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GIUSEPPE MANNO

STORIA DI SARDEGNA


(Sintesi parziale)

LIBRO PRIMO

Premessa dell'autore sull'incertezza ed incompletezza delle notizie riguardanti le epoche più antiche.
La posizione centrale nel Mediterraneo, la facilità di approdo, la fertilità del suolo indussero molti popoli nomadi ad occupare la Sardegna già in tempi remoti. I primi a fondare colonie sull'isola furono probabilmente i Fenici e con loro altre popolazioni nomadi orientali provenienti dalla Palestina.
Manno avanza l'ipotesi che i grandi ed antichissimi sepolcri della Sardegna siano opera di queste genti che vedevano nel monumento tombale una testimonianza della loro presenza storica e supporta tale ipotesi con diverse citazioni dell'Antico Testamento.
Da quei pastori nomadi discendevano le quattro popolazioni citate da Strabone: Tarati, Sossinati, Balari, Aconiti, tutti ignari dell'agricoltura e spesso dediti al brigantaggio.
Diodoro Siculo parla invece degli Iolei, pastori ritiratisi sulle montagne in odio alla dominazione cartaginese che neanche i Romani riuscirono a sottomettere.
Vennero in Sardegna anche genti di origine greca che lasciarono molte testimonianze. La loro migrazione è adombrata da un mito narrato da Diodoro Siculo: Aristeo proveniente da Coo si stabilì in Sardegna dove insegnò l'agricoltura e l'arte casearia. Lo stesso mito è riportato da Silio Italico, da Pausania e da Solino che fa di Aristeo il fondatore di Cagliari.
Ancora Solino e Pausania parlano di Norace, di origine iberica, fordatore di Nora.
Un'altra tradizione, che l'autore considera priva di fondamento, attribuisce la fondazione di Olbia a Galata figlio di Olbio re dei Galli, mentre Pausania l'attribuisce a Iolao.
Gli Etruschi, già potenti prima della nascita di Roma, appresero l'arte di navigare e dedussero colonie in Sardegna, Corsica e nell'isola d'Elba.
E' probabile che dall'Italia giunsero anche colonie di Siculi nella stessa epoca in cui questo popolo, sconfitto dagli Aborigeni, lasciò la penisola per migrare in Trinacria.
La leggenda più nota è quella narrata da Pausania a proposito della fondazione di Olbia. Iolao, alla testa dei figli avuti da Ersole con le Tespiadi e di un piccolo esercito di Ateniesi, giunse in Sardegna e vi fondò la sua colonia. La stessa tradizione è ripresa da Strabone ed approfondita da Diodoro Siculo il quale aggiunge che Iolao chiamò il famoso architetto Dedalo ad arricchire la Sardegna di splendidi edifici.
I Greci chiamavano la Sardegna Icnos o Icnusa o anche Sandaliotin, il nome Sardegna sarebbe invece derivato dall'eroe libico Sardo, nel mito discendente di Eracle, antico conquistatore dell'isola. Di Sardo parlano Pausania, Silio Italico, Isidoro.
Secondo Pausania una statua in bronzo di Sardo si trovava a Delfi, dono votivo dei Sardi.
Anche delle monete di età augustea presentavano l'immagine di Sardo e sul retro portavano quella del pretore Azio Balbo, nonno materno di Ottaviano.
In base alle numerose memorie dell'eroe, Manno tende a credere che si sia trattato di un personaggio reale, a dispetto dei particolari mitologici aggiunti dalla tradizione.
La popolazione sarda degli Iliesi faceva risalire le proprie origini alla sosta di Enea nell'isola durante la quale fu fondata una colonia troiana. Sospinti dagli invasori libici (cartaginesi), gli Iliesi si rifugiarono sulle montagne dove rimasero a lungo indipendenti.
Nella parte settentrionale dell'isola, come attesta Tolomeo, si stabilì invece una colonia di profughi fuggiti dalla Corsica a causa di lotte politiche nella loro isola.
In chiusura del primo libro, Manno ricorda il racconto di Erodoto relativo a Biante di Priene che esortò gli abitanti della Ionia a trasferirsi in massa in Sardegna per sfuggire alla dominazione persiana.
Ancora Erodoto parla di Istieo di Mileto che si riprometteva di conquistare la Sardegna per il re Dario. Dimostrazioni, secondo Manno, del pregio in cui tenuta era in tempi così lontani la Sardegna.

LIBRO SECONDO

Fin dalle loro origini i Cartaginesi ambirono alla conquista della Sardegna e Manno colloca l'inizio della loro penetrazione nell'isola nel primo secolo di Roma. In quel periodo i conquistatori, se non fondarono, ampliarono e ripopolarono la città di Cagliari.
Giustino nomina la Sardegna fra i paesi europei che inviarono ambasciatori a rendere omaggio ad Alessandro Magno e l'autore concorda con quanti ritengono che in quell'epoca gran parte dell'isola fosse occupata dai Cartaginesi.
Diodoro Siculo, parlando delle guerre persiane, racconta dell'alleanza di Serse con i Cartaginesi e di come gli alleati durante il conflitto rifornissero le loro navi in Sardegna, evidentemente già dominata da Cartagine .
Lo stesso autore parla di armate reclutate in Sardegna dai Cartaginesi per combattere contro Dionisio di Siracusa. Poco più tardi i sudditi di Cartagine si ribellarono approfittando di una grave epidemia che aveva colpito i dominatori e fra i ribelli vengono citati anche i Sardi.
Trattati commerciali fra Roma e Cartagine anteriori alle guerre puniche tramandati da Polibio riconoscevano ai Cartaginesi privilegi sulle acque della Sardegna.
I rapporti fra gli abitanti dell'isola e i conquistatori cartaginesi furono sempre conflittuali.
Certamente i Cartaginesi avevano usanze barbariche tanto che, sembra, arrivarono ad offrire sacrifici umani ed il loro dominio doveva essere crudele e tirannico ma l'autore dubita che fossero così stupidi da devastare le coltivazioni della Sardegna a loro stesso danno come narravano alcune antiche fonti.
Quando i Sardi si ribellarono approfittando di un'epidemia che aveva colpito i Cartaginesi questi inviarono un esercito che venne rapidamente debellato. Successivamente un'ambasciata sarda a Cartagine non ebbe successo e i Sardi inviarono una flotta contro la città. Questa volta vennero sconfitti e Magone, salito al potere, affidò il comando di una nuova spedizione contro la Sardegna ai figli Asdrubale e Amilcare Barca. I Sardi resistettero e Asdrubale cadde in combattimento ma successive operazioni militari dovettero indurre gli isolani alla quiete, infatti risulta che durante la guerra dei Cartaginesi contro Agatocle di Siracusa i Sardi non crearono problemi e fornirono aiuti.
Ma i Romani aspiravano a dominare anche il mare e quando i Mamertini chiesero loro aiuto contro i Cartaginesi non esitarono ad intervenire nella speranza di conquistare la Sicilia.
Il console Duilio riportò una vittoria a Lipari (260 a.C.) su Annibale di Giscone il quale prevedendo che i Romani avrebbero agito anche in Sardegna corse a difendere quest'isola dopo essersi rifornito rapidamente in patria.
Lucio Cornelio Scipione (console nel 259 a.C.) sconfisse presso Olbia Annibale di Giscone e l'ammiraglio Annone che morì in combattimento.
Conquistata Olbia, Scipione sottomise i Sardi che ponevano ostacoli alla dominazione romana. Annibale di Giscone continuò a combattere ma infine venne ucciso dai suoi stessi soldati. Tuttavia i Cartaginesi non furono completamente cacciati dalla Sardegna, ma in quel periodo scoppiò contro di loro la rivolta dei mercenari guidati da Matone e Spendio, rivolta che presto interessò anche l'isola.
Cartagine inviò Annone in Sardegna a sedare la rivolta ma i suoi mercenari si unirono ai ribelli e lo crocifissero.
I mercenari si impadronirono così della Sardegna ma per breve tempo perché la loro tirannia portò gli abitanti dell'isola a sollevarsi e a cacciarli.
I Romani, violando i patti vigenti, riaprirono le ostilità con vari pretesti; i Cartaginesi stremati dalle rivolte, preferirono cedere la Sardegna piuttosto che affrontare i Romani.
La Sardegna passò quindi ai Romani ma i Sardi non gradirono il nuovo dominio. I Cartaginesi non perdevano occasione per sobillare una rivolta ma quando i Romani rinforzarono i presidi militari inviarono a Roma ambasciatori per assicurare la pace.
Tito Manlio Torquato, comandante delle truppe in Sardegna, fu in grado di sedare i focolai di sedizione e l'isola fu dichiarata provincia romana.

LIBRO TERZO

Pochi mesi dopo il Sardi tornarono a sollevarsi contro il dominio romano. I consoli reclutarono un consistente esercito ma Publio Cornelio, comandante designato, fu colpito da un'epidemia insieme a gran parte dei soldati. Intervenne quindi in Sardegnba il console Spurio Carvilio e con quel che restava dell'esercito riuscì a reprimere la rivolta.
L'anno successivo una nuova rivolta fu sedata dal nuovo console Publio Pomponio Matone (233 a.C.) ma la determinazione dei Sardi non diminuì tanto che anche i consoli del 232 a.C., Marco Emilio Lepido e Marco Publicio Malleolo, dovettero intervenire nell'isola e così ancora nel 231 Pomponio Matone al suo secondo consolato.
Queste vicende stroncarono evidentemente la resistenza dei ribelli Sardi, seguirono infatti alcuni anni di tranquillità e fu finalmente possibile affidare il governo della Sardegna e dalla Corsica ad un pretore, Marco Valerio (227 a.C.).
Nel frattempo a Cartagine Annibale, facendo leva sull'odio dei concittadini verso i Romani, si faceva promotore di una nuova guerra che non tardò a scoppiare con il pretesto dell'attacco a Sagunto. Fra le prima azioni di Cartagine fu l'invio di una flotta incaricata di riconquistare la Sardegna ma la missione fallì per la superiorità delle forze navali schierate dai Romani.
Mentre Annibale, invasa l'Italia e vinte diverse battaglie sostava a Capua, in Sardegna il pretore Aulo Cornelio Mamula trovava presso la popolazione i mezzi per la sussistenza dei soldati che il senato non poteva più inviargli, ciò dimostra che nonostante le precedenti rivolte durante la seconda guerra punica si era formata nell'isola una fazione filoromana.
Per contro la fazione opposta all'arrivo di Quinto Muzio Scevola, successore di Mamula, inviò messaggi a Cartagine offrendosi di organizzare una nuova insurrezione se i Cartaginesi l'avessero supportata.
Pur essendo impegnati sul fronte spagnolo, i Cartaginesi inviarono un altro esercito in Sardegna. Da parte loro i senatori, informati da che Scevola era ammalato e che le sue milizie non avrebbero potuto far fronte alla situazione, affidarono a Tito Manlio Torquato cinquemila fanti e quattrocento cavalieri e lo inviarono urgentemente in Sardegna.
Manlio Torquato giunse prima dei Cartaginesi che erano stati rallentati da una burrasca e assunse il ruolo di pretore in attesa che Scevola si ristabilisse. Il comandante dei Sardi Ampsicora si trovava lontano dalle sue schiere impegnato in nuovi reclutamenti. Suo figlio Osto, ancora molto giovane, commise l'imprudenza di affrontare i Romani senza aspettare il padre.
Torquato, che aveva unito le proprie milizie a quelle di Muzio Scevola, sbaragliò i Sardi rapidamente e Osto fuggì con i superstiti.
Quando giunse Asdrubale con l'esrcito cartaginese e si unì ad Ampsicora fu combattuta una grande battaglia (Decimomannu 215 a.C.) che si concluse con la vittoria dei Romani. Dodicimila fra Sardi e Cartaginesi persero la vita, i capi cartaginesi furono fatti prigionieri, Osto cadde in combattimento e Ampsicora si uccise la notte seguente.
Secondo Silio Italico nell'esercito romano in questa occasione c0ombattè anche il poeta Ennio da poco giunto dalla nativa Calabria.
Nei giorni successivi Torquato sottomise rapidamente le città che avevano sostenuto i ribelli e tornò a Roma, contemporaneamente il pretore Tito Otacilio si imbatteva nelle navi cartaginesi che rientravano in Africa dalla Sardegna catturandone una parte mentre le altre furono disperse da una tempesta.
La pretura in Sardegna fu confermata per tre anni a Quinto Muzio Scevola al quale vennero assegnate due legini. A Muzio Scevola succedettero Lucio Cornelio Lentulo, Publio Maurizio Vulsone e Caio Aurunculeio.
Una flotta romana continuò a sorvegliare le coste sarde per impedire nuovi sbarchi e la situazione dell'isola rimase tranquilla anche durante le successive preture di Aulo Ostilio Catone, Tiberio Claudio Asello e Gnao Ottavio, quest'ultimo ccatturò ottanta navi cartaginesi in viaggio verso l'Italia che il vento aveva spinto in acque sarde.
A Ottavio seguì Tiberio Claudio Nerone al quale il senato ordinò di reperire in Sardegna rifornimenti e vestiario per i soldati, compito che fece eseguire non si sa con quali metodi.
Durante la sua pretura e quella successiva di Publio Cornelio Lentulo, Ottavio continuò a pattugliare le coste sarde con una flotta per volere del senato e catturò molte navi del cartaginese Magone.
Cornelio Lentulo organizzò in Sardegna l'invio di cento navi da carico a Cartagine pr rifornire Scipione che era sbarcato in Africa. Non si hanno notizie dell'amministrazione dei successivi pretori Marco Fulvio Buteone, Marco Valerio Faltea e Lucio Villio Tappulo.
A questi seguì il famoso Marco Porcio Catone. Ben diverso dai predecessori, questi governò l'isola con grande rigore e giustizia facendosi ammirare per la sua modestia e la sua frugalità. Durante il suo mandato Catone conobbe il poeta Ennio e al suo ritorno lo portò con se a Roma.
In seguito nulla di rilevante avvenne fino alla pretura di Marco Pinario (183 a.C.) In quell'anno divampò una nuova insurrezione fra gli Iliesi che abitavano i monti all'interno della Sardegna ma i Romani erano stati masssacrati da una pestilenza tanto che fu necessario l'invio a Pinario di altre legioni. Pinario riuscì a reprimere i rivoltosi che rimasero tranquilli durante la successiva pretura di Caio Mario e Caio Valerio Levino, ma ripresero le ostilità sotto Tito Ebuzio Caro successore di Valerio Levino.
Questa volta l'insurrezione assunse proprorzioni critiche e gli Iliesi, alleatisi con i Balari razziavano e distruggevano senza riservei poderi dei Sardi sottomessi a Roma i quali, insieme al pretore, si rivolsero al senato per chiedere aiuto.
Fu nominato pretore Lucio Mummio ma si decise di far intervenire l'esercito del console Tiberio Sempronio Gracco (177 a.C.). Le forze dei ribelli erano numerose ma mancavano di un comandante esperto, l'esercito romano vinse la battaglia ma fu una vittoria che costò la vita di molti soldati, tanto era l'accanimento degli insorti.
Tiberio, consapevole che gli Ilieri erano stati vinti ma non domati, rimase per tutto l'anno a presidiare la Sardegna. Allo scadere del suo mandato la provincia sarebbe dovuta passare sotto la pretura di Marco Popilio Lenate ma questi rinunciò affermando che l'esperienza fatta da Tiberio non doveva andare perduta, il senato apprezzò e prorogò i poteri di Tiberio Gracco.
Occorsero ancora varie battagie e altri quindicimila morti prima che Tiberio Gracco dichiarasse pacificata la Sardegna. Anche allora, benchè il comandante chiedesse il permesso di ricondurre l'esercito a Roma, il senato volle mantenere il presidio per un altro anno. Finalmente Tiberio rassegnò la provincia a Sergio Cornelio Silla e rientrò a Roma dove celebrò il trionfo.
Subentrò nella pretura di Sardegna, dopo Silla, Marco Atilio Serrano, reduce da un'analoga guerra in Corsica. Seguì un nuovo periodo di tranquillità fino alla pretura di Marco Fonteio.
Caio Sempronio Gracco, figlio del console Tiberio di cui si è detto e di Cornelia, prima di divenire tribuno della plebe fu nominato questore in Sardegna sotto il console Lucio Aurelio Oreste che si recava sull'isola per domare l'ennesima ribellione.
In Sardegna Caio Gracco si dimostrò coraggioso in battaglia e benevolo con la popolazione conquistando molte simpatie tanto che quando l'esercito si trovò in difficoltà per bisogno di vestiario in un inverno molto rigido fu solo Gracco, con il suo ascendente, ad ottenere cospicui aiuti dai Sardi. Questi successi preoccuparono i senatori che temendo che Caio replicasse le vicende del fratello Tiberio decisero di trattenerlo più a lungo in Sardegna, lontano da Roma.
Gracco reagì in modo anticonvenzionale recandosi subito a Roma da solo. Benché l'atto comportasse una violazione della legge e della consuetudine riuscì con la sua eloquenza a far cambiare a suo favore l'opinione dei senatori.
Qualche anno dopo fu pretore in Sardegnba Tito Albuzio che per Manno rappresenta il contrario delle virtù di Caio Gracco. Accusato di concussione ed altri reati dai Sardi, condannato all'esilio, Tito Albuzio riparò in Atene dove si trovava benissimo avendovi trascorso gran parte della giovinezza.
Governanti come Albuzio furono frequenti in Sardegna mentre gli esermpi di Catone e di Caio Gracco costituirono l'eccezione. Del cattivo governo della provincia, del resto, sarebbero chiare dimostrazioni le ribellioni che continuarono a verificarsi per secoli nell'isola.