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GUIDO CAVALCANTI

RIME


Donna mi prega
Li mie' foll'occhi
Avete 'n voi li fiori e la verdura
Chi è questa che ven
Beltà di donna di piagente core
Fresca rosa novella
Io vidi li occhi
Io non pensava che lo cor giammai
Poi che di doglia cor conven ch'i' porti
Se m'ha del tutto obliato Merzede
Un amoroso sguardo spiritale
Voi che per li occhi mi passaste al core
Perché furo a me li occhi dispenti
Se Merce' fosse amica a' miei desiri
L'anima mia vilment'è sbigottita
Tu m'hai si piena di dolor la mente
S'io prego questa donna
Io temo che la mia disavventura
Certo non è de lo 'ntelletto accolto
Veder poteste, quando vi scontrai
Deh! Spiriti miei
Per li occhi fere uno spirito sottile
A me stesso di me pietate vene
Posso de gli occhi miei novella dire
Veggio negli occhi della donna mia
Io prego voi che di dolor parlate
Vedete ch'i' son un che vo piangendo
Li occhi di quella gentil foresetta
Quando di morte mi convien trar vita
Una giovane donna di Tolosa
Era in penser d'amore quand'i' trovai
O tu che porti ne li occhi sovente
O donna mia, non vedestu' colui
Noi siamo le triste penne sbigottite
La forte e nova mia disavventura
Perch'i' no spero di tornar giammai

Rime varie e di corrispondenza

Ad un amico (1)
A Dante Alighieri (1)
A Dante Alighieri (2)
A Dante Alighieri (3)
A Dante Alighieri (4)
A Dante Alighieri (5)
A Nerone Cavalcanti
In un boschetto trova' pasturella
A Guido Orlandi (1)
A Guido Orlandi (2)
A Guido Orlandi (3)
Ad un amico (2)
A Manetto Portinari
A Bernardo da Bologna
A Guittone d'Arezzo
A Gianni Alfani




DONNA ME PREGA


Questa canzone, studiata e frquentemente commentata già dai contemporanei dell'Autore, rappresenta la più completa esposizione del pensiero filosofico di Guido Cavalcanti oltre ad essere espressione di virtuosismo poetico per la metrica particolarmente complessa e suggestiva.
Rispondendo alla richiesta di una donna, Guido intende dire dell'amore che nella stanza introduttiva è definito "accidente", qualcosa cioè in grado di modificare l'essere senza far parte della sua sostanza. Il termine "accidente" secondo Aristotele (Topici I,5,102) indica infatti qualcosa che non essendo parte della sostanza di un ente si aggiunge all'ente stesso provocandone un mutamento.
Questo accidente è "fiero" (doloroso) ed "altero", cioè precluso "a chi lo nega" e riservato a creature di grande levatura intellettuale che potranno "sentire il vero" nei versi di Guido ed apprendere la vera natura dell'amore.
Guido si rivolge, infatti, ad un lettore sensibile, il "presente conoscente" perché non si illude di poter spiegare il proprio pensiero a chi non abbia "natural dimostramento": si tratta quindi dichiaratamente di un componimento dottrinale e non di una canzone di argomento amoroso.
Gli argomenti trattati vengono preannunciati con ordine rigoroso: si dirà in quale parte dell'essere umano l'amore risieda (la dove posa) e da quali facoltà tragga origine (chi lo fa creare).
Si parlerà della virtù e della forza dell'amore, della sua essenza, del piacere che può provocare e se possa essere sensibilmente manifesto (e s'omo per veder lo po' mostrare).
Infatti la seconda stanza è dedicata all'origine ed alla sede dell'amore: l'anima sensitiva nella quale risiede la memoria. Qui l'anima "prende suo stato", si manifesta per contrasto con l'oscurità che viene da Marte, dove Marte rappresenta gli influssi astrali che influenzano le passioni, e qui risiede, "fa demora".
Guido insiste sul concetto che l'amore non è innato, non è cioè una componente dell'anima sensitiva ma è "creato", cioè vi nasce (quando nasce) e prende forma "come diafan da lome". Tre caratteristiche, il sensato nome, l'essere "d'alma costome" e "di cor volontate" definiscono rigidamente quella visione dell'amore "non per tutti" già esposta nella prima stanza. Il "sensato nome" è un nome che ha un significato comprensibile, il nome delle cose sensibili che possono esserci indicate, appunto, attraverso un nome. Il costume dell'anima è una disposizione dell'anima stessa ad amare, qualità (questa si) innata nell'individuo al punto da rappresentarne un costume, il suo stile, la sua più intima cifra. La volontà del cuore è, infine, il desiderio di amare, cioè di accogliere l'amore dalla sua prima manifestazione e lasciare che cresca ed operi nella sua sede che è, ripetiamo, la parte passionale dell'anima sensitiva.
A far nascere l'amore è un agente esterno all'individuo, la "veduta forma che s'intende", cioè l'apparizione della persona amata (anzi in quel momento ancora la persona da amare) che viene percepita dall'intelletto possibile che l'accoglie, la riconosce, la comprende.
In questa fase non si manifesta alcun dolore nè alcun piacere, verranno più tardi ma qui si dice di una percezione ancora tutta razionale: la "consideranza", cioè l'apprendimento attraverso un approccio contemplativo.
E' proprietà dell'intelletto, infatti, la capacità di operare indipendentemente dalle cose osservate e dalla loro modificazioni, la sua funzione rimane inalterata a prescindere dalla qualità di ciò che osserva ("da qualitate non discende") e procede alimentato da una sua peculiare energia interiore ("resplende in se perpetual effetto"), così non potrà essere influenzato dalle sensazioni e dai sentimenti che l'amore provocherà ("si che non pote la gir simiglianza").
In parole più semplici: quando l'individuo la cui anima sia disposta all'amore ed il cui cuore lo desideri incontra la persona che potrà essere oggetto dei suoi sentimenti in un primo momento se ne rende conto tramite le percezioni della vista e tramite il suo intelletto. In questa fase non prova ancora alcun piacere ed alcun dolore perché si tratta di una fase contemplativa propria della ragione e non della passionalità.

L'amore è un accidente dell'anima, quindi non può essere una virtù ma viene dalla parte perfetta dell'anima sensitiva, non razionale.
Il desiderio (la 'ntenzione) prende il posto della ragione e ciò priva l'individuo della sua capacità di giudicare. Ne nasce spesso la morte nel sensio morale e razionale perchè tutte le virtù della ragione che aiutano l'anima a vivere in modo elevato vengono impedite, ostacolate. Chi ama non più dire di aver vita, nel senso che non ha più il dominio (signoria) delle sue capacità intellettuali.

L'essenza dell'emore è quella di un desiderio senza limiti che eccede ogni misura e non "s'adorna di riposo mai". La sua intensità stravolge l'aspetto dell'innamorato facendogli cambiare colore, facendolo passare senza sosta dal riso al pianto, sconvolgendolo con la paura e non arrestando che per poco (poco soggiorna) questo contuinuo mutare delle emozioni e dello stato d'animo. E proprio le persone di più alto valore (gente di valor lo più) saranno le più sensibili agli effetti dell'amore, coerentemente a quanto si dice nella prima stanza a proposito dell'amore "altero".

Ma gli effetti della nuova condizione (nova qualità) dell'anima non si limitano alle emozioni ed alle loro manifestazioni visibili: si arriva a subire una vampa di ira passionale che chi non conosce non può intendere e che in qualche modo paralizza la volontà nonostante l'innamorato continui incessantemente a cercare il piacere che desidera (per trovare gioco). E, al culmine della distanza dalla perfezione della vita governata dalla ragione, egli non da più alcuna importanza al proprio sapere (nè cert'ha mente gran saver nè poco).

Solo fra persone affini corre lo sguardo che promette il piacere implicito nell'amore, sguardo il cui significato non più "coverto star quand'è si giunto", cioè non può più essere nascosto o dissimulato.
Questo tipo di sguardo non proviene mai dalle creature selvagge nelle quali il timore (di rimanere insoddisfatte) spegne la volontà (di amare), quindi solo chi si lascia prendere dall'amore (spirito ch'è punto) potrà raggiungere quanto desidera (consegue merto).
L'amore non può essere percepito dalla vista, così come l'anima è invisibile l'amore che "da lei procede" lo sarà altrettanto. E' diviso dall'essere (in quanto accidente), risiede nell'oscurità della parte irrazionale dell'anima e dunque è raro che emani luce (in mezzo scuro luce rade).
Eppure è sincero (for d'ogne fraude) e degno di fede chi sostiene che solo da questo amore così sconvolgente può giungere la mercede, cioè il premio di essere riamati.

Guido prende infine congedo dalla propria composizione esortandola a rivolgersi alle persone "c'hanno intendimento". Ancora una volta cioè il Poeta seleziona i suoi lettori fra quanti hanno la sensibilità e la cultura necessaria per intendere il suo pensiero: "di star con l'altre tu non hai talento", conclude rivolgendosi alla canzone.




Li mie' foll'occhi


In preparazione



Avete in voi li fiori e la verdura


In preparazione



Chi è questa che ven


Un'apparizione, quella descritta nella prima strofa del sonetto, di rara potenza evocativa.
Chi vede venire la bellissima donna rimane estasiato dalla Chiaritate con la quale fa tremare l'aria.
Quasta luce, la vibrazione dell'aria che fa pensare ad un miraggio, l'idea stessa del movimento implicita in che ven sono elementi che tutti insieme compongono un quadro di sconvolgente suggestione, nessuno può parlare davanti a questa visione, ma ognuno sospira.
I restanti versi del sonetto, pur stilisticamente ineccepibili, sembrano formare un encomio non insolito e tutto sommato banale: la piacevolezza indescrivibile dell'aspetto della donna, la sua grazia che il poeta non riesce a descrivere sono argomenti secondari davanti all'efficacia dell'esordio.




Beltà di donna di piagente core


In preparazione



Fresca rosa novella


Una composizione dal tono insolitamente gioioso. Nella ballata si contano le grazie di una donna con versi delicati ed espressioni che lodano la leggiadria di lei. Questa donna ci appare quasi come una fanciulla se il primo verso Fresca rosa novella allude alla sua gioventù o come un'allegoria, se non una personificazione, della più dolce delle stagioni: la piacente Primavera.
Allora il canto del poeta coinvolgerà tutti: gli adulti, i giovanissimi e perfino gli uccelli e tutti ripeteranno questa gioiosa lode nel proprio linguaggio (ciascuno in suo latino).
Tutto il mondo dovrà cantare quando lo tempo vene e qui si direbbe proprio che si parli della primavera, ma a distanza di pochi versi la dedicataria è detta angelicata criatura e poco più avanti esplicitamente donna. Si tratta dunque di creatura angelicata la cui bellezza supera i limiti della natura umana, tanto che le altre donne la chiamano dea.
A questa creatura Guido si avvicina estasiato, visione che si augura di non avere mai lontana. Prega di non essere biasimato se il suo desiderio appare oltraggioso perché è Amore che lo forza e contro l'amore, si sa, non val forza ne' misura.




Io vidi li occhi


In preparazione



Io non pensava che lo cor giammai


La canzone dello sbigottimento davanti alla donna amata: gli occhi feriti dall'apparizione di lei, il tremore dell'anima e, soprattutto, l'insistito accenno alla morte.
Molto si è scritto a proposito di questa canzone e di altri componimenti sul tema della morte in Cavalcanti. A volte il Poeta si riferisce chiaramente alla morte fisica in senso stretto, a volte ad una morte spirituale ed intellettuale provocata dalla supremazia dell'amata su tutte le facoltà dell'amante.
In questa canzone è amore in persona (rappresentazione questa ricorrente anche in Dante) che si rivolge a Guido per avvertirlo: Tu non camperai - che troppo è lo voler di costei forte.




Poi che di doglia cor conven ch'i' porti


Considerando la sua situazione di profondo abbattimento (vil loco) dovuta al desiderio ardente e doloroso di una donna, Guido dichiara che i suoi spiriti sono morti perché nel suo cuore c'è più guerra (la passione) che vita.

I versi 7 e 8 sono di difficilissima interpretazione:
e se non fosse che 'l morir m'è gioco
fare'ne di pietà piangere Amore


Fra le varie spiegazioni che sono state date di questo passaggio ci sembra preferibile quella che legge gioco come gioia, gaudio, e quindi consolazione.
La morte (in questo caso quella spirituale che più che evento è stato continuo, il morir) è una dolce pena che da senso alla passione del Poeta, lo sa bene Amore e per questo non piange di pietà per le sofferenze di Guido.
Ma in questa situazione che lo tormenta (lo folle tempo) Guido cambia nella condizione di un'altra persona, in modo da non mostrare tutta la sua pena anche se l'amore che ha nel cuore gli toglie ogni energia.
Anche qui, come in molti altri luoghi, l'amore ed i suoi effetti sono ritratti con toni sofferti ed allucinati. Fra i consueti elementi concettuali risalta qui soprattutto la personificazione di Amore, sorta di nume tutelare o di saggio interlocutore che conosce profondamente tutti i sentimenti umani ed il modo in cui a questi sentimenti gli uomini reagiscono.




Se m'ha del tutto obliato Merzede


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Un amoroso sguardo spiritale


In preparazione




Voi che per li occhi mi passaste al core


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Perché furo a me li occhi dispenti


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Se Merce' fosse amica a' miei desiri


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L'anima mia vilment'è sbigottita


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Tu m'hai si piena di dolor la mente


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S'io prego questa donna


Anche in questo sonetto è presente la distinzione fra cuore, mente ed anima. L'anima dolente e paurosa piange per i sospiri che trova nel cuore, mentre la mente è colpita dalla visione quasi onirica di una donna pensosa che viene ad assistere alla morte del cuore.
Il poeta invoca la pietà della donna, disperato per la contraddizione evidente fra la crudeltà di lei ed il suo aspetto che parla di virtù e di saggezza oltre che di bellezza (soavitate).
Fin qui il contenuto concettuale del sonetto, lo stile è assorto e dolente, ricco di suggestioni tipiche del Cavalcanti, in particolare negli ultimi tre versi dove la figura della donna pensosa sembra piovere nella mente. La scelta del verbo piovere è forse da collegarsi ai sospiri bagnati di pianti del verso precedente ed indica un senso di struggente continuità, mentre l'atteggiamento pensoso di questa donna, imperturbabile davanti alle sofferenze dell'amante ed alla morte del cuore, da alla figura un tono misterioso che sfugge ad ogni descrizione e, proprio per questo, diviene magistrale rappresentazione in poesia di un profondo sentire.




Io temo che la mia disavventura


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Certo non è de lo 'ntelletto accolto


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Veder poteste, quando vi scontrai


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Deh! Spiriti miei


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Per li occhi fere uno spirito sottile


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A me stesso di me pietate vene


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Posso de gli occhi miei novella dire


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Veggio negli occhi della donna mia


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Io prego voi che di dolor parlate


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Vedete ch'i' son un che vo piangendo


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Li occhi di quella gentil foresetta


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Quando di morte mi convien trar vita


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Una giovane donna di Tolosa


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Era in penser d'amore quand'i' trovai


Due giovani contadinelle (foresette nove) incontrano Guido assorto nei suoi pensieri amorosi. Sono due figure graziose e vivaci nelle quali si ravvisano le doti più cantate nell'età di Cavalcanti: soavità, cortesia, umiltà.
Una delle due giovani sorride non senza malizia al poeta che lamenta le sue ferite sentimentali: Guarda come conquise foza d'amor costui, mentre l'altra, piena di compassione, lo interroga sull'origine delle sue sofferenze. Particolarmente mirata e compartecipe risuona una domanda: dimmi se puoi ricordare quegli occhi.
E Guido si confida: ricorda la bella Mandetta incontrata a Tolosa, la sua intensa femminilità resa con il solo coreografico dettaglio del corsetto strettamente legato (accordellata istretta) e ricorda proprio quegli occhi sui quali è stato interrogato, capaci di colpirlo fin dentro, a la morte.
Le villanelle sono impietosite e proprio quella che aveva bonariamente deriso il Poeta è la prima a consolarlo consigliandogli di raccomandarsi ad Amore per riuscire a sopportare le sue pene.
Questa composizione così lieve si conclude con il congedo di Guido alla ballata stessa, idealmente inviata a Tolosa alla ricerca dell'affascinante Mandetta.




Una giovane donna di Tolosa


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O donna mia, non vedestu' colui


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Noi siamo le triste penne sbigottite


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La forte e nova mia disavventura

Questa ballata dolorosa presenta una situazione analoga a quella di "Perch'io non spero", malattia o esilio. Guido qui non piange per amore ma per la sua sofferenza e la sua solitudine.
Ogni dolce pensiero d'amore è disfatto nel cuore di Guido dalla nuova disavventura: egli non crede che potrà più rivedere la donna che ama e da questo pensiero nasce un tormento "che strugge e dole, che incende ed amareggia".
L'imminenza della morte, la fallacità della speranza, la desolazione per l'amore perduto sono i temi di questa tragica ballata. Anche qui il Poeta congeda la sua opera rivolgendosi alle proprie parole secondo un modello caro a Cavalcanti, ma qui le sue parole sono "disfatte e paurose" e ricevono il consenso di andare dove vogliono purché continuino a chiamare il nome della donna amata.
Come è diverso questo congedo da quello di "Donna me prega"! Lì espressione di una scelta precisa, richiesta di un pubblico selezionato e colto, qui apertura verso chiunque voglia ascoltare il lamento di Guio, perchè il dolore è noto a tutti e a tutti è chiaro, senza bisogno di alcuna dottrina.




Perch'i' no spero di tornar giammai


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Ad un amico


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A Dante Alighieri (1)


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A Dante Alighieri (2)


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A Dante Alighieri (3)


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A Dante Alighieri (4)


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A Dante Alighieri (5)


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A Nerone Cavalcanti


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In un boschetto trova' pasturella


Sembra il racconto di un sogno questa breve ballata, o il racconto di un episodio di vita vissuta che ha lasciato nel poeta una dolce e lieta freschezza, sentimento insolito nei componimenti di Cavalcanti. L'immagine della pastorella scalza fra la rugiada che canta mentre vigila sui suoi agnelli affascina Guido che le chiede se sia sola. Il canto degli uccelli è il segnale che la giovane propone a Guido di attendere per ottenere le sue grazie, segnale certamente non raro in un bosco ed infatti ben presto, sotto una freschetta foglia il poeta vive una tenera avventura con la pastorella.




A Guido Orlandi (1)


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A Guido Orlandi (2)


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A Guido Orlandi (3)


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Ad un amico (2)


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A Manetto Portinari


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A Bernardo da Bologna


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A Guittone d'Arezzo


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A Gianni Alfani


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