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MARCO FABIO QUINTILIANO

LA FORMAZIONE DELL'ORATORE

Sintesi parziale

Con una breve lettera l'autore destinava la sua opera alla pubblicazione consegnando il manoscritto all'editore e pregandolo di occuparsene con la massima attenzione
LIBRO I

Prefazione


Quintiliano racconta che una volta cessata la sua attività di insegnante ha ricevuto dai suoi amici l'insistente richiesta di comporre un'opera sull'arte retorica. In un primo momento restio ad occuparsene ha finito con l'entusiasmarsi del progetto, anzi ha voluto inserire nel suo lavoro un elemento nuovo rispetto alle opere precedenti suul'argomento. Nella sua opera infatti includerà anche i concetti basilari, quelli che si insegnano per primi ai giovani aspiranti oratori, concetti che i suoi predecessori, rivolgendosi a lettori già eruditi, hanno sempre omesso.
L'autore dedica l'opera al suo grande amico Marco Vittore (un funzionario di Domiziano) augurandosi che sia utile anche per l'educazione del giovane Geta, figlio dell'amico.
L'obiettivo della Institutio è la formazione di un oratore perfetto, al quale non basterà l'eloquenza, ma dovrà avere ogni virtù morale. Entrando in polemica con i filosofi (pur ammettendo che ne citerà alcuni), Quintiliano afferma non essere vero che solo loro possono comportarsi virtuosamente perché una condotta retta è prerogativa di ogni buon cittadino in grado di amministrare, di interpretare le leggi, cioè di ogni oratore.
Seguendo Cicerone (De Oratore, 3) Quintiliano afferma che eloquenza e filosofia costituiscono un'unica arte e che nel tempo si sono separate per l'indolenza degli insegnanti e per la superbia di quanti, senza averne le capacità e le virtù, si definiscono filosofi.
In un inciso, tuttavia, Quintiliano riconosce che questa polemica considerazione non riguarda i grandi filosofi del passato ma soltanto i suoi contemporanei.
L'oratore dovrà dunque essere una persona irreprensibile dal punto di vista etico, culturale e della capacità oratoria in generale.
Il piano dell'opera: il primo libro è dedicato agli insegnamenti propedeutici, i successivi cinque al reperimento degli argomenti, altri quattro allo stile e l'ultimo alla figura dell'oratore ideale.
Una precisazione preliminare: trattati e insegnamenti non servono se manca il talento naturale.

I


Secondo Quintiliano è concessa la possibilità di imparare perché l'ingegno è una dote naturale dell'essere umano. I genitori dovranno quindi riporre la speranza nel figlio fin dalla nascita e curare con attensione la sua educazione fin dai primissimi tempi.
Le nutrici dovrann sapersi esprimere bene e fare attenzione a parlare correttamente davanti al bambino perché le parole loro e dei genitori saranno le prime che egli ascolterà ed è molto difficile rimuovere i difetti acquisiti in tenera età.
I genitori dovrebbero essere il più possibile colti, comunque anche chi è privo di cultura dovrà preoccuparsi per l'educazione dei figli.
Particolarmente colti dovranno essere i pedagoghi che si occuperanno delle prime fasi della formazione del futuro oratore. Questi dunque gli elementi fondamentali, garantiti i quali rimangono molti problemi da risolvere nella difficile impresa di educare un oratore.
E' preferibile che il ragazzo inizi a studiare quanto prima il greco perché il latino, parlato correntemente, comporterà minori difficoltà, tuttavia nello studio del greco non si docrà esagerare per evitare che la pronuncia prenda accenti stranieri e che le diverse strutture sintattiche alterino l'uso della lingua latina.
Era diffusa opinione che i bambini non dovessero studiare prima di raggiungere i sette anni ricevendo, fino a quell'età, solo precetti morali e di comportamento. Quintiliano dissente e sostiene che con la dovuta misura sia utile e possibile iniziare l'insegnamento anche in tenera età per avvantaggiare l'allievo negli anni successivi, forse non si otterranno grandi risultati ma si guadagnerà sempre del tempo a condizione che lo studio sia proposto come un gioco perché l'allievo, stancandosi, non finisca con l'odiarlo.
Il bambino piccolo non ha difficoltà a fissare le nozioni più semplici perché la sua mente è molto elastica e la memoria tenace.
Nello studio dell'alfabeto è consigliabile che i bambini imparino la forma delle lettere insieme al loro nome ed al loro suono in modo che sappiano riconoscerle comunque disposte. Ottimo l'uso delle "lettere d'avorio", oggetti piacevoli da "guardare, toccare e nominare".
E' utile all'attività dell'oratore anche saper scrivere in modo corretto ed ordinato perché la scrittura è strumento di studio e di comunicazione. Quanto alla lettura non si dovrà sforzare il bambino ma attendere che una completa conoscenza delle sillabe gli permetta di leggere senza dubbi ed esitazioni.
Sarà bene approfittare degli esercizi di lettura e copiatura per presentare al bambino versi e passi scelti che contengano utili precetti morali: gli resteranno impressi per tutta la vita.
Si faranno ripetere più volte velocemente parole e versi difficili da pronunciare per abituare il bambino a parlare con scioltezza e chiarezza.

II


Si discute se sia preferibile un precettore privato ad una scuola pubblica. Chi preferisce l'educazione privata sostiene che la compagnia dei coetanei possa essere pericolosa ed indurre il ragazzo a vizi e cattive abitudini. Ma Quintiliano obietta che anche un maestro privato, se non ben scelto, può dare al ragazzo una cattiva educazione. Quello che conta, per l'autore è comunque l'attenzione e la vicinanza dei familiari che debbono in ogni caso vigilare sul comportamento e sui progressi dell'allievo.
Quintiliano deplora anche un'educazione troppo indulgente e l'abitudine di far vivere i bambini in un lusso eccessivo. Molti ragazzi imparano nell'ambiente familiare comportamenti disdicevoli e poi li ripetono a scuola e non viceversa.
Quanto all'obiezione che un maestro con uin solo allievo possa dedicargli più tempo di chi insegna ad una classe, Quintiliano nota che nulla vieta, anche in una classe numerosa, che un maestro instauri un rapporto personale con ogni singolo allievo e che, in genere, i migliori maestri si dedicano all'insegnamento pubblico, non al privato.
Del resto il bravo precettore non accetterà un numero di allievi che non riesca a seguire adeguatamente, tenendo sempre conto che il suo compito non è un dovere, ma "un atto d'amore".
Quintiliano insiste sul preferire una buona scuola al precettore di un singolo studente ed espone numerose ragioni: l'emulazione e lo spirito competitivo portano i ragazzi ad impegnarsi di più, le amicizie che nascono a scuola sono profonde e possono durare tutta la vita, in compagnia dei coetanei il futuro oratore si abitua a parlare di fronte a molte persone eliminando l'eventuale timidezza ed infine lo stesso maestro declamerà in modo più verosimile e convincente davanti ad una classe che in presenza di un singolo ascoltatore.
Per riconoscere le qualità dei ragazzi Quintiliano suggerisce di osservare attentamente il loro comportamento. I migliori in genere si rivelano quelli che studiano con serietà, accettano i consigli, si affliggono per i rimproveri e sono continuamente tesi a migliorare. Meglio non illudersi a proposito dei bambini molto precoci che dopo un periodo di successo spesso cadono nella mediocrità.
Poichè nessuno può sopportare una fatica continua è bene concedere delle pause di riposo e di gioco. Quindiliano depreca gli insegnanti che ricorrono alle percosse quando devono punire gli allievi: "nessuno dovrebbe avere troppo potere nei confronti di un'età ancora insicura ed esposta alle offese".

Dopo aver imparato a leggere e a scrivere, si passerà allo studio della grammatica che si usa dividere in due discipline: il parlare e scrivere bene ed il commento ai poeti.
L'insegnante dovrà disporre di solide basi culturali, soprattutto per poter spiegare correttamente tutti gli argomenti trattati dai poeti. Spesso trascurata la grammatica è fra i vari tipi di studio la sola che risulti "più utile che appariscente".
Lo studio inizierà dalle singole lettere, vocali, consonanti, dal loro suono e dalle loro proprietà (Quintiliano fornisce una serie di esempi rifacendosi a parole latine e greche). Quindi si passerà allo studio delle sillabe e poi a quello delle parti del discorso. Aristotele ne citava soltanto tre: verbi, nomi e congiunzioni. Con il tempo furono distinti gli articoli (assenti in latino) e le preposizioni, i pronomi, i participi, gli avverbi.
Fondamentale che lo studente impari a declinare correttamente i nomi e i verbi, omettere questo insegnamento porterà sempre gravi problemi e ritardi negli studi successivi. Si spiegherà l'origine dei nomi di persona, la forma dei verbi ed una grande serie di eccezioni.
Il discorso ha tre pregi (correttezza, chiarezza ed eleganza) ed altrettanti corrispondenti difetti che risiedono nella concatenazione delle parole, non nelle singole parole per le quali si potrà valutare soltanto la gradevolezza del suono (euphonia).
Assolutamente da evitare sono i "barbarismi" anche se spesso entrano nell'uso comune. Quintiliano ne distingue di tre generi: l'uso di parole straniere, l'uso di espressioni insolenti o minacciose, l'uso di parole alterate con aggiunte, sottrazioni o spostamenti di lettere.
Uno studio corretto degli accenti (acuto, grave, circonflesso) e della loro posizione nelle parole, insieme agli esercizi per eliminare inflessioni dialettali, garantirà al futuro oratore la capacità di pronunciare le parole in modo corretto e gradevole.
Più difficile è lo studio necessario per evitare i solecismi (errori sintattici) che presentano numerosi casi in cui gli autori di trattati non sono concordi.
Per quanto concerne le parole straniere Quintiliano premette di considerare ormai romane tutte le parole di provenienza italica. Sul dibattuto problema della declinazione di parole di origine greca l'autore dice di preferire che si applichi la declinazione latina ma che non si può considerare in errore chi usi quella greca come facevano gli antichi.

Si distingue fra parole semplici e parole composte, queste ultime formate dall'unione di due parole.
Le parole vengono usate in senso letterale quando indicano il loro significato originario, in senso traslato quando alludono ad altro, il senso traslato più essere molto pericoloso per l'oratore se non gradito a chi ascolta.
Le regole del parlare possono essere diverse da quelle che riguardano la scrittura ed in genere fanno riferimento all'esempio dei grandi oratori. Nei casi dubbi si può ricorrere al metodo dell'analogia, cioè utilizzare per parole incerte le regole note di parole simili. Si deve però tener presente che l'analogia non è un metodo razionale ma basato sull'esempio.
Utile all'oratore sarà anche la conoscenza dell'etimologia che studia l'origine delle parole ma richiede una vasta cultura.
L'uso di termini arcaici può essere interessante ed impreziosire il discorso purché vengano usati con moderazione e senza affettazione.
Va bene nel parlato rifarsi alla consuetudine purché non comporti errori così come nella vita non sarebbe corretto fare qualcosa solo perché la fanno in molti, nell'eloquenza la diffusione di un errore non giustifica l'errore stesso. Per consuetudine si deve dunque intendere il consenso dei giusti nella vita ed il consenso dei colti nel parlare.
Si passa alle regole per scrivere correttamente (ortographia), parlando di accenti, sillabe, punteggiatura. Anche in questo caso le regole possono cambiare nel tempo, o cadere in disuso. Quintiliano fornisce in proposito numerosi esempi.
Consigli per quanto riguarda la lettura: si forniscano ai ragazzi con l'esempio le indicazioni su come leggere bene (pause, cambi di tono, ecc), si facciano leggere loro i grandi poeti antichi ma avendo cura di scegliere brani che gli allievi possano intendere chiaramente.
Ottimi sono anche i testi teatrali, si eviteranno però quelli licenziosi rimandandoli ad un'età più matura, e - ovviamente - le opere dei grandi oratori.
Da parte sua il maestro spiegherà in dettaglio i versi che legge evidenziando le parti del discorso, gli aspetti grammaticali e sintattici, le scelte stilistiche dell'autore ed eventuali barbarismi o solecismi. Dovrà anche fornire, qui senza esagerare, un'adeguata descrizione degli eventi ai quali l'opera studiata si riferisce.
Sono così definiti i due compiti del grammatico: insegnare la tecnica espressiva (metodica) e commentare gli autori (esegesi).
Il grammatico dovrà anche insegnare a riassumere un testo con un linguaggio semplice e corretto, a riconoscere le massime (o sentenze), le cria (o citazioni) e le eziologie (spiegazioni delle cause).
Per completare la sua preparazione, prima di passare alle cure del retore, lo studente dovrà conoscere anche altre discipline come la musica, la matematica e la geometria per avvicinarsi quanto possibile all'oratore ideale e privo di lacune teorizzato da Cicerone.
La bellezza ed i pregi della musica, di cui in passato si sono sempre occupati grandi uomini e grandi sapienti come Pitagora e Platone, sono sono certamente in discussione. Quello che l'autore intende invece chiarire è il rapporto fra la musica e la formazione dell'oratore.
L'armonia ed il ritmo, messi in relazione con le intonazioni della voce e con i gesti, sono importantissimi nell'eloquenza e si apprendono appunto soltanto attraverso lo studio della musica.
Anche la conoscenza della matematica è necessaria all'oratore. L'aritmetica lo è per lui come per chiunque desideri avere almeno un'istruzione elementare mentre fra la geometria e l'eloquenza Quintiliano riconosce un rapporto più profondo in quanto è in comune fra queste discipline il concetto di ordine, il procedimento di dimostrare ciò che è incerto partendo da ciò che è certo.
La geometria del resto comprende anche lo studio dei movimenti degli astri e per spiegare l'utilità di queste conoscenze Quintiliano ricorda gli esempi di Pericle che tranquillizzò gli Ateniesi spiegando loro le cause di un'eclissi di sole e di Sulpicio Gallo che parlò dell'eclissi di luna all'esercito di Lucio Emilio Paolo.
Nel completare la formazione infantile del futuro oratore saranno utili anche un attore e un maestro di grammatica. Il primo si occuperà di eliminare eventuali difetti di pronuncia e di fare in modo che la dizione risulti perfetta. L'attore dovrà inoltre insegnare all'allievo come scegliere le intonazioni della voce per sottolineare i concetti,k quali espressioni del viso scegliere e con quale contenuta gestualità accompagnare le proprie orazioni.
Il maestro di ginnastica avrà il compito di rendere più armoniosi i movimenti e più corretta la posizione dell'allievo. Qualche lezione di ginnastica e di danza - senza esagerare - saranno utili per conferire all'oratore una presenza gradevole e dignitosa.
In conclusione del primo libro che ha dedicato alla formazione elementare, Quintiliano ricorda che la mente dei bambini è elastica e disposta ad apprendere e che lo studio contemporaneo di diverse materie non solo è possibile ma è anche consigliabile per evitare la noia. Quindi nella fase infantile, tenendo la grammatica come disciplina fondamentale, l'allievo dedicherà "i ritagli di tempo" ad apprendere le altre materie delle quali si è fin qui parlato.