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Lucio Salvio Otone Cocceiano



Figlio di Vespasiano e di Flavia Domitilla, nato nel 51, fu imperatore romano dall'81 d.C. (l'ultimo dei Flavi), succedendo al fratello Tito.
I suoi generali ottennero successi in Britannia, Germania e Pannonia, ma il suo assolutismo gli procurò l'odio di tutti, tanto che fu ucciso in una congiura alla quale partecipò anche sua moglie Domizia Longina (96 d.C.)

Prima dell'impero
Svetonio fornisce brevi cenni sui primi anni di Domiziano che nacque a Roma nella contrada detta del Melograno dove da imperatore fece costruire il Tempio della Gens Flavia. Correvano sul suo conto sordide voci sulla sua pederastia durante l'adolescenza. Dimostrò fin da giovane di essere violento e libidinoso. Commise molti adulteri ed infine (nel 70 d.C.) portò via Domizia Longina al marito Elio Lamia e la sposò.

Nel 69 d.C. si trovò coinvolto nella lotta tra i seguaci di Vitellio e quelli di suo padre Vespasiano che era stato proclamato imperatore dalla legioni in oriente e stava rientrando a Roma per prendere il potere. I vitelliani incendiarono il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio dove Flavio Sabino fratello di Vespasiano e Domiziano si erano rifugiati. Sabino venne catturato e ucciso mentre Domiziano riuscì a mettersi in salvo con l'aiuto di un liberto. Vitellio venne eliminato da Antonio Primo che arrivò a Roma al comando di un esercito di Vespasiano e quando quest'ultimo arrivò a sua volta in città e fu salutato imperatore dal senato. Domiziano ebbe la pretura e insieme a Muciano propose di cassare tutti i processi e le liti relativi ai regni di Nerone, Otone e Vitellio e il senato approvò la proposta.
Muciano e Domiziano si portarono in Gallia per preparare una campagna contro Civile che capeggiava una rivolta in Germania ma quando ricevettero la notizia che Petilio Ceriale aveva già sconfitto i ribelli abbandonarono l'impresa con grande delusione di Domiziano che avrebbe voluto sfruttare l'occasione per mettersi in vista come comandante militare.
Nonostante la sua ambizione di potere, quando Vespasiano giunto a Roma associò Tito all'impero Domiziano fu costretto a ritirarsi dalla politica e si dedicò agli studi e alla poesia. Vespasiano si preoccupò comunque di curare l'immagine pubblica del figlio minore, potenziale successore di Tito, e gli fece avere sei consolati (di cui solo uno effettivamente esercitato) e la partecipazione ai collegi sacerdotali.

Domiziano imperatore
Le fonti antiche, in generale vicine all'aristocrazia senatoria, forniscono di Domiziano il ritratto quanto mai negativo di un tiranno estremamente crudele e vanitoso privo di qualità umane e di capacità politiche e militari. Questi ritratti, proprio per le loro tinte troppo forti, appaiono esagerati. Senza voler tentare una riabilitazione di Domiziano come se ne sono espresse nel caso di Nerone, è opportuno leggere i fatti di cui siamo a conoscenza con un occhio più critico e meno di parte di quanto non fecero Svetonio, Dione Cassio o Plinio il Giovane. Ad esempio il provvedimento riguardante l'agricoltura che le fonti presentano come un capriccio insensato aveva certamente un senso rispetto all'economia generale dell'impero: furono emanate disposizioni per ridurre la coltivazione della vite a vantaggio di quella dei cereali. E' chiaro che si trattava di riequilibrare una situazione di mercato non favorevole e di assicurare una maggiore copertura di viveri in caso di carestia; inoltre, poiché il provvedimento era più severo verso le province, evidentemente si volevano favorire i coltivatori italiani rendendo il loro prodotto più agevolmente disponibile. Del resto non si deve pensare che questo tipo di disposizioni fossero concepite ed emanate personalmente dall'imperatore ma erano certamente concertate con i consiglieri e con i senatori più competenti rispetto all'area trattata.
Evidentemente diversi sono i casi di abuso di potere commessi da Domiziano nel punire i tifosi degli avversari dei suoi atleti preferiti o gli autori di componimenti satirici poco rispettosi. La storiografia antica ne riporta numerosi esempi e secondo Dione Cassio Domiziano arrivò a proibire che si serbasse memoria del numero e dei nomi delle vittime delle sue persecuzioni.
Nella carica di pontefice massimo che ricoprì come i precedenti imperatori, Domiziano presiedette processi contro vestali accusate di aver violato il voto di castità. Le imputate erano due sorelle entrambe di nome Oculata, una terza di nome Varronilla e la vestale maggiore Cornelia. Tutte furono condannate a morte, alle prime tre fu concesso di scegliere il modo in cui morire e i loro amanti furono esiliati (83 d.C.) mentre Cornelia, che era già stata processata ed assolta in precedenza, fu murata viva, il suo presunto amante fu frustato a morte (91). Nella vicenda di Cornelia fu implicato anche un pretore ed avvocato di nome Valerio Liciniano che aveva nascosto una liberta della vestale nella sua villa. Si salvò confessando crimini non commessi, confessione che Domiziano gradì tanto da limitarsi a comminare l'esilio anziché la condanna a morte.
Ancora come pontefice massimo curò la ricostruzione del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio che era stato semidistrutto dall'incendio provocato dai seguaci di Vitellio durante la guerra civile.

Le campagne in Dacia
Nell'86, comandati dal loro re Decebalo, i Daci invasero la provincia della Mesia sconfiggendo la legione romana e uccidendo il governatore Gaio Oppio Sabino. Domiziano si portò personalmente in Mesia dove allestì un esercito radunando legioni delle province vicine. La presenza dell'esercito romano indusse i Daci a più miti consigli e Decebalo inviò ambasciatori con proposte di pace ma Domiziano riufiutò di trattare e tornò a Roma affidando il comando della campagna al prefetto del pretorio Cornelio Fusco.
Fusco penetrò nel territorio di Decebalo ma dopo alcuni scontri venne sconfitto e perse la vita mentre il suo esercito subiva gravi perdite. Dopo questa disfatta Domiziano decise di compiere una nuova spedizione e iniziarono grandi preparativi che durarono un anno, quindi il generale Tettio Giuliano alla testa del grande esercito riorganizzato passò il Danubio e penetrò a sua volta in Dacia attraverso le cosiddette Porte di Ferro (una gola attraversata dal Danubio al confine fra le attuali Serbia e Romania) e raggiunse la capitale Sarmizegetusa Regia dopo aver sconfitto il nemico nella battaglia di Tapae. Decebalo chiese di nuovo la pace, pronto ad accettare condizioni sfavorevoli purché dignitose ma ancora una volta Domiziano rifiutò e l'esercito romano fu inviato sul Danubio per attaccare Quadi e Marcomanni che non avevano voluto combattere contro i Daci. I Romani furono sconfitti e costretti a riaprire le trattative con Decebalo che si conclusero con un esito sostanzialmente sfavorevole.

Politica interna
La politica interna di Domiziano è descritta dalle fonti prevalentemente in relazione al suo primo periodo come imperatore, quello in cui si mostrò corretto e rispettoso delle leggi, mentre per il resto dei suoi anni sono narrati quasi esclusivamente stravaganze,episodi di violenza e condanne.
Svetonio fornisce in sintesi l'indicazione dei suoi provvedimenti più importanti: proibizione di castrare gli schiavi, decreti a favore dell'agricoltura, incarichi ai suoi liberti, aumento della paga dei soldati. Attività forense contro la corruzione dei giudici. Editti moralizzanti. Condusse una sanatoria in materia fiscale, condonò molti debiti verso lo Stato e punì severamente i delatori.
Poiché le paghe dei soldati non venivano aumentate da molto tempo questa disposizione fruttò a Domiziano, ovviamente, il favore dei militari che furono i soli a rimpiangerlo. Plinio il Giovane, nel Panegirico a Traiano, parla infatti delle pressioni che le coorti pretoriane esercitatono su Nerva per costringerlo a punire gli uccisori di Domiziano.

Le persecuzioni
Le condanne a morte e gli atti di crudeltà di Domiziano sono materia per dettagliati racconti delle fonti antiche, fra questi Svetonio (Vita di Domiziano, X e XI) afferma che gradualmente Domiziano divenne più crudele, fece uccidere molte persone, fra questi Civica Ceriale, Acilio Glabrione e Salvidieno Orfito. Elio Lamia fu messo a morte dopo che Domiziano gli ebbe portato via la moglie.
Salvio Cocceiano per aver celebrato l'anniversario di suo zio Otone, Mettio Pompusiano perché si diceva che un oroscopo gli pronosticava l'impero e dava segni di vanità, Sallustio Lucullo per aver dato il proprio nome ad un particolare tipo di lancia di sua invenzione, e molti altri. Fra le sue vittime fu anche il cugino Tito Flavio Sabino solo perché un araldo lo aveva per errore chiamato imperatore invece che console. Dopo aver vinto Lucio Antonio si accanì nella tortura per scovare i suoi complici. Aveva l'abitudine di ingannare le sue vittime simulando clemenza prima della condanna, lo fece anche con il suo parente Marco Arrecino Clemente con il quale si mostrò amichevole e cordiale fino al giorno precedente la condanna a morte. E' comunque probabile che la vera motivazione delle condanne fosse da ricercare nella paura di cospirazioni che sicuramente tormentava Domiziano come altri imperatori, inoltre la confisca dei beni dei condannati era un metodo efficace quanto inumano per alimentare le casse dello stato che dovevano finanziare la maggiorazione dei compensi militari e il costo dei frequenti spettavoli che Domiziano offriva al popolo.
Fra i personaggi citati da Svetonio, Acilio Glabrione fu accusato di ateismo e ciò accadeva con i convertiti al Cristianesimo che si rifiutavano di partecipare ai riti e ai sacrifici pagani. Insieme a Glabrione furono processati i cugini Flavio Clemente, condannato a morte, e Flavia Domitilla esiliata a Pandateria.

Opere pubbliche e monumenti
Domiziano ultimò a Roma la grande opera di ricostruzione intrapresa dai suoi predecessori dopo il grande incendio del 64 d.C..
Costruì fra il colle Oppio ed il Celio un quartiere attrezzato per le attività del Colosseo con quattro caserme, scuole, un ospedale (Sanarium) ed un obitorio (Spoliarum), un deposito di armi (Armamentarium) ed uno per i macchinari scenici.
Nella zona fra il Colosseo ed il Palatino fece ricostruire la fontana Meta sudans ed un arco in onore di Tito, iniziò un nuovo Foro poi completato da Nerva che gli diede il proprio nome.
Sul Campidoglio ricostruì il tempio di Giove e nel Campo Marzio lo stadio, l'Odeon, il portico dei due divi, il tempio di Minerva ed il tempio della Fortuna Reduce.
Costruì un vero e proprio palazzo imperiale, con la residenza ufficiale (Domus Flavia) e quella privata (Domus Augustana).

Feste, giochi, spettacoli
Nell'86 Domiziano istituì l'Agon Capitolinus, un evento di giochi alla greca (non cruenti) che comprendeva gare atletiche e dispute artistiche. Per ospitare questi giochi costruì il Circus Agonalis, sul sito dell'attuale piazza Navona e l'Odeon (sito del Palazzo Taverna).
Nell'88 indisse i Ludi Secolari benché Claudio li avesse celebrati solo quarantuno anni prima. In quell'occasione, racconta Svetonio, ridusse da sette a cinque il numero dei giri di pista nelle corse per consentire lo svolgimento di cento gare al giorno.
Era molto devoto a Minerva per la quale celebrava con magnificenza le Quinquatrie e spettacoli che egli stesso aveva istituiti in Albano.


Riferimenti letterari:
  • Tacito - Storie
  • Svetonio - Vite dei Cesari
  • Eusebio di Cesarea - Storia Ecclesiastica
  • Giovanni Xifilino - Compendio di Dione Cassio
  • Ludovico Antonio Muratori - Annali d'Italia dal principio dell'era volgare


    Vedi anche:
  • Cronologia degli Imperatori Romani
  • Cronologia dei magistrati romani




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