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N O P Q R S T U V W Y Z  

PUBLIO OVIDIO NASONE

METAMORFOSI


LIBRO PRIMO


Rivolgendo una formale invocazione agli dei, Ovidio manifesta la sua intenzione di ripercorrere, attraverso l'analisi del mito, la storia del mondo dalle origini ai suoi tempi.

In principio era il Caos e tutti gli elementi erano confusi in un'unica massa informe, poi la natura separò la terra, il cielo ed il mare.
Allora dalla volta celeste guizzò il fuoco che ebbe la sua sede nel cielo, la terra densa e pesante attrasse gli elementi più gravi, separandola l'aria dal cielo e circondandola l'acqua.
Poi un nume, non importa chi fosse, proseguì la creazione dei fiumi, dei laghi, dei monti, delle valli. Creò la foresta e le campagne. Divise la zona torrida da quelle temperate e queste dalle glaciali.
Nell'aria volle la nebbia, le nubi, i fulmini, i tuoni ed i venti.
Gli astri e gli dei popolavano il cielo, le belve la terra, i pesci il mare, gli uccelli l'aria. Mancava solo l'animale più nobile: l'uomo. Lo creò Prometeo mescolando la terra e la pioggia e lo fece somigliante agli dei.
Venne per prima l'età dell'oro, età di giustizia e di fede, senza leggi e castighi. Non c'erano guerre e tutti si nutrivano dei frutti spontanei del suolo, in un'eterna primavera.
Quando Giove ebbe gettato Saturno nel Tartaro ebbe inizio l'età dell'argento.
Giove volle dividere l'anno in quattro stagioni e con i primi freddi sorsero le prime piccole case. L'uomo iniziò a lavorare la terra.
Seguì l'età del bronzo, già pronta alle orribili guerre, poi quella del ferro portò con se quanto c'è di peggiore nel mondo: la guerra, la rapina, il tradimento. La natura non fu più benigna e l'uomo conobbe il lavoro, la fatica, il pericolo.
La "vergine Astrea" (la giustizia) abbandonò la terra lorda di sangue.
I Giganti, aspirando a conquistare il cielo, sovrapposero i monti, ma Giove li fece precipitare, quindi convocò nella sua sede tutti gli dei che accorsero lungo la Via Lattea.
Lo sdegno di Giove nasceva dall'inganno di Licaone re d'Arcadia: Giove aveva voluto visitare la terra per valutare i vizi dell'umanità e quando era stato ospite di Licaone questi, per accertarsi della divinità dell'ospite, gli aveva servito carne umana. Giove aveva distrutto la casa e trasformato Licaone in un lupo.
Ma l'aver punito Licaone non appagava il dio che aveva visto la malvagità possedere l'intero genere umano che, quindi, doveva essere distrutto. Alcuni degli dei compiansero il destino dell'uomo ma nessuno osò opporsi al signore del cielo.
Giove scagliò innumerevoli folgori ma infine, temendo che il fuoco potesse arrivare alla reggia celeste, volle mandare il diluvio.
Rinchiuse il vento Aquilone che allontana le nubi e scatenò Noto, che le porta. Iride raccolse le acque alimentando le nuvole e Nettuno, fratello di Giove, ordinò ai fiumi di straripare e scosse la terra con il suo tridente.
Il mondo fu inondato, le campagne, le case, le città sommerse. Chi non annegò salvandosi sulle imbarcazioni più tardi morì di fame.
Sulla vetta del Parnaso, che ancora emergeva, ripararono Deucalione e Pirra, gli unici sopravvissuti, giusti e religiosi.
Allora Giove liberò Aquilone perché allontanasse le nuvole e Nettuno mandò Tritone a richiamare le acque.
Salvi ma disperati, Deucalione e Pirra si rivolsero alla dea Temi che aveva un oracolo sul monte. Fu loro ordinato di gettare sassi dietro le spalle e, miracolosamente, i sassi gettati da Deucalione divennero uomini, donne quelli scagliati da Pirra.
A poco a poco la terra rigenerò la vegetazione e la fauna.
Tra le nuove bestie nacque un mostruoso pitone che Apollo uccise con le sue frecce, istituendo i giochi pitici per ricordare l'evento.
Cupido colpì Apollo con una freccia d'oro che faceva innamorare e Dafne con una freccia di piombo che chiudeva il cuore all'amore.
Dafne era una ninfa, figlia del fiume Peneo, molti la chiedevano in sposa ma lui rifiutava le nozze. Preso da folle passione Apollo la inseguì ma Dafne, quando stava per essere raggiunta, chiese aiuto al padre e venne tramutata in un albero di alloro, pianta che Apollo da allora volle consacrare.
Molti fiumi si dolsero con Peneo della perdita di Dafne ma non Inaco che spofondava nel suolo piangendo la scomparsa della figlia Io.
Questa, ninfa bellissima, era stata concupita da Zeus che per nasconderla a Giunone l'aveva trasformata in giovenca, ma Giunone aveva preteso la vacca affidandola ad Argo dai cento occhi.
Io riuscì a farsi riconoscere dal padre tracciando segni con le zampe ma Inaco non potè far nulla per aiutarla.
Infine Giove, turbato dal destino della giovane, ordinò a Mercurio di uccidere Argo.
Mercurio, assunte le sembianze di un pastore, prese a discorrere con Argo e, fra l'altro, gli raccontò la vicenda di Siringa, la ninfa che per sfuggire alla libidine di Pan chiese alle Naiadi di essere trasformata in un fascio di canne. In sua memoria Pan costruì con le canne il suo flauto, detto appunto siringa.
Conversando Argo si addormentò e Mercurio rese più profondo il suo sonno usando la sua verga magica, quindi lo decapitò.
Quando seppe che il suo servitore era stato ucciso Giunone volle adornare con i suoi cento occhi la coda del pavone, quindi fece impazzire Io che fuggì fino al Nilo.
Infine Giove placò la gelosia di Giunone e restituì ad Io la sua forma umana.
Io, che fu poi venerata come una dea, partorì Epafo, coetaneo di Fetonte. Durante una lite Epafo mise in dubbio che Fetonte fosse veramente figlio di un dio. La madre di Fetonte, Climene, giurò di essere stata amata dal Sole e spronò il figlio ad andare a visitare la casa del padre, al confine del mondo.

LIBRO SECONDO


Febo accolse Fetonte nella sua casa splendente dove sedeva con le Ore, le Stagioni, i Mesi e tutte le parti del tempo.
Fetonte lo interrogò e Febo, abbracciandolo, confermò di essere suo padre e gli offrì di scegliere qualunque dono avesse desiderato.
Fetonte gli chiese di poter guidare per un giorno il carro del Sole. Apollo aveva giurato di esaudire il desiderio e non poteva quindi ritrattare la promessa ma tentò di dissuadere il figlio spiegandogli che non si trattava di impresa adatta ad un mortale.
Ma Fetonte non accettò di cambiare idea e Febo, suo malgrado fu costretto ad accontentarlo e a dargli istruzioni sulla guida del carro.
Giunto il momento i quattro cavalli (Eto, Piròo, Flegonte e Eoo) scalpitarono impazienti di partire e non appena i cancelli si aprirono si lanciarono al galoppo, ma il carro era più leggero del solito e si scuoteva instabile nell'aria. Colto dal panico Fetonte fu incapace di guidare e si lasciò trasportare nella folle corsa attraverso il cielo, fra figure minacciose di enormi animali: lo scorpione lo terrorizzò ed il giovane lasciò cadere le briglie.
I cavalli corsero senza meta e senza freno e quando scesero troppo in basso la terra si incendiò. Mentre il fuoco distruggeva intere nazioni e prosciugava fiumi e mari la Terra si rivolse a Giove implorandolo di salvare l'universo.
Giove intervenne fulminando Fetonte che precipitò in fiamme nell'Eridano dove fu trovato e sepolto dalle Naiadi d'Esperia.
Disperata Climene cercò le spoglie del figlio e quando le trovò levò il suo pianto insieme alle figlie Faetusa e Lampezie.
Le sorelle di Fetonte lo piansero tanto che furono trasformate in salici. Anche il re dei Liguri Cicno, grande amico di Fetonte, si disperò per la perdita e fu mutato in cigno.
Addolorato Apollo minacciò di non guidare più il carro del sole ma tutti gli dei lo scongiurarono e lo stesso Giove si scusò per l'accaduto. Apollo richiamò i cavalli e li percosse, dando loro la colpa della fine del figlio.
Mentre controllava i danni prodotti dal fuoco, Giove notò una ninfa d'Arcadia armata per la caccia e si innamorò di lei. Assunse l'aspetto di Diana e l'avvicinò, prese a baciarla con crescente passione ed infine la violentò.
La ninfa era Callisto e faceva parte del corteggio di Diana. Dopo lo stupro tentò di dissimulare con le compagne ma una volta fu costretta a bagnarsi con loro e la nudità svelò la sua gravidanza. Diana la scacciò e Giunone, venuta a conoscenza dell'adulterio di Giove, trasformò Callisto in un'orsa, dopo che ebbe partorito un bambino che fu chiamato Arcade.
Quindici anni dopo Arcade stava per uccidere la madre durante una caccia, per impedirlo Giove trasformò madre e figlio rispettivamente nella costellazione dell'Orsa Maggiore e del Guardiano, con grande sdegno di Giunone.

Apollo si innamorò di una fanciulla tessala di nome Coronide, figlia di Flegias. Dopo essersi unito a lei la affidò alla vigilanza del corso, suo servitore che aveva allora il piumaggio candido.
Coronide tradì Apollo con il giovane Ischi ed il corvo ne informò il dio. Furibondo Apollo uccise Coronide ma quando lei, agonizzando, gli rivelò di essere incinta se ne pentì.
Prima che il corpo di Coronide ardesse sulla pira, Apollo ne estrasse il feto che affidò al centauro Chirone, quindi punì il corvo che lo aveva indotto a tanta ira facendo divenire nere le sue piume.
In effetti, prima di parlare con Apollo, il corvo era stato avvertito del pericolo da una cornacchia che aveva incontrato recandosi dal dio. Quella cornacchia era stata un'altra Coronide, figlia di Coroneo re della Focide, e la sua metamorfosi era opera di Atena che l'aveva mutata in uccello per salvarla dalla libidine di Nettuno.
Chirone era fiero dell'incarico ricevuto ma sua figlia Ociroe, dotata di chiaroveggenza, lo avvertì che il bambino, Esculapio, sarebbe divenuto un grande medico ma arrivato a fa risorgere i defunti sarebbe stato punito da Giove. Predisse anche la fine di Chirone ma le sue divinazioni violavano un divieto e per impedirle di continuare gli dei la trasformarono in una cavalla.

Mentre Apollo era pastore in Elide, Mercurio rubò il suo bestiame, quindi comprò il silenzio del vecchio mandriano Batto. Non fidandosi tornò da Batto dopo aver mutato aspetto e finse di essere il derubato promettendo al mandriano un premio in cambio di informazioni.
Batto, tradendo la prima promessa, indicò dove era stato portato il bestiame rubato e Mercurio lo mutò in una pietra.

Mercurio si innamorò di Erse, una delle tre figlie di Cecrope e si rivolse alla sorella di lei Aglauro chiedendole di favorire il suo amore, ma Minerva era adirata con Aglauro.
Qualche tempo prima, infatti, Minerva aveva respinto Vulcano e dal seme disperso di lui era nato dalla terra Erittonio, metà uomo e metà serpente.
Minerva aveva affidato il neonato alle tre sorelle cecropidi proibendo loro di aprire la cesta che lo conteneva ma Aglauro aveva violato il divieto.
Per punirla Minerva ordinò all'Invidia di contagiare Aglauro con il suo veleno e, ovviamente la giovane arse d'invidia per l'amante divino di Erse; ma quando osò ostacolare il passo a Mercurio questi la trasformò in sasso.

Giove assunse l'aspetto di un toro bianco, bellissimo e mansueto e prese a giocare con una fanciulla inducendola a salirgli in groppa, quindi entrò in mare portandola con se.

LIBRO TERZO


Giove giunse a Creta con la fanciulla rapita, intanto il padre di lei Agenore ordinava al figlio Cadmo di cercarla ovunque.
Cadmo non trovò Europa e venne esiliato, l'oracolo di Apollo lo istruì: avrebbe incontrato una giovenca, avrebbe dovuto seguirla e fondare una città nel luogo dove l'animale si fosse fermato.
Cadmo eseguì, ma quando ebbe trovato il luogo un enorme serpente fece strage dei suo compagni che erano andati in cerca dell'acqua per i sacrifici.
Dopo una terribile lotta, Cadmo trafisse il serpente.
Si manifestò Minervav ed ordinò a Cadmo di seminare i denti del drago. Subito ne nacquero dei giovani guerrieri che presero a combattersi fra loro finché non ne rimasero che cinque, fra i quali Echione.
I cinque superstiti aiutarono Cadmo a costruire Tebe.
Cadmo visse nella città da lui fondata, sposò la figlia di Marte e Venere (Armonia) ed ebbe figli e nipoti. Ma il fato non gli riservava una vecchiaia felice. Il primo dolore venne dalla morte di suo nipote Atteone. Questi, cercando refrigerio nel bosco dopo la caccia, in un torrido giorno d'estate, involontariamente scorse Diana prendere il bagno nuda in compagnia delle sue ancelle. Non avendo vicine le frecce Diana lo spruzzò con l'acqua in cui si stava bagnando e Atteone venne trasformato in cervo e, poco dopo, fu dilaniato dalla muta dei suoi cani.
Gelosa dell'amore di Giove per Semele figlia di Cadmo, Giunone assunse le sembianze di Beroe, la nutrice della giovane, e la convinse a chiedere a Giove la prova della sua identità mostrandosi nel suo vero aspetto.
Semele chiese a Giove di esaudire un suo desiderio ed il dio giurò di accontentarla e quando l'amante gli disse cosa voleva suo malgrado fu costretto a palesarsi. Semele fu bruciata viva dalla visione. Giove salvò il feto dal suo grembo e, poiché non era ancora maturo, se lo fece cucire in una coscia.
Quando fu tempo estrasse il neonato e lo affidò a Ino, sorella di Semele.

Dopo aver fatto l'amore, una volta, Giove e Giunone discussero fra loro quale fra l'uomo e la donna provi maggior piacere. Chiamarono come arbitro Tiresia che avendo colpito due serpenti magici era stato trasformato in donna per sette anni e quindi avrebbe potuto giudicare con cognizione di causa. Tiresia disse che il piacere femminile è maggiore, dando ragione a Giove e facendo adirare Giunone che lo rese cieco. Per compensarlo Giove fece di lui un indovino.
La ninfa Liriope fu violentata dal fiume Cefiso e partorì un bambino che fu chiamato Narciso.
Cresciuto, Narciso era di incomparabile bellezza e desiderato dai giovani di ambo i sessi, ma respingeva ogni profferta amorosa. Respinse anche la ninfa Eco che aveva la caratteristica di rispondere sempre ripetendo le ultime parole che le erano state rivolte. Questo bizzarro destino le era toccato per volontà di Giunone che aveva scoperto che Eco avvertiva le ninfe corteggiate da Giove all'avvicinarsi di estranei durante i loro convegni amorosi.
Narciso rimase dunque insensibile all'amore fin quando non vide se stesso riflesso nelle limpide acque della fonte Rannusia. La sua passione crebbe al punto che, come aveva predetto Tiresia, morì di consunzione, compianto da Eco. Il suo cadavere fu mutato nel fiore che da lui prese il nome.
Il re di Tebe Penteo, figlio di Echione e di Agave, derise Tiresia non credendo alle sue divinazioni e l'indovino gli predisse un orribile destino.
Quando giunsero a Tebe i seguaci del nuovo culto di Bacco, Penteo ne fu contrariato e proibì ai Tebani di partecipare ai riti dionisiaci. Fece arrestare ed interrogò uno dei fedeli del corteo che rivelò di chiamarsi Acete e di essere stato il timoniere di una nave pirata.
Quando i suoi compagni avevano rapito il giovane Bacco questi li aveva tramutati in delfini, tutti tranne lui perché si era opposto al rapimento.
Penteo non credette alla storia di Acete ed ordinò di giustiziarlo. Acete fu gettato in carcere in attesa dell'esecuzione ma le sue catene si sciolsero prodigiosamente la sole, intanto la madre di Penteo Agave e le sue sorelle Ino e Autonoe impazzirono per volere del dio e quando Penteo si recò nel luogo dei loro riti lo scambiarono per una belva feroce, lo uccisero dilaniando il suo corpo.


LIBRO QUARTO


Tiresia ordinò di celebrare i riti di Bacco ma le figlie di Minia rifiutarono e rimasero in casa a filare. Durante il lavoro una di loro, Alcitoe, raccontò alle sorelle il mito di Piramo e Tisbe.
Erano due giovani babilonesi che abitavano in case contigue e si conoscevano dall'infanzia. Innamorati ma ostacolati dalla famiglia, dopo aver parlato a lungo di nascosto tramite una fessura in un muro, decisero la fuga. Nel luogo convenuto per l'incontro Tisbe giunse per prima ed incontrò una leonessa con la bocca insanguinata per aver sbranato un vitello. Si salvò ma perse il mantello che venne lacerato e sporcato di sangue dalla belva. Sopraggiunse Piramo: trovando il velo insanguinato credette che Tisbe morta e si uccise, al suo ritorno Tisbe vedendo il cadavere di Piramo si uccise a sua volta. Dopo la loro morte le famiglie abbandonarono gli antichi rancori e li seppellirono insieme.
Terminato il racconto di Alcitoe, la sorella Leuconoe narra l'episodio dell'adulterio commesso da Venere e Marte ai danni di Vulcano. Fu il Sole a denunciare gli amanti al marito tradito e Venere punì provocando il suo infelice amore con Leucotoe, figlia del re di Babilonia Orcano e di Eurinome.
Febo, assumendo l'aspetto della madre di lei, si introdusse nella casa di Leucotoe e la sedusse. Per invidia la ninfa Clizia, a sua volta innamorata di Febo, denunciò il fatto a Orcano che seppellì viva Leucotoe.
Febo tentò di salvarla ma non potendo contrastare il destino la trasformò nell'albero dell'incenso.
Da allora Febo non volle più vedere Clizia la quale trascorse i suoi giorni seguendo con lo sguardo il percorso del sole finché, consunta dal dolore, venne trasformata in girasole.
Al termine della narrazione di Leuconoe riprese a parlare Alcitoe accennando ai miti del pastore Dafni mutato in pietra, di Sitone nato donna e divenuto uomo, di Celmi mutato in diamante, dei Cureti, di Smilace e Croco e finalmente passò a raccontare la novella della ninfa Salmacide che si innamorò di Ermafrodito, figlio di Ermes ed Afrodite, e vedendolo bagnarsi in un lago si strinse a lui per non più separarsene finché i due corpi divennero uno solo.
Ermafrodito ottenne dai suoi genitori che le acque di quel lago fossero fatali per la virilità di chi vi si bagna.
Finiti i racconti ed il lavoro le sorelle riposero i loro strumenti ma i tessuti divennero tralci di vite e di edera, un incendio avvampò e le fanciulle terrorizzate fuggirono lontano dal fuoco cercando il buio e divennero pipistrelli.
Gelosa di Semele, Giunone non tollerava l'ascesa di Bacco. Voleva distruggere la stirpe di Cadmo; scese quindi negli Inferi per scatenare le Erinni contro Atamante, marito di Ino.
Tisifone raggiunse la reggia di Atamante ed Ino e scagliando contro di loro due serpenti della sua chioma li fece impazzire.
Atamante strappò dalle braccia di Ino il figlioletto Learco e lo uccise, Ino corse a gettarsi in mare con il figlio Melicerte.
Pregato da Venere, Nettuno trasformò la madre ed il figlio in divinità del suo corteggio chiamandoli rispettivamente Leucotea e Palemone.
Infine Giunone volle colpire anche le compagne di Ino trasformandole in parte in pietre ed in parte negli uccelli detti imenidi.
Cadmo ed Armonia ignoravano la deificazione di Ino e Melicerte, vinti dal dolore vagarono a lungo finché non giunsero in Illiria. Qui Cadmo ricordò il serpente che aveva ucciso tanto tempo prima e lo suppose di natura divina, spiegando con quell'uccisione la causa di tante disgrazie che colpivano la sua famiglia. Fu allora che iniziò la metamorfosi che rapidamente lo trasformò in serpente.
Il grande rettile rimase accanto ad Armonia che accarezzandolo pregava di essere trasformata a sua volta e venne esaudita.
Anche Acrisio re di Argo negava la natura divina di Bacco così come non credeva che sua figlia Danae fosse stata amata da Giove, ma quando venne a conoscenza delle imprese del nipote Perseo dovette ricredersi.
Dopo aver ucciso Medusa, Perseo raggiunse la sede di Atlante ma questi lo scacciò e Perseo, mostrandogli la testa di Medusa, lo trasformò nel monte che porta il suo nome.
Volando Perseo vide Andromeda legata ad una rupe sul mare. Colpito dalla sua bellezza scese a parlarle e volle conoscere il motivo della sua punizione.
Non appena la vergine gli ebbe narrato la sua storia (la madre Cassiopea aveva offeso Posidone sostenendo che Andromeda fosse più bella delle Nereidi), dal mare giunse il mostro mandato dal dio.
A Cassiopea e Cefeo che guardavano impotenti e disperati avanzare la belva, Perseo promise di salvare Andromeda a condizione di poterla sposare e subito si innalzò in volo per ricadere sul mostro e colpirlo più volte con la spada.
Infine, dopo una terribile lotta, la belva fu abbattuta e Perseo offrì sacrifici agli dei fra il giubilo di Andromeda e dei suoi genitori.
Durante il banchetto nuziale, Perseo narrò l'uccisione di Medusa e di come questa fosse stata un tempo una bellissima giovane, quando fu violata da Posidone nel tempio di Minerva la dea fece nascere la sua chioma di serpenti.


LIBRO QUINTO


Durante il banchetto nuziale Fineo, fratello di Cefeo e promesso sposo di Andromeda, tentò di uccidere Perseo il quale nella lotta uccise involontariamente Reto scatenando l'ira dei Cefeni. Morirono molti guerrieri (vedi riquadro) e cadde anche Emazione che, troppo vecchio per combattere rampognava i duellanti.
Vedendosi sopraffatto dalla moltitudine, Perseo ricorse al volto di Medusa e più di duecento avversari rimasero pietrificati.
Fineo implorò pietà ma Perseo, costringendolo a guardare il volto di Medusa, lo trasformò per sempre nella statua di un uomo che supplica.
Tornato in patria Perseo pietrificò anche Preto per vendicare la morte di Acrisio, e Polidette re di Serifo, suo nemico.
Minerva fece visita alle Muse per vedere la fonte aperta dallo zoccolo di Pegaso, nato dal sangue di Medusa.
Una musa raccontò alla dea l'oltraggio di Pireneo che, con il pretesto di offrire riparo da un temporale, aveva tentato di catturare le Muse. Quando queste fuggirono mutandosi in uccelli, Pireneo tentò di imitarle e si sfracellò al suolo. Sopraggiunsero nove piche e le Muse spiegarono a Minerva che si trattava delle figlie di Piero e di Evippe che avevano osato sfidarle.
Una di loro aveva aperto la gara cantando le gesta di Tifeo ed il terrore degli dei che si erano trasformati in animali per sfuggirgli.
Le rispose Calliope cantando di come Venere abbia ordinato a Cupido di nar innamorare Plutone di Proserpina. Plutone sorprese Proserpina mentre coglieva fiori su un prato in Sicilia. La ninfa Ciane che tentò di fermarlo fu mutata in una fonte.
Cerere prese a cercare dovunque, notte e giorno, la figlia. Giunta per caso presso a una capanna chiese da bere alla vecchia che vi abitava e quella le offrì una bevanda in cui aveva versato polenta. Mentre la dea si dissetava un ragazzo la derise chiamandola ingorda e fu tramutato in un geco.
Tornata in Sicilia Cerere scoprì la cintura della figlia nelle acque della fonte di Ciane. Adirata infranse gli aratri e rese sterile la Sicilia. Aretusa, ninfa mutata in fonte nell'isola di Ortigia a Siracusa, le svelò che nel compiere il tratto sotterraneo del suo percorso aveva visto Proserpina divenuta sposa di Plutone.
Cerere si rivolse a Giove pregandolo per la restituzione della figlia. Giove, pur assicurandole che Plutone ha rapito Proserpina per amore e non per ingiuria e considerando che si tratta comunque di uno degli dei maggiori, acconsentì a far tornare la fanciulla dalla madre a condizione che non avesse toccato cibo negli inferi, come stabilivano le Parche.
Ma il demone Ascalafo (che per questo fu mutato da Cerere in barbagianni) rivelò che Proserpina aveva mangiato sette grani di melograna.
Allora Giove decise che Proserpina trascorra sei mesi ogni anno con lo sposo e sei con la madre.
Ritrovata la figlia, Demetra volle conoscere la storia di Aretusa la quale raccontò di essere divenuta fonte per prodigio di Diana che aveva invocato per sfuggire alla lussuria di Alfeo. Diana l'aveva così accontentata ed il suo corso sotterraneo, che ha inizio nell'Elide, trovò sbocco ad Artigia.
Cerere donò a Trittolemo un carro trainato da serpenti alati con il quale seminare il grano su tutta le terra.
Quando Trittolemo giunse alla reggia di Linco questi, per invidia, tentò di ucciderlo e di impadronirsi del carro ma Cerere lo mutò in un lince.
Concluso il canto di Calliope, le ninfe chiamate ad arbitrare la gara assegnarono la vittoria alle Muse ma le sfidanti non smisero di dileggiare le vincitrici. Allora le Muse, adirate, le trasformarono in gazze.



LIBRO SESTO


I racconti delle Muse riportarono alla memoria di Minerva la storia di Aracne che osò sfidarla nell'arte di tessere. Prima di accettare la sfida la dea era apparsa ad Aracne con aspetto di vecchia per consigliarle di cambiare atteggiamento e chiedere perdono ma, di fronte all'arroganza della donna, si era manifestata ed aveva accettato di competere con lei.
Nella sua tela Pallade ricamò la scena della propria sfida con Nettuno al cospetto dei dodici dei per la consacrazione di Atene e, nei contorni, le storie di Rodope e Emo mutati in montagne, della regina dei Pigmei che divenne una gru per aver sfidato Giunone, di Antigone mutata in uccello e di Cinira che perse le figlie.
Completata la tela la dea ne guarnì i bordi raffigurando l'olivo a lei sacro.
Nella tela di Aracne si vedeva Europa rapita dal toro, Asteria che si trasformava in aquila, Leda che giace col cigno e Giove in forma di pioggia dorata con Danae, come fuoco con Egina, come pastore con Mnemosine, serpente con Deoide. Quindi Nettuno con Eolia, Ifimedia, Bisaltide; le ierogamie di Apollo, di Bacco e di Saturno. Il lavoro era guarnito di edera e fiori.
Il lavoro di Aracne era perfetto ma il tema scelto fece adirare Minerva che colpì la rivale con la spada e le strappò la tela. Non tollerando l'affronto Aracne si impiccò ma Minerva la salvò e la trasformò in un ragno perché per sempre debba filare le sue tele perfette.
L'esempio di Aracne non educò la sua compaesana Niobe che pure un tempo l'aveva conosciuta. Figlia di Tantalo e moglie del re di Tebe Anfione, costei osò vantarsi di avere sette figli e sette figlie mentre Latona aveva procreato soltanto Diana e Apollo.
Offesa Latona si rivolse ai suoi figli ed Apollo con le sue frecce trafisse tutti i figli di Niobe.
Anfione si suicidò, vinto dal dolore. Niobe, dimessa ogni superbia, piangeva sulle spoglie dei figli, tuttavia invocando Latona ricordò che le rimanevano ancora sette figlie e che quindi superava ancora di molto la dea.
Allora le frecce di Diana in pochi istanti tolsero la vita a tutte le figlie di Niobe.
La madre divenne di pietra e fu trasportata sul Sipilo, suo logo d'origine.
Quanti assistettero a questi eventi ricordarono quando Latona con i figli ancora lattanti era giunta in Lidia ed aveva voluto dissetarsi in uno stagno. Alcuni coloni volevano impedirglielo e nonostante le sue miti preghiere avevano malignamente intorbidito lo stagno saltandoci dentro. La collera della dea li aveva trasformati in rane.
Fu ricordato anche Marsia scorticato da Apollo ed il fiume di Frigia che porta il suo nome, nato dalle lacrime dei fauni, delle ninfe e dei pastori che compiangevano il satiro.
Mentre tutti piangevano per Anfione e i suoi figli Niobe era compianta soltanto dal fratello Pelope che mostrava la spalla rifatta in avorio dagli dei dopo che il padre lo aveva smembrato.
Alle esequie vennero persone da tutta la Grecia, mancavano soltanto gli Ateniesi, impossibilitati dalla guerra contro i barbari che li attaccavano. Li vinse Tereo re di Tracia.
Tereo aveva sposato Procne figlia di Pandione che dopo cinque anni gli chiese di poter rivedere la sorella Filomela.
Tereo si recò a Tebe per prendere Filomela ma quando la vide se ne innamorò. Pandione acconsentì controvoglia a lasciar partire la figlia e fece giurare a Tereo che gliela avrebbe presto riportata.
Tereo non portò Filomela dalla sorella ma la rinchiuse in una grotta e la violentò. Poiché la cognata minacciava di denunciare a tutti il misfatto le mozzò la lingua.
Continuò a tenerla prigioniera per abusarne di tanto in tanto e fece sapere a Procne che Filomela era morta.
Un anno dopo Filomela ricamò la sua storia su una tela e, tramite un'ancella, riuscì a farla avere a Procne.
Meditando la vendetta Procne approfittò della confusione delle feste di Bacco per liberare Filomela e nasconderla a Tereo, quindi le promise che lo stupratore sarebbe stato punito. Procne uccise il figlio Iti e ne servì le carni al marito, quando quello ebbe mangiato gli rivelò la natura dell'orribile pasto.
Tereo furioso sguainò la spada per uccidere la moglie e la cognata e mentre le inseguiva furono trasformati: Tereo in upupa, Filomela in rondine e Procne in usignolo.
Pandione morì di dolore ed il governo dell'Attica passò ad Eretteo.
Tereo con i Traci aveva combattuto Borea. Questi si era innamorato di Orizia figlia di Eretteo ma non era riuscito a sedurla con le sue preghiere, decise perciò di prenderla con la forza.
Nacquero così Calai e Zete che parteciparono all'impresa degli Argonauti.



LIBRO SETTIMO


Quando gli Argonauti giunsero in Colchide, la figlia del re Medea si innamorò di Giasone e decise di aiutarlo a superare le prove imposte da Eeta per la consegna del Vello d'Oro.
Giasone giurò a Medea che l'avrebbe sposata e Medea preparò per lui misteriose pozioni che gli permisero di affrontare incolume i tori dagli zoccoli di bronzo ed aggiogarli per tracciare i solchi nei quali seminare denti di drago.
Ne nacquero due guerrieri già completamente armati che si volsero contro Giasone ma quando questi scagliò un masso fra di loro presero a colpirsi reciprocamente finchè non perirono tutti.
Giasone prese il Vello d'Oro addormentando con una pozione di Medea il drago che lo custodiva e tornò a Iolco con la maga.
A Iolco Giasone la pregò di aiutare il padre Esone che stava morendo di vecchiaia. L'eroe si disse disposto a cedere al padre parte dei suoi anni ma Medea promise di fare di meglio e per nove giorni e nove notti vagò su un magico carro in cerca di erbe speciali con cui preparare i suoi filtri magici.
Con un filtro ed un rito misterioso rese la giovinezza ad Esone, lo seppe Dioniso e pregò la maga di fare altrettanto con le sue nutrici.
Fingendo di voler far ringiovanire Pelia, Medea convinse le sue filie ad ucciderlo.
In seguito Medea fu a Corinto dove vendicò orribilmente l'infedeltà di Giasone, quindi fuggì ad Atene dove divenne moglie di Egeo. Tentò di avvelenare Teseo, figlio di Egeo, con un filtro fatto con l'aconito che si dice sia nato dalla bava di Cerbero. Lo stesso Egeo che non aveva riconosciuto il figlio appena tornato da una guerra e lo credeva un nemico stava per propinargli il veleno ma all'ultimo momento Egeo riconobbe l'elsa d'avorio della spada del figlio e sventò il piano della maga. Medea si salvò fuggendo, avvolta da magiche nebbie. Durante i festeggiamenti che seguirono per la salvezza di Teseo si brindò alle gesta dell'eroe.
Ma la letizia di Egeo non era destinata a durare: Minosse re di Creta stava infatti per muovere guerra ad Atene per vendicare la morte del figlio Androgeo.
In cerca di alleanze, Minosse si era rivolto anche a Eaco, signore di Egina, ma questi aveva rifiutato di combattere contro gli Ateniesi cui era unito da antica amicizia.
Infatti quando presso Eaco giunse Cefalo messaggero di Atene il re mise a disposizione ogni possibile risorsa. Eaco raccontò la grande pestilenza che Giunone aveva mandato su Egina e come Giove, commosso dalle preghiere dello stesso Eaco, aveva ripopolato l'isola trasformando le formiche in esseri umani che formarono il popolo dei Mirmidoni.
Eaco ordinò che si preparasse un esercito per soccorrere Atene, quindi offrì un banchetto in onore di Cefalo.
L'indomani Cefalo narrò la sua triste storia. Era stata sua moglie Procri, figlia di Eretteo e sorella di Orizia, ed i due sposi si erano amati teneramente.
Un giorno Aurora si era invaghita di Cefalo che l'aveva respinta per fedeltà verso Procri. La dea gli aveva proposto di mettere alla prova la sposa, lo aveva reso irriconoscibile e lo aveva dotato di ricchi doni da offrire alla giovane.
Cefalo aveva a lungo tentato Procri e quando l'aveva vista sul punto di cedere si era rivelato. Procri era fuggita lontano ma dopo qualche tempo i due si erano riconciliati.
Durante la sua assenza Procri aveva incontrato Diana che le aveva donato una lancia che non si poteva evitare ed un cane che nessun animale poteva sfuggire. Procri aveva ceduto i due doni al marito ma un giorno, insospettita per un malinteso lo aveva spiato durante una battuta di caccia. Sentendosi osservato Cefalo aveva pensato ad una bestia ed aveva scagliato la lancia fatale uccidendo la moglie.



LIBRO OTTAVO


Cefalo tornò ad Atene con gli aiuti ottenuti ma intanto Minosse aveva assediato Megara.
Questa città era retta da Niso il quale aveva un capello purpureo alla cui conservazione il fato legava la salvezza del regno. Scilla, figlia di Niso, osservando Minosse dalle mura di Megara se ne innamorò, tagliò il capello del padre e lo portò a Minosse offrendogli la città ed il suo amore, ma Minosse, inorridito per il tradimento, rifiutò il dono, la respinse e la maledisse.
Vedendo partire Minosse, la giovane si gettò a mare e si aggrappò alla poppa della nave ma il padre, nel frattempo mutato in aquila, la artigliò e portatala in alto la lasciò andare. Durante la caduta Scilla divenne a sua volta un airone.
A Creta dalla libidine di Pasifae era nato il Minotauro. Minosse ordinò che fosse rinchiuso in un tenebroso edificio che fece costruire da Dedalo e nutrito con il tributo di sangue pagato dagli Ateniesi.
Il terzo anno Teseo uccise il mostro e ritrovò l'uscita con l'aiuto di Arianna figlia di Minosse che poi abbandonò sull'isola di Nasso.
La trovò Bacco che la volle con se e toltole il serto che portava sulla fronte lo lanciò in cielo dove divenne una costellazione.
Minosse non lasciava partire Dedalo che volendo tornare in patria ideò le ali fatte di piume e cera di cui munì se stesso ed il figlio Icaro. Ma durante il volo Icaro fu affascinato dal cielo e dimenticando le raccomandazioni del padre salì troppo in alto: il sole sciolse la cera che teneva insieme le ali ed il fanciullo precipitò sul mare che da lui prese il nome di Icario.
Dedalo recuperò le spoglie del figlio e mentre dava loro sepoltura una pernice su un ramo cantava soddisfatta. Si trattava di Perdine, nipote e discepolo di Dedalo, inventore della sega e del compasso che un giorno Dedalo aveva ucciso per invidia facendolo precipitare da una rupe ma Atena lo aveva salvato e trasformato in pernice.
La fama di Teseo vincitore del Minotauro si sparse per tutta la Grecia e gli abitanti di Calidone lo supplicarono di aiutarli contro il feroce cinghiale mandato da Diana per vendicare l'offesa di essere stata dimenticata nei sacrifici.
Per catturare la belva fu convocato uno stuolo di eroi: Meleagro, Castore e Polluce, Giasone, Teseo e Piritoo, i figli di Testio e quelli di Afareo, Linceo, Ida, Ceneo, Leucippo, Acasto, Ippotoo, Driante, Fenice, i figli di Attore, Fileo, Telamone, Peleo, Fereziade, Iolao, Eurizione, Echione, Lelege, Panopeo, Illo, Ippaso, Nestore, Ippocoonte, Anceo, Mopso, Laerte, Anfiarao ed Atalanta della quale si innamorò subito Meleagro.
La caccia al cinghiale risultò molto difficile ed i colpi che non andavano a vuoto erano resi vani dall'intervento di Diana.
Il cinghiale uccise Eupalamonte, Plagone, Enesino, Si salvò a stento Nestore. Quando stava per essere colpito da Castore e Polluce la belva fuggì nascondendosi fra la vegetazione.
Infine una freccia di Atalanta riuscì a ferire gravemente il cinghiale con grande gioia di Meleagro e grande invidia degli altri cacciatori. Uno di questi di nome Anceo, per non essere da meno, si esibì nel colpire la bestia con una bipenne ma il cinghiale fu più veloce e lo uccise con un morso all'addome.
Analoga sorte stava per toccare a Piritoo ma la lancia di Meleagro finì il cinghiale.
Il vincitore volle condividere la gloria con Atalanta che per prima aveva colpito la preda, cedendole le spoglie del cinghiale con grande disappunto di tutti.
Meleagro venne alle mani con i figli di Tespio ed uccide Plesippo e Tocseo.
Alla nascita di Meleagro le Parche avevano predetto che sarebbe vissuto quanto un tizzone che ardeva nel fuoco. La madre Altea aveva tolto il tizzone dal fuoco e lo aveva conservato in un luogo segreto. Ma Altea era la sorella degli uccisi e quando venne a sapere dell'accaduto decise di vendicare i fratelli.
Dopo una lotta interiore fra amore fraterno ed amore materno, lotta che Ovidio descrive magistralmente, la sorella prevalse sulla madre ed Altea gettò il tizzone nel fuoco.
Inconsapevole ed assente Meleagro sentì il dolore del fuoco che gli ardeva nel petto e spirò dopo un'atroce agonia.
Durante le esequie di Meleagro Altea si suicidò e le sorelle, ad eccezione di Deianira, consunte dal pianto furono mutate in uccelli da Diana.
Tornando ad Atene dopo la caccia al cinghiale caledonio, Teseo fu ospitato con alcuni compagni da Acheloo. Il nume fluviale indicò le isole Echinadi, prossime alla sua foce, e raccontò che erano state ninfe che avevano dimenticato di onorarlo nei sacrifici. Offeso Acheloo le aveva travolte in mare.
Un'altra isola era stata Parimela figlia di Ippodamante, sedotta da Acheloo era stata gettata in mare dal padre. Acheloo l'aveva salvata ed aveva pregato Nettuno di aiutarla. Il dio l'aveva mutata in isola.
Piritoo derise Acheloo dubitando di quanto aveva raccontato. Per dimostrargli l'onnipotenza degli dei, Lelege, anziano compagno di Teseo, gli raccontò la storia di Bauci e Filemone.
Un giorno Giove e Mercurio vagarono nella Frigia con sembianze umane. Quando cercarono ospitalità ne trovarono solo presso l'anziana Bauci ed il marito Filemone. I due vecchietti avevano trascorso insieme la vita nella loro capanna consolandosi reciprocamente della povertà.
Bauci e Filemone accolsero cordialmente i loro visitatori ed offrirono loro cibi semplici e calore umano. Quando videro che il vino che versavano non aveva mai fine si resero conto della natura divina degli ospiti e presero a scusarsi per la modestia della loro mensa. Ma i due dei dissero loro di voler punire i vicini che non li avevano accolti e li fecero allontanare dalla capanna. Quando i due vecchi si volsero indietro videro tutte le case sommerse da un'alluvione, tranne la loro che era stata trasformata in uno splendido tempio. A Giove che offriva loro di esaudire un desiderio chiesero di diventare sacerdoti in quel tempio e di poter morire insieme.
Così fu e dopo aver servito gli dei fino al momento di morire, Bauci e Filemone furono contemporaneamente trasformati in alberi mentre pronunciavano insieme un ultimo addio.
Acheloo raccontò a sua volta di Proteo e della sua capacità di mutare di forma ogni volta che vuole, narrò quindi del sacrilego Erisittone che, in spregio agli dei, volle abbattere una quercia sacra in cui viveva una ninfa.
Per punirlo Cerere istigò contro di lui la Fame e Eresittone divenne insaziabile e quando ebbe divorato il patrimonio paterno volle vendere come schiava la figlia Mestra. Questa era amata da Posidone che le donò il potere di trasformarsi.
In un primo momento Mestra ingannò il padre assumendo l'aspetto di un pescatore ma poi accettò di farsi vendere più volte al mercato e, mutando sembianze, sempre fuggiva dal compratore. Con questo espediente Erisittone riuscì a nutrirsi ancora per qualche tempo ma infine morì divorando se stesso.



LIBRO NONO


Anche Acheloo era dotato di facoltà metamorfiche e raccontò ai suoi ospiti come non gli giovarono quando lottò con Ercole per la mano di Deianira.
Al termine di una lunga lotta durante la quale Acheloo aveva assunto prima la forma di serpente e poi quella di toro, fu atterrato da Ercole che gli spezzò un corno.
Riempiendolo di frutta e di fiori le Naiadi fecero di quel corno la Cornucopia, simbolo dell'abbondanza.
L'unico danno subito da Acheloo, nota Ovidio, fu la perdita del corno, peggiore fu la perdita del centauro Nesso che osò tentare il rapimento di Deianira.
Con il pretesto di aiutarla a guadare un fiume, Nesso aveva fatto salire sulla sua groppa Deianira ma giunto all'altra sponda era fuggito al galoppo. Lo aveva fermato una freccia di Ercole avvelenata con il sangue dell'Idra.
Prima di morire Nesso aveva dato la propria veste insanguinata a Deianira dicendole che aveva i poteri di un filtro d'amore.
Quando Deianira seppe che Ercole aveva preso Iole con se arse di gelosia e per riconquistarlo gli fece indossare la veste di Nesso.
Il potente veleno attaccò immediatamente le membra di Ercole, Ovidio immagina una tremenda agonia nella quale l'eroe, folle di dolore, fugge fra i boschi, incontro l'araldo Lica che gli aveva portato la veste fatale e lo scaglia in mare dove viene mutato dagli dei in uno scoglio dalla forma umana.
Infine Ercole morì sul rogo dove le fiamme divorarono quanto di lui vi era di umano e Giove lo trasse all'Olimpo quale dio fra gli dei.
Come ordinato dal padre Illo sposò Iole e questa divenne amica di Alcmena che le narrò del suo parto: lo aveva complicato Giunone che assunto aspetto umano si era seduta alla porta incrociando le gambe e le dita, questo gesto magico impediva la nascita. L'astuta ancella Galantide si insospettì e, fingendo che il parto fosse già avvenuto, ne diede notizia alla sconosciuta visitatrice. Per lo stupore Giunone balzò in piedi e così facendo sciolse l'incantesimo ed Ercole riuscì a nascere. Giunone punì Galantide trasformandola in nottola, animale che si credeva partorisse dalla bocca.
A sua volta Iole raccontò della sorella Driope che, dopo essere stata sedotta da Apollo, sposò Andremone e partorì Anfisso (figlio di Apollo).
Un giorno colse dei fiori di loto da dare per gioco al bambino ma la pianta sanguinò. Si trattava della ninfa Lotide mutata in loto per sfuggire alla libidine di Priapo. Poco dopo anche Driope cominciò a trasformarsi in loto e fece solo in tempo a dire addio al padre, al marito e alla sorella, raccomandando loro di accudire il bambino.
Mentre Alcmena e Iole discorrevano giunse Iolao, miracolosamente ringiovanito. Il prodigio era stato operato da Ebe su preghiera di Ercole e Temi aveva predetto che Zeus avrebbe compiuto un prodigio analogo per rendere adulti i bambini figli di Alcmeone e Calliroe affinché vendicassero la morte del padre.
I due prodigi fecero ingelosire gli dei che chiesero altrettanto a Zeus per i loro protetti, Ma Zeus dovette rispondere che solo il fato può tanto, il fato a cui anche egli soggiace e che gli impedì di restituire vigore all'ormai vecchio Minosse quando non ebbe il coraggio di fronteggiare Mileto, figlio di Apollo.
Mileto lasciò Creta e giunse in Asia dove fondò la città che da lui prese il nome. Amando la ninfa Cianea, figlia di Meandro, fu padre di Cauno e di Bibli.
La giovane Bibli si innamorò del fratello ed Ovidio descrive i suoi dubbi, i suoi tormenti ed infine la sofferta decisione di dichiarare il proprio amore a Cauno tramite una lettera.
Inorridito Bibli scacciò il servo latore della lettera ma Bibli decise di non desistere. Cauno la respinse più volte ed infine partì per sfuggirla. Folle di dolore Bibli lo inseguì a lungo piangendo e quando cadde affranta fu trasformata in una fonte che ancora porta il suo nome.
Intanto nella città di Festo a Creta avveniva un'altra prodigiosa metamorfosi: un certo Ligdo, uomo religioso ma povero, aveva deciso che se la moglie Teletusa avesse partorito una femmina avrebbe dovuto sopprimerla non potendo permettersi di mantenerla. In effetti Teletusa ebbe una bambina ma, consigliata da Iside apparsale in sogno, la allevò facendo credere al marito che si trattasse di un maschio.
La neonata ebbe nome Ifide e quando crebbe fu fidanzata alla coetanea Iante. Le due fanciulle si innamorarono ma Ifide e Teletusa, sapendo la verità, erano disperate. Alla vigilia del matrimonio invocarono la dea che le volle accontentare ed Ifide, trasformata in un uomo, sposò felicemente la sua Iante.


LIBRO DECIMO


Euridice morì per il morso di un serpente. Lo sposo Orfeo scese negli inferi e con il suo canto convinse Ade a rendergli la moglie. Un vincolo, tuttavia, limitava la concessione: finché non fossero giunti all'aperto Euridice avrebbe dovuto seguire Orfeo e questi astenersi dal guardarla. Ma l'ansia per i pericoli del sentiero spinse il cantore a voltarsi per controllare che la sposa fosse ancora con lui ed Euridice fu perduta per sempre.
Da allora Orfeo non volle più unirsi ad altre donne e vagò cantando il suo dolore. Descrivendolo mentre canta affascinando anche gli alberi, Ovidio prende spunto per narrare altri miti: quello di Ciparisso, trasformato in cipresso per il dolore di aver involontariamente ucciso un cervo suo amico, quello di Ganimede rapito da Zeus e divenuto coppiere degli dei, quello di r> Giacinto involontaramente ucciso da Apollo e trasformato in un fiore.

Le donne della città di Amatunta, dette Propetidi, offesero Venere che le rese di pietra. Sdegnato per il loro comportamento, Pigmalione re di Cipro viveva da solo senza cercare una moglie. Scolpì una statua d'avorio di Venere, così bella che se ne innamorò e prese a vezzeggiarla come fosse stata viva. Infine Venere, commossa, diede vita alla statua. Dall'unione di Pigmalione con la sua sposa nacque Pafo che fu padre di Cinira.
Cinira sposò Cencreide e ne nacque una figlia che ebbe nome Mirra. Cresciuta, Mirra si innamorò del proprio padre ed Ovidio descrive i tormenti della giovane combattuta fra l'orrore dell'incesto e la passione. Infine Mirra tentò il suicidio ma fu fermata dall'anziana nutrice che, con molte difficoltà, riuscì a farsi confessare il motivo di tanta disperazione.
La nutrice organizzò l'incontro approfittando del fatto di trovare Cinira ubriaco dopo un giorno di festa. L'unione fu ripetuta nelle notti successive finché Cinira, volendo vedere il viso della sua amante, accese il lume. Cinira brandì la spada sconvolto, ma Mirra fuggì e dopo aver a lungo vagato implorò gli dei di mettere fine alle sue sofferenze ma di punire la sua colpa "negandole il regno dei vivi e quello dei morti". Gli dei esaudirono la sua preghiera trasformandola nell'albero che secerne la resina aromatica che prese il suo nome.
Quando il tempo fu giunto il figlio dell'incesto di Cinira e Mirra nacque dall'albero che era diventata la madre. Era un bambino bellissimo, fu chiamato Adone e quando fu giovinetto della sua bellezza si innamorò Venere.
Con una tecnica che gli è peculiare, Ovidio intreccia due miti: quello di Adone e quello di Atalanta, quest'ultimo viene infatti narrato da Venere ad Adone mentre i due amoreggiano in un prato.
La bella Atalanta aveva saputo da un oracolo che il matrimonio le sarebbe stato fatale ed essendo velocissima dichiarò che avrebbe sposato solo colui che l'avesse vinta nella corsa mentre i pretendenti sconfitti avrebbero dovuto morire.
Queste gare nuziali costarono la vita a molti giovani, ma quando a sfidarla fu il bellissimo Ippomene, Atalanta esitò.
Ippomene chiese aiuto a Venere che gli diede tre mele d'oro, lasciandole cadere durante la gara egli distrasse Atalanta e riuscì a superarla.
Ippomene ed Atalanta si sposarono ma dimenticarono di offrire sacrifici a Venere per ringraziarla del suo intervento. Indignata la dea suscitò nei due un'improvvisa libidine spingendoli ad accoppiarsi in un luogo consacrato. Per punirli del sacrilegio Cibele li trasformò in due leoni.
Terminato il racconto Venere raccomandò ad Adone di non rischiare la vita nella caccia e di guardarsi dalle belve feroci, quindi si allontanò.
Ma Adone non ascoltò i consigli dell'amante divina e volle cacciare un feroce cinghiale che lo ferì a morte. Venere tornò indietro richiamata dai lamenti del moribondo e per eternarne la memoria lo trasformò in un fiore effimero e bellissimo del colore del sangue, l'anemone.


LIBRO UNDICESIMO


Le baccanti di Tracia offese con Orfeo che le aveva respinte, trovandolo a cantare in solitudine lo aggredirono e lo uccisero. Il corpo del cantore fu smembrato e la testa cadde nelle acque dell'Ebro insieme alla cetra. Il fiume e poi il mare portarono testa e strumento alle rive di Lesbo dove Apollo pietrificò un serpente che stava per mordere il capo del poeta.
Bacco punì le Menadi che avevano ucciso Orfeo trasformandole in alberi.
L'accenno a Bacco è occasione per narrare le vicende del re Mida al quale il dio offrì un dono per aver ospitato il suo compagno Sileno.
Mida chiese che il suo tocco potesse mutare qualsiasi oggetto in oro ma presto dovette pentirsi perché il prodigio gli impediva di nutrirsi e dissetarsi. Chiese umilmente perdono per la sua avidità e di nuovo Bacco lo accontentò togliendogli il dono.
Ma Mida era uno stolto e non perdeva occasione per dimostrarlo: assistendo ad una contesa musicale fra Pan ed Apollo fu il solo fra molti ad assegnare la vittoria al primo. Apollo lo punì facendogli crescere un paio di orecchie d'asino. Mida se ne vergognava e tentava di celarle con un copricapo ma le vide un servo che, non riuscendo a tacere, bisbigliò il segreto in una fossa scavata nel terreno. Ne nacquero canne che presero a sussurrare al vento il segreto delle orecchie di Mida.
In seguito Apollo e Nettuno costruirono le mura di Troia per il re Laomedonte ma questi rifiutò di pagare il compenso pattuito. Lo punì Nettuno che inondò le sue terre e pretese che Esione, figlia di Laomedonte, fosse esposta ad un mostro marino.
Ercole liberò Esione ma vedendosi negare a sua volta il compenso espugnò Troia.

Proteo aveva predetto che un figlio nato da Tetide sarebbe stato più forte del padre. Giove, che pur amava Tetide, decise che sposasse Peleo, ma Tetide si negava alle brame del promesso sposo mutando di forma.
Proteo soccorse Peleo consigliandogli di legare Tetide e di attendere che avesse esaurito il repertorio delle sue trasformazioni, così Peleo riuscì ad unirsi alla dea ed Achille fu concepito.
Peleo aveva ucciso il fratello Foco ed era fuggito a Trachis dove regnava Ceice. Questi raccontò la storia del fratello Dedalione che aveva avuto una figlia bellissima di nome Chione. Amata nella stessa notte da Apollo e Mercurio, Chione aveva generato due gemelli: Autolico da Mercurio e Filammone da Apollo.
Più tardi aveva offeso Diana che l'aveva uccisa con una freccia e Dedalione per il dolore si era gettato da un monte ma Apollo commosso lo aveva mutato in sparviero.
Al termine del racconto di Ceice giunse un mandriano ad avvertire che un enorme lupo faceva strage del bestiame. Ceice intuì che la belva era stata inviata dalla nereide Psamate, madre di Foco, ed offrì sacrifici per placarla.
Ceice decise quindi di recarsi a consultare l'oracolo per trovare scampo al proprio rimorso ma la moglie Alcione, turbata da un tragico presentimento, non voleva lasciarlo partire. Ceice le promise di tornare al più presto e si imbarcò ma durante il viaggio fece naufragio e morì annegato.
Giunone si commosse nell'osservare la trepida ma inutile attesa di Alcione ed inviò Iride dal Sonno perché mandasse alla vedova un sogno veritiero.
Il Sonno inviò Morfeo che apparve in sogno ad Alcione con l'aspetto di Ceice e le svelò la triste verità. Alcione decise di morire a sua volta gettandosi in mare ma arrivata alla spiaggia vide affiorare il cadavere dello sposo e mentre si tuffava per raggiungerlo entrambi furono mutati in alcioni.
Assistendo per caso al prodigio, due vecchi parlarono fra loro di un'analoga metamorfosi, quella di Esaco, figlio di Priamo, che venne mutato in smergo.



LIBRO DODICESIMO


Ignaro della trasformazione, Priamo celebrò le esequie di Esaco con tutti gli altri figli ad eccezione di Paride.
Fu Paride a causare la guerra di Troia (con il ratto di Elena). I Greci reagirono immediatamente radunandosi in Aulide. Qui Calcante, osservando un serpente che razziava un nido, predisse nove anni di guerra. Lo stesso Calcante avvertì che la mancanza di vento che impediva la partenza delle navi dipendeva dall'ira di Diana che si sarebbe potuta placare solo con il sacrificio di una vergine. Ma la dea volle salvare Ifigenia scambiandola segretamente con una cerva, il vento tornò ed i Greci partirono.
Al primo scontro cadde Protesilao ucciso da Ettore, ma presto i Greci (soprattutto Achille) dimostrarono il loro valore.
Ovidio descrive il lungo duello fra Achille e Cicno figlio di Nettuno, entrambi invulnerabili. Non riuscendo a ferire l'avversario Achille lo incalzò fino a farlo cadere quindi lo strangolò ma quando volle spogliarlo dell'armatura non trovò il corpo di Cicno che era stato mutato in cigno per volere del padre.
Durante il duello Achille, stupito dalla resistenza dell'avversario, ricorda alcune precedenti imprese rievocando la presa di Lirnesso e Tenedo ed i combattimenti contro Eezione e Telefo.
Durante una tregua si svolse un banchetto ed il vecchio Nestore raccontò ai commensali la storia di Ceneo che era stato donna (Cenis). Nettuno l'aveva violentata, quindi le aveva accordato di esprimere un desiderio e Cenis aveva chiesto di diventare uomo per non dover subire mai più simili oltraggi. Nettuno l'aveva accontentata aggiungendo il dono dell'invulnerabilità.
Nestore raccontò anche delle nozze di Piritoo ed Ippodamia: durante il banchetto nuziale il centauro Eurito tentò di rapire la sposa, Teseo intervenne e ne nacque una rissa nella quale molti centauri vennero uccisi.
Durante la lotta, la cui descrizione occupa buona parte del libro XII, Ceneo si scontrò con molti centauri che non riuscendo a ferirlo con i loro colpi lo coprirono con un cumulo di travi togliendogli il respiro ma, secondo l'indovino Mopso, Ceneo venne trasformato in uccello e si salvò.
L'uccisione di Cicno e la distruzione di Troia avevano attirato su Achille l'odio di Nettuno che esortò Apollo ad uccidere l'eroe. Apollo lo esaudì guidando la freccia di Paride che fu fatale ad Achille.



LIBRO TREDICESIMO


I comandanti greci si riunirono per decidere a chi assegnare le armi di Achille.
Aiace si fece avanti per contenderle ad Ulisse accampando il merito delle proprie imprese e di quelle degli antenati Telamone ed Eaco, oltre ad un legame di parentela con Achille.
Paragonava il proprio eroismo alle tortuose astuzie di Ulisse e ricordava come questi avesse tentato di sfuggire all'arruolamento fingendosi pazzo finché Palamede non aveva svelato l'inganno.
Infine Aiace avanzò un'audace proposta: che si gettassero le armi di Achille fra i nemici e le si aggiudicasse a chi fosse stato in grado di riprenderle.
Ulisse iniziò la sua replica negando l'importanza della parentela in quanto erano in vita parenti più stretti: Peleo padre di Achille e Pirro suo figlio.
Passò quindi ad enumerare le proprie imprese. Prima della guerra Teti, conoscendo il destino del figlio, lo aveva nascosto fra le donne ed era stato Ulisse a scoprirlo e a destare in lui il desiderio di gloria. Per questo motivo Ulisse si considerava patrono e fautore delle successive gesta di Achille, dalla vittoria su Telefo a quella su Ettore, dalla conquista di Tenedo a quella di Troia.
Ulisse difese anche la propria facondia, vilipesa da Aiace, e ricordò come in molte occasioni tutti gli Achei ne avessero beneficiato.
L'Itacense vantò ancora l'uccisione di Dolone, di Reso, Sarpedone, Ceranone, Ifito, Alestore, Cromio e molti altri.
Ad Aiace, che lo aveva accusato dell'abbandono di Filottete, Ulisse rispose che si era trattato soltanto di un saggio consiglio ma che sarà ancora lui, non il Telamonio, a ritrovare il compagno sofferente e le sue frecce necessarie per la vittoria finale come prescritto dal fato.
Dopo aver ricordato di aver compiuto con Diomede il ratto del Palladio sottraendo ai Troiani la protezione di Atena, Ulisse concluse la sua replica.
Commossi dall'eloquenza di Ulisse, i Greci gli assegnarono il premio ma Aiace, non sopportando l'umiliazione, si uccise con la propria spada. Dalla terra bagnata dal suo sangue nacque un fiore uguale a quello di Giacinto: le lettere che si vedono in quel fiore ricordano il lamento di Giacinto ed il nome di Aiace.
Ulisse partì quindi per recuperare Filottete e le sue frecce ed al suo ritorno si pose finalmente termine alla guerra con la caduta di Troia.
Morto Priamo, molte troiane furono fatte schiave ed Astianatte fu precipitato da una torre. La regina Ecuba riuscì a piangere fra i sepolcri dei figli prima di essere catturata da Ulisse.
Il figlio minore di Priamo ed Ecuba, Polidoro, viveva presso il re di Tracia Polimestore al quale era stato affidato dai genitori per sottrarlo alla guerra; ma quando Polimestore seppe della fine di Troia uccise Polidoro per prendere i suoi beni.
Durante il viaggio di ritorno, mentre costeggiavano la Tracia, apparve ai Greci l'ombra di Achille che esigeva il sacrificio di Polissena.
Polissena affrontò il supplizio con grande coraggio e chiese soltanto che il suo corpo fosse reso alla madre senza riscatto.
Quando la nave raggiunse la costa della Tracia, Ecuba scoprì il cadavere di Polidoro gettato sulla scogliera dal suo assassino. Avida di vendetta attirò Polimestore fingendo di volergli consegnare altro oro per suo figlio, il traditore cadde nel tranello ed Ecuba lo uccise con l'aiuto di tutte le Troiane smembrando orrendamente il suo corpo. Quando stava per essere a sua volta uccisa dai Traci Ecuba fu tramutata in una cagna e la sua sorte commosse anche i nemici e gli dei.
Intanto Aurora, che piangeva la morte del figlio Memnone ucciso da Achille, pregava Giove perché fossero tributati onori al caduto. Giove l'accontentò facendo nascere dalla pira funebre due stormi di uccelli memnonidi che fecero guerra fra loro.
Ma il fato voleva che la stirpe troiana sopravvivesse, così Enea partì con il padre Anchise ed il figlio Ascanio. Durante il viaggio fecero tappa a Delo dove Anchise ritrovò il vecchio amico Anio, figlio e sacerdote di Apollo, che raccontò le sue vicende.
Il figlio Andro era partito per fondare un nuovo regno nell'isola a cui aveva dato il proprio nome mentre le figlie avevano avuto il dono di mutare le cose in cibo e vino ma Agamennone le aveva rapite per costringerle a sfamare il suo esercito. Infine Bacco le aveva liberate mutandole in colombe.
Al momento del commiato, Anio aveva donato ad Enea una coppa istoriata con scene dei funerali delle figlie di Orione che avevano accettato di sacrificarsi per liberare Tebe dalla carestia.
Il viaggio di Enea proseguì: Creta, le isole Strofadi, Itaca, Samo, Ambracia, Dodona, la Feacia, l'Epiro, Butroto, la Sicilia.
Il giungere delle navi presso lo stretto fra Scilla e Cariddi è occasione per Ovidio di narrare altre leggende: Scilla era una vergine molto bella e contesa fra numerosi pretendenti.
Il poeta immagina un dialogo fra Scilla e Galatea, quest'ultima narra del suo infelice amore per Aci, figlio di Fauno e della ninfa Simeta, ostacolato dal feroce Polifemo che arde di passione per lei.
Ovidio inserisce qui una sorta di serenata che il ciclope dedica a Galatea vantando con grossolana ingenuità il suo gregge, i frutti della sua terra e perfino il suo selvaggio aspetto e manifestando minacciosamente la sua gelosia nei confronti di Aci.
Galatea ricorda infine come Polifemo, sorpreso Aci con lei, lo uccise scagliando un masso e come il giovane fu trasformato nel fiume che porta il suo nome.
Terminato il colloquio con Galatea, Scilla prese a contemplare il mere e scorse Glauco, con la coda di pesce e le lunghe chiome verdi. Spaventata fuggì su un'altura ma Glauco, ammirandola, la chiamò rassicurandola e le raccontò la sua storia.
Era stato un pescatore finchè un giorno, dopo aver sparso i pesci catturati su un prato per contarli, aveva assistito ad un prodigio inaudito: i pesci avevano preso a muoversi sull'erba e a saltare finché non erano tornati in acqua. Glauco aveva sospettato che il portento fosse dovuto ad una speciale qualità dell'erba e ne aveva colto un ciuffo per assaggiarla. Subito era stato preso da un irresistibile bisogno di entrare in nare.
Oceano e Teti lo avevano accolto e con un misterioso rituale lo avevano trasformato in un essere marino e immortale: le sue membra erano diventate cerulee, verdi le chiome e la barba, le gambe tramutate in coda di pesce.
Il racconto di Glauco e la sua natura divina non sedussero Scilla che senza parlare si allontanò dalla spiaggia. Glauco, offeso per quel rifiuto, decise di rivolgersi a Circe.



LIBRO QUATTORDICESIMO


Attraverso il Tirreno Glauco giunse al palazzo di Circe e chiese alla maga un filtro che facesse innamorare Scilla di lui. Circe, a sua volta invaghita di Glauco, cercò di dissuaderlo ma l'insistenza del nume marino la fece adirare con la rivale e la convinse a preparare una pozione.
Con i suoi veleni Circe infettò il luogo dove Circe soleva bagnarsi e infatti quando la giovane entrò in acqua fu improvvisamente trasformata in un mostro.
Scilla, nel suo nuovo corpo, riuscì ad uccidere parte dei compagni di Ulisse prima di diventare la roccia che ancora sovrasta lo stretto.
Dopo aver superato quello stretto le navi troiane furono spinte dal vento sui lidi della Libia. Quì Enea amò ed abbandonò Didone che si tolse la vita sul rogo, ripartì e sbarcò ad Erice dove celebrò i giochi funebri in onore di Anchise.
Proseguendo il viaggio Enea costeggiò Pitecusa dove vivevano bizzarri animali simili all'uomo: si trattava dei Cercopi, briganti e spergiuri che Giove aveva punito trasformandoli in scimmie.
Superò Partenope, Miseno, Cuma e raggiunse l'antro della Sibilla alla quale chiese di visitare l'Averno. Dopo aver accompagnato negli Inferi la Sibilla raccontò ad Enea di essere stata amata da Apollo che le aveva concesso di vivere mille anni ma, essendo stato respinto, non le aveva donato la giovinezza.
Lasciata la Sibilla, Enea si avviò verso il luogo che dal nome della sua nutrice sarebbe stato chiamato Gaeta. Qui aveva fatto sosta anche il greco Macareo, compagno di Ulisse che aveva ritrovato in Sicilia l'amico Achemenide ritenuto morto. Achemenide era rimasto a terra quando Ulisse e i suoi compagni erano fuggiti dopo aver acceacato Polifemo. Aveva dovuto a lungo nascondersi per evitare di essere sbranato dal ciclope ed era stato tratto in salvo dai profughi troiani casualmente approdati in quei luoghi.
A sua volta Macareo raccontò ad Achemenide dei venti racchiusi negli otri che Ulisse aveva avuto da Eolo e di come i compagni, credendoli pieni d'oro, li avevano aperti scatenando la tempesta che li aveva respinti nel porto di Eolo.
In seguito erano giunti nella terra dei Lestrigoni che guidati dal loro re Antifate avevano ucciso molti greci e distrutte le loro navi tranne una. Giunti al lido di Circe i superstiti avevano scelto a sorte fra loro chi dovesse esplorare quei luoghi: era toccato allo stesso Macareo e a Polite, Euriloco e Elpenore con altri compagni. Circe li accolse benevolmente e offrì loro cibo e vino ma vi aggiunse un magico preparato che li trasformò in porci.
Solo Euriloco che non aveva bevuto evitò la trasformazione e corse a chiamare Ulisse. Istruito da Mercurio e protetto da un fiore magico consegnatogli dal dio, l'eroe entrò nella casa di Circe, smascherò la maga e la sedusse inducendola a restituire la forma umana ai compagni. Ulisse e i compagni rimasero presso Circe oltre un anno e Macareo racconta di aver notato, in quel periodo, una statua di marmo con un picchio sul capo. Un'ancella gliene aveva narrata la storia. Viveva in Laurento un giovane di nome Pico che per la sua bellezza era desiderato da tutte le ninfe, ma Pico ne amava una sola, Canente figlia di Giano e di Vinilia dotata di una voce meravigliosa.
Un giorno, mentre Canente cantava e Pico la ascoltava ammirato, Circe scorse il giovane e si innamorò di lui. La maga fece apparire l'immagine di un cinghiale che attirò Pico nel folto del bosco e qui gli si offrì ma Pico rifiutò seccamente per fedeltà verso Canente. Offesa Circe operò un sortilegio e mutò Pico in un Picchio.
I compagni del giovane che lo cercavano preoccupati, non trovandolo sospettarono un inganno ma prima che potessero compiere qualsiasi azione la maga li trasformò in esseri mostruosi.
Dopo aver vagato inutilmente per sei giorni e sei notti in cerca dello sposo, Canente morì di dolore lungo le rive del Tevere in un luogo al quale fu dato il suo nome.
Macareo terminò il suo racconto confessando di essere rimasto in quei luoghi per paura di partecipare alle nuove e sinistre avventure che attendevano Ulisse dopo aver lasciato Circe.
Dopo aver cremato la salma della nutrice Caieta, Enea e i suoi compagni risalirono il Tevere. In seguito Enea dovette ancora combattere per avere il regno e Lavinia figlia del re Latino. Lottò contro Turno re dei Rutuli e gli Etruschi suoi alleati; gli fu alleato Evandro mentre Turno chiese ma non ottenne l'aiuto di Diomede.
Ai messaggeri di Turno, Diomede narrò come il ritorno di molti Greci fu funestato dall'ira degli dei (scatenata dal sacrilegio di Aiace di Locri che aveva violentato Cassandra sacerdotessa di Atena). Si era salvato, Diomede, dal naufragio ma aveva dovuto affrontare tremendi pericoli.
Diomede aveva una volta ferito Venere (Iliade, canto V) la quale intendeva vendicare l'affronto, inoltre uno dei compagni di Diomede, Acmone, assunse un atteggiamento provocatorio irritando la dea che lo trasformò in uccello. Analogo destino toccò a Lico, Ida, Abante, Retenore e molti altri.
Da Diomede il racconto passa ad un'altra favola, quella del pastore Appulo che fu trasformato in oleandro per aver dileggiato e offeso le ninfe dei boschi.
Dopo la breve digressione si torna a Turno che, nonostante Diomede non gli avesse fornito aiuti, si preparava a combattere contro i Troiani. Turno riuscì ad incendiare le navi di Enea ma intervenne Venere che per salvare quelle imbarcazioni costruite con il legname del sacro Monte Ida, le mutì in naiadi marine. Le ninfe così nate subito si dedicarono alla loro nuova vita, immemori della loro origine, tuttavia ricordarono i pericoli sofferti in mare e spesso aiutarono i naviganti in difficoltà purché non fossero greci, guardarono infatti soddisfatte la nave di Alcinoo che ospitava Ulisse mutarsi in pietra.
La prodigiosa metamorfosi delle navi non intimorì Turno che continuò a combattere finché Enea lo sconfisse. Caduto Turno cadde anche Ardea sua città e dalle rovine si levò un volatile mai visto prima che di Ardea ebbe il nome.
Vinta la guerra e consolidato il potere del figlio sul nuovo regno fu tempo per Enea di ricongiungersi alla madre. Venere infatti pregò suo padre Giove di concedere al figlio un posto fra gli dei e Giove accettò.
Venere scese a Laurento e comandò al fiume di prendere Enea e mondarlo di quanto aveva ancora di mortale, quindi unse la salma con nettare ed ambrosia ed Enea divenne quel nume che il popolo chiamò Indigete.
Ascanio tenne il regno latino, gli successero Silvio, Latino, Alba, Epito, Capi, Capeto, Tiberino, Remolo, Acrota, Aventino, Proca.
Durante il regno di Proca visse l'Amadriade Pomona, esperta nel curare i giardini e le piante da frutto. Di Pomona si innamorarono Pan, Silvano e Vertumno. Quest'ultimo si travestì da contadino, da mietitore, da pescatore finché non trovò il modo di possedere la ninfa: trasformatosi in vecchia incontrò Pomona nel suo orto, lodò il suo lavoro e le parlò dell'amore di Vertumno, per convincerla a concedersi le narrò una storia.
Ifi di Cipro, di stirpe plebea, era innamorato della nobile Anassarete ma la giovane si mostrava insensibile all'assiduo corteggiamento di lui. Preso dalla disperazione Ifi si impiccò alla sua porta e quando Anassarete vide passare il funerale divenne tutta di pietra, come di pietra era stato il suo cuore.
Le parole della vecchia convinsero Pomona e quando Vertumno riprese il suo aspetto la ninfa gli concesse il suo amore.
Regnò più tardi Amulio, ma Numitore riebbe il trono perduto grazie ai nipoti fondatori di Roma.
I Sabini di Tazio attaccarono Roma e Tarpea aprì loro le porte, morendo poi sotto le armi nemiche. Anche Giunone aiutò i Sabini aprendo una porta, solo Venere desiderò salvare i Romani ma non potendo un dio disfare ciò che era stato fatto da un dio, si rivolse alle Naiadi che vivevano presso il tempio di Giano che schiusero le fonti e versarono zolfo nelle acque facendo innalzare vapori bollenti che ostacolarono gli invasori dando ai Romani il tempo di impugnare le armi. Romolo scese in campo e fu grande lo spargimento di sangue sabino e di sangue romano ma infine si scelse di evitare l'ultima strage e si mise fine alla guerra, Tazia fu chiamato a condividere il potere.
Morto Tazio, Romolo regnava solo sui Romani e Sabini e stava dettando le leggi quando suo padre Marte, con il consenso di Giove, lo rapì e lo portò nel cielo dove divenne Quirino.
Ersilia, moglie di Romolo, lo piangeva come morto ma Irie, mandata da Giunone, lo accompagnò sul Quirinale dove una stella cadde nella chioma di Ersilia che svanì. Il fondatore di Roma accolse la moglie fra le sue braccia e lei divenne Ora, la dea che si venera insieme a Quirino.



LIBRO QUINDICESIMO


A Romolo successe Numa Pompilio, grande erudito. Spinto dalla sua passione per la conoscenza, Numa aveva lasciato la nativa Curi e aveva visitato Crotone per interrogare la gente del posto sull'origine della città.
Gli fu narrato che Ercole, in viaggio verso la Grecia con la mandria di Gerione, aveva sostato in quei luoghi e predetto la fondazione di una città. Infatti molti anni dopo il dio apparve in sogno a Miscelo di Argo ordinandogli di partire e di cercare il fiume Esaro.
Le leggi di Argo punivano con la morte chi tentava di emigrare e Miscelo che stava partendo fu scoperto e processato. Tutti i giudici votarono per la condanna ponendo nell'urna un sassolino nero ma Ercole miracolosamente fece in modo che l'urna risultasse piena di sassolini bianchi. Miscelo fu assolto e partì e giunto alla foce dell'Esaro trovò la tomba di Crotone che aveva ospitato Eracle e qui fondò la città dandole il nome del defunto.
Qui visse un uomo di Samo, volontario esule che aveva rifiutato la tirannia del suo paese. Costui studiò i segreti del cielo e della natura e insegnò ai suoi discepoli a nutrirsi senza la carne definendo brutale il costume di mangiare gli animali.
Ovidio si sofferma sui precetti pitagorici narrando che nell'età dell'oro l'umanità si nutriva soltanto dei frutti della terra finché qualcuno, invidioso degli dei, non decise di uccidere. Si prese allora ad abbattere il maiale che danneggiava le sementi, il caprone che brucava le viti, ma anche gli agnelli privi di colpa e i buoi laboriosi.
E per nobilitare tanti delitto l'uomo pretende che quei cibi siano graditi anche agli dei e sacrifica sugli altari le vittime innocenti e mansuete.
Sosteneva Pitagora che non si deve temere la morte perché lo Stige è solo una favola e l'anima di volta in volta rinasce. Egli stesso ricordava di essere stato Euforbo durante la guerra di Troia ed affermava di riconoscere ancora lo scudo di quel guerriero che si custodiva in un tempio di Argo.
Poiché tutto muta ma nulla mai muore l'anima trasmigra da un essere vivente ad un altro, così mangiando un animale potremmo fare strazio di un nostro antenato.
Nulla è immobile nell'universo, tutto si muove e cambia aspetto, come il sole e la luna che ci appaiono diversi nei vari momenti dei loro percorsi; come l'anno che assume i colori di quattro diverse stagioni.
Anche noi cambiamo durante la vita, da quel germe che fummo nel grembo materno, attraverso tutte le età.
Muta la materia passando da un elemento all'altro: la terra si disfa in acqua, questa evapora in aria e l'aria, perdendo ogni peso, si lancia in alto fra i fuochi celesti, quindi ritornano indietro con ordine inverso.
Anche i luoghi cambiano: il mare avanza e recede, si prosciugano le paludi, la piena dei fiumi riporta la terra nel mare. Alcuni fiumi spariscono sotto la terra e riemergono altrove. Il mare separa terre che diventano isole e altre isole si riuniscono alla costa.
Di altri prodigi narrò ancora il Filosofo: del fonte Clitorio che rende astemio chi bene la sua acqua, di laghi etiopici che fanno impazzire quanti vi si bagnano, di un lago d'Arcadia con acqua innocua di giorno e velenosa di notte.
Dai corpi dei buoi sacrificati nascono le pecchie che suggono i fiori, dal cavallo le vespe, dal granchio gli scorpioni. I bruchi si mutano in farfalle, in rane i girini.
Ma la Fenice nota agli Assiri vive cinquecento anni, quindi cosparge il suo nido di spezie odorose e vi si lascia morire ma dal suo corpo poco dopo nasce una nuova piccola fenice. Infinite sono le mutazioni, insegnava il sapiente, così Troia, Sparta, Atene e Tebe sono solo la memoria del loro grande passato mentre Roma cresce e sarà un giorno regina del mondo, come un tempo predisse ad Enea Eleno l'indovino.
Numa tornò dal suo viaggio con la mente colma di questa dottrina ed accettò di reggere il regno. Con il consiglio della ninfa Egeria sua moglie e delle Camene insegnò i riti sacri e predicò la pace.
Quando Numa morì molto anziano, Egeria si nascose fra la boscaglia del piano aricino per piangere la sua perdita. Fra i tanti che tentarono di consolarla fu Ippolito figlio di Teseo che le ricordò la sua storia per recarle conforto. Fedra sua matrigna non era riuscita a sedurlo e lo aveva accusato della sua stessa colpa davanti a Teseo. Mentre Ippolito fuggiva esule con il suo carro un gran toro uscito dal mare spaventò i suoi cavalli che fuggirono trascinando il carro alla rovina. Sbalzato a terra, Ippolito era morto per atroci ferite ed era disceso nell'Ade.
Diana, sua protettrice, chiese ad Esculapio di risuscitare Ippolito, quindi per proteggerlo mutò il suo aspetto e cambio il suo nome in Virbio. Lo portò quindi nei boschi di Egeria dove serviva il culto della dea della caccia come nume minore.
Ippolito non riuscì a consolare Egeria che continuò a piangere finché Diana non la trasformò in fonte perenne.
Ippolito e le ninfe rimasero allibiti davanti a quella mutazione, come quel contadino che vide la terra trasformarsi in un uomo che fu chiamato Tage ed insegnò agli Etruschi l'arte divinatoria o come Romolo che vide la sua lancia confitta nel suolo trasformarsi in una pianticella o ancora come Cipo che guardandosi riflesso in un fiume si scoprì dotato di corna.
Cipo consultò un indovino che predisse che sarebbe divenuto re di Roma, pur di non diventare un tiranno Cipo informò il popolo ed il Senato dell'accaduto e scelse l'esilio volontario. Per gratitudine i senatori gli donarono tanta terra quanta poteva ararne in un giorno e gli si dedicò una statua.
Quando una tremenda epidemia colpì il Lazio, i Romani si rivolsero all'oracolo di Delfi che ordinò loro di chiamare Esculapio. I senatori inviarono messaggeri ad Epidauro per pregare i capi di quella città di consegnare loro il nume. Sulla richiesta furono espressi pareri contrastanti e la decisione fu rinviata al giorno successivo.
Durante la notte uno dei messaggeri sognò Esculapio che prometteva di seguirlo trasformato in serprente. Al mattino, infatti, si trovò nel tempio un grande serpente che i fedeli adorarono genuflessi. Il serpente lasciò il tempio e strisciò fino al porto dove prese posto sulla nave dei Romani.
Accolto dal popolo in festa il serpente giunse a Roma e sbarcò sull'Isola Tiberina, qui riprese il suo aspetto divino ed ordinò che cessasse la peste.
Così lo straniero Esculapio entrò nei templi di Roma dove ora Cesare è dio, più per l'essere padre di Augusto che per la gloria delle sue imprese.
Quando Venere seppe che il destino di Cesare stava per compiersi cercò aiuto dagli altri dei ma invano perché neanche gli dei possono opporsi ai decreti delle Parche.
La morte di Cesare fu preceduta da funesti presagi; mentre l'ora fatale si avvicinava Venere si preparava a salvare Cesare nascondendolo in una nuvola come aveva fatto una volta con Paride, ma Giove le parlò del destino che aveva deciso altrimenti e di come Cesare sarebbe divenuto un dio, di come il figlio lo avrebbe vendicato per poi regnare incontrastato e pacifico sul mondo intero. Le suggerì quindi di prendere l'anima di Cesare e di trasfromarla in una stella, così Venere scese non vista in senato e preso con se lo spirito del generale lo recò in cielo dove divenne cometa.
Con un passo encomiastico nei confronti di Augusto ed una preghiera agli dei perchè prolunghino la vita dell'imperatore, Ovidio conclude il suo poema, ma è consapevole di aver conquistato con quest'opera fama eterna e sa che anche dopo la morte per questa fama si quid habent veri vatum presagia, vivam! (se c'è del vero nei presagi dei vati, vivrò).