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AMMIANO MARCELLINO

STORIE

Sintesi parziale

LIBRO QUATTORDICESIMO


I primi tredici libri dell'opera di Ammiano Marcellino sono per noi perduti. Il quattordicesimo ha inizio con le vicende di Gallo Cesare (Flavio Claudio Costanzo Gallo), figlio di Giulio Costanzo che venne improvvisamente ed inaspettatemente innalzato alle cariche imperiali e che abusò del suo potere fino a progettare l'usurpazione. La crudeltà di Gallo era incentivata dalla moglie Costantina, figlia di Costantino e vedova di Annibaliano.
Il primo capitolo è dedicato alla crudeltà di Gallo e Costantina che commettevano ogni sorta di abuso contro la cittadinanza di Antiochia condannando arbitrariamente a morte o all'esproprio dei beni con il supporto di delatori reclutati per spiare, calunniare, inventare accuse.
In quegli anni l'Oriente era afflitto anche dalle continue incursioni di banditi isauri che dai monti della loro regione scendevano spesso sulla costa e nelle pianure per compiere saccheggi. Ammiano descrive alcune di queste incursioni nelle quali la conoscenza del territorio e la tattica di guerriglia dei banditi si contrapponevano alla disciplina ed alla tecnica militare dei soldati romani. Quando gli Isauri tentarono di conquistare la città di Seleucia Gallo inviò un grande esercito e bastò la notizia di questa mobilitazione per mettere in fuga i banditi.
Un altro pericolo era costituito dai Persiani. Il loro re Sapore II progettò un attacco contro la regione di Batne, affollatissima nel periodo annuale del mercato, ma l'impresa fallì per la defezione di molti soldati persiani che temevano la potenza romana.
Ammiano accenna rapidamente anche ai Saraceni, nomadi che abitavano le regioni fra l'Assiria e l'Egitto vivendo di incursioni e di caccia.

Intanto in occidente regnava Costanzo che il 10 ottobre 354 festeggiò solennemente ad Arles il trentesimo anno della sua nomina imperiale. Anche sotto Costanzo vigeva il terrore: perseguitato dalla fobia di complottti a suo danno, Costanzo accoglieva ogni delazione condannando senza giudizio molti onesti cittadini a morte o all'esilio.

Quanto alla città di Roma non avvenivano in quegli anni fatti di rilievo. Ammiano ne attribuisce la causa alla decadenza dei costumi con una digressione sui vizi e il lusso dei nobili e sulle miserie dei nullatenenti dediti ai dadi ed agli spettacoli invece cha al lavoro. Una satira di gusto moralistico che contrappone la decadenza dell'Urbe alle sue antiche glorie, il malcostume attuale alla sobrietà di una volta.
Costanzo venne informato della condotta di Gallo e lo convocò in Occidente. Gallo temporeggiava e, a poco a poco, si rese conto che Costanzo lo stava privando con vari pretesti di risorse militari e stava collocando presso di lui uomini di sua fiducia. Intanto continuavano proscrizioni e condanne a morte, disordini e uccisioni.
In Gallia gli Alemanni si ribellarono ma poi chiesero la pace e Costanzo la concesse per poi ritirarsi a Milano nei quartieri d'inverno. Qui decise di risolvere il problema rappresentato da Gallo. I soliti cortigiani delatori si prodigarono nel seminare sospetti nei confronti di Ursicino (il generale sotto il cui comando militava Ammiano) che era stato incaricato di svolgere indagini sulla situazione e sul conto di Gallo.
Era Ursicino, dicevano, a sobillare Gallo per farlo cadere in disgrazia al fine di fare spazio ai propri figli. Ursicino venne convocato da Costanzo a Milano con il pretesto di studiare azioni difensive contro i Parti, Ammiano lo seguì. L'insistente invito di Costanzo convinse Costantina (che era sua sorella) a recarsi a Milano, ma durante il viaggio la donna morì di febbre. Questa circostanza aumentò ancora di più i timoti e le esitazioni di Gallo il quale, tuttavia, sollecitato da Costanzo decise infine di presentarsi.
Gallo partì senza scorta, consapevole del destino che lo attendeva. Ammiano drammatizza adeguatamente la situazione: giunto nel Norico Gallo venne preso in consegna dagli ufficiali di Costanzo e, condotto a Pola sotto strettissima sorveglianza, venne interrogato sul suo operato. Non trovò altra scusa che addossare la responsabilità alla defunta Costantina. Costanzo decretò la sua morte e a Gallo venne mozzata la testa. Aveva ventinove anni e aveva coperto per quattro anni la carica di cesare. Era nato in Etruria, figlio di Flavio Giulio Costanzo (fratello di Costantino) e di Galla.

LIBRO QUINDICESIMO


Un certo Apodemio, un agitatore indefesso, trovandosi nel Norico prima che Gallo venisse giustiziato, rubò i suoi calzari e cavalcando senza sosta li portò a Milano per gettarli ai piedi dell'imperatore ed annunciare la rapida e felice soluzione del problema. Apodemio ed altri cortigiani adularono a tal punto Costanzo che questi cominciò a firmarsi "Signore di tutto il mondo" e a credersi veramente arrivato a dominare l'universo di fronte al quale la terra è soltanto un puntino.
Dopo la morte di Gallo a trovarsi in pericolo fu Ursicino che veniva ingiustamente accusato dai calunniatori di essere troppo popolare in oriente dove il suo nome era più considerato di quello di Costanzo. Su proposta dell'invidioso consigliere Arbizione Costanzo arrivò alla decisione di far uccidere Ursicino a tradimento, ma poi la decisione fu temporaneamente rimandata.
Anche Giuliano (il futuro imperatore) fu calunniato e tratto in giudizio per connivenza con suo fratello Gallo e fu salvato da morte sicura per intercessione dell'imperatrice Eusebia. Fu processato anche Gorgonio, ciambellano di Gallo, coinvolto in vari crimini di quest'ultimo ma grazie a menzogne e false prove venne assolto.
Intanto ad Aquilonia si processavano sommariamente amici e funzionari di Gallo, accusati di aver eseguito materialmente la condanne ed altre nefandezze ordinate dal defunto cesare. Tutti vennero incatenati e torturati, molti furono esiliati e degradati al più basso rango sociale, gli altri vennero giustiziati. Fra i calunniatori e i delatori si segnalavano Paolo e Mercurio, il primo era detto "Catena" per l'indissolubilità degli intrighi che riusciva ad architettare, il secondo aveva l'abitudine di ascoltare il racconto dei sogni di persone innocenti per farne argomento di delazioni contraffatte ed odiose all'imperatore.
Il governatore della Pannonia Seconda Africano offrì un banchetto a Sirmio durante il quale, fra i fumi del vino, si parlò male dell'imperatore. Era presente Gaudenzio, un agente segreto di Costanzo, che subito corse a denunciare il fatto. Tutti i convitati vennero arrestati, Africano riuscì a togliersi la vita mentre veniva trasferito ad Aquilonia, gli altri furono incarcerati a Milano.
Gli Alemanni Leziensi sconfinarono dal loro territorio e presero a saccheggiare i paesi limitrofi. Costanzo lasciò Milano ed intraprese una spedizione in Rezia. Ammiano descrive la regione ed in particolare il luogo dove il fiume Reno confluisce nel lago di Briganzia (Costanza).
I Romani caddero in un agguato degli Alemanni e subirono una sanguinosa sconfitta ma in una seconda battaglia fecero strage di gran parte dei nemici e misero in fuga i sopravvissuti. Costanzo tornò soddisfatto a Milano.
Le Gallie, da tempo abbandonate a se stesse, erano tormentate dalle scirrerue dei barbari. Costanzo inviò il comandante della fanteria Silvano a risolvere questa situazione e Silvano se ne stava occupando quando alcuni suoi avversari, esibendo all'imperatore delle lettere contraffatte, lo accusarono di sedizione e di progetti di usurpazione. Un altro ufficiale di nome Malarico assunse le difese di Silvano ma inutilmente.
Apodemio fu inviato in Gallia per convocare Silvano a Milano ma, diversamente da quanto gli era stato ordinato, non contattò Silvano ma cominciò a provocare un a situazione di torbido sospetto. L'intendente Dinamio, coinvolto nell'inganno delle false lettere, inviò un altro messaggio falsificato a nome di Silvano e Malarico al sovrintendente delle fabbriche d'armi di Cremona ordinando di preparare rapidamente ogni cosa come riferendosi ad un piano segreto. Il sovrintendente scrisse a Malarico per chiedere chiarimenti, ma l'inganno fu svelato, le lettere esaminate più attentamente risultarono false e fu aperta un'inchiesta. Silvano e Malarico vennero scagionati ma i responsabili della congiura non vennero seriamente puniti.
Temendo di essere condannato a morte e ben conoscendo l'influenzabilità di Costanzo, Silvano decise di salvare la propria vita ricorrendo a metodi estremi e, spinte le truppe alla riellione, si proclamò imperatore (11 agosto 355).
Costanzo convocò immediatamente tutti i suoi consiglieri ma fu subito chiaro che in quella situazione sarebbe stata necessaria l'esperienza di Ursicino. Costanzo lo convocò ed accolse con benevolenza, chiedendogli di accantonare temporaneamente le accuse che aveva ricevuto e la disputa con i suoi avversari e di mettersi a disposizione per fronteggiare Silvano.
Volendo far credere a Silvano che la sua proclamazione non fosse ancora nota a Costanzo, si decise di inviargli una lettera che lo invitasse a cedere il suo posto nelle Gallie a Ursicino e tornare a Milano conservando il suo grado. Ursicino partì con il suo seguito nel quale era lo stesso Ammiano Marcellino.
Una volta giunto in Gallia Ursicino si rese conto che l'espediente della lettera non avrebbe funzionato e si comportò in modo da conquistare la fiducia e l'amicizia di Silvano che lo volle con se come consigliere.
Quando ritenne arrivato il momento opportuno Ursicino, che aveva scelto un gruppo di soldati semplici che passassero inosservati, li mandò all'alba alla reggia. Questi eliminarono le guardie e, raggiunto Silvano nella sua stanza, lo uccisero a colpi di spada. Moriva così un valido comandante che aveva cercato di salvare la propria vita con metodi estremi contro le cospirazioni dei suoi avversari.
Dopo la morte di Silvano i suoi sostenitori vennero arrestati, torturati e giustiziati.

Il prefetto di Roma Flavio Leonzio, persona capace e leale, si trovò ad affrontare sedizione del popolo che represse catturando e punendo gli agitatori.
Nello stesso periodo Costanzo fece tradurre a Milano il vescovo di Roma Liberio che rifiutava di sottoscrivere la condanna di Atanasio vescovo di Alessandria, giudicato colpevole da due sinodi di dedicarsi a pratiche divinatorie proibite dalla religione.

Poichè dopo la morte di Silvano le Gallie erano rimaste indifese Costanzo, che considerava troppo pericoloso recarvisi personalmente, dopo lunghe consultazioni con la moglie e i consiglieri, decise di associare al potere il cugino Giuliano, reduce dall'Acaia.
Acclamato con grande gioia dal popolo e dall'esercito, Giuliano ricevette il titolo di cesare e l'incarico di pacificare le Gallie (6 novembre 355).
Molte le ipotesi sulle origini della popolazione delle Gallie: discenderebbero dai Celti o da profughi dori o troiani. Secondo un mito dai figli di Ercole che in quella regione avevano amato molte nobili donne. Ancora si pensava agli Ioni (in fuga dai Persiani) che avevano fondato Marsiglia. Data la quantità e la diversità di opinioni delle fonti, Ammiano evita di prendere posizione.
Il territorio gallico è delimitato dal Mar Tirreno a sud, dal fiume Reno a nord, dall'Oceano e dai Pirenei a ovest e ad oriente dalle alpi Cozie.
Un re della regione alpina, Marco Giulio Cozio, amico di Ottaviano, svolse grandi lavori per rendere praticabili i valichi di quel tratto delle Alpi che da lui prese il neme di Alpi Cozie. Le Alpi Penninne (Poenine o Puniche) presero questo nome quando furono superate dall'esercito di Annibale.
Anticamente la Gallia era divisa in tre parti abitate da Celti, Belgi e Aquitani. Dopo la conquista romana fu divisa in quattro province (Narbonese, Aquitania, Germania, Belgica). Ai tempi di Ammiano la Gallia era divisa in Germania Pima, Germania Seconda, Belfica Prima e Belgica Seconda. Segue un elenco delle principali città e dei luoghi notevoli delle province galliche.
Alti di statura, di carnagione bianca, occhi chiari e capelli rossi, i Galli e le loro donne erano in generale molto bellicosi ed irascibili.
Ottimi combattenti ma dediti al vino e ad altre bevande. Dopo i primi scontri con i Romani (Marco Flavio Flacco nel 125-123 a.C., Sestio Calvino nel 124-122 a.C., Quinto Fabio Massimo Allobrogico nel 121-120 a.C.) l'intera Gallia fu sottomessa da Cesare nel 49 a.C.

In Oriente fu nominato prefetto del pretorio Musoniano, già consigliere di Costantino, avido di guadagno condusse i processi preoccupandosi del suo tornaconto più che della giustizia, come nel caso della morte di Teofilo governatore della Siria, fatto a pezzi dalla folla per una denuncia di Gallo Cesare: molti innocenti furono condannati, ma i ricchi colpevoli furono assolti dopo aver sequestato il loro patrimonio.
Era complice delle ruberie di Musoniano un certo Prospero, comandante della cavalleria, e i Persiani razziavano indisturbati i territori romani mentre i due si dedicavano a derubare i cittadini.

LIBRO SEDICESIMO


Il libro si apre con un elogio di Giuliano e delle sue imprese in Gallia. Giuliano viene paragonato a Tito, ad Antonino Pio, a Marco Aurelio.
Studiò filosofia e dai poertici dell'Accademia passò alle tende militari e riuscì ad ottenere grandi vittorie.
Giuliano venne a sapere che la città di Augustoduno (Autun) era stata conquistata dai barbari ed intraprese, partendo da Vienna, una lunga e pericolosa marcia durante la quale dovette più volte respingere gli attacchi di manipoli di barbari. Dopo una sosta a Tricase (Troyes) raggiunse Augustoduno ed affrontato lo schieramento nemico ne fece strage.
Da Augustoduno Giuliano passò a Riprendere la Colonia di Agrippina (Colonia) che era stata distrutta prima del suo arrivo in Gallia. Qui concluse la pace con i re dei Franchi quindi si ritirò per l'inverno nella piazzaforte di Senones (Senon).
Giuliano venne assediato a Senones dagli Alemanni. A causa del ritardo della cavalleria nel soccorrerlo non aveva forze sufficienti per far fuggire il nemico ma resistette all'assedio e dopo trenta giorni gli Alamanni rinunciarono.
Giuliano viveva in modo molto semplice, frugale nel cibarsi rifiutava ogni lusso e comodità. Usava dedicare parte della notte ad approfondire gli studi filosofici che non abbandonò mai. Mite e clemente come governante riuscì a diminuire sensibilmente la pressione fiscale nella sua provincia, con grande soddisfazione della popolazione.
Arbizione venne indagato sotto il sospetto di voler usurpare il potere ma quando ci si rese conto che l'inchiesta avrebbe coinvolto tutti i cortigiani il procedimento venne insabbiato.
Marcello, il comandante della cavalleria che non aveva soccorso Giuliano durante l'assedio di Senones, fu congedato da Costanzo. Per vendetta calunniò Giuliano il quale fu salvato dal ciambellano eunuco Euterio che, incaricato di indagare, lo scaginò completamente.
Ammiano loda Euterio e gli dedica una breve nota biografica: nato in Armmenia fu catturato e castrato dai barbari che lo vendettero come schiavo alla corte di Costantino. Istruito e capace, fece una brillante carriera arrivando al grado di ciambellano senza mai macchiarsi di crimini o delazioni.
Divenuto vecchio si ritirò a vita privata fra l'affetto e la stima di chi lo conosceva. Caso eccezionale, dice Ammiano, un eunuco non avido di guadagno e di potere.
Ammiano racconta una serie di episodi per dimostrare l'avidità dei funzionari di Costanzo, in particolare del prefetto del pretorio Rufino e del comandante della cavalleria Flavio Arbizione.
Intanto in oriente si ripetevano spesso scorrerie ed azioni di brigantaggio in territorio romano da parte dei Persiani.
Musoniano prefetto del pretorio ed il suo assistente Cassiano vennero a sapere dagli informatori che ai confini del suo regno il re persiano Sapore era tormentato da attacchi e tentativi di invasione di popolazioni nemiche. Contattarono dunque l'ufficiale Tampsapore per far giungere al re una proposta di pace.
Costanzo volle visitare Roma e lo fece seguito da un grande quanto ingiustificato corteo trionfale. Durante il suo soggiorno esplorò ogni quantire della città rimanendo esterefatto per la magnificenza di monumenti come il Colosseo, il Circo Massimo, il Foro di Traiano.
Intanto la moglie Eusebia tramava contro Elena, moglie di Giuliano. Lei sterile era invidiosa della fertilità dell'altra e le fece bere con l'inganno una pozione che la faceva abortire ogni volta che rimaneva incinta, oltre ad aver fatto eliminare un neonato corrompendo una levatrice.
Costanzo si sarebbe volentieri trattenuto a Roma ma insistenti messaggi sugli attacchi degli Svevi, dei Quadi e dei Sarmati lo costrinsero a marciare verso l'Illirico mentre affidava il comando supremo per l'oriente a Ursicino.
L'inverno di Giuliano nelle Gallie fu molto movimentato. La tribù germanica dei Leti saccheggiò Lugduno ma Giuliano intercettò i saccheggiatori mentre si allontanavano, ne uccise molti e recuperò gran parte del bottino. Passarono inosservati solo quelli che scelsero le strade la cui sorveglianza era stata affidata a Barbazione, il nuovo comandante della fanteria, che non perdeva occasione per boicottare Giuliano.
Altri barbari occuparono le isole lungo il corso del Reno e Barbazione incendiò le imbarcazioni disponibili per impedire a Giuliano di raggiungerli. Con l'arrivo dell'estate tuttavia Giulianio e i suoi soldati riuscirono a guadare il fiume e debellare i barbari che avevano occupato le isole. Giuliano passò quindi a ricostruire la fortezza de Tre Taverne (Savona), distrutta da un precedente assedio, per utilizzarla come base per le sue forze e impedire ai barbari di penetrare oltre nelle Gallie. L'opera gli riuscì in breve tempo nonostante i continui boicottaggi di Barbazione.
I Germani, risolte alcune loro controversie interne organizzarono un grande esercito: ne facevano parte re, nobili e numerosi ufficiali ma il comando supremo era nelle mani del re Condomaro che aveva già compiuto nelle Gallie innumerevoli saccheggi e devastazioni.
Questo esercito si scontrò con quello romano nei pressi della città di Argentarato in una lunga battaglia che Amminao descrive con abbondanza di particolari a volte macabri.
Nonostante i Galli fossero estremamente più numerosi, l'esperienza e la tecnica dei Romani prevalsero ampiamente e dopo un intero giorno di battaglia i Germani fuggirono. Secondo l'autore i Romani persero meno di duecentocinquanta uomini, i Galli oltre seimila senza contare quanti nella fuga annegarono tentando di attraversare il Reno.
Condomaro, catturato con pochi seguaci, chiese clemenza a Giuliano e fu mandato prigioniero a Roma dove dopo qualche tempo morì di vecchiaia.
Da parte sua Costanzo sfruttò la vittoria per vantarsene in discorsi ed editti senza riconoscere a Giuliano gli onori dovuti.