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N O P Q R S T U V W Y Z  

MONTAIGNE

SAGGI


LIBRO I


I - Con mezzi diversi si arriva allo stesso fine

Il modo più comune per riparare ad un'offesa può essere il sottomettersi all'offeso, ma a volte anche la spavalderia e la costanza possono sortire lo stesso efetto.
Edoardo principe di Galles (il Principe Nero), offeso dai Limosini prese la loro città con la forza e senza pietà, lo fermò soltanto il coraggio di tre gentiluomini che cercarono da soli di contrastare l'esercito invasore. (1370)
Scanderbeg, principe d'Epiro, inseguì a lungo un suo soldato disobbediente, placandosi solo quando questi, alla disperazione, lo affrontò con la spada in pugno.
Corrado III imperatore, assediando Guelfo duca di Baviera, concesse alle nobildonne assediate di allontanarsi con quanto potevano portare indosso, quando le vide tentare di trasportare i figli ed i mariti si commosse.
Per contro altri esempi illustri, come Dioniso il Vecchio ed Alessandro Magno, dimostrarono come nulla possa indurre a pietà alcuni animi.
L'uomo - ne deduce Montaigne - è un soggetto straordinariamente vago,vario e sfuggente. E' difficile darne un giudizio uniforme.

II - Della tristezza

Psammenito, assoggettato da Cambise, il Cardinale di Lorena che perse i suoi fratelli, il sacrificio di Ifigenia, infine Niobe tramutata in pietra dopo aver perso tutti i suoi figli, sono gli esempi scelti per descrivere la dignitosa sopportazione del più atroce dolore.
Il dolore più profondo, le più grandi emozioni ed i più intensi piaceri sono troppo potenti per trovare sfogo nelle manifestazioni interiori.

III - I nostri affetti vanno oltre noi stessi

Grande è la vanità di chi si preoccupa delle proprie esequie funebri. Montaigne cita esempi disparati di questa vanità e sembra additare l'errore di chi ad essa da credito: combattenti che "per onore" si preoccupano più dei morti che dei vivi, comandanti che decretano che le loro spoglie vengano macabramente conservate e portate ancora in battaglia, e così via.
Un dilagare del discorso a tratti confuso mentre lucido resta il senso della precarietà della vita di fronte alla morte.

IV - Come l'anima scarica le sue passioni su oggetti falsi quando manchino quelli veri

E' reazione umana ma ingiusta quella di sfogare la rabbia ed il dolore provocato dalle nostre sventure contro chi non ne ha colpa: contro persone, luoghi, situazioni, addirittura (e più frequentemente) contro Dio.

V - Se il comandante di una piazza assediata deve uscire per parlamentare

Molti popoli antichi, fra cui i Romani, disdegnavano spesso di utilizzare in guerra inganni ed astuzia. Non di meno è sempre ingenuità fidarsi del nemico e confidare troppo nella tregua e nelle trattative.

VI - Pericoli nel momento delle trattative

In guerra non ci sono garanzie di lealtà. Il pretore romano Lucio Emilio Regillo aveva promesso un trattamento amichevole agli assediati di Focea ma i suoi soldati non rispettarono l'accordo. Cleomene tradì spudoratamente una tregua convenuta con gli Argivi. Seguono altri esempi ed infine Montaigne biasima le vittorie guadagnate con i sotterfugi.

VII - Come l'intenzione serve a giudicare le nostre azioni

Molte obbligazioni che non vogliamo assolvere in vita vengono rimandate alle nostre ultime volontà, con gesto iniquo, in quanto si rimanda a quando non avremo più alcun danno o pena nel pagare.
Conclude Montaigne "Io eviterò, se posso, che la mia morte dica cosa che la mia vita non abbia detta prima".

VIII - Dell'ozio

Non si deve lasciare il proprio spirito in ozio, altrimenti comincerà a "costruire chimere".

IX - Dei mentitori

Chi mente, dice un proverbio, ha bisogno di buona memoria.
Per contro la carenza di memoria può dare l'impressione di menzogna. La menzogna è comunque un vizio terribile ed è deprecabile, dice Montaigne, che non ci si sforzi abbastanza per correggerla nei bambini. Seguono alcuni aneddoti ed esempi di mentitori traditi dalla memoria.

X - Del parlare spedito o lento

L'eloquenza può essere spontanea o frutto di lunga elaborazione.
Montaigne protende senz'altro per il "parlare spedito" pur riconoscendo i pregi di un discorso ben preparato.

XI - Dei pronostici

Ancora prima del cristianesimo gli oracoli avevano perso molto credito, tuttavia prima dell'era cristiana alcuni tipi di pronostrici continuarono ad aver successo e questo, per Montaigne, è un segno dell'inesauribile curiosità umana. Lo scetticismo dell'autore è assoluto ed evidente: tutti i pronostici sono formulati sempre in modo ambiguo per lasciare che chi li ascolta vi trovi ciò che preferisce.
Gli episodi in cui i pronostici risultano esatti non bastano a giustificare la fede perché tali episodi vengono evidenziati e ricordati proprio per la loro eccezionalità mentre gli errori, molto più numerosi, passano quasi sempre inosservati.

XII - Della fermezza

Non è indegno il turbamento che ci viene provocato da un colpo o da un'emozione improvvisa, ma la saggezza impedisce che quel turbamento lasci in noi segni profondi, opportunamente moderandolo.
La fermezza non consiste nel rimanere immobili davanti al pericolo privandosi della possibilità di difendersi, al contrario sono lodevoli le azioni svolte per porsi in salvo. La fermezza consiste invece nel sopportare pazientemente i danni ai quali non sia possibile porre rimedio.
Vengono citati esempi di popoli o guerrieri antichi che usavano la fuga come efficace tattica difensiva. Così i Turchi e gli Sciti. Così Enea, stando ad Omero.
In tempi più moderni una tempestiva reazione, forse spontanea ed inconsapevole, ha permesso a volte di evitare colpi di armi da fuoco, capitò anche a Lorenzo dei Medici, padre di Caterina dei Medici, durante l'assedio di Mondolfo.
Anche gli Stoici avevano notato tali reazioni automatiche ed incontrollabili come il sobbalzare in caso di forti ed improvvisi rumori, anche loro ritenevano che l'importante fosse appunto non lasciarsi prendere e condizionare dalle emozioni e dai turbamenti.

XIII - Cerimoniale delle udienze reali

Secondo le regole comuni ai tempi di Montaigne, era scortese non farsi trovare in casa per una visita annunciata, non si doveva uscire neanche per andare incontro al visitatore. I meno elevati in grado dovevano giungere per primi agli appuntamenti.
Tuttavia le regole e i costumi variavano da paese in paese. Montaigne dichiara di conoscere molto bene le "leggi della civiltà francese" e di seguirle volentieri ma non al punto da farsene condizionare la vita. La "scienza del garbo", conclude, vale molto più dell'etichetta.

XIV (?)

"Ciò che chiamiamo male non lo è in se stesso: dipende dalla disposizione d'animo che abbiamo il sopportarlo più o meno fortemente". Per dimostrare che le cose non sono cattive in se Montaigne nota che se l'essenza malevola delle cose che temiamo "avesse il potere di allagarsi in noi", si allagherebbe in tutti gli uomini nella stessa misura, ma la diversità di opinioni mostra che ciò che temiamo è la nostra percezione soggettiva delle cose.
Così la morte temuta dai più viene vista da alcuni come liberazione dei mali. Montaigne produce un lungo elenco di episodi antichi e moderni di morte accettata con grande coraggio e dignità, a volte con sprezzante ironia. Si parla di condannati, di prigionieri, di combattenti ma anche di gente comune che accettò serenamente di morire "per sfuggire semplicemente la stanchezza di vivere".
Passando a discutere del dolore si nota come esso sia ciò che l'uomo teme di più della morte e di come i dolori più temuti dall'uomo siano quelli provocati dalle malattie che possono essere mortali. Dunque, per Montaigne, il dolore può essere controllato quando si è pronti e decisi nell'affrontarlo.
"Quello che ci fa sopportare con tanta poca pazienza il dolore è il non essere abituati a trovare la principale nostra soddisfazione nell'anima.
Anche qui segue una lunga serie di esempi di stoica sopportazione del dolore fra cui quello, canonico, di Muzio Scevola e molti casi di penitenza e disciplina usate da cristani ferventi.
Altro male temutissimo dagli uomini è la povertà ed anche in questo caso ciò che più conta è l'opinione che se ne ha: "Epicuro dice chel'esser ricchi non è sollievo ma mutamento di bisogni".
Montaigne racconta la propria esperienza personale: dice di aver vissuto fra diverse condizioni. Da giovane doveva far spesso ricorso all'aiuto degli amici, disponendo di mezzi fortuiti e le sue spese erano affidate "al caso ed all fortuna".
In un secondo periodo egli si dedicò a guadagnare e ad accumulare sostanze. Di quel periodo ricorda con fastidio le preoccupazioni ed i pensieri fissi. Montaigne visse qualche anno in quella situazione poi se ne stancò.
Il terzo periodo, quello che l'autore vive mentre sta scrivendo, lo vede vivere alla giornata, contento di guadagnare quanto normalmente spende.
Il discorso ha dimostrato che anche per quanto concerne la ricchezza e la povertà, il bene ed il male sono soggettivi. Montaigne tira quindi le proprie conclusioni con una serie di splendide sentenze fra cui "Le cose non sono tanto dolorose ne difficili per se stesse: ma è la nostra debolezza e fiacchezza a farle tali.
"Per giudicare delle cose grantdi ed elevate è necessaria un'anima della stessa misura, altimenti noi attribuiamo ad esse il difetto che è in noi".

XV (?)

Il valore militare, come tutte le virtù, ha i suoi limiti, superandoli si arriva facilmente alla temerità, all'ostinazione ed alla follia.

XVI Della punizione della codardia

Secondo Montaigne la codardia, non derivando dalla malizia ma dalla debolezza, dovrebbe essere punita solo "con l'onta e l'ignominia".
Il primo ad applicare questa regola sarebbe stato il mitico legislatore Caronda che puniva i soldati che si erano comportati vilmente esponendoli in abiti femminili.

XVII Modo di comportarsi di alcuni ambasciatori

Molti cercano di discutere della scienza altrui anzichè della propria. Ad esempio Giulio Cesare nelle sue opere è laconico sui fatti militari e sulla propria opera di stratega mentre cerca di mettere in gran risalto quanto fece per costruire ponti e macchine militari.
Nello stesso modo a volte gli ambasciatori prendono liberamente l'iniziativa di modificare o in parte nascondere lo svolgersi dei fatti che dovrebbero riportare.
Montaigne avanza dubbi su quale sia il comportamento migliore per un ambasciatore: egli dovrebbe riportare sempre fedelmente i fatti per non falsare l'operato di chi comanda, d'altro canto non è sempre opportuno prendere gli ordini ricevuti alla lettera.

XVIII Della paura

La paura puo far fuggire anche in modo sconsiderato di pronte al pericolo così come può paralizzare e rendere incapaci di ogni iniziativa. Lo si dimostra con numerosi esempi.

XIX (?)

Bisogna giudicare della nostra felicità solo dopo la morte.
Si comincia con il celeberrimo esempio del re Creso e dell'insegnamento di Solone in questo senso e si citano vari esempio (da quello di Pompeo Magno a quello del potente Ludovico Sforza morto in prigionia) di vita fortunata voltasi improvvisamente alla rovina.
Dunque è necessario aver assistito all'ultimo e più difficile atto per poter dire se una vita è stata veramente felice.

XX - Filosofare è imparare a morire.

Lo studio, la meditazione, la contemplazione ci "trasportano fuori dalla vita" insegnandoci a vivere il nostro tempo con distacco e con serena tranquillità. La virtù di cui parlano i filosofi presenta, fra i suoi principali vantaggi, appunto il disprezzo della morte.
Se abbiamo paura della morte tale paura diviene un tormento capace di rovinarci l'esistenza. Deve essere per altro respinto come bruta stupidità il "rimedio del volgo", cioè l'evitare di pensarci, di pronunciare la parola morte, il fingere di dimenticare.
Con il suoi solito buon senso pratico Montaigne, considerata l'ineluttabilità della morte, consiglia di cercare di vivere piacevolmente ed allontanare la paura della morte con un espediente opposto all'atteggiamento comune, quello di familiarizzare con il pensiero, praticarlo, abituarsi.
"La meditazione della morte è meditazione della libertà" e "il saper morire ci libera da ogni soggezione e da ogni legame". Cioè la consapevolezza ci rende liberi, la paura ci soggioga.
Del resto l'uomo che sempre considera il pericolo appena superato come soltanto uno davanti agli innumerevoli che continuano ad incombere, dovrà anche sapersi liberare da quei raccorti con gli altri che gli renderebbero più dolorosa la dipartita.
In sintesi bisogna accettare l'idea della morte come una meta verso la quale la vita corre naturalmente ed essere sempre pronti a lasciare questo mondo senza spavento e senza rimpianti.

XXI - Della forza dell'immaginazione

La suggestione può essere così potente da provocare anche la morte. Molte superstizioni e leggende nascono dall'immaginazione popolare. alcuni attribuivano agli effetti dell'immaginazione anche episodi di trance, di levitazione e perfino miracoli come le stigmate di San Francesco.
Montaigne racconta, a titolo di esempio, il divertente aneddoto di un suo amico al quale lui stesso aveva curato l'impotenza inventando un curioso rituale magico e facendo affidamento sulla suggestione. Si passa poi agli effetti che le emanazioni di una "immaginazione violentemente commossa" possono provocare in oggetti estranei: si cita uno strano campionario di credenze, come tartarughe e struzzi che covano le uova solo guardandole, e stregoni dallo sguardo capace di nuocere ed offendere.

XXII - Il vantaggio dell'uno a danno dell'altro

Ogni forma di guadagno ha per corrispettivo una perdita per altre persone, ad esempio l'architetto vive sulla necessità di ricostruire le case andate in rovina, il soldato sulla guerra, il medico sulle malattie.
In natura la nascita, il nutrimento, l'accrescimento di ogni cosa è l'alterazione di un'altra.

XXIII - Del costume e del non cambiare facilmente una legge ricevuta

"L'abitudine è una maestra imperiosa e ingannatrice", prende possesso di noi e ci considera a ripetere sempre gli stessi argomenti.
Montaigne cita fra gli esempi la caverna della Repubblica di Platone e le popolazioni indiane che si nutrono di insetti e di altri animali che noi consideriamo non commestibili.
Ci si abitua ai rumori se li si sente spesso, ai profumi se li si ha sempre sotto il naso, e così via.
Le peggiori abitudini si formano nell'infanzia: i bambini che fanno del male agli animali, che picchiano un servo che non può difendersi, che ingannano un compagno dovrebbero essere corretti perché questi gesti sono le radici della crudeltà e del tradimento che possono attecchire nel tempo con l'abitudine. I bambini dovrebbero comprendere a fondo cosa sia il vizio e questa nozione dovrebbe rimanere impressa nel loro animo per tutta la vita.
L'abitudine porta alla formazione di credenze e superstizioni. L'abitudine addormenta il discernimento del nostro intelletto.
Montaigne presenta una carrellata di strane consuetudini con il tempo diventute costume e legge, parla spesso di popolazioni esotiche presso le quali si pratica la condivisione delle mogli, l'incesto, la prostutizione maschile, dove il re viene onorato con rituali abominevoli, ecc.
Nella politica e nella società è ancora la consuetudine a sostenere le forme di governo e a far perdurare le leggi anche quando queste non sono giuste. Le novità, secondo Montaigne, sono pericolosee spesso portatrici di peggioramenti. Chi abbatte un regime può essere il primo ad essere travolto dalla sua rovina.
Secondo l'Autore voler abbattere l'ordinamento di uno stato con il rischio di provocare una guerra civile è atto di grande superbia e chi lo compie dovrebbe essere certo di poter migliorare le cose mantenendo quanto c'era di buono in precedenze.
E' vero tuttavia che possono verificarsi casi eccezionali in cui le leggi non possono risolvere un problema perché la costituzione di uno stato è fatta per governare in condizioni di normalità e non per intervenire nelle emergenze. In questi casi è giusto che chi ne ha la capacità e la possibilitàprenda in mano la situazione ed elimini il pericolo come avveniva a volte nelle guerre civili romane.

XXIV - Effetti diversi della medesima risoluzione

Il duca Francesco di Guisa fu informato che un gentiluomo della corte era un congiurato che tramava contro la sua vita e dopo averlo smascherato lo perdonò e lo lasciò libero.
Anche Augusto, scopertala congiura di Cinna, dopo molte esitazioni decise di usare clemenza e perdonò l'attentatore.
Contro Augusto non vi furono altri attentati e continuò a regnare per molti anni dopo questo episodio, non fu lo stesso per il duca che più tardi morì per un altro tradimento.
Di fronte alla fortuna, ritiene l'Autore, la nostra prudenza, le nostre decisioni e i nostri progetti sono cosa vana.
Anche nel caso di artisti e poeti è la fortuna a rendere sublime il loro lavoro producendo a volte risultati che vanno oltre le loro capacità.
Nella guerra è in generale la fortuna a decidere la sorte delle battaglie e i comandanti che ne sono consapevoli pianificano le loro azioni più che altro per scrupolo di coscienza.
Scipione osò andare in Africa con due sole navi confidando nella forza e nell'attendibilità dei suoi alleati.
Non sempre tanto coraggio risolve la situazione e si ricordano anche casi di militari che avendo sfidato coraggiosamente il nemico furono rapidamente uccisi.
Giulio Cesare scelse, in questi casi, di aspettare serenamente la decisione degli dei senza spavento o agitazione ed era certamente in questo stato quando fu ucciso.
Un romano perseguitato dal triumvirato riuscì a sfuggire a lungo dalla cattura ma alla fine, stanco di essere continuamente in fuga, si lasciò prendere e uccidere.
Forse è meglio, conclude Montaigne, affrontare il proprio destino invece di soffrire ansia e paura nel tentativo di evitarlo.

XXV - Dell'educazione

La sapienza non è accumulo di nozioni ma la formazione della mente e dell'anima che spesso viene trascurata dagli educatori.
Non basta conoscere e ricordare le opinioni e la scienza altrui se non le facciamo nostre.
Dopo quindici anni di scuola l'allievo non ha l'anima più piena ma soltanto più tronfia perché le nozioni acquisite lo rendono arrogante, non sapiente.
Sapere e giudizio sono entrambi necessari, ma il secondo può fare a meno del primo e non viceversa. La scienza non può far vedere un cieco, non darà effetto se l'anima di chi studia non è predisposta al giudizio.
Aristone di Chio diceva che se l'istruzione non porta al bene porta al male.
In sostanza Montaigne disapprova l'istruzione erogata da insegnanti non sapienti ma carichi di nozioni ad allievi non disposti a coltivare i frutti del sapere ricevuto.
La dissertazione continua con esempi di autori antichi, Senofonte e Platone, quindi si confronta il modello di educazione di Atene basato sull studio della retorica e della logica con quello di Sparta che tendeva a sviluppare il coraggio e le abilità belliche.
Si considera infine che sono sempre stati i popoli meno istruiti a primeggiare con le armi.

XXVI - Dell'istruzione dei fanciulli

Significativa una frase di Montaigne per comprendere il senso generale di questo saggio: io le espongo [le mie idee] per ciò che credo io, non per ciò che si deve credere.
In altri termini l'istruzione ha valore solo se lo studente impara a formulare opinioni con il proprio ragionamento e non ne ha se memorizza pedissequamente le sentenze degli autori che legge.
Rivolgendosi alla dedicataria di questo saggio, Diana di Gurson figlia del conte di Foix, che sta per partorire, Montaigne le augura di trovare per il figlio precettori che sappiano favorire la formazione della capacità di giudizio, processo per il quale le nozioni sono necessarie ma non bastano se l'allievo non ha la capacità e la volontà di elaborarle.
Il maestro dovrà quindi non soltanto leggere e spiegare ma anche far esercitare l'allievo nel formulare il suo giudizio sugli argomenti e le situazioni più disparate.
Lo studente dovrà imparare a sopportare la fatica e il dolore ma anche ad essere modesto, a parlare a ragione e con misura, a non vantarsi e non esibire le proprie capacità e conoscenze e a riconoscere la verità anche se contraria alla sua opinione.
Un intelletto fine indaga con onesta curiosità su tutte le cose imparando dalle buone e disprezzando le cattive dopo averle riconosciute come tali.
Di questa capacità di analisi e giudizio e dell'esprimersi in sintesi, Montaigne considera maestro Plutarco che, pure, molto spesso si limitava ad accennare ad un'informazione per fornire al lettore materia di riflessione.
Un errore drammatico e molto diffuso è quello di vedere le cose solo dal proprio particolare punto di vistasenza essere capaci di inquadrarle in un contesto generale: A quello a cui grandina sulla testa sembra che tutto l'emisfero sia in tempesta e in burrasca. Solo le grandi menti come Socrate che si diceva nativo del mondo sono in grado di giudicare le cose secondo la loro esatta grandezza.
La prima cosa da insegnare all'allievo è la scienza che ci rende liberi, solo tramite la filosofia saprà moderare le emozioni e i comportamenti, acquisire il controllo di se stesso e la capacità di giudizio. Solo allora gli si parlerà di logica, di fisica, di geometria e di retorica.
Il precettore insegnerà che la filosofia non è la scienza tetra e deprimente che molti immaginano, anzi è una pratica di piacere perché conduce alla virtù ed è accessibile a chiunque, ragazzi compresi.
La filosofia ama la vita, la bellezza, la gloria e la salute ma il suo compito consiste nel sapere usare questi beni con moderazione e perderli con fermezza.
Respingendo ogni forma di violenza e di collera da parte degli insegnanti, Montaigne auspica un'istruzione erogata nel benessere, nel divertimento e nella libertà.
Si dovrà insegnare di tutto, non soltanto le lettere e le scienze, l'allievo deve ricevere un'educazione tale che possa fare ogni cosa e non desideri fare che quelle buone. ... Egli non tanto dirà la sua lezione quanto invece l'attuerà.
L'Autore insiste anche sul linguaggio deve essere chiaro prima che colto ed elegante, che il comportamento deve essere semplice, spontaneo e privo di affettazione. Chi ha le idee chiare, afferma, riesce ad esprimerle con qualsiasi linguaggio anche se non conosce la retorica e non è esperto di eloquenza.
Questo saggio si conclude con un singolare cenno autobiografico di Montaigne che ricorda che imparò il latino nella prima infanzia e senza fatica grazie al padre che lo affidò ad un precettore tedesco che non conosceva il francese e si esprimeva con lui soltanto in latino.
Lo studio deve essere quindi il più possibile coinvolgente, interessante e non faticoso, il suo obiettivo deve essere la formazione della coscienza individuale e non un pesante ed inutile accumulo di nozioni.

XXVII -E' sciocco credere vere o false le cose in rapporto alla nostra capacità

E' certamente ingenuità il credere a qualsiasi cosa e capita più frequentemente ai bambini, ai malati e alle persone più malleabili e prive di difesa.
D'altro canto è presunzione ritenere falso ciò che non ci sembra verosimile, vizio comune a chi si ritiene superiore.
Questo modo di pensare equivale ad affermare di conoscere la volontà di Dio o i limiti della natura.
Si deve conoscere la differenza fra impossibile e insolito, fra ciò che è contro l'ordine naturale e ciò che è contro la comune opinione degli uomini.

XXVIII - Dell'Amicizia

Prendendo spunto dalla sua grande amicizia con Étienne de La Boétie, già deceduto al momento della composizione del saggio. Montaigne parla della "perfetta amicizia" definendola "l'ultimo punto della perfezione della società".
Essa non può essere un rapporto che implichi tornacontoe non può essere neanche il rapporto dei figli con i padri, che è piuttosto rispetto.
Tra fratelli ci sono spesso circostanze che nel corso della vita portano alla discordia, inoltre il rapporto con i fratelli e con i familiari in genere non è una libera scelta.
Anche l'amore per la propria donna è diverso dall'amicizia, è "più attivo, più cocente, più pungente" ma meno duraturo.
Sarebbemeraviglioso, dice Montaigne, se fra un uomo e una donna potesse nascere un sentimento puro e durevole come l'amicizia senza che venga a mancare la passione, ma questo sembra che mai si verifichi.
I Greci cercarono una simile combinazione nell'omosessualità ma non c'era parità fra l'amante (in genere più maturo) e l'amato e solo se l'amante era uno spirito gentile e sensibile ciò che l'amato riceveva poteva essere qualcosa di nobile e puro.
Montaigne sostiene che nell'amicizia perfetta non ci possono essere obbligazioni, riconoscenza, ringraziamento perché le due anime unite da questo tipo di amicizia sono unasola e non si ringraziase stessi quando ci si arreca un beneficio.
L'amicizia perfetta impegna in modo totale ed esclusivo e non è possibile dividerla con altre persone, cioè non si può avere che un solo amico perfetto.
Montaigne ha curato personalmente un'edizione di versi giovanili dell'amico volendo garantire che fossero pubblicati senza manipoliazioni.

XIX - Ventinove sonetti di Étienne de La Boétie

Si tratta della dedica alla signora Diana de Grammont dell'edizione di sonetti dell'amico Étienne de La Boétie curata da Montaigne di cui si è detto nel saggio precedente.

XXX - Della moderazione

La mancanza di moderazione può corrompere anche la virtù e guastare le buone azioni.
Montaigne depreca la libidine eccessiva anche nel matrimonio, unione il cui scopo è la procreazione: si deve ricevere dagli amplessi coniugali soltanto un piacere contenuto, sero e mescolato di qualche severità.
Insomma, non c'è alcun piacere, per quanto legittimo, nel quale l'eccesso e l'intemperanza non siano riprovevoli.
Ma ben altri sono gli eccessi che rendono l'uomo un miserabile animale, a partire dai medici che curano la malattia con tormenti e dolore, passando per i digiuni, i cilicii, fino alle più orrende torture e ai sacrifici umani.

XXXI - Dei Cannibali

Tutto è relativo agli usi e ai costumi. Pirro, come tutti i Greci, considerava i Romani dei barbari ma dovette ricredersi quando vide lo schieramento del loro esercito.
Montaigne parla con vivo interesse del continente scoperto nel suo secolo. Esclude che possa trattarsi della favolosa Atlantide di cui parla Platone perché troppo lontano dalla costa spagnola e indaga con curiosità sui fenomeni che riescono a mutare l'aspetto della terra.
Un suo servitore aveva vissuto diversi anni nel nuovo continente e gli aveva parlato dei costumi delle genti che lo abitavano, aveva raccontato ciò che aveva visto senza interpretazioni personali o abbellimenti perché era un uomo semplice.
Aveva descritto un popolo primitivo che vive senza altre leggi che quelle naturali e che non conosce il significato di parole come menzogna, tradimento, avarizia, invidia, diffamazione, perdono.
Fra le caratteristiche di queste genti Montaigne cita l'estremo coraggio in guerra e l'uso di mangiare i corpi dei prigionieri dopo averli uccisi.
Trovandosi ancora nella felice condizione di potersi nutrire di quanto donava loro la natura non avevano interesse a conquistare la terra e i beni dei vicini e combattevano soltanto per dimostrare il proprio valore. Q uello che chiedevano ai prigionieri era di ammettere di essere stati vinti e di pregare per aver salva la vita ma mai nessuno cedeva perché preferivano essere uccisi e divorati al disonore della viltà.
Gli uomini hanno molte mogli e ciò è una dimostrazione di valore quindi le donne, che ne sono orgogliose, si sforzano di trovare altre compagne. Montaigne fa notare a chi trova barbaro questo costume che ve ne sono molti esempi anche nella Bibbia (Lia, Rachele, Sara, le mogli di Giacobbe facevano unire i mariti con le loro ancelle) e nell'antichità (Livia moglie di Augusto, Stratonice moglie di Deiotaro).
Montaigne ebbe occasione di parlare con un capo dei nativi americani in visita in Francia e gli chiese in cosa un capo differisse dagli altri, la risposta fu che era sempre il primo in guerra, quanto agli onori che gli venivano riconosciuti consistevano nel liberare i sentieri dai cespugli nei villaggi che visitava.

XXXII - Come ci si debba mettere con discrezione a giudicare gli ordini divini

Le cose sconosciute sono fertile terreno per l'impostura perché non conoscendole non se può discutere come dimostrano alchimisti, indovini e simili.
Anche coloro che pretendono di interpretare i disegni divini sono da aggiungere a queste categorie di impostori.
Nelle guerre di religione non sarebbe giusto interpretare vittorie e sconfitte come segni favorevoli o contrari della volontà divina. Bisogna contentarsi della luce del sole e chi ne cercherà una più grande non dovrà stupirsi se perderà la vista.

XXXIII - Fuggire i piaceri a costo della vita

Seneca consigliò a Lucilio di rinunciare agli agi della sua condizione e ritirarsi a una vita privata molto modesta, oppure di suicidarsi e, cosa più strana, lo stesso concetto si trova in Epicuro.
Sant'Ilario di Poitiers pregò per la morte della figlia e quando venne esaudito gioì del destino della giovane, anche la moglie lo pregò di fare altrettanto per lei e la sua morte fu accolta da entrambi con gioia.

XXXIV - La fortuna si incontra spesso sul cammino della ragione

Papa Alessandro VI morì per aver bevuto vino avvelenato che il figlio Cesare Borgia aveva destinato al cardinale di Corneto. Lo stesso Cesare lo bevve e rischiò la vita.
Montaigne cita una serie di episodi in cui il caso ha stravolto il risultato delle azioni umane: mura crollate da sole durante gli assedi, duelli dall'esito imprevisto.
Giasone di Fere soffriva per un accesso incurabile che aveva al petto al punto da scagliarsi contro i nemici per morire. Fu ferito in modo tale che l'apostema scoppiò ed egli guarì.
Timoleone, in Sicilia, scampò a un attentato perché l'attentatore fu ucciso quando era sul punto di colpire da un'altra persona per vendetta personale, del tutto estranea alla circostanza.
In sostanza la fortuna spesso opera con maggior saggezza degli uomini.

XXXV - Di un difetto dei nostri giorni

Un'idea sorprendentemente moderna: il padre di Montaigne auspicava l'istituzione di un servizio pubblico di annunci per scambiare informazioni e cercare contatti: ad esempio ricerca di personale, cercare compagni di viaggio, acquistare e vendere, ecc.

XXXVI - Dell'uso di vestirsi

Montaigne si chiede se le popolazioni che vivono senza vestiti vi siano indotte dal clima del loro paese o selanudità non sia la condizione naturale dell'uomo e con molti esempi conclude che l'uso di coprirsi non è naturale. Sembra impossibile - scrive - che fra tantio esseri viventi solo gli umani non siano dotati di adeguate protezioni contro le intemperie.
XXXVII - Di Catone il Giovane

Montaigne introduce l'argomento di questo saggio con una considerazione sull'errore di chi giudica con il proprio metro le azioni altrui, spesso senza avere la capacità di riconoscere la vera virtù.
Plutarco racconta che alcuni ritennero che Catone il Giovane si uccise per paura di Cesare, è chiaramente un grosso errore dettato dai pregiudizi di cui sopra. Quale fosse l'eccelsa virtù di Catone si legge in cinque grandi poeti latini che Montaigne cita in ordine crescente di importanza: Marziale, Manilio, Lucano, Orazio e Virgilio.

XXXVIII - Come mai piangiamo e ridiamo di una stessa cosa

Antigono pianse la morte del suo nemico Pirro, il duca Renato di Lorena quella di Carlo di Borgogna dopo averlo sconfitto, Carlo di Monfort si addolorò nel vedere il cadavere di Carlo di Blois da lui vinto.
Cesare, si dice, rimase turbato e addolorato quando gli fu mostrata la testa di Pompeo.
Il nostro animo è spesso agitato da passioni diverse: Non è così strano che si pianga morto quello che non si vorrebbe per nulla che fosse vivo.
La nostra anima vede le stesse cose di momento in momento sotto luci diverse, per questo è naturale e legittimo che si cambi nome, idea, atteggiamento.

XXXIX - Della solitudine

L'uomo di intelletto non ha perduto nulla finchè possiede se stesso. Il concetto di "bastare a se stessi" è ribadito con vari esempi dal filosofo Stilpone a Paolino vescovo di Nola, personaggi che dopo aver perduto tutto ciò che avevano ed aver subito vere tragedie erano ancora in grado di dire di non essere stati privati di ciò che era veramente loro.
Dobbiamo proteggere la nostra vera identità procurandoci un "retrobottega", un luogo appartato accessibile solo a noi stessi dove pensare, meditare, ridere, insomma un luogo ideale, metaforico, dove stare in nostra compagnia.
Soprattutto nell'ultima parte della vita quando ormai si è fatto quanto eravamo in grado di fare per gli altri è bene riservare del tempo a noi stessi. Quando non si può arrecare nulla alla società è giusto svincolarsene e prepararsi serenamente alla dipartita. Le penitenze per mettere l'anima al sicuro nell'altro mondo, o le estreme privazioni per porsi fuori dal pericolo di cadere più in basso, sono comportamenti tipici di virtù eccessive che Montaigne rispetta ma non condivide.
Preferisce godere dei suoi mezzi, della sua salute e del suo tempo finché ne dispone ma senza per questo dimenticare la propria situazione reale.
Montaigne non concorda con Cicerone e con Plinio il Giovane che vedevano nella vecchiaia il periodo migliore per conquistare gloria immortale con i propri studi ed opere. Non è questa l'occupazione che può consentire allo spirito di trovare la necessaria serenità.
Il consiglio della "filosofia vera e sincera" è quello di ritirarsi in se stessi nell'ultima parte della vita per imparare a contentarsi dei propri pensieri.

XL - Considerazioni su Cicerone

Cicerone e Plinio il Giovane ebbero la vanità di utilizzare anche la loro corrispondenza privata per dimostrare le loro doti di letterati raccogliendo le proprie lettere per tramandarle ai posteri.
Montaigne depreca questa abitudine che considera vuoto esibizionismo e critica il fatto che due personaggi tanto importanti fossero così vanitosi.
Dimostrare di eccellere in cose secondarie, diceva Plutarco, è la prova di aver impiegato male il proprio tempo e i propri studi. L'eloquenza ci insegna a parlare bene, non a fare bene.
Anche Seneca e Epicuro scrissero lettere famose ma con il principale intento di consigliare agli amici di non preoccuparsi della fama e comunque le loro lettere sono piene di concetti importanti e sono esse stesse preziose per i contenuti più che per la forma.
Quanto a se stesso, Montaigne ritiene di avere uno stile personale nello scrivere, forse disordinato ma sempre sincero perché respinge ogni forma di finzione ed aborrisce il modo di esprimersi servile e cerimonioso molto in voga nella sua epoca.

XLI - Del non far parte della propria gloria

La gente si preoccupa della reputazione e dell'onore più che della ricchezza, della salute e a volte della vita stessa.
Anche per i filosofi è difficile rinunciare alla gloria e alla fama.
Sono pochi gli esempi di vera modestia. Montaigne cita Lutazio Catulo che in una battaglia contro i Cimbri finse di fuggire per coprire la vergogna dei suoi soldati che veramente si erano dati alla fuga. Antonio di Leva che si ingegnò di aumentare la gloria di Carlo V, re Edoardo che non intervenne nella battaglia di Crecy per lasciare al figlio tutto il merito della vittoria ed altri.

XLII - Dell'ineguaglianza che esiste fra noi

Noi lodiamo un cavallo in quanto è vigoroso e svelto, non per la sua bardatura, ma quando si tratta di una persona spesso il giudizio si basa su ciò che possiede (di materiale) più che delle sue vere qualità.
Ci si dovrebbe chiedere "Che anima ha?" e giudicare da ciò le più grandi differenze che esistono fra noi. I re, gli imperatori non sono diversi da tutti gli altri, soggetti come tutti alle malattie, alle emozioni, alla collera.
I beni della fortuna, sebbene siano tali, bisogna avere anche sensibilità per gustarli. E' il godere, non il possedere, che ci rende felici
Ne consegue che la pompa correlata alla condizione dei nobili, dei tiranni, dei re che hanno molti servitori è più un fastidio che un bene. Il tiranno non ha amici perché non può mai essere certo che le manifestazioni di affetto che gli vengono rivolte siano sincere.
Il saggio si conclude con una citazione da Cornelio Nepote: Mores cuique sui fingunt fortunam (Sono i propri costumi che fanno la fortuna).

XLIII - Delle leggi suntuarie

Proibire le spese eccessive per la tavola e il vestiario è cosa inutile perché è proprio vietando le cose di lusso che se ne accresce il desiderio.
Seleuco emise un'ordinanza che vietava abiti di lusso e gioielli a tutti tranne che alle prostitute e ai ruffiani, il provvedimento si dimostrò molto più efficace di un divieto assoluto.
Ma secondo Montaigne prima di tutto l'esempio dovrebbe venire dal re e dalla sua corte, il resto della nazione si adeguerebbe spontaneamente. Il saggio si chiude con una tirata conservatrice: il cambiamento è sempre da temere, le vecchie tradizioni devono essere preservate, ecc.

XLIV - Del dormire

Riuscire a dormire in situazioni di grande pericolo e di estrema tensioneè segno di coraggio e di controllo di se stessi.
L'imperatore Otone dormì profondamente prima di togliersi la vita, altrettanto fece Catone. Alessandro dormì bene prima della battaglia decisiva contro i Persiani e così via, Montaigne cita altri esempi.
Mario il Giovane dormì addirittura sotto un albero mentre intorno a lui si svolgeva la battaglia che lo portò alla rovina ma in questo caso fu la fatica che ebbe la meglio sulla sua resistenza.

XLV - Della battaglia di Dreux

Tre casi di battaglie in cui un comandante affrontò in modo diverso il nemico: il signore di Guisa nella battaglia di Dreux evitò di affrontare il nemico colpendolo al fianco per prenderlo alle spalle e fu sconfitto.
Filopemene mandò avanti gli arcieri nella battaglia contro Macarida e mentre la cavalleria nemica era impegnata così caricò i soldati a piedi e li sconfisse,poi massò a inseguire Macarida e i suoi cavalieri.
Nella battaglia di Argesilao contro i Beoti descritta da Senofonte, Agesilao volle affrontare il nemico frontalmente e stava per essere sconfitto, cambiò tattica, lasciò avanzare i Beoti e poi li sconfisse prendendoli alle spalle.

XLVI - Dei nomi

Singolare saggio fatto di considerazioni sui nomi di persona, sulla loro capacità di influenzare la reputazione di chi li porta e sulla loro sequenza o rarità. Ma quando Montaigne passa ai cognomi, ai soprannomi e agli stemmi di famiglia, il discorso diventa più serio e si concentra sulla vanità di idee come la nobiltà e la gloria degli antenati.

XLVII - Dell'incertezza del nostro giudizio

Molti generali non seppero far buon uso delle proprie vittorie e lasciarono che il nemico si risollevasse, Montaigne cita alcuni esempi fra cui quello di Pompeo che vinse una battaglia contro Cesare presso Orico.
D'altro canto è pericoloso attaccare un nemico ridotto alla disperazione: Clodomiro sconfisse Gonfemaro re di Borgogna ma fu ucciso mentre lo inseguiva.
Lasciare che i soldati portino con se le loro mogli e i loro beni come usavano gli Asiatici può renderli più deboli ma può anche spingerli a combattere con maggiore accanimento per difendere ciò che è loro.
Scegliere di caricare il nemico o aspettarlo a piè fermo sono opzioni che comportano i loro rischi, così come è difficile decidere se sia preferibile combattere in patria o in terra straniera.
In conclusione Montaigne ritiene che nelle cose nuove e soprattutto in guerra la fortuna conti più dei nostri ragionamenti e delle nostre decisioni.
XLVIII - Dei Destrieri

I Romani chiamavano dextrieros i cavalli che conducevano con la destra o con la cavezza per averli freschi in caso di necessità. Anche i cavalieri numidi conducevano a mano un secondo cavallo per poterlo cambiare durante la battaglia.
Esistevano cavalli addestrati per aiutare il cavaliere in caso di pericolo, come il cavallo di Carlo VIII che si diceva liberò il padrone dai nemici che lo avevano circondato nella battaglia di Fornovo prendendoli a calci.
Cesare e Pompeo furono grandi cavallerizzi, per non parlare di Alessandro e del suo Bucefalo che non si lasciò mai montare da altri.
Platone e Plinio raccomandavano l'equitazione perché giovevole alla salute, ma in guerra molti comandanti, fra cui Cesare, ordinavano ai cavalieri di smontare quando il combattimento corpo a corpo era preferibile.
In generale Montaigne ritiene che nel combattere a cavallo si rischi di essere condizionati dal comportamento del proprio animale.