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PUBLIO CORNELIO TACITO
STORIE

LIBRO PRIMO



Prima di iniziare il racconto Tacito avverte che parlerà di un periodo tristissimo, denso di sciagure, guerre, abusi e ingiustizie durante il quale molti persero la vita e Roma fu devastata dalla violenza.
Egli è consapevole, scrivendo alcuni decenni più tardi, di poter parlare di quei tempi con libertà maggiore di quella che gli storici dell'epoca potevano permettersi, quindi decide di affrontare quel periodo rimandando ad un'altra opera gli accadimenti del tempo di "rara felicità" che egli stesso ha vissuto sotto Nerva e Traiano.
Il primo libro ha inizio con l'anno del consolato di Servio Sulpicio Galba e Tito Vinio Rufino (69 d.C.), anno della morte di Nerone.
Le legioni proclamarono imperatore Galba ma questa decisione non piacque a tutti. Molti lo ritenevano troppo vecchio o troppo avaro. I pretoriani erano stati spinti alla ribellione dal prefetto Ninfidio Sabino il quale mirava a prendere il potere ma ora molti di loro erano dubbiosi e temevano la ben nota disciplina di Galba.
Fra gli uomini di Galba erano Tito Vinio e Cornelio Lacone, due pessimi soggetti che sparsero sangue al rientro di Galba a Roma uccidendo il console designato Cingonio Varrone e il consolare Petronio Turpiliano senza dar loro alcuna possibilità di difendersi.
Roma era piena di soldati: quelli di Galba reduci dalla Spagna e le truppe di germani, britanni ed illiri assoldate da Nerone.
In Africa Trebonio Garuciano uccise Claudio Macro per ordine di Galba, in Germania fu ucciso Fonteio Capitone da Cornelio Aquino e Fabio Valente che agirono di propria iniziativa.
Nelle province: la Spagna era governata da Cluvio Rufo, poco esperto di cose militari, in Germania dopo la morte di Capitone le legioni erano prive di comandante.
Le legioni stanziate nelle province settentrionali disprezzavano il loro comandante Ordonio Flacco che era vecchio e gottoso. Nella Germania Meridionale, Galba inviò Vitellio. Le legioni in Britannia e quelle in Illiria erano quiete. Governava la Siria Licinio Muciano, personaggio notevole dotato di grandi capacità ma non privo di vizi.
In Giudea si combatteva ed il comandante romano era Vespasiano, non avverso a Galba.
Le altre province erano tutte rette da procuratori, pronti a servire il più forte. Lo stesso spirito vigeva in Italia quando Galba e Vinio assunsero il consolato.
Poco dopo giunse la notizia che le legioni della Germania Superiuore chiedevano un altro imperatore, lasciando la scelta al popolo e al senato.
Mentre iniziava una nuova competizione per il potere imperiale (il console Vinio fu da subito sostenitore di Otone), Galba preoccupato per la situazione decise di adottare Calpurnio Pisone Frugi Liciniano, appartenente a nobile famiglia e imparentato con Pompeo e Crasso. Quando annunciò pubblicamente la sua decisione Galba non destinò donativi ai soldati come era consuetudine in simili circostanze. Probabilmente il gesto intendeva essere una severa punizione per le insubordinazioni ma, come osserva Tacito, un comportamento più generoso avrebbe certamente giovato alle fortune di Galba.
Si stabilì quindi di inviare agli eserciti sollevatisi in Germania degli ambasciatori che furono scelti da Galba con poca accortezza e si emanarono decreti per tentare di recuperare, almeno in parte, il tesoro che Nerone aveva sperperato.
Intanto liberti e cortigiani congiuravano contro l'anziano imperatore stringendosi intorno a Otone il quale, incoraggiato dagli indovini, si preparava a prendere il potere.
La sera del 14 gennaio tutto era pronto ma i congiurati ritennero pericoloso agire di notte e rimandarono l'azione. La mattina del 15, mentre Galba sacrificava, Otone si allontanò con una sccusa e si recò al Foro dove fu proclamato imperatore dalla folla e dai soldati.
Quando la notizia giunse al palazzo imperiale, Pisone parlò con la coorte che era di guardia per procurare protezione all'imperatore e a se stesso e i sostenitori di Galba organizzarono la difesa mentre si spargeva la notizia falsa della morte di Otone.
Intanto Otone arringava alle legioni che lo avevano scelto per spronarle ad eliminare Galba e i suoi uomini. Presto i rivoltosi si scatenarono ed attaccarono il palazzo, invasero il Foro e il Campidoglio. Galba fu ucciso presso il lago Curzio e il suo corpo fu fatto in pezzi; fu ucciso Tito Vinio e Pisone, benché ferito, cercò rifugio nel tempio di Vesta ma venne trovato ed ucciso a sua volta.
I soldati insorti sfilarono la città recando le teste mozzate degli uccisi sulle punte delle lance.
Si nominarono nuovi prefetti del pretorio e la carica di prefetto della città fu conferita a Flavio Sabino, fratello di Vespasioano, che l'aveva già detenuta sotto Nerone.
Alla sera i senatori accorsero per tributare onori e adulazione al nuovo imperatore mentre le vittime della rivolta venivano sepolte e onorate come possibile dai parenti.
Pisone aveva trentun'anni e la sua vita sotto Claudio e sotto Nerone aveva conosciuto molte disgrazie.
Tito Vinio aveva quarantasette anni, la sua era stata la vita torbida di un avventuriero con periodi di onore ed altri di vergogna, si era arricchito grazie all'amicizia di Claudio.
Galba moriva a settantatre anni, durante la vita aveva conosciuto la gloria militare e aveva retto con onestà prima l'Africa poi la Spagna, era stato felice sotto cinque imperatori ed infelice durante il proprio regno.
Intanto giunse la notizia che le legioni in Germania avevano proclamato imperatore Vitellio, notizia terribile perché signnificava l'inizio di una nuova guerra civile.
Vitellio era incoraggiato a prendere il potere dai suoi legati Fabio Valente e Aulo Cecina.
La rivolta aveva avuto inizio con le legioni quarta e diciottesima che avevano abbattuto le immagini di Galba, poco dopo Fabio Valente con la prima legione aveva raggiunto Vitellio a Colonia e lo aveva salutato imperatore.
Ancora una volta alla proclamazione dell'imperatore seguirono proscrizioni e condanne: molti sostenitori di Galba, o comunque potenziali avversari, furono giustiziati, con altri invece si usò clemenza per opportunismo o per paura. Fu il caso di Giulio Civile che fu graziato (era sotto processo) perché era capo dei Batavi, popolazione potente e bellicosa che incuteva timore.
Valerio Asiatico legato della Belgica, Giunio Bleso governatore della Gallia Lionese, Trebellio Massimo e Roscio Celio comandanti in Britannia passarono dalla parte di Vitellio.
Vitellio assegnò la guida all'esercito in Italia ai suoi legati Valente e Cecina.
Durante la marcia i soldati di Valente fecero una strage immotivata nel territori dei Treveri e procedendo non trovarono altre città che li accogliessero serenamente. Valente dovette anche ristabilire la disciplina quando scoppiò una contesa fra i legionari e gli ausiliari batavi. Tuttavia nel complesso, anche se i soldati avanzarono minacciando, derubando e ricattando i danni subiti dalle popolazioni civili furono relativamente contenuti.
Diversamente andò il trasferimento delle legioni guidate da Cecina che si scontrarono con gli Elvezi e ne fecero a pezzi molte migliaia. Dopo la sanguinosa battaglia Cecina rimise a Vitellio il destino dei superstiti e della loro capitale Aventico. L'eloquenza degli ambascitori elvetici indusse Vitellio ad usare clemenza. Intanto giunse la notizia che molte città dell'Italia settentrionale erano favorevoli a Vitellio.
Da parte sua Otone aveva iniziato a governare e per mostrarsi magnanimo aveva perdonato Mario Celso, già sostenitore di Galba, e ne aveva fatto uno dei comandanti del suo esercito.
In quesi giorni fu condannato a suicidarsi Tigellino, l'infame consigliere di Nerone che era riuscito a superare anche il regno di Galba procurandosi l'amicizia di Vinio. Si salvò invece dalle molte accuse Galvia Crispinilla, amante di Nerone poi passata in Africa dove aveva istigato Clodio Macro alla ribellione.
Inizialmente Otone e Vitellio si scambiarono lettere cortesi invitandosi l'un l'altro a non opporre resistenza e promettendosi onori e ricompense per passare poi agli insulti e quindi all'invio di sicari.
Mentre Vitellio organizzava la guerra, Otone governava come se fosse in pace varando provvedimenti e conferendo cariche. Fece rialzare le statue di Poppea e forse avrebbe riabilitato Nerone per conquistare la simpatia di una parte del popolo.
Aprofittando della situazione interna dell'impero i Sarmati attaccarono la Mesia e vi fecero scorrerie e saccheggi finché non furono massacrati dalla terza legione che, superiore per armamento e tecnica di combattimento, ebbe facilmente la vittoria.
Dalla parte di Otone si erano schierate la Dalmazia, la Pannonia, la Media, la Spagna, le province africane e gli eserciti di Siria e Giudea, Vitellio aveva le legioni della Germania Inferiore e Superiore, l'Aquitania, la Spagna e la Gallia Narbonese.
Quest'ultima provincia fu l'obiettivo che Otone decise di attaccare. Affidò l'organizzazione dell'impresa a Antonio Novello, Svedio Clemente e Emilio Pacense con la supervisione del suo liberto Osco. Scelse come comandanti Svetonio Paolino, Mario Celso e Annio Gallo, afficò il comando supremo a Licinio Proculo prefetto dei pretoriani.
Il 14 marzo 69 Otone partì con la sua armata dopo aver affidato il governo della città e dell'impero al fratello Salvio Tiziano.


LIBRO SECONDO

Tito figlio di Vespasiano era partito dalla Giudea per Roma per rendere visita a Galba ma giunto a Corinto era stato informato della morte dello stesso Galba e della guerra in corso fra Otone e Vitellio e dopo un momento di incertezza aveva deciso di tornare indietro.
Durante il viaggio di ritorno Tito visitò il tempio di Venere di Pafo ed interrogò l'oracolo ottenendo responsi favorevoli per se e per il padre. Tornato in Giudea trovò che Vespasiano e Muciano avevano sottomesso l'intera regione ma Gerusalemme resisteva ancora all'assedio.
Le legioni di Vespasiano e quelle di Muciano avevano già giurato fedeltà a Otone, i due comandanti alla morte di Nerone avevano deposto ogni rivalità e si erano accordati anche grazie all'efficace mediazione di Tito.
In quel periodo un oscuro personaggio, schiavo del Ponto e liberto italiano, sfruttò una certa somiglianza con Nerone per farsi passare per il defunto imperatore e trovare il modo di depredare la popolazione dell'isola di Citno. Smascherato da Aulo Calpurnio Asprenate governatore della Galazia e della Panfilia, fu messo a morte.
A Roma il ricco Vibio Crispo riuscì a far condannare il cavaliere Annio Fausto che era stato una spia di Nerone in base a una legge varata sotto Galba. Vibio Crispo, che era colpevole dello stesso comportamento, riuscì ad ottenere la condanna di Fausto e la propria incolumità corrompendo giudici e senatori.
L'inizio della guerra fu incoraggiante per Otone che vide riunirsi sotto il suo comando la moltitudine dei soldati delle legioni che gli avevano giurato fedeltà. Tuttavia non tutti i suoi ufficiali erano in grado di mantenere la disciplina e si verificarono molti abusi e atti di violenza dei soldati ancora in territorio italiano. Per rappresaglia contro i tentativi di resistenza della popolazione ligure, i soldati di Otone in marcia verso la Gallia Narbonese devastarono Ventimiglia e ne massacrarono gli abitanti.
La prima battaglia fu vinta dagli otoniani e le legioni di Vitellio subirono gravi perdite.
Il procuratore della Corsica Decimo Pacario che odiava Otone decise di portare aiuto a Vitellio ed indisse un reclutamento forzato ma gli isolano non gradirono l'iniziativa ed uccisero Pacario ed i suoi collaboratori.