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MONTAIGNE

SAGGI


LIBRO I


I - Con mezzi diversi si arriva allo stesso fine

Il modo più comune per riparare ad un'offesa può essere il sottomettersi all'offeso, ma a volte anche la spavalderia e la costanza possono sortire lo stesso efetto.
Edoardo principe di Galles (il Principe Nero), offeso dai Limosini prese la loro città con la forza e senza pietà, lo fermò soltanto il coraggio di tre gentiluomini che cercarono da soli di contrastare l'esercito invasore. (1370)
Scanderbeg, principe d'Epiro, inseguì a lungo un suo soldato disobbediente, placandosi solo quando questi, alla disperazione, lo affrontò con la spada in pugno.
Corrado III imperatore, assediando Guelfo duca di Baviera, concesse alle nobildonne assediate di allontanarsi con quanto potevano portare indosso, quando le vide tentare di trasportare i figli ed i mariti si commosse.
Per contro altri esempi illustri, come Dioniso il Vecchio ed Alessandro Magno, dimostrarono come nulla possa indurre a pietà alcuni animi.
L'uomo - ne deduce Montaigne - è un soggetto straordinariamente vago,vario e sfuggente. E' difficile darne un giudizio uniforme.

II - Della tristezza

Psammenito, assoggettato da Cambise, il Cardinale di Lorena che perse i suoi fratelli, il sacrificio di Ifigenia, infine Niobe tramutata in pietra dopo aver perso tutti i suoi figli, sono gli esempi scelti per descrivere la dignitosa sopportazione del più atroce dolore.
Il dolore più profondo, le più grandi emozioni ed i più intensi piaceri sono troppo potenti per trovare sfogo nelle manifestazioni interiori.

III - I nostri affetti vanno oltre noi stessi

Grande è la vanità di chi si preoccupa delle proprie esequie funebri. Montaigne cita esempi disparati di questa vanità e sembra additare l'errore di chi ad essa da credito: combattenti che "per onore" si preoccupano più dei morti che dei vivi, comandanti che decretano che le loro spoglie vengano macabramente conservate e portate ancora in battaglia, e così via.
Un dilagare del discorso a tratti confuso mentre lucido resta il senso della precarietà della vita di fronte alla morte.

IV - Come l'anima scarica le sue passioni su oggetti falsi quando manchino quelli veri

E' reazione umana ma ingiusta quella di sfogare la rabbia ed il dolore provocato dalle nostre sventure contro chi non ne ha colpa: contro persone, luoghi, situazioni, addirittura (e più frequentemente) contro Dio.

V - Se il comandante di una piazza assediata deve uscire per parlamentare

Molti popoli antichi, fra cui i Romani, disdegnavano spesso di utilizzare in guerra inganni ed astuzia. Non di meno è sempre ingenuità fidarsi del nemico e confidare troppo nella tregua e nelle trattative.

VI - Pericoli nel momento delle trattative

In guerra non ci sono garanzie di lealtà. Il pretore romano Lucio Emilio Regillo aveva promesso un trattamento amichevole agli assediati di Focea ma i suoi soldati non rispettarono l'accordo. Cleomene tradì spudoratamente una tregua convenuta con gli Argivi. Seguono altri esempi ed infine Montaigne biasima le vittorie guadagnate con i sotterfugi.

VII - Come l'intenzione serve a giudicare le nostre azioni

Molte obbligazioni che non vogliamo assolvere in vita vengono rimandate alle nostre ultime volontà, con gesto iniquo, in quanto si rimanda a quando non avremo più alcun danno o pena nel pagare.
Conclude Montaigne "Io eviterò, se posso, che la mia morte dica cosa che la mia vita non abbia detta prima".

VIII - Dell'ozio

Non si deve lasciare il proprio spirito in ozio, altrimenti comincerà a "costruire chimere".

IX - Dei mentitori

Chi mente, dice un proverbio, ha bisogno di buona memoria.
Per contro la carenza di memoria può dare l'impressione di menzogna. La menzogna è comunque un vizio terribile ed è deprecabile, dice Montaigne, che non ci si sforzi abbastanza per correggerla nei bambini. Seguono alcuni aneddoti ed esempi di mentitori traditi dalla memoria.

X - Del parlare spedito o lento

L'eloquenza può essere spontanea o frutto di lunga elaborazione.
Montaigne protende senz'altro per il "parlare spedito" pur riconoscendo i pregi di un discorso ben preparato.

XI - Dei pronostici

Ancora prima del cristianesimo gli oracoli avevano perso molto credito, tuttavia prima dell'era cristiana alcuni tipi di pronostrici continuarono ad aver successo e questo, per Montaigne, è un segno dell'inesauribile curiosità umana. Lo scetticismo dell'autore è assoluto ed evidente: tutti i pronostici sono formulati sempre in modo ambiguo per lasciare che chi li ascolta vi trovi ciò che preferisce.
Gli episodi in cui i pronostici risultano esatti non bastano a giustificare la fede perché tali episodi vengono evidenziati e ricordati proprio per la loro eccezionalità mentre gli errori, molto più numerosi, passano quasi sempre inosservati.

XII - Della fermezza

Non è indegno il turbamento che ci viene provocato da un colpo o da un'emozione improvvisa, ma la saggezza impedisce che quel turbamento lasci in noi segni profondi, opportunamente moderandolo.
La fermezza non consiste nel rimanere immobili davanti al pericolo privandosi della possibilità di difendersi, al contrario sono lodevoli le azioni svolte per porsi in salvo. La fermezza consiste invece nel sopportare pazientemente i danni ai quali non sia possibile porre rimedio.
Vengono citati esempi di popoli o guerrieri antichi che usavano la fuga come efficace tattica difensiva. Così i Turchi e gli Sciti. Così Enea, stando ad Omero.
In tempi più moderni una tempestiva reazione, forse spontanea ed inconsapevole, ha permesso a volte di evitare colpi di armi da fuoco, capitò anche a Lorenzo dei Medici, padre di Caterina dei Medici, durante l'assedio di Mondolfo.
Anche gli Stoici avevano notato tali reazioni automatiche ed incontrollabili come il sobbalzare in caso di forti ed improvvisi rumori, anche loro ritenevano che l'importante fosse appunto non lasciarsi prendere e condizionare dalle emozioni e dai turbamenti.

XIII - Cerimoniale delle udienze reali

Secondo le regole comuni ai tempi di Montaigne, era scortese non farsi trovare in casa per una visita annunciata, non si doveva uscire neanche per andare incontro al visitatore. I meno elevati in grado dovevano giungere per primi agli appuntamenti.
Tuttavia le regole e i costumi variavano da paese in paese. Montaigne dichiara di conoscere molto bene le "leggi della civiltà francese" e di seguirle volentieri ma non al punto da farsene condizionare la vita. La "scienza del garbo", conclude, vale molto più dell'etichetta.

XIV (?)

"Ciò che chiamiamo male non lo è in se stesso: dipende dalla disposizione d'animo che abbiamo il sopportarlo più o meno fortemente". Per dimostrare che le cose non sono cattive in se Montaigne nota che se l'assenza malevola delle cose che tempiamo "avesse il potere di allagarsi in noi", si allagherebbe in tutti gli uomini nella stessa misura, ma la diversità di opinioni mostra che ciò che temiamo è la nostra percezione soggettiva delle cose.
Così la morte temuta dai più viene vista da alcuni come liberazione dei mali. Montaigne produce un lungo elenco di episodi antichi e moderni di morte accettata con grande coraggio e dignità, a volte con sprezzante ironia. Si parla di condannati, di prigionieri, di combattenti ma a volte anche di gente comune che accettò serenamente di morire "per sfuggire semplicemente la stanchezza di vivere".
Passando a discutere del dolore si nota come esso sia ciò che l'uomo teme di più della morte e di come i dolori più temuti dall'uomo siano quelli provocati dalle malattie che possono essere mortali. Dunque, per Montaigne, il dolore può essere controllato quando si è pronti e decisi nell'affrontarlo.
"Quello che ci fa sopportare con tanta poca pazienza il dolore è il non essere abituati a trovare la principale nostra soddisfazione nell'anima.
Anche qui segue una lunga serie di esempi di stoica sopportazione del dolore fra cui quello, canonico, di Muzio Scevola e molti casi di penitenza e disciplina usate da cristani ferventi.
Altro male temutissimo dagli uomini è la povertà ed anche in questo caso ciò che più conta è l'opinione che se ne ha: "Epicuro dice chel'esser ricchi non è sollievo ma mutamento di bisogni".
Montaigne racconta la propria esperienza personale: dice di aver vissuto fra diverse condizioni. Da giovane doveva far spesso ricorso all'aiuto degli amici, disponendo di mezzi fortuiti e le sue spese erano affidate "al caso ed all fortuna".
In un secondo periodo egli si dedicò a guadagnare e ad accumulare sostanze. Di quel periodo ricorda con fastidio le preoccupazioni ed i pensieri fissi. Montaigne visse qualche anno in quella situazione poi se ne stancò.
Il terzo periodo, quello che l'autore vive mentre sta scrivendo, lo vede vivere alla giornata, contento di guadagnare quanto normalmente spende.
Il discorso ha dimostrato che anche per quanto concerne la ricchezza e la povertà, il bene ed il male sono soggettivi. Montaigne tira quindi le proprie conclusioni con una serie di splendide sentenze fra cui "Le cose non sono tanto dolorose ne difficili per se stesse: ma è la nostra debolezza e fiacchezza a farle tali.
"Per giudicare delle cose grantdi ed elevate è necessaria un'anima della stessa misura, altimenti noi attribuiamo ad esse il difetto che è in noi".

XV (?)

Il valore militare, come tutte le virtù, ha i suoi limiti, superandoli si arriva facilmente alla temerità, all'ostinazione ed alla follia.

XVI Della punizione della codardia

Secondo Montaigne la codardia, non derivando dalla malizia ma dalla debolezza, dovrebbe essere punita solo "con l'onta e l'ignominia".
Il primo ad applicare questa regola sarebbe stato il mitico legislatore Caronda che puniva i soldati che si erano comportati vilmente esponendoli in abiti femminili.

XVII Modo di comportarsi di alcuni ambasciatori

Molti cercano di discutere della scienza altrui anzichè della propria. Ad esempio Giulio Cesare nelle sue opere è laconico sui fatti militari e sulla propria opera di stratega mentre cerca di mettere in gran risalto quanto fece per costruire ponti e macchine militari.
Nello stesso modo a volte gli ambasciatori prendono liberamente l'iniziativa di modificare o in parte nascondere lo svolgersi dei fatti che dovrebbero riportare.
Montaigne avanza dubbi su quale sia il comportamento migliore per un ambasciatore: egli dovrebbe riportare sempre fedelmente i fatti per non falsare l'operato di chi comanda, d'altro canto non è sempre opportuno prendere gli ordini ricevuti alla lettera.

XVIII Della paura

La paura puo far fuggire anche in modo sconsiderato di pronte al pericolo così come può paralizzare e rendere incapaci di ogni iniziativa. Lo si dimostra con numerosi esempi.

XIX (?)

Bisogna giudicare della nostra felicità solo dopo la morte.
Si comincia con il celeberrimo esempio del re Creso e dell'insegnamento di Solone in questo senso e si citano vari esempio (da quello di Pompeo Magno a quello del potente Ludovico Sforza morto in prigionia) di vita fortunata voltasi improvvisamente alla rovina.
Dunque è necessario aver assistito all'ultimo e più difficile atto per poter dire se una vita è stata veramente felice.

XX - Filosofare è imparare a morire.

Lo studio, la meditazione, la contemplazione ci "trasportano fuori dalla vita" insegnandoci a vivere il nostro tempo con distacco e con serena tranquillità. La virtù di cui parlano i filosofi presenta, fra i suoi principali vantaggi, appunto il disprezzo della morte.
Se abbiamo paura della morte tale paura diviene un tormento capace di rovinarci l'esistenza. Deve essere per altro respinto come bruta stupidità il "rimedio del volgo", cioè l'evitare di pensarci, di pronunciare la parola morte, il fingere di dimenticare.
Con il suoi solito buon senso pratico Montaigne, considerata l'ineluttabilità della morte, consiglia di cercare di vivere piacevolmente ed allontanare la paura della morte con un espediente opposto all'atteggiamento comune, quello di familiarizzare con il pensiero, praticarlo, abituarsi.
"La meditazione della morte è meditazione della libertà" e "il saper morire ci libera da ogni soggezione e da ogni legame". Cioè la consapevolezza ci rende liberi, la paura ci soggioga.
Del resto l'uomo che sempre considera il pericolo appena superato come soltanto uno davanti agli innumerevoli che continuano ad incombere, dovrà anche sapersi liberare da quei raccorti con gli altri che gli renderebbero più dolorosa la dipartita.
In sintesi bisogna accettare l'idea della morte come una meta verso la quale la vita corre naturalmente ed essere sempre pronti a lasciare questo mondo senza spavento e senza rimpianti.

XXI - Della forza dell'immaginazione

La suggestione può essere così potente da provocare anche la morte. Molte superstizioni e leggende nascono dall'immaginazione popolare. alcuni attribuivano agli effetti dell'immaginazione anche episodi di trance, di levitazione e perfino miracoli come le stigmate di San Francesco.
Montaigne racconta, a titolo di esempio, il divertente aneddoto di un suo amico al quale lui stesso aveva curato l'impotenza inventando un curioso rituale magico e facendo affidamento sulla suggestione. Si passa poi agli effetti che le emanazioni di una "immaginazione violentemente commossa" possono provocare in oggetti estranei: si cita uno strano campionario di credenze, come tartarughe e struzzi che covano le uova solo guardandole, e stregoni dallo sguardo capace di nuocere ed offendere.