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Plebe



Nella fase più antica della storia di Roma gli unici veri cittadini dotati di diritti civili e politici erano i patrizi che si consideravano discendenti delle prime genti che abitarono la città.
Con l'andare del tempo si formò un'altra classe di persone che pur essendo di condizione libera non erano patrizi e quindi non erano considerati cittadini: la plebe.
Questa classe, sempre più numerosa, viveva di fatto in uno stato di continua soggezione alle gentes patrizie e di estrema precarietà a causa della mancanza di ogni tutela giuridica.
Il plebeo era in genere un cliente di una gens patrizia ed ogni suo bene o privilegio (quando ne aveva) era posseduto per il tramite del suo protettore, il pater familias che poteva toglierglielo in qualsiasi momento a sua discrezione.
Fra le limitazione che i plebei sopportavano era l'impossibilità di concludere negozi giuridici senza un patrono appartenente al patriziato ed il divieto di contrarre matrimonio con un partner patrizio.
La plebe romana comprendeva persone di varia origine: contadini impoveriti, artigiani e piccoli commercianti, nullatenenti, ma soprattutto popolazioni di territori conquistati che erano sottoposte alla protezione ed al dominio delle casate aristocratiche.
La composizione sociale di questa classe, dunque, comportava che la plebe aumentasse numericamente in ragione direttamente proporzionale all'ampliarsi dei domini romani. Ogni nuova conquista dell'esercito repubblicano fruttava a Roma nuove terre ed ingenti ricchezze ma provocava anche intensi flussi di migrazione e comunque il dilatarsi delle clientele.
Poichè il numero dei patrizi, per motivi politico-economici e per tradizione, variava raramente è chiaro che il rapporto numerico fra patrizi e plebei tendeva a mutare sempre nella stessa direzione rendendo sempre di più quella dei patrizi una classe aristocratica ed oligarchica, posta di fronte ad una massa popolare in crescita che, pur priva di diritti civili, poteva trarre vantaggio dal suo peso sociale.
Probabilmente la coscienza di classe della plebe romana si formò rapidamente, fra la fine del sesto secolo e l'inizio del quinto, grazie al crescente fabbisogno dell'esercito di nuove leve per le quali era indispensabile arruolare le giovani generazioni plebee.
Chiamato quindi a combattere per lo stato e a correre tutti i rischi della vita militare, il plebeo cominciò a rendersi conto che quanto gli veniva richiesto non trovava alcun corrispettivo nella sua posizione socialmente subordinata. Non era accettabile dover lottare, soffrire e spesso morire per uno stato in cui il soldato plebeo e la sua famiglia non potevano in alcun modo partecipare alle pubbliche decisioni.
Via via che questa consapevolezza cresceva, cresceva la coesione delle famiglie plebee nelle quali i rinnovi generazionali avevano dilavato la sudditanza psicologica e morale dell'immigrato o del prigioniero per sostituirla con la coscienza del cittadino, coscienza che ormai pretendeva un riconoscimento.
La prima richiesta avanzata dalla plebe, infatti, fu la riforma del metodo di votazione. Fino ad allora era esistita un'assemblea popolare nella quale si votava per curie e nell'ambito delle curie i voti spettavano alle gentes. I plebei votavano, ma trovandosi in posizione subordinata alla loro gens di riferimento erano chiaramente privi di autonomia decisionale.
La plebe istituì una propria assemblea che prendeva decisioni autonome per maggioranza di voti (plebiscito) e un consiglio di particolari magistrati, i tribuni della plebe con il compito di far valere le decisioni dell'assemblea davanti ai patrizi ed al loro governo.
Ovviamente le leggi dello stato non prevedevano questi organi e quindi un patrizio non aveva alcun obbligo giuridico di rispettare le decisioni dell'assemblea della plebe, tuttavia la plebe aveva a disposizione uno strumento estremamente efficace, la resistenza passiva che si esplicava soprattutto con la renitenza alla leva.
Il ruolo che la plebe giocò nelle lotte sociali e le sue conquiste furono possibili grazie alla reale coesione politica con cui questo antico proletariato urbano e rurale affrontò la situazione.
Si trattava del resto di obiettivi semplici e chiari che si potevano riassumere nella parola partecipazione: la plebe esigeva che i governanti la rendessero partecipe delle decisioni più importanti, la guerra, la pace, la scelta dei capi.
L'accesso alle magistrature fu un'aspirazione che si manifestò in un secondo momento, nella prima fase i plebei riconoscevano ancora ai patrizi di essere gli unici cittadini in grado di reggere lo stato.
Richieste concrete e chiare, dunque, e quindi facilmente comprese e condivise da tutti gli interessati, anche dai più semplici, perché ancora scevre da manipolazioni politiche, correnti, tendenze di partito. Da qui nacque forse la coesione alla quale ci si riferiva, da qui nacque lo spirito di solidarietà di massa grazie al quale la plebe tendeva a riunirsi con estrema rapidità quando un suo membro o un suo rappresentante veniva danneggiato o minacciato da un patrizio.



Riferimenti letteratura:
  • Livio - Storia di Roma
  • Dionigi di Alicarnasso - Storia di Roma Antica
  • Cicerone - La Repubblica
  • Aulo Gellio - Notti Attiche
  • Agostino di Ippona - La città di Dio
  • Theodor Mommsen - Storia di Roma Antica




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