Google+
Guida rapida
A B C D E F G H I J K L M
N O P Q R S T U V W Y Z  

FRANCO SACCHETTI

IL TRECENTONOVELLE


(Sintesi parziale)

I - Proemio

L'autore dichiara di voler raccontare novelle antiche e moderne, fatti ai quali è stato presente ed episodi autobiografici, in considerazione della condizione umana e dei tristi eventi che spesso la turbano, come fece con grande successo Giovanni Boccaccio.
Nei racconti si parterà di gente di ogni condizione e fortuna, si farà onore al merito e si taceranno i nomi degli autori di azioni misere o vituperose.
Tutti gli episodi, benchè spesso narrati in forma romanzesca, sono ispirati a fatti realmente accaduti.

Novella II

Ogni anno lo speziale palermitano ser Mazzeo offriva al re Federico di Sicilia (Federico III d'Aragona) un piatto di cederni (frutti del cedro) ed uno di mele.
Una volta - Mazzeo era ormai anziano - quando si presentò al palazzo il portinaio lo schernì e strapazzò. Federico notando il suo turbamento gliene chiese la ragione e Mazzeo ricordò che nella Bibbia la regina di Saba elogia Salomone per i modi educati dei suoi servi.
Se Salomone era il pià saggio dei re, vedendo i servi di Federico si doveva pensare che questi fosse il più pazzo.
Federico apprezzò la battuta, cacciò il portinaio maleducato ed ordinò che Mazzeo fosse sempre accolto con onore.

Novella III

Un vagliatore toscano di nome Parcittadino decise di abbandonare il proprio lavoro per diventare cortigiano e, sentito dire della magnificenza di re Adoardo di Inghilterra, si recò a Londra per conoscerlo.
Parcittadino riuscì a penetrare nella reggia e giunto al cospetto del re che stava giocando a scacchi con il dispensiere, si dilungò in lodi sperticate ed adulazioni.
Senza parlare il re si alzò e lo malmenò violentemente. Parcittadino protestò vivacemente accusando il re di ingiustizia e ingratitudine, allora Adoardo gli donò una veste lussuosa per ripagarlo della verità dopo che, con le percosse, lo aveva ricompensato per le menzogne.
Durante il viaggio di ritorno Parcittadino guadagnò bene raccontando la sua avventura ai signori che incontrava e giunto al suo paese si comportò generosamente con i parenti poveri.

Novella IV

Bernabò signore di Milano era crudele ma giusto. Una volta multò un abate che non aveva nutrito due cani che lui gli aveva affidato e poiché quello chiedeva perdono promise di condonare la multa se avesse risposto a quattro domande: quanto è distante il cielo, quanta acqua è in mare, cosa si fa all'inferno e quanto valeva la sua persona.
Bernabò concesse all'abate un giorno di tempo per pensare alla risposta. Sulla via di casa l'abate incontrò un mugnaio al quale spiegò il suo caso e il mugnaio si disse disposto ad aiutarlo.
Il mattino seguente, vestita la tonaca dell'abate e coprendo il viso con la mano per non farsi riconoscere il mugnaio si presentò al signore. Rispose con due cifre enormi alle prime due domande e parlò dei tormenti dei dannati all'inferno. Alle obiezioni di Bernabò lo invitò a controllare e a farlo morire se avesse appurato che le sue risposte non erano veritiere.
Quanto al valore della persona, il mugnaio affermò che Bernabò valeva ventinove denari, uno meno di Cristo.
A questo punto Bernabò comprese che non stava parlando il vero abate ed il mugnaio, spaventatissimo, confessò la sostituzione di persona.
Bernabò ne fu molto divertito e decretò che l'abate ed il mugnaio si scambiassero effettivamente ruolo, lavoro e rendita per il resto della loro vita.

Novella V

L'astuto e coraggioso Castruccio Interminelli, signore di Lucca, era nemico dei Fiorentini.
Un giorno ordinò ad un domestico di servire il pranzo in un castello da lui conquistato in Valdinievole. Preparando la sala il servo notò su una parete lo stemma con il giglio di Firenze e lo cancellò con la punta della lancia, vantandosi poi dell'impresa con il suo signore.
Qualche tempo dopo Castruccio si trovò a fronteggiare l'esercito nemico e vedendosi venire incontro un soldato con l'insegna del giglio, chiaò il domestico e gli ordinò di combattere contreo di quello così bene come aveva combattuto contro il muro.
Il domestico esitava credendo che Castruccio scherzasse, ma Castruccio lo minacciò ed egli scese in campo rimanendo immediatamente ucciso.

Novella VI

Il marchese Aldobrandino d'Este, desiderando qualche uccello da tenere in gabbia, mandò a chiamare il fiorentino Basso della Penna che aveva un albergo in Ferrara.
Il marchese sperava che Basso, ospitando molti stranieri, potesse procurargli un volatile esotico che cantasse bene. Basso fece costruire una gabbia in legno, vi si chiuse dentro e si fece trasportare alla dimora del marchese al quale dichiarò di offrirsi come l'uccello più strano e raro che si potesse trovare.
Il marchese fece mettere la gabbia sul davanzale e nutrì Basso che cantava mentre la gente fuori osservava incuriosita la strana scena.
La sera Basso tornò al suo albergo e in seguito fu più volte ospite della gabbia ed allietò Aldobrandino con il suo canto.

Novella VII

Il cardinale Egidio Albornoz, legato della Chiesa, assediava Forlì di cui era signore Francesco Ardelaffi. Molti nobili partecipavano all'assedio, fra loro era Ungero di Sassoferrato che portava l'insegna del Crocifisso, ambito privilegioc he molti gli offrivano di acquistare.
A valutare il prezzo dell'insegna venne chiamato Messer Ridolfo da Camerino il quale giudicò la cosa insensata e ricordò che Cristo, da vivo, era stato venduto per soli trenta denari.
Fu una giusta osservazione quella di Ridolfo e lasciò soddisfatti tutti tranne Ungero, perché c'è sempre chi da più valore all'immagine che ai fatti.

Novella VIII

Un genovese, uomo di scienza ma dall'aspetto modesto e sparuto, amava una bella donna che rifiutava ogni suo approccio.
Venuto a sapere che il famoso Dante Alighieri si trovava in Ravenna decise di recarvisi per chiedergli consiglio e tanto fece che riuscì a farsi invitare ad un banchetto al quale partecipava il Poeta.
Ascoltata la domanda del genovese e considerato l'aspetto del suo interlocutore, Dante disse che l'unica soluzione sarebbe stata quella che la donna rimanesse incinta. In quello stato, si sà, alle donne sorgono i desideri più strani e forse in quel caso, solo in quel caso, la donna avrebbe avuto voglia di lui.
Il genovese accolse la risposta con grande sorpresa e dispiacere ma infine comprese che con il suo aspetto non poteva sperare nell'amore di una così bella donna.

Novella IX

Messer Giovanni della Lana da Reggio, deforme nella persona, trovandosi a Imola in compagnia di valenti uomini, ordinò al buffone Piero Guercio di esibirsi per i suoi amici.
Il buffone chiese a Giovanni se preferiva defecare nel proprio copricapo e voleva che lo facesse lui. Giovanni lo riprese indignato e gli ordinò di pensare ad un altro scherzo. Piero Guercio, insistendo, chiese se Giovanni preferiva mettersi in capo da solo il cappuccio pieno di escrementi o voleva affidare il compito a lui.
Offesissimo Giovanni andò via insultando il buffone mentre tutti ridevano. Il buffone gli aveva dimostrato che in certe occasioni è meglio tacere e lasciar parlare gli altri.

Novella X

Messer Galeotto, Messer Malatesta Unghero e Messer Dolcibene andando in visita al Santo Sepolcro attraversarono la valle di Josafat. Galeotto ricordò a Dolcibene che andremo tutti in quella valle per il Giudizio Universale e Dolcibene si affrettò a lasciare i suoi bisogni fisiologici, dicendo che segnava il posto, data la calca che ci sarà quel giorno.

Novella XI

Messer Guccio Tolomei organizzò con il suo amico l'inquisitore uno scherzo ad un suo ospite di nome Alberto da Siena che si vide convocare davanti all'Inquisizione.
Alberto da Siena, che era balbuziente, molto spaventato chiese consiglio a messer Guccio che gli promise di intercedere in suo favore.
L'inquisitore fece credere ad Alberto di sospettarlo di eresia e gli ordinò di recitare il Paternostro. A causa della balbuzie Alberto non riuscì a pronunciare nobis hodie e l'inquisitore gli ordinò di tornare il giorno successivo per essere processato.
Più tardi Alberto si lamentò di essere nei guai per colpa di "quella puttana di Donna Bisodia". Guccio lo raccontò all'inquisitore e ne risero molto.
Infine l'inquisitore disse ad Alberto di aver saputo che imprecava contro quella santa di Donna Bisodia senza la quale non si poteva dir messa e che scampava al rogo solo grazie all'intercessione di Guccio Tolomei.

Novella XII

Dovendo recarsi fuori città, Alberto da Siena si fece prestare un ronzino ma poiché la bestia si dimostrava indocile e non riusciva a farla procedere, Alberto scese dalla sella e la riportò dal proprietario conducendola per le redini.
A quanti lo notavano lungo la strada del ritorno Alberto rispondeva che non era lui a condurre il ronzino ma quello a portare lui.
La morale è che prima di rischiare si deve valutare se la posta in gioco vale il pericolo che si corre.

Novella XIII

Dovendo partecipare ad una battaglia fra Senesi e Perugini, Alberto da Siena decise di andare a piedi tenendo il cavallo di fronte a se e spiegava che per il cavallo, se fosse morto, era previsto un risarcimento, ma nulla in caso di morte del cavaliere.
I Senesi furono sconfitti, ma Alberto arrivò in ritardo alla battaglia e riuscì a fuggire anche se il cavallo venne catturato.
Scappando con grande paura per tutta la notte, all'alba arrivò a Siena. Non ebbe il risarcimento per il cavallo perduto perché si seppe che non lo aveva montato, ma almeno ebbe salva la vita.

Novella XIV

Non riuscendo ad andare d'accordo con la matrigna, Alberto da Siena seguì un consiglio degli amici e ne divenne l'amante. Un giorno il padre sorprese la moglie a letto con Alberto e dando in escandescenze fece accorrere i vicini.
Alberto argomentò che non era giusto che suo padre, che tante volte era stato con sua madre senza che lui protestasse, se la prendesse tanto se ora il figlio si divertiva con sua moglie.

Novella XV

Il marchese Azzo d'Este fece sposare la sorella (Alda o Beatrice) con l'anziano giudice di Gallura che non aveva figli sperando così di procurare alla famiglia la signoria del giudicato.
Cinque anni dopo il giudice morì e la vedova, che non aveva avuto figli, tornò dal fratello ma questi l'accolse con estrema freddezza.
Quando gliene chiese la ragione Azzo d'Este l'accusò di non aver tentato di realizzare il suo obiettivo e la donna, per giustificarsi, giurò di aver tentato di rimanere incinta con ogni fante, ragazzo o cuoco avesse avuto a portata di mano, ma putroppo senza risultati.
Azzo fu molto soddisfatto della risposta. Più tardi Alda si risposò con un Visconti ed ebbe una figlia di nome Giovanna, moglie di Riccardo da Camino signore di Treviso, che viene citata da Dante nell'ottavo canto del Purgatorio.

Novella XVI

Un ricco dittadino di Siena lasciò morendo tre comandamenti a suo figlio: non frequentare cattive compagnie, non pretendere di sposare troppo, scegliere una moglie del suo paese.
Un amico invità il giovane ad un banchetto ma poi, pentito perché i parenti gli rimproveravano l'eccessiva prodigalità, gli fece servire solo una cipolla.
Il giovane ricordò i precetti paterni ed appese la cipolla al muro di casa sua come monito.
Quando stava per vendere un cavallo il giovane non si accontentò dell'offerta ricevuta ma il cavallo morì ed egli ne perse il valore, così tagliò la coda del cavallo e l'appese vicino alla cipolla.
Quindi il giovane decise di sposarsi ma, non trovando una ragazza che gli piacesse a Siena si lasciò convincere da un notaio a sposare una Lanfranchi di Pisa.
Mentre viaggiava verso Siena con la promessa sposa ed alcuni domestici, il giovane notò che un valletto guardava la ragazza in modo sconveniente. Insospettito penetrò durante la notte nella camera di lei (sostavano in un albergo) e la trovò addormentata con l'amante.
In silenzio il giovane prese le brache del valletto e tornato a casa le appese con la cipolla e la coda del cavallo.
Quando la sposa e il suo seguito lo raggiunsero il giovane spiegò il significato degli oggetti e rimandò indietro la pisana, attenendosi almeno in questo ai comandamenti paterni.

Novella XVII

Piero Brandani di Firenze, dovendo recarsi al palazzo del Podestà per una causa ordinò al figlio di portargli alcuni documenti. Il figlio ubbidì ma mentre aspettava il padre lo colse un acquazzone ed aiutando una venditrice di frautta che aveva rovesciato un cesto di ciliege smarrì i documenti.
Per sfuggire all'ira paterna lasciò Firenze e si recò a Prato dove si unì ad una comitiva di mercanti.
Viaggiando con la comitiva sostò per la notte in un albergo ma l'albergatore non aveva cibo. Poiché il luogo era infestato dai briganti si decise di vestire il giovane con miseri panni per non farlo notare dai malviventi e mandarlo in chiesa a chiedere del pane in prestito al prete.
A causa dell'oscurità il giovane non trovò la chiesa ma bussò ad una casa chiedendo il pane. Il proprietario, credendolo un brigante, lo cacciò via minacciandolo.
Mentre si allontanava il giovane vide un lupo e, molto spaventato, si nascose in una botte che si trovava nell'aia della casa. Andandosi a grattare contro la botte il lupo introdusse la coda in una fessure ed il giovane da dentro l'afferrò.
Il lupo tirava per liberare la coda, il giovane non la lasciava per timore di essere aggredito e tanto fecero che la botte rotolò in una scarpata uccidendo il lupo e tramortendo il ragazzo.
Al mattino il proprietario della casa ed altri contadini trovarono il lupo morto ed il giovane nella botte. Il garzone raccontò le sue avventure ed i contadini lo consolarono spiegandogli che il Comune di Pistoia lo avrebbe ricompensato per l'uccisione del lupo.
Così il ragazzo tornò a casa con il denaro della ricompensa, il padre lo perdonò e con quel denaro fecero rifare le carte perdute.
In conclusione non si deve mai disperare perché la fortuna a volte toglie e a volte dona.

Novella XVIII

Quando all'alberto di Basso della Penna si presentarono certi giocatori "arcatori" (truffatori), Basso propose loro un gioco: si trattava di porre delle monete sul tavolo davanti ad ogni giocatore. Quello sulla cui moneta si fosse posata una mosca avrebbe vinto le altre monete sul tavolo.
Nessuno notò che Basso prima di maneggiare le proprie monete toccava una pera guasta che aveva in tasca, i cui marciumi aderivano alle monete attirando le mosche.
Basso vinse molto e dimostrò che i truffatori non credono mai di poter essere truffati a loro volta.

Novella XIX

Degli avventori chiesero a Basso della Penna delle lenzuola bianche e il mattino seguente si lamentarono per aver dovuto dormire con lenzuola sporche. Basso li sfidò a dimostrare che non erano bianche ma di altro colore. Da quando ascoltò questa storia, dice Sacchetti, anche lui prese l'abitudine di non chiedere lenzuola bianche, ma di bucato.

Novella XX

Basso invitò degli amici a cena e servì loro ottime vivande, ma non vino. A quanti gliene chiedevano il motivo Basso rispose che li aveva invitati a mangiare, non a bere. Tutti risero e mandarono i domestici a prendere il vino altrove.

Novella XXI

Basso contrasse una febbre malarica ed in punto di morte fu abbandonato dai familiari che temevano il contaggio.
Chiamò il notaio e nel suo testamento dispose che gli eredi offrissero ogni anno alle mosche un paniere di pere marce, spiegò la decisione dicendo che le mosche erano le sole a non averlo abbandonato durante la malattia.
Begli ultimi momenti Basso ricevette la visita di una vicina che si presentò come "donna Buona" e lui trovò la forza di far ridere i presenti dicendo che in ottanta anni di vita era la prima volta che gli capitava di incontrare una donna buona. Quindi morì, compianto da tutti.

Novella XXII

Nella marca di Ancona morì un ricco contadino di nome Giovanni ed i parenti pregarono due frati di passaggio di dedicargli qualche parola di commemorazione. Uno dei due frati pronunciò una predica molto particolare in memoria del defunto del quale non sapeva nulla: "Perdonò a chi gli aveva fatto del bene e odiò chi gli aveva fatto del male, digiunò quando non aveva nulla di buono da mangiare, fu casto quando l'amore gli sarebbe costato troppo ... " e così via.

Novella XXIII

Il cavaliere pistoiese Niccolò Cancellieri era ricco ma avarissimo e tutti lo sapevano. Per migliorare la sua reputazione invitò tutti i gentiluomini di Pistoia a un banchetto ma al momento di acquistare le vivande cambiò idea e decise di annullare gli inviti, disinteressandosi del disonore che così si procurò.

Novella XXIV

In visita al Santo Sepolcro, Masser Dolcibene venne alle mani con un Giudeo che denigrava la religione cristiana e fu imprigionato in un tempio giudaico. Durante la notte Dolcibene non potè evitare di defecare sul pavimento e quando al mattino i Giudei volevano ucciderlo per questo affermò di aver visto il suo Dio lottare con il loro quindi il loro Dio evacuare in mezzo al tempio. I Giudei presero subito a cospargersi il viso con quegli escrementi, convinti che fossero sacre reliquie e lasciarono libero Dolcibene.

Novella XXV

Messer Francesco Oderlaffi signore di Forlì aveva condannato un prete alla castrazione e non trovando altri affidò l'esecuzione della pena a Dolcibene che eseguì e conservò i testicoli e quando il prete mandò un parente a richiederli si fece dare ventiquattro lire che spartì con il signore.

Novella XXVI

Bartolino farsettaio, trovandosi al bagno di Petriuolo, conversava con Tommaso del Garbo e Dino da Olena quando dimostrò loro come trarre il sangue da un peto. Lasciò andare un peto in acqua e disse che avrebbero dovuto incidere la bolla di gas che veniva in superficie.

Novella XXVII

Il marchese Obizzo d'Este cacciò il buffone Gonnella dal suo terreno minacciandolo di farlo morire se fosse tornato. Gonnella si presentò su una carretta comprata a Bologna e ricoperta di terra di quella città. Divertito, il marchese gli permise di restare.

Novella XXVIII

L'anziano prete Tinaccio anni prima aveva avuto una figlia che spacciava per nipote. La ragazza era molto bella ed in età da marito.
Un giovane innamorato della ragazza si presentò una sera a casa del prete travestito da donna incinta dicendo di volersi confessare. Si fece tardi ed il prete offrì alla sua ospite la possibilità di dormire con la nipote.
Durante la notte la ragazza prese a gridare "Egli è maschio", ma il prete, pensando che si riferisse al nascituro e che la donna stesse partorendo, rispose alla figlia di aiutarla con la sua benedizione, cosa che la giovane fece con piacere per tutta la notte.

Novella XXIX

Il cavaliere francese Ghiriberto era basso di statura e piuttosto grasso. Trovandosi in ambasciata presso Bonifacio VIII volle inginocchiarsi davanti al pontefice ma mentre lo faceva gli sfuggì un peto. Senza perdersi d'animo si diede qualche colpo sul deretano ordinandogli di lasciar parlare lui. Il papa ne fu molto divertito.


Novella XXX

Tre cavalieri senesi andarono in ambasciata presso Gregorio X accompagnati da uno scudiero che sapeva parlare molto bene ma solo dopo aver bevuto tre volte.
Il giorno stabilito i cavalieri fecero bere tre volte lo scudiero e quegli si pronunciò ottimamente davanti al pontefice. Tornati in albergo i cavalieri si congratularono con il dicitore che assicurò che con un altro bicchiere avrebbe schiaffeggiato il papa.

Novella XXXI

Due ambasciatori furono inviati dal Casentino al vescovo Guido d'Arezzo per porgere alcune richieste ma strada facendo dimenticarono l'oggetto della loro missione e non servì certo il bion vino di un oste lungo la strada ad aiutarli a ricordare.
Giunti davanti al vescovo non poterono far altro che confessare di aver dimenticato ed il vescovo bonariamente disse loro di riferire a chi li mandava che egli avrebbe soddisfatto qualsiasi richiesta, nei limiti del possibile. Anzi, raccomandava per il futuro di risparmiare sulla spesa per gli ambasciatori limitandosi a scrivere delle lettere.
I due, tornando indietro, sostarono di nuovo all'osteria e quando arrivarono dai compaesani riferirono della disponibilità e delle raccomandazioni del vescovo e furono molto lodati.

Novella XXXII

Un frate che predicava in Toscana notò di avere sempre pochissimi ascoltatori ed annunciò che avrebbe spiegato che l'usura non è peccato.
La domenica successiva tutti andarono ad ascortarlo ma il frate rimandò con una scusa l'argomento annunciato e così fece per tutta la Quaresima.
Quando finalmente affrontò l'argomento davanti ad un pubblico molto numeroso spiegò che il peccato non è nel prestare, che anzi è azione meritoria in quanto soccorso ai bisognosi, ma nel riscuotere gli interessi. Andassero quindi i suoi fedeli e prestassero a piene mani riscuotendo alla scadenza soltanto l'importo prestato o, meglio ancora, rinunciando anche a quello per pura carità.
Quanti lo udirono compresero di essere stati beffati, molti ne risero e il frate aveva dimostrato che la curiosità per le cose nuove attira più dell'interesse per le Sacre Scritture.

Novella XXXIII

Trovandosi nelle terre dei Malatesta in Romagna, Messer Dolcibene venne per qualche motivo scomunicato da un vescovo di nome Masino.
Dopo lunga attesa il signore del luogo gli disse di aver convinto il vescovo a togliere la scomunica, Dolcibene doveva quindi presentarsi in chiesa il mattino seguente.
Durante la cerimonia, mentre il penitente pregava, il vescovo lo colpì più volte con una bacchetta ma infine Dolcibene reagiì e malmenò il prelato.
Parenti e servi del vescovo cercarono di prenderlo ma intervenne il signore che portò via Dolcibene fingendo di volerlo punire. Più tardi il vescovo perdonò Dolcibene e i due divennero amici.

Novella XXXIV

Ferrantino degli Argenti da Spoleto militava al soldo del vescovo di Todi ed una volta partecipò ad una missione nel Todino per riprendere un castello che era stato occupato da un signore rivale del vescovo.
La missione non ebbe successo e durante il ritorno Ferrantino fu colto da un temporale. Completamente bagnato rifugiò in una casa dove trovò un bel fuoco ed una bella e giovane fantesca intenta a cucinare.
Chiese di potersi asciugare accanto al fuoco e venne a sapere che la casa era del canonico messer Francesco.
Quando questi tornò tentò di cacciare Ferrantino, non riuscendovi impegnò la spada ma il soldato si difese ed alla fine fu il canonico a trovarsi chiuso fuori di casa mentre Ferrantino si barricava accatastando masserizie dietro la porta.
Ferrantino si trattenne nella casa per tre giorni banchettando con la cena che la fantesca Caterina aveva preparato per gli ospiti attesi da messer Francesco e trascorrendo le notti con la bella domestica nello stesso letto che lei era solita dividere con il canonico.
Non valsero i tentativi di Francesco e dei suoi amici nè quelli degli uomini inviati dal cardinale a convincere Verrantino ad uscire e solo quando finirono le provviste il militare tornò a casa sua.
Al cardinale che lo interrogò Ferrantino disse di essersi chiuso in casa per timore di essere ucciso dal canonico ed il cardinale giudicò saggio chiudere il caso con una riconciliazione.
Per una volta tanto un laico potè godere del cido e di una donna di un prete, Sacchetti se ne compiace non mancando di condannare come al solito i vizi del clero.

Novella XXXV

Un cardinale raccomandò un chierico quasi analfabeta a Bonifacio VIII. Interrogato in latino dal papa, avendo il cardinale come suggeritore, il chierico equivocò comicamente rispondendo con motti volgari.

Novella XXXVI

Durante la guerra fra Firenze e Pisa tre fiorentini portarono al Palazzo dei Priori la notizia di aver avvistato il nemico in avvicinamento, notizia falsa perché erano stati confusi dai rumori del temporale o da quelli degli animali.

Novella XXXVII

Un certo Bernardo di Nerino detto Croce si era arricchito in Friuli facendo il barattiere.
Sacchetti racconta i suoi motti mordaci pronunciati contro chi lo provocava.

Novella XXXVIII

Ridolfo da Camerino (Rofolfo II da Varano di Camerino) combatteva per Firenze contro i Brettoni del Cardinale di Ginevra (poi antipapa Clemente VII) quando questi catturarono un suo nipote e lo rimandarono indietro con la promessa di portar loro una taglia.
Ai Brettoni che chiedevano perché non uscisse fuori Bologna (per combattere), Ridolfo mandò a dire che li aspettava dentro, se riuscivano ad entrare.

Novella XXXIX

A chi gli mandava in dono un cane da porci, capace di riportare uno o due maiali al giorno, Ridolfo da Camerino rispose che non andava bene. Aveva bisogno di un cane capace di riportarne ottocento in un colpo solo, come avevano fatto i nemici che lo avevano derubato, appunto, di quel numero di animali.

Novella XL

Ad un suo nipote che tornava da un periodo di studi di diritto a Bologna e diceva di aver imparato "la ragione", Ridolfo da Camerino disse che avrebbe fatto meglio ad imparare la forza perché la ragione non si usa, la forza si.

Novella XLI

Varie battute ed aforismi del "filosofo naturale" Ridolfo da Camerino pronunciati in varie occasioni per confondere gli adulatori, controbbattere gli avversari, ecc.
Lo scherzo di messer Ridolfo agli ambasciatori fiorentini: fece loro servire una minestra bollente mentre la sua era tiepida, vedendolo mangiare tranquillamente gli ospiti non presero precauzioni e si ustionarono.

Novella XLII

Messer Macheruffo da Padova fu nominato podestà di Firenze. All'inizio del suo incarico qualcuno appese alla sua porta molti orinali pieni. Macheruffo li fece esporre nella grande sala delle riunioni e spiegò che poiché il podestà è il medico dei mali cittadini era giusto che i Fiorentini gli avessero portato la loro orina da esaminare.
Successivamente, infatti, applicò la sua cura mandando alla forca tutti i malfattori che gli riuscì di individuare e fra questi erano certamente anche gli autori della beffa.

Novella XLIII

Un cavaliere di Ferrara fu nominato podestà di Arezzo. Vedendosi deriso per la sua piccola statura si difese con una parola ...

per una lacuna del testo questa novella è mancante come le novelle successive sino alla XLVI e parte della XLVII

Novella XLVII (frammento)

Messer Jacopo si lasciò convincere in punto di morte a lasciare il suo denaro alla moglie e non ai medici. La moglie non si preoccupò di far dire messe in suffragio ma cercò subito un altro marito.

Novella XLVIII

Lapo di Geri da Montelupo detto Lapaccio era uomo semplice e superstizioso. Se qualcuno toccandolo gli annunciava la morte di una persona doveva subito toccare qualcun'altro altrimenti, credeva, sarebbe morto anche lui.
Una volta, in m issione per il comune di Firenze, si fermò in un albergo di infimo livello dove non trovò miglior sistemazione che dividere un letto con un militare di passaggio.
Lapaccio non si accorse che l'uomo era morto, quando lo spinse per farsi spazio nel letto quello cadde e lui credette di averlo ucciso.
Lapaccio trascorse la notte nel terrore di essere impiccato e quando al mattino seppe la verità se ne andò sollevato ma comunque turbato dalla paura superstiziosa. Il caso volle che morì di malattia poco dopo essere rientrato a Firenze.

Novella XLIX

Il buffone Ribi viene condotto davanti al podestà per aver oltraggiato un cavaliere, ma il podestà considera la cosa uno scherzo e lo perdona. Il cavaliere rimane molto insoddisfatto.

Novella L

Il buffone Ribi avendo degli strappi su un vestito se lo fa rammendare con pezzuole di altro colore suscitando la curiosità di chi lo incontra e ricavandone abiti in dono.

Novella LI

Messer Ciolo, un vecchietto goloso di Firenze, si introdusse non invitato in un banchetto offerto da Bonaccorso Bellincioni e quando fu scoperto disse ai domestici che volevano allontanarlo che se non era stato invitato era colpa di chi se ne era dimenticato e non sua.
La risposta piacque a Bonaccorso che da allora in poi invitò sempre messer Ciolo ai suoi banchetti.

Novella LII

Il fiorentino Sandro Tornabelli fu denunciato dal figlio di un suo creditore defunto per non aver pagato un debito. Prima di essere arrestato Sandro, che in realtà aveva pafato, si accordò con il messo che veniva a prenderlo per dividere il compenso, quindi si lasciò arrestare.
Quando fu sicuro che il messo avesse incassato esibì la ricevuta del debito che gli veniva contestato, così il figlio del creditore dovette rinunciare al credito che aveva pensato di avere e a quanto aveva pagato per far arrestare Sandro.

Novella LIII

Berto Falchi di Firenze stava facendo l'amore con una contadina in una vigna quando un passante, per prendere dell'uva, scavalcò il muro di cinta cadendogli sopra.
Credendo di essere atterrato su un enorme rospo l'uomo cominciò a correre e urlare attirando tutta le gente del posto e creando enorme confusione.
Più tardi Berto raccontò la vicenda al priore Oca, prete del posto, che ne trasse profitto. La domenica, infatti, dopo la messa raccontò del pericoloso rospo raccomandando a tutti di non entrare in quella vigna, a questo punto gli fu facile prendere in affitto la vigna stessa per una sciocchezza.
Da allora per molti anni Oca trasse buon vino dalla vigna e volentieri lo bevve con Berto Falchi.

Novella LIV

Ghirello Mandni di Firenze raccontò alla moglie Duccina che i suoi amici la deridevano perché erò così grassa da non potersi pulire dopo aver usato il gabinetto.
Ne nasce una scenetta divertente con Duccina che mima l'operazione per dimostrare di essere in grado di svolgerla.

L A C U N A

Novella LIX - Frammento

Il signore di Milano (il nome manca a causa della lacuna) compie un atto di carità (non sappiamo quale), uno di giustizia eseguito con crudeltà (fa seppellire vivi i preti che rifiutavano di prendersi cura di un cadavere se non a pagamento) ed uno di sdegno (punendo i prigionieri che chiedevano un beneficio che, evidentemente, era stato concesso ad altri).
Il senso del racconto, purtroppo, rimane poco chiaro a causa della parte mancante.

Novella LX

Una volta a Firenze si scoprì che un braccio umano, a lungo venerato come reliquia di Santa Reparata, era di legno. Memore di questo episodio, Frate Matteo Dini a Bologna rifiutava di mostrare ai fedeli un altro braccio che si diceva appartenuto a Santa Caterina.
Costretto a farlo dai superiori, mostrò il braccio ma avvertì di aver visto personalmente il corpo della santa con entrambe le braccia. "Quindi - concluse il frate - s'ella ne ebbe tre, questo è il terzo".

Novella LXI

Messer Guglielmo da Castelbarco, un signore della zona di Trento, aveva un esattore di nome Bonifazio da Pontriemoli che avendo svolto bene il suo lavoro per molti anni aveva guadagnato la sua fiducia ed accumulato discrete ricchezze.
Tuttavia una volta Guglielmo vide Bonifazio mangiare "maccheroni con il pane" in tempo di carestia e ritenendo che avesse così offeso la miseria del popolo lo fece arrestare e confiscò tutti i suoi averi.

Novella LXII

Mastino signore di Verona aveva un funzionario che giunto povero alla sua corte vi si era col tempo arricchito.
Una volta Mastino gli chiese di giustificare questo arricchimento e documentare tutto il suo operato. Non essendo in grado di farlo l'uomo indossò i miseri panni con cui era giunto a Verona e si disse pronto a partire lasciando al signore ogni suo avere.
Mastino lo giudicò uomo onesto e gli restituì la sua fiducia, l'uomo visse e lavorò alla corte di Verona per il resto della sua vita.

Novella LXIII

Un uomo grossolano portò a Giotto un palvese (uno scudo) per farvi dipingere dal maestro "l'arme", cioè un blasone.
Giotto rimase perplesso e sospettò uno scherzo, comunque accettò l'incarico e dipinse sul palvese alcune armi, due corazze, stivali, una spada, un coltello, ecc.
Furibondo il committente denunciò il pittore ma gli ufficiali, ascoltate le ragioni di Giotto contro chi pretendeva di accampare un lignaggio che non possedeva, lo condannarono a pagare un prezzo più alto di quello richiesto.

Novella LXIV

Un certo Agnolo di San Gherardo fiorentino, una sorta di giullare, acquistò un cavallo "alto e magro che parea la fame" per partecipare alla giostra di Peretola. Quando Agnolo fu vestito ed armato qualcuno mise un cardo sotto la coda del cavallo e la bestia, tormentata dalle punture, partì al galoppo e non si fermò finché non ebbe raggiunto a Firenze la stalla del precedente padronme mentre Agnolo, che aveva settant'anni, non riusciva a fermarlo e subiva in tutto il corpo i contraccolpi del galoppo sfrenato.
A Firenze aiutarono Agnolo, dolorante, a scendere dalla sella, lo derisero a lungo e lo accompagnarono a casa dove ebbe la sua dose di pungenti rimproveri dalla moglie indignata per le ragazzate di un uomo anziano.

Novella LXV

Un dipendente di Ludovico Gonzaga signore di Mantova fu udito dire una battuta: "Signore è vino di fiasco, la mattina è buono la sera è guasto".
Era stato uno scherzo ma Ludovico confiscò tutti i suoi averi e lo cacciò da Mantova.


Novella LXVI

Il fiorentino Coppo di Borghese Domenichi era uno strano personaggio, anche se savio e giusto.
Una volta si indignò leggendo in Tito Livio come le donne romane protestarono contro una legge che proibiva gli abbigliamenti lussuosi e quando vennero degli operai a chiedere il compenso per un lavoro che avevano fatto lui li cacciò via senza neanche ascoltare.
L'indomani però li pagò spiegando che la sera prima aveva altre preoccupazioni.

Novella LXVII

Messer Valore da Buondelmonte era nu noto "caleffadore", cioè una persona che spesso si prendeva gioco degli altri.
Una volta in Romagna scherzava con dei gentiluomini affermando che le pietre di maggior valore fossero la macina del grano o i sassolini con cui aveva cacciato un ragazzo che rubava la frutta dai suoi alberi.
Si fece avanti un ragazzino di quattordici anni ed affermò che se fosse stato un signore avrebbe arricchito Valore con quelle pietre e continuò a rispondere a tono a Valore finché quello, abituato a beffare gli altri, se ne andò beffato.

Novella LXVIII

Guido Cavalcanti, giocando a scacchi con un amico, fu disturbato dai rumori di bambini che giocavano nei pressi e li cacciò. Uno di loro tornò con un chiodo da cavallo ed un sasso e si mise ad armeggiare alle sue spalle come se volesse addrizzare il chiodo.
Quando si alzò per cacciare di nuovo il ragazzino, Guido si accorse che quello gli aveva inchiodato un lembo della giacca alla panca.

Novella LXIX

Un certo Passera della Gherminella truffava gli ingenui con un gioco che consisteva nel far scommettere l'avversario che una bacchetta fosse annodata o meno da una cordicella.
Ovviamente barava ma alla fine nessuno giocava più con lui, quindi decise di andare in Lombardia insieme ad un compagno sperando di trovare nuove prede. Tentò a Bologna, a Modena, Reggio Emilia, Ferrara, Lodi, Como, Bergamo ma nessuno cadde nella sua rete.
Alla fine tornò a Firenze dove, avendolo creduto morto, tutti accorsero a giocare con lui e presto recuperò le spese del viaggio.

Novella LXX

Torello del Maestro Dino e suo figlio, dovendo uccidere due maiali, decisero di risparmiare compiendo personalmente l'operazione. Il seguito della novella è una comica descrizione ei due inesperti che tentano di uccidere gli animali, questi che fuggono in cucina devastandola, quindi si gettano in un pozzo ...
Alla fine a Torello tocca spendere molto di più di quanto aveva sperato di risparmiare.

Novella LXXI

Sacchetti dice di aver ascoltato personalmente un frate domenicano predicare nella chiesa di San Lorenzo a Genova. Erano i tempi della guerra fra Genova e Venezia e la sorte volgeva a favore dei Veneziani. Il frate predicava con fervore perché i Genovessi si armassero e combattessero senza tregua contro i "porci" veneziani.
L'autore ironizza sullo spirito di caritò e di pace del predicatore.

Novella LXXII

Un vescovo che predicava a Firenze diceva cose molto strane. Si dilungava su argomenti gastronomici quando voleva ammonire i fedeli contro il vizio della gola. Una volta disse che Cristo salì in cielo "come se mille paia di diavoli ne l'avessino portato".
Il sacerdote non era sano di mente ed alla fine gli fu proibito di predicare perché la gente andava in chiesa per divertirsi alle sue spalle.

Novella LXXIII

Il francescano Niccolò di Sicilia era teologo e grande predicatore. Poiché era controrio al fatto che si dipingesse il Volto Santo di Cristo una volta in Santa Croce si pronunciò in merito con tale veemenza da far ridere tutti i presenti.

Novella LXXIV

Bertrando degli Alidosi signore di Imola mandò da Bernabò Visconti un ambasciatore dall'aspetto bilioso, piccolo di statura e male in arnese.
Bernabò lo fece motare un un cavallo con le staffe troppo lunghe e lo costrinse a riferire l'ambasciata mentre lo seguiva sulla sua cavalcatura, faticando per rimanere in groppa.
Lo lasciò quindi attendere per quindici giorni prima di fargli avere la sua risposta.
Bertrando comprese da queste maniere che Bernabò non aveva gradito l'ambasciatore.

Novella LXXV

Motti di spirito di Giotto: quando durante una gita in campagna un maiale lo fece inciampare disse che aveva ragione perché lui guadagnava usando le setole dei maiali (per i pennelli) e non dava mai loro una scodella di broda.
A chi gli faceva notare che aveva dipinto San Giuseppe in atteggiamento malinconico disse che "vede pregna la moglie e non sa di cui".

Novella LXXVI

Matteo di Cantino Cavalcanti, settantenne, vestiva all'antica indossando indumenti molto larghi.
Un giorno, mentre chiacchierava nella piazza del mercato, un topo inseguito dai ragazzini si infilò nelle sue braghe, con suo spavento e grande divertimento dei presenti.

Novella LXXVII

In una località che Sacchetti non nomina per discrezione, due contadini rimisero una loro lite ad un ufficiale. Per ottenere il favore dell'ufficiale uno gli regalò un bue, l'altro una vacca.
Il giudice si trovò in difficoltà, ma alla fine favorì il donatore della vacca perché questa era gravida e partorì un vitello.
Sacchetti deplora chi si lascia corrompere.

Novella LXXVIII

Ugolotto degli Agli di Firenze, ottantenne, fu svegliato una notte da un certo Ballerino di Ghianda che lo insultò. Ugolotto scese armato di spada ed alla fine fu lui ad essere arrestato e multato per disturbo alla quiete pubblica.
L'indomani Ugolotto subì un altro scherzo: qualcuno, forse lo stesso Ballerino, gli mandò gli addetti a preparare le sue esequie dicendo che era morto e Ugolotto dovette dimostrare di essere ancora vivo. Non si trovò il responsabile della beffa e quindici mesi più tardi Ugolotto morì veramente.

Novella LXXIX

Messer Pino della Tosa discuteva di cose fiorentine con un cavaliere durante una cena offerta da Vieri de' Bardi.
Nacque un contrasto sulla domanda "con quante barbute si correrebbe Firenze?" (quanti cavalieri occorrerebbero per occupare Firenze?).
Vieri intervenne a favore di messer Pino che ne indicava un numero minore affermando che messer Pino, in passato, aveva signoreggiato la città cavalcando la sua mula.

Novella LXXX

Buoninsegna Angiolini era un ottimo oratore ma una volta ammutolì notando che i personaggi dipinti sul muro di fronte a lui indossavano calze molto bizzarre e perse il filo del discorso.

Novella LXXXI

Un senese esule a Firenze aveva prestato dieci fiorini ad un fiorentino incallito giocatore. Una volta venne a sapere che il giocatore aveva avuto fortuna ed andò da lui per incassare il credito ma quello finse di aver perso molto. Il senese rinunciò e si rassegnò a non recuperare i suoi dieci fiorini.
Quando il debitore gliene chiese altri cinque promettendo di rendergliene quindici al più presto, il senese affermò che non gli doveva nulla ed evitò di peggiorare la situazione.

Novella LXXXII

Incuriosito dalla fama di gran bevitore di un suo ospite genovese, Bernabò Visconti organizzò una sfida fra l'ospite ed un suo uomo che godeva di pari fama.
Dopo moltissimi bicchieri l'uomo di Bernabò stramazzò a terra ed il vincitore fu nominato cavaliere, quindi, con licenza del signore, innaffiò l'avversario con la sua orina.

Novella LXXXIII

Marco del Rosso, Tommaso Federighi, Tommaso Baronci erano priori in Firenze. Tommaso Baronci fu fatto bersaglio degli scherzi dei colleghi. Una notte mentre dormiva gli "rovesciarono" le scarpette in modo che durante una riunione credesse con sorpresa di aver indossato calzature non sue.
Gli forarono l'orinale che utilizzava di notte "stando in sul letto ritto" con ovvie conseguenze, sostituirono un cappone che aveva posto in una scatola con una gatta viva ... infine Tommaso si persuase di essere perseguitato da una maledizione, si rivolse ai teologi e visse il resto della vita convinto che il palazzo dei priori fosse infestato dai demoni.

Novella LXXXIV

Mino da Siena era un pittore specializzato in crocifissi in legno a grandezza naturale. Aveva una moglie bella ed infedele ed una sera, mentre lavorava in una chiesa, fu avvisato da un parente che correndo a casa l'avrebbe trovata in compagnia dell'amante.
Quando Mino bussò alla porta, la donna nascose l'amante fra i crocifissi coprendolo con un panno, nascose anche i suoi abiti, quindi si scusò per aver fatto attendere il marito dicendo che stava dormendo profondamente.
Mino cercò ovunque senza riuscire a trovare il rivale mentre la donna, mostrandosi molto indispettita, andava a dormire.
Anche Mino, rassegnato, andò al letto ma al mattino mettendosi al lavoro notò un priede maschile che sporgeva dal panno con cui la donna aveva coperto l'amante. Senza dire nulla brandì un'ascia ma quando il clandestino comprese che stava per essere colpito sui genitali fuggì via gridando e Mino partì all'inseguimento.
Intanto la moglie affidava gli abiti dell'amante ad un frate questuante ricompensandolo per restituirli al proprietario. Senza aver raggiunto il fuggitivo, Mino tornò a casa e venne alle mani con la moglie, ma poiché la donna era molto più robusta di lui, il pittore ebbe la peggio e, per spiegare il suo aspetto malconcio a chi lo incontrava, inventò che un crocifisso gli era caduto sul viso mentre lavorava.

Novella LXXXV

Il fiorentino Gherardo Alisei sposò Monna Ermellina, una vedova dalla pessima reputazione, fra lo stupore e la riprovazione di amici e parenti.
Gherardo assicurava di essere ben consapevole della situazione e di sapere come correggere i vizi della sposa. La prima notte di nozze, infatti, Gherardo bastonò duramente Ermellina e quando lui gliene chiese la ragione lo sposo rispose che voleva mostrarle come lui puniva le colpe da lei commesse prima di diventare sua moglie per farle immaginare quanto le sarebbero costati i suoi futuri errori.
Il metodo funzionò ed Ermellina divenne la più cara ed onesta delle mogli.

Novella LXXXVI

Michele Porcello di Imola, detto Fra Michele perché terziario dell'ordine di San Francesco, mercanteggiava fra Toscana e Romagna.
Una sera sostò a Tosignano nell'albergo di Ugolino Castrone e di sua moglie monna Zoanna ed ebbe modo di notare le cattive maniere che la donna usava nei confronti del marito. Un anno dopo una pestilenza fece morire Ugolino Castrone ed anche la moglie di Michele e quest'ultimo, che non aveva dimenticato la villania di Zoanna, le propose il matrimonio, insistendo per anni finché non la sposò.
La prima notte di nozze Zoanna, come l'Ermellina della novella precedente, ebbe la sua dose di percosse e l'indomani, per punirla di avergli preparato dell'acqua troppo calda, Michele la costrinse a lavarsi i piedi in acqua bollente, e continuò in questo modo finché la donna, disperata, chiese pietà.
Allora Michele le spiegò che la puniva per come aveva trattato il precedente marito e per farle intendere come avrebbe dovuto trattare lui.
Anche Michele, come Gherardo Alisei, ebbe successo e Monna Zoanna divenne una moglie dolce e servizievole.

Novella LXXXVII

Dino di Feri Tagliamochi, mercante fiorentino, frequentava spesso Fiandra ed Inghilterra e aveva imparato qualcosa della lingua di quei paesi.
Era lunghissimo e magro, con uno smisurato gorgozzule ed era gonfaloniere di giustizia.
Una sera invitò a cena il priore Ghinpo di Bernardo d'Anselmo e Maestro Dino da Olena, medico. Durante la cena il medico si divertì a criticare il cibo con particolari tanto disgustosi che il gonfaloniere non riuscì a mangiare nulla. Ne nacque una lite ma i commensali riconciliarono i due, tuttavia quando Maestro Dino fu esortato a fare la riverenza a Dino Tagliamochi lo fece mostrandogli il deretano.
La sera stessa il gonfaloniere cità il medico in giudizio ma non riuscì ad ottenere soddisfazione. Inoltre qualcuno disegnò una sua caricatura sul muro in una sala del comune e quando Dino la vide ovviamente si indignò ma Ghino di Bernardo, sforzandosi di non ridere, lo convinse che si trattava di un ritratto di re Carlo I che gli somigliava molto.
Più tardi il medico fece sapere che quello di mostrare il sedere in segno di reverenza era costume di un paese lontano ed anche di questo gli amico convinsero con grande divertimento il gonfaloniere.

Novella LXXXVIII

Un contadino di nome Cenni al quale uno dei Medici voleva togliere una vigna si rivolse a Francesco dei Medici e gli espose con garbo il suo caso. Affermò quindi che se era tempo di togliere vigne ("andazzo") avrebbe accettato la cosa con fatalismo. Divertito Francesco dei Medici fece in modo che la vigna rimanesse al contadino.

Novella LXXXIX

Un prete da Montughi era poco rispettoso della sua veste e dei Sacramenti. Una volta portando con se le ostie consacrate e andando a visitare un moribondo litigò volgarmente con un ragazzetto che gli stava rubando dei fichi. Battute anticlericali di Sacchetti.

Novella XC

Messer Ridolfo da Camerino venne a sapere che un calzolaio tramava per impadronirsi della signoria. Senza dar risalto alla cosa si limitò a sequestrare l'attrezzatura dell'artigiano dicendogli che se voleva fare il mestiere del signore non poteva fare quello del calzolaio.
Solo quando l'uomo venne a supplicarlo di rendergli i suoi arnesi Ridolfo lo accontentò ammonendolo per il futuro.

Novella XCI

Il fiorentino Minonna Brunelleschi era cieco ma capace di orientarsi molto bene. Una notte invitò due amici ad andare con lui a rubare pesche in un frutteto, dimostrò la sua straordinaria capacità ed i tre tornarono a casa con un bel sacco di frutta.
L'indomani gli amici del cieco raccontarono in giro l'avvventura e la cosa giunse a Giovanni Manfredi, proprietario del frutteto, che si rifece rubando cavoli nell'orto di Giovanni e la lite, sostiene Sacchetti, andò avanti per il resto delle loro vite.

Novella XCII

Acquistando del panno da un fiorentino, un friulano tentò di imbrogliare sulla misura ma il venditore fu più abile di lui e a rimanere ingannato fu l'acquirente.
Novella XCIII

Di questa novella rimane un frammento: il sensale fiorentino Maso del Saggio riuniva un gruppo di cittadini che avevano il naso molto grande e diceva qualche piacevolezza, non sappiamo quale.


L a c u n a

Novella XCVII

Anche questa novella è mutila ma si comprende che un certo frate Sbrilla aveva una civetta che una volta gli rubò un'ostia durante una messa.

Novella XCVIII

Un gruppo di mercanti toscani si trovava a Venezia, era fra loro Benci Sacchetti, padre dello scrittore. Avevano fatto amicizia e spesso cenavano insieme ma una volta alcui di loro comprarono un bel ventre di vitella e decisero di non condivederlo con gli altri per mangiarne di più.
Casualmente i compagni lo vennero a sapere e Benci organizzò una beffa: riuscì a trafugare la carne mentre cuoceva e a sostituirla con un vecchio berretto bisunto.

Novella XCIC

La moglie di Bartolino farsettaio era di carnagione così scura che sembrava "un'aringa nera". Era il risultato di certe pratiche cosmetiche e il marito la derideva per questo.

Novella C

L'ottantenne fiorentino Romolo del Bianco andava spesso alla messa della sera nella chiesa di Santa Reparata frequentata da poveri lavoratori. Il frate predicava spesso contro l'usura e una volta il vecchietto lo interruppe per fargli notare che è inutile parlare di usura a chi è pieno di debiti.
Da allora il frate si dedicò a consolare i suoi fedeli per la loro povertà.

Novella CI

Un barbiere di Todi di nome Giovanni dell'Innamorato era membro della Congregazione degli Apostoli ed era ritenuto un sant'uomo ma era segretamente innamorato di una delle tre suore di un romitorio dei paraggi.
Una sera, tornando verso Todi, Giovanni fu sorpreso dalla notte e chiese ospitalità alle tre suore. Quello che segue è un racconto di sapore boccaccesco. Giovanni mise il suo diavolo nell'inferno con tutte e tre le suore sostenendo che era un modo per lodare la grazia del Signore ed al mattino le religiose lo pregarono di tornare spesso a trovarle.
La tresca durò a lungo e molti anni dopo Giovanni morì in odore di santità.

Novella CII

Un macellaio aveva ucciso un maiale grassissimo, così pesante che non riusciva ad issarlo da solo. Dopo aver a lungo atteso che passasse qualcuno in grado di aiutarlo si mise a gridare "accorr'uomo" e tutti i contadini che lavoravano nelle vicinanze accorsero.
Quando seppero il motivo dell'appello molti di loro si infuriarono e minacciarono di denunciare il macellaio, ma i più giovani ne risero ed aiutarono l'uomo che li ricompensò con il migliaccio, una vivanda preparata con il sangue del maiale.

Novella CIII

Un prete di nome Diedato andava con le ostie consacrate a trovare un infermo e, mentre guadava il fiume Sieve il livello dell'acqua prese a salire a causa delle piogge sul Mugello.
Tenendo le braccia alzate per non far bagnare le ostie il prete arrivò in salvo e a quanti gli dissero che il Signore lo aveva aiutato rispose di essere stato luui, piuttosto, a portare in salvo il corpo di Gesù Cristo.

Novella CIV

Nei tempi in cui il Cardinale di Ginevra scese in Italia con i Brettoni, messer Ridolfo da Camerino si trovava a Bologna con alcuni ambasciatori fiorentini fra cui lo stesso Sacchetti.
Vedendo passare un funerale Ridolfo raccontò di aver visto un paese dove è usanza far procedere i cortei funebri da una brigata di uomini che cantano a pagamento.
La conversazione volse alla celia e qualcuno raccontò di un uomo con la testa di ferro e le gambe di legno che parlava con le spalle (aveva un elmo, le stampelle e, interpellato, aveva risposto stringendo le spalle).
Un altro raccontò di un tale che turava le orecchie alle oche perché non si distraessero e ingrassassero rapidamente.
Insomma, un momento di bonaria allegria.

Novella CV

Messer Valore da Buondelmonte (v. novella LXVII si comportava in modo stravagante, fu minacciato di venire imprigionato se non avesse "mutato foggia" e lui adottò un "cappuccio a gote". E' un gioco di parole: la foggia indica un modo di fare ma anche un particolare tipo di copricapo.
Aveva settantacinque anni, nota Sacchetti, e a quell'età si può cambiare modo di vestire, non il carattere.

Novella CVI

La lite fra un orafo e la moglie, entrambi adulteri. La moglie sostiene di aver agito "per l'utile della casa" e il marito, per amore di pace, le da partita vinta.
Come in altre novelle che presentano battibecchi familiari colpisce la vivacità del linguaggio.
Novella CVII

Volpe degli Altoviti di Arezzo ospità una volta dei viandanti pratesi ma al momento della cena uno di loro, molto scortesemente, mangiò gli occhi di un capretto che Volpe stava preparando su un tagliere senza attendere la distribuzione delle parti. Con sarcasmo Volpe gli offrì di mangiare anche i suoi occhi e il pratese fu in grave imbarazzo. Una lezione di bon ton del Trecento.
Novella CVIII

Testa di Todi, uno dei priori, aveva l'abitudine di bere vino di buon mattino. Una volta mentre a colazione accompagnava il vino con pane e carne arrostita, fu chiamato nella sala del consiglio per una visita di Messer Guglielmo, legato e nipote di papa Urbano V. Testa si mise in tasca il panino ma un cagnolino di Messer Guglielmo, sentendone l'odore, cominciò a girargli intorno e tanto fece che il priore gli gettò il cibo con grande divertimento dei presenti.

Novella CIX

Un fiorentino che doveva allontanarsi per sei mesi per essere stato nominato podestà di Borgo San Lorenzo raccomandò alla moglie una sua botte di vino pregiato ma la donna ne parlò con il suo confessore e lasciò che il religioso un poco alla volta bevesse tutto il vino.
Su consiglio del confessore la donna fece voto di offrire alla chiesa una botte di cesa se il marito avesse perdonato la sua mancanza. Quando l'uomo tornò aveva completamente dimenticato il vino e la donna mantenne la promessa. Secondo Sacchetti voti di questo genere sono una forma di idolatria.

Novella CX

Un malato di gotta era costretto a letto ma continuava a mangiare molto. Un giorno entrarono nella sua casa, quindi nella sua camera, due porci dei frati di S. Antonio e il gottoso ordinò ad un servitore di ucciderne uno.
L'uomo colpì il maiale con una scure ma riuscì soltanto a ferirlo, i due animali saltarono sul letto del malato e calpestandolo lo ridussero a mal partito; il servitore fu morso ad una gamba e solo l'intervento delle guardie attirate dalle urla dei due e dal grufolare dei maiali mise fine alla colluttazione.
Il malato ne uscì così male che morì poco tempo dopo e il servo rischiò di perdere una gamba.
L'autore conclude con ironia: Santo Antonio fece questo miracolo, e però dice: Scherza co' fanti e lascia stare i santi.

Novella CXI

A Santa Maria in Casciano nelle Marche c'era un frate di nome Stefano. Una volta finse di voler far alzare dal letto la figlia adolescente di una vicina stuzzicandola con l'ortica, violentò la ragazza e fu cacciato dalla casa.
Novella CXII

Conversando con gli amici una sera, Franco Sacchetti affermò per scherzo che unirsi con la sua donna lo rendeva forte e grasso. Lo udì la moglie di Salvestro Brunelleschi che la sera stessa accusò il marito di essere troppo magro e subito iniziò la cura consigliata da Sacchetti per farlo ingrassare.

Novella CXIII

Il proposto di San Miniato era molto avaro. Un venerdì santo stava raccogliendo le offerte sull'altare quando vide entrare in chiesa un gruppo di penitenti e, sperando che ciò li stimolasse ad offrire di più, lasciò il denaro in vista e si allontanò. Uno dei penitenti, fingendo di baciare l'altare, si riempì la bocca di monete che poi spese con i sui compagni per mangiare alla salute del proposto.

Novella CXIV

Dante Alighieri abitava a Firenze vicino alla casa degli Adimari. Una volta uno degli Adimari, dovendo affrontare un processo per una colpa commessa e sapendo che il giudice era amico di Dante, chiese al poeta una raccomandazione.
Recandosi dal giudice Dante sentì un fabbro che cantava i suoi versi storpiandoli ed entrato nella bottega gettò in strada gli attrezzi dell'artigiano che in seguito non mancò più di rispetto alla somma poesia.
Giunto dal giudice Dante, che non aveva simpatia per l'Adimari, lo raccomandò tepidamente ma fece anche notare con quanta superbia cavalcava nella via a gambe larghe costringendo chi lo incontrava a cedergli il passo.
La multa comminata all'Adimari fu così raddoppiata.

Novella CXV

Ancora Dante sentì un asinaio storpiare i suoi versi e lo percosse. L'uomo si allontanò e gli fece un gesto osceno ma il Poeta, con eleganza, lo lasciò stare.

Novella CXVI

Il prete Juccio di Montecchio era molto libidinoso ed il suo vizio lo portò davanti all'inquisitore dove fu accusato, fra l'altro, di dire messa senza brache.
Interrogato, il prete si giustificò con l'insofferenza al caldo ma poiché l'inquisitore non accettava la scusa, Juccio lo afferrò per i genitali sostenendo che era il suo "pascipeco", non lui a commettere peccato. Juccio fu prosciolto e l'inquisitore se ne andò dolorante.

Novella CXVII

Masser Dolcibene era ospite a Padova di Francesco da Carrara e dopo una lunga permanenza desiderava partire ma il signore gli negava il consenso ed aveva ordinato alle guardie delle porte della città di non lasciarlo uscire. Dopo molte insistenze l'astuto Dolcibene escogitò un espediente: passò dal mattatoio e si lordò di sangue poi galoppò verso la porta gridando di aver ucciso un usuraio padovano odiato da tutti detto "tedesco Casalino", La gente applaudiva e le guardie lo lasciarono passare incitando il suo cavallo. Novella CXVIII

Un fante del piovano della pieve di Giogoli presso Firenze veniva spesso mandato dal padrone a cogliere dei fichi ma mangiava i migliori (quelli con la lacrima) e riportava solo quelli troppo maturi (aperti e che ridevano). Colto sul fatto si giustificò dicendo che le cose allegre spettano ai signori, le tristi ai fanti. Il piovano ne fu divertito ma lo licenziò comunque.


Novella CXIX

Gentile da Camerino fece un arruolamento per combattere contro Matelica. Sulla strada verso il fronte un gruppo di fanti di Bovigliano soggiornò in una locanda.
A cena i fanti bevvero molto vino quindi, ubriachi, cominciarono a combattere contro un pagliaio e lo distrussero, quindi si addormentarono sulla paglia ed uno di loro, svegliandosi con le gambe intrecciate con quelle dei compagni, asserì di non saper riconoscere le proprie. Si sparse rapidamente il panico e i fanti pregarono un passante di aiutarli. Pattuito un compenso l'uomo gettò un bastone in mezzo a loro e tutti ritirarono istintivamente le gambe ... riconoscendole.
Giunti a Matelica i fanti entrarono in una vigna per mangiare ciliege e furono tutti catturati, ad alcuni furono strappati i denti, ad altri mozzate le orecchie e infine pagarono quel che poterono per uscire di prigione.



Novella CXX

Ai tempi del Duca d'Atene morì a Firenze un cavaliere dei Bardi e fu sepolto in un monumento funebre fuori la chiesa di Santa Maria Sopr'Arno. La notte seguente un chierico scoperchiò il monumento e vi si introdusse per spogliare la salma, mentre si trovava nel sepolcro passò un banditore per annunciare un editto del duca. Il chierico uscì improvvisamente dal monumento battendo le mani e gridando: il banditore fuggì terrorizzato.
Poiché in seguito l'uomo raccontava a tutti la sua paurosa avventura il Duca sospettò che volesse creare disordini e decise di farlo impiccare ma quando comprese che il banditore aveva quasi perso la ragione si limitò a revocargli l'incarico.



Novella CXXI

Messer Antonio da Ferrara era poeta e uomo valente ma aveva il vizio del gioco ed una volta, a Ravenna, dopo aver perso molto entrò nella chiesa dei Frati Minori nella quale si trova il sepolcro di Dante, prese tutti i ceri offerti al Crocifisso e di portò alla tomba del Poeta affermando che erano più meritate.
Bernardino da Polenta, signore della città, infomato della cosa fece chiamare Antonio e lo fece interrogare dal Vescovo.
Antonio sostenne che il Crocifisso, al quale era sempre stato devoto, non gli aveva mai mandato nulla di buono. Inoltre - disse - l'opera di Dante, che pure era soltanto un uomo, era superiore alle Scritture, quindi intendeva per il futuro riservare a Dante la propria devozione.


Novella CXXII

Messer Giovanni da Negroponte avendo perduto a zara (ai dadi) ogni suo avere uccise l'avversario. Interrogato dal signore di quei luoghi sostenne di aver compiuto una giusta azione considerando il danno che il gioco arreca agli uomini.
Il signore ne convenne, perdonò Giovanni ed emanò leggi severissime contro i giocatori.


Novella CXXIII

Vitale, castellano di Pietra Santa presso Lucca aveva mandato il figlio a studiare legge a Bologna. La sua seconda moglie era contrariata per le laute somme che Vitale inviava al figlio e lo accusava di dare denaro a un "corpo morto".
Un giorno lo studente fece visita al castello ed il padre contento invitò a pranzo il prete e fece cucinare un cappone. Per provocazione la matrigna volle che fosse il giovane a tagliare il cappone e che lo "tagliasse per grammatica".
Il giovane destinò la cresta al sacerdote perché quel pezzo è la chierica del cappone, la testa al padre in quanto capo della famiglia, le gambe alla matrigna sempre affaccendata nelle cose domestiche, le ali alle sorelle che dovevano volare verso il matrimonio e tenne per se il corpo del volatile perché lui era un corpo morto.


Novella CXXIV

Noddo d'Andrea era un ghiottone. Per dimostrarlo Sacchetti racconta che una volta un fornaio al quale Noddo e lo stesso Sacchetti avevano inviato tegami a cuocere, consegnò per errore entrambi i pasti a Noddo che li divorò senza problemi.
Noddo aveva l'abitudine di mangiare cibo ancora caldissimo per vuotare il piatto prima che gli altri convitati potessero servirsi.
Una volta un certo Giovanni Cascio trovandosi a mangiare maccheroni con Noddo prese a gettare bocconi al cane piuttosto che lasciarli all'altro. Noddo protestò e Giovanni riuscì, per una volta, a farlo mangiare normalmente.


Novella CXXV

Carlo Magno aveva convertito un ebreo spagnolo al cristianesimo e lo voleva spesso alla sua tavola. Una volta l'ebreo notò un povero che mangiava seduto in terra presso la tavola e chiese spiegazioni al re. Quando Carlo affermò che dare da mangiare ai poveri è come darlo a Cristo l'ebreo osservò che in quel caso il re avrebbe dovuto cedere il suo posto a tavola al povero e non tenerlo in terra come un cane.
Carlo Magno non riuscì a trovare argomenti validi contro questa osservazione e l'ebreo tornò alla sua fede.


Novella CXXVI

Nonostante l'età molto avanzata, Rossellino della Tosa continuava a mettere al mondo figil. Papa Bonifacio lo chiamò ed insinuò che si trattava di "cosa meravigliosa". Rossellino affermò di non curarsene preferendo non procurarsi problemi. Saggia decisione secondo Sacchetti.


Novella CXXVII

Messer Rinaldello della Meza dell'Oreno in visita a Firenze si stupì nel vedere che la città, pur avendo numerosi giudici, riuscisse a non cadere in rovina e spiegò che da quando il suo paese ebbe un giudice finì la pace per tutti.


Novella CXXVIII

Antonio vescovo di Firenze era molto amico di un membro della famiglia de' Pazzi che prestava denaro ad usura. Quando l'uomo morì il vescovo proibì la sepoltura finché i suoi crediti non fossero stati rimessi.
I parenti, stupiti dal provvedimento, chiesero al vescovo di soprassedere ma il prelato volle portare la procedura fino in fondo perché, evidentemente, egli stesso era fra i debitori del defunto.


Novella CXXIX

Quando la Chiesa perse la Marca d'Ancona mobilità per recuperarla un'armata tedesca nella quale militava un campione di nome Sciversmars che fece strage di contadini nelle campagne di Macerata.
Marabotto da Macerata, valente cavaliere, gli scrisse una lettera sfidandolo a duello e firmandosi Marabotto della Valle dell'Ebron.
Intimorito dal tono ufficiale della sfida e soprattutto dalla firma, il Tedesco non rispose ma smise di imperversare nelle campagne.


Novella CXXX

Berto Folchi, soffrendo di emorroidi, girava per la casa senza brache. Un giorno stava cuocendo dei tordi nel camino quando una gatta, scambiando "le sue masserizie" per un topo, lo addentò ai genitali.
Sacchetti descrive comicamente l'uomo che urla e chiede aiuto, una fantesca che non interviene per pudore ed infine la moglie di Folco che distoglie la gatta con l'odore dei tordi arrostiti.



Novella CXXXI

La moglie di Salvestro Brunelleschi volle andare ai bagni di Petriuolo perché aveva sentito dire che favorissero la fertilità e, al ritorno, ovviamente volle che Salvestro si adoperasse per concepire un figlio. L'esperimento non ebbe successo, inoltre la fatica fece ammalare l'uomo gravemente ma l'anno successivo la donna propose di riprovare.
Salvestro rifiutò ma acconsentì che la moglie tentasse con altri uomini, cosa che lei fece più volte ma quando infine morì non era riuscita a rimanere incinta.



Novella CXXXII

Il conte Luzzo venne con mille uomini ad assediare Macerata e si accampò di fronte alla porta di San Salvatore mentre Rinalduccio da Monteverde signore di Fermo si accampava dall'altro lato della città.
Dopo alcuni fiorni di combattimento e molte perdite di uomini un forte temporale colpì la città. In molti accorsero alle grida di una famiglia rimasta intrappolata in una casa allagata e i priori, credendo che si gridasse per un attacco del nemico, chiamarono i soldati. Tutti si armarono ma poiché l'attacco non arrivava mandarono un certo Frate Antonio ad indagare, il frate cadde in terra creando altra confusione.



Novella CXXXIII

Uberto degli Strozzi era priore a Firenze quando l'imperatore Carlo (Carlo VI di Lussemburgo re di Boemia) scese in Italia per essere incoronato.
I guelfi fiorentini non gradivano l'evento ma si consolavano pensando che gli scarsi mezzi finanziari di Carlo non gli avrebbero permesso di trattenersi a lungo in Toscana. Uberto espresse in consiglio questo concetto paragonando la povertà di Carlo IV a quella del collega priore Salvino Beccanuggi, il quale ne fu molto offeso.
Nello stesso giorno Rosso de' Ricci riferì al consiglio che il castello di Fucecchio aveva bisogno di bombarde e Uberto rispose lasciando andare un sonoro peto.



Novella CXXXIV

Petruccio da Perugia sentì dire ad un prete che raccoglieva le elemosine al termine della messa che il Crocifisso avrebbe restituito cento volte quanto veniva offerto.
Petruccio lo prese in parola e qualche tempo dopo fracassò la cassetta delle elemosine per riprendere parte di quanto credeva spettargli, quindi prese a minacciare il prete che finì col pagare di tasca sua e col pregarlo di non lasciare più elemosine.



Novella CXXXV

Bertino di Castelfalfi era un agiato coltivatore. Ai tempi della guerra fra i Fiorentini e Gian Galeazzo Visconti signore di Milano, Bertino si recò un giorno a Firenze per vendere il suo cacio al mercato. Un povero e infermo saccardo (una persona che per vivere trasportava sacchi e bagagli) gli chiese l'elemosina di un poco di formaggio e Bertino, impietosito, lo accontentò generosamente offrendogli anche pane e vino.
Trascorse del tempo e Bettino incappò in una scorreria di cavalieri nemici (senesi) che lo derubarono e lo portarono a Casole d'Elsa dove fu esposto in catene sulla via.
Il saccardo, che nel frattempo era guarito, passando in quel luogo lo riconobbe e, non avendo dimenticato l'aiuto ricevuto, riuscì a liberarlo, sdebitandosi così col suo benefattore.



Novella CXXXVI

Un gruppo di pittori impegnati nella chiesa di San Miniato al Monte a Firenze, dopo aver pranzato prese a discutere su proposta di Andrea Orcagna su quale fosse il miglior pittore dopo Giotto.
Prevalse l'opinione di Alberto Arnoldi che attribuì il primato alle donne fiorentine le quali, con la cosmesi ed altri espedienti, riuscivano a correggere i propri difetti come nessun pittore o intagliatore avrebbe saputo fare.



Novella CXXXVII

Quando Sacchetti era priore di Firenze (1384) Amerigo degli Amerighi da Pesaro fu nominato giudice del tribunale ordinario e fu convocato dai priori che lo incaricarono di far rispettare una nuova legge che limitava il lusso dell'abbigliamento femminile.
Il giudice incaricò il notaio suo assistente e le guardie di vigilare in merito ma quando il notaio contestava una violazione la donna interrogata si giustificava sempre negando la natura dei proprio ornamenti: se ad esempio portava un indumento di ermellino sosteneva trattarsi di una pelliccia meno pregiata.
Purtroppo per una lacuna è andata perduta la discussione fra il giudice e i priori sulle difficoltà dell'ufficio, ma dalle ultime frasi si capisce che i priori rinunciarono rassegnati ad ogni rigore e che la norma cadde presto nell'oblio.



Novella CXXXVIII

Bonanno di Ser Benizo, mercante di spezie, era uomo rude e grossolano, sua moglie una donna bizzarra e i due litigavano spesso.
Non riuscendo a farsi rispettare una volta Bonanno indossò un'armatura, brandì una spda e urlando minacciosamente costrinse la moglie e la servitù a gridare "Viva Bonanno, Viva Bonanno".
La fine della novella è purtroppo perduta.



Novella CXXXIX

Massaleo degli Albizi era da tempo in prigione quando fu arrestato un giudice che non aveva saputo difendere il proprio operato.
Massaleo familiarizzò subito con il nuovo prigioniero e la sera, vedendo che al compagno non era ancora stato fornito un letto, lo invitò a dormire insieme.
Durante la notte Massaleo prese a manipolare il membro del giudice e quando quello si svegliò scandalizzato sostenne che nel sonno aveva creduto che fosse il suo.
Massaleo professò più volte la sua buona fede ma l'altro, finché fu in prigione, non volle più dormire con lui.



Novella CXL

Tre ciechi si raccontabo reciprocamente le loro miserie in un'osteria e decidono di mettere in comune i proventi del loro mendicare. Dopo alcuni giorni, pernottando in un'altra osteria, decidono di ripartire i loro averi come stabiliti e, come era prevedibile, non fidandosi l'uno dell'altro litigano e vengono alle mani.
Nella rissa vengono coinvolti anche l'oste e sua moglie e alla fine i tre litigiosi ciechi devono ripartire nottetempo malconci e privi del denaro che l'oste ha sequestrato per rifarsi dei danni subiti.



Novella CXLI

Quando era Podestà in un paese del contado fiorentino, un amico del Sacchetti si trovò a giudicare in una lite fra vicini.
Il podestà, la cui carica stava per scadere, conosceva chi lo avrebbe sostituito e sapeva che era completamente sordo, quando si accorse che anche i litiganti lo erano giudicò opportuno lasciare la causa al suo successore.



Novella CXLII

Agnolo Moronti detto Agnolo Doglioso era un buffone del Casentino. Un ricco fiorentino che ebbe modo di apprezzare le sue pizcevolezze gli promise di ospitarlo se gli avesse fatto visita a Firenze ma quando Agnolo capitò in città l'uomo finse di non conoscerlo e di non poterlo accogliere.
Per punire tanta avarizia Agnolo gli insinuò il sospetto che stesse perdendo una buona occasione d'affari, riufiutandosi di spiegarsi meglio. Il fiorentino fu tanto tormentato da quel dubbio che pochi mesi dopo ne morì.



Novella CXLIII

Il Piovano di Settimo era figlio bstardo e se ne vergognava mentre un suo compaesano detto l'Innamorato, pur trovandosi nella stessa situazione, non se ne faceva un problema.
Un giorno, ai tempi della guerra fra Firenze e la Chiesa, i due si incontrarono sulla strada fra settimo e Firenze e l'Innamorato, che tornava dalla città, consigliò all'altro di non proseguire perchè a Firenze prendevano i muli per mandare rifornimenti al fronte.
Il Piovano fu così offeso che non salutò più l'Innamorato mentre quest'ultimo si divertì a raccontare a tutti l'episodio.



Novella CXLIV

Due buffoni, Stecchi e Martellino, si trovano a Verona per una grande festa in onore di Mastino della Scala ed organizzano una sconcia beffa ai danni di due ricchi convitati genovesi che vengono "infardati" da capo a piedi dagli escrementi di Stecchi.
Divertito dalla burla, Mastino dona nuove vesti ai Genovesi e a Martellino.
Stecchi finge di aver subito gravi lacerazioni intestinali ed organizza un nuovo scherzo: con la complicità di un "medico sofistico" finge di subire un "trapiano del ventre" facendosi sostituire l'intestino con quello di un maiale.
Infine anche Stecchi ottiene una nuova veste da Mastino e quando la festa termina i Veronesi ricondano con divertimento le gesta dei due buffoni.



Novella CXLV

Messer Lando da Gubbio, scelto come podestà di Firenze, prima di assumere la carica si fece nominare cavaliere del popolo e a cerimonia conclusa donò lìarmatura usata per l'investitura a Messer Dolcibene secondo un'usanza del tempo. Dolcibene ne ricavò molto poco e alla prima occasione schernì il podestà per la sua avarizia ma quanti ascoltarono le sue battute fecero finta di non aver compreso.
Dolcibene aveva in casa una sua nipote giovane e bellissima ma fu citato in tribunale da altri parenti della fanciulla che volevano togliergliela considerandolo di dubbia moralità.
Durante le sedute della causa un amico di Dolcibene beffeggiò il giudice con rumorosi peti riuscendo a far credere che provenissero dagli avversari di Dolcibene o dallo stesso podestà.
Tutto questo creò molta confusione, giudice e podestà si lasciarono ingannare e Dolcibene vinse la causa.



Novella CXLIVI

Un contadino che abitava in un piccolo podere non distante da Firenze aveva il vizio di rubare spesso le cose altrui, una volta con l'aiutò di un altro contadino rubò un porco e lo nascose in casa sua. Avendo allevato un altro maiale decise di ucciderli entrambi e venderli a Firenze.
Per entrare in città con un maiale, tuttavia, si doveva pagare un dazio, così i due contadini tentarono di ingannare i gabellieri: uccisi i porci li legarono insieme, li avvolsero con numerosi rami di alloro e li caricarono su un asino cercando di far credere che si trattasse di un solo animale, ma furono scoperti e per evitare la prigione dovettero pagare molto più di quanto avevano illecitamente guadagnato.



Novella CXLVII

Alla novella precedente ne segue una simile: un ricco fiorentino, volendo evitare di pagare una modestissima gabella su alcune dozzine di uova che intendeva portare in città, pensa bene di nascondere la merce nelle brache ma viene scoperto e i gabellieri lo costringono a sedere con ovvie conseguenze.
La prte più divertente del racconto è nei rimproveri della moglie che l'uomo deve affrontare rientrando in casa.


Novella CXLVIII

Il mercante Bartolo Sonaglini era molto ricco ma quando, avvicinandosi una guerra, il comune di Firenze richiese contributi speciali per finanziare l'esercito, sparse la voce di essere caduto in rovina a causa del naufragio di una nave che trasportava le sue merci e riurcì a pagare soltanto il minimo importo che veniva richiesto ai cittadini poveri.


Novella CXLIX

Un abate di Tolosa era uomo ambiziosissimo e desiderava più di ogni altra cosa la dignità di vescovo ma mostrava continuamente la massima umiltà e devozione tanto che fu ritenuto santo e creato vescovo di Parigi.
I Parigini lo accolsero con grande venerazione ma presto l'uomo mostrò la sua vera natura e trascorse il resto della vita nel lusso più sfrenato.



Novella CL

Un cavaliere dei Bardi di Firenze, piccolo nella persona e per nulla esperto nei combattimenti, fu nominato podestà di Padova.
Si fece fare l'armatura ed un cimiero a forma di testa d'orso e si mise in viaggio.
Giunto a Ferrara incontrò un cavaliere tedesco che lo sfidò a duello affermando che l'orso era la sua insegna. Il fiorentino, che non intendeva combattere, rifiutò più volte lo scontro sostenendo la propria buona fede e alla fine riuscì a vendere il suo cimiero al tedesco e a riprendere il viaggio.
Giunto a Padova si fece fare un altro cimiero realizzando un consistente risparmio.



Novella CLI

Sacchetti racconta un espisodio di cui fu egli stesso protagonista: trovandosi a Genova gli capitava di frequentare numerosi personaggi esuli da altre città, fra questi era un certo Fazio da Pisa che si vantava di saper predire il futuro tramite l'astrologia e sosteneva che entro la fine dell'anno tutti gli esuli sarebbero rientrati in patria.
Sacchetti, che evidentemente non credeva nell'astrologia, si impegnò nel cottraddire Fazio: gli fece prima riconoscere che ricordare le cose passate è più facile di prevedere quelle future e poi lo intrappolò in una fitta serie di domande alle quali è praticamente impossibile rispondere a memoria, come: che tempo faceva sei anni fa', cosa mangiasti sei mesi or sono, cosa stavi facendo otto giorni fa' a quest'ora?
Se prevedere il futuro è più difficile, come può riuscirci chi riesce a ricordare tanto poco del proprio passato?



Novella CLII

Messer Giletto, cavaliere spagnolo, trovandosi a passare per Milano fece dono a Bernabò Visconti di un suo asino ammaestrato capace di divertenti esibizioni che il signore aveva mostrato di gradire. Il Visconti ricambiò l'ospite con un destriero di grande valore e il cavaliere ripartì soddisfatto.
Un certo Michelozzo da Firenze, essendo stato casualmente testimone dell'episodio, ne dedusse che Bernabò amava particolarmente gli asini e gliene mandò due lussuosamente ammantati di tessuto scarlatto.
Il famiglio di Michelozzo venne deriso da chi lo incontrò ad ogni tappa del viaggio e quando giunse a Milano Bernabò mostrò di gradire molto poco l'omaggio.
La ricompensa di Michelozzo fu soltanto la lettera di uno stalliere dei Visconti che lo ringraziava e il messaggio di Bernabò che si disse dispiaciuto che Michelozzo avesse rinunciata alla compagnia dei suoi simili per fargliene dono.



Novella CLIII

Questa novella è in buona parte un'invettiva di Sacchetti contro la decadenza dei costumi e dei valori della cavalleria, prendendo punto dall'incontro fra un cavaliere ricco ed avaro ed il solito Messer Dolcibene.



Novella CLIV

Un giovane degli Spinoli di Genova prese moglie ma non sopportò l'usanza locale di festeggiare il matrimonio per quattro giorni e quattro notti prima che gli sposi potessero consumare. Dopo aver a lungo insistito senza successo per abbreviare i festeggiamenti, il giovane sdegnato raggiunse il porto e si imbarcò per Caffa (Crimea).
I presenti suoi e della sposa lo cercarono senza tregua ma, benché di tanto in tanto qualche viaggiatore affermasse di averlo incontrato del giovane non si ebbero più notizie certe.
Tornò inaspettatamente dopo due anni e quattro mesi, era in ottima salute e aveva quasi raddoppiato il denaro che aveeva con se. Finalmente potè unirsi indisturbato alla sposa con buona pace di tutti.



Novella CLV

Maestro Gabbadeo da Prato era un mediocre medico di campagna. Dopo la morte del famoso Dino del Garbo, medico illustrissimo, si lasciò convincere da un amico a trasferirsi a Firenze dove in mancanza del luminare la richiesta di medici era aumentata.
Gabbadeo si sistemò presso la bottega di uno speziale e cominciò ad esercitare, ma un giorno gli capitò una brutta avventura. Aveva appena comprato un puledro in groppa al quale era giunto alla bottega quando gli avevano consegnato un orinale pieno per valutare la salute di una paziente. Spaventato da qualcosa il puledro si impennò e corse via. Esilarante il racconto del cavallo imbizzarrito che corre per le vie di Firenze portando con se il medico terrorizzato con il suo orinale che, nella corsa, spande ovunque il suo contenuto.
L'avventura è comunque a lieto fine: quando giunge a Porta al Prato il puledro viene fermato dai gabellieri e in seguito Mastro Gabbadeo, dotatosi di una cavalcatura più tranquilla, esercitò con serenità e con un certo successo la sua professione.



Novella CLVI

Messer Dolcibene, che era stato nominato re dei buffoni e degli istrioni d'Italia dall'imperatore Carlo IV di Boemia, alla notizia che l'imperatore era di nuovo in Italia partì da Firenze e lo raggiunse a Ferrara.
Tutte le locande e gli alberghi della città erano occupati dal seguito di Carlo IV e Dolcibene dovette allontanarsi molto per trovare alloggio. Capitò infine in una casa colonica dove una giovane si era slogata un polso cadendo da un albero e, per ottenere ospitalità, si spacciò per medico.
La cura che Dolcibene praticò alla ragazza fu particolare, dopo aver bloccato il braccio con delle stecche di legno ci si sedette sopra ricollocando la mano e il polso nella giusta posizione; cura non certo indolore ma che ebbe buoni risultati.
Dolcibene fu ospitato e ricompensato con onore dai genitori della giovane e il mattino seguente ripartì per Ferrara dove raccontò con grande soddisfazione la sua ultima avventura.



Novella CLXI

Il pittore Buonamico Buffalmacco, vissuto ai tempi di Giotto, fu chiamato dal vescovo e signore di Arezzo Guido (Guido Tarlati) per dipingere una cappella.
Durante una pausa domenicale una grossa bertuccia di proprietà del vescovo che aveva osservato il pittore al lavoro volle imitarlo e, nonostante fosse ostacolata da una palla di legno che portava legata ai piedi, salì sulle impalcature, mescolò i colori e con i pennelli imbrattò quanto Buonamico aveva dipinto fino a quel momento.
Il lunedì Buonamico, visto lo scempio, se ne lamentò con il vescovo attibuendolo all'invidia di qualche Aretino e il vescovo mise di guardia degli uomini armati. Rifatte le figure deturpate, il pittore si appostò con gli uomini del vescovo e quando scoprì che il vandalo era la bertuccia ne fu estremamente divertito.
Presentatosi al vescovo gli spiegò che la scimmia voleva che gli affreschi fossero dipinti a modo suo, per questo aveva corretto due volte l'opera di Buffalmacco, quindi chiese licenza di tornare a Firenze.
Anche il vescovo non seppe trattenere le risa, fece rinchiudere la bertuccia in una gabbia e convinse Buffalmacco a portare a termine il lavoro.
Così l'affresco fu completato, le impalcature smontate e la scimmia liberata non trovando più i colori rinunciò alla pittura.
Il vescovo commissionò un altro dipinto: un'aquila che uccideva un leone. Buonamico chiese che il luogo dove doveva dipingere fosse nascosto agli sguardi dei passanti. Il pittore fece l'inverso di quanto gli era stato ordinato, un leone che sbranava un'aquila, quindi si allontanò con un pretesto e tornò a Firenze. Non vedendolo tornare il vescovo ordinò di scoprire il dipinto e preso dall'ira fece cercare ovunque Buffalmacco.
Raggiunto a Firenze dagli incaricati del vescovo, Buffalmacco rispose che era pronto a subire la gogna, ma Guido - resosi conto che il pittore aveva soltanto risposto alla sua burla - lo perdonò e da allora lo trattò benevolmente.



Novella CLXII

Mentre il cardinale Egidio si trovava ad Ancona per festeggiare alcune vittorie della Chiesa un buffone di nome Popolo lo intratteneva con i suoi scherzi e le sue battute. Notando il bel mantello del cardinale gli chiese un dono. Il cardinale gli rispose di prendere con i denti ciò che voleva intendendo "mangia e bevi quanto ti piace", ma il buffone addentò il mantello e non lo mollò finchè il prelato non se lo tolse lasciandoglielo prendere.
E così un buffone spogliò uno di quelli che con le cerimonie si vestono sempre delle spoglie altrui.



Novella CLXIII

Ser Buonavere notaio dimenticava sempre a casa i suoi attrezzi del mestiere: calamaio, penna, inchiostro.
Per questo motivo una volta perse l'occasione di stilare un testamento, incarico che gli avrebbe fruttato bene, e allora si rifornì abbondantemente per non trovarsi più in difetto. Fra l'altro comperò un'ampolla piena d'inchiostro e se la legò al fianco ma trovandosi in un tribunale affollato l'ampolla si ruppe e l'inchiostro macchiò gli abiti del podestà e di un avvocato.
Ser Buonavere riuscì ad eclissarsi prima che gli altri comprendessero da dove era venuto quell'inchiostro ma non smise di rammaricarsi per le conseguenze della sua distrazione e per quelle ancor più gravi del rimedio che aveva trovato.



Novella CLXIV

Quando il Conte di Virtù [Gian Galeazzo Visconti] imprigionò lo zio Bernabò signore di Milano, a Firenze si parlò molto della vicenda.
Un fiorentino di nome Riccio Cederni, suggestionato da questi racconti sognò di trovarsi a Milano e di essere ricevuto dai Visconti che lo colmavano di doni tanto da renderlo ricchissimo. Al risveglio Riccio rimase molto deluso dal ritrovarsi nella solita modesta condizione e come se non bastasse non si accorse che una gatta aveva defecato nel suo copricapo finché non lo indossò.
Trascorse ore a lavarsi il capo e si procurò un malanno, la sua fantesca sprecò due giorni a lavare il copricapo che dovette errese sostituito.
Come molti spiegano gli eventi del giorno con i sogni premonitori della notte precedente, Riccio avrebbe potuto pensare che tanto oro e moneta anticipavano lo sterco della gatta.



Novella CLXV

Carmignano da Fortune era un tipo strano, vestiva in modo bizzarro ed era sempre maldicente e sarcastico ma era anche molto arguto.
Un giorno trovò dei giocatori che litigavano, uno era un omone grande e grosso, l'altro era mingherlino. Carmignano che non aveva assistito alla partita si offrì di stabilire chi aveva ragione. Il giocatore più piccolo accettò volentieri, l'altro esitò ma alla fine acconsentì e Carmignano disse che il grosso aveva torto perché se avesse avuto ragione tutte le persone presenti che avevano assistito ai fatti lo avrebbero senz'altro affermato, ma tacevano evidentemente per paura, e questo dimostrava da che parte fosse la ragione.



Novella CLXVI

Alessandro di Ser Lamberto, suonatore e cantante, consigliò ad un amico che lamentava atroci dolori a un dente di farselo cavare dal fabbro Ciarpa.
Dopo averlo "visitato" e aver visto che il dente si muoveva il fabbro promise di non toccarlo nè con il ferro nè con le mani. Consegnò al paziente un sottile spago e gli chiese di farne un cappio da avvolgere ben stretto intorno al dente, quindi legò l'altra estremità a un'incudine.
A questo punto il fabbro finse di pronunciare formule magiche ma improvvisamente prese un attrezzo arroventato e si scagliò contro il poveretto urlando come un indemoniato, quello ovviamente si tirò indietro di scatto e lasciò il dente legato all'incudine.
Contento della cura rapida e indolore l'uomo ricompensò il fabbro e l'amico Alessandro con un buon pranzo.



Novella CLXVII

Messer Tommaso di Nerio mandò un fattore suo lavorante dal medico Tommaso del Garbo per curare il mal di testa e quello portò una quantità esagerata di orina. Il medico, interrogando il paziente, venne a sapere che aveva passato la serata precedente a bere con gli amici e lo esortò scherzando a continuare così.
Il fattore lo prese in parola tanto che il giorno precedente non si presentò al lavoro.



Novella CLXVIII

Un contadino nel mese di luglio batteva le fave quando una gli entrò in un orecchio. Non riuscendo a toglierla si rivolse a Mastro Gabbadeo che dopo aver esaminato la situazione sferrò un gran colpo al capo del contadino dalla parte opposta a quella dove aveva la fava facendolo cadere in terra.
Il contraccolpo e la caduta fecero uscire la fava e il contadino se ne andò dolente ma soddisfatto.



Novella CLXIX

Il pittore Buonamico fu ingaggiato per dipingere S. Ercolano sulla piazza di Perugia. Concordati i particolari e il compenso Buonamico fece costruire un'impalcatura per lavorare completa di stuoie per nascondere il dipinto fino al completamento.
Trascorsi alcuni giorni i Perugini cominciarono a disturbare Buonamico più volte al giorno per sollecitare la fine del lavoro.
Una volta incassato il saldo del compenso il pittore disse di voler fare qualche ritocco e quando i Perugini scoprirono il dipinto videro il santo con la testa ornata non da un'aureola o da una corona ma da una ghirlanda di lasche (pesci di lago).
Furibondi cercarono Buonamico ma egli era già lontano sulla strada per Firenze.



Novella CLXX

Messer Pino Brunelleschi di Firenze commissionò la decorazione di una camera al pittore Bartolo Gioggi dicendo che voleva dipingesse degli alberi con molti uccelli.
A lavoro finito messer Pino non voleva pagare perché gli uccelli non erano abbastanza e Bartolo spiegò che la colpa era della famiglia di Pino che tenendo le finestre aperte aveva lasciato fuggire i volatili.
I due decisero allora di far decidere un certo Pescione che era presente ma era cieco e ovviamente non in grado di rispondere. Qualche tempo dopo, tuttavia, convinto da Bartolo e da altri amici Pescione disse a Pino che gli uccelli erano tanti e Pino per tutta risposta lo cacciò dalla sua casa ma lo fece accompagnare da un famiglio con un lume del tutto inutile.
In sostanza, conclude Sacchetti, tutte le scuse sono buone per non pagare o per differire i pagamenti.



Novella CLXXI

L A C U N A




Novella CLXXII

L'inizio della novella è mancante, il resto non è chiaro, si parla di un tale Nuccio detto Smemora che credendo di guadagnare subisce una grossa perdita a opera del buffone Gonnella di Ferrara.



Novella CLXXIII

Lo stesso Gonnella della novalla precedente trovandosi in viaggio da Ferrara a Firenze sostò in una locanda di Bologna, qui spacciandosi per medico convinse certi contadini gozzuti a sottoporsi a una sua cura che consisteva nel soffiare nel fuoco con il gozzo unto da una sua pozione.
Incassato un anticipo sul suo onorario Gonnella si recò a Bologna e chiese 50 fiorini al podestà per consegnargli una banda di falsari che stavano coniando monete false, le guardie del podestà andarono alla locanda e trovando i contadini che soffiavano sui braceri ardenti li arrestarono tutti. Quando l'inganno fu chiarito, ovviamente, Gonnella era molto lontano.



Novella CLXXIV

Ancora Gonnella, questa volta a Firenze, entrò in una bottega ed affermò di essere creditore di duecento fiorini. Controllati i registri il bottegaio non trovò nulla ma Gonnella iniziò un tale strepito che l'uomo, pur di mandarlo via, gli consegnò cinquanta fiorini dei quali il truffatore fu ben lieto di accontentarsi.
L'indomani Gonnella tentò di nuovo il colpo ma questo mercante, che aveva notato la scena del giorno precedente, gli fece trovare nel retrobottega una banda di suoi amici che saldarono il preteso credito di Gonnella a forza di botte.



Novella CLXXV

Antonio Pucci da Firenze amava comporre versi per descrivere ciò che più gradiva o per narrare quel che capitava.
Avevva un piccolo orto curatissimo e rigoglioso al quale teneva molto, cinto da un muro con un piccolo uscio che era stato murato, quindi si accedeva all'orto soltanto dalla casa.
Una notte un gruppo di amici, per fare uno scherzo a Antonio, tolse la muratura che bloccava la porticina, introdusse nell'orto un mulo e due asini e murò di nuovo l'uscita in modo che tutto tornasse come prima.
Al mattino gli animali avevano mangiato o rovinato tutti gli ortaggi, cio che a Antonio dispiacque moltissimo, ma soprattutto era tormentato dal non sapere come fossero entrati gli asini e il mulo e chi fosse l'autore della beffa.
Per scoprirlo prese a salutare chiunque incontrava aggiungendo "Ben t'ho", cioè "Ti ho scoperto, so cosa hai fatto". Tutti ignoravano quella frase finché il tintore Tacchello, uno dei responsabili dello scherzo, non rispose "Alle Guagnele, Antonio, che non fu' io" (Sul Vangelo, Antonio, non fui io) cadendo nel tranello e pressato da Antonio confessò anche i nomi dei suoi compari.
Se la cavarono offrendo ciascuno una cena a Antonio e Antonio compose un sonetto in ricordo della faccenda.



Novella CLXXVI

L'anziano Scolaio Franchi da Firenze era buon bevitore. Un giorno in osteria apprezzò molto un ottimo trebbiano e riscaldato dal vino arrivò a proclamare che nel principio del mondo era stato stabilito che lui bevesse il bicchiere di vino che aveva in mano.
Il suo amico Capo del Corso gli tolse rapidamente il bicchiere e lo tracannò d'un fiato. Scolaio comprese la lezione e promise che in futuro avrebbe parlato di predestinazione solo dopo aver bevuto e non prima.



Novella CLXXVII

Messer Vieri de'Bardi, amante del buon vino, si fece mandare da Portovenere alcuni magliuoli (sermenti, talee della vite) della vernaccia di Corniglia.
Il Piovano (parroco) dell'Antella, suo vicino, consigliò a messer Vieri di sotterrare per una notte i magliuoli e attendere per innestarli la luna favorevole. Quella notte inviò suoi incaricati a sccambiare quegli innesti pregiati con altri di scarsa qualità.
Furono necessari due anni perché nascessero i primi grappoli e messer Vieri si accorgesse, a spese del suo intestino, dell'inganno subito. Si sarebbe certamente vendicato ma proprio allora i Bardi furono cacciati da Firenze e il Piovano fu sempre libero di godere in pace il frutto della sua vigna.
A proposito di Portovenere, visitando la località Sacchetti sentì raccontare di un contadino che raggiunse la vigna da potare avvicinandosi via mare con una sua barchetta. Mentre lavorava un lupo attratto dall'odore della sua merenda salì sulla barca che si sganciò e prese ad allontanarsi dalla riva.
Le grida del contadino attirarono persone del paese che raggiunsero la barca ed uccisero il lupo. Sacchetti moraleggia paragonando il lupo ai tiranni.



Novella CLXXVIII

Giovanni Angiolieri in visita a Verona con l'amico Piero Pantaleoni inciampò in una pietra e cadde. Causa dell'ioncidente era stata la gorgera che impediva di vedere i propri piedi. In uno scatto d'ira Giovanni prese a calci la pietra e minacciò di pugnalarla provocando l'ilarità dei passanti.
Da quella volta Giovanni e Piero non indossarono più la gorgera.