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MARCO TULLIO CICERONE


DELL'AMICIZIA



Composto nel 44 a.C. e dedicato a Tito Pomponio Attico, il trattato analizza i rapporti di amicizia dal punto di vista umano, filosofico e politico. Come altri trattati di Cicerone è presentato in forma di dialogo.
Quinto Muzio Scevola l'Augure, maestro di diritto del giovane Cicerone, raccontò una volta ai suoi allievi una conversazione fra Gaio Lelio ed i suoi generi (lo stesso Muzio Scevola e Gaio Fannio) avvenuta pochi giorni dopo la morte di Scipione Emiliano.
Dopo aver lodato la famosa sapienza del suocero, i due generi gli chiedono come sopporti il dolore per la recente scomparsa del suo più caro amico.
Lelio comincia a parlare ricordando come Catone il Censore sopportò la perdita del figlio Marco Porcio Catone Liciniano. Seguendo quell'esempio, Gaio Lelio sapeva consolarsi della morte dell'amico pensando che se questi fosse vissuto ancora per alcuni anni non avrebbe aggiunto nulla alla sua gloria mentre la vecchiaia gli avrebbe portato via il vigore.
Lelio afferma di credere nell'immortalità dell'anima (non manca un accenno polemico nei confronti degli epicurei che la negavano) e di essere certo che Scipione Emiliano si sia felicemente ricongiunto agli dei. Quindi la sorte peggiore è toccata non a Scipione ma a Lelio che ha perso il grande amico ma si consola nel ricordo di quell'intenso rapporto umano.
Scevola e Fannio chiedono a Gaio Lelio di esporre le sue idee sull'amicizia spiegandone la natura e dando consigli in merito. Gaio Lelio (seguendo uno schema comune in questo tipo di dialoghi) afferma di non essere all'altezza del compito e di poter solo sostenere che l'amicizia debba essere anteposta a tutte le altre cose umane.
Non può esservi amicizia se non fra "i buoni", cioè le persone per bene, gli onesti (ma con il termine boni Cicerone allude in genere ai membri dei ceti proprietari), ma Lelio non condivide il pensiero di quei filosofi che sostenendo che "nessuno è buono se non il sapiente" aggiungevano che il vero sapiente non esiste e dunque nessuno è buono.
Con maggiore attenzione alla vita reale, Lelio ritiene buone le persone leali, integre e generose (cita degli esempi: Gaio Fabrizio Luscino, Manio Curio Dentato, Tiberio Coruncanio), fra persone di questo tipo può nascere l'amicizia che è legame più profondo della parentela in quanto non può esserci amicizia senza affetto mentre la parentela rimane anche quando l'affetto manchi.
Seconda solo alla sapienza fra i doni degli dei, l'amicizia deve essere preferita alla ricchezza, alla buona salute, al potere ed ai piaceri che sono tutte cose passeggere.
L'amicizia fra due persone per bene è il bene più prezioso perché permette di godere a pieno, condividendola con l'amico, della buona sorte e di sopportare la cattiva più facilmente.
L'amicizia è basata sui vincoli dell'affetto e della concordia senza i quali non sarebbe possibile il vivere civile. Tutti comprendono l'importanza dell'amicizia ed un dramma di Pacuvio nel quale Oreste e Pilade in gara di generosità proclamano entrambi di essere Oreste (che Toante vuole uccidere) fu accolto dal pubblico con uno strepitoso successo.
A questo punto Lelio vorrebbe smettere di parlare ma Fannio e Scevola insistono perché continui la sua dissertazione.
Lelio dunque riprende a parlare chiedendosi se sia vero che l'amicizia possa nascere dall'opportunità di fare e ricevere favori, secondo una visione utilitaristica. Ma l'amicizia, secondo Lelio, è molto di più e nasce da qualcosa di più vero e più profondo dei vantaggi che può effettivamente procurare. Nasce dalla natura umana e dal quel senso di amore dal quale nascono anche i legami fra genitori e figli e si manifesta quando si incontra qualcuno con il quale si concordi in merito ad indole e costumi.
Sono le virtù dell'amico a farcelo considerare tale, quelle stesse virtù che, se presenti, ci provocano sentimenti affettuosi anche verso persone che non abbiamo mai conosciuto direttamente.
Se dunque la virtù e la rettitudine ci fanno ammirare anche gli sconosciuti e perfino i nemici, quando le si incontra in persone con le quali abbiamo quotidiana consuetudine comporteranno la nascita di un solido sentimento di amicizia.
Chi pensa che l'amicizia nasca dal progetto di compensare reciprocamente le proprie carenze le attribuisce un'origine poco nobile, la considera infatti nata dalla miseria e dal bisogno. Se così fosse chi pensi di aver poche doti dovrebbe considerarsi adatto a stringere molte amicizie, invece è chi è più dotato di virtù e sapienza, chi sarebbe in grado di bastare a se stesso che più cerca e coltiva amicizie. Non si deve quindi ricercare l'amicizia per i vantaggi che ne deriveranno ma per il frutto d'amore in essa contenuto. Le vere amicizie nascono dalla natura e non dalla debolezza umana, per questo sono eterne come la natura che le ha generate.
Scipione affermava che è molto difficile che un'amicizia duri per tutta la vita, perché contrasti di interessi, divergenze di opinione, antagonismi politici possono rovinare l'amicizia e a volte far sorgere grandissime inimicizie.
Anche la situazione in cui un amico chiede all'altro di compiere qualcosa di illecito può danneggiare il rapporto fra i due: insomma le possibili cause della fine di un'amicizia sono tante che per evitarle tutte non basta la sapienza ma occorre anche la fortuna.
Lelio ricorda episodi di personaggi famosi che furono abbandonati dai propri amici quando commisero turpitudini, fra i quali il caso di Tiberio Gracco e quello di Gaio Blossio Cumano che pagò duramente l'errore di essere rimasto fedele a Gracco fino alla fine.
E' quindi giusto stabilire un principio: non si deve richiedere agli amici di compiere cose turpi e, se richiesti, non si deve acconsentire.
Il dialogo è ambientato nel 129 a.C. e Lelio ricorda come recenti gli eventi relativi al tribunato di Tiberio Gracco, mentre dice di non aspettarsi nulla di buono da Gaio Gracco che sarà tribuno fra il 123 ed il 122 a.C.
Le imprese di Tiberio Gracco e di altri pericolosi personaggi non sarebbero state realizzate senza l'aiuto degli amici, infatti Coriolano e Temistocle, che non trovarono compagni quando si rivolsero contro lo stato, finirono col darsi la morte.
L'amico dovrà essere quindi sempre sollecito e pronto ad ammonire apertamente se vedrà che l'altro tenda a compiere qualcosa di sbagliato o di disonesto.
Alcuni filosofi greci ritenevano inopportuna un'amicizia troppo intima perché comporta che ci si faccia carico dei problemi e delle sofferenze degli amici, mentre il bene supremo era ritenuto da quei filosofi la tranquillità. Lelio confuta questa teoria: non c'è ragione di rinunciare a qualcosa di bello come l'amicizia solo per evitare qualche molestia, così come non si devono evitare le virtù a causa degli affanni che possono comportare.
Poiché l'amicizia muove da una manifestazione di virtù che attrae l'animo di un'altra persona, quando ciò avviene è naturale che nasca l'amore e nulla da più gioia che l'amare sentendosi riamati. Altrettanto preziosa è la "somiglianza" fra gli amici, cioè quell'affinità di indole per la quale due persone si sentono attratte. I buoni attraggono i buoni ed è naturale che fra loro si vogliano bene.
Ciò che è importante è l'amore che lega gli amici, mentre ciò che viene dall'amico disinteressatamente può far piacere. Così Lelio si è reso utile a Scipione quando ha potuto con la sua opera ed il suo consiglio: non l'amicizia ha seguito l'utilità ma l'utilità l'amicizia.
Sono i tiranni, che vivono nel potere e fra i piaceri, quelli che si procurano le false amicizie perché nessuno potrebbe amare una persona che sa di dover temere o dalla quale sa di essere temuto. Questa verità diventa evidente quando il tiranno cade, come l'esempio di Tarquinio il Superbo vale bene a dimostrare.
Lelio cambia argomento e passa a stabilire quali siano i limiti dell'amicizia e dell'affetto. Si presentano tre opinioni: che si porti all'amico lo stesso affetto che a noi stessi, che gli si porti lo stesso affetto che lui ha per noi, che si sia tanto stimati dagli amici quanto noi stimiamo noi stessi. Lelio afferma di non condividere alcuna di queste opinioni.
Confuta la prima perché ci sono molti casi in cui si compie per l'amico qualcosa (per esempio polemizzare con qualcuno) che eviteremmo di fare per noi stessi.
La seconda opinione riduce l'amicizia ad un mero calcolo seguendo il quale si dovrebbe fare attenzione a non dare più di quanto si riceve, il che è contrario alla natura della vera amicizia.
La terza espressione comporterebbe che chi si senta, per suoi personali motivi, avvilito e non nutra speranza nel proprio futuro dovrebbe perdere la stima degli amici anzichè poter contare sul loro conforto.
Scipione respingeva anche una massima attribuita a Biante: che si debba amare l'amico come se un giorno lo si dovesse odiare.
Secondo Lelio il comportamento giusto consiste nell'avere con gli amici corretti comunione di ogni cosa senza alcuna restrizione e di essere indulgenti verso le loro aspirazioni anche se non del tutto giuste, ma senza oltrepassare il limite oltre il quale entrerebbe in gioco la propria onorabilità.
Si dovrebbe poter scegliere sempre i propri amici fra uomini di carattere, ma è difficile giudicare senza provare e la prova è possibile solo quando si è già amici. E' certamente difficile trovare persone che antepongano l'amicizia al denaro, al potere, agli onori. Sono pochi quelli che si mantengono costanti nell'amicizia indipendentemente dalla buona o dalla cattiva sorte.
Perché l'amicizia sia stabile è indispensabile che gli amici siano sinceri ed in buona fede, non si accusino fra loro e non credano alle dicerie altrui. Inoltre elementi importanti per l'amicizia sono la cortesia e l'affabilità.
Il sorgere di nuove amicizie non deve farci accantonare i vecchi amici, ed il nostro comportamento verso gli amici non deve tener conto della nostra condizione sociale (Scipione aveva molti amici di condizione inferiore alla sua) e non deve mutare con il mutare delle circostanze.
Chi è superiore nell'amicizia deve abbassarsi e chi è inferiore deve in qualche modo innalzarsi: i servigi resi dovranno essere ricordati sempre da chi li ha ricevuti, non da chi li fece.
Si potrà parlare di amicizia stabile, in generale, solo nell'età matura, quando il carattere ed i gusti sono consolidati. La diversità di carattere, infatti, comporta diversità di gusti e questo può sciogliere le amicizie.
L'affetto per l'amico non deve impedire a questi di fare cose utili: se l'amico deve allontanarsi per un giusto motivo chi vuole impedirlo è debole e fiacco.
Talvolta è inevitabile disfare un'amicizia, in questo caso è bene comportarsi con moderazione diluendo a poco a poco i rapporti per evitare le liti o la nascita di una forte inimicizia. Per evitare questo l'unico mezzo è non cominciare a voler bene troppo presto a chi non ne sia degno.
L'amicizia è la sola fra le cose umane sulla cui necessità tutti concordano, anche i misantropi provano prima o poi il bisogno di trovare qualcuno con cui sfogare le proprie ambasce.
La natura non ama che esistano cose solitarie ed ogni uomo dovrebbe trovare negli amici più cari il più dolce dei sostegni.
Terenzio Afro scrisse che "l'ossequio partorisce amici, la verità odio", questo purtroppo è spesso vero, invece si dovrebbero apprezzare le correzioni degli amici se fatte con animo benevolo e ci si dovrebbe vergognare della colpa commessa, non del rimprovero ricevuto.
Grande veleno per l'amicizia è l'adulazione ma non è difficile distinguere un amico sincero da un adulatore. Anche l'assemblea popolare, pur composta di uomini inesperti, comprende subito se chi parla è un demagogo o una persona seria.
D'altro canto l'adulazione è pericolosa solo se chi la riceve se ne compiace, cioè se chi la riceve è persona vanitosa che si compiace di adulare se stesso. Si deve comunque stare in guardia dagli adulatori astuti le cui lusinghe sono ben dissimulate perché è cosa veramente brutta il lasciarsi illudere.
Lelio conclude il suo discorso ribadendo che non può esserci amicizia senza virtù e ricordando le doti del suo grande amico Scipione, la cui amicizia egli considera la cosa più importante che la fortuna gli abbia dato.