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Licofrone

Alessandra

(Sintesi parziale)

Cassandra, qui detta Alessandra dal nome del fratello Alessandro-Paride, ha ricevuto da Apollo il dono della precognizione ma avendo rifiutato l'amore del dio è stata condannata a non essere mai creduta.
Suo padre Priamo, tuttavia, ha incaricato un servo di sorvegliarla e di riferirgli tutte le sue profezie. La forma dell'opera consiste appunto nel racconto del servo che si apre sull'immagine di Cassandra all'alba, sulla vetta del monte Ate, ispirata ed invasata che prende a parlare rievocando la prima distruzione di Troia ad opera di Eracle.
Breve rievocazione di alcune imprese di Eracle (l'uccisione di un mostro marino, la lotta contro Era, uno scontro con Zeus del quale non si parla altrove, l'uccisione della mostruosa Scilla dominatrice dello stretto di Sicilia) ed accenna alla sua fine ("con l'inganno lo fece fuori un morto", alludendo al centauro Nesso che in punto di morte consegnò il proprio sangue velenoso a Deianira facendole credere che fosse un filtro d'amore). Quindi Cassandra parla della seconda distruzione di Troia che sarà una seconda volta in preda alle fiamme per mano degli Eacidi (Epeo, Neottolemo). A scatenare la guerra sarà la gelosia di Enone, moglie di Paride, che spingerà il figlio Corito a fomentare i Greci (questo particolare del mito è presente nel solo Licofrone) ed infine morirà suicida sul corpo ancora caldo del marito.
Nella distruzione sarà coinvolta anche la tomba di Dardano, nipote di Atlante, che un tempo nuotò "cucito in un otre" dalla Samotracia a Troia mentre Zeus scatenava un diluvio. La visione di Cassandra prosegue con l'immagine del pastore Paride che, abbandonate le stalle, si imbarca per rapire Elena, la cagna nata dal guscio d'uovo.
Qui Elena è definita "madre di due colombe", cioè Ifigenia nata da Teseo e Ermione figlia di Menelao, mentre nella tradizione omerica le è attribuita soltanto la maternità di Ermione.
Paride troverà Elena intenta a sacrificare in onore delle Baccanti, la rapirà e si unirà a lei in un'isola dell'Attica governata dal mitico Cecrope, metà uomo e metà serpente, ma quell'amore durerà una sola notte.
L'azione di Paride provocherà lo sdegno di Proteo, il figlio di Poseidone che un tempo viaggiò dalla Tracia all'Egitto per chiedere aiuto al padre contro i figli che uccidevano i propri ospiti. Proteo, predice Cassandra, toglierà a Paride la "colomba infame". Qui Licofrone riprende parzialmente la versione del mito seguita da Euripide nell'Elena secondo la quale Paride ed Elena, durante la fuga, sostarono in Egitto, ma non segue tale versione riguardo all'immagine creata magicamente da Proteo per sostituire Elena.
Lussuriosa, baccante e poligama, Elena è donna dai cinque mariti: Teseo, Paride, Menelao, Deifobo, Achille.
Il riferimento a Menelao è occasione per una digressione sul mito di Pelope suo antenato. Ancora bambino Pelope fu ucciso fal padre Tantalo che servì le sue carni in un banchetto offerto agli dei.
Gli dei non toccarono quel cibo sacrilego con la sola eccezione di Demetra che, distratta dal suo dolore per il rapimento di Persefone, mangiò una spalla.
Zeus fece risuscitare Pelope ricomponendo le parti del suo corpo e sostituendo la spalla mancante con una in avorio.
Dopo essere stato amato per qualche tempo da Poseidone, Pelope partecipò alla gara nuziale per Ippodamia. Si trattava di vincere nella corsa con i carri il padre di lei Enomao ma si veniva uccisi in caso di sconfitta.
Per vincere la gara Pelope corruppe Mirtilo, auriga di Enomao, convincendolo a sabotare il carro del padrone. Pelope vinse ed Enomao venne ucciso ma quando fu il momento di ricompensare Mirtilo concedendogli una notte con Ippodamia come era stato concordato, Pelope non mantenne la promessa ed uccise l'auriga.
Il quarto marito di Elena fu Deifobo, fratello di Paride, che la ottenne vincendo la gara indetta dal padre.
Quanto ad Achille lo si vede qui languire nel suo letto innamorato dell'immagine ingannevole di Elena.
Brevemente Licofrone accenna a vari particolari del mito di Achille: che sposerà la femmina di Cita invasata per un ospite, cioè Medea della quale Achille si innamorò dopo la morte nell'Isola dei Beati come racconta anche Apollodoro; figlio di Peleo che trasformò in uomini un esercito di formiche (in altri autori quest'azione non è compiuta da Peleo ma da suo padre Eaco); l'unico a salvarsi fra sette figli trasformati in cenere, riprendendo un mito secondo cui Teti, prima di partorire Achille, avrebbe avuto altri sei figli da Peleo e li avrebbe gettati nel fuoco nel tentativo di renderli immortali.
Dopo il rapimento di Elena, Paride tornerà in patria tirandosi dietro i Greci come uno sciame di vespe inferocite.
All'inizio dell'impresa si colloca l'episodio macabro di Ifigenia, figlia di Agamennone, sacrificata ai venti per propiziarli al viaggio, salvata in extremis da Artemide e divenuta sacerdotessa di sacrifici umani in Tauride.
Qui Ifigenia è definita madre del serpente di Sciro, con probabile riferimento alla versione del mito che considerava Neottolemo figlio di Achille e Ifigenia. Secondo lo stesso racconto Achille cercò a lungo ed inutilmente la fanciulla scomparsa.
I Greci confermeranno il loro giuramento in Aulide sacrificando a Dioniso ed il dio li ricompenserà impedendo a Telefo di uccidere Achille.
Si tratta di una particolare versione del mito, diversa da quella presente in altre fonti: Telefo difese la Misia dai Greci in transito verso Troia ma cadde duellando con Achille perché dei tralci di vite lo fecero inciampare.
Cassandra maledice Prili figlio di Ermes per aver predetto la caduta di Troia (da notare che nel verso non ti avesse mai Cadmo generato non si allude al Cadmo padre di Semele ma a un nome alternativo di Ermes).
La veggente rimpiange che Priamo abbia salvato Ecuba gravida di Paride quando Esaco, interpretando un sogno, lo aveva avvertito che il nascituro avrebbe provocato la rovina di Troia.
Viene rievocata la leggenda di Cicno la cui morte è per Licofrone il primo evento della guerra di Troia. Discostandosi dalla narrazione di Apollodoro in diversi particolari, Licofrone dice Cicno ucciso insieme al figlio Tenete e alla figlia Emitea da Achille sull'isola di Tenedo.
Fra le vittime di questo episodio fu anche Memnone, un servo inviato da Teti ad avvertire Achille di non uccidere Tenete che in realtò era figlio di Apollo. Una profezia, infatti, avvisava che il destino di Achille sarebbe stato inevitabilmente segnato con la morte se e quando l'eroe avesse ucciso un figlio di Apollo. Memnone aveva dimenticato di svolgere il compito assegnatogli ed era stato ucciso da Achille quando questi aveva scoperto la sua negligenza.
Il lamento profetico di Cassandra passa ad annunciare la morte di Ettore che sarà ucciso da Achille qui paragonato ad una grande aquila che plana inesorabilmente sulla sua preda, e spruzzerà di strage le paludi e il campo piano / come l'aratore / incide il suolo con un ampio squarcio.
La drammaticità del tono di Cassandra aumenta ancora quando la profetessa passa a deprecare Achille per aver venduto le spoglie di Ettore a peso d'oro. In una versione del mito, infatti, Priamo pagava per il cadavere di Ettore una notevole quantità d'oro che in seguito gli veniva restituita dai Greci per il corpo di Achille.
L'enfasi della profezia porta Cassandra a distorcere l'immagine tradizionalmente eroica di Achille che qui è mostrato come un pavido che non ha disdegnato di vestirsi da donna per evitare la guerra, mentre il vero eroe è Ettore davanti al quale i Greci avevano più volte tremato ed erano più volte fuggiti.
Il vaticinio scandisce gli episodi della tragedia, episodi che dovranno inevitabilmente accadere perché la preveggenza di Cassandra è infallibile, e i verdi al futuro rendono più angoscioso il racconto trasmettendo un senso di cupa e lucida, ma impotente, consapevolezza.
Dovrà morire anche Troilo, il più giovane figlio di Ecuba, il "cucciolo" che sarà ucciso barbaramente da Achille innamorato di lui e respinto.
Moriranno i due "usignoli", Laodice e Polissena, la prima precipitata sul fondo di un crepaccio, la seconda sacrificata da Neottolemo in onore del defunto Achille. Nel crepaccio di Laodice moriranno anche Cilla e il neonato Munippo, appena partorito. Qui Licofrone si riferisce ad una rara versione del mito secondo cui Cilla, sorella di Ecuba o dello stesso Priamo, si univa a Priamo concependo Munippo. Quando Esaco predisse che un figlio nascituro del re avrebbe causato la rovina di Troia, Priamo sacrificò Cilla e il suo neonato salvando Ecuba e Paride.
Morirà anche Ecuba, lapidata sulla spiaggia, coperta da una "tunica di pietra" mentre si starà trasformando in cagna.
Morirà Priamo, spazzando con la chioma grigia il basamento dell'altare sul quale verrà ucciso. Priamo che aveva cambiato il suo nome quando, divenuto schiavo, era stato riscattato dalla sorella Esione in cambio del suo velo.
Priamo dovrà morire quando Antenore il traditore e Sinone daranno il segnale per far uscire gli armati dal ventre del cavallo e far accorrere le navi nascoste a Tenedo.
Quanto a se stessa, Cassandra piange il destino che la vorrà violentata da Aiace di Locri, lei che avrebbe voluto rimanere vergine per tutta la vita. Non l'aiuterà Atena alla quale la giovane rivolgerà le sue disperate preghiere. Per la colpa di Aiace pagheranno molti Greci che non riusciranno a tornare in patria, i cui parenti piangeranno su urne vuote chi sarà perduto in mare.
Molti guerrieri infatti periranno durante il ritorno, molte navi affonderanno presso le coste dell'Eubea perché Nauplio ingannerà i naviganti accendendo dei fuochi nel buio per simulare un porto inesistente.
Lo stesso Aiace perirà in mare durante il viaggio di ritorno, dopo il naufragio Poseidone interverrà per aiutarlo ma poi, irritato dalla vanità di Aiace che si vanterà della propria forza, lo lascerà annegare.
Morirà anche Fenice, il vecchio protettore di Achille, e la sua tomba sarà in Tracia.
La rassegna dei Greci che non faranno ritorno continua con tre capi degli Achei: Calcante, Idomeneo e Stenelo che saranno sepolti nei pressi di Colofone.
Come predetto da un oracolo, Calcante morì quando fu superato in gara da un altro indovino. Mopso indovinò il numero esatto di fichi su un albero mentre Calcante sbagliò nel predire quanti porcellini sarebbero nati da una scrofa.
Idomeneo era figlio di Deucalione, nella versione tradizionale tornava salvo a Creta.
Stenelo era figlio di Capaneo, uno dei Sette contro Tebe.
Mopso e il fratellastro Anfiloco (entrambi figli di Manto) si uccideranno reciprocamente in duello e saranno sepolti presso il fiume Piramo con le tombe disposte in modo che non possano vedersi neanche dopo la morte.
La profezia di Cassandra tratta da qui (v. 447) per una lunga sezione dell'opera i destini dei cinque eroi colonizzatori dell'isola di Cipro e dei miti ad essi collegati: Teucro, Agapenore, Acamante, Cefeo, Prassandro.
Teucro è parente di Cassandra, per l'esattezza cugino in quanto figlio di Esione sorella di Priamo. Giungerà a Cipro dopo essere stato scacciato dal padre Telamone che lo accusa di non aver impedito la morte del fratello Aiace.
Per indicare l'isola di Salamina, Licofrone usa una sineddoche: "le grotte di Cicreo"; Cicreo era figlio di Poseidone e predecessore di Telamone nel regno di Salamina.
Teucro non riuscirà a convincere il padre che un guerriero forte e coraggioso come Aiace si sia suicidato e sarà cacciato lontano dalla patria. In questi versi viene citato anche Trambelo che secondo Licofrone era figlio di Telamone ed Esione come Teucro.
Esione era stata esposta ad un mostro marino inviato da Apollo e Poseidone perché il re Laomedonte, suo padre, non aveva pagato il compenso pattuito per la costruzione delle mura della città. Laomedonte aveva cercato di salvarla pretendendo che venissero sacrificate le figlie del nobile Fenodamante ma questi aveva convinto i concittadini che era più giusto esporre Esione figlia del re che era l'unico responsabile della situazione. Esione fu poi salvata da Eracle che le fece sposare Telamone.
Il secondo eroe giunto a colonizzare Cipro è Agapenore (figlio di Anceo re di Tegea che fu ucciso dal cinghiale di Eta), "un contadino della terraferma (l'Arcadia) di quella razza che si nutre di ghiande".
Agapenore estrarrà il rame dalle miniere di Cipro.
Il terzo eroe colonizzatore di Cipro è Acamante, figlio di Teseo. Laodice figlia di Priamo entrò non invitata nel suo letto e generarono Munita che morirà morso da una vipera durante una caccia mentre Laodice precipiterà viva nell'Ade durante la caduta di Troia.
Etra, madre di Teseo, alleverà Munito e lo riconsegnerà al padre la notte fatale. Etra fu fatta prigioniera dai Dioscuri quando liberarono Elena che era stata rapita da Teseo, i Gemelli in questa impresa conquistarono Afidna ma presero soltanto Etra.
Nominati i Dioscuri, Cassandra prega Zeus che la sua patria non venga attaccata da loro o dai loro cugini ed avversari Afaridi (Ida e Linceo) perché in questo caso le mura di Troia, benché opera divina, crollerebbero in un solo giorno nè il valore di Ettore basterebbe a difenderle.
Zeus fornirà un piccolo aiuto a Troia, prevede Cassandra, evitando appunto che le due terribili coppie di fratelli partecipino alla guerra, lo farà suscitando fra loro una lite. I Tindaridi rapiranno le figlie di Leucippo loro cugine e promesse spose degli Afaridi, seguirà uno scontro nel quale Ida ucciderà Castore e Polluce ucciderà Linceo.
Nell'esporre le vicende dei Dioscuri e degli Afaridi, Licofrone inserisce un inciso a proposito di Ettore per ricordare Protesilao, destinato a inaugurare la lancia dell'eroe troiano, fu infatti il primo caduto greco e la prima vittima di Ettore appena sbarcato a Troia.
Anche se Dioscuri e Afaridi non attaccheranno Troia il destino non potrà essere cambiato. Anio figlio di Apollo e suo sacerdote in Delo, infatti, informò i Greci che gli dei non avrebbero lasciato cadere Troia prima di dieci anni e li invitò a fermarsi sull'isola offrendo loro il necessario sostentamento in quanto le figlie Elais, Spermò e Enò, le Enotropi, avevano avuto da Dioniso il potere di trasformare qualsiasi cosa in olio, grano e vino, ma Agamennone non accettò e rapì le figlie di Anio per portarle con se a Troia.
Infine Cefeo e Prassandro, il primo dalla Laconia, l'altro dall'Acaia, saranno il quarto e il quinto colonizzatore di Cipro, giungeranno non condottieri di una spedizione di popoli ma di origine oscura. Conclusa la serie dei colonizzatori di Cipro, Cassandra passa a parlare del destino che attende Diomede. L'eroe subisce l'ira di Afrodite che egli è riuscito a ferire, tornaro ad Argo sua moglie Egialea e l'amante Comete tenteranno di ucciderlo, si salverà in un tempio di Era e lascerà la città. Giungerà in Italia dove combatterà contro i Messapi per il re Dauno ma questi a vittoria ottenuta non consegnerà le terre promesse.
A giudicare la disputa sarà chiamato Aleno fratello di Diomede che, innamorato della figlia di Dauno, dichiarerà perdente Diomede.
Adirato, l'eroe segnerà il confine della terra contesa con pietre portate da Troia che saranno inamovibili e scaglierà una maledizione: quella terra non dovrà più dar frutti se non coltivata dai suoi discendenti.
Diomede vedrà i suoi compagni tramutati in uccelli da Afrodite nutrirsi di uova di pesce e accettare bocconi dalle mani degli uomini, cercando - ed è immagine di struggente nostalgia - un riparo familiare dentro le pieghe dei vestiti greci.
I Beoti arriveranno alle isole Gimnesie (le Baleari) dove vivranno in miseria, nudi e scalzi. Impareranno a cacciare con la fionda e vivranno con le genti dell'Iberia presso la porta di Tartesso (Colonne d'Ercole, Gibilterra) rimpiangendo la lontana madre patria.

Da questo punto (v. 648) inizia il racconto del ritorno di Odisseo che occupa una parte significativa dell'opera (171 versi). Come altrove Licofrone procede facendo ampio uso di metafore, di attributi in luogo dei nomi e di rappresentazione dei personaggi tramite animali.
Il persorso di Odisseo è diverso da quello dell'opera omerica pur condividendo con questa diversi episodi. L'itinerario ha inizio dalle Sirti (costa della Libia), dalle quali Odisseo raggiunge il "canale tirrenico" (lo stretto di Messina) sede della mostruosa Scilla e delle Sirene definite usignoli con gambe di Arpia. Tutti i suoi compagni saranno dilaniati o moriranno fra strazi indicibili a causa di questi mostri, di Polifemo, dei Lestrigoni e di Circe che con i suoi filtri li muterà in maiali.
Si salverà solo Odisseo e visiterà il campo tenebroso dove vagano i morti per incontrare Tiresia l'indovino, verserà il sangue diuna vittima perattirare i defunti e ascolterà la voce delle ombre, appena un soffio, un richiamo di bocche senza luce.
Ormai privo di compagni Odisseo visiterà l'isola d'Ischia che poggia sul dorso dei Giganti e di Tifone. Supererà la tomba del pilota Baio, le sedi dei Cimmeri, l'Acherusio, l'Ossa e tutti i luoghi connessi all'oltretomba fino al lago Averno circondato dal Cocito e dallo Stige dove Zeus stabilì la sede dei giuramenti degli dei.
Lasciando il regno dei morti Odisseo consacrerà un elmo a Persefone e al suo sposo Ade.
Licofrone torna sulle Sirene, che le dice figlie dell'Acheloo e di Melpomene, e ne descrive il suicidio in mare quando Odisseo riesce a superarle illeso. I loro corpi vengono sepolti dove prendono terra portati dalle onde: Partenope alla foce del fiume Clanio dove sorgerà una città con il suo nome e più tardi Napoli, Leucosia giungerà al promontorio Enipeo (nel Golfo di Salerno) e il suo nome sarà ricordato in quello dell'isola di Licosa. Ligea sarà sepolta alla foce del fiume Ocinaro di fronte allo scoglio che prenderà il suo nome.
Nel suo delirio profetico, Cassandra cita altri episodi delle avventure di Odisseo: la tempesta, il naufragio, il soggiorno presso Calipso e la nuova partenza con una zattera improvvisata.
Il poeta sottolinea la scarsa abilità di Odisseo nel costruire il natante e in generale presenta il personaggio privandolo dei connotati eroici e intellettuali che gli conferiscono Omero e tutti i mitografi. Qui Odisseo è un uomo perseguitato dalla disgrazia, paragonato a un pulcino nelle mani di Poseidone che lo vuole ancora naufrago, del resto la zattera costruita così "alla buona" non poteva certamente reggere il mare.
Sprofonderà fra le onde, vagherà insonne sulle acque, si ferirà sugli scogli e a stento lo salverà il magico velo donatogli da Leucotea permettendogli di arrivare nell'isola dei Feaci. Qui, supplice e misero, griderà la sua pena e mentirà sulle ragioni del suo destino (Odisseo attribuisce le sue disavventure all'aver accecato Polifemo mentre per Cassandra è colpevole soprattutto della distruzione di Troia).
Anche il ritorno in patria sarà infelice per Odisseo: egli troverà la sua casa invasa dagli amanti della sua donna Penelope che qui diventa una vera prostituta che dilapida in banchetti tutti gli averi del marito.
Morirà vecchio e rugoso, ucciso dal figlio Telegono nato da Circe che non sapeva di avere. Sarà considerato profeta dal popolo degli Euritani nel cui paese un giorno sarà ucciso Eracle figlio di Alessandro Magno.
Circa sposerà Telemaco che poi la ucciderà e sarà a sua volta ucciso da Cassifone, figlia di Odisseo e di Circe.
La "piccola Odissea" compresa nell'opera si conclude con l'immagine di Odisseo che scende per la seconda volta nell'Ade, e questa volta sarà senza ritorno, senza mai aver avuto un giorno di serenità.
Si passa al ritorno di Menelao, viaggio durato otto anni per la ricerca di Elena che la guerra non è servita a restituire al marito. Licofrone accenna alla versione del mito per la quale a Troia non si trovava la vera Elena ma un fantasma con il suo aspetto. Nel suo viaggio Menelao vedrà le rupi sotto cui giace Tifone, l'isola di Cipro e altri luoghi mitici fra cui la tomba di Adone, nato da un albero e ucciso da un cinghiale per volontà delle Muse.
Menelao vedrà anche l'Etiopia e da questa sosta l'autore prende lo spunto per passare a Perseo che salvò, appunto in Etiopia, Andromeda figlia di Cefeo condannata ad essere divorata da un mostro marino per espiare la superbia della madre Cassiopea che pretendeva di essere più bella delle Nereidi.
Chiuso l'inciso su Perseo, Licofrone torna a Menelao che vedrà ancora il Nilo, quindi il promontorio Iapigio in Puglia dove offrirà doni al tempio di Atena, il golfo Lacinio dove presso il famoso santuario di Era Lacinia ogni anno le donne compiranno il rito del compianto di Achille.
Menelao arriverà in Sicilia, nella città di Erice e a Trapani, quindi all'isola d'Elba dove Giasone ormeggiò la nave Argo e gli Argonauti raschiarono dai loro corpi la polvere e il sudore che formarono macchie indelebili sulla spiaggia.
Degli Argonauti Cassandra ricorda il naufragio sugli scogli della Libia, la morte dell'indovino Mopso e la sua sepoltura, l'offerta di un tripode resa da Medea a Tritone. I Libici nascosero quel tripode perché Tritone aveva predetto che i Greci che lo avessero ripreso sarebbero divenuti padroni della loro terra.
Come Mopso moriranno in terra stranierea i reduci di Troia Guneo, Protoo e Euripilo.
Da Menelao si passa a Filottete che dopo la caduta di Troia si recherà nel Bruzio, vi fonderà colonie e dopo la sua morte sarà venerato come un dio dagli abitanti del luogo.
Filottete possedeva l'arco donatogli da Eracle morente con il quale uccise Paride, sarà morso da un serpente durante il viaggio di andata a Troia [abbandonato per il fetore della ferita, poi recuperato da Odisseo e guarito da Podalirio].
Ad uccidere Filottete saranno gli Ausoni di Pellene perché cercherà di aiutare i Rodii comandati da Tlepolemo giunti in cerca di una terra da abitare.
Epeo, il costruttore del cavallo di legno fatale ai Troiani, giungerà a Lagaria (in Lucania). Il personaggio è descritto come un vile, la sua viltà è una punizione divina per il sacrilegio commesso dal padre Panopeo che aveva giurato il falso su Atena e Ares.
Panopeo lottò con il fratello Criso ancora nell'utero della madre, ma per lo spergiuro commesso mise al mondo un figlio codardo, ottimo pugile ma pessimo soldato, eppure utilissimo all'esercito per l'abilità manuale. Fonderà una città fra i fiumi Ciris e Cilistano (forse Metaponto) e qui, nel tempio di Atena, consacrerà gli attrezzi usati per fabbricare il cavallo di legno.
Le figlie di Fenodamante, consegnate da Laomedonte ad una ciurma di naviganti diretti in Sicilia per essere date in pasto agli squali, saranno salvate da Afrodite, raggiungeranno l'isola e dedicheranno un tempio alla dea.
Una di loro (Egesta) sposerà il dio fluviale Crimiso ed avrà un figlio (Aceste) che fonderà tre città (Egesta, Erice, Entella) e condurrà in Sicilia il figlio illegittimo di Anchise (Elimo, eponimo del popolo degli Elimi).
La città di Egesta sarà condannata a infinito dolore e il suo popolo condurrà una vita grama perennemente in lutto (si pensa che Licofrone si riferisca alla distruzione della città ad opera di Agatocle nel 307 a.C.).
Molti esuli troiani si stabilirono presso il fiume Siri (oggi Sinni) dove si trova la tomba di Calcante (forse un cenotafio perché in precedenza l'autore ha indicato la sepoltura dell'indovino a Colofone). Fondarono Siris, città simile a Troia.
A Siris gli Achei faranno strage degli Ioni supplici ai piedi della statua di Atena che chiuderà gli occhi per non vedere quell'orrore. [Evidentemente gli Joni ai quali si riferisce Licofrone sono i coloni di Colofone sopraggiunti nel VII secolo a.C. e l'eccidio fu opera delle città di Metaponto, Sibari e Crotone (530 a.C. circa) preoccupate dalla crescente ricchezza di Siris]. Il mare porterà alle coste calabre (precisamente al promontorio Lino non identificato con certezza) anche Cleta, l'ancella di Pentesilea regina delle Amazzoni che mentre spirava uccisa da Achille fu colpita ad un occhio da Tersite.
Tersite pagò questo gesto con la vita perché Achille, colpito dalla bellezza di Pentesilea, uccise anche lui con la sua lancia micidiale.
Cleta fonderà una città (Cleto identificata con Caulonia) e ne sarà regina. Quando vi giungeranno altri Achei diverranno schiavi ma in seguito distruggeranno la città con l'aiuto dei Crotoniati, anche Cleta morirà in combattimento ma non senza aver ucciso molti nemici.
Continua la rassegna degli Achei che dopo la guerra approderanno dove li porterà il mare: a Terina presso il fiume Ocinaro o sulle spiagge della Libria come Nireo e Toante. Questi ultimi saranno ancora sospinti dal vento in Epiro poi in Illiria, alla città di Pola dove vivranno insieme ai Colchi discendenti di quelli che inseguirono Medea fuggita con Giasone.
Ancora altri Achei approderanno all'isola di Malta, lambita dalle correnti africane, non lontana da Capo Pachino dove Odisseo dedicò un tempio ad Atena.
Ad Otrono (piccola isola dello Jonio presso Corcira) verrà ad abitare Elefenore esule dall'Eubea per aver involontariamente ucciso il nonno Abante. Per partecipare alla guerra di Troia, non potendo rientrare nel suo Paese, avrà chiamato i suoi compagni gridando dalla scogliera.
L'Erinni non gli permetterà di rientrare in patria prima di un anno, dovrà lottare contro mostri striscianti e fuggire ad Amanzia e più oltre in Caonia (Epiro).
In Daunia sarà sepolto Podalirio, figlio di Asclepio, e chi dormirà sulla sua tomba potrà ricevere responsi veritieri in sogno, mentre chi lo invocherà bagnandosi nelle acque del fiume Alteno potrà ancora guarire beneficiando della sua sapienza medica.
Un giorno i messi degli Etoli si recheranno in Daunia per reclamare i campi un tempo appartenuti a Diomede (che aveva profetizzato che quella terra non avrebbe più dato frutti se non coltivata dai suoi discendenti). Ma i feroci Apuli li seppelliranno vivi dando loro, in questo modo atroce, la terra richiesta.
I nipoti di Naubolo, dopo la guerra di Troia, giungeranno a Temesa sul Promontorio Ipponio e pieni di nostalgia per i luoghi della loro patria in Focide coltiveranno la terra del Bruzio.