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EUSEBIO DI CESAREA

STORIA ECCLESIASTICA


Libro I


L'opera inizia con la dichiarazione degli argomentio che l'autore si propone di trattare che riguardano la storia della Chiesa dai tempi degli Apostoli a quelli di Eusebio, le eresie sorte in quel periodo e le sciagure che colpirono la nazione degli Ebrei dopo la morte di Cristo.
A questa premessa segue un sommario nel quale Eusebio esprime le proprie convinzioni religiose (duplice natura di Cristo) ed altri argomenti relativi alla divinità di nostro Signore e Salvatore, Cristo figlio di Dio..
La narrazione vera e propria inizia dalla nascita di Gesu, avvenuta a Betlemme di Giudea durante il regno di Augusto. La Giudea dipendeva allora dalla Siria che era governata da Publio Sulpicio Quirinio. In quei tempi fu indotto un censimento dei Giudei da Quirinio, censimento che fu pretesto per una rivolta antiromana capeggiata da Giuda di Gamala e da Saddoc.
In quegli anni, conformemente alla profezia, regnò per la prima volta sulla Giudea uno straniero, Erode che ottenne il governo dai Romani. Dai tempi di Mosè, infatti, avevano retto la Giudea governanti aristocratici in forza di un potere ereditario finché Pompeo, conquistata Gerusalemme, non aveva interrotto la successione.
Pompeo aveva mandato a Roma Aristobulo II, fino ad allora re e sommo sacerdote, sostituendolo con il fratello Ircano II ed aveva sottoposto la Giudea al pagamento di un tributo.
Ircano fu fatto prigioniero dai Parti ed i Romani posero sul trono Erode il quale abrogò l'ereditarietà del sommo sacerdozio.
Avendo saputo dei Magi venuti dall'Oriente della nascita di un nuovo re annunciata dagli astri, Erode ordinò di uccidere tutti i bambini al di sotto dei due anni ma Gesu fu salvato dai genitori avvertiti da un angelo. Erode fu punito per le sue colpe con una serie di sciagure familiari (egli stesso fece uccidere la moglie e tre figli) e con un'orribile malattia che lo portò alla morte. Gli succedette il figlio Archelao poi spodestato dai Romani.
Durante il regno di Tiberio venne nominato procuratore per la Giudea Ponzio Pilato che ricoprì la carica per dieci anni.
All'età di trent'anni Gesu si fece battezzare da Giovanni ed iniziò la sua predicazione che durò circa quattro anni durante i quali i Romani affidarono il sommo sacerdozio a quattro diversi personaggi, da Anna a Caifa.
Gesu scelse dodici Apostoli ed altri settanta discepoli. Giovanni Battista fu decapitato per ordine di Erode Antipa che ne temeva la crescente popolarità. Antipa aveva sposato la cognata Erodiade (già moglie di Filippo) dopo aver ripudiato la sua prima moglie che era figlia di Areta IV re dei Nabatei; combattè contro Areta e fu sconfitto.
Al termine del primo libro Eusebio inserisce un racconto tratto dagli scritti apocrifi. Abgar, re di Edessa, aveva sentito parlare di Gesu e dei suoi miracoli e vi credeva profondamente. Essendo gravemente malato scrisse a Gesu implorando la guarigione. Gesu rispose che la Sua missione doveva essere svolta solo in Israele ma che, una volta assunto in cielo, avrebbe mandato un Suo discepoli ad Edessa. Infatti dopo la resurrezione di Cristo l'apostolo Giuda Taddeo si recò ad Edessa, guarì Abgar e predicò gli insegnamenti di Gesu.


Libro II


Il posto fra i dodici Apostoli del traditore Giuda fu assegnato, per estrazione a sorte, a Mattia. Vennero nominati anche sette diaconi fra i quali Stefano che fu il primo martire cristiano. Giacomo, fratello di Gesu, fu il primo vescovo di Gerusalemme.
Iniziò la persecuzione dei Cristiani ad opera dei Giudei e molti discepoli furono dispersi. Fra i più attivi persecutori era Paolo che mise in prigione molti fedeli. In quel tempo il diacono Filippo predicava in Samaria, qui Simeone il Samaritano, detto Simon Mago, che esercitava arti magiche si fece battezzare simulando la fede in Cristo come avrebbero poi fatto tutti i suoi seguaci.
Anche Paolo di Tarso, convertito da una visione entrò a far parte degli Apostoli. Secondo Tertulliano Pilato inviò a Tiberio una relazione sulla storia di Cristo e su quanto si diceva in Giudea a proposito della Sua resurrezione. Tiberio avrebbe presentato al Senato una proposta per riconoscere la divinità di Gesu. La proposta venne respinta ma Tiberio non attuò alcuna violenza nei confronti dei Cristiani.
Intanto gli Apostoli facevano proseliti ovunque ed iniziarono a sorgere importanti chiese come quelle di Cesarea e di Antiochia.
Morto Tiberio divenne imperatore Gaio (Caligola) il quale esiliò Erode Antipa ed Erodiade e nominò Erode Agrippa re dei Giudei.
Una delegazione di Alessandrini si presentò a Gaio, ne faceva parte Filone, illustre ebreo di Alessandria, teologo e filosofo che aveva l'incarico di difendere le tradizioni della sua gente presso l'imperatore. Gaio lo derise poi lo scacciò brutalmente come lo stesso Filone ricordava nei suoi scritti.
Una serie di sciagure, interpretate dall'autore come punizioni per il delitto commesso contro Cristo, si riversarono sui Giudei: così a Roma dove venivano perseguitati già dai tempi di Seiano, così in Giudea dove Pilato non tutelava le leggi ebraiche ed arrivò a requisire le somme raccolte dai Giudei per i sacrifici utilizzandole per la costruzione di un acquedotto.
La situazione peggiorò sotto Caligola che ordinò di collocare statue e ritratti che lo raffiguravano nei luoghi sacri di Gerusalemme.
Anche Pilato, dice Eusebio, fu colpito dalla giustizia divina e durante il regno di Caligola si trovò in difficoltà tali da scegliere il suicidio (la notizia proviene da testi apocrifi e non trova conferma storica).
Sotto Claudio, successore di Gaio, una grave carestia colpì la Giudea. Erode Agrippa fece giustiziare l'apostolo Giacomo ed imprigionare Pietro il quale evase, si dice, con l'aiuto di un angelo.
A Roma Simon Mago ebbe grande successo, al punto che gli furono dedicate iscrizioni in cui si riconosceva la sua divinità, ma presto la sua fortuna ebbe termine. Nello stesso periodo l'apostolo Pietro giunse a Roma e qui iniziò la sua opera di predicatore. Su pressante richiesta dei seguaci di Pietro, Marco compilò il suo Vangelo che Pietro convalidò.
Marco fu inviato in Egitto dove fondò la Chiesa di Alessandria, attorno a lui si formò una comunità ascetica descritta da Filone.
Claudio espulse i Giudei da Roma (49 d.C.) ed a Gerusalemme scoppiò una rivolta durante la festa di Pasqua, con tragiche conseguenze per la popolazione. Prima di morire lasciando il trono a Nerone Claudio nominò re di Giudea Erode Agrippa II.
Anche sotto Nerone a Gerusalemme si verificarono disordini a causa delle azioni terroristiche di un gruppo di nazionalisti. Paolo fu arrestato e condotto a Roma, qui si appellò all'imperatore in forza della sua cittadinanza romana e venne assolto (61 d.C.), continuò quindi indisturbato la sua opera di predicazione ma più tardi (64 d.C., in seguito all'incendio) venne nuovamente arrestato e condannato. Dalle lettere scritte durante il secondo periodo di prigionia traspare la sua consapevolezza di essere ormai prossimo al martirio.
Il sommo sacerdote Ananos (Anna il Giovane) approfittò di un periodo di assenza del governatore romano (Porcio Festo morì nel 62 mentre era in carica ed il suo successore non si era ancora insediato) per processare arbitrariamente e giustiziare l'apostolo Giacomo. Subito dopo Gerusalemme fu assediata da Vespasiano.
Durante il regno di Nerone, che fu primo fra tutti ad essere riconosciuto nemico di Dio, subirono il martirio gli Apostoli Pietro e Paolo, il primo crocifisso, il secondo decapitato.
A Gerusalemme scoppiò infine una grave rivolta a causa degli inumani metodi repressivi del governatore Gessio Floro, rivolta alla quale seguirono disordini in tutte le province orientali.



Libro III


La predicazione degli Apostoli continuò a diffondersi nel mondo: Tomaso in Partia, Andrea in Scizia, Giovanni in Asia.
Dopo il martirio di Pietro, Lino assunse la guida della Chiesa di Roma.
Fra i primi successori degli Apostoli fu Luca, medico di Antiochia che visse a lungo con Paolo e fu autore di un Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Anche Clemente, quarto vescovo di Roma fu compagno di Paolo.
Proseguendo il racconto delle vicende della Giudea, Eusebio racconta che quando Vespasiano fu proclamato i mperatore si trovava, appunto, in Giudea e partì per Roma affidando il comando al figlio Tito. In quegli anni una serie di sciagure, ritenute dall'autore il castigo divino per la morte di Cristo, colpì gli Ebrei. Eusebio, che racconerà questi eventi in sintesi rinvia alla Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio per i particolari.
Mentre i seguaci di Cristo avvertiti da una profezia si portavano in salvo fuori dalla Giudea scoppiò una gravissima carestia che a sua volta generò molte ribellioni. I rivoltosi razziavano le case di chi aveva ancora qualcosa da mangiare e la fame provocava innumerevoli vittime mentre i Romani assediavano Gerusalemme impedendo a chiunque la fuga.
Infine Tito espugnò la città (settembre 70 d.C.), i superstiti furono catturati e venduti come schiavi o destinati agli spettacoli con le belve nei circhi. Questa catastrofe, del resto, era stata predetta da Gesu come testimoniavano i Vangeli ed annunciata da una serie di sinistri prodigi che gli Ebrei non seppero o non vollero interpretare.
A questo punto Eusebio rende omaggio a Giuseppe Flavio, importantissimo fra le sue fonti, lodandone la sapienza e l'attendibilità ed elencandone le opere.
Dopo la presa di Gesusalemme, Vespasiano avrebbe ordinato la ricerca di tutti i discendenti di Davide per privare i Giudei di una stirpe reale (ma la notizia è presente solo in Eusebio).
A Vespasiano successe il figlio Tito (79 d.C.) durante il cui primato divenne vescovo di Roma Anacleto. A Tito, che regnò solo per due anni e due mesi, successe Domiziano.
Ad Anacleto successe Clemente che fu autore di una lettera (Epistola ai Corinzi) molto nota ai tempi di Eusebio.
Per la sua crudeltà Domiziano si mostrò erede dell'odio di Nerone e scatenò contro i Cristiani una nuova persecuzione che colpì anche il console Flavio Clemente e Flavia Domitilla, parenti dell'imperatore. Anche Domiziano ordinò la cattura dei discendenti di Davide, in quell'occasione furono arrestati anche alcuni parenti di Gesu dei quali Egesippo raccontava gli interrogatori. A Domiziano successe che interruppe la persecuzione.
In quegli anni fu composta l'Apocalisse detta di
Giovanni.
L'apostolo Giovanni, che era stato esiliato nell'isola di Patmo, rientrò in Giudea ed operò la conversione di un brigante che Eusebio racconta citando un'omelia di Papa Clemente.
Giovanni compilò il quarto Vangelo che differisce dagli altri tre per il periodo trattato in quanto si occupa anche degli eventi precedenti all'arresto di Gesu.
Già nei primi tempi del cristianesimo presero a svilupparsi le eresie. Gli inganni di Simon Mago furono ripresi ed imitati dal suo seguace Menandro. In Palestina si formò la setta degli Ebioniti (= i poveri) che negavano la divinità di Cristo.
Un'altra eresia veniva divulgata dall'antiocheno Cerinto il quale, prendendo le mosse da un passo dell'Apocalisse, sosteneva che Cristo sarebbe tornato sulla terra per regnarvi mille anni.
Anche sotto Traiano continuarono le persecuzioni contro i Cristiani, ne fu vittima, fra gli altri, Simeone secondo vescovo di Gerusalemme. Su esortazione di Plinio il Giovane, legato in Bitinia dal 110 al 112, Traiano mitigò le persecuzioni ordinando di non ricercare più i Cristiani ma di punirli solo in caso di denuncia, provvedimento che se migliorò la situazione in generale non mancò di provocare numerosi casi di delazione pretestuosa.
Al vescovo di Roma Clemente (esiliato nel 97 d.C. e morto nel 100 d.C.) succedette Evaristo. Fra i martiri di quegli anni Eusebio ricorda Ignazio vescovo di Antiochia del quale cita alcune lettere.



Libro IV


A Roma Evaristo morì dopo otto anni di episcopato e gli successe Alessandro. Durante il regno di Traiano i Giudei si ribellarono in Mesopotamia ed in Egitto, le rivolte furono sanguinosamente represse dai legati romani. Traiano morì dopo venti anni di regno, gli successe Adriano, dopo tre anni Sisto I successe ad Alessandro I come vescovo di Roma. A Sisto, dopo dieci anni, successe Telesforo.
Durante il regno di Adriano i Giudei si ribellarono nuovamente, questa volta in Palestina. Li guidava un certo Bar Kocheba (figlio della stella) che Eusebio definisce assassino e rapinatore. I Romani attaccarono i ribelli e, dopo averli assediati nella città di Betthera non lontana da Gerusalemme, li sgominarono. Repressa la rivolta, Adriano vietò agli Ebrei di entrare in Gerusalemme.
Le eresie continuarono a moltiplicarsi. A Simon Mago e Menandro seguirono Saturnino in Siria e Basilide di Alessandria e Carpocrate in Egitto.
Degli eventi di quell'epoca, come la rivolta giudaica e la morte di Antinoo, scrissero importanti autori quali Egesippo e Giustino.
Adriano ordinò che le condanne contro i Cristiani fossero emesse solo dopo aver appurato reali colpe tramite un regolare processo, ordinò inoltre di punire eventuali delatori e calunniatori.
Morto Adriano, divenne imperatore Antonino Pio. Nel primo anno del suo regno morì Telesforo ed Igino divenne vescovo di Roma.
Gli eresiarchi di quel tempo furono Valentino, Cerdone, Marcione.
Dopo quattro anni di episcopato Igino morì e fu eletto Pio al quale, dopo quindici anni, successe Aniceto.
Il filosofo Giustino compose un'apologia indirizzata ad Antonino Pio in difesa dei Cristiani, scritto del quale Eusebio cita alcuni brani. Antonino scrisse all'assemblea delle città delle province asiatiche (il Concilio d'Asia) disponendo che non si facessero più processi contro i Cristiani in quanto tali ma solo se colpevoli di azioni sediziose contro l'impero.
In quegli anni era ancora vivo Policarpo vescovo di Smirne che aveva conosciuto gli Apostoli. Pur molto anziano egli venne a Roma per incontrare Aniceto e predicare contro le eresie. Policarpo subì il martirio sul rogo a Smirne, Eusebio racconta la sua gloriosa fine citando una lettera della chiesa di Smirne nota come Martyrium Polycarpi.
Anche Giustino, predicando a Roma il Cristianesimo, si procurò rivali e nemici e finì per subire il martirio. Eusebio elenca le sue opere (a noi sono pervenute solo due apologie rivolte ad Antonino Pio e a Marco Aurelio ed un Dialogo con Trifone) citandone qualche passo.
Ad Antonino Pio successe Marco Aurelio durante il cui regno morì Aniceto e divenne vescovo di Roma Sotero. Fiorirono in quel tempo numerosi scrittori ecclesiastici fra i quali Egesippo, Dionigi di Corinto, Ireneo ed altri.
Egesippo, spesso citato da Eusebio, scrisse molte opere e parlò approfonditamente delle eresie del suo tempo. Di Dionigi vescovo di Eusebio ricorda le numerose lettere sull'ortodossia inviate alle chiese di altre città. Teofilo (vescovo di Antiochia dal 169 al 181) fu autore di trattati contro l'eresia e di Ad Autolico (conservata).
Filippo vescovo di Gortina scrisse un trattato contro Marcione. Melitone vescovo di Sardi ed Apollinare di Hierapolis composero apologie della fede. Melitone compose anche un'opera sulla Pasqua e numerosi testi di cui Eusebio fornisce l'elenco.
Apollinare compose altre opere di teologia e contro le eresie del suo tempo.



Libro V


Sotero vescovo di Roma morì e gli successe Eleutero. Eusebio dichiara di voler parlare in questo libro della storia dei martiri distinguendosi da altri autori che dedicarono le loro opere alla descrizione di guerre, combattimenti e vittorie militari.
Riporta infatti lunghi brani di una lettera indirizzata dai fedeli di Lione e Vienna alle chiese asiatiche nelle quali vengono descritti i supplizi ai quali furono sottoposti i martiri cristiani nelle Gallie durante il regno di Marco Aurelio.
Il contenuto delle lettere è discusso dagli studiosi in quanto non si hanno altre testimonianze di persecuzioni in Occidente sotto Marco Aurelio e perchè la condanna per acclamazione popolare, più volte descritta nelle lettere, sembra più usanza orientale.
Ampia parte del quinto libro è dedicata anche a citazioni delle opere di Ireneo, fra le quali una traduzione della Bibbia dei Settanta.
Marco Aurelio morì (17 marzo 180) e gli successe il figlio Commodo.
Furono attivi in quegli anni Panteno e Clemente Alessandrino, entrambi diressero la scuola catechetica di Alessandria.
Si era affermata l'eresia montanista, Eusebio riporta lunghe citazioni contro questa eresia da Apollinare e da altri autori.
Nel decimo anno del regno di Commodo morì Eleutero e divenne vescovo di Roma Vittore I. Durante l'episcopato di Vittore fu definitivamente sancito per tutta la comunità cristiana l'uso di celebrare la Pasqua di domenica. In un primo tempo le chiese orientali non aderirono a questa decisione e la minaccia di scomunica da parte di Vittore rischiò di provocare uno scisma, ma la controversia fu risolta grazie alla mediazione di Ireneo.
Commodo fu ucciso (31 dicembre 192), gli successe Pertinace e dopo pochi mesi Settimio Severo.
A Vittore I (che morì nel 199) successe Zefirino.



Libro VI


Buona parte del sesto libro è dedicato alla vita, alle opere ed alla figura di Origene.
Figlio di cristiani di Alessandria, educato sin dall'infanzia allo studio delle scritture, Origene mostrò subito grande fervore religioso tanto che quando il padre fu arrestato e condannato la madre dovette nascondergli i vestiti per costringerlo a rimanere in casa e non esporsi al pericolo.
Dopo il martirio del padre ed il sequestro dei beni, Origene che aveva circa diciassette anni si dedicò all'insegnamento per provvedere alle esigenze della sua famiglia. I suoi considerevoli studi, dedicati anche alla cultura greca, gli consentirono un certo successo come insegnante.
Contemporaneamente iniziò a fare proseliti, adottò uno stile di vita rigorosamente ascetico e spesso corse gravi pericoli pur di rimanere vicino ai cristiani condannati. Autore di numerose conversioni, vide spesso il martirio dei suoi discepoli. Per dimostrare la propria purezza nei confronti delle seguaci di sesso femminile decise di evirarsi, azione che gli procurò l'ammirazione di molti ma anche velenose critiche da parte dei suoi avversari.
Approfondendo lo studio delle Scritture, Origene compilò gli Exapla, opera nella quale confrontava la versione originale ebraica con cinque traduzioni in greco (ce ne sono pervenuti frammenti).
Quando Alessandria si ribellò a Caracalla che ordinò un massacro, Origene si trasferì temporaneamente a Cesarea dove, benché laico, venne autorizzato a predicare in chiesa.
Intanto a Roma gli imperatori si succedevano rapidamente: Caracalla, Macrino, Eliogabalo, Alessandro Severo. A Zefirino (morto nel 217) successero nell'episcopato romano Callisto, morto nel 222, quindi Urbano.
Durante il regno di Eliogabalo, Origene venne invitato ad Antiochia da Mamea, madre dell'imperatore, desiderosa di approfondire i suoi precetti. Origene ricevette l'ordinazione sacerdotale a Cesarea, dove si trasferì definitivamente durante l'episcopato di Pontiano, successore di Urbano.
A Severo Alessandro successe Massimino (235) che ordinò una nuova persecuzione contro i Cristiani. Massimino fu ucciso dopo tre anni di regno (238) e prese il suo posto Gordiano III.
Nell'episcopato romano a Pontiano successe Antero che morì dopo un solo mese, quindi Fabiano che fu "miracolosamente designato" perché una colomba scese su di lui durante la riunione di quanti dovevano scegliere il nuovo vescovo.
Dopo sei anni a Gordiano succedette Filippo l'Arabo il quale era cristiano e, secondo un racconto, accettava di confessarsi e sedere fra i penitenti durante le funzioni religiose. Origene scrisse lettere all'imperatore ed anche a sua moglie Marcia Otacilia Severa.
Dopo sette anni di principato Filippo fu sconfitto e sostituito da Decio che riaprì le persecuzioni. Ne fu vittima, fra gli altri, Fabiano al quale successe Cornelio. Origene venne arrestato e lungamente torturato.
La persecuzione di Decio (ne vengono descritti diversi terribili episodi) provocò numerosi casi di abiura dai quali presero origine la questione del comportamento da tenere nei confronti degli apostati e lo scisma di Novato.
Un concilio convocato a Roma durante l'episcopato di Cornelio deliberò che gli apostati fossero riammessi nella chiesa tramite opportune penitenze ma i rigoristi rimasero a lungo sulle proprie posizioni. Fra loro l'africano Novato ed il romano Novaziano (Eusebio confonde i loro nomi) fondatore della setta dei Catari.



Libro VII


Decio fu trucidato durante il secondo anno di regno e fu proclamato imperatore Treboniano Gallo.
A Cornelio vescovo di Roma successe Lucio e, dopo due anni, Stefano. Stefano entrò in polemica con Cipriano vescovo di Cartagine che sosteneva che quanti si convertono da un'eresia devono essere purificati con un nuovo battesimo.
Successore di Stefano fu Sisto, dopo di lui fu nominato Dionigi (259). Gallo fu ucciso nel secondo anno di regno e il potere passò a Valeriano ed al figlio Gallieno.
Valeriano riaprì le persecuzioni, pare per influsso del suo consiglere Fulvio Macriano, direttore del fisco imperiale. Su queste persecuzioni Eusebio riporta la testimonianza di Dionigi vescovo di Alessandria che fu esiliato in Libia.
Valeriano fu fatto prigioniero dai barbari e Gallieno, rimasto solo al governo, mise fine alle persecuzioni. L'episodio di un militare di nome Marino che fu giustiziato a Cesarea per essersi dichiarato cristiano dimostra tuttavia che Gallieno, pur avendo interrotto la persecuzione attiva, non legalizzò ufficialmente il Cristianesimo.
In questo libro sono ampie le citazioni dalle lettere di Dionigi di Alessandria, particolarmente interessante quella che esprime e documenta l'opinione che Giovanni Evangelista e l'autore dell'Apocalisse non siano la stessa persona.
Dionigi di Roma divenne vescovo dopo Sisto. In quel periodo sorse l'eresia di Paolo di Samosata vescovo di Antiochia che negò la divinità di Cristo.
Gallieno morì (in una congiura del 268) e gli successe Claudio il Gotico che dopo due anni morì lasciando il potere ad Aureliano.
Un sinodo condannò Paolo di Samosata che venne scomunicato e destituito ma si rifiutò di lasciare la sede episcopale finchè non vi fu costretto dall'intervento di Aureliano.
Ad Aureliano (ucciso nel 275) successe Probo, a questi Caro ed i suoi figlio Carino e Numeriano, quindi l'impero passò a Diocleziano, autore di una nuova persecuzione. Nella sede episcopale di Roma a Dionigi seguì Felice, in quegli anni in Oriente si diffondeva l'eresia dei Manichei. Felice presiedette la chiesa di Roma per cinque anni, venne quindi eletto Eutichiano, dopo dieci mesi Caio, dopo altri cinque anni Marcellino.



Libro VIII


Nel diciannovesimo anno del suo regno Diocleziano emanò l'editto persecutorio ordinando la distruzione delle chiese ed il rogo delle Scritture. I primi ad essere colpiti furono i militari cristiani che vennero espulsi dall'esercito ed in qualche caso giustiziati, poi la persecuzione divenne sistematica e capillare. Una grande strage fu compiuta a Nicomedia a seguito dell'incendio del palazzo imperiale del quale furono accusati i Cristiani.
Eusebio racconta di aver assistito personalmente all'esecuzione di alcuni martiri a Tiro. Le vittime furono uccise con la spada perché le belve, miracolosamente, rifiutavano di toccarle.
Proseguendo con la descrizione dei supplizi inferti ai cristiani e della crudeltà dei carnefici, Eusebio elenca numerosi esponenti della chiesa e della cultura cristiana che subirono il martirio sotto Diocleziano, fra questi il suo maestro Panfilo.
Si giunse infine all'anno 305 quando Diocleziano ed il collega Massimiano abdicarono. Poco tempo dopo morì Costanzo Cloro (25 luglio 306) lasciando il suo posto al figlio Costantino. Eusebio tesse le lodi di Costanzo, primo imperatore a non aver recato offesa alla Cristianità.
Poco dopo Licinio venne nominato augusto, ciò addolorò Massimino Daia che era il più anziano dei Cesari. Massimino si ribellò e, sconfitto da Costantino, "morì di morte ignominiosa" (pare che fu costretto al suicidio.
Suo figlio Massenzio (che era rimasto da solo al governo di Italia e Spagna, simulando mitezza e clemenza, ordinò di cessare le persecuzioni. In realtà, secondo Eusebio, fu un feroce tiranno che si macchiò di atroci delitti verso la popolazione e che, nella speranza di consolidare il proprio potere non esitò a ricorrere a sanguinose ed oscure pratiche magiche.
Anche il collega d'Oriente, Massimino Daia, era dedito alla magia e si sforzò di rinnovare i culti pagani con la ricostruzione di templi e santuari. Vessò i territori a lui sottoposti con inusitate esazioni e si circondò di adulatori e ciarlatani. Massimino beveva smodatamente e praticava ogni genere di oscenità. Solo i cristiani, uomini e donne, resistevano alla sua tirannia affrontando la tortura e la morte. Fra le vittime di questa persecuzione viene ricordato Luciano di Antiochia.
Questa situazione si protrasse per dieci anni (303 - 313) poi, stando ad Eusebio, la divina provvidenza intervenne cominciando col punire Galerio, primo autore delle persecuzioni, che fu colpito da un'orrenda malattia.
Galerio, soffrendo, comprese la gravità delle proprie colpe ed emanò un editto con il quale ritrattò le precedenti disposizioni contro i Cristiani e morì poco dopo questa ritrattazione.



Libro IX


Dal canto suo Massimino cercò di occultare nei suoi territori l'editto di ritrattazione di Galerio e invece di pubblicarlo apertamente dispose che fosse fatto circolare in forma privata fra i suoi funzionari. Comunque le condanne vennero annullate e quanti erano prigionieri vennero liberati.
Ma Massimino non tollerò a lungo questa situazione e si adoperò con ogni mezzo per sobillare una nuova persecuzione. Si diffusero calunnie di ogni genere, false testimonianze ed atti mistificati ai fini di screditare i cristiani. In breve la situazione sfociò in una nuova persecuzione con processi sommari, condanne e supplizi. L'ondata anticristiana portò molte città a richiedere all'imperatore l'espulsione dei cristiani, richiesta che Massimino si affrettò ad approvare con un editto che fu inciso su tavole ed esposto nelle piazze.
Le sciagure che seguirono sono ovviamente considerate da Eusebio la punizione divina contro Massimino. Arrivò la siccità portando carestie ed epidemie. Scoppiò anche una guerra contro gli Armeni ed in breve la popolazione fu decimata dalle sofferenze. Infine la Divina Provvidenza volle che i due tiranni, Massimino e Massenzio, venissero eliminati dai loro colleghi Costantino e Licinio.
Costantino mosse contro Massenzio e lo sconfisse poco lontano da Roma, fra la via Flaminia ed il Tevere. Le truppe sconfitte si ritirarono precipitosamente attraversando un ponte di barche sul Tevere che cedette facendole cadere in acqua. Molti annegarono, fra questi lo stesso Massenzio.
Costantino fu accolto a Roma come un liberatore e Massimino, informato degli eventi, ritenne opportuno emanare un nuovo rescritto di tolleranza nei confronti dei Cristiani che tuttavia non autorizzava pienamente le professioni di culto.
Massimino infine decise di far guerra a Licinio (313) del quale invase i territori ma fu prontamente sconfitto e si salvò solo con la fuga. Tornato alla sua sede mise a morte sacerdoti ed indovini che lo avevano consigliato per la guerra ed emanò finalmente un editto che concedeva ai Cristiani piena libertà di culto e la restituzione dei beni confiscati, morendo subito dopo.
Statue e ritratti di Massimino vennero distrutti ed egli, dichiarato nemico dell'impero, subì la damnatio memoriae.
Costantino e Licinio, rimasti soli al potere, emanarono la legislazione dei Cristiani.



Libro X


Tornata la pace e definitivamente proclamata la loro libertà, i cristiani cominciarono a ricostruire le chiese. Ovunque si svolgevano riunioni e cerimonie. Qui Eusebio parla di se stesso quando lesse un proprio panegirico in occasione della dedicazione di una nuova basilica a Tiro. Nel panegirico, che viene interamente trascritto, è compresa un'interessante descrizione del nuovo edificio sacro.
Vengono a questo punto riportate le trascrizioni di leggi imperiali in merito al Cristianesimo a cominciare dal rescritto di Licinio del 13 giugno 313 noto come "editto di Milano".
Nel testo si precisa che la concessione della libertà di culto non si riferisce solo ai Cristiani ma a chiunque voglia scegliere una propria religione. Si dispone inoltre con estrema chiarezza sulla restituzione dei beni confiscati ai Cristiani e sull'indennizzo di chi li avesse nel frattempo acquistati o ricevuti in dono.
Eusebio trascrive anche altri documenti: le lettere con le quali Costantino ordinava la convocazione di concilii per risolvere dissidi interni alla Chiesa, una donazione in denaro, l'ordine di esentare i capi delle chiese da tutti gli oneri pubblici.
L'opera si conclude con il breve racconto delle successive vicende di Licinio che prese a tramare contro Costantino ed emanò, nelle province a lui sottoposte, una serie di decreti anticristiani.
Secondo Eusebio, Licinio era roso dall'invidia verso il collega e sconvolto da una follia di ispirazione demoniaca ed avrebbe certamente avviato una nuova persecuzione se Costantino e suo figlio Crispo non lo avessero fermato in tempo.
Sconfitto Licinio, Costantino riunificò l'impero e lo governò tramite leggi giuste ed umane, garantendo ai Cristiani la libertà di professare la propria fede.