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PLUTARCO DI CHERONEA

VITE PARALLELE

DEMOSTENE E CICERONE

DEMOSTENE

Nel brano introduttivo, rivolgendosi all'amico Sosio Senecione, Plutarco lamenta la difficoltà che presenta il vivere in una piccola città per chi intenda scrivere di storia ed abbia quindi la necessità di reperire molti libri e documenti. Precisa inoltre che la sua padronanza della lingua latina non sarà sufficiente per confrontare l'oratoria dei due protagonisti di questo quinto libro delle Vite Parallele.

Il padre di Demostene era l'agiato proprietario di una fabbrica di armi nella quale lavoravano molti schiavi esperti. Morendo quando il figlio aveva sette anni lasciò un cospicuo patrimonio che tuttavia subì forti perdite nel periodo successivo a causa della disonestà e dell'incopetenza dei tutori di Demostene al punto che mancarono anche i mezzi per finanziare gli studi dell'erede.
Per questo motivo e per la sua salute cagionevole che gli vietava l'eccessivo affaticamento gli studi di Demostene rimasero incompleti mentre il suo aspetto gracile ed il suo eloquio disarmonico e sgradevole gli procurarono l'impietosa ironia dei coetanei.
Ad indurlo all'eloquenza sarebbe stato l'ascoltare l'oratore Callistrato difendere se stesso in tribunale vincendo brillantemente la causa. L'invidia per il successo di Callistrato e soprattutto il fascino di quanto aveva ascoltato spinsero il giovane Demostene a compiere studi molto approfonditi. Non potendo permettersi di frequentare la rinomata scuola di Isocrate ripiegò su quella di Iseo che, del resto, insegnava un'oratoria più adatta ai fini pratici. Ermippo sosteneva che avrebbe seguito anche le lezioni di Platone. Secondo Ctesibio si sarebbe procurato opere di Isocrate e di Alcidamante da studiare.
Divenuto maggiorenne intentò processi contro i suoi tutori, non recuperò il patrimonio sottrattogli ma l'esperienza gli valse come palestra per la sua eloquenza.
Per migliorare la pronuncia ed il modo di porgere il discorso, Demostene si avvalse dei consigli di un attore e si impegnò in faticosi ed intensi esercizi.
Molti sostennero che la sua eloquenza derivasse da questi allenamenti e non fosse sorretta da un talento naturale, in effetti preparava in anticipo tutti i suoi discorsi evitando sempre di improvvisare.
Demetrio Falereo, che non dimostra grande considerazione per l'eloquenza di Demostene, racconta che l'oratore curò la propria balbuzie parlando con dei sassolini in bocca e rafforzò la voce allenandosi a parlare mentre procedeva in salita.
Demostene entrò in politica all'epoca della guerra focese. Compose un'orazione contro Midia che lo aveva pubblicamente offeso ma in seguito rinunciò a procedere forse per timore dell'avversario. Ma la sua fama e la sua gloria arrivarono solo quando prese le difese della sua città contro i Macedoni, fu allora che divenne celebre e stimato anche fuori dalla Grecia e che anche i suoi avversari riconobbero la sua grandezza.
Secondo Teopompo Demostene era un uomo incostante ed infedele ma Plutarco non condivide questa affermazioni. Dopo aver citato una serie di esempi di incostanza, Plutarco afferma che Demostene fu sempre coerente con le sue idee che difese fino alla morte e che i suoi unici difetti furono la mancanza di coraggio in guerra e qualche aspetto non del tutto integro dei suoi comportamenti.
Pur avendo la debolezza di essere sensibile alla corruzione seppe resistere nei casi più importanti e seppe in diverse occasioni dimostrarsi buon cittadino come quando trascinò davanti all'Areopago l'ateniese Antifonte colpevole di aver tramato con Filippo di Macedonia ai danni della città.
Anche prima della guerra Demostene si era sempre mostrato contrario ai Macedoni e quando fece parte di un'ambasceria presso il re Filippo questo suo atteggiamento era già noto tanto che Filippo si preoccupò di ascoltarlo e rispondergli con particolare attenzione.
Quando la guerra iniziò, Demostene spinse gli Ateniesi ad attaccare l'Eubea, che era governata da tiranni installati da Filippo, e quindi ad aiutare Bisanzio e Perinto che erano in guerra contro i Macedoni.
Si fece quindi promotore di una lega fra tutte le città greche che riuscì a coinvolgere per fronteggiare Filippo raccogliendo un esercito di quindicimila fanti e duemila cavalieri. Ma il compito più difficile consisteva nel coinvolgere i Tebani che avevano reputazione di forti guerrieri ma non erano in buoni rapporti con gli Ateniesi dalla guerra focese.
Filippo aggredì le città di Anfissa ed Elatea e si impadronì della Focide. Gli Ateniesi, molto scossi dall'evento, erano confusi sul da farsi. Demostene li incoraggiò a cercare l'alleanza con i Tebani e fu egli stesso ambasciatore presso Tebe. Malgrado i molti privilegi che i Tebani avevano ricevuto da Filippo, l'eloquenza di Demostene riuscì a spingerli all'azione ed in breve l'intera Grecia si sollevò contro la Macedonia.
Tuttavia le cose non andarono come Demostene aveva desiderato ed i Greci furono sconfitti (battaglia di Cheronea - 2 agosto 338 a.C.).
Quando si trattò di combattere Demostene fuggì vergognosamente senza alcun ritegno. Nell'ebrezza della vittoria Filippo gli indirizzò frasi di scherno ma più tardi considerò la potenza dell'oratore che lo aveva costretto a rischiare il potere e la vita.
Nonostante la sconfitta il popolo ateniese dimostrò di non essere pentito della decisione di seguire Demostene e gli fu chiesto di continuare a reggere cariche pubbliche, gli fu inoltre affidato il compito di pronunciare l'orazione funebre per i caduti di Cheronea.
Filippo morì poco dopo la battaglia di Cheronea (336 a.C.) e Demostene, che ebbe la notizia prima di molti altri Ateniesi, parlò in pubblico raccontando di aver avuto un sogno che preannunciava un'ottima notizia. Quando questa si diffuse gli Ateniesi si concessero grandi manifestazioni di gioie. Troppe, nota Plutarco, perché non era dignitoso ballare per la fine di un re dopo averlo più volte onorato da vivo e perchè in fondo dopo la vittoria di Cheronea Filippo si era mostrato clemente nei confronti degli sconfitti.
Eschine diceva che anche l'allegria di Demostene era fuori luogo in quanto l'oratore aveva perso una figlia pochi giorni prima. Plutarco tuttavia loda la coerenza di Demostene che riuscì ad accantonare il dolore privato per partecipare alle cose pubbliche.
L'oratore riuscì a ravvivare lo spirito degli Ateniesi e dei Tebani spingendo questi ultimi ad attaccare la guarnigione macedone della loro città, ma quando Alessandro entrò in Beozia con un esercito gli Ateniesi non intervennero ed i Macedoni conquistarono Tebe.
Poco dopo Alessandro richiese la consegna dei demagoghi (il loro numero ed i loro nomi variano a seconda delle fonti) e fra questi era Demostene.
Demostene pronunciò un'orazione in difesa di se stesso e degli altri oratori esposti al pericolo. Infine Demade, ricevuto un compenso da quanti dovevano essere consegnati, si recò presso Alessandro e riuscì a convincerlo a ritirare la richiesta.
Quando Alessandro partì per la Persia, Demostene rimase in disparte mentre Demade e Focione dominavano la scena politica. Intervenne in favore degli Spartani contro i Macedoni ma tornò di nuovo nell'ombra quando il re Agide II perì in combattimento.
Si svolse in quel periodo il processo contro Ctesifonte che dieci anni prima era stato accusato da Eschine di aver proposto un decreto illegale quando aveva richiesto che i meriti di Demostene fossero premiati con una corona d'oro. Demostene vinse brillantemente al processo ed Eschine, che non aveva raggiunto un quinto dei voti, si trasferì nella Ionia.
Giunse in Atene Arpalo, tesoriere di Alessandro, in fuga per aver dissipato le ricchezze a lui affidate. In un primo momento Demostene si oppose al suo ingresso in Atene ma poi si lasciò corrompere e, fingendosi ammalato, evitò di parlare contro di lui.
Quando Arpalo fuggì fu lo stesso Demostene a richiedere che l'Areopago indagasse sull'accaduto e punisse i colpevoli. Demostene fu condannato ad una multa di cinquanta talenti ed alla prigione.
Demostene fuggì non potendo sopportare la vergogna e la durezza del carcere, si dice che anche alcuni suoi avversari politici lo agevolarono nella fuga.
Risiedette ad Egina e Trezene, profondamente amareggiato.
Alla morte di Alessandro (13 giugno 323 a.C.) le città greche si coalizzarono di nuovo, Demostene si trovava ancora in esilio. Lo stratego Leostene riuscì a costringere Antipatro a rinchiudersi a Lamia e lo assediò.
L'oratore Pitea e Callimedonte passarono ad Antipatro e viaggiarono in Grecia facendo propaganda antiateniese. Pitea incontrò in Arcadia Demostene nel corso di un'assemblea nella quale l'oratore, benchè esule, tentava di convincere i presenti a combattere contro i Macedoni.
Pitea e Demostene litigarono, il primo parlò del latte d'asina che indicava la presenza di un malato e degli ambasciatori ateniesi che indicavano pericolo nelle città che visitavano. Demostene, capovolgendo il senso del paragone, disse che come il latte d'asina cura le malattie, così gli Ateniesi salvano le città. Questo atteggiamento piacque agli Ateniesi che richiamarono Demostene dall'esilio. Non potendo revocare la multa comminata dal tribunale, gli Ateniesi trovarono un espediente per finanziarne legalmente il pagamento.
L'entusiasmo di Demostene non durò a lungo perché la sconfitta greca a Crannone fece precipitare la situazione. Quando si seppe dell'imminente arrivo di Cratero, Demostene fuggì da Atene con altri esponenti antimacedoni. I fuggiaschi furono condannati a morte su proposta di Demade.
Antipatro affidò il compito di catturarli ad un certo Archia il quale trovò ad Egina una parte dei ricercati e li fece giustiziare, fra questi era Iperide.
Archia trovò Demostene a Calauria, in veste di supplice presso il tempio di Posidone. L'Oratore non si lasciò convincere nè dalle lusinghe nè dalle minacce di Archia ma chiese la possibilità di scrivere un messaggio per i familiari e, mentre fingeva di scrivere, prese del veleno che portava nascosto sulla persona.
Gli Ateniesi lo onorarono con una statua e concedendo al suo parente più stretto l'onore di prendere vitto nel Pritaneo.
Quanto a Demade fu inviato come ambasciatore in Macedonia ma qui venne ucciso quando si seppe che aveva tentato di suscitare Perdicca contro Antipatro.


CICERONE

La madre di Cicerone si chiamava Elvia ed aveva avuto natali decorosi. Quanto al padre, Marco Tullio Cicerone, alcuni lo dicevano figlio di un cardatore, altri discendente del re dei Volsci Attio Tullio.
La famiglia andò fiera dell'appellativo Cicerone che risaliva al nonno dell'oratore. Il nome Cicerone si riferiva al cece (cicer) e pare alludesse al naso tipico dei membri della famiglia.
Cicerone nacque il terzo giorno delle calende nuove (3 gennaio 106 a.C.), la sua nutrice ebbe una visione di buon augurio.
Già durante i primi anni di scuola si fece notare per acume ed intuizione. Interessato ad ogni disciplina, era particolarmente entusiasta della poesia tanto che ancora fanciullo compose un poemetto dal titolo Ponzio Glauco.
Passato agli studi superiori fu allievo del filosofo Filone di Larissa (a sua volta discepolo di Clitomaco) e studiò il diritto con Quinto Muzio Scevola l'Augure.
Per qualche tempo militò con Silla ma quando vide che questi mirava al governo assoluto si ritirò per dedicarsi allo studio.
In questo periodo Crisogono, liberto di Silla, si impadronì con un raggiro dell'eredità di un proscritto. Roscio Amerino, figlio ed erede del defunto, protestò e Silla lo accusò di parricidio. Nessuno voleva difendere Roscio, lo fece Cicerone per approfittare dell'occasione di un brillante esordio come avvocato, vinse la causa ed ottenne molto prestigio ma per prudenza partì per la Grecia accampando come scusa la necessità di cure mediche per la sua non robusta costituzione.
Ad Atene seguì le lezioni di Antioco di Ascalona del quale apprezzò l'eloquenza ma non le idee innovatrici vicine allo stoicismo. Cicerone preferiva le "vecchie dottrine" e per qualche tempo meditò di rimanere a vivere in Grecia dedicandosi alla filosofia.
Le lettere degli amici e lo stesso Antioco, tuttavia, lo convinsero ad occuparsi di politica e ad approfondire lo studio della retorica. Viaggiò in Asia e a Rodi frequentando Senocle di Adramitto, Dionisio di Magnesia, Menippo di Caria, Molone di Rodi e Posidonio.
Tornato a Roma l'Arpinate si mostrò per qualche tempo circospetto e poco ambizioso ma quando decise di darsi all'avvocatura raggiunse rapidamente una grande fama.
Per migliorare la sua "recitazione" (atteggiamenti, toni di voce, gestualità) si affidò agli consigli degli attori Roscio ed Esopo.
Era molto spiritoso ma le sue battute a volte offesero qualcuno e passarono per malignità.
Fu eletto questore e gli venne assegnata la Sicilia (75 a.C.) qui si fece benvolere dalla popolazione per la sua saggezza e la sua umanità. Difese alcuni giovani romani accusati di aver provocato disordini e li salvò. Per i suoi successi cominciò a nutrire una certa presunzione ma un colloquio con un conoscente occasionale gli fece comprendere che non era così famoso a Roma come credeva e da allora decise di mitigare il proprio orgoglio.
Ritenne indispensabile per l'attività politica conoscere e ricordare a memoria i nomi del maggior numero possibile di concittadini e le informazioni salienti su di loro. Disponeva di un patrimonio modesto ma non accettava denaro o regali per le sue prestazioni di avvocato.
Nel processo contro Verre, ex pretore in Sicilia denunciato dai Siciliani, rinunciò alla requisitoria per produrre immediatamente i testimoni al fine di evitare che i sostenitori dell'imputato guadagnassero tempo chiedendo rinvii.
Verre fu condannato ed i Siciliani inviarono a Cicerone molti grandi doni che l'Oratore, che in quel momento aveva la carica di edile, passò all'annona per ridurre i prezzi al consumo.
Possedeva un podere ad Arpino e due piccole proprietà a Napoli e Pompei. Queste risorse, unite alla dote della moglie Terenzia, gli consentirono di vivere in modo sobrio ma decoroso.
Aveva cura della propria persona e faceva in modo da mantenersi in forma per poter affrontare con adeguate energie le fatiche forensi.
Lasciata al fratello la casa paterna si stabilì sul Palatino per essere più vicino al tribunale ed ai suoi assistiti che erano molto numerosi. Fra di loro era Pompeo che spesso si giovò dell'attività politica di Cicerone.
Esercitando la pretura (66 a.C.) dimostrò di saper giudicare nelle cause con equità. Giudicò Licinio Macro in un processo per peculato. Macro era appoggiato da Crasso e da altri influenti personaggi ed era certo di venire assolto, tanto che quando seppe di essere stato condannato morì (o si uccise per altre fonti).
Prossimo allo scadere della carica, esaminò il caso del pompeiano Gaio Manilio in un'altra vicenda di peculato. Manilio chiese un rinvio per preparare la difesa ma Cicerone gli concesse un solo giorno ed alle proteste della plebe rispose che, nei limiti della legge, intendeva aiutare Manilio ma che non avrebbe potuto farlo se la sua carica fosse scaduta prima del processo. Gli fu richiesto di assumere la difesa di Manilio ed accettò vincendo la causa.
L'aristocrazia ed il popolo appoggiarono l'elezione di Cicerone al consolato per fronteggiare il pericolo di una rivoluzione. La decadenza delle riforme costituzionali di Silla provocava gravi tensioni e Pompeo si trovava ancora in Oriente impegnato nella guerra mitridatica.
Della situazione stava approfittando Lucio Catilina che aveva audacia e mire di grandezza, fra i suoi molti crimini erano le violenze alla figlia e l'uccisione del fratello.
Catilina era riuscito a raccogliere un seguito che coinvolgeva in una possibile insurrezione tutta l'Etruria e parte della Gallia Cisalpina e certamente non avrebbe lasciato Roma indenne.
Catilina presentò la propria candidatura al Senato ma gli ottimati sostennero quella di Cicerone che venne eletto insieme a Gaio Antonio Ibrida.
All'inizio del suo consolato Cicerone dovette affrontare molti problemi. I figli dei proscritti di Silla che avevano perduto il diritto di competere per le cariche pubbliche chiedevano che tale diritto fosse ripristinato e per quanto la richiesta fosse ragionevole l'agitazione che ne conseguiva giungeva nel momento più inopportuno.
I tribuni proposero di instaurare un decemvirato con pieni poteri (lo scopo era contenere la potenza di Pompeo). A questa proposta aderì anche il collega di Cicerone che contava di essere eletto fra i decemviri. Gaio Antonio era gravato dai debiti e questa circostanza lo stava portando ad avvicinarsi a Catilina. Cicerone risolse questo problema procurando ad Antonio il governo della Macedonia e rinunciando a quello della Gallia che gli era stato offerto.
Si scagliò contro la proposta di tribuni che venne ripresentata e poi definitivamente ritirata.
Cicerone dimostrò che l'eloquenza può difendere la giustizia e che l'uomo politico corretto deve scegliere sempre la via dell'onestà. Un aneddoto per dimostrare il fascino della sua eloquenza: riuscì a sedare, semplicemente rimproverandolo, il popolo in tumulto contro il pretore Marco Otone che aveva fatto riservare ai cavalieri un proprio posto in teatro, provvedimento che aveva offeso la plebe.
Intanto Catilina continuava a fare proseliti soprattutto in Etruria, erano dalla sua parte i veterani di Silla che speravano in nuove occasioni per arricchirsi facilmente. Catilina si presentò di nuovo come candidato progettando di uccidere Cicerone nella confusione delle elezioni.
Poiché circolavano molte voci in questo senso, Cicerone lo convocò in Senato per fare chiarezza. Nel colloquio Catilina fu apertamente minaccioso tanto che Cicerone prese a circolare con la corazza ed accompagnato da molti giovani.
Catilina non fu eletto, vinsero le elezioni Silano e Murena. Qualche tempo dopo Marco Crasso, Marco Marcello e Scipione Metello si recarono di notte a casa di Cicerone. Crasso aveva ricevuto delle lettere anonime che lo esortavano a lasciare Roma perché Catilina stava per fare una strage. Cicerone fece leggere le lettere in Senato ed un senatoconsulto conferì ai consoli poteri straordinari.
Affidati gli affari esteri a Quinto Metello (ex console e pretore urbano in quel momento) Cicerone prese personalmente il controllo della città e collocò guardie armate in tutti i quartieri. A Catilina ormai non restava che passare all'azione raggiungendo il suo esercito che aveva provvisoriamente affidato al suo luogotenente Manlio. In una riunione notturna con i congiurati si decise che due di loro il mattino seguente si sarebbero recati a casa di Cicerone per ucciderlo. Fulvia (la donna del congiurato Quinto Curio) avvertì Cicerone del complotto ai suoi danni e quando i sicari arrivarono a casa dell'oratore fu loro impedito di entrare.
Lo stesso giorno Cicerone convocò il Senato, si presentò anche Catilina che fu accolto dalla generale disapprovazione. Cicerone gli intimò di lasciare immediatamente la città. Catilina fuggì quella stessa notte e si mise in marcia verso Manlio cercando di fare proseliti lungo la strada. Fra i congiurati rimasti a Roma era Cornelio Lentulo Sura, già espulso dal Senato anni prima ed ora pretore. La pretura era una tappa del percorso politico che doveva ripetere per essere riammesso in Senato.
Lentulo progettava una strage, intendeva uccidere senatori e notabili e provocare un enorme incendio che distruggesse la città (non è chiaro se l'iniziativa dell'incendio fosse di Lentulo o nascesse da un ordine di Catilina). Si sarebbero dovuti risparmiare soltanto i figli di Pompeo per catturarli vivi e tenerli come ostaggi.
La data dell'incendio era già stabilita e tutti i preparativi completati, inoltre i congiurati avrebbero bloccato gli acquedotti ed ucciso che avesse tentato di prendere acqua.
Erano in città due ambasciatori degli Allobrogi, popolo che mal sopportava il dominio dei Romani.
Lentulo li coinvolse nella congiura sperando che sollevassero una rivolta in Gallia. Mandò con loro un certo Tito Volturcio di Crotone con delle lettere rivolte al Senato dei Galli nelle quali Catilina prometteva la libertà. Di questa trama dei congiurati con gli stranieri Cicerone venne prontamente informato da persone di sua fiducia che aveva infiltrato fra i cospiratori. Anche gli Allobrogi informarono Cicerone nella manovra del seguace di Catilina e quando Volturcio partì con gli ambasciatori e con una scorta fu bloccato a Ponte Milvio ed arrestato.
Il mattino seguente, mentre gli arrestati venivano trattenuti in custodia dai pretori, Cicerone convocò il Senato, fece leggere le lettere ed esibì i testimoni. Fra questi erano Giunio Silano, console designato, e Calpurnio Pisone, ex console, che affermarono di aver udito Cetego discutere con alcune persone del progettato assassinio di tre consoli e quattro pretori. Inoltre la casa di Cetego, perquisita, rivelò molte armi e Tito Volturcio accettò di collaborare in cambio della libertà.
Lentulo dovette dimettersi immediatamente dalla carica di pretore e fu affidato agli altri pretori in custodia insieme ai suoi accoliti. Al termine della giornata Cicerone parlò in pubblico per informare il popolo dell'accaduto (Terza Catilinaria), quindi fu ospitato per la notte da un amico perché nella sua casa era in corso una cerimonia religiosa riservata alle donne. Cicerone era indeciso in merito ai congiurati catturati: condannarli a morte gli sembrava giusto ed opportuno ma trattandosi di cittadini romani ciò avrebbe comportato la violazione della legge che vietava, appunto, di condannare i cittadini senza la decisione popolare. D'altro canto usare maggiore moderazione comportava pericoli per molti Romani e per lo stesso Cicerone la possibile accusa di mancare di fermezza.
Una fiamma alta e luminosa che si sprigionò spontaneamente dalla cenere fu considerata un prodigio e l'oratore ne fu subito informato dalla moglie che lo spronò ad agire con coraggio secondo giustizia, così il giorno seguente davanti ad un'affollata seduta del Senato Cicerone propose la pena capitale per tutti i congiurati. A difenderli suggerendo l'esilio e la confisca dei beni fu il giovane Giulio Cesare, ma alla fine la maggioranza scelse la massima severità e venne sentenziata la condanna a morte.
Quella stessa sera Cicerone, accompagnato da un gruppo di senatori, andò a prendere ad uno ad uno i condannati nei luoghi in cui erano custoditi, li portò al Carcere Tulliano e li fece giustiziare.
Popolo e nobiltà guardavano ora Cicerone con grande rispetto, lo accoglievano applaudendo e lo chiamavano salvatore e padre della patria.
Vista la fine toccata agli imputati, Catilina fu abbandonato da molti suoi seguaci.
Con quanti gli rimanevano Catilina infine attaccò, si scontrò con il console Antonio, fu sconfitto e perse la vita.
Non mancarono comunque a Cicerone avversari pronti a colpirlo. Fra questi era Giulio Cesare ed i tribuni Quinto Cecilio Metello Nepote e Lucio Calpurnio Bestia. Impedirono a Cicerone di parlare in pubblico durante gli ultimi giorni del consolato consentendogli soltanto di pronunciare la tradizionale formula di commiato alla scadenza della carica. Cicerone approfittò dell'occasione per dichiararsi certo di aver salvato la patria.
I tribuni accusarono Cicerone di aver abusato del potere consolare e chiesero il ritorno di Pompeo per ripristinare l'ordine. Si schierò con l'oratore Catone, all'epoca tribuno della plebe, e forte del suo prestigio riuscì facilmente a respingere le richieste dei colleghi ottenendo i più grandi onori per Cicerone che ricevette ufficialmente l'appellativo di "padre della patria".
Cicerone godeva in quel momento del massimo prestigio ma "la sua mania di elogiare continuamente se stesso" finì per renderlo sgradevole ed odioso a molti. Non perdeva occasione per parlare del proprio consolato e della sua azione vittoriosa contro Catilina, inserì lo stesso argomento in molte sue opere e lettere.
Tuttavia, nonostante questa vanità, Cicerone non era mai invidioso: non risparmiò elogi ed ammirazione per oratori e filosofi del passato o suoi contemporanei. Nutriva grande ammirazione per Demostene, Aristotele, Platone e Teofrasto.
Secondo Plutarco a volte Cicerone si lasciava andare a sarcasmi sconvenienti, ad esempio deridendo l'avarizia di Crasso, il brutto carattere di Publio Sestio o, in genere i difetti dei suoi avversari in tribunale.
Publio Clodio Pulcro, molto giovane, si innamorò di Pompeia moglie di Cesare e si introdusse nella sua casa travestito da donna mentre si svolgevano riti vietati agli uomini. Fu scoperto da Aurelia, madre di Cesare ed accusato di sacrilegio mentre Pompeia venne ripudiata dal marito.
Al processo Clodio affermò che quella notte si trovava lontano da Roma ma Cicerone testimoniò il contrario demolendo l'alibi. In effetti fino a quel giorno Clodio era stato amico di Cicerone e lo aveva aiutato nella lotta contro Catilina, ma Cicerone agì contro di lui anche per evitare la gelosia della moglie Terenzia; pare infatti che Clodia, sorella di Clodio, intendesse in quel periodo sedurre l'oratore per farsi sposare.
Clodio ottenne l'assoluzione corrompendo gran parte dei giudici. Si diceva di lui che fosse in relazione intima con Clodia e con le due sorelle minori Terzia moglie di Marcio Re e Clodia Minore moglie di Metello Celere.
Una vola assolto Clodio si dedicò a danneggiare in ogni modo Cicerone. Fu eletto tribuno della plebe e si rese gradito al popolo con leggi favorevoli. Fece assegnare la Macedonia e la Siria a Gabinio. Cicerone, che era in cattivi rapporti con Crasso e Pompeo, chiese a Cesare di poterlo seguire in Gallia come legato per potersi allontanare dalle trame di Clodio ma questi cambiò atteggiamento e si comportò in modo amichevole convincendo Cicerone a rinunciare alla partenza. Il ripensamento fece infuriare Cesare che prese ad istigare Clodio contro Cicerone ed affermò che il comportamento dell'ex console che aveva fatto giustiziare i congiurati era illegale.
I sostenitori di Cicerone, senatori, cavalieri, giovani e popolani tentarono con grandi manifestazioni di lutto di salvare Cicerone dall'esilio. Cicerone chiese aiuto a Pompeo ma questi, che era diventato genero di Cesare, pur sentendosi in colpa evitò di incontrarlo. Il console Pisone gli consigliò di allontanarsi da Roma ed attendere il tramonto dell'effimero astro di Clodio e poiché molti suoi amici erano dello stesso parere Cicerone accettò il consiglio e lasciò la città nottetempo.
Poco dopo Clodio fece votare l'esilio di Cicerone e la proibizione di ospitarlo a meno di cinquecento miglia da Roma. Molti lo ospitavano volentieri nonostante questo divieto ma fu molto amareggiato di non vedersi ricevere da vecchi amici campani e siciliani, così raggiunse Brindisi per imbarcarsi verso Durazzo. Dovette salpare due volte a causa delle cattive condizioni del mare, fatto che fu ritenuto presagio di un breve esilio e di un imminente ritorno.
In Grecia ricevette molti onori e manifestazioni di solidarietà ma, nonostante ciò, visse il suo esilio struggendosi nella nostalgia.
Intanto Clodio faceva bruciare le ville e la casa di Cicerone, mettendo all'asta il resto dei suoi beni. Malvisto dagli aristocratici ma sostenuto dalla plebe, Clodio prese ad attaccare Pompeo criticando il suo operato in Asia. Pentito di non aver aiutato Cicerone, Pompeo si adoperò per ottenere il suo ritorno. Quando si verificarono gravi disordini causati da Clodio anche la plebe cambiò opinione ed il tribuno Annio Milone citò in giudizio Clodio per violenza.
Pompeo allontanò Clodio dal Foro (con le truppe reclutate dai tribuni Milone e Sestio che saranno a loro volta accusati di violenza e difesi da Cicerone) e fece votare al Senato ed al popolo il rientro dell'Arpinate.
L'oratore rientrò a Roma dopo sedici mesi di esilio accolto calorosamente anche da un avversario politico come Crasso.
Qualche tempo dopo Cicerone distrusse pubblicamente le "tavolette tribunizie" esposte sul Campidoglio che riportavano le leggi di Clodio dichiarando che, essendo Clodio un patrizio, la sua elezione a tribuno della plebe era illecita ed i suoi decreti dovevano considerarsi nulli. Questo gesto turbò i rapporti di Cicerone con Catone la cui amministrazione di Cipro e Bisanzio era fra i provvedimenti del tribunato di Clodio.
Milone uccise Clodio e Cicerone assunse la sua difesa in tribunale. Pompeo, incaricato dal Senato di mantenere l'ordine, circondò il Foro di armati la cui vista turbò molto l'oratore. Secondo Plutarco, Cicerone era pavido e timido e prima di parlare, nonostante la sua eccezionale eloquenza, era sempre molto preoccupato.
In questo caso l'emozione disturbò molto la sua arringa e Milone, che alle esitazioni del suo difensore aggiungeva l'aggravante di un comportamento in aula quasi arrogante, venne condannato.
Quando Crasso morì combattendo contro i Parti, Cicerone fu scelto per sostituirlo nel collegio degli auguri (ne fece parte dal 56 a.C. al 53 a.C.). Il Senato gli affidò quindi la provincia di Cilicia (51 a.C.) e l'incarico di risolvere la situazione che si era creata in Cappadocia dove il re Ariobarzane III stava per essere spodestato, incarico che Cicerone riuscì a portare a termine senza ricorrere alle armi.
Affrontò degnamente anche un tentativo di insurrezione in Cilicia e debellò i predoni che infestavano la zona del monte Amano al confine fra Cilicia e Siria.
Governò in modo equo e mite, senza mai accettare doni o comminare punizioni esagerate. Era stimato da tutti per la sua alacrità e la sua giustizia.
Tornando dall provincia allo scadere della carica sostò a Rodi e Atene salutando i vecchi amici, quando rientrò a Roma stava per scoppiare la guerra civile.
Si discusse di concedere il trionfo a Cicerone ma l'oratore non lo accettò date le gravi circostanze. Mentre la situazione andava precipitando Cicerone non sapeva decidere, come scriveva ad Attico, se abbracciare la causa di Pompeo o quella di Cesare.
Quando Cesare passò il Rubicone e Pompeo decise di lasciare Roma con tutti i suoi sostenitori, Cicerone non partecipò alla fuga, per questo molti pensarono che parteggiasse per Cesare.
Cesare gli fece scrivere da un comune amico sollecitandolo a passare dalla sua parte o a ritirarsi in Grecia lontano dai pericoli e l'oratore rispose indignato che non avrebbe fatto nulla che non fosse degno del suo passato politico.
Quando Cesare partì per la Spagna, Cicerone raggiunse Pompeo ma presto si pentì della decisione perché l'esercito era a suo avviso inadeguato. L'oratore, incapace di rinunciare alla sua ironia della quale Plutarco riporta alcuni esempi, si comportava in modo derisorio e si scontrò con Catone il quale gli rimproverava di aver preso posizione contro Cesare invece di tentare di riconciliarlo con Pompeo come avrebbe dovuto.
Cicerone non partecipò alla battaglia di Farsalo perché era malato. Dopo la battaglia Catone gli offrì il comando che gli spettava in quanto ex-console ma l'oratore non era uomo d'armi, rifiutò il comando e tentò di non far parte dell'esercito, per questo comportamento Pompeo il Giovane lo avrebbe ucciso se non fosse intervenuto Catone. Cicerone fuggì e fu costretto, con molti timori, a presentarsi a Cesare, ma questi lo accolse benevolmente dimostrandogli stima e rispetto.
Quando Cicerone difese il pompeiano Quinto Ligorio accusato di alto tradimento la sua eloquenza riuscì a commuovere anche Cesare ed il suo assistito fu assolto.
Negli anni della dittatura di Cesare, Cicerone si ritirò dalla politica e si dedicò a studiare ed insegnare la filosofia, a tradurre gli autori greci, a comporre i suoi dialoghi filosofici. Trascorreva il suo tempo nella villa di Tuscolo e raramente si recava in città. Non riuscì a scrivere due opere che andava progettando, l'una di argomento mitologico e l'altra storica.
Divorziò da Terenzia sostenendo che lo aveva trascurato durante la guerra e che in sua assenza aveva contratto troppi debiti. Poco dopo sposò una giovane molto ricca, pare per poter far fronte ai debiti e la cosa suscitò un certo scalpore e fu derisa da Marco Antonio.
Poco tempo dopo l'amata figlia Tullia morì di parto (è un errore di Plutarco, Tullia morì un mese dopo aver partorito). Fu per Cicerone un enorme dolore che la sollecitudine degli amici non riuscì a consolare. L'oratore divorziò anche dalla nuova moglie (Publilia) secondo Plutarco perché gli sembrava contenta della morte di Tullia.
Benché disapprovasse la dittatura di Cesare e fosse molto amico di Bruto, Cicerone non partecipò all'uccisione del tiranno anche perché i congiurati non lo coinvolsero in quanto poco coraggioso e non più giovane.
Morto Cesare si rischiò una nuova guerra civile. Marco Antonio, che era console, invitò tutti alla concordia convocando il Senato. Cicerone con una lunga orazione chiese l'amnistia per i cesaricidi ma il popolo voleva la condanna. I congiurati evitarono il pericolo attuando la fuga che avevano predisposto prima di agire.
Marco Antonio stava prendendo rapidamente il potere e Cicerone, che lo sapeva ostile, giudicò prudente allontanarsi e trascorrere un periodo in Grecia ma prima di imbarcarsi venne a sapere che Antonio, deposta l'abituale arroganza, si stava comportando correttamente e rispettava il Senato.
Cicerone tornò a Roma ma con il pretesto della stanchezza per il viaggio non partecipò alla seduta del Senato convocata da Antonio (in realtà temeva un attentato ai suoi danni). Antonio minacciò di bruciare la sua casa poi desistè per l'intercessione degli amici dell'oratore. In seguito i due rivali cercarono di ignorarsi a vicenda, fino all'arrivo da Apollonia del "giovane Cesare" il quale si scontrò subito con Antonio che si era impadronito dell'eredità del dittatore.
Ottaviano, accompagnato dal patrigno Filippo e da Marcello cognato di Cesare, fece visita a Cicerone offrendogli la sua amicizia. Fu concordato che l'oratore avrebbe messo la sua eloquenza a disposizione di Ottaviano che in cambio gli avrebbe garantito la sicurezza personale.
Si diceva che prima di conoscere Ottaviano Cicerone lo aveva visto in un sogno mentre Giove, nel suo tempio, lo indicava come futuro dominatore di Roma. I buoni rapporti di Cicerone con Ottaviano dispiacquero a Bruto che scrivendo ad Attico affermò che l'avvocato non pensava più alla patria ma solo al suo interesse, comunque Bruto arruolò il figlio di Cicerone dandogli un ruolo di responsabilità.
Cicerone raggiunse di nuovo l'apice del potere, riuscì ad allontanare Antonio dalla città e a mandare contro di lui i consoli Irzio e Pansa (guerra di Modena). Antonio fu sconfitto ma i consoli morirono nei combattimenti.
Le truppe passarono ad Ottaviano ma il Senato voleva congedarle per limitare il potere del giovane Cesare. Ottaviano pregò Cicerone di operare per fargli ottenere il consolato, con l'oratore stesso come collega.
Cicerone si lasciò ingannare e fece in modo che Ottaviano venisse eletto ma questi, consolidata la propria situazione, si alleò con Antonio e Lepido per spartire il potere.
Furono compilate le liste di proscrizione che comprendevano oltre duecento persone. Ottaviano era contrario ad includere Cicerone in queste liste e lottò due giorni per salvarlo, ma alla fine cedette ed abbandonò l'Arpinate al suo destino.
Nel frattempo Cicerone si trovava nella villa di Tuscolo con il fratello. Quando vennero a sapere delle proscrizioni, addoloratissimi, decisero di raggiungere Bruto in Macedonia e partirono insieme ma durante il viaggio si separarono e dopo pochi giorni Quinto venne preso e giustiziato.
Cicerone arrivò ad Astura e da qui via mare fino al Circeo. Decise di sostare, tormentato dai dubbi, in una sua proprietà di Gaeta. Un volo di corvi fu interpretato come presagio infausto dai suoi servi che, in parte pregandolo, in parte con la forza, lo riportarono in lettiga verso il mare.
Giunsero i sicari, fra loro era il tribuno militare Popillio che Cicerone aveva salvato da una condanna per parricidio e fu un liberto che l'oratore aveva aiutato negli studi ad indicare agli assassini dove si trovava la loro vittima.
Raggiunto dai sicari, Cicerone ordinò ai portatori di fermarsi e sporgendosi dalla lettiga offrì la testa al centurione Erennio che lo uccise. Aveva sessantaquattro anni.
Gli furono mozzate la testa e le mani che vennero portate a Roma dove Antonio le fece esporre sui rostri.
Dopo la definitiva sconfitta di Antonio, Ottaviano volle il figlio di Cicerone come collega nel consolato. In quell'anno si decretò la damnatio memoriae di Antonio.


CONFRONTO FRA DEMOSTENE ECICERONE

Demostene riversò nell'oratoria tutte le sue doti e la sua preparazione ottenendo grandi risultati. La cultura di Cicerone era più varia ed ampia, lo dimostrò con le sue orazioni e con le sue opere letterarie.
Demostene era estremamente serio nelle sue orazioni ed aveva carattere scontroso e complicato mente Cicerone indulgeva volentieri - a volte esagerando - all'ironia ed al sarcasmo.
Per natura Cicerone era gioviale e sempre di buonumore, al contrario di Demostene che mostrava sempre espressioni sdegnose e corrucciate.
Demostene lodava raramente il proprio operato e la propria eloquenza mentre Cicerone, in questo certamente meno dignitoso, non riusciva ad evitarlo.
Avevano pari efficacia nel parlare e pari forza in politica ma Demostene mancava di autorità e non rivestì mai cariche pubbliche mentre Cicerone fu questore in Sicilia, proconsole in Cilicia e Cappadocia dimostrandosi onesto e capace di governare.
Dimostrò la sua rettitudine soprattutto durante il consolato quando lottando contro Catilina si trovò ad avere un potere assoluto, mentre Demostene a volte si macchiò di corruzione e comportamenti disonorevoli.
Demostene fu esiliato per appropriazione indebita mentre Cicerone subì l'esilio con onore dopo aver eliminato i nemici della patria.
D'altro canto Demostene esule continuò a lottare e ad occuparsi di politica mentre Cicerone rimase inattivo in Macedonia.
Più dignitosa fu la morte di Demostene che aveva preparato il veleno per sottrarsi ad ogni oltraggio mentre la morte di Cicerone, un vecchio in fuga che cerca di nascondersi, suscita compassione.