campale prima della scadenza della sua carica mentre Cornelio, ancora infermo per le ferite, si mostrava più prudente anche perché molti dei loro soldati erano reclute inesperte. Annibale comprendeva chiaramente la situazione e per gli stessi motivi che inducevano Cornelio a ritardare lo scontro sperava di combattere quanto prima.
    Annibale affidò al fratello Magone il compito di tendere un agguato ai Romani e lo fece appostare durante la notte con mille cavalieri scelti. Egli stesso all'alba si preparò ad uscire con la cavalleria numida. Vedendo uscire i cavalieri numidi Tiberio schierò immediatamente tutte le sue forze, ma presto i Romani chiamati improvvisamente sul campo di battaglia senza essersi nutriti e preparati cominciarono a soffrire per il freddo ed il digiuno. Annibale fece uscire anche le forze alleate schierando oltre diecimila cavalieri.
    Le due fanterie leggere iniziartono a combattere e subito i Romani si trovarono in difficoltà per vari motivi fra cui l'attacco laterale delle ali della cavalleria nemica. Quando intervennero i cavalieri di Magone attaccando i Romani alle spalle l'esito della battaglia fu deciso e le legioni subirono gravissime perdite. I superstiti fuggirono verso Piacenza e i Cartaginesi a causa della tempesta rinunciarono ad inseguirli.
    Annibale ed i suoi erano soddisfatti ma rientrando al campo molti uomini, cavalli ed elefanti morirono assiderati.
    Tiberio cercò di minimizzare la notizia della sconfitta ma presto la verità divenne evidente. A Roma si decise di potenziare l'esercito e la flotta ed i nuovi consoli Gneo Servilio e Gaio Flaminio ebbero l'incarico di stanziare contingenti in Sicilia, Sardegna, Taranto ed i tutti i luoghi ritenuti strategici.
    Intanto Gneo Cornelio era sbarcato in Spagna e si era procurato l'amicizia di molte città costiere sottoponendo con la forza quelle che si opponevano. Quindi cominciò a penetrare verso l'interno dove si scontrò con le truppe di Annone riportando una vittoria presso la città di Cissa. Asdrubale per affrontare i Romani oltrepassò l'Ebro e pose i suoi quartieri di inverno a Cartagena mentre Gneo si accampava a Tarragona.
    I nuovi consoli Flaminio e Servilio si stabilirono rispettivamente ad Arezzo e Rimini. Annibale, rimasto presso il luogo dell'ultima battaglia, trattava con clemenza i prigionieri catturati fra gli alleati dei Romani e molti ne liberò per procurarsi la simpatia della loro gente. Per dare soddisfazione alle forze galliche che erano con lui ed erano ansiose di combattere fuori dal proprio territorio per poter fare bottino, Annibale decise di passare in Etruria e scelse la via più breve e difficile, quella che attraversava le paludi, con grande preoccupazione dei soldati.
    Marciarono ininterrottamente per quattro giorni nell'acqua e nel fango: Africani ed Iberi, più abituati alla fatica, procedevano con relativa facilità nelle paludi ancora intatte ma i Celti che li seguivano erano più deboli ed erano in maggiore difficoltà per il fango sconvolto dal passaggio degli altri; la cavalleria di retroguardia, comandata da Magone, impediva loro di fermarsi o tornare indietro. Annibale viaggiava sull'unico elefante sopravvissuto al freddo della Trebbia. Soffriva di un attacco di oftalmia che lo portò a perdere un occhio.
    Compiuta la traversata delle paludi Annibale localizzò il campo di Flaminio. Si informò e venne a sapere che il nuovo console era un abile oratore ma aveva scarsa esperienza militare, pensò quindi di provocarlo razziando il territorio per indurlo a combattere senza aspettare l'arrivo del collega. Infatti Flaminio fu indignato dello sprezzante comportamento del nemico che avanzava fra Cortona ed il lago Trasimeno e fu subito disponibile a combattere senza aver valutato l'opportunità del momento e la natura dei luoghi. Annibale si accampò presso il lago su un colle che sovrastata un vallone lungo il quale dispose numerose insidie in attesa dell'arrivo di Flaminio.
    Quando i Romani in una fitta nebbia che limitava estremamente la visibilità furono attaccati da ogni direzione e molti di loro perirono senza aver avuto il tempo di comprendere la situazione e di decidere come comportarsi, altri annegarono nel tentativo di fuggire a nuoto nel lago. Morirono quindicimila Romani, oltre seimila che erano fuggiti arroccandosi in un vicino villaggio vennero assediati, si arresero e furono fatti prigionieri. Il console Flaminio perse la vita nella battaglia.
    Di nuovo Annibale liberò i prigionieri italici. A Roma la notizia gettò la popolazione nello sconforto ma i senatori si sforzarono di correre ai ripari.
    A questa sciagura presto si aggiunse la sconfitta dei rinforzi che Gneo Servilio aveva inviato al collega e che erano giunti in ritardo. A Roma si decise di ricorrere ad una procedura straordinaria eleggendo un dittatore. Annibale rinviò il progetto di assediare Roma e si dedicò a saccheggiare l'Umbria, il Piceno e la costa adriatica.
    Memore degli inverni trascorsi all'aperto e delle loro conseguenze sulla salute dei soldati, Annibale procurò per il suo esercito una sistemazione più confortevole per attendere la primavera. Mandò quindi messi a Cartagine per comunicare il buon esito delle sue imprese.
    A Roma fu nominato dittatore Quinto Fabio Massimo, Marco Minucio fu il suo maestro della cavalleria.
    Annibale attese che i soldati fossero curati e ristorati, fece medicare la scabbia dei cavalli con il vino vecchio e quindi si mosse lungo la costa adriatica depredando il Piceno e la Daunia.
    Fabio Massimo partì da Roma con quattro nuove legioni e si riunì con l'esercito consolare nei pressi di Narnia, esonerò dal comando il console Gneo e lo mandò a Roma a preparare difese in caso di attacco navale, quindi raggiunse i Cartaginesi piantando il campo ad una certa distanza da loro.
    Subito Fabio inaugurò la sua tattica: quando Annibale schierò il suo esercito i Romani non uscirono dal campo. Fabio sapeva che Annibale aveva uomini più preparati dei suoi e che la vittoria, trovandosi in terra straniera, costituiva per loro l'unica via di salvezza. Dalla sua Fabio aveva l'abbondanza di mezzi e di uomini, così decise - ignorando le critiche - di aspettare, esasperando il nemico e salvaguardando il suo esercito.
    Fabio continuò ad evitare la battaglia limitandosi, quando questo non comportava gravi pericoli, ad attaccare e uccidere i Cartaginesi che uscivano dal campo in cerca di cibo. Annibale si spostò nella zona di Benevento, poi in quella di Capua, conquistò Venosa ricca di provviste, senza che Fabio intervenisse mai.
    Minucio era contrario alla tattica di Fabio e tacciava il dittatore di vigliaccheria, ma Fabio fu irremovibile. La regione circostante Capua era fra le più belle e fertili dell'Italia, possedeva porti, città e coltivazioni di ogni tipo. Annibale vi si accampò senza essere ostacolato da Fabio Massimo.
    Annibale devastò l'intera Pianura Flegrea raccogliendo un enorme bottino mentre Fabio Massimo si limitava a procedere in parallelo con il nemico per non dare agli alleati l'impressione di aver abbandonato il campo. Quando infine Annibale decise di cercare il luogo adatto per ritirarsi per l'inverno, Fabio comprese che sarebbe dovuto necessariamente transitare per un passo molto stretto e vi collocò quattromila uomini.
    Anche Annibale intuì le intenzioni del nemico e ricorse ad uno stratagemma per superare la gola: fece legare fascine di legno alle corna di duemila buoi e le fece incendiare.
    Il corteo di fuochi nella notte fece grande impressione sui Romani che non riuscivano a comprendere di cosa si trattasse. Fabio intuì che doveva essere un tranello e, come suo costume, rinunciò ad intervenire benchè i soldati fremessero dal desiderio di combattere. Lasciò che i Cartaginesi uscissero dalla valle e si andassero ad accampare in un luogo sicuro.
    Dovendo recarsi a Roma per celebrare i sacrifici, Fabio raccomandò a Marco Minucio di adeguarsi ai suoi metodi ma Minucio aveva ben altre intenzioni.
    Intanto in Spagna Asdrubale fece salpare da Cartagena le quaranta navi che aveva preparato durante l'inverno e le fece navigare lungo la costa fino alla foce dell'Ebro, analogo percorso fece compiere alla fanteria marciando lungo il litorale.
    Gneo Scipione, considerando inferiori le proprie forze terrestri a quelle del nemico decise di combattere in mare e si portò nella stessa zona con trentacinque navi ben equipaggiate.
    La battagliua fu breve ed i Romani riportarono una bella vittoria impossessandosi di venticinque navi nemiche.
    Da Cartagine furono inviate altre settanta navi che passarono dalla Sardegna ma quando si seppe che da Roma il console Servilio era partito contro di loro con una grande flotta rinunciarono e tornarono a Cartagine.
    Servilio tentò di inseguirle ma essendo troppo distanziato si fermò a Lilibeo e, lasciata la flotta all'ancora, tornò a Roma.
    Soddisfatti della vittoria navale, i senatori romani decisero di aumentare l'impegno in Spagna ostacolando fra l'altro gli aiuti ed i rifornimenti che dalla penisola iberica i Cartaginesi avrebbero potuto inviare ad Annibale. Fu così mandato in Spagna Publio Scipione che si riunì al fratello Gneo presso la foce dell'Ebro. Insieme risalirono il fiume portandosi nei pressi di Sagunto. Qui erano custoditi numerosi ostaggi, figli dei personaggi più importanti di varie città spagnole, che Annibale aveva preteso prima di partire per tenere sotto controllo gli alleati. Un certo Abilice (Abeluce in Livio), spagnolo che era sempre stato fedele ai Cartaginesi, decise di cambiare partito e passare ai Romani. Convinse perciò il prefetto di Sagunto Bostar a liberare gli ostaggi dicendogli che tutti gli Iberi gliene sarebbero stati grati: Bostar avrebbe certamente ricevuto grandi doni e Cartagine rinsaldato le alleanze. Invece Abilice prese accordi con i Romani e consegnò loro gli ostaggi, così molte città già filocartaginesi passarono per gratitudine ai Romani e Bostar rischiò la vita per la sua ingenutà.
    Intanto in Italia Annibale giunse alla città di Gerunio (Gerconio in Livio, Apulia Settentrionale). Tentò di trattare con gli abitanti ma poiché questi resistevano ne fece strage, si impandronì della città allestendovi i suoi quartieri per l'inverno ed ordinò alle truppe di fare incetta di grano.
    Marco Minucio aveva il comando dell'esercito in assenza del dittatore Fabio Massimo: venuto a sapere della conquista di Gerunio si portò nei pressi cercando l'occasione per attaccare i Cartaginesi, occasione che si presentò molto presto, ne seguì una battaglia che si concluse con un modesto successo dei Romani.
    La notizia di questa vittoria giunse a Roma molto amplificata, tanto che fu deciso di conferire anche a Minucio l'autorità di Fabio, fatto inaudito perché Roma non aveva mai avuto due dittatori contemporaneamente. Quando Fabio tornò presso le truppe Minucio si comportò in modo altezzoso e i due generali si accordarono sul comandare ciascuno due delle quattro legioni disponibili.
    Dal canto suo Annibale, quando comprese la situazione di rivalità che si era creata fra i due condottieri romani decise di approfittarne. Durante una nottata collocò molti uomini in agguato nascosti dove la natura del luogo lo permetteva e all'alba provocò Minucio che reagì prontamente per trovarsi poi in difficoltà per le insidie preparate dal nemico.
    Il disastro fu evitato per l'intervento di Fabio Massimo che quando vide i pericoli che stavano correndo i soldati di Minucio uscì con le sue due legioni risolvendo la situazione.
    Furono eletti consoli Lucio Emilio Paolo e Caio Terenzio Varrone (216 a.C.), Fabio e Minucio deposero il comando.
    Il console Emilio affidò il comando delle forze in campo ai consoli uscenti Gneo Servilio e Marco Regolo nominandoli proconsoli e si dedicò a curare nuovi arruolamenti.
    Si voleva esercitare i soldati con piccole azioni belliche e con intensi allenamenti in quanto si riteneva che le recenti sconfitte fossero state causate prevalentemente dalla scarsa preparazione delle milizie.
    All'inizio della primavera Annibale si impadronì della rocca di Canne dove l'esercito romano aveva stivato le proprie provviste. I Romani furono molto colpiti per la perdita delle vettovaglie e di un'ottima posizione per il controllo del territorio. Il Senato decise di combattere ed inviò sul luogo i consoli. Furono schierate otto legioni, fatto non comune per un'unica battaglia. Lucio Emilio tenne un discorso ai soldati per incoraggiarli e dimostrare loro che si trovavano in circostanze molto più favorevoli di quelle degli scontri precedenti.
    I due consoli non erano concordi sul luogo e sul momento opportuni per combattere. Lucio Emilio valutava la cavalleria cartaginese più forte della romana e voleva evitare lo scontro su terreno piano e spoglio. Era usanza che i consoli comandassero a giorni alterni e, toccando a Caio Terenzio, questi ordinò di avanzare verso il nemico: ne seguì una battaglia che i Romani vinsero con molte difficoltà. Il giorno successivo Emilio, più esperto e prudente, evitò di combattere e preferì spostare le legioni in posizione più propizia.
    Si giunse quindi al giorno della grande battaglia (2 agosto 216 a.C.) che si svolse lungo il fiume Ofanto, nei pressi di Canne. Tutti combatterono con grande coraggio ma alla fine prevalse la superiorità della cavalleria cartaginese. I Romani subirono moltissime perdite, morirono anche Lucio Emilio ed i consoli dell'anno precedente Gneo Servilio e Marco Regolo. Migliaia di soldati Romani vennero fatti prigionieri, pochi si salvarono fuggendo a Venosa, fra questi Caio Terenzio.
    Come era prevedibile i Cartaginesi furono molto incoraggiati dalla vittoria, fino a sperare di poter conquistare la stessa Roma, mentre i Romani rischiarono di cadere nella più cupa disperazione anche a causa della fine del pretore Lucio Postumio e del suo esercito, caduti in un'imboscata dei Galli Boi pochi giorni dopo Canne. Tuttavia il Senato seppe fronteggiare la tragica situazione e Roma trovò la forza per riprendersi.


    Libro IV


    In questo libro Polibio intende esporre quanto accadeva in Grecia contemporaneamente alla guerra fra Romani e Cartaginesi narrata nel libro precedente. Per riprendere il filo del racconto l'Autore riepiloga rapidamente il secondo libro, da Tisameno figlio di Oreste all'inizio dei regni di Filippo V di Macedonia, Antioco III il Grande e Tolomeo IV Filopatore.
    La situazione in quel periodo: Filippo V era salito ancora bambino sul trono di Macedonia succedendo al padre Demetrio II (229 a.C.), Antioco III era divenuto re di Siria dopo la morte del fratello Seleuco (223 a.C.) ma dovette affrontare la rivolta di Acheo prima di detenere completamente il potere, Ariarate IV era re di Cappadocia dal 220 a.C., Tolomeo IV Filopatore re di Egitto dal 221 a.C.
    Gli Etoli, gente che Polibio definisce arrogante e violenta, erano stati tranquilli durante il regno di Antigono, ma alla morte di questi (222 a.C.) cominciarono a cercare pretesti per agire contro il Peloponneso.
    Dorimaco era stato inviato nella città di Figalia (Arcadia) che faceva parte della lega etolica, con l'incarico ufficiale di difendere la città e quello sostanziale di sorvegliare il Peloponneso. Dorimaco permise ad una banda di pirati di depredare la Messenia con continue scorrerie finché i Messeni esasperati lo citarono in giudizio.
    In seguito al processo, pur mantenendo il suo comportamento arrogante e respingendo le accuse, Dorimaco fu costretto a rifondare i danni subiti dai Messeni e a consegnare loro gli autori dei crimini più gravi ma, stando a Polibio, serbò tale rancore da provocare in seguito - e senza alcun motivo - la guerra fra Etoli e Messeni.
    Il suo risentimento verso i Messeni era troppo noto ed evidente perché Dorimaco potesse proporre apertamente la guerra, si dedicò quindi a persuadere all'attacco Scopas, che deteneva il potere in Etolia. Lo convinse sostenendo che l'azione non sarebbe stata rischiosa perché il nuovo re macedone era troppo giovane mentre Spartani ed Elei non avevano ragioni per aiutare i Messeni. Valse inoltre come argomento persuasivo l'idea delle grandi ricchezze delle quali gli Etoli avrebbero potuto impadronirsi.
    Gli Etoli cominciarono la guerra col catturare navi e depredare le coste. Si impadronirono anche della fortezza di Clario nel territorio di Megalopoli e ne fecero il proprio quartier generale. Timosseno, stratego degli Achei, riprese rapidamente la fortezza e gli Etoli passarono a saccheggiare e devastare la Messenia.
    I Messeni inviarono ambasciatori all'assemblea degli Achei per chiedere aiuto contro gli Etoli, aiuto che gli Achei accordarono deliberando di intervenire. In quei giorni allo stratego Timosseno subentrò Arato che procedette agli arruolamenti ed ai preparativi con grande energia.
    Arato era un abile politico, valente oratore ed esperto nello stringere alleanze e nel tendere trappole ai nemici come aveva dimostrato più volte prendendo con i suoi stratagemmi Sicione, Mantinea, Pellene e l'acropoli di Corinto.
    Era invece pavido ed insicuro quando si trattava di affrontare direttamente il nemico e combatterlo in campo aperto.
    Dunque Arato riunì le forze achee a Megalopoli ed inviò messaggeri a Dorimaco e Scopas intimando loro di ritirarsi dalla Messenia. I due capi Etoli valutarono opportuno obbedire, almeno per il momento, e portandosi presso gli Elei loro alleati, mandarono a chiedere rinforzi in Etolia.
    Credendo ingenuamente nelle intenzioni degli Etoli, Arato congedò gran parte delle sue truppe, quindi avanzò in Acaia per seguire i movimenti degli Etoli, accompagnato da forze molto limitate. Dorimaco decise di approfittarne ed attaccarlo, anche per proteggere le operazioni di imbarco del bottino.
    Stoltamente gli Achei persero l'occasione per combattere su un terreno loro favorevole e vennero sconfitti in quella che Polibio definisce la battaglia di Cafie.
    I Megalopolitani accorsi in aiuto agli Achei arrivarono il giorno successivo e poterono soltanto dar sepoltura ai caduti. Gli Etoli vittoriosi assalirono Pellene e il territorio di Sicione prima di lasciare il Peloponneso.
    Gli avversari di Arato gli attribuirono la responsabilità della sconfitta per i molti errori commessi, ma Arato seppe far valere il proprio prestigio e fu sollevato da tutte le accuse. Gli Achei interpellarono Filippo di Macedonia e tutti i loro alleati per formare un esercito che punisse gli Etoli e liberasse da questi la Messenia.
    Dal canto loro gli Etoli decisero di evitare di combattere se non con gli Achei e solo in caso in cui questi avessero continuato a proteggere i Messeni. Polibio giudica assurda questa decisione in quanto gli Etoli avevano in precedenza firmato patti di alleanza sia con gli Achei, sia con i Messeni.
    Gli Epiroti e Filippo si indignarono per le azioni degli Etoli ma alla fine decisero di non intervenire. Gli Spartani conclusero un patto segreto di amicizia con gli Etoli. Gli Illiri tentarono di conquistare Pilo e le Cicladi e si allearono con gli Etoli.
    La città di Cineta, in Acaia, abitata da gente di stirpe arcade, era tormentata da lotte interne. Il partito favorevole agli Achei aveva preso il potere ed esiliato molti avversari. I fuoriusciti furono riammessi grazie all'intercessione degli stessi Achei ma continuarono a tramare e chiamarono gli Etoli che distrussero la città.
    Gli Etoli tentarono quindi di assediare la città di Clitore, non riuscendo a prenderla tornarono a depredare il territorio di Cineta ed infine incendiarono la città. Quando presero il largo Demetrio di Faro tentò troppo tardi di tagliare loro la strada, quanto ad Arato, memore della precedente sconfitta, lasciò che gli Etoli agissero a loro piacimento senza mai intervenire.
    Polibio dedica un brano alla rozza natura dei Cineti: gli Arcadi antichi avevano stabilito di mitigare il carattere del loro popolo, reso particolarmente aspro dalla regione montuosa e dal clima inclemente, istituzionalizzando lo studio della musica e della danza; i Cineti, che vivevano isolati nella zona più inospitale, avevano perduto questi costumi sviluppando una durezza di carattere che li aveva infine indotti ad odiarsi e a combattersi fra loro.
    Intanto gli Spartani, che erano rimasti senza re, lottavano fra loro nella contesa per il potere. Il partito era favorevole agli Etoli ma questi avevano lasciato il Peloponneso mentre Filippo si stava avvicinando alla città. I capi del partito filomacedone vennero improvvisamente trucidati ed i loro avversari inviarono messaggeri a Filippo per invitarlo a non entrare in città finché i disorsini (dei quali attribuivano la responsabilità alle loro vittime) non si fossero sedati. Dopo aver consultato i suoi consiglieri, Filippo decise di evitare interventi violenti contro gli Spartani - che per altro gli avevano offerto la loro amicizia - e di tornare a Corinto.