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Sacco di Roma 387 a.C.



I Galli Senoni che si erano stabiliti lungo la costa adriatica sul finire del quarto secolo a.C. superarono l'Appennino, penetrarono in Etruria e attaccarono Chiusi i cui abitanti chiesero aiuto ai Romani.
Una delegazione composta da tre patrizi della Gens Fabia fu incaricata dal senato di recarsi a Chiusi per tentare di risolvere la situazione con la diplomazia ma la missione fallì perché i Chiusini respinsero tutte le richieste dei Galli e scoppiò una rissa, ma soprattutto perché i tre Fabi presero parte allo scontro violando le norme del diritto comune.
Quando i Galli chiesero la consegna degli ambasciatori il popolo romano rifiutò, anzi i tre Fabi furono nominati tribuni militari con potestà consolare, carica equiparata a quella di console.
L'incidente era molto grave e i tribuni ne erano consapevoli tanto da procedere subito a un arruolamento per fronteggiare le probabili azioni dei Galli ma sottovalutarono le forze avversarie e quando le affrontarono furono rapidamente sconfitti. La battaglia avvenne sul fiume Allia (oggi Fosso della Bettina) presso la Via Salaria a pochi chilometri da Roma. La fuga dei soldati romani lasciò libero l'accesso alla città.
I fuggiaschi ripararono a Veio, molti plebei fuggirono nella campagne mentre il resto della cittadinanza si concentrò sul Campidoglio con i sacerdoti e le vestali.
Il capo dei Galli, che nella tradizione si chiama Brenno ma sembra che la parola indicasse un titolo e non un nome, ordinò ai suoi di accamparsi fuori dalle mura, forse diffidando della facilità con cui aveva ottenuto la vittoria. Infine i Galli entrarono in Roma da Porta Collina e si diedero al saccheggio.
Non mancano nei racconti tradizionali come quello di Livio i particolari patetici: i vecchi che rimangono nelle loro case ad aspettare la fine, il pio Lucio Albinio che durante la fuga cede il proprio carro alle vestali per portare in salvo gli oggetti sacri, i senatori più anziani che rimangono ai loro posti con grande dignità. E fu proprio un vecchio senatore, Marco Papirio, che colpendo con il suo bastone un Gallo che lo importunava, scatenò la violenza degli invasori che passarono dal saccheggio alla strage.
Rimasero solo quanti si erano rifugiati sul Campidoglio. I Galli, dopo i primi tentativi, compresero che la conformazione del colle non avrebbe permesso loro di attaccare direttamente senza perdere molti uomini, perciò assediarono i sopravvissuti togliendo loro ogni via di fuga.
Saccheggiando le campagne, i Galli arrivarono a Ardea dove Furio Camillo si trovava in esilio. Resosi conto della situazione Camillo riunì dei volontari provenienti da Ardea e da altre città alleate e attaccò il campo dei Galli.
L'eroico Ponzio Cominio raggiunse avventurosamente la cima del Campidoglio e tornò da Camillo recandogli il provvedimento che cassava la condanna all'esilio e la nomina a dittatore. Nonostante tutto l'assedio continuò finché gli stessi assedianti, colpiti da una pestilenza, proposero ai Romani di pagare un riscatto per la liberazione ma proprio mentre si pesava l'oro arrivò Camillo, che intanto aveva organizzato un esercito di fuoriusciti ed alleati, e gridando che la patria si difende con il ferro e non con l'oro mise i fuga i Galli, li inseguì e li raggiunse a otto miglia da Roma dove ne lasciò in vita molto pochi.
Fin qui la tradizione nazionalistica esposta soprattutto da Livio, da altre fonti come Polibio e Strabone si hanno notizie meno particolareggiate ma più credibili sulla conclusione della vicenda, sembra infatti che i Galli dovettero lasciare Roma perché i Veneti stavano invadendo il loro territorio e, raccolto in fretta il bottino, ripresero la via verso il settentrione subendo strada facendo una sconfitta ad opera dei Ceretani.
Dell'intervento in extremis di Camillo parla il solo Livio mentre che le forze etrusche di Cere attaccassero i Galli è molto verosimile anche perché all'epoca la componente etrusca di Roma era ancora molto significativa.


Riferimenti letteratura:
  • Livio - Storia di Roma




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