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PROCOPIO DI CESAREA

STORIE SEGRETE


Nella premessa l'Autore precisa che le storie che sta per raccontare, che spesso spiegheranno le cause degli eventi narrati nelle altre sue opere, non avrebbero potuto essere scritte in precedenza quando i loro potenti protagonisti erano ancora vivi perché la pubblicazione di questo libro gli sarebbe certamente costata la vita.
Augurandosi che i posteri credano nel suo racconto e che lo trovino utile, Procopio passa a narrare le malefatte di Belisario alle quali seguiranno quelle di Giustiniano e Teodora.
La moglie di Belisario era di famiglia malfamata, aveva avuto una giovinezza dissoluta e, vedova di un mercante antiocheno, aveva già avuto molti figli quando sposò il generale.
Inizialmente Antonina tenne nascosti i suoi tradimenti nei confronti del marito per timore dell'imperatrice Teodora che le era molto ostile, ma quando "riuscì ad ammansirla soccorrendola nei frangenti più delicati" prese a compiere apertamente i suoi adulteri.
Belisario ed Antonina adottarono il giovane Teodosio che viveva nella loro casa e lo fecero battezzare in quanto proveniva da una famiglia di seguaci di Eunomio. Dopo qualche tempo Antonina fu presa da insana passione per il giovane e lo sedusse. Belisario li colse in flagrante a Cartagine ma si lasciò abbindolare dalle scuse inventate dalla moglie. Più tardi la tresca fu svelata inequivocabilmente dalla testimonianza di alcuni schiavi e questa volta Belisario ordinò di uccidere il giovane ma questi si salvò fuggendo ad Efeso.
In questa occasione l'ufficiale Costantino manifestò la sua solidarietà a Belisario procurandosi l'odio di Antonina. Alla lunga la donna convinse il marito della propria innocenza ottenendo il richiamo di Teodoro e la consegna degli schiavi delatori che fece morire in modo orrendo. Non molto tempo dopo Belisario, istigato dalla moglie, fece morira anche Costantino.
Teodosio rifiutò di raggiongere Belisario e Antonina se prima non veniva eliminato Fozio, figlio di primo letto di lei. Antonina perseguitò Fozio finché questi non riparò a Bisanzio e finalmente si riunì all'amante ma Teodosio, temendo le conseguenze della scandalosa relazione, si fece monaco e si ritirò in convento.
Intanto Belisario era partito per la Persia con Fozio e quando questi trovò un testimone che dimostrò al generale l'infedeltà della moglie, egli si rivolse al figliastro per chiedergli di eliminare Teodosio. Belisario e Fozio concordarono di agire quando Teodosio fosse tornato ad Efeso per non sollevare scandalo a Bisanzio.
Quando Belisario venne a sapere che Antonina era partita per l'oriente per incontrare Teodosio, si ritirò immediatamente dall'area delle operazioni rinunciando a conquiste che avrebbe facilmente potuto conseguire e lasciando che il re nemico Cosroe tornasse a casa indisturbato.
Rientrato a Bisanzio, Belisario mise la moglie sotto stretta sorveglianza, tuttavia l'amore che le portava (o forse le pratiche magiche di lei) gli impedivano di nuocerle. Intanto Fozio catturava Teodosio e lo mandava in Cilicia confiscando i suoi beni.
Intervenne l'imperatrice Teodora che costrinse Belisario a riconciliarsi con la moglie mentre faceva arrestare e torturare Fozio per conoscere il nascondiglio di Teodosio. Rintracciato Teodosio, l'imperatrice lo consegnò ad Antonina ma poco dopo il giovane morì per un attacco di dissenteria. Quanto a Fozio fu rinchiuso in un a segreta, riuscì a fuggire due volte ma fu ripreso dall'imperatice in spregio ai luoghi sacri dove si era rifugiato. La terza volta raggiunse Gerusalemme e si fece monaco.
Belisario fu di nuovo inviato contro il re persiano Cosroe che per la terza volta attaccava i condini romani e si coprì di disonore perché quando Cosroe conquistò la città di Callinico non fece nulla per difenderla.
Nel 542 la peste colpì Costantinopoli e Giustiniano si ammalò gravemente. L'esercito fu turbato dai pronostici du un eventuale successore e quando l'inperatore guarì i più alti ufficiali presero a calunniarsi reciprocamente. Belisario e il magister militum Buze furono accusati di cospirazione e Teodora fece rinchiudere Buze nei sotterranei del palazzo. Fu liberato dopo quattro anni, malato e con la vista indebolita. Belisario fu deposto dal comando e, privato del suo seguito e dei suoi beni, fu costretto a vivere da privato cittadino.
Qualche tempo dopo, quando ormai viveva nel terrore di essere assassinato, Teodora fece in modo che Belisario fosse reintegrato e recuperasse i suoi averi, ma operò in maniera che il merito andasse ad Antonina, sua cara amica, e Belisario non esitò a prostrarsi ai piedi della moglie.
Giustiniano e Teodora sospettavano che le enormi ricchezze di Belisario provenissero da sottrazioni di bottino ma non avevano elementi per provarlo. Giovanna figlia di Belisario fu promessa ad Anastasio nipote di Teodora.
Belisario ripartì per l'Italia perché la moglie si opponeva ad un suo ritorno in oriente. Procopio sottolinea la passività con cui Belisario "s'accodava a sua moglie, pazzo d'amore per lei; e si che quella aveva ormai sessant'anni".
In Italia le cose non andarono bene e Belisario, a causa della sua indolenza, fu spesso sconfitto. Passò molto tempo a largo della costa evitando di affrontare Totila e non riuscì a salvare Roma.
Estremamente avido, il generale, che non otteneva finanziamenti dall'imperatore, vessava esageratamente la popolazione ed i suoi stessi ufficiali tanto che il comandante della fanteria Erodiano disertò e passò ai Goti con il suo seguito e con la cittadinanza di Spoleto.
A Bisanzio Giustina figlia di Germano non riusciva a trovare marito a causa dell'avversione di Teodora per il padre, così quando Giovanni il Sanguinario giunse in città per chiedere rinforzi, Germano gli propose di sposarla. L'imperatrice cercò di opporsi con tutti i mezzi e minacciò Giovanni di morte, perciò quando Giovanni tornò in Italia ritardò nell'incontrare Belisario temendo insidie da parte di Antonina.
Anche la rivalità con Giovanni contribuì a peggiorare la situazione di Belisario che quando venne richiamato a Bisanzio fu lieto di lasciare l'Italia abbandonando al suo destino la città di Perugia assediata dai Goti.
Teodora premeva perché Belisario e la moglie tornassero a Bisanzio in quanto voleva concludere il matrimonio del nipote con Giovanna, figlia ed unica erede del ricchissimo generale. Per garantire che le nozze si facessero indusse il nipote a usare violenza alla fidadnzata ma i due giovani si innamorarono e presero a vivere felicemente insieme. Quando Teodora morì Antonina rifiutò di imparentarsi con la sua famiglia e costrinse i due innamorati a separarsi, come sempre coinvolgendo Belisario nelle sue trame.
Con questi eventi la reputazione di Belisario, succube della moglie e traditore degli amici fu irrimediabilmente rovinata.
Il governatore di Tripolitania Sergio fece uccidere ottanta ambasciatori della popolazione locale (543) creando grande disordine nella provincia. Sergio era imbelle ed arrogante, un individuo spregevole ma aveva il privilegio di essere fidanzato ad una nipote di Antonina.
Solomone, fratello di Sergio, fu catturato dai Levati (popolazione locale). Andò a riscattarlo il medico Pegasio ma durante il viaggio di ritorno Solomone lo uccise e successivamente fu assolto dall'imperatore, ma poco dopo morì di morte naturale.
Si conclude qui la sezione dell'opera dedicata a Belisario e Procopio passa a parlare della coppia imperiale.

Durante il regno di Leone I tre fratelli - Zimarco, Ditybistos e Giustino - tormentati dall'indigenza decisero di arruolarsi ed entrarono nella guardia palatina.
Tempo dopo, sotto Anastasio I, Giustino militò contro gli Isauri e per qualche motivo fu imprigionato e condannato a morte dal suo comandante Giovanni il Gobbo, ma dei sogni premonitori indussero Giovanni a rilasciarlo.
In seguito Giustino divenne capo della guardia palatina e nel tempo prese tanto potere che quando Anastasio morì fu lui, benché molto anziano ed incolto, ad essere nominato imperatore.
Data la sua ignoranza molti affari venivano trattati dal suo consigliere il questore Proclo e dal nipote Giustiniano associato al potere fin dall'inizio del regno.
L'imperatore conviveva con la concubina Lupicina che cambiò il suo nome in Eufemia, anche lei avanti negli anni. Giustiniano era dispotico e crudele, secondo Procopio fu una rovina per lo stato ed un flagello per la popolazione, più dannoso della peste.
Appana salito al potere eliminò il capo degli eunuchi Amantio che aveva ostacolato la nomina di Giustino e l'usurpatore Vitaliano che si era ribellato ad Anastasio nonostante gli avesse garantito la salvezza.
Giustiniano aderiva alla fazione degli Azzurri che con il pretesto dei giochi dello stadio si scontrava continuamente con l'opposta fazione dei Verdi. Egli garantì l'impunità agli Azzurri e perseguitò i rivali facendo sorgere ostilità e disordini, spesso con tragiche conseguenze.
Incoraggiati dalla protezione che ricevevano i più facinorosi degli Azzurri costituivano bande armate che commettevano rapine, omicidi ed altri atti di violenza. Vestivano in modo vistoso e stravgante ed erano temuti anche dagli Azzurri moderati.
Ne derivò un periodo di terrore durante il quale tutti erano in pericolo senza che mai le autorità intervenissero, giudici e magistrati, sotto la minaccia degli suadristi azzurri, agivano senza giustizia e senza criterio. Giustino vide tutto ciò senza mai intervenire, troppo ottuso per farlo. Quando infine morì Giustiniano divenne imperatore e subito si dedicò a prosciugare le casse dell'erario.
Spese cifre enormi per costruire nuovi poerti e per pagare agli Unni tributi che non servirono a tenerli lontani dai territori dell'impero. Per reintegrare quanto spendeva confiscava, con ogni genere di pretesti o con la violenza, le ricchezze dei privati.
Fisicamente Giustiniano era di corporatura media e di gradeevole aspetto, somigliava a Domiziano (non a caso l'Autore sceglie un imperatore maledetto che subì la damnatio memoriae) le cui sembianze si potevano vedere in una statua fatta realizzare dalla moglie Domizia Longina che ne ritraeva il corpo smembrato e straziato dai carnefici.
Quanto al carattere di Giustiniano, Procopio non risparmia gli epiteti ed afferma: "la natura sembrava aver sottratto ad ogni altro uomo tutto il corredo dei mali per riporlo intero solo nell'animo suo".
La moglie di Giustiniano si chiamava Teodora. Suo padre Acacio, guardiano delle belve del circo, era morto prematuramente lasciando la moglie e tre bambine, Comitò, Teodora e Anastasia.
Ridotta in miseria la madre avviò le figlie alla prostituzione. A Teodora toccò, ancora bambina, di conoscere le più turpi pratiche contro natura e, appena fu cresciuta, divenne cortigiana. Per tutta la vita fu incredibilmente lussuriosa ed anche da imperatrice non evitò di esibirsi in pubblico nuda e offrire ogni forma di scandalo. I dettagli un po' morbosi con cui Procopio descrive la condotta di Teodora hanno chiaramente l'intento di fornire un ritratto esageratamente scandaloso dell'imperatrice.
Quando Giustiniano la conobbe si innamorò perdutamente di lei, la prese come amante e le fornì grandi ricchezze e un titolo nobiliare. Finché visse l'imperatrice Eufemia, che pure non si interessò mai di questioni politiche, si oppose al matrimonio fra Giustiniano e Teodora, ma morta Eufemia Giustiniano convinse lo zio a cambiare le leggi che gli avrebbero impedito di sposare una cortigiana e le nozze furono celebrate.
La coppia fu incoronata il 4 aprile 527 e poco dopo Giustino morì lasciando tutto il potere a Giustiniano e Teodora.
I due coniugi gerstirono il potere sempre insieme, concordi nell'ideare e nell'attuare ogni sopruso, ma spesso, per confondere gli avversari, si fingevano in disaccordo. In questo modo riuscirono a dividere i sudditi e garantirsi una presa più salda sull'autorità.
Deciso a dare ad ogni cosa la propria impronta, Giustiniano cambiò le istituzioni e le cariche militari, sconvolse le leggi e riformò il diritto. Poiché l'impero era in pace, per soddisfare la sua sete di sangue Giustiniano provocava guerre fra i popoli confinanti ed elargendo loro ricchi donativi li spingeva di fatto a provocare ostilità con il fine di "vendergli la pace".
L'imperatore impose l'abiura ai seguaci di numerose eresie che proliferavano nell'impero perna l'esproprio di ogni avere: molti fuggirono, molti furono ridotti in miseria e si suicidarono, altri si uccisero per compiere un atto di devozione.
Quando Giustiniano emanò disposizioni contro i Samaritani (da sempre indipendenti e tradizionalisti) l'ordine in Palestina ne fu sconvolto. Nelle cittò molti decisero di evitare le persecuzioni dichiarandosi cristiani, ma i contadini si sollevarono (aprile 529) e proclamarono imperatore un certo Giuliano.
I pagani, che all'epoca erano detti "elleni", venivano colpiti con la tortura e l'esproprio dei beni ed una particolare persecuzione fu indetta contro la pederastia. I pederasti venivano evirati in pubblico ma in genere le condanne erano basate su delazioni non controllate e colpivano sempre i Verdi o i ricchi.
In conseguenza di tutto ciò molti fuggirono da Bisanzio e dalle regioni centrali dell'impero per rifugiarsi oltre frontiera o nelle regioni imperiali più remote.
Per sottolineare l'avidità di Giusiniano e Teodora, Procopio cita molti esempi di patrimoni incamerati dalla coppia imperiale falsificando testamenti, lettere ed altri documenti.
L'Autore condivideva con molti conoscenti l'opinione che Giustiniano e Teodora fossero demoni travestiti, decisi a distruggere l'umanità. Lo suggerivano la loro potenza ed il loro successo nell'oprare il male, ma anche la coicidenza che durante il loro regno si verificarono alluvioni, terremoti, catastrofi. Si diceva che la madre di Giustiniano lo avesse concepito con un demone invisibile, si parlava di spettri che infestavano il palazzo. Un santo monaco asseriva di aver riconosciuto nell'imperatore il principe dei demoni, e così via.
Giustiniano usava tuttavia mostrarsi modesto, affabile e mite, non pretendeva il rispetto dell'etichetta e concedeva volentieri udienza a chi gliela chiedeva. Dimostrava la propria religiosità con favori al clero e donativi alle chiese.
Procopio afferma che Giustiniano era un vero barbaro nell'eloquio, nel sembiante, nell'intelletto. Usava scrivere personalmente lettere e decreti, stravolgendo le consuetudini, e tendeva ad amministrare direttamente la giustizia spesso a suo vantaggio lasciandosi facilmente corrompere. Aveva privato il senato di ogni funzione e dignità e lasciava che si riunisse solo per questioni di forma.
Il primo a persuadere Giustiniano a lasciarsi corrompere fu il referendario Leone di Cilicia che accettava compensi da dividere con l'imperatore da chi desiderava assicurarsi sentenze favorevoli.
Quanto a Teodora nemmeno il trascorrere del tempo e l'avanzare dell'età riuscirono a mitigare il suo furore. Era tanto vendicativa che quando un avversario moriva continuava a perseguitarne i discendenti.
Mentre Giustiniano dormiva pochissimo, Teodora trascorreva a letto la maggior parte del suo tempo e lasciuava attendere per ore chi le aveva chiesto udienza. Poteva convocare un tribunale completamente sottomesso al suo volere per rovinare chi odiava.
Procopio racconta l'episodio esemplare di un anziano patrizio che si rivolse a Teodora per recuperare le ingenti somme prestate ad un servitore di lei. La perfida donna lo umiliò deridendolo insieme ad un coro di eunuchi.
Quando Amalasunta decise di trasferirsi a Bisanzio, Teodora ne fu gelosa e convinse il marito a mandare a prenderla Pietro Patrizio il quale, per segreto ordine di lei, persuase Teodato ad uccidere Amalasunta.
Seguono vari altri esempi di condanne inique e di trame malvage ordite da Teodora contro chi la offendeva.
Adiratasi contro un certo Diogene, ottima persona amata da tutti, Teodora organizzò contro fi lui una falsa accusa di omosessualità, ma questa volta non riuscì nel suo intento e Diogene fu assolto con grande gioia dell'intera città. Fece invece impalare Callinico governatore in Cilicia perché aveva fatto giustiziare due Azzurri che lo avevano aggredito ed avevano ucciso una persona del suo seguito.
Costrinse cinquecento prostitute a rinchiudersi in monastero ma alcune di esse preferirono il suicidio. Decise quindi di far sposare a due giovani e nobili vedove due uomini di infimo rango e le costrinse a queste nozze con la forza, violando la chiesa in cui si erano rifugiate.
Quando si presentò un figlio che aveva avuto quando era ancora un'attrice e che aveva vissuto con il padre lontano da lei, Teodora non esitò a farlo eliminare dai suoi sicari.
L'imperatrice proteggeva le adultere colpendo i mariti traditi con false accuse ed inique condanne, di conseguenza gli adulterii si fecero più numerosi ed i mariti fingevano di non sapere per evitare il pericolo. Interveniva spesso per imporre o annullare arbitrariamente matrimoni e anche su questo costume dell'imperatrice Procopio fornisce esempi e dettagli.
Odiando Giovanni il Cappadoce non si contentò di farlo esiliare a Cizico ma trovò un falso testimone per accusarlo di aver ucciso il vescovo del luogo.
Dopo la vittoria sui Vandali in Libria, Giustiniano richiamò Belisario accusandolo ingiustamente di comportamenti dispotici, quindi passò a derubare le province requisendo i terreni migliori ed imponendo tasse gravosissime. Non pagando i solfati, inoltre, provocò un pericoloso malcontento.
La guerra, la miseria, le malattie spopolarono rapidamente la Libia come l'Italia, la Gallia come l'Illirico.
Intanto gli Unni e altri barbari compivano continue scorrerie in Tracia ed in Illiria, i Saraceni in Oriente fino al confine con la Persia, i Persiani di Cosroe attaccarono tre volte l'impero. Anche Cosroe era malvagio, ma secondo Procopio fu Giustiniano a provocarlo. Egli era infatti per indole un guerrafondaio ma una volta provocata la guerra la trascurava per avarzia e così tutta la terra traboccò di sangue umano.
Non minore spargimento di sangue causarono all'interno le sedizioni, le lotte fra le fazioni rivali ed i delitti in genere che rimanevano spesso impuniti.
Un notabile di Bisanzio raccontava di aver sognato Giustiniano bere tutta l'acqua del mare e poi quella, sporca ed infetta, che proveniva dagli scarichi. Per Procopio questo sogno rappresenta l'insaziabile avidità di Giustiniano che dopo aver rapidamente dilapidato il ragguardevole patrimonio che Anastasio aveva lasciato all'erario prese a dissanguare i sudditi con confische, rapine e violenze.
Giustiniano istituì una nuova tassa sul commercio ed un magistrato addetto ad esigerla con il risultato di triplicare i pressi di mercato. Istituì anche due nuove cariche di polizia: il praetor plebis che doveva vigilare sui furti e il quaesitor che si occupava di eresie e reati carnali, ma i magistrati erano corrotti e complici di Giustiniano nel derubare la popolazione.
Eliminato Giovanni il Cappadoce, Giustiniano e Teodora lo sostituirono prima con Teodato (541-542), poi con Pietro Barsime, un ex cambiavalute disonesto che si era fatto pretoriano (543-546) e che divenuto prefetto si dedicò alla compravendita delle cariche, alla borsa nera e ad altri loschi commerci.
Appropriandosi del soldo dei suoi sottoposti, Barsime stava per provocare una rivolta e Giustiniano fu sul punto di deporlo ma fu soccorso da Teodora che lo stimava molto, forse perché era esperto di pratiche di stregoneria a lei molto care.
Era antica consuetudine concedere di tanto in tanto condoni fiscali, ma Giustiniano non lo fece mai e molti dovettero andare via per sfuggire a fisco e delatori, abbandonando i propri beni. Unica eccezione fu l'esenzione di un anno concessa alle città devastate dai Persiani.
I proprietari terrieri, obbligati a provvedere alle necessità dell'esercito, erano particolarmente vessati ed il calcolo delle imposte da loro dovute era dal tutto arbitrario. Ciò avvenne sotto Giovanni il Cappadoce, sotto Barsine e sotto i loro successori.
I logoteti erano funzionari preposti a "spremere" i militari lucrando la dodicesima parte del ricavato. Con meccanismi burocratici impedivano che i soldati, procedendo nell'anzianità di servizio, percepissero maggiori consensi e, ovviamente, logoteti ed imperatore si impadronivano così dei forni risparmiati. Con questa ed altre vessazioni i militari si impoverirono e spesso persero lo spirito guerresco.
Quando fu conclusa la pace con la Persia i "limitanei", cioè i soldati di guardia al confine, furono costretti a rinunciare ad anni di soldo arretrato e finirono a chiedere l'elemosina.
Un particolare commercio si teneva per la carica degli "scolari", una guardia di palazzo che partecipava alle cerimonie la cui appartenenza era considerata onorifica. Inoltre Giustiniano spesso minacciava fi mandare gli scolari al fronte, sapendoli inadeguati, per poterli ricattare. Analoghe vessazioni subivano anche gli altri funzionari mentre ogni forma di premio o donativo era stata abrogata.
Procopio passa a parlare degli abusi di Giustiniano ai danni di mercanti, artigiani e naviganti.
Bisanzio è situata fra due stretti, l'Ellesponto fra Sesto e Abido e lo Hieron all'inizio del Ponto Eusino.
Sull'Ellesponto non c'era dogana ma solo la vigilanza di un magistrato che veniva retribuito direttamente con i pedaggi delle navi. Il magistrato dell'altro stretto era invece stipendiato e doveva controllare che non uscissero dallo stato merci di cui era vietata l'esportazione.
Giustiniano stabilì una dogana su ogni stretto con a capo funzionari che avevano il compito di estorcere ai naviganti più denaro possibile.
Un funzionario siriaco di nome Addeo, invece, esigeva tributi gravosi dalle navi che entravano nel porto. Il risultato di tutto ciò era un continua aumento dei prezzi a scapito come sempre della popolazione.
Per loro personali speculazione Giustiniano e Teodora imponevano controvalori ai cambiavalute che provocavano grave svalutazione della moneta d'oro. Con il monopolio statale su quasi tutte le merci vessavano i consumato e con altre manovre compiute con Pietro Barsine portarono alla rovina i commercianti di seta.
L'impoverimento della popolazione fu tale che nessuno aveva più bene da difendere in procedimenti legali, così anche gli avvocati furono ridotti in miseria. Giustiniano requisì anche i fondi delle città per le spese urbane e gli spettacoli, creando altri innumerevoli disoccupati e tanta infelicità.
Quanto ai poveri Giustiniano peggiorò la loro condizione aumentando il prezzo del pane tramite il monopolio e rendendo l'acqua difficile da reperire perché non spendeva il necessario per la manutenzione degli acquedotti.
Ogni sussidio venne revocato, ogni fondo requisito con la collaborazione di Alessandro la Forbice.
Analoghe misure vennero prese in Egitto tramite il prefetto Efesto che monopolizzò tutte le attività commerciali fissando i prezzi a suo piacimento.
Avviandosi alla conclusione del libro, Procopio intende riferire alcuni esempi che dimostrino l'assoluta mancanza di morale e di lealtà con cui Giustiniano conduceva le proprie cose nel pubblico e nel privato.
Il primo esempio riguarda Paolo di Tabamisi che nel 537 fu nominato vescovo di Alessandria ed incaricato dall'imperatore di occuparsi della questione dei monofisiti. Paolo aveva aperto una persecuzione con l'aiuto del governatore Rodone che aveva avuto da Giustiniano l'ordine di assisterno in tutto. Ma Teodora simpatizzava per i monofisiti e quando la morte di un diacono di Alessandria inquisito da Rodone suscità uno scandalo, l'imperatrice convinse il marito ad intervenire contro i propri incaricati. Paolo venne deposto e Rodone giustiziato nonostante dimostrassero di aver agito per ordine imperiale.
Il governatore della Palestina Faustino fu denunciato per aver praticato riti tradizionali dei Samaritani. Processato e condannato all'esilio fu immediatamente reintegrato quando trovò il denaro per corrompere Giustiniano.
L'imperatore accettò di modificare la legge sulla prescrizione dei debiti per favorire dei truffatori della città di Emesa che falsificavano documenti per estorcere ai cittadini facoltosi ingenti somme pretendendo il pagamento di debiti che in realtà non erano mai stati contratti.
Per dimostrare l'ipocrisia di Giustiniano, Procopio racconta l'episodio di Liberio e di Giovanni detto Lassarione che furono entrambi nominato governatori di Alessandria. L'imperatore confermava a ciascuno la nomina privatamente esortandoli a prendere possesso della carica. Infine i due si scontrarono e Giovanni venne ucciso.
Fra le varie colpe che Procopio imputa a Giustiniano è la soppressione o il ridimensionamento di molti servizi postali, misura dettata dall'avarizia dell'imperatore che determinò la crisi delle comunicazione e l'impoverimento di quanti da quei servizi traevano sostentamento.
Analogo comportamento Giustiniano tenne nei confronti dei servizi di spionaggio infiltrati nei paesi nemici (che furono eliminati) e di quelli di approvvigionamento delle truppe che furono eccessivamente ridotti.
Giustiniano e Teodora cambiarono anche i cerimoniali e le consuetudini di corte per ricevere omaggi servili, genuflessioni ed atti di sottomissione da chi si presentava al loro cospetto.
Procopio conclude con l'osservazione che solo dopo la morte di Giustiniano sarà possibile conoscere la verità sulle ricchezze dell'impero che molti dicevano ormai disperse ed altri ritenevano tutte occultate dal "principe dei demoni".