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Platone

La Repubblica


Libro primo

Socrate


Socrate, il protagonista narrante e Glaucone trovandosi in visita al Pireo sono invitati da Polemarco, figlio di Cefalo, a trascorrere la serata nella sua casa per partecipare ad una festa notturna.
Si stanno svolgendo al Pireo le feste Bendidie, in onore della dea tracia Bendis.
Ricevuto dal vecchio Cefalo, Socrate discorre con lui sulla vecchiaia.
Cefalo accetta di buon grado la vecchiaia e vede la rinuncia ai piaceri della gioventù come "la liberazione da un padrone furioso e rozzo". Si discute di ricchezza (Cefalo è più che benestante) definendola "utilissima" ma non sufficiente a garantire da sola la serenità.
Gli argomenti introducono il tema della giustizia e Cefalo, che deve occuparsi dei sacrifici, lascia il posto nella discussione a Polemarco. La semplice affermazione di Polemarco, "la giustizia è giovare agli amici e danneggiare i nemici" viene rapidamente confutata da Socrate che con la sua logica consequenziale, riduce presto il giovane a confondersi.
Poiché chi è danneggiato peggiora nel suo caratteristico "pregio" e pregio umano è la giustizia, se il giusto danneggiasse il nemico sarebbe proprio la giustizia a rendere questi ingiusto. Quindi la giustizia non sta nel danneggiare i nemici ma nel non danneggiare nessuno.
Interviene Trasimaco polemicamente aggredendo Socrate che gli risponde con la consueta ironia. Alla fine Trasimaco enuncia questa sentenza: "il giusto non è altro che l'utile di chi è superiore". Socrate confuta l'affermazione e soprattutto il suo riferimento politico. Trasimaco ha infatti sostenuto che ogni stato emana leggi utili a se stesso e che è giusto che i cittadini le rispettino. Dunque l'affermazione di Trasimaco non è più valida quando le leggi sono sbagliate, quindi non utili allo stato perché in questo caso non sarebbe più giusto "fare ciò che è utile a chi è superiore".
La confutazione di Socrate prosegue: ogni arte, se tale, governa le cose di cui si occupa, quindi nella medicina il medico è superiore al malato, nella navigazione il medico è superiore ai marinai, ma medico e pilota decidono per il bene dei malati e dei marinai, quindi l'affermazione di Trasimaco viene ribaltata.
Trasimaco, tuttavia, non demorde e presenta un'interpretazione pessimistica dei concetti di giustizia ed ingiustizia, interpretazione tutto sommato realistica: l'ingiusto riceve sempre più benefici del giusto come dimostra la forma estrema di ingiustizia che è la tirannia, con la quale Trasimaco torna al suo assunto.
Socrate confuta nuovamente Trasimaco: mentre tutte le arti umane si accompagnano a quella di trovare guadagno, questo non vale per l'arte di governare perché il buon governante antepone ai propri i vantaggi dei sottoposti, di conseguenza se chi governa è ingiusto l'assunto di Trasimaco viene di nuovo a cadere.
Trasimaco ha anche affermato che la giustizia è dabbenaggine e l'ingiustizia è avvedutezza. Con uno dei consueti dialoghi fittissimi Socrate arriva a stabilire che:
- chi è giusto cerca di soverchiare l'ingiusto, mentre l'ingiusto vuole soverchiare tutti,
- chi è sapiente supera chi non è competente nella sua materia ma non opera contro i suoi simili (es. il medico impone le sue cure ai pazienti, non agli altri medici),
- l'affinità comporta il possedere le stesse qualita,

dunque:

il giusto è il sapiente e l'ingiusto è l'ignorante.

Con tale argomentazione Socrate nega che l'ingiusto, che sempre semina discordia e non può avere alleati, possa alla lunga essere più potente del giusto. Infine Socrate, partendo dal concetto che le cose possono funzionare bene solo se non fa loro difetto la loro specifica virtù, sostiene che - essendo la giustizia virtù dell'anima - l'anima dell'ingiusto non può rendere felice il suo possessore.


Libro Secondo


Trasimaco "abbandona la partita" ma ora è il turno di Glaucone di misurarsi con Socrate.
Glaucone distringue tre generi di beni: quello che l'uomo ricerca per loro stessi (i piaceri), quelli piacevoli in se stessi e nelle loro conseguenze (come intelligenza e salute), quelli che non sono piacevoli in se stessi ma utili nelle conseguenze (come il curare le malattie) e chiede a Socrate in quale di questi generi collochi la giustizia. Socrate risponde che la giustizia è positiva in se stessa e nelle sue conseguenze.
Poiché Glaucone non è convinto dal discorso di Socrate, propone di riaprire la discussione appena conclusasi con Trasimaco. Glaucone intende svolgere il ruolo di denigratore della giustizia per aiutare Socrate a perfezionare la sua dimostrazione.
Secondo Glaucone l'origine della giustizia è nella necessità degli uomini di accordarsi per non subire le ingiustizie reciprocamente inferte.
Nessun uomo sarebbe così corretto da non approfittare mai delle occasioni di essere ingiusto a proprio vantaggio. Viene qui citato l'esempio di Gige, il padre di Creso, che era un pastore ed aveva trovato un anello che lo rendeva invisibile. Grazie ai poteri dell'anello, Gige divenne una guardia del corpo del re ma poi ne sedusse la moglie e lo uccise per impadronirsi del potere. Dunque la giustizia non è un desiderio naturale degli uomini e chi la esercita lo fa controvoglia per pura necessità.
Glaucone passa quindi ad ipotizzare due individui opposti: il "sommamente ingiusto" ed il "sommamente giusto". Il primo sembrerà a tutti giustissimo perché il grado massimo dell'ingiustizia consiste proprio in questo. Viceversa il secondo dovrà sembrare ingiusto perché non curerà le gratificazioni della fama. Certamente la vita del primo sarà piacevole e colma di onori mentre quella del secondo finirà per essere distrutta dal giudizio altrui.
Interviene Adimanto, fratello di Glaucone, con un lungo discorso ricco di citazioni da Omero, Esiodo ed altri autori per ribadire il concetto: i maggiori vantaggi sembrano destinati a chi - essendo ingiusto - riesca a sembrare giusto. Infine invita Socrate a confutare questa teoria non fermandosi all'apparenza ma ricercando nella sostanza i reali pregi della giustizia.
Comincia così la seconda dissertazione di Socrate che, proponendosi di analizzare il problema "in grande" prima che sul piano individuale, avvia l'esame della nascita e della crescita di una città ipotetica. In questa città ciascuno, per soddisfare i propri bisogni, dovrà produrre beni per le esigenze personali e, in esubero, per scambiarli con altri. Rapidamente Socrate, che parte da un gruppo di pochi individui, dimostra come la specializzazione professionale porti ciascuno ad aver bisogno del lavoro degli altri e, quindi, a moltiplicare i mestieri e la popolazione della città ipotetica. Le necessità primarie vengono soddisfatte, poi si passa alla ricerca dell'opulenza, crescono i bisogni e cresce la popolazione, ben presto il territorio non basta più e gli abitanti della città si volgono a far guerra ai loro vicini. Da qui, seguendo il filo logico a proposito di specializzazione, si crea l'esigenza di una compenente militare della società.
Questi "guardiani della città" dovranno essere mansueti verso i concittadini e irascibili verso i nemici. Questa duplice natura richiederà una particolare educazione.
Di qui il discorso si fa dichiaratamente più ampio e si passa ad esaminare la funzione educativa: ai bambini si insegna la "musica" (educazione dell'anima) e la ginnastica (educazione del corpo). La musica comprende i racconti che, a loro volta, possono essere falsi o veritieri. Fra i racconti falsi sono i miti, che vengono generalmente insegnati per primi.
Nei "miti maggiori" che si insegnano Socrate vede il germe dell'insegnamento dell'ingiustizia: la cosmogonia esiodea è piena di atroci delitti compiuti dagli dei a danno dei loro figli e genitori, per esempio. Dunque nella sua città Socrate proibirebbe l'insegnamento di quei miti nei quali gli dei compaiono ingiusti o crudeli.
Analogamente Socrate rifiuta gli dei "proteiformi" ed ogni metamorfosi divina giacchè gli dei, se perfetti, non potrebbero mutare che in peggio, oppure se potessero migliorare non sarebbero perfetti. Se invece le trasformazioni degli dei servono ad ingannare gli uomini, si avrà proprio in questo inganno una forma di imperfezione, di nuovo incompatibile con la natura stessa degli dei.
Questo tipo di miti non dovrà essere insegnato per preservare la purezza dei "guardiani" della città.


Libro Terzo


Gli educatori della "città ideale" non dovranno descrivere l'Oltretomba in modo da inculcare timore in quanti vi credano. Per questo motivo anche i lamenti funebri dovranno essere banditi e così ogni eccesso nel dolore e nella gioia. La verità dovrà essere la prima delle leggi e la menzogna dovrà essere perseguitata.
Non si dovranno più cantare le passioni carnali degli uomini e degli dei, nè i casi di avidità e corruzione.
In generale dovranno essere denegati tutti i miti nei quali dei ed eroi appaiono viziosi, corrotti e colpevoli.
Per quanto riguarda la narrazione sugli uomini, Socrate preferisce rimandare la disquisizione in quanto se l'interlocutore convenisse errato narrare di ingiusti felici e giusti infelici, sarebbe giunto alla soluzione del problema dibattuto prima di aver completato l'analisi di tutti gli elementi.
Socrate passa quindi a discutere della mimesi nella narrazione, si serve del primo libro dell'Iliade (la supplica di Crise ad Agamennone perché lasci libera Criseide) come esempio di mimesi. Il poeta, per rendere più chiara l'esposizione dei fatti, ben presto smette di raccontare in terza persona e comincia a riferire discorsi ed azioni dei personaggi come se a parlare e ad agire fossero i personaggi stessi, dunque simulando, mimando, appunto.
Mimesi per antonomasia è quella svolta in teatro, nella commedia e nella tragedia. Ma poiché si è stabilito che nella città ideale ognuno si dovrà occupare di una sola attività, la mimesi, che imita molte attività diverse, dovrà essere bandita o - almeno - limitata all'imitazione di esempi illustri ed edificanti.
Inoltre l'esercizio della mimesi porta, alla lunga, ad assimilare le caratteristiche dei modelli imitati, si dovrà quindi evitare di inscenare qualsiasi storia depravata, sordida o riprovevole. Dunque la narrazione più corretta (anche se non la più dilettevole) sarà una mistura fra la mimesi delle azioni e parole dei personaggi "giusti" ed un racconto impersonale di quelle degli "ingiusti".
Socrate estende il concetto anche al canto ed alla musica: si dovranno evitare le canzoni melense e quelle lascive. L'aritmia viene a rappresentare i gusti ed i comportamenti di persone non sagge e buone. Anche tutte le altre arti dovranno uniformarsi a questo criterio e perseguire il fine di una grande armonia.
Anche l'amore, quello omosessuale in particolare, dovrà fare a meno del piacere sfrenato ed intemperante.
Dopo essere stati educati alla "musica" (in senso di arte ed armonia in generale) i giovani dovranno apprendere la ginnastica. Dalla buona educazione spirituale trarranno essi stessi i precetti per la cura del corpo. Eviteranno l'ubriachezza e gli eccessi nel mangiare. Alla luce di questa saggezza tutta la medicina viene messa in discussione, soprattutto quella che tende a mantenere in vita ad oltranza chi è malato in modo inguaribile.
Dovranno esserci dunque medici nella città ideale? - chiede Glaucone - si, ma solo i buoni medici, cioè quelli che abbiano sperimentato personalmente la malattia; non così i giudici ai quali non sarà lecito aver sperimentato (commettendola) l'ingiustizia.
L'apprendimento della musica e della ginnastica dovranno essere giustamente dosati per esaltare tutte le qualità dei giovani.
Chi dovrà governare la città ideale? Gli anziani, dice Socrate, che abbiano dimostrato in tutte le fasi della loro vita precedente di saper mantenere l'armonia della loro "musica" in qualsiasi circostanza, senza lasciarsi indurre in errore da discorsi ambigui, dimenticanze, paura o piacere.


Libro Quarto


L'obiezione di Adimanto nei confronti della città ideale: i suoi governanti (i "guardiani") non sembrano poter godere di alcun bene o privilegio. Nella sua risposta Socrate sostiene che proprio i privilegi dei pochi impediscono l'attuarsi della felicità di tutti, che è poi il fine del discorso che si sta sviluppando. Questo non vale solo per i governanti, ma per tutte le classi della popolazione e da qui si passa a dimostrare come ricchezza e povertà siano parimenti cause di decadimento.
I principi della legislazione corretta sembrano immutabili e non ha senso che il legislatore si occupi di argomenti come i rapporti commerciali fra i cittadini, in quanto se ai cittadini stessi mancherà l'onestà nessuna legge potrà essere utile nel privato, mentre se i cittadini saranno onesti ogni legge in questo senso sarà superflua.
Si giunge quindi a ricercare nella città immaginaria, ormai completamente definita, il concetto di giustizia. Ci si avvicina per gradi: per essere giusta la città dovrà essere saggia, coraggiosa, e temperante. La saggezza consiste nell'essere "ben consigliata", cioè nella scienza dei suoi "guardiani". Il coraggio consiste nella capacità dei suoi difensore, educati con la musica e con la ginnastica, di preservare la città stessa, le sue leggi, le sue istituzioni in qualsiasi circostanza senza cedere alla lusinga del piacere o al timore del pericolo.
Quanto alla temperanza, essa consiste nell'armonia di tutti i cittadini (mentre saggezza e coraggio sono prerogative di pochi), armonia che consente l'accordo sul governo, sui ruoli dei governanti e su ogni aspetto della vita cittadina. Il filo logico di Socrate a questo punto arriva a "riconoscere la giustizia" nello svolgere ciascuno il proprio compito senza interferire nel ruolo altrui, l'assetto della città viene sintetizzato nel riconoscervi tre classi: i Commercianti, gli Ausiliari, i Guardiani. Ogni tentativo di indebita ingerenza di una classe nei confronti dell'altra costituirà o provocherà un'ingiustizia.
Per verificare se l'enunciazione di giustizia appena raggiunta possa applicarsi anche al singolo individuo, Socrate vuole indagare se le altre tre virtù morali (saggezza, coraggio e temperanza) possano governare anche l'animo umano.
Nell'anima dell'uomo agiscono due elementi ben distinti tra loro: quello "razionale" e quello "appetitivo". Inoltre anche l'elemento "irascibile" sembra distinguersi come indipendente, si giunge quindi ad una tripartizione dell'individuo che corrisponde alle altre tre classi della città ideale. Ed allora è saggio l'individuo che governi la propria esistenza tramite l'elemento razionale, è coraggioso colui il cui elemento irascibile sappia distinguere ciò che è temibile da ciò che non lo è; saggezza e coraggio presiederanno sull'elemento appetitivo badando che questo svolga il suo ruolo con "temperanza", Ecco dunque dimostrato come anche nell'individuo la giustizia sia semplicemente l'equilibrio e l'armonia con i quali ciascun elemento svolge il proprio ufficio.
Per contro l'ingiustizia sarà la commistione degli uffici, la perdita di quell'equilibrio che minerà la salute e l'armonia dell'uomo come della città: ma Socrate intende approfondire l'analisi dell'ingiustizia. Mentre la virtù sembra ridursi ad una sola specie, il vizio presenta infinite forme, fra queste quattro meritano di essere ricordate.


Libro Quinto


Polemarco e gli altri sollecitano Socrate ad esaminare gli aspetti relativi alla procreazione ed all'allevamento dei figli. Socrate avverte che l'argomento è particolarmente intricato ed insidioso. Inizia quindi indagando la necessità che deriva dall'assegnare alle donne le stesse prerogative degli uomini, contrariamente alle vigenti consuetudini sociali.
Secondo Socrate non esiste una distinzione dei sessi "secondo natura" in quanto il precetto precedentemente espresso sulla necessità che ognuno svolga le proprie funzioni riguarda le "occupazioni" e non le differenze naturali fra individui, tuttavia le donne sono "più deboli". In conclusione potranno esistere donne "guardiane". Come gli uomini, dovranno seguire la "musica" e la "ginnastica", con buona pace dei conformisti.
Dovranno inoltre, dice Socrate "ad effetto", essere "in comune" fra i guardiani, senza coabitare con nessuno in particolare. E anche i genitori siano comuni, nè il genitore conosca la sua propria prole, nè il figlio il genitore.
Socrate chiarisce queste ultime affermazioni sostenendo che la massima coesione dei cittadini è il bene più importante per la città, quindi se tutto (anche i figli) sarà in comune, la città non sarà dilaniata dalla gelosia e dal desiderio di possesso.
Dunque se i "guardiani" vivranno nella situazione che si è descritta, quindi privi di ogni proprietà privata, in perfetta comunione fra loro e ricevendo dalla città il necessario come compenso per la loro funzione, non saranno distolti dai loro compiti da alcun interesse personale nè, tanto meno, saranno indotti a mal governare.
Inoltre, insiste Socrate, una simile situazione migliorerebbe i rapporti personali evitando liti ed atti di violenza (tutti eviterebbero di attaccare un congiunto ed avrebbero timore della reazione degli altri in difesa della persona offesa) e risolverebbe a priori una serie di problemi minori, come l'adulazione dei poveri verso i ricchi o le difficoltà dei genitori nel provvedere all'educazione dei figli.
Si passa a questo punto ad esaminare il comportamento militare dei cittadini della città ideale. I precetti espressi da Socrate sono: le donne combatteranno con gli uomini ed i giovani parteciperanno alla guerra (con le opportune precauzioni) per imparare dal comportamento degli adulti e per dimostrare quanto prima il loro carattere.
Quei giovani che si mostreranno poco coraggiosi o comunque non adatti a combattere saranno in seguito educati per diventare artigiani o commercianti, mentre ai valorosi si tributeranno molti onori e si avrà cura che ricevano un'ottima formazione militare. Si cercherà inoltre di fare in modo che abbiano molti figli i quali, si spera, erediteranno le loro qualità.
Si cercherà, per quanto possibile, di evitare di combattere contro altri Elleni, in ogni caso si tratteranno i prigionieri con umanità e sarà abolito l'uso di spogliare delle armi il nemico abbattuto, così come quello di ostacolare la sepoltura dei caduti. Si eviterà infine di saccheggiare e distruggere il paese dei nemici, soprattutto quando si tratti di terra ellenica.
A questo punto Socrate viene sollecitato dagli ascoltatori a riprendere l'argomento della possibilità pratica di realizzare la costituzione della quale sta parlando. Egli avverte che dovrà esporre un ragionamento paradossale. Dopo aver ricordato come tutta la conversazione si iniziata con l'intento di comprendere cosa sia la giustizia ed aver precisato che comunque il valore di quanto fin qui ipotizzato non dipende dalle sue possibilità di realizzazione, Socrate pronuncia l'affermazione "paradossale" che ha anticipato: la città ideale potrà essere realizzata solo se a governarla saranno i filosofi.
Come Socrate aveva previsto, l'affermazione suscita lo sconcerto degli interlocutori e subito gli viene mossa un'obiezione: se filosofo è colui che ama contemplare la bellezza e la conoscenza, allora i filosofi sono molto numerosi comprendendo, ad esempio, tutti coloro che usano assistere agli spettacoli ed alle audizioni musicali.
La risposta di Socrate a questa obiezione è molto precisa e strutturata:
- si distingue fra le cose belle e la bellezza in se
- si distingue fra scienza ed ignoranza
- si definisce l'opinione come qualcosa di intermedio fra la conoscenza e l'ignoranza
- si conclude infine che gli spettatori e gli uditori non contemplano la bellezza e la conoscenza in se ma solo loro parziali rappresentazioni, cioè "opinano".
Per contro i filosofi sono coloro che hanno cara ogni singola realtà in se, cioè che sono animati dall'amore per la conoscenza in se stessa.


Libro Sesto


Si tratta ora di stabilire se la città debba essere governata da quelli che sono veri filosofi o da quanti non lo sono.
Sarebbe assurdo affidare la custodia della città a chi non contempli la verità, come sarebbe assurdo scegliere dei guardiani ciechi.
I filosofi amano la scienza che possa rivelare loro "la realtà eterna e non errante" e la amano nel suo complesso senza rinunciare ad alcuna sua parte; sono incapaci di mentire, odiano le menzogne ed amano la verità. Non è possibile trovare una parsona la cui natura sia contemporaneamente amica della saggezza e della menzogna.
Chi ama sinceramente la conoscenza tenderà a dedicarvisi trascurando i piaceri del corpo e ciò lo renderà temperante. Chi contempla le grandi verità trascurerà le cose materiali e considererà poca cosa anche la vita e la morte. Questi caratteri lo renderanno coraggioso, giusto e mite.
Che queste persone apprendano facilmente è evidente altrimenti finirebbero con l'odiare se stessi ed i loro limiti, quindi i veri filosofi sono dotati di buona memoria. La loro natura, diversamente da quella delle persone incolte, tenderà alla proporzione.
A questo punto Socrate ha definito il filosofo come una persona che per natura è "di buona memoria, facile all'apprendere, generoso, grazioso, amico e congiunto di verità, giustizia, coraggio e temperanza". Di fronte a tutte queste qualità la decisione di affidargli la città appare come un'ovvia conseguenza.
Adimanto tuttavia non è soddisfatto ed obietta che il procedimento analitico seguito da Socrate rischia di far perdere di vista il senso della questione. Ritiene inoltre che molti di coloro che seguono gli studi filosofici anche oltre l'età giovanile spesso diventano personaggi eccentrici, inutili allo stato se non addirittura dannosi.
Socrate risponde paragonando la città ad una nave governata da marinai inesperti che si sono ammutinati: certamente fra di loro un pilota abile sarebbe confiderato inutile o pericoloso. Il paragone è evidente, il filosofo è l'esperto pilota che nessuno apprezza per le sue reali capacità.
Per contro Socrate vuole dimostrare come anche la naturadel filosofo sia corruttibile e possa degenerare nei vizi che Adimanto ha nominato. Del resto la grande ingiustizia, la grande malvagità, nascono da grandi anime corrotte e non dalle mediocri.
Quindi quelle rare persone che hanno in potenza tutte le virtù del vero filosofo possono diventare eccezionalmente malvage se ricevono un'educazione negativa e, soprattutto, se vengono influenzate dalla massa e dalla politica.
Coloro che accusano i sofisti di nuocere alla gioventù (qui Platone allude chiaramente alle vicende di Socrate) ne sono i veri corruttori e possono ottenere quanto vogliono non solo con la persuasione ma anche con la coercizione in quanto le leggi lo consentono.
L'ampia argomentazione che segue dimostra che "l'opinione del volgo" non distingue il bello dal necessario e quindi non concependo la bellezza in se la folla non ha natura filosofica e vitupera chi possiede quella natura.
I demagogi approfittano di questa situazione per ottenere potere mettendosi a capo della folla e quando trovano un giovane che potrebbe divenire un filosofo sono abili nel riconoscerlo precocemente e nell'attrarlo con mille lusinghe.
Riepilogando i veri filosofi sono pochi e una consistente parte di essi viene distratta dall'educazione o dalle circostanze; quando un individuo capace di fare un grande bene viene corrotto sarà capace di fare un grande male; sarà fortunato quel filosofo che potrà vivere una vita serena godendo delle proprie conoscenze ma nella sua vita non otterrà il massimo risultato che sarebbe il governo filosofico della città.
Adimanto chiede quale delle correnti forme di governo sarebbe adatta al filosofo e Socrate risponde che nessuna forma sarebbe adatta se non quella della città ideale fin qui prospettata.

Nella seconda parte del sesto libro si introducono concetti più complessi, partendo dall'osservazione di Socrate che l'argomento posto all'inizio della discussione (la giustizia) non è un valore assoluto ma esiste qualcosa di più alto della giustizia, della bellezza e della verità ed è ciò che gli uomini chiamano "bene".
D'altra parte il filosofo dichiare di non ritenersi capace di definire il bene in se, può tuttavia esaminare qualcosa che muove direttamente dal bene e che è quanto di più simile al bene esista: l'idea del bene.
Usando una serie di paragoni con la vista, la luce ed il sole, Socrate arriva ad esporre quest'idea individuando quattro "sezioni" corrispondenti ad altrettanti processi dell'anima: - del mondo visibile, illuminato dal sole, fanno parte le immagini (che comprendono ombre, riflessi, ecc.) che sono conosciute per immaginazione; - del mondo visibile fanno parte anche gli esseri viventi e gli oggetti materiali che sono conosciuti per credenza o assenso; - del mondo intellegibile, illuminato dal bene, fanno parte: -- gli intellegibili ai quali si accede con il metodo geometrico (postulati) che sono conosciuti per raziocinio; -- gli intellegibili ai quali si accede con il metodo dialettico (idee) che sono conosciuti per intelligenza.
I quattro processi corrispondono ad altrettanti gradi della conoscenza.



Libro Settimo


Per chiarire i concetti del libro precedente viene usato un esempio divenuto famoso come "il mito della caverna".
Socrate chiede agli interlocutori di immaginare alcuni uomini chiusi in una caverna scarsamente illuminata e legati in modo da non potersi muovere e non vedere ciò che hanno intorno ma soltanto la parete che hanno di fronte. La luce che proviene dall'apertura alle loro spalle proietta su questa parete le ombre di persone che trasportano oggetti.
Poiché questi uomini si trovano dalla più tenera età in questa miserevole condizione e non hanno mai visto direttamente le persone che camminano dietro di loro, sono indotti a credere che le ombre che hanno sempre visto siano reali, che siano loro a muoversi e a parlare e non le persone che le proiettano delle quali non conoscono neanche l'esistenza.
Chiaramente se uno di questi uomini fosse improvvisamente liberato e recato nel mondo esterno dovrebbe soffrire per abituarsi alla luce del sole e faticare per comprendere quando vedrebbe, ma una volta raggiunto queso nuovo grado di conoscenza non vorrebbe mai tornare alla condizione precedente e, se vi fosse costretto, soffrirebbe immensamente per riabituarsi alle tenebre.
Così il filosofo è visto come colui che dalle tenebre riesce a salire alla luce per acquisire la conoscenza della verità ma sarà suo dovere, nel supremo interesse della città, tornare nella caverna per aiutare quanti vi sono rimasti e governare le loro vite con giustizia.
Come si è già osservato sono poche le persone che possiedono le doti necessarie per essere un filosofo e un buon governante, inoltre non basta possedere quelle doti ma si dovrà stimolarle con un'adeguata educazione.
Se tutti i cittadini saranno educati alla musica e alla ginnastica (vedi libri II e III) gli studi del futuro filosofo dovranno essere piùp ampi e approfonditi perché la sua conoscenza dovrà arrivare a comprendere le leggi che regolano la realtà.
Così fra le prime discipline che dovrà studiare sarà la scienza del numero e del calcolo e non dovrà limitarsi alle cognizioni che servono ad un commerciante, ma studiare il numero in se e la matematica come scienza astratta. L'importanza di ciò è nel costringere l'anima a far uso della pura intelligenza per arrivare alla pura verità. Analogamente nello studio della seconda disciplina prescritta ai futuri filosofi, la geometria, si dovrà cercare non il modo di misurare figure piane o oggetti solidi, ma sforzarsi di acquisire la conoscenza di ciò che eternamente è.
La terza disciplina sarà l'astronomia e anche in questo caso non si studieranno i "fregi celesti" che sono soltanto ombre di corpi lontanissimi, ma si cercherà di comprendere la natura di quei corpi e le leggi che regolano i loro movimenti.
La quarta disciplina, lo studio dell'armonia, sarà per il filosofo l'esame dei problemi relativi ai numeri fra loro consonanti e non che producono i suoni e non l'ascolto dei suoni stessi.
Finalmente, quando il filosofo sarà divenuto capace di conoscere tramite il ragionamento gli esseri e le cose e non più soltanto le loro ombre come avveniva nella caverna egli sarà entrato in possesso di quell'arte che Socrate definisce "dialettica".
Questa disciplina che ha come scopo la conoscenza del bene, sarà la più importnate ma lo studente non dovrà affrontarla troppo presto perché la capacità di contraddire gli altri che la dialettica può conferire potrebbe indurlo, se troppo giovane, a comportamenti poco seri.
Sarà solo a trent'anni quindi, che egli verrà iniziato a questa disciplina e la studierà per cinque anni trascorsi i quali inizierà un tirocinio pratico di quindici anni durante il quale "tornerà nella caverna" e, forte di quanto ha imparato, svolgerà varie attività utili alla città.
Compiuti i cinquant'anni il filosofo sarà finalmente pronto per governare e lo farà a turno con i suoi simili, occupandosene come di qualcosa di non bello ma necessario, e per il resto del tempo coltiverà i suoi studi per approfondire la conoscenza del bene e della verità.



Libro Ottavo


Esistono attualmente quattro forme di costituzione, dice Socrate ritornando all'argomento principale, la timocrazia, l'oligarchia, la democrazia e la tirannide.
Socrate dichiara di voler esaminare insieme a ciascuna forma di costituzione il tipo d'uomo corrispondente.
La timocrazia può essere considerata una forma degenerata dell'aristocrazia (nello stretto senso etimologico del "governo dei migliori"). Per spiegare come questa degenerazione sia possibile Socrate usa grande ironia parodiando un'invocazione alle Muse le quali rispondono con un'astrusa teoria matematica secondo cui le nascite dovrebbero essere regolate dal numero 216 (6 al cubo). Poiché i reggitori dello stato spesso non intendono e non rispattano questa teoria ne nascono uomini con molti difetti che fanno, appunto, degenerare le leggi.