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N O P Q R S T U V W Y Z  

PROCOPIO DI CESAREA

LA GUERRA GOTICA



Libro Primo



I


Mentre a Bisanzio regnava Zenone, l'impero di Occidente era tenuto da Romolo Augustolo, adolescente, sotto la reggenza del padre Giulio Oreste. Da tempo l'impero d'Occidente aveva stretto alleanze con alcune genti gotiche che erano entrate in modo preponderante a far parte dell'esercito. Quando queste genti pretesero l'assegnazione di un terzo delle terre d'Italia, Oreste si oppose e venne ucciso.
La rivolta dei soldati barbari fu guidata da uno di loro, di nome Odoacre, membro della guardia personale di Augustolo. Questi lasciò che il giovane imperatore si ritirasse a vita privata e prese personalmente il potere.
Intanto i Goti stanziati in Tracia minacciavano Costantinopoli. Accortamente Zenone persuase il loro capo Teodorico ad attaccare Odoacre in Italia per "procacciare a se ed ai Goti il dominio dell'impero occidentale".
Allettato dall'idea di conquistare l'Italia, Teodorico organizzò una grande spedizione portando con se tutta la sua gente. La mancanza di navi lo costrinse a procedere via terra lungo le coste dell'Adriatico fino alle Alpi.
Arrivati in Italia i Goti si scontrarono con l'esercito di Odoacre in numerose battaglie e conquistarono molte città. Infine assediarono Ravenna, città difficile da espugnare perché dotata di difese naturali, dove Odoacre ed i suoi si erano rifugiati.
Dopo tre anni di assedio Odoacre e Teodorico, con la mediazione del vescovo di Ravenna, si accordarono per regnare insieme, ma dopo qualche tempo Teodorico uccise a tradimento Odoacre durante un banchetto e prese definitivamente il potere.
Stando a Procopio, Teodorico fu un ottimo governante, all'altezza dei più grandi imperatori. Rispettò e fece rispettare le leggi, difese efficacemente i suoi confini e si fece amare dai sudditi goti e italiani.
L'unica ingiustizia commessa da Teodorico fu la condanna a morte dei senatori Simmaco e Boezio. Il prestigio dei due personaggi aveva attirato su di loro ogni sorta di invidia e provocato molte calunnie. A queste calunnie Teodorico aveva creduto ed aveva pronunciato la condanna, ma presto era stato colto dal rimorso: durante un pranzo aveva creduto di riconoscere nel muso di un grosso pesce che gli veniva servito le fattezze di Simmaco ed era rimasto tanto colpito dalla visione da morirne poco dopo.


II


A Teodorico successe il nipote Atalarico di otto anni, figlio di Amalasunta, sotto la reggenza della madre. Amalasunta governò con grande saggezza e moderazione ma fu avversata dai maggiorenti goti perché non si atteneva alle tradizioni barbariche.
Le continue cospirazioni spinsero Amalasunta ad allontanarsi dall'Italia chiedendo ospitalità e protezione al nuovo imperatore Giustiniano. In effetti Amalasunta partì portando con se il tesoro della corona dopo aver ordinato l'uccisione dei suoi tre principali avversari. Quando ebbe conferma che il suo ordine era stato eseguito tornò a Ravenna e riprese a regnare.

III


Atalarico crebbe "immerso nella crapula smodata" e questo stile di vita minò rapidamente la sua salute. Comprendendo che il figlio non sarebbe vissuto a lungo, Amalasunta progettò di rimettere il potere nelle mani di Giustiniano.
Nello stesso periodo Teodato, figlio della sorella di Teodorico Amalafrida, signore della Toscana, decise di vendere i suoi domini all'imperatore per trasferirsi a Bisanzio.
Giustiniano, al quale Amalasunta aveva segretamente comunicato le proprie intenzioni, inviò in Italia come suo legato il patrizio Pietro.


IV


Amalasunta controllò e represse gli abusi di Teodato sui suoi sudditi e sui sui vicini in Toscana, ma quando Atalarico morì, considerando la debolezza della sua posizione, la regina volle associare Teodato al trono. Poco dopo Teodato raccolse intorno a se gli avversari politici di Amalasunta e, deposta la regina, la fece imprigionare nel castello dell'Isola Martana nel lago di Bolsena.
Quando il legato Pietro informò Giustiniano di queste vicende, l'imperatore fece sapere ad Amalasunta che l'avrebbe protetta ed aiutata ma Teodato permise che i vecchi nemici della regina penetrassero nella prigione di lei e la uccidessero.
Per ordine di Giustiniano Pietro presentò a Teodato la dichiarazione di guerra.


V


La prima azione di Giustiniano nella guerra contro i Goti fu la spedizione comandata da Mundo, capitano degli Illiri, per conquistare Salona in Dalmazia. Intanto si organizzava un esercito ed una flotta e Giustiniano inviava ambasciatori presso i Franchi per invitarli ad un'alleanza contro i Goti.
Il comando generale fu affidato a Belisario, reduce della vittoriosa campagna contro i Vandali.
Belisario attaccò la Sicilia togliendo a Goti Catania, Siracusa e - con l'intervento della flotta - Palermo.


VI


Tramite l'ambasciatore Pietro ed altri inviati Teodato tentò un accordo riconoscendo la supremazia di Giustiniano e accettando una serie di limitazioni della propria autorità, ma i legati portavano all'imperatore anche una proposta alternativa da presentare nel caso in cui la prima fosse stata rifiutata. Infatti, quando Giustiniano respinse le condizioni di resa, Pietro mostrò la seconda lettera con la quale Teodato rimetteva il regno all'imperatore con la sola richiesta di possedimenti che gli garantissero una vita dignitosa.
Contento di questa soluzione Giustiniano inviò di nuovo Pietro con un suo messaggio di conferma e Belisario per prendere in consegna il regno.

VII


I Goti attaccarono Salona per riprenderla. Nella battaglia morì Maurizio, figlio di Mundo. Per vendicare il figlio, Mundo intraprese una nuova battaglia, i due scontri ebbero esito incerto e molti caduti da ambo le parti.
Teodato ricevette gli ambasciatori di Giustiniano ma non volle firmare alcun trattato e trattenne gli ambasciatori senza fornire giustificazioni. Saputo ciò Giustiniano ordinò a Belisario di portare senz'altro la guerra in Italia.


VIII


Muovendo dalla Sicilia, Belisario risalì la penisola con l'esercito e la flotta. Giunto a Napoli trattò con i cittadini perché si arrendessero spontaneamente. A Napoli prevalse l'opinione di quanti preferivano il dominio dei Goti e Belisario cinse d'assedio la città.


IX - X


L'assedio di Napoli si presentava difficile ma un soldato di Belisario trovò il modo di accedere alla città tramite un acquedotto e, dopo soli venti giorni, l'esercito imperiale concluse vittoriosamente la vicenda.
Belisario si comportò con clemenza sforzandosi di limitare la violenza dei suoi soldati e liberando i prigionieri.


XI


Mentre Belisario avanzava in Italia e conquistava Napoli, Teodato rimaneva inerte a Roma, incapace com'era (secondo Procopio) di organizzare una difesa valida contro un avversario tanto potente.
Questa situazione non fu tollerata dai Goti che scelsero un nuovo re nella persona di Vitige, già ufficiale dell'esercito di Teodorico (536).
Teodato cercò di mettersi in salvo fuggendo a Ravenna ma, su ordine di Vitige, venne catturato ed ucciso.
Vitige decise di ritirarsi a Ravenna e di rimandare lo scontro con l'esercito imperiale in considerazione dell'impegno militare che i Goti stavano sopportando nella guerra contro i Franchi.


XII


Per chiarire la situazione Procopio apre una digressione sui Franchi. In origine i Franchi erano una modesta tribù germanica della Gallia, per molto tempo sottomessa ai Romani.
Successivamente ampie regioni della Gallia passarono sotto i Visigoti che, dopo essersi scontrati con Odoacre, trovarono con questi un accordo in merito. Morto Odoacre, i Visigoti, preoccupati dai Germani, cercarono l'alleanza di Teodorico, alleanza che fu suggellata con il matrimonio di Alarico II, re dei Visigoti, con Teodegota figlia di Teodorico.
I Franchi avevano combattuto contro i Borgognoni. Teodorico aveva preso parte a questa guerra ma aveva volutamente fatto in modo che il suo esercito giungesse in ritardo sul campo della battaglia decisiva ottenendo così i benefici della vittoria senza rischio per le sue truppe.
Più tardi i Franchi, accresciuta la loro potenza, attaccarono i Visigoti. L'esito di questa guerra fu disastroso per i Visigoti che persero gran parte dei loro domini in Gallia e contarono numerosi caduti fra i quali lo stesso Alarico. Al sopraggiungere dell'esercito di Alarico, tuttavia, i Franchi si ritirarono oltre il Rodano lasciando ai Goti i territori appena conquistati. Teodorico diede il regno a suo nipote Amalarico, ancora bambino, assumendo la tutela, quindi tornò a Ravenna collocando presidi in Gallia e in Spagna.


XIII


Morto Teodorico i Franchi ripresero la loro espansione ai danni dei Turingi e dei Borgognoni.
I Visigoti cercarono l'amicizia dei Franchi e Amalarico sposò la sorella del loro re Teodeberto, ma più tardi Franchi e Visigoti, ortodossi i primi e ariani i secondi, vennero in contrasto per questioni religiose. I Visigoti furono sconfitti ed i superstiti rifugiarono in Spagna dove Teude, il comandante goto inviato da Teodorico, governava da tiranno.
Al momento della nomina di Vitige un presidio di Goti in Gallia vigilava contro eventuali tentativi di invasione da parte dei Franchi. Vitige decise di stipulare con i Franchi un accordo che era già stato proposto da Teodato, quindi richiamò il presidio.


XIV


Belisario, lasciati trecento uomini a presidiare Napoli, si mise in marcia verso Roma. I Romani, considerata la rapida caduta di Napoli e sollecitati da papa Silverio, fecero sapere che avrebbero accolto l'esercito imperiale senza combattere. Il presidio militare goto lasciò la città e si ritirò a Ravenna, ad eccezione del comandante Leuderi che Belisario inviò a Bisanzio con le chiavi delle porte di Roma.
Belisario si insediò a Roma e si dedicò a fortificare la città come se prevedesse un assedio.


VI


Durante la marcia dalla Sicilia a Roma di Belisario molte popolazioni si erano volontariamente consegnate agli imperiali, tanto che Procopio può affermare che a questo punto Belisario aveva sottomesso tutta l'Italia "al di qua del golfo Ionio fino a Roma e al Sannio".


XVI


Da Roma Belisario inviò milizie a conquistare varie città dell'Umbria e della Toscana.
L'esercito imperiale si scontrò vittoriosamente con quello dei Goti (537) a Perugia. Intanto Vitige cercava di riprendere la Dalmazia ed assediava Salona. Venuto a sapere che l'esercito di Belisario era più esiguo di quanto credesse, decise di attaccare gli imperiali a Roma.


XVII


Belisario, preparandosi all'attacco dei Goti, richiamò i propri ufficiali lasciando in Umbria solo alcuni presidi in punti strategici. Giunti a breve distanza da Roma i Goti trovarono un presidio degli imperiali sul Tevere, dove era stata costruita una torre fortificata per ritardare il passaggio dei nemici. I soldati di guardia alla torre, tuttavia, disertarono e fuggirono.


XVIII


I Goti superarono quindi la torre senza difficoltà e, oltrepassato il Tevere, si scontrarono con un manipolo comandato da Belisario in persona che stava perlustrando la zona. Nella battaglia che seguì il generale rischiò di perdere la vita. I combattimenti durarono fino a notte ma infine Belisario riuscì ad allontanare i nemici dalle mura e rientrò in città.


XIX


Procopio descrive gli accampamenti che, dopo la prima battaglia, i Goti disposero intorno alla città e l'organizzazione di Belisario per resistere al lungo assedio.


XX


Vitige inviò ambasciatori a Belisario proponendogli di lasciare Roma indisturbato ma il generale rifiutò seccamente, nonostante il malcontento dei cittadini che, senza aver avuto alcuna responsabilità, si trovavano a dover sopportare i disagi ed i pericoli dell'assedio.


XXI


Fallito il tentativo diplomatico, Vitige si preparò all'attacco predisponendo le sue macchine da guerra. Dal canto suo Belisario fece altrettanto munendo i difensori di balestre ed altri ordigni.


XXII


Belisario respinse facilmente il primo attacco alla Porta Salaria colpendo i buoi che tiravano le torri mobili con le quali i nemici intendevano superare le mura. Il suo ufficiale Costantino difendeva la Porta Aurelia dove un altro attacco venne respinto lanciando pietre dall'alto della Mole Adriana.


XXIII


Dopo aver difeso per alcune ore le porte della città Belisario ordinò una violenta sortita che ebbe grande successo. I Goti persero molti uomini e furono costretti a ritirarsi.


XXIV


Consapevole delle difficoltà di difendere Roma, Belisario scrisse a Bisanzio chiedendo rinforzi. Giustiniano organizzò rapidamente truppe e navi affidandone il comando agli ufficiali Valeriano e Martino, ma il sopravvenire della cattiva stagione costrinse la flotta a svernare presso le coste greche.


XXV


Per diminuire il fabbisogno di cibo Belisario ordinò che le donne, i bambini e quanti non potevano contribuire alla difesa della città partissero per la Campania. Non era difficile allontanarsi indisturbati da Roma perché i Goti non riuscivano a circondare completamente la città.
Fra i vari provvedimenti di Belisario, Procopio ricorda che espulse il papa Silverio, sospettato di connivenza con i Goti e lo sostituì con Vigilio.


XXVI


Per rappresaglia Vitige fece uccidere tutti i senatori romani che si trovavano a Ravenna, quindi conquistò il porto alla foce del Tevere privando gli assediati di un'importante fonte di approvvigionamenti.


XXVII


Venti giorni dopo la perdita del porto gli assediati furono raggiunti da rinforzi inviati da Bisanzio, milleseicento uomini a cavallo. Belisario ne approfittò subito e con una rapida serie di sortite inflisse ai nemici gravi perdite.


XXVIII


Nonostante il successo delle sue incursioni, Belisario sollecitato dai suoi stessi soldati decise che era giunto il momento di rischiare la battaglia campale. Lasciò nella retroguardia la scarsa fanteria e le forze composte dalla cittadinanza romana inesperta di combattimenti e schierò la cavalleria arricchita dai rinforzi da poco giunti da Bisanzio.


XIX


La battaglia campale ebbe per i Romani un pessimo esito: la superiorità numerica dei Goti prevalse e gli uomini di Belisario furono costretti a rientrare precipitosamente entro le mura.


Libro Secondo



I


Dopo questo insuccesso gli imperiali tornarono alla guerriglia: Procopio descrive una serie di rapide azioni, incursioni, duelli nei quali Bizantini e Romani avevano in genere la meglio sugli assedianti.


II


Verso l'estate arrivarono i messi da Bisanzio portando denaro per pagare i soldati. Per evitare che la missione fosse sopraffatta dai nemici Belisario eseguì una serie di incursioni distraendo i Goti ed impedendo loro di allontanarsi dalla città. Mentre si svolgevano nuovi combattimenti una scorta di cavalieri andava incontro ai legati di Giustiniano e li accompagnava incolumi a Roma.


III


All'inizio dell'estate arrivò la peste che insieme alla fame portò gli assediati alla disperazione. I Goti avevano fortificato un tratto degli antichi acquedotti fra la via Appia e la via Latina e, evitando di combattere ancora, si limitavano ad impedire ogni rifornimento. I Romani sollecitavano Belisario perché si arrivasse con uno scontro finale ad una conclusione dell'assedio ma il generale prendeva tempo confidando in nuovi aiuti da Bisanzio.


IV


Belisario inviò Procopio a Napoli in cerca di rifornimenti e rinforzi. Si tratta del Procopio autore dell'opera che dimostra quanto diretta sia la sua testimonianza.
Intanto una parte dei soldati di Belisario uscirono segretamente dalle mura e, sistemandosi oltre i campi dei nemici, ostacolavano i rifornimenti dei Goti.
A Napoli Procopio reclutò cinquecento soldati e procurò frumento e vettovaglie da spedire a Roma, dopo poco fu raggiunto da Antonina, moglie di Belisario.


V


Intanto a Napoli, Otranto ed altri porti italiani approdavano altre truppe inviate da Giustiniano che si concentrarono a Napoli e si misero in marcia verso Roma mentre una flotta bizantina le seguiva lungo la costa trasportando rifornimenti. Informato dell'arrivo dei rinforzi, per evitare che venissero ostacolati, Belisario organizzò nuove azioni per impegnare il nemico.


VI


Non meno stremati degli avversari dalla peste e dalla guerra i Goti decisero di tentare una soluzione pacifica ed inviarono ambasciatori a Belisario.
Procopio riferisce (o immagina) un colloquio nel quale gli ambasciatori sostengono che l'Italia appartenga di diritto ai Goti da quando Zenone mandò Teodorico contro Odoacre mentre Belisario insiste che Teodorico, che avrebbe dovuto liberare l'Italia e non occuparla, abusò dell'incarico.
Il generale rifiuta tutte le proposte degli ambasciatori ma accetta di stipulare una tregua per permettere a Vitige di inviare una delegazione a Bisanzio per trattare direttamente con l'imperatore.


VII


Mentre si discutevano i termini della tregua ed i contendenti si scambiavano ostaggi, Belisario riuscì a ricevere i rifornimenti che furono trasportati dal mare risalendo il Tevere.
Non mancarono da ambo le parti violazioni della tregua e Belisario inviò un contingente comandato dal suo ufficiale Giovanni nel Piceno pronto ad aggredire e saccheggiare i centri locali dove si trovavano i parenti di molti Goti impegnati nell'assedio.
Intanto gli imperiali avevano preso Civitavecchia per impedire che gli assedianti ricevessero rifornimenti via mare e, occupando anche la cittadina di Albano, avevano di fatto circondato la zona in cui erano accampati i Goti.


VIII


Durante la tregua Belisario fece uccidere Costantino, uno dei più alti ufficiali del suo esercito. In questa opera Procopio fornisce come pretesto un'insubordinazione di Costantino ma, come si evince dalla Storia segreta a spingere Belisario a questo atto fu la moglie Antonina perché Costantino aveva scoperto una sua tresca amorosa.


IX


Durante la tregua i Goti tentarono più volte di penetrare nella città ma senza successo. Procopio racconta alcuni tentativi falliti, l'ultimo dei quali si conclude con il tradimento di un soldato goto che rivela l'insidia a Belisario.


X


Belisario ordinò a Giovanni di agire e questi prese a devastare il Piceno, arrivò a conquistare Rimini e da qui minacciò Ravenna. Proccupatissimi per questa minaccia i Goti si affrettarono a lasciare Roma dopo un assedio durato un anno e nove giorni.
Belisario li inseguì combattendo un'ultima violenta battaglia.


XI


Vitige cercò di organizzare la difesa di Ravenna e di riprendere Rimini, dal canto suo Belisario non si curò particolarmente di Rimini preferendo viaggiare verso la capitale.
Durante il viaggio i Romani tentarono di prendere la fortezza di Petra Pertusa (Passo del Furlo), dotata di formidabili difese naturali. Vi riuscirono soltanto provocando una valanga di rocce sul presidio. I Goti che si trovavano nella fortezza si arresero senza combattere.


XII


Quando Vitige attaccò Rimini a difenderla c'era un piccolo gruppo di soldati imperiali al comando di Giovanni. Intanto una parte delle forze di Belisario raggiunse via mare Genova e di qui Pavia, che fu cinta d'assedio dopo una violenta battaglia, e Milano che venne rapidamente conquistata.
I Goti, insieme a truppe alleate inviate da Teodeberto re dei Franchi, assediarono gli imperiali a Milano. Si era alla fine del terzo anno di guerra.


XIII


La guerra dilaga e Goti ed imperiali si scontrano in numerose località dell'Italia centrale e settentrionale. Mentre i Goti cercavano di espugnare la fortezza di Ancona nell'estate del 538 giunse nel Piceno un nuovo esercito bizantino comandato da Narsete, un eunuco prefetto del tesoro imperiale.


XIV


La presenza nell'esercito di Narsete di un cospicuo contingente di Eruli da occasione a Procopio di una digressione su questo popolo.
Anticamente gli Eruli vivevano oltre il Danubio, erano pagani ed avevano costumi estremamente barbari, come la soppressione dei vecchi e dei malati. Cresciuti di numero si rivelarono molto bellicosi ed aggressivi verso i vicini ed arrivarono a sottomettere i Longobardi. Successivamente gli Eruli attaccarono di nuovo i Longobardi, che pure pagavano il tributo che era stato loro imposto, ma questa volta furono sconfitti e sterminati.
I superstiti vagarono a lungo. Occuparono il paese che i Rugi, trasferitisi in Italia con i Goti, avevano abbandonato, più tardi emigrarono nel paese dei Gepidi con i quali vennero in contrasto. Passarono infine il Danubio ed ottennero dall'imperatore Anastasio un territorio dove stabilirsi ma dimostratisi ostili verso i Romani vennero nuovamente scacciati.
Giustiniano fece loro dono di un altro territorio e li persuase a convertirsi al Cristianesimo. Resi più miti i loro costumi dalla nuova religione, gli Eruli stabilirono rapporti amichevoli con i Romani e a volte combatterono al loro fianco.
Quando uccisero il loro capo decisero di affidare il comando ad una persona di stirpe regale da far venire dall'isola di Thule.


XV


L'isola di Thule era un'isola dell'estremo Nord dove per quaranta giorni in estate il sole non tramontava mai mentre in inverno per quaranta giorni non sorgeva.
Qui era giunta una parte degli Eruli dispersi dai Longobardi e qui furono inviati ambasciatori per cercare un nuovo re. Mentre si svolgeva questa missione, tuttavia, fu richiesto anche a Giustiniano di mandare un nuovo capo e l'imperatore scelse un erulo di nome Suartua da tempo residente a Bisanzio. Inizialmente gli Eruli mostrarono di gradire Suartua ma quando si seppe che la missione inviata a Thule stava tornando con il nuovo capo si crearono tensioni, Suartua ordinò di uccidere tutti i membri della missione, l'imperatore di Bisanzio gli confermò il comando. Infine gli Eruli, temendo le legioni imperiali, defezionarono e passarono ai Gepidi.


XVI


Belisario e Narsete riunirono i loro eserciti a Fermo dove si discusse se liberare Rimini o attaccare direttamente Ravenna. Belisario avrebbe preferito evitare Rimini perché temeva il forte presidio goto di Osimo ma Narsete ed altri ufficiali insistevano sostenendo che la caduta di Rimini avrebbe comportato gravi danni per l'impero.
Intanto giunse un messaggio di Giovanni che avvertiva che non sarebbe riuscito a reggere l'assedio per più di sette giorni a causa della carenza di viveri.
Infine si decise di concentrare le forze, compresa la flotta, su Rimini lasciando un presidio di mille uomini a contrastare, se necessario i Goti di Osimo.

XVII


Quando Giovanni era giunto nel Piceno, nella confusione un neonato era stato abbandonato e nutrito da una capra. Di questo singolare episodio fu testimone oculare Procopio al quale vennero mostrati il bambino e la capra che ancora se ne prendeva cura.
Avvicinandosi a Rimini Belisario incontrò un piccolo drappello di Goti che rapidamente debellò. I Goti superstiti corsero da Vitige per avvertire dell'arrivo di un esercito imperiale del quale esagerarono le dimensioni. Durante la notte, come aveva ordinato Belisario, i Romani accesero molti fuochi per dare l'impressione di un accampamento più grande del reale. All'alba fu avvistata la flotta bizantina che si avvicinava alla costa. Il risultato di tutto ciò fu la fuga dei Goti che lasciarono Rimini senza combattere.


XVIII


Il comandante della flotta fece prigionieri tutti i Goti che non erano riusciti ad allontanarsi in tempo e prese possesso di tutti i beni abbandonati dai fuggiaschi. L'episodio di Rimini acuì i contrasti fra Belisario e Narsete che discussero di nuovo a proposito delle successive operazioni da compiere.
Belisario affermava di detenere il comando supremo come veniva confermato da una lettera di Giustiniano, ma Narsete sosteneva che le idee di Belisario non giovavano alla causa dell'impero e che quindi gli altri ufficiali non avrebbero dovuto eseguire i suoi ordini.


XIX


Belisario assediò Urbino mandando parte delle sue forze ad assediare Orvieto. Dopo qualche tempo Narsete, che insisteva per concentrare le azioni militari in Emilia, abbandonò Urbino per muovere nuovamente verso Rimini. Belisario, nonostante la defezione di Narsete, riuscì ugualmente a prendere Urbino, agevolato dalla penuria di acqua potabile che tormentava gli assediati.
Intanto Narsete inviò Giovanni alla conquista di Cesena, operazione che non ebbe successo, in compenso conquistò Imola e ridusse l'Emilia in potere dell'imperatore.


XX


Belisario mandò parte dell'esercito a svernare a Fermo e si concentrò su Orvieto che continuava a resistere grazie alle sue formidabili difese naturali.
Intanto in molti luoghi d'Italia la guerra aveva portato la carestia e la fame uccideva migliaia di persone.


XXI


Belisario inviò gli ufficiali Martino e Uliari contro Uraia che assediava Milano. Milano era difesa da Mundila, "lancia spezzata" di Belisario il quale in un discorso esortava i suoi a resistere fino alla fine preferendo una morte gloriosa ad una vita di servitù.
Tuttavia i Goti assedianti erano molto forti ed erano aiutati da contingenti di Liguri e di Borgognoni. Gli imperiali raggiunsero le rive del Po ma prima di oltrepassare il fiume Martino scrisse a Belisario per chiedere aiuti da parte di Giovanni e Giustino che si trovavano nell'Emilia ormai sottomessa. La solita discordia fra Belisario e Narsete ritardò l'invio di rinforzi e prima che i Romani passassero il Po Milano si era arresa ai Goti.


XXII


Al termine dell'inverno Belisario mosse verso il Piceno e durante il viaggio fu informato della caduta di Milano. Giustiniano richiamò Narsete a Bisanzio confermando a Belisario il comando supremo. Intanto Vitige, preoccupato a un prevedibile attacco di Belisario contro Ravenna, decise con i suoi consiglieri di provocare un'altra guerra che impegnasse i Bizantini lontano dall'Italia.
Inviò quindi due messaggeri, falsi sacerdoti liguri, con una lettera al re persiano Cosroe che fu così indotto ad attaccare Bisanzio violando trattati precedenti.
Giustiniano decise quindi di concludere rapidamente la guerra in Italia e richiamare Belisario in Oriente.


XXIII


Belisario aveva intanto deciso di eliminare quelle forze gote che avrebbero potuto contrastarlo durante l'attacco a Ravenna. Inviò quindi Cipriano e Giustino contro Fiesole, Martino e Giovanni sul Po per controllare Uraia e si diresse contro Osimo.
La posizione elevata di Osimo la rendeva praticamente inespugnabile e Belisario si rassegnò a sperare di conquistare la città per fame. I suoi uomini bloccavano le sortite degli assediati ma spesso cadevano nei loro agguati, così Belisario - consigliato da Procopio - organizzò opportuni segnali di ritirata per minimizzare le perdite di questi combattimenti.


XXIV


Il presidio goto di Osimo con un espediente riuscì ad inviare una richiesta di aiuto a Vitige e questi rimandò indietro i messi con la promessa di un sollecito intervento ma, riflettendo sui rischi dell'operazione e sulle difficoltà che avrebbe incontrato nel rifornire il suo esercito, infine si astenne dal soccorrere Osimo.
Mandò invece i Liguri di Uraia in aiuto a Fiesole ma Uraia si accampò nei pressi degli assedianti senza decidersi ad intervenire concretamente.


XXV


I Franchi pensarono di approfittare della situazione per tentare un'impresa in Italia, certi che Goti e Romani fossero esausti per la lunga guerra.
Un esercito franco comandato da Teodeberto varcò le Alpi, superò il Po ed attaccò Pavia. Qui i Franchi riuscirono a sconfiggere sia i Goti che i Romani ma in breve si trovarono a corto di vettovaglie. Scoppiò inoltre fra di loro un'epidemia di dissenteria e Teodeberto, comprendendo che non sarebbe riuscito a spingersi oltre, tornò al suo paese.


XXVI


Gli assediati di Osimo corruppero un soldato romano perchè portasse un loro messaggio a Vitige. Il re rispose adducendo come pretesto per il suo ritardo l'attacco dei Franchi e promise di nuovo il suo aiuto. Lo scambio di messaggi si ripetè rinnovando le speranze degli assediati. Infine Belisario catturò un Goto che rivelò le attività del messaggero corrotto, il quale venne bruciato vivo.


XXVII


Belisario tentò di interrompere l'acquedotto che alimentava Osimo per prendere gli assediati con la sete, ne nacque una furiosa battaglia con molti caduti, allora Belisario fece avvelenare l'acqua ma gli assediati resistettero ancora accontentandosi di un pozzo interno alle mura.
Fu la resa di Fiesole, che avvenne in quel periodo, a convincere il presidio di Osimo che gli aiuti da Ravenna non sarebbero arrivati ed infine i barbari si arresero con la condizione di aver salva la vita e metà dei loro beni.


XXVIII


Dopo la resa di Osimo Belisario intraprese la conquista di Ravenna. Iniziò preoccupandosi di bloccare i vettovagliamenti che la città poteva ricevere sia dal Po che dal mare e, corrompendo un Ravennate, fece incendiare i granai della città.
Intanto Vitige riceveva ambasciatori franchi e bizantini. I primi gli proponevano un'alleanza per espellere Belisario dall'Italia e governare insieme il paese, i secondi cercavano un accordo per concludere la guerra.
Consultati i suoi consiglieri, Vitige rifiutò le proposte dei Franchi ed avviò trattative con i Bizantini, ma non per questo Belisario smise di intercettare i rifornimenti alla città.
La resa spontanea di alcuni presidi goti in Liguria impedì che Uraia, che si trovò improvvisamente privato di molti uomini, portasse soccorsi a Ravenna.


XXIX


I senatori Domnico e Massimino portarono a Vitige il messaggio di Giustiniano che gli proponeva di conservare metà del tesoro e regnare sulla regione al di la del Po lasciando all'impero l'altra parte del tesoro e tutti i paesi al di qua del Po.
Vitige promise di accettare ma Belisario, che aveva sperato in una resa incondizionata dei Goti, non si mostrò soddisfatto dell'accordo e si rifiutò di confermarlo con documenti da lui firmati. Ciò rese sospettosi i Goti che a loro volta dichiararono che non avrebbero concluso il trattato se a controfirmarlo non fosse stato Belisario.
Belisario pretese, per evitare in futuro responsabilità non sue, che tutti i comandanti dell'esercito imperiale sottoscrivessero un presenza dei legati un documento in cui dichiaravano di essere favorevoli all'accordo proposto da Giustiniano.
Intanto fra i Goti cresceva il malcontento nei confronti di Vitige e fu avanzata la proposta di convincere Belisario ad accettare il titolo di imperatore d'Occidente. Si intendeva evitare che Giustiniano, firmata la pace, deportasse a Bisanzio tutti i Goti residenti in Italia. Belisario non aveva alcuna intenzione di accettare, anche per lealtà verso l'imperatore, tuttavia si finse interessato e mandò i suoi delegati a Ravenna invitando i Goti a consegnarsi a lui attuando materialmente le loro proposte.
Vitige rimandò i legati a Belisario chiedendogli di giurare che non avrebbero fatto del male ai Goti e che sarebbe divenuto imperatore. Belisario pronunciò il primo giuramento rimandando il secondo all'incontro con Vitige e, allontanati con dei pretesti gli ufficiali che sapeva più avversi, si recò con tutto l'esercito a Ravenna mentre la flotta imperiale entrava con carichi di vettovaglie nel porto di Classe.
Belisario fece prigioniero Vitige ma usandogli molti riguardi quindi lasciò che i Goti che abitavano oltre il Po tornassero alle proprie case. Si impadronì del tesoro reale per recarlo all'imperatore ma non operò appropriazioni ai danni della cittadinanza. Molti altri Goti in Italia, visto il destino dei Ravennati, si offrirono a Belisario che stipulò con loro trattati analoghi e prese possesso di Treviso e di molti centri veneti.


XXX


Incalzato dalla minaccia persiana, Giustiniano richiamò Belisario a Bisanzio. I Goti furono molto delusi vedendo che il generale si preparava per partire e di nuovo temettero la deportazione.
Proposero il potere a Uraia che rifiutò e propose a sua volta di nominare Ildibado. Questi accettò ma prima di assumere di fatto il potere volle inviare ambasciatori a Belisario per tentare un'ultima volta di convincerlo ad accettare la corona degli Italiani e dei Goti. Belisario giurò che, vivo Giustiniano, non avrebbe mai usurpato il titolo di re, quindi partì per Bisanzio.


Libro Terzo



I


Così Belisario tornò a Bisanzio portando con se Vitige e la sua famiglia, molti ottimati goti, i figli di Ildibado ed il tesoro di Teodorico.
Non gli fu concesso il trionfo ma ebbe ugualmente grande fama e prestigio per le sue vittorie. Procopio si sofferma in queste pagine sulle virtù e le capacità di Belisario: saggio, coraggioso, determinato, modesto, prudente, ottimo generale e uomo equilibrato e generoso.
Intanto in Italia Ildibado, rimasto in pratica signore della sola Pavia, prese a raccogliere seguaci e soldati coltivando il progetto di riconquistare il regno italiano.
Un funzionario bizantino di nome Alessandro, logotheta, cioè addetto ai conti pubblici, soprannominato Forbicetta, fu inviato in Italia per controllare le finanze e iniziò a vessare gli Italiani con le imposte. Questa circostanza demotivò anche gli ufficiali bizantini che lasciarono mano libera ad Ildibado. Gli si oppose solo Vitalio, che operava in Veneto con un forte contingente di Eruli, ma venne sconfitto.
Ildibado venne in contrasto con Uraia a causa di una lite fra le rispettive mogli ed infine lo fece uccidere attirandosi l'odio di gran parte dei Goti. Più tardi Ildibado venne assassinato da un certo Vila al quale aveva sottratto la sposa. Era il mese di giugno del 541.


II


Morto Ildibado fu eletto re Erarico, capo dei Rugi, una stirpe gotica che si era unita a Teodorico nella conquista dell'Italia ma aveva mantenuto la propria identità etnica non unendosi mai con altre genti.
La scelta di Erarico deluse molti Goti che offrirono il trono a Totila, parente di Ildibado che comandava una schiera di Goti stanziata a Treviso. Totila aveva preso accordi con il bizantino Costanziano per consegnare se stesso e Treviso agli imperiali, ma rispose all'offerta che avrebbe accettato se Erarico fosse stato eliminato prima del giorno convenuto per concludere l'accordo con i Bizantini.
Erarico inviò persone di sua fiducia come ambasciatori a Bisanzio, ufficialmente per trattare le condizioni di pace ma, in realtà, per negoziare il proprio tradimento in cambio di denaro. Comunque prima che gli ambasciatori tornassero Erarico venne ucciso e Totila, come convenuto, assunse il regno.

III


Riuniti a Ravenna gli ufficiali bizantini decisero di espugnare Verona e poi attaccare Totila a Pavia.
La presa di Verona sarebbe stata facilitata dalla collaborazione di un cittadino filobizantino di nome Marciano che corruppe i guardiani delle porte. Una parte dell'armata bizantina, guidata dall'armeno Artabaze, penetrò in città nottetempo ma litigando per la spartizione del bottino perse tempo prezioso ed al mattino fu messa in fuga dai Goti.

IV


Totila raccolse le sue forze e marciò contro i nemici. Nonostante le sue truppe fossero sensibilmente inferiori a quelle nemiche riuscì a sconfiggere gli imperiali. Durante la battaglia Artabaze fu ferito e morì dopo pochi giorni.

V - VII


Conquistate le fortezze di Cesena e del Furlo, Totila passò in Toscana. I Goti attaccarono Firenze e si scontrarono nella zona del Mugello con i Bizantini (primavera 542) e questi avrebbero potuto vincere facilmente se la loro disorganizzazione non li avesse gettati in una tale confusione che fuggirono sconfitti disperdendosi nelle campagna.
Totila si diresse a sud, evitando Roma, fino a Benevento che espugnò rapidamente abbattendone le mura. Con una parte del suo esercito assediò Napoli quindi proseguì la sua marcia sottomettendo in poco tempo l'intera Italia Meridionale.
Intanto i soldati imperiali, che da tempo non ricevevano la paga, davano segni di insubordinazione. Giustiniano nominò Massimino prefetto d'Italia e lo dotò di truppe considerevoli. Tuttavia Massimino era inesperto di cose belliche e la paura lo spinse a perdere tempo lungo le coste greche.
Quando la flotta giunse in Sicilia Massimino esitò ancora e solo dopo molti solleciti mandò le sue truppe guidate da Demetrio a Napoli che si trovava sotto assedio (543) ma le navi vennero spinte dal vento presso il campo nemico e molti Bizantini vennero trucidati.
Mostrando agli assediati la triste fine dei soccorritori Totila li convinse ad arrendersi e si comportò con grande clemenza con i Napoletani e con il presidio bizantino comandato da Conone (giugno 543).

VIII


Totila fece curare i Bizantini che si trovavano a Napoli con Conone quindi li lasciò partire liberamente dotandoli di cavalli e provviste.
Fece abbattere le mura di Napoli perché in caso di nuovo attacco avrebbe preferito combattere in campo aperto.
Un suo ufficiale che aveva violato una fanciulla del luogo venne giustiziato e Totila tenne un discorso sull'importanza del rispetto delle leggi.

IX


La popolazione italiana pagava le peggiori conseguenze della guerra mentre l'esercito bizantino, sempre più insubordinato, non era più in grado di affrontare la situazione. Totila invitava tutti, con pubblici proclami, a passare dalla sua parte promettendo incolumità agli Italiani.
Sul finire del nono anno di guerra i Goti assediarono il castello di Otranto.

X


Giustiniano rimandò in Italia Belisario insieme a Vitalio, comandante degli Illiri. I due radunarono a Salona un modesto esercito, decisero di stabilire a Ravenna la loro base operativa ed inviarono via mare provviste agli assediati di Otranto.
Intanto Totila occupava Tivoli per avere il controllo della valle dell'Aniene.

XI - XII


Vitalio si accampò a Bologna per tentare di recuperare l'Emilia ma i suoi Illiri che da tempo non ricevevano la paga disertarono in massa e tornarono nel loro paese che era stato attaccato dagli Unni. Con i pochi rimasti Vitalio seppe comunque difendere Bologna quando fu attaccata dai Goti.
Dopo un fallito tentativo di liberare Osimo, Belisario occupò Pesaro e fece ricostruire le mura distrutte da Vitige.
Intanto i Goti conquistavano Assisi e Spoleto ed assediavano senza successo Perugia.

XIII


Quando Totila assediò Roma Belisario si rese conto di aver commesso un grave errore nel restare a Ravenna. Roma infatti era isolata e circondata dai Goti i quali avevano preso anche Napoli e dalla costa campana intercettavano i rifornimenti spediti a Roma via mare.
Per riparare Belisario si recò in Dalmazia per reclutare altri soldati. Rinforzi gli furono inviati da Bisanzio mentre Narsete convinceva gli Eruli a combattere in Italia.

XIV


Una parentesi: Procopio descrive gli usi degli Slavi.

XV


Belisario inviò al porto di Roma delle truppe comandate da Valentino e Foca. Questi si accordarono con Bessa, comandante del presidio romano, per tentare una sortita ma al momento opportuno Bessa non intervenne. In un secondo tentativo un disertore avvertì Totila dell'attacco imminente ed i Goti, preparatisi opportunamente, ebbero una facile vittoria. Valentino e Foca furono uccisi.
Papa Vigilio, che era in viaggio per Bisanzio, inviò dalla Sicilia molte navi cariche di rifornimenti al porto di Roma ma i Goti se ne impossessarono.

XVI - XVII


I Romani assediati erano allo stremo per la fame. Tentarono di ottenere una tregua mandando come ambasciatore Pelagio (futuro papa) ma senza successo.
Bessa ed altri ufficiali, che avevano segretamente ammassato viveri a Roma, li vendevano a prezzi altissimi a chi poteva acquistarli. Quando anche le loro scorte furono esaurite consentirono alla popolazione di lasciare la città ma i più morirono uccisi dai nemici o dagli stenti.

XVIII


Belisario e Giovanni partirono da Bisanzio, il primo diretto a Roma, il secondo in Calabria.
Giunto al porto di Roma Belisario attese Giovanni ma questi, pur riconquistando pacificamente o con la forza numerose località meridionali non giudicava possibile raggiungere Roma.

XIX


Belisario prese a risalire il Tevere con navi cariche di rifornimenti. Con delle armi incendiarie riuscì a superare gli sbarramenti dei Goti e sarebbe arrivato in città se non gli fosse giunta notizia che i nemici avevano attaccato il suo campo. Belisario, che in quel campo aveva lasciato la moglie, fu sconvolto anche dall'idea di non avere più un punto di riferimento in territorio nemico e, abbandonata l'impresa, ordinò di tornare indietro.
In realtà era stato un suo ufficiale che disubbidendo agli ordini aveva attaccato il campo dei Goti ed era stato sconfitto.

XX


Grazie al tradimento di alcune sentinelle, Totila riuscì ad entrare in Roma senza combattere. Trovò la città quasi deserta perché gran parte della popolazione era fuggita o perita per la fame. I soldati bizantini ed i loro ufficiali fuggirono o si rifugiarono nelle chiese.
Accogliendo la preghiera di Pelagio Totila vietò che si facesse del male a quanti erano rimasti in città, consentì il saccheggio ai suoi soldati ma proibì di violentare le donne.
Il bottino fu molto ricco, in particolare nella casa di Bessa che si era arricchito vendendo il grano agli assediati. I superstiti rimasero illesi ma furono ridotti in assoluta miseria. Fra loro era Rusticiana, moglie di Boezio e figlia di Simmaco .

XXI


Totila stabilì un regime temporaneo improntato a moderazione e clemenza, quindi inviò a Bisanzio una delegazione per proporre la pace a Giustiniano. Questi rimise la decisione a Belisario.

XXII


In Lucania il notabile Tulliano organizzò presidi per impedire ai Goti l'accesso alla regione. Saputolo Totila decise di distruggere Roma per poi attaccare Tulliano. Secondo Procopio fu una lettera di Belisario che gli ricordava di quale nobile città si trattasse che fece desistere Totila dal progetto. In effetti egli si limitò a demolire parte delle mura ed evacuò la città. Lasciato in zona un forte presidio mosse verso sud con il resto dell'esercito.
Tulliano, che pure aveva superato un primo tentativo dei Goti di forzare il blocco, sapendo dell'imminente arrivo di Totila si allontanò lasciando al re la via libera per il Gargano.

XXIII


Un finto disertore bizantino penetrò a Spoleto e convinse i soldati del presidio a collaborare, grazie a lui gli imperiali riuscirono a riprendere la città.
Belisario volle visitare Roma per valutare i danni e si scontrò con truppe nemiche che riuscì a sconfiggere. Intanto Giovanni organizzava la difesa di Taranto. Dal canto suo Totila stabilì un presidio ad Acerenza e si mise in marcia verso Ravenna.

XXIV - XXV


Belisario decise di tentare un'impresa molto ardita: si trasferì a Roma con tutte le sue forze e consistenti scorte di viveri. I Bizantini ricostruirono come poterono le mura e prepararono la difesa mentre molti fuoriusciti rientravano in città insieme a gente del contado.
Quando i Goti attaccarono i Romani resistettero validamente finché Totila non si ritirò a Tivoli deprecato dai maggiorenti Goti per non aver distrutto Roma. Prima di attaccare Perugia, secondo Procopio, Totila tenne un discorso per chiarire la situazione. Si era nel dodicesimo anno di guerra.

XXVI


Con un colpo di mano Giovanni liberò i senatori romani prigionieri in Campania con le loro famiglie. Furioso per lo smacco subito Totila si precipitò contro Giovanni ma commise l'errore di attaccare di notte e molti Bizantini si dileguarono nel buio rendendo irrilevante l'impresa dei Goti.

XXVII


Giustiniano inviò diversi contingenti militari con l'ordine di concentrarsi sulla costa ionica e scrisse a Belisario di raggiungerli per attaccare insieme il nemico.

XXVIII


Belisario fece rotta verso Taranto ma il vento contrario lo portò a Crotone dove si accampò mentre la cavalleria comandata da Faza poneva il campo a qualche distanza sulla costa. I Goti attaccarono la cavalleria e ne fecero strage uccidendo lo stesso Faza.
Informatone, Belisario riprese il mare e sbarcò a Messina.

XXIX


Qui Procopio inserisce due fatti di cronaca: un'inondazione del Nilo che non si ritirò impedendo le operazioni agricole e provocando carestia e la cattura di una grande balena che da anni infestava le acque di Bisanzio.
Quanto a Totila cinse d'assedio il campo bizantino di Rossano.

XXX


Giustiniano continuava ad inviare nuova forze in Italia ma quando Belisario tentò di liberare il castello di Rossano l'impresa si rivelò particolarmente difficile. Si decise allora che una parte dell'esercito sarebbe andato a Roma con Belisario ed il resto, guidato da vari ufficiali, si sarebbe spostato nel Piceno.
Si sperava in questo modo di distogliere i Goti da Rossano, ma Totila non tolse l'assedio finché non ottenne la resa. Anche in questo caso fu clemente con gli assediati e permise a quanti lo desideravano di rimanere ed arruolarsi nel suo esercito.
Intanto a Roma Conone era stato ucciso dai suoi soldati per aver trafficato con gli approvvigionamenti. Antonina, moglie di Belisario, si recò a Bisanzio per chiedere all'imperatrice Teodora di intercedere presso Giustiniano perché mandasse in Italia rinforzi decisivi, ma Teodora era già morta. Antonina chiese a Giustiniano di richiamare il marito e lo ottenne facilmente perché l'imperatore aveva già deciso di mandarlo in Persia.

XXXI


L'armeno Artabane, comandante generale per l'Africa, godeva di grande prestigio per aver eliminato il ribelle Gouthari uccisore di Ariobindo.
Egli chiese a Giustiniano di essere richiamato a Bisanzio e poter sposare Proietta, nipote dell'imperatore e vedova di Ariobindo, la quale era consenziente.
L'imperatore soddisfece la prima richiesta nominando Artabane comandante delle truppe di Bisanzio ma non potè far nulla per la seconda perché Artabane risultava già sposato con una donna la quale, ripudiata, si era rivolta all'imperatrice che aveva confermato la validità del matrimonio.
Intanto Germano, nipote di Giustiniano era estremamente contrariato per la decisione dell'imperatore in merito ad un'eredità.
Intanto Germano, nipote di Giustiniano era estremamente contrariato per la decisione dell'imperatore in merito ad un'eredità.

XXXII


Si trovava a Bisanzio anche un certo Arsace, parente degli Arsacidi, che era stato punito per spionaggio a favore dei Persiani e per questo motivo odiava Giustiniano.
Costui cominciò a cospirare per eliminare l'imperatore riuscendo a coinvolgere Artabane ed altri. Tentò anche con Germano e con suo figlio Giustino ma questi ne parlarono con il prefetto della guardia palatina Marcello che, accertata la realtà del complotto, spinse Giustino a denunciarlo all'imperatore.
I congiurati vennero arrestati, torturati e confessarono. Rischiarono di essere implicati anche Giovanni e Giustino per aver troppo indugiato nella denuncia ma la testimonianza di Marcello valse a scagionarli.

XXXIII


I barbari andavano conquistando tutto l'Impero d'Occidente. I Franchi si impadronirono di Marsiglia e dell'intero litorale, inoltre approfittarono della guerra fra Goti e Bizantini per prendere indisturbati gran parte della Venezia.
I Gepidi occuparono la Dacia, i Longobardi ottennero dall'imperatore gran parte del Norico e della Pannonia.

XXXIV


Longobardi e Gepidi, che erano vicini ed entrambi alleati dei Romani, giunsero a combattersi.
Gli uni e gli altri inviarono ambasciatori a Giustiniano per chiedergli di schierarsi con loro o almeno di non intervenire. Giustiniano decise di aiutare i Longobardi che erano molto meno numerosi ma prima che il suo esercito giungesse al fronte i Gepidi si affrettarono a concludere la pace.

XXXV


Belisario tornò a Bisanzio senza aver concluso la guerra. I Goti continuavano, fra l'altro, ad assediare Roma e Perugia.
Intanto il papa Vigilio sollecitava l'imperatore perché risolvesse la situazione in Italia ma Giustiniano era assorbito dalla questione dei Tre Capitoli

XXXVI


Totila concentrò le sue forze nell'assedio di Roma che era difesa da Diogene, lancia spezzata di Belisario.
I difensori erano validi e l'assedio durò a lungo finché gli Isauri non tradirono e si accordarono con Totila per aprire le porte della città. Presa di nuovo Roma, Totila si comportò con moderazione offrendo agli imperiali la scelta fra tornare a Bisanzio o entrare nelle sue file ed in generale dimostrando di non voler distruggere la città.

XXXVII


Totila chiese la mano della figlia di Teodeberto re dei Franchi che gliela rifiutò perché non era stato capace di tenere Roma dopo averla conquistata la prima volta ed averla semidistrutta.
Il Goto si diede quindi a ricostruire quanto aveva in precedenza danneggiato e a richiamare in città i Romani che ne erano fuggiti.
Intimò a Diogene ed ai Bizantini che si erano rifugiati nel castello di Centocelle di arrendersi e passare dalla sua parte oppure di tornare illesi a Bisanzio.
Diogene chiese tempo e lo ottenne e Totila partì per la Sicilia fermandosi ad attaccare i castelli di Reggio e Taranto mentre nel Piceno altri Goti conquistavano Rimini.

XXXVIII


Quell'anno (549) due piccole schiere di Slavi passarono il Danubio e sorprendentemente vinsero tutte le resistenze degli imperiali entrando nell'Illirico ed in Tracia.
In questi paesi portarono terrore e devastazione uccidendo gli abitanti in modi atroci e deportandoli come schiavi.

XXXIX


Intanto i Goti prendevano Reggio e passavano a saccheggiare la Sicilia. Giustiniano mandò la flotta comandata da Liberio ed Artabane (che era stato perdonato) e nominò Germano comandante generale per la guerra contro i Goti.
Poco tempo prima era morta Passara moglie di Germano e questi aveva sposato Matasunta, figlia di Amalasunta e nipote di Teodorico. Germano la portò con se sperando che i Goti rispettassero la sua presenza in memoria di Teodorico.
Germano raccolse un grande esercito arruolando Illiri, Traci e Longobardi.
Queste notizie rincuorarono gli imperiali che si trovavano in Italia molti dei quali si riunirono in Istria per attendere Germano, anche Diogene rifiutò di consegnare il castello di Centocelle.

XL


Quando Germano stava per muovere verso l'Italia morì improvvisamente di malattia e Giustiniano affidò il comando dell'esercito a Giustiniano e Giovanni, rispettivamente figlio e genero di Germano.
Un questore di Totila di nome Spino da Spoleto, di stanza a Catania, fu catturato dai Bizantini. Totila propose di scambiarlo con una prigioniera di alto lignaggio ma i Bizantini accettarono lo scambio solo quando Spino promise loro di convincere il re ad abbandonare la Sicilia.
In effetti Spino parlò a Totila osservando come i Goti avessero già ampiamente depredato l'isola e come fosse per loro pericoloso rimanervi mentre in Italia il nemico preparava nuove offensive.
Persuaso, Totila tornò in Italia con un ricchissimo bottino e si preparò a fronteggiare il nuovo esercito bizantino.

XLI


Contro gli Slavi che continuavano a devastare il territorio dell'impero, Giustiniano inviò un esercito comandato da vari ufficiali. Questo esercito fu sconfitto presso Adrianopoli ma quando i barbari furono giunti ad un giorno di strada da Bisanzio gli imperiali riuscirono a metterli in fuga liberando molti prigionieri.


Libro Quarto



I


I Persiani invasero una parte della Colchide detta Lazica e vi collocarono un forte presidio comandato da un ufficiale di nome Choriane.

II -VI


Lunga divagazione di Procopio per descrivere la Colchide, le regioni del Ponto e del Caucaso e le loro popolazioni e per riferire le varie opinioni su quale sia la linea di confine fra Europa ed Asia.

VII


Il re persiano Cosroe aveva attaccato la Lazica per la sua vicinanza a Bisanzio che gli avrebbe consentito di portare più facilmente la guerra nei territori dell'impero.

VIII


Il re dei Colchi Gubaze ed il comandante degli imperiali Dagisteo decisero di attaccare i Persiani. All'inizio la battaglia ebbe uno svolgimento lento ed incerto anche a causa dello scarso coraggio dei Colchi, ma quando il loro comandante Choriane venne ucciso i Persiani fuggirono nel loro accampamento lasciando la vittoria ai nemici.

IX


Calunniato dai Lazi presso l'imperatore, Dagisteo venne rimosso e sostituito da Bessa che fu incaricato anche di punire la popolazione degli Abasghi che, già soggetti ai Romani, si erano segretamente alleati con i Persiani.
La spedizione contro gli Abasghi che vivevano lungo la costa del Ponto Eusino si concluse con la vittoria degli imperiali e lo sterminio di quella popolazione.

X


Intanto il re persiano Cosroe, scoperte le tresche del figlio Anasozado, lo mandò in esilio. Quando qualche tempo dopo Anasozado tentò di ribellarsi e prendere il potere, Cosroe lo fece catturare e gli bruciò le palpebre procurandogli una mutilazione che, secondo la legge persiana, gli avrebbe impedito per sempre di regnare.

XI


Scaduta una tregua di cinque anni, Giustiniano mandò Pietro Illirico da Cosroe per trattare la pace ma Cosroe lo rimandò indietro e poco dopo inviò a Bisanzio, per lo stesso fine, un ambasciatore di nome Isdigusna che pare fosse particolarmente arrogante e polemico.
Isdigusna infatti, invece di avviare le trattative di pace, accusò i Bizantini di aver violato la tregua e di altre minori irregolarità.
Intanto l'esercito comandato da Bessa assediava Petra, che era in mano persiana e, dopo una durissima battaglia drammaticamente descritta da Procopio, se ne impadroniva (551).

XII


Cinquecento Persiani superstiti asserragliati nell'Acropoli di Petra rifiutarono ogni proposta di resa e preferirono morire bruciati vivi quando i Bizantini incendiarono l'Acropoli piuttosto che passare all'esercito di Giustiniano.
Furono trovate grandi scorte di armi e provvigioni ed i vincitori rasero al suolo le mura per evitare futuri problemi. Bessa recuperò così il prestigio che aveva perduto quando non era riuscito a difendere Roma dai Goti.

XIII


Persa Petra i Persiani decisero di continuare a controllare la Lazica con un esercito comandato da Mermeroe che assaltò la città di Archeopoli presidiata dagli imperiali.

XIV


Subendo l'assalto, i Bizantini che erano numericamente molto inferiori dei Persiani, si trovarono in grande pericolo e decisero di tentare una sortita confidando nella sorpresa. Fu la scelta giusta: i Persiani che non si aspettavano di dover combattere corpo a corpo furono rapidamente sopraffatti, dovettero abbandonare l'assedio lasciando sul terreno oltre quattromila caduti.
Mermeroe si accampò presso un vecchio castello diruto nella regione più fertile della Colchide e da qui prese a bloccare i rifornimenti ai presidi romani della zona.

XV


Dopo un lungo soggiorno del legato Isdigusna a Bisanzio fu conclusa una nuova tregua di cinque anni (ottobre 551). Le condizioni della tregua, che prevedevano il pagamento di ingenti somme ai Persiani ed il lasciare nelle loro mani la Lazica, crearono malcontento e sfiducia a Bisanzio.

XVI


Il re dei Lazi Gubaze era in buoni rapporti con Bisanzio, non altrettanto una parte dei suoi sudditi. Tra questi un notabile di nome Teofobio si accordò con Mermeroe per la presa del castello di Urchimerio.
Spargendo la voce che i Persiani disponevano di un enorme esercito e che ormai possedevano tutta la Colchide, Teofobio convinse il presidio di quel castello ad arrendersi senza combattere. Avuto Urchimerio, Mermeroe conquistò facilmente molte altre località, intanto Gubaze svernava sui monti con la famiglia ed il suo seguito.

XVII


Alcuni monaci venuti dall'India (forse Nestoriani) importarono nell'impero navi di bachi da seta e cominciarono a produrre la seta con grande soddisfazione dell'imperatore (fino ad allora la seta veniva importata dalla Persia).
Cosroe convalidò la tregua incassando il pegno ma non volle lasciare la Lazica.

XVIII - XIX


Intanto Gepidi e Longobardi ripresero le ostilità ma poiché inopinatamente entrambi gli eserciti si diedero alla fuga prima di combattere fu firmata una tregua di due anni.
Prima dello scadere della tregua i Gepidi cercarono l'alleanza degli Unni e poiché questi mandarono immediatamente le loro schiere i Gepidi le dirottarono per devastare territori romani.
Giustiniano chiese ad altri Unni di intervenire e quelli eseguirono sconfiggendo gli invasori ma poi si offesero quando videro l'imperatore usare clemenza con i vinti e concedere loro territori dove abitare.
Giustiniano riparò al torto con grandi donativi.

XX


I Varni che abitavano oltre il Danubio fecero guerra agli abitanti dell'isola denominato Brittia che si trovava nell'Oceano Settentrionale (non è chiaro di quale isola si tratti, forse Procopio confondeva la posizione della Gran Bretagna).
Causa della guerra fu un fidanzamento annullato da un principe dei Varni che aveva preferito imparentarsi con i Franchi per motivi politici. La fidanzata, che era una principessa della Brittia, organizzò un esercito e sconfisse i Varni e concluse la pace solo quando la promessa di matrimonio venne rispettata.
Un racconto favoloso di quei tempi - al quale Procopio dichiara di non credere - voleva che in Brittia si radunassero le anime dei defunti che venivano traghettate (invisibili) durante la notte da mercanti in cambio dell'esazione dai dazi.

XXI


Giustiniano nominò Belisario comandante della guardia del corpo imperiale e lo trattenne presso di se a Bisanzio dove il generale ricevette molti onori.
L'esercito che svernava in Italia rimase praticamente inattivo, si era nel sedicesimo anno di guerra (551). Giustiniano ordinò di attendere l'arrivo dell'eunuco Narsete al quale aveva deciso di affidare il comando della guerra contro i Goti.

XXII


Totila richiamò a Roma i senatori ed affidò loro la cura della città. Procopio divaga brevemente descrivendo la "nave di Enea", di mirabile fattura, che ai suoi tempi si conservava a Roma.
Totila inviò una flotta a devastare le coste della Grecia.

XXIII


Intanto Ancona era assediata dai Goti e gli abitanti erano ormai a corto di viveri. Il comandante Giovanni decise di attaccare nonostante l'ordine di attendere Narsete che aveva avuto da Giustiniano.
Bizantini e Goti si affrontarono in una grande battaglia navale nelle acque di Senigallia ed i primi, molto più esperti di combattimenti in mare, riportarono la vittoria e liberarono Ancona.

XXIV


Il re dei Franchi Teodeberto morì lasciando il trono al figlio Teodebaldo al quale Giustiniano inviò come ambasciatore il senatore Leonzio per proporgli un'alleanza contro i Goti.
Teodebaldo rifiutò ed inviò messi a Bisanzio per risolvere la questione di certi territori in Liguria occupati dai Franchi e reclamati da Giustiniano.
Intanto i Goti conquistavano la Corsica e la Sardegna.


XXV


Gli Slavi irruppero nell'Illirico mentre Longobardi e Gepidi ripresero a combattere. Giustiniano, che aveva già firmato il patto di alleanza con i Longobardi, ne firmò un altro anche con i Gepidi e questo lo costrinse ad un comportamento ambiguo durante quella guerra. Comunque i Longobardi, guidati dal re Audoino, vinsero ed i Gepidi furono quasi sterminati.
Un terribile terremoto sconvolse la Grecia con enormi danni e numerosissime vittime.

XXVI


I Bizantini intervennero per liberare il presidio di Crotone dai Goti, questi proposero una trattativa ed un ufficiale di nome Pacurio, comandante ad Otranto, fu incaricato di occuparsene.
Intanto Narsete salpava da Salona con un enorme esercito e con ingenti mezzi finanziari ricevuti dall'imperatore.
Poichè i Goti impedivano il transito nella zona di Ravenna, Narsete marciò lungo la strada costiera con tutto l'esercito mentre navi e barche lo seguivano presso la costa e formavano ponti quando si trattava di superare la foce dei fiumi.

XXVII


Si verificarono nuovi incidenti diplomatici fra Longobardi, Gepidi, Unni e impero a causa di fuoriusciti per i quali veniva richiesta l'estradizione. Gli incidenti furono risolti giustiziando i fuoriusciti.

XXVIII


I Bizantini incontrarono difficoltà presso Rimini ma riuscirono a uccidere il capo di quel presidio goto e a procedere liberamente evitando Pietra Pertusa che era saldamente in mano ai nemici.

XXIX


Narsete attraversò la Toscana, percorse l'Appennino e si accampò non distante dal campo di Totila presso un villaggio di nome Tagina (Gualdo Tadino).

XXX


Narsete mandò a Totila dei messi proponendo la pace ma Totila rifiutò e l'indomani gli eserciti già si fronteggiavano.
Con cinquanta uomini i Bizantini avevano occupato una posizione favorevole e non valsero ripetuti assalti della cavalleria nemica per farli indietreggiare.

XXXI - XXXII


Dopo le rituali esortazioni dei comandanti supremi, gli eserciti si schierarono per la battaglia ma Totila, che sapeva che un ulteriore contingente di duemila uomini lo stava raggiungendo, con vari espedienti rimandò il combattimento per l'intera mattinata.
Infine attaccò improvvisamente nel tentativo di cogliere il nemico di sorpresa ma Narsete non si era lasciato ingannare ed aveva mantenuto e perfezionato i suoi schieramenti.
La disfatta dei Goti fu totale, cavalleria e fanteria fuggirono dopo i primi assalti e furono inseguite dai Bizantini che ne fecero strage.
Lo stesso Totila fu ferito a morte, secondo Procopio mentre stava fuggendo ma l'autore riporta anche l'opinione di chi diceva che fu colpito mentre combatteva.
Riuscì in ogni caso ad allontanarsi compiendo un breve percorso fino ad una località detta Capre dove spirò.

XXXIII


Esultante per il successo, Narsete si dedicò alle cose più urgenti. Liquidò i Longobardi che eccedevano in violenza, quindi progettò l'assedio di Verona ma desistette per evitare incidenti con i Franchi.
Intanto i Goti occupavano Pavia e nominavano re Teia.
Marciando verso Roma, Narsete liberò Narni, Spoleto e Perugia.
Il presidio goto di Roma, consapevole di non poter difendere l'intera città, organizzò una fortificazione intorno alla tomba di Adriano e vi si rinchiuse ma i Bizantini comandati da Dagisteo li sopraffecero rapidamente (autunno 552).

XXXIV


Molti cittadini romani furono uccisi dai Goti in fuga ed altri dai barbari che militavano nell'0esercito imperiale.
I Bizantini riconquistarono Taranto e Pietra Pertusa, quindi Narsete mandò parte dell'esercito ad assediare Cuma dove i Goti custodivano il tesoro di Totila. Teia raccolse tutte le sue forze e marciò verso Cuma per liberarla dall'assedio.

XXXV


La battaglia per Cuma durò diversi giorni mentre i due eserciti si fronteggiavano con armi da lancio dalle opposte rive del fiume Sarno.
Infine i Goti si riunirono sul Monte Lattaro e da qui attaccarono compatti il nemico. Teia combattè eroicamente ma infine venne ucciso. I Goti continuarono la battaglia ma dopo due giorni offrirono la resa chiedendo di poter lasciare indisturbati il territorio italiano.
Narsete accettò le loro condizioni ed ebbe fine la guerra gotica (553) che era durata diciotto anni.