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APPIANO DI ALESSANDRIA

STORIA ROMANA - LIBRI XIII - XVII - DELLE GUERRE CIVILI

LIBRO XIII



Nei tempi antichi le discordie fra senato e popolo non erano mai sfociate nella guerra civile, ma al massimo in episodi come la secessione della plebe sul Monte Sacro.
Più avanti si verificò la vicenda di Coriolano che esiliato ingiustamente si alleò con i Volsci contro Roma.
Fu dall'uccisione di Tiberio Gracco che gli episodi di violenza fra concittadini divennero eventi comuni. Gli avversari politici divennero veri e propri nemici e le loro guerre divennero guerre contro la patria e provocarono stragi spietate.
Circa cinquanta anni dopo la morte di Gracco, Silla si proclamò dittatore a vita. In apparenza era stato eletto ma di fatto si era impadronito del potere con la violenza. Quando inaspettatamente depose la dittatura e si ritirò a vita privata tutti erano stupefatti e nessuno gli arrecò offesa, forse per timore, forse per ammirazione.
Morto Silla, Cesare governò a lungo le Gallie che aveva conquistato ma quando il senato gli ordinò di congedare le sue legioni Cesare pose come condizione che anche Pompeo venisse disarmato. Non ottenendolo scese in Italia per attaccare Pompeo il quale fuggì, fu raggiunto in Tessaglia e sconfitto nella grande battaglia di Farsalo.
Cesare inseguì Pompeo in Egitto ma qui trovò che era già stato ucciso e, dopo aver regolato le questioni di quel paese, tornò a Roma dove ebbe la dittatura a vita come Silla.
Sotto il suo governo cessarono tutte le contese finché una congiura guidata da Bruto e Cassio non eliminò il dittatore.
Ripresero le discordie e tre uomini divisero fra loro il potere: Antonio, Lepido e Ottaviano figlio adottivo di Cesare. Presto Ottaviano eliminò Lepido, quindi Antonio nella battaglia di Azio e assunse il potere assoluto con l'appellativo di Augusto.
Dopo questo breve riepilogo, Appiano specifica che dividerà le guerre civili in tre periodi: da Tiberio Gracco alla morte di Silla il primo, la guerra fra Cesare e Pompeo il secondo, ascesa di Augusto il terzo. Ed inizia la narrazione in dettaglio delle iniziative di Tiberio Sempronio Gracco il quale, come tribuno della plebe, proponeva che si riportasse in vigore con alcuni emendamenti l'antica legge di Gaio Licinio Stolone che limitava la quantità di terreno che era consentito possedere ed imponeva che una parte della manodopera fosse di condizione libera. Questi provvedimenti andavano soprattutto in favore degli Italici che alla lunga si erano visti privare della loro terra dagli investitori romani e del loro lavoro a causa della grande disponibilità di schiavi conseguente alle molte guerre esterne.
Gracco era quasi riuscito a far approvare la legge proposta quando il tribuno Marco Ottavio, che aveva grandi possedimenti da perdere, oppose il suo veto. La disputa fra i due tribuni suscitò disordini. Gracco accettò di discutere di fronte al senato ma poiché molti senatori, essendo possidenti, gli erano ostili deferì Ottavio ai comizi sostenendo che un tribuno della plebe che si oppone alla plebe non può mantenere la carica.
Il voto che seguì tolse il tribunato a Marco Ottavio il quale uscì di scena e venne sostituito da Memmio. La legge fu approvata ed il compito di metterla in pratica fu affidato a Tiberio, a suo fratello Caio e a suo suocero Appio Claudio.
Quando fu prossima la scadenza del suo tribunato, Tiberio Gracco che era consapevole dei rischi che avrebbe corso tornando ad essere un privato cittadino fece di tutto per farsi rieleggere e di nuovo scoppiarono tumulti fra i suoi sostenitori e i suoi avversari.
Scipione Nasica si pose alla testa degli avversari di Gracco che affrontarono i seguaci del tribuno sul Campidoglio. Negli scontri che seguirono persero la vita molte persone fra cui lo stesso Tiberio Gracco. La sua morte, avvenuta mentre era ancora tribuno, fu l'inizio di una lunga serie di omicidi politici.
Morì anche Appio Claudio e il compito di assegnare le terre fu affidato a Fulvio Flacco, Papirio Carbone e ancora Caio Gracco. Ma l'applicazione della legge era difficile e provocava molte dispute, si ricorse perciò a Scipione Emiliano pregandolo di dirimere la difficile situazione. Scipione non voleva abrogare la legge di Gracco, quindi propose che il console Tuditano fosse incaricato di giudicare nei processi provocati dalla ripartizione dei terreni. Tuditano non gradì l'incarico e se ne liberò con il pretesto di una spedizione militare.
Mentre cercava un'altra soluzione, Scipione fu trovato morto senza ferite, forse suicida, forse avvelenato da parenti, forse soffocato da ignoti. Dopo la morte di Scipione, Caio Gracco si presentò come candidato al tribunato e riscosse tantissimi consensi, al punto che poco dopo la nomina la sua carica venne confermata anche per l'anno successivo.
Un importante successo del tribuno Caio Gracco fu il trasferimento dei tribunali dall'ordine senatorio a quello equestre per arginare l'enorme corruzione delle attività forensi. Il senato, tuttavia, con opportune concessioni alla plebe riuscì a far diminuire il favore popolare di cui Gracco godeva, quindi affidò allo stesso Gracco e al collega Fulvio Flacco il compito di dedurre una nuova colonia in Africa sul sito di Cartagine.
I due tribuni avviarono la fondazione ma quando rientrarono a Roma il senato fermò il progetto con il pretesto di cattivi presagi provocando gravi disordini. Gracco e Flacco occuparono il Tempio di Diana sull'Aventino ma quando il console Opimio mandò i soldati contro di loro Gracco si fece uccidere daun servo. Poco dopo anche Flacco perse la vita ucciso dai soldati del console, le case dei due tribuni furono saccheggiate e i loro seguaci furono arrestati e strangolati.
In quel periodo Lucio Apuleio Saturnino e Gaio Servilio Glaucia tentarono di farsi eleggere rispettivamente tribuno della plebe e console ma al tribunato fu eletto Appio Nonioche subito dopo venne ucciso dai sicari di Apuleio e Glaucia.
I sostenitori di Apuleio si riunirono all'alba per nominarlo tribuno al posto di Nonio prima che il popolo si riunisse. Apuleio propose che il bottino conquistato ai Cimbri fosse distribuito ai veterani di Mario aggiungendo una clausola che obbligava i senatori a giurare di applicare la legge stessa. La situazione si fece pericolosa, i senatori non volevano giurare ma Mario per evitare una rivolta li spinse a farlo contando di poter presto invalidare la legge in quanto imposta con la forza. I più accettarono ma il senatore Quinto Cecilio Metello persistette nel rifiuto e venneesiliato da Glaucia e Apuleio nonostante l'opposizione degli altri senatori.
Quanto a Glaucia, trovandosi a competere per il consolato del 99 a.C. con Gaio Memmio, lo fece uccidere davanti alla folla. Scoppiarono nuovi tumulti e Glaucia e Apuleio ripararono sul Campidoglio ma Mario li catturò su ordine del senato e li rinchiuse nella curia dove poco dopo vennero trucidati dal popolo.
Il tribuno Publio Furio si oppose a quanti volevano richiamare dall'esilio Metello, insensibile anche alle preghiere del figlio dell'esule che per l'amore filiale dimostrato in quell'occasione ebbe il soprannome di Pio. L'anno successivo Furio fu ucciso dal popolo e Metello riammesso in città. Si concluse così la sedizione di Metello, la terza dopo quella dei Gracchi.
Appiano passa a parlare della Guerra Sociale indicandone l'origine ai tempi del consolato di Fulvio Flacco (125 a.C.) il quale da console prima e da tribuno poi promosse la concessione della cittadinanza agli italici. Dopo la morte di Flacco e di Gaio Gracco prese a difendere la causa degli Italici Livio Druso, tribuno della plebe nel 91 a.C., il quale propose di raddoppiare gli effettivi del senato aggiungendovi trecento cavalieri e di restituire ai senatori le funzioni di giudici che erano state recentemente trasferite all'ordine equestre. La proposta scontentò sia gli aristocratici, sia i cavalieri attirando su Druso l'odio di tutte le forze conservatrici.
Druso venne assassinato, tutte le sue riforme furono abrogate e i suoi sostenitori furono processati. Alcuni integerrimi cittadini, indignati per le accuse che venivano rivolte loro, andarono volontariamente in esilio.
Quando la notizia della morte di Druso si diffuse in Italia le popolazioni che vedevano così svanire ogni speranza di ottenere la cittadinanza romana decisero di ribellarsi. La prima rivolta scoppiò a Ascoli, dove il proconsole romano e il suo legato vennero uccisi, e presto dilagò fra i popoli vicini fino a interessare tutta l'Italia centro-meridionale.
Il senato rifiutò ogni trattativa se prima gli Italici non avessero deposto le armi ma i ribelli si erano consociati ed avevano allestito un esercito comune contro i quali marciarono i consoli Publio Rutilio Lupo e Lucio Giulio Cesare (Nota: Appiano scrive Sesto e non Lucio ma si tratta di un errore, Sesto Giulio Cesare fu console l'anno precedente).
Tra gli ufficiali romani che presero parte alla guerra sociale Appiano ricorda Pompeo (padre di Pompeo Magno), Quinto Cepione, Caio Perpenna, Caio Merio, Valerio Messala, Publio Lentulo, Titio Didio, Licino Crasso, Cornelio Silla, Marco Marcello.
Fra i comandanti italici della milizia comune vengono citati Tito Lafrenio, Caio Pontilio, Mario Egnazio, Quinto Pompedio, Caio Papio, Marco Lamponio, Caio Giudacilio, Erio Asinio, Vezzio Catone. Quest'ultimo assediò e conquistò Isernia che era rimasta fedele ai Romani, Mario Egnazio conquistò Venafro, Publio Presenteio sconfisse Perpenna uccidendo quattromila soldati romani; Perpenna fu sollevato dal comando e le sue milizie passarono a Caio Mario.
Marco Lamponio assediò Licinio Crasso a Grumento dopo avergli ucciso ottocento uomini.
Caio Papio prese Nola per tradimento e convinse duemila romani che vi si trovavano a passare dalla sua parte. Quindi Papio conquistò altre località togliendole ai Romani e reclutando diecimila soldati nelle città che gli si arrendevano.
Papio liberò Osinta figlio del re di Numidia Giugurta che era prigioniero a Venosa e se ne servì per spingere alla diserzione i Numidi che militavano nell'esercito consolare. Dopo questi successi, tuttavia, Papio fu sconfitto presso Acerra dalla cavalleria romana.
Il console Rutilio morì in uno scontro con Vezzio Catone, i cadaveri del console e di altri illustri caduti furono recuperati a Caio Mario ed ebbero onori funebri a Roma. Mario e Cepione ebbero il comando dell'armata di Rutilio per decreto del senato.
Quinto Pompedio, fingendo di voler passare ai Romani, attirò in un'imboscata Cepiomne che vi perse la vita.
Intanto il console Sesto Cesare fu sconfitto da Mario Egnazio e subì molte perdite. Con le milizie superstiti si accampò presso Acerra di fronte a Papio ma i due capi nemici, entrambi molto provati, non di diedero battaglia.
Combattendo insieme Silla e Mario sconfissero i Marsi uccidendone oltre seimila ma ciò non bastò a far desistere dalla guerra quelle bellicosissime genti. Pompeo fu assediato a Fermo da Lafrenio ma riuscì a liberarsi e passò a sua volta a assediare Ascoli. Qui giunse il comandante ascolano Giudacilio per tentare di difendere la città ma non fu sostenuto dai concittadini a causa dell'opposizione dei suoi avversari politici quindi, uccisi questi ultimi, scelse di morire insieme ad alcuni compagni prima di essere scongitto.
Nell'assedio di Ascoli fu ferito gravemente anche il console Lucio Cesare che cedette il comando a Gaio Bebio.
Per contenere il diffondersi della rivolta il senato decise di concedere la cittadinanza a quanti, come gli Etruschi, non si erano ribellati. Furono create con i nuovi cittadini dieci tribù che furono aggiunte alle trentacinque esistenti. In questo modo gli Italici non avevano possibilità di prevalere nelle votazioni ma questo fatto per il momento fu accettato e solo più tardi creò nuovi problemi.
I nuovi consoli furono Pompeo e Lucio Porcio Catone. Il primo intercettò un esercito nemico che valicava l'Appennino e ne fece strage, mentre il secondo cadde combattendo contro i Marsi.
Silla subì una sconfitta presso Pompei ad opera del comandante nemico Lucio Cluenzio, ma fu vincitore in una successiva battaglia alle porte di Nola dove Cluenzio venne ucciso insieme a trentamila dei suoi uomini. A determinare la disfatta di Cluenzio fu la defezione del contingente di Galli che militava nella sua armata.
Conquistate con la forza o prese per resa spontanea diverse città dell'Irpinia, Silla passò nelSannio dove vinse altre battaglie ed espugnò Bovano prima di tornare a Roma all'inizio dell'inverno per chiedere il consolato.
Mentre si svolgevano gli eventi della guerra sociale a Roma scoppiavano nuovi tumulti riguardanti le leggi contro l'usura che venivano sempre violate. Il pretore Aulo Sempronio Asellione che aveva rimesso la questione ai tribunali venne ucciso nel Foro mentre celebrava un sacrificio.
Alla guerra sociale seguì quella contro Mitridate il cui comando toccò in sorte a Silla ma Mario tramò per aggiudicarselo con l'aiuto del tribuno Publio Sulpicio Rufo.
Publio Sulpicio Rufo propose di ridistribuire le tribù italiche e di votare per l'assegnazione del comando, ne nacquero nuovi scontri in cui perse la vita Quinto Pompeo Rufo figlio del console Pompeo.
Silla si affrettò a raggiungere il suo esercito che si trovava a Capua e marciò verso Roma con sei legioni. Gli andò incontro Pompeo, suo collega nel consolato, offrendosi di aiutarlo mentre Mario e Sulpicio mandarono messaggeri per prendere tempo. Silla accettò di attendere che il senato si riunisse senza entrare in Roma ma, comn l'aiuto di Pompeo, circondò la città con le sue legioni.
Silla entrò in città e si scontrò con Mario e Sulpicio. Fu la prima battaglia vera e propria combattuta all'interno delle mura di Roma e Silla riuscì a far aggirare i nemici da una parte dei suoi soldati vincendo il combattimento.
Puniti immediatamente quanti fra i suoi uomini avevano cercato di darsi al saccheggio, Silla organizzò la guardia notturna e il mattino seguente convocò il popolo per annunciare una serie di provvedimenti con cui avrebbe ripristinato il potere dell'aristocrazia.
Furono esiliati dodici personaggi accusati di aver sobillato gli schiavi contro i consoli: Sulpicio, Mario, Mario il Giovane, Publio Cetego, Giunio Bruto, Gneo e Quinto Granio, Publio Albinovano, Marco Letorio e altri. Era concesso a chiunque ucciderli e infatti Sulpicio perse la vita. Con una fuga avventurosa mario riuscì ad arrivare in Africa dove qualche tempo dopo fu raggiunto dal figlio e da altri esuli.
A Roma Silla, rimandati i soldati a Capua, riprese le normali funzioni di console, rassicurato dalla protezione dell'esercito che gli era stato affidato per combattere Mitridate.
Per procurare analoga protezione all'altro console Quinto Pompeo fu decretato che assumesse il comando di un esercito precedentemente affidato a Gneo Pompeo Strabone ma questi provocò un'insurrezione dei soldati che uccisero il nuovo comandante.
Informato di questi avvenimenti, Silla si affrettò a recuperare il proprio esercito e a partire per l'Oriente mentre i nuovi consoli Cinna e Gneo Ottavio assumevano la carica. Cinna riprese la proposta di Mario di perequare il diritto di voto dei nuovi cittadini ma Ottavio, esponente della democrazia, si oppose e ne nacquero nuovi disordini.
Ottavio e i suoi uccisero molti avversari e Cinna, preoccupato, lasciò Roma per fare propaganda nelle città che avevano recentemente ottenuto la cittadinanza (Tivoli, Preneste e altre) cercando aiuti contro Ottavio. Questa azione fornì al senato le ragioni per accusarlo di comportamento sedizioso, destituirlo dal consolato e privarlo della cittadinanza. Ma Cinna proseguì la sua campagna presso le "città sociali" mentre Ottavio e il nuovo console Lucio Merula preparavano la difesa di Roma in caso di attacco e richiamavano il proconsole Gneo Pompeo che comandava le milizie stanziate lungo l'Adriatico.
A queste notizie Mario rientrò in Italia con i suoi seguaci e si riunì a Cinna per circondare Roma. Gli assedianti divisero le proprie forze in tre corpi comandati da Mario, Cinna e Sertorio, bloccarono i rifornimenti che potevano giungere dal Tevereo dal Nord e conquistarono Anzio, Ariccia, Lanuvio e altre città nei dintorni.
Promettendo la libertà Cinna e Mario attirarono nelle loro file migliaia di schiavi mentre tutti i cittadini liberi di idee popolari uscivano dalle mura per unirsi agli assedianti. In breve il senato fu costretto a trattare e infine lasciò entrare i fuoriusciti in città. Fra i primi atti di Mario e Cinna fu l'uccisione del console Ottavio che fu pubblicamente decapitato dal loro incaricato Censorino. A questa prima esecuzione ne seguirono molte altre. Cavalieri e senatori dell'opposizione venivano trucidati, le loro teste venivano mozzate e esposte. Fra queste vittime Appiano cita Caio Giulio e Lucio Giulio, Attilio Serrano, Publio Lentulo, Marco Antonio e altri. Contro Lucio Merula e Lutazio Catulo si intentarono processi ma costoro si uccisero senza attendere la prevedibile sentenza.
L'anno successivo ebbero il consolato Cinna e Mario ma questi morì a sua volte e fu sostituito da Valerio Flacco. Anche Flacco fu ucciso e fu sostituito da Carbone.
Intanto Silla dopo tre anni di guerra aveva recuperato tutti i territori invasi da Mitridate e aveva respinto il nemico nel suo paese. Ora stava tornando in Italia con molte navi, molto denaro ed un esercito forte e fidelizzato. Preoccupati, Cinna e Carbone prepararono le difese nonostante il senato avesse loro ordinato di non fare leve contro Silla.
Mentre i consoli si portavano in Liburnia per fronteggiare Sillai loro soldati si ribellarono e uccisero Cinna.
Alla morte di Cinna, Silla interruppe le trattative in corso con il senato e mosse verso Roma. Dopo il suo sbarco a Brindisi si unirono a lui Cecilio Metello Pio con le milizia che aveva comandato nella guerra sociale e Gneo Pompeo (il futuro Pompeo Magno) che aveva raccolto una legione nel Piceno e presto ne procurò altre due.
Silla ebbe in grande considerazione il giovane Pompeo al quale affidò la guerra contro Carbone, il compito di restaurare il trono di Jempsale destituito re dei Numidi e ancora le missioni contro Sertorio e contro Mitridate.
Anche Cetego, già sostenitore di Mario, si presentò a Silla per unirsi a lui. Contro Silla e i suoi alleati mossero i nuovi consoli Gaio Norbano e Lucio Scipione ed ebbe inizio una guerra civile che provocò decine di migliaia di morti e terminò soltanto quando Silla fu padrone assoluto dei destini di Roma.
La prima battaglia importante di questa guerra si concluse con la vittoria di Silla su Norbano presso Capua. Dopo questo evento il console Scipione tentò di trattare la pace ma fu abbandonato dal suo esercito che passò in massa a Silla.
L'anno successivo (82 a.C.) ebbero il consolato Gneo Papirio Carbone e Mario il Giovane. Carbone subì una sconfitta ad opera di Metello e quando seppe che Mario era stato battuto presso Preneste si ritirò a Rimini.
Mentre Metello sconfiggeva ancora Carbone, Silla affidava a Lucrezio Ofella l'assedio di Preneste dove Mario si era rifugiato con i suoi uomini superstitie si portò a Roma dove trovò che tutti i suoi avversari erano già fuggiti. Egli prese quindi possesso della città, tuttavia la guerra continuò in vari luoghi dell'Italia contro gli eserciti consolario.
Dopo altri combattimenti Norbano, ormai privo di esercito a causa delle perdite e delle defezioni, fuggì a Rodi e qui, quando seppe che Silla richiedeva la sua consegna, si uccise. Anche Carbone scelse la fuga e riparò in Africa.
Il capo sannita Ponzio Telesino ed altri alleati del partito mariano che erano accorsi per liberare Preneste dall'assedio tentarono l'audace impresa di attaccare direttamente Roma ma furono raggiunti da Silla che ne fece strage.
A questo punto gli abitanti di Preneste si arresero agli assedianti e Mario il Giovane si uccise e Lucrezio ne mandò la testa a Silla che la espose a Roma nel foro. Quando Silla giunse a Preneste fece uccidere gran parte degli abitanti che Lucrezio aveva risparmiato.
Fu conquistata anche la città di Norba ma molti abitanti scelsero di suicidarsi dopo aver incendiato gli edifici così che ben poco rimase per il saccheggio.
Pompeo fu inviato in Africa e in Sicilia contro Carbone e Silla iniziò le sue proscrizioni condannando, per iniziare, quarante senatori e milleseicento cavalieri. Stabilendo taglie sui proscritti e accogliendo delazioni, Silla sparse il terrore. La sua strage colpi anche molte città che avevano aiutato i suoi avversari, furono sottoposte a pesanti tributi e molti videro le loro mura e cittadelle spianate dai Romani.
Pompeo catturò Carbone e i suoi seguaci, li uccise tutti e mandò a Silla la testa dell'ex console. Silla mandò Metello in Africa per combattere Sertorio e si occupò personalmente di governare Roma dove le proscrizioni e il terrore avevano tacitato tutti i suoi avversari, anzi il senato gli tributò una statua dorate e molte vergognose adulazioni.
Per legittimare il suo potere Silla fece in modo di essere nominato dittatore a vita con il pretesto della necessità di un uomo forte in grado di pacificare Roma e la Penisola. Per la prima volta un dittatore veniva eletto a tempo indeterminato, si trattava di una monarchia di fatto.

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