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NICETA CONIATA

STORIA



Sintesi Parziale


Prefazione Nella breve prefazione l'autore elogia l'utilità della storia che rende partecipi dell'immortalità coloro dei quali si racconta. Ha presente che la principale dote dello storico è la chiarezza e ne terrà conto scrivendo delle vicende avvenute nella sua epoca a partire dal regno di Giovanni II Comneno.

Libro I dell'impero di Giovanni II Comneno - Capitolo I
L'imperatore Alessio Comneno ebbe tre figli e quattro figlie. Il figlio più grande fu Giovanni, la figlia maggiore Anna che sposò Niceforo Briennio. Prediletto dal padre, Giovanni fu presto designato suo successore, ma sua madre Irene, che preferiva la figlia Anna, tentò a lungo di screditare Giovanni agli occhi del marito mentre lodava le doti del genero Niceforo. Alessio, che raramente palesava il proprio pensiero, a volte escludeva di poter scegliere il genero ma spesso lasciava la questione in sospeso per evitare di discutere con la moglie.
Quando Alessio fu prossimo alla morte, Giovanni che conosceva la volontà di sua madre, avvicinandosi al letto dell'imperatore gli prese l'anello (dicendo poi che il padre glielo aveva dato di sua volontà). Alessio era ancora vivo e Giovanni cavalcava verso la reggia acclamato imperatore dai suoi sostenitori. Irene tentò di spingere Niceforo ad agire in qualche modo per prendere il trono, non riuscendoci fece un estremo tentativo con il marito agonizzante.
Alessio morì dopo trentasette anni di regno. Giovanni non volle organizzare le esequie paterne, compito che delegò ai parenti, perché fino a che il suo potere non fosse ufficialmente riconosciuto, non intendeva uscire dalla reggia che aveva occupato. Solo dopo diversi giorni permise che si entrasse e si uscisse dall'edificio della reggia e, sentendosi ormai al sicuro, iniziò ad occuparsi del governo. Era molto legato al fratello Isacco e lo volle al suo fianco confermando tutti i privilegi che aveva sotto Alessio.
Affidò l'amministrazione delle cose pubbliche a Giovanni Comneno e Gregorio Taranita ma presto rimosse il primo dall'incarico perché superbo e arrogante e lo sostituì con Gregorio Camatero. Ma la persona più importante della corte era Giovanni Axuch. Costui era stato catturato durante la conquista di Nicea in Bitinia quando era ancora bambino e, donato a Alessio, era cresciuto insieme a Alessio come compagno di giochi. Aveva grandi doti e capacità e Giovanni lo elevò ai ruoli più alti del suo governo.
I parenti di Giovanni congiurarono per ucciderlo e nominare imperatore Briennio ma questi non seppe guidare la congiura che fu abbandonata prima di compiere qualsiasi azione. Quando furono scoperti i congiurati furono puniti soltanto con la confisca dei beni.
Giovanni II avrebbe voluto donare a Axuch quelli della sorella che era stata tra i capi della congiura ma l'amico lo convinse a mostrarsi clemente e generoso restituendo tutto a Anna.
Dopo questi eventi, l'imperatore combattè contro i Persiani che in violazione degli accordi presi con suo padre attaccavano città dell'impero e dopo aver riportato alcune vittorie prese Laodicea e la fece fortificare. Dopo una breve sosta a Costantinopoli riprese i combattimenti contro i barbari per impedire scorrerie. Conquistò Sozopoli città della Pamfilia attraendo fuori i difensori con uno stratagemma.
Nel quarto anno del regno di Giovanni, gli Sciti passarono il Danubio e saccheggiarono la Tracia. Giovanni riunì l'esercito ma prima di combattere tentò di trattare tramite ambasciatori nella speranza che almeno una parte delle tribù che costituivano l'orda nemica deponesse le armi. Invitandoli a banchetto e offrendo loro dei doni lusingò diversi capi sciti che presero a cotivare grandi speranze ma quando lo ritenne più opportuno schierò l'esercito fuori la città di Beroe e attaccò battaglia.
Il primo scontro fu violentissimo, poi gli Sciti disposero in cerchio tutti i loro carri carichi di bagagli e li usarono come riparo. Rientrando nel cerchio di carri durante i combattimenti avevano modo di riprendere fiato come in un forte.
Giovanni prese personalmente il comando di una schiera di soldati armati pesantemente con cui sferrò un formidabile attacco tanto da sbloccare la situazione sfavorevole che si era creata. I nemici furono posti in fuga, molti uccisi, molti fatti prigionieri e poi venduti come schiavi.

Capitolo II
Giovanni sconfisse anche i Triballi che si erano ribellati e ne deportò molti nella provincia di Nicomedia dove assegnò loro terreni da coltivare. Accordò il diritto alla porpora e i calzari purpurei al primogenito Alessio, il titolo di Augusto anche ai suoi fratelli Andronico e Isacco mentre il figlio minore Manuele ebbe la dignità di sebastocratore.
Sognò che Alessio montava un leone tenendolo per le orecchie: l'interpretazione fu che il ragazzo avrebbe avuto soltanto il titolo di imperatore, infatti poco dopo Alessio morì.
Gli Ungari superarono il Danubio devastando Branizoba e Danzica. Sostenevano che gli abitanti di qulle città avevano derubnato e maltrattato iloro mercanti ma secondo Niceta la vera ragione era nella buona accoglienza che Alonuzen (o Almuzen), fratello e rivale del re degli Ungari Stefano, aveva ricevuto dall'imperatore.
Giovanni intervenne respingendo gli Ungari fuori dell'impero quindi entrò nel loro paese e occupò vasti territori fra il Danubio e la Sava.
Con questa ed altre battaglie, Giovanni indusse alla pace gli Ungari ed altri popoli loro vicini, quindi strinse amicizia con le città marittime italiane per agevolare i commerci e rendere sicuri i confini occidentali. Volgendosi a Orienta attraversò la Bitinia e la Paflagonia per raggiungere Castamone che era occupata dai Persiani, la assediò e ne prese possesso. Rientrando a Costantinopoli volle celebrare il trionfo, perciò fece costruire un carro d'argento ornato di genne.
Per il giorno della supplicazione la città fu adornata con tappeti e immagini di Cristo e dei santi. L'imperatore condusse una grande processione alla chiesa di Santa Sofia poi alla reggia. I soldati ebbero modo di riposare nelle loro case prima di ripartire per Castamone che era stata conquistata da Tanismanio signore della Cappadocia.
Quando l'esercito bizantino giunse a Castamone, Tanismanio era morto e al governo era un certo Mocumeto avversario di Masuto governatore di Iconio. Nonostante l'alleanza che Mocumeto strinse con il suo rivale, l'imperatore conquistò rapidamente la città e passò ad assediare anche Granga, città del Ponto, per toglierla ai Persiani. Costrinse alla resa gli abitanti di Granga sottoponendo le loro case a un fitto tiro di catapulte, quindi tornò a Costantinopoli. Presto i Persiani ripresero Granga ma nel frattempo l'imperatore aveva attaccato l'Armenia il cui re Lebuna si era impadronito di territori dell'impero.
I Romani assediarono in Armenia un castello munitissimo detto Baca. Qui Niceta racconta l'episodio di un armeno di nome Costantino, molto forte e arrogante, che insultava dagli spalti Giovanni e la sua famiglia e che fu sfidato a duello e battuto da un macedone di nome Eustrazio.
All'impresa di Baca seguì il difficile assedio di Anabarza che si arrese dopo ostinata resistenza, quindi l'imperatore passò in Celesiria e fu onorevolmente accolto in Antiochia dal principe Raimondo.
Continua la narrazione delle gesta di Giovanni che procedendo lungo l'Eufrate riconquistò diverse città e castelli già appartenuti all'imperp e successivamente occupati da Persianio o Saraceni. Occorre notare che questi brani relativi agli assedi sono piuttosto ripetitivi nel presentare lo schema di eventi attacco-resistenza-resa degli assediati e in sintesi indicano che la spedizione di Giovanni servì al recupero parziale dell'Asia Minore. La spedizione fu interrotta quando l'imperatore fu informato che i Persiani avevano posto sotto assedio Edessa. Giovanni decise di intervenire e tornò indietro ripassando da Antiochia.


Capitolo III
Isacco Comneno, che era in esilio fuori dalle province imperiali, tornò a Costantinopoli dove fu ricevuto calorosamente dal fratello, l'imperatore Giovanni che aveva perdonato le passate offese.
Giovanni si trattenne per poco tempo a Costantinopoli quindi ripartì con l'esercito per continuare a combattere contro Persiani e Saraceni con alterni risultati. Lu sue truppe erano in guerra continuamente da tre anni e spesso avevano sofferto per la carenza di viveri e il cattivo tempo, protestavano di tanto in tanto contro la durata delle spedizioni dell'imperatore.
Durante queste imprese, Giovanni figlio di Isacco che militava con l'esercito dello zio, disertò e passò ai Persiani che furono lieti di accoglierlo. Qualche tempo dopo, abiurando la fede cristiana, sposò una persiana di Iconio e rivelò ai Persiani quanto sapeva sulle condizioni dell'esercito bizantino mettendo così GIovanni III in grande difficoltà e costringendolo a retrocedere.
Trascorse un altro anno con le solite spedizioni militari, nell'anno successivo l'imperatore si portò in Frigia, ancora per recuperare territori occupati dai Turchi. Giunto alla palude Pisgusa trovò che le molte piccole isole che vi si trovavano erano fortificate e abitate da cristiani i quali erano in ottimi rapporti con i Turchi di Iconio dei quali avevano in molti casi anche adottato i costumi.
Questi cristiani erano apertamente ostili all'impero e rifiutavano di osservarne le leggi. Giovanni II intimò loro di lasciare quelle iosole, che erano di proprietà imperiale, e poiché quelli non accettarono li scacciò con la forza non senza subire perdite consistenti.
In quel tempo morirono a breve distanza i primio due figli dell'imperatore, Alessio e Andronico, uccisi da una febbre perniciosa. Nonostante il dolore per la perdita Giovanni continuò la sua campagna senza tornare a Costantinopoli ma andando in Isauria accompagnato dal figlio minore Manuele.
Il desiderio recondito di Giovanni II era l'annessione all'impero di Antiochia e del suo territorio, prese quindi contatti con gli Italiani che governavano la città sperando di poter avviare trattative ma le risposte non furono incoraggianti. Giovanni evitò di agire militarmente per non combattere contro dei cristiani ma lasciò che i suoi soldati saccheggiassero i sobborghi presso il suo campo. Presa questa vendetta per il rifiuto ricevuto abbandonò i suoi progetti su Antiochia e mosse verso la Cilicia ma durante la marcia, in un incidente di caccia, rimase avvelenato dalle sue stesse frecce e nei giorni successivi mostrò ai medici il braccio ferito sempre più gonfio ed infiammato. Inutile ogni farmaco i medici conclusero che il braccio doveva essere amputato ma Giovanni rifiutò l'operazione.

Capitolo IV
Il giorno di pasqua l'imperatore ricevette l'eucarestia e concesse molte udienze rimanendo nel suo letto di infermo. La notte la valle in cui si trovava l'accampamento fu inondata dalla pioggia che trascinò anche il letto di Giovanni. Sapendo di essere prossimo alla fine, Giovanni chiamò intorno a se parenti, amici e cortigiani e tenne loro un discorso ricordando le proprie imprese, quindi annunciò di aver scelto come successore il figlio Manuele preferendolo a Isacco benché questi fosse più grande di età. L'imperatore spiegò che Isacco, pur avendo ottime qualità, era troppo facile all'ira per essere adatto a governare. Il consiglio, e in seguito le legioni, salutarono in Manuele il nuovo imperatore, il padre gli consegnò la corona e il manto imperiali e Manuele fece il suo giuramento sulla Bibbia.
Giovanni morì dopo alcuni giorni, aveva regnato ventiquattro anni e otto mesi. In chiusura della biografia di Giovanni II Comneno, Niceta Coniata ne tesse le lodi esaltando le sue qualità di moderazione, disciplina, onestà e soprattutto il non aver mai comminato condanne a morte contro i sudditi.

Libro I di Manuele Comneno Imperatore - Capitolo I
Il primo atto di Manuele come imperatore fu l'ordine di arrestare il fratello Isacco per evitare che gli contendesse il titolo. Se ne occupò Giovanni Axuch che dopo aver rinchiuso Isacco in monastero consegnò al clero una lettera del nuovo imperatore con la promessa di un consistente donativo.
Così preceduto da Axuch a Costantinopoli, Manuele si occupò delle esequie del padre quindi lasciò la Cilicia e traversò la Frigia. Durante il viaggio Andronico Comneno cugino di Giovanni e Teodoro Dasiote furono catturati dai Persiani e consegnati a Masuto principe di Iconio, ma per l'urgenza di giungere a Costantinopoli Manuele non si occupò della loro liberazione che comunque avvenne più tardi senza riscatto.
Manuele era molto alto e di bell'aspetto. Quando fece il suo ingresso in città fu accolto lietamente dal popolo. Scese da cavallo e sulla porta della reggia il cavallo nitrì, percosse il suolo ed oltrepassò l'entrata con atteggiamento fiero. L'evento fu giudicato di ottimo augurio per il regno di Manuele e per la durata della sua vita.
Essendo morto Leone Styppes patriarca di Costantinopoli, Manuele nominò al suo posto Michele II Curcuas, monaco di grande cultura che fu eletto con ampio consenso del clero. Una volta confermato il suo ruolo di imperatore, Manuele liberò il fratello Isacco. Il nuovo imperatore riprese le campagne del padre prima contro i Persiani poi contro Raimondo principe di Antiochia per riconquistare i castelli che questi aveva occupato dopo la morte di Giovanni, ed ancora contro i Persiani in Tracia e in Frigia. Sconfisse il cugino ribelle Giovanni Comneno assediandolo in Iconio.
Tornato a Costantinopoli sposò una principessa tedesca (Berta di Sulzbach), giovane virtuosa che si comportava e si vestiva sempre con grande modestia, tuttavia Manuele non amò la moglie e le fu spesso infedele, anche con una nipote. La sua lussuria comunque non lo distolse dai suoi doveri.
Scese i suoi principali funzionari tra uomini molto colti come Giovanni Puzeno, Giovanni Agioreodorite, Teodoro Stippiota. Giovanni Puzeno, tesoriere imperiale, era integerrimo, inflessibile nell'esigere i tributi ed espertissimo nelle cose di governo, ma secondo Niceta era in realtà un crudele ladrone, un usuraio inumano, un grande opportunista che spesso ingannava l'imperatore con informazioni non veritiere.
Sotto Manuele, tuttavia, perse molto del potere che aveva avuto sotto Giovanni II perché i consiglieri del nuovo imperatore erano più numerosi e limitarono la sua autonomia, fu così costretto ad adeguarsi alla situazione.
Giovanni Agioteodorite era invece uno stimato consigliere ma entrò in contrasto con il collega Teodano Stipiote il quale approfittò di una contesa nata in Grecia tra due nobili, Michele Paleologo e Giuseppe Balsameno, per fare in modo che Agioteodorite fosse inviato nel Peloponneso. Assente il rivale, Teodoro se ne aggiudicò la carica e tutti i privilegi riducendolo in miseria, divenne quindi il consigliere preferito dell'imperatore mettendo a frutto le sue grandi capacità.

Capitolo II Inizialmente Manuele si mostrò generoso e affabile, era amato ed apprezzato ed una grande folla era sempre alla sua porta per godere della sua liberalità. Con l'andare del tempo tuttavia si fece superbo e prese a trattare come servi i suoi collaboratori. Divenne anche avaro fino ad annullare donazioni già concesse ma su questo aspetto Niceta gli concede il beneficio del dubbio perché forse le restrizioni furono necessarie per affrontare le enormi spese dello stato.
Giunse da occidente una "nube di nemici" tedeschi e di altre nazioni all'assalto dei confini imperiali. Fra loro militavano anche molte donne che vestivano e cavalcavano come uomini. Tramite ambasciatori chiesero a Manuele di poter attraversare senza arrecare danni il territorio dell'impero e di poter acquistare vettovaglie e cibo per i cavalli. Intendevano recarsi in Terra Santa per difendere il Santo Sepolcro. L'imperatore concesse quanto richieso ma per prudenza spiegò la situazione al senato, ai magistrati e all'esercito, quindi allestì delle difese, fece restaurare le fortificazioni, migliorò gli armamenti, stimolò i soldati con donativi in denaro. Ordinò a una parte dell'esercito di scortare gli stranieri e di intervenire se degli sbandati tentavano di compiere rapine, ma senza trattarli da nemici.
I Crociati avanzarono senza incidenti fino a Filippopoli, qui il loro re Corrado (Corrado III di Svevia) si intrattenne amichevolmente con il vescovo Michele ma al momento di ripartire nacque una lite tra i soldati e la popolazione che non degenero solo grazie all'intervento del vescovo che riuscì a placare gli animi.
A Adrianopoli fu ucciso un parente di re Corrado che ordinò di punire il delitto al nipote Federico. Questi iniziò una strage ma un certo Prusuco, bizantino, lo convinse a desistere. Proseguendo tranquillamente i "Germani" giunseo nel territorio dei Cherobachi dove il loro accampamento fu travolto durante la notte dall'improvvisa piena di un fiume che provocò la morte di molte persone e di molti cavalli e la perdita di gran parte dei bagagli.
Nei pressi della città imperiale i Germani superarono il Bosforo ed entrarono in Anatolia seguiti a breve distanza dai crociati francesci. Qui subirono varie imboscate, inoltre la popolazione procurò loro ogni sorta di difficoltà nell'acquisto dei viveri, aumentando i prezzi e frodandoli senza ritegno. L'imperatore, dice Niceta, escogitò ogni sorta di male contro di loro per fornire un perpetuo esempio a chi voglia molestare i Romani.
Manuele scrisse ai Turchi incitandoli ad attaccare i crociati. I Turchi vinsero uno scontro presso Bati, quindi presidiarono il fiume Meandro, di per se molto difficile da traversare per impedire il passaggio dei Latini.

Capitolo III
Il re Corrado ordinò al suo esercito di schierarsi lungo il fiume all'alba, quindi pronunciò un discorso per esortare i soldati a combattere coraggiosamente. Rammentò loro la santità della loro impresa e il premio celeste che attendeva i caduti, quindi ordinò di attraversare il fiume procedendo stretti gli uni agli altri in modo da resistere alla veemenza delle acque.
Avanzando in massa i crociati travolsero i musulmani schierati sull'altra riva che non riuscirono a resistere al loro impeto e furono massacrati mentre pochi furono i Germani caduti.

Libro II di Manuele Comneno Imperatore - Capitolo I
Gli Italiani occuparono la Celesiria. Ruggero re di Sicilia occupò Corcira (Corfù) senza combattere perché gli isolani si arresero pur di liberarsi di un intollerabile esattore bizantino. Tentò quindi di conqyuuistare Manembasia ma fu respinto dalla resistenza degli abitanti. Evitato il pericoloso Capo Malea, Ruggero passò a saccheggiare l'Acarnania e l'Etolia. Attaccò la Beozia ed occupò Tebe depredando la popolazione e requisendo denaro e preziosi che riuscì a trovare, ripartì portando con se prigionieri i cittadini più nobili e le matrone più belle.
Giunto a Corinto attaccò la rocca, detta Acrocorinto, dove i cittadini si erano rifugiati con i loro averi e la espugnò facilmente grazie all'inettitudine del comandante della guarnigione bizantina Niceforo Calupa. Anche da Corinto i Siciliani ripartirono con molti prigionieri e con un ricco bottino che comprendeva un'immagine di San Teodoro ritenuta miracolosa.
Manuele armò una flotta di oltre mille navi e preparò un grosso esercito per liberare Corcira. Fra i comandanti erano lo stesso imperatore, suo cognato Stefano Contostefano e il fidato Giovanni Axuch. La città di Corcira era dotata di fortissime mura che la rendevano inespugnabile. I colpi delle macchine da assedio bizantine risoltavano poco efficaci dovendo colpire troppo in alto mentre gli assediati, scagliando pietre e frecce verso il basso, erano facilitati ed uccisero molti nemici. Fra gli altri perse la vita il comandante Contostefano.
Il patriarca di Costantinopoli Michele, che era stato un monaco, si pentì di aver lasciato la quiete del monastero e rinunciò al patriarcato (1146). Prese il suo posto l'ateniese Cosma, uomo di grande cultura sempre dedito alla beneficenza e molto amato dai fedeli. Isacco Comneno, fratello di Maniele I, venerava il nuovo patriarca e si atteneva in tutto e per tutto ai suoi precetti. I rivali di Cosma lo calunniavano e convinsero l'imperatore che il patriarca spronava Isacco a contendergli il potere.
Manuele decise di deporre Cosma e lo accusò davanti a un sinodo di simpatizzare per l'eretico Niphon. Cosma venne deposto e pieno di indignazione maledisse l'imperatrice augurandole di non avere mai figli maschi. Stefano Contostefano, fratello dell'imperatrice, si scagliò contro Cosma e, sebbene si trattenesse dal colpirlo, il suo gesto stupì i presenti che lo deplorarono come atto sacrilego. Da parte sua Cosma, senza scomporsi, pronunciò una predizione sulla morte di Contostefano, predizione che si verificò sotto le mura di Costantinopoli.
Per espugnare la città di Corcira, l'imperatore concepiì un'enorme scala la cui altezza superava quella delle mura, ma durante l'attacco la scala crollò uccidendo quasi tutti i soldati che vi erano saliti. Si salvò, soprendentemente, il soldato salito per primo che era saltato sugli spalti al momento del disastro.

Capitolo II
Prima della morte di Contostefano era nata forte discordia tra i marinai romani e i veneti. Il comandante, dopo aver tentato inutilmente una composizione pacifica, fece intervenire la sua guardia che mise in fuga i Veneti. Questi, per rappresaglia, riuscirono a introdursi nella nave dell'imperatore e a compiere atti di vandalismo, inoltre facendo indossare abiti dell'imperatore a un soldato etiope inscenarono una farsa molto offensiva. Manuele, per non aggravare la situazione, finse di tollerare le offese dei Veneti rimandando la vendetta a tempi più opportuni.
Manuele continuò l'assedio di Corcira ma per quanti sforzi facesse gli assediati continuavano a resistere, infine però furono indotti ad arrendersi dal pericolo di rimanere senza provviste. Dopo aver proferito qualche minaccia e qualche rampogna di circostanza, Manuele - che desiderava concludere al più presto l'impresa - fu ben lieto di accogliere la resa dei nemici, lasciò partire quanti lo volevano con tutti i loro averi e non cacciò chi scelse di restare.
Presa Corcira, Manuele intendeva portare la guerra in Sicilia ma per deu volte le tempeste arrecarono gravi danni alla sua flotta e l'imperatore, considerando l'evento come presagio infausto, rinunciò alla Sicilia e si rivolse contro la Serbia che si era ribellata.