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PLUTARCO DI CHERONEA
VITE DI
ALCIBIADE
E
CORIOLANO
ALCIBIADE
Alcibiade
era ritenuto discendente di
Eurisace
figlio di
Aiace
e parente degli
Alcmeonidi
per il tramite di sua madre
Dinomaca
, figlia di
Megacle
. Suo padre
Clinia
allestì a proprie spese una triremi con la quale partecipò alla battaglia dell'
Artemisio
, in seguito combattè a
Cheronea
contro i
Beoti
e vi morì.
Furono suoi tutori
Pericle
e
Arifrone
padre di
Santippo
, ebbe l'amicizia di
Socrate
che gli procurò molta stima,
Amicla
spartana fu sua nutrice e
Zopiro
suo pedagogo.
Famosa era la bellezza di
Alcibiade
che lo rese ammirevole in ogni età. Anche la sua leggera balbuzie conferiva un'attrattiva al suo piacevole discorrere.
Alcuni aneddoti sulla sua infanzia sono utili per conoscere la sua personalità e la sua prontezza di spirito. Ancora bambino lottava per gioco con un coetaneo e quando sentì che sarebbe stato sopraffatto prese a mordere la mano dell'avversario, a quello che gli rimproverava di mordere come una donna rispose che mordeva come un leone.
Giocando a dadi in una via stretta chiese al conducente di una biga che passava di attendere la fine della partita ma l'uomo lo ignorò e proseguì, gli altri bambini si separarono ma
Alcibiade
si distese davanti alla biga sfidando il carrettiere a passare oltre. Sbigottito, l'uomo respinse la biga all'indietro.
Giunto in età scolare apprendeva volentieri tutte le materie ma si rifiutò di suonare il flauto perché deformava l'aspetto del viso. Molti ascoltarono questo racconto e lo studio del flauto fu infine abolito.
Antifonte
, nemico di
Alcibiade
, spargeva notizie infamanti sul suo conto parlando di una relazione omosessuale e dell'amicizia per un suo compagno di palestra ma
Plutarco
dubita dell'attendibilità di queste voci.
Ammirato ed amato da molti per la sua bellezza, riceveva l'affetto di
Socrate
che spesso lasciava comprendere i suoi sentimenti testimoniando della virtù e della buona indole del ragazzo.
Alcibiade
ricambiava l'amore di
Socrate
e faceva tesoro dei suoi insegnamenti. Gli
Ateniesi
si stupivano di vederlo così innamorato e sollecito, lui che spesso si mostrava severo ed intrattabile, talvolta estremamente arrogante come capitò con
Anito di Antemione
al quale, dopo un banchetto sottrasse metà delle stoviglie d'oro e
Anito
, invece di offendersi, lo giudicò moderato per aver preso solo la metà di quegli oggetti.
Una volta favorì uno straniero che si era trasferito in
Atene
con pochi mezzi e aveva cercato la sua protezione.
Alcibiade
lo spinse a gareggiare per l'appalto dei dazi pubblici facendosi suo mallevadore. Gli altri concorrenti pregarono quell'uomo di rinunciare offrendogli denaro e
Alcibiade
non permise che accettasse meno di un talento. Quando lo straniero ebbe incassato,
Alcibiade
lo spinse a lasciare
Atene
e quello se ne andò contento per l'inatteso guadagno.
Talvolta
Alcibiade
si allontanava da
Socrate
per concedersi piacere con qualcuno dei suoi numerosi ammiratori.
Socrate
in questi casi lo rintracciava sollecitamente. Si diceva che
Socrate
prendeva questo suo amato per le orecchie lasciando ai suoi rivali il ventre, la gola "e ciò che vi ha di più turpe".
Gli adulatori volevano persuaderlo ad entrare in politica affermando che avrebbe avuto più successo di
Pericle
, facevano leva sulle sue grandi ambizioni ma
Socrate
con i suoi ragionamenti lo rendeva umile e senza arroganza.
Percosse con un pugno un precettore di grammatica perché non aveva i libri di
Omero
. Ne derise un altro che affermava di aver corretto i libri di
Omero
.
Una volta chiese di parlare con
Pericle
e gli fu detto che era troppo occupato nel cercare il modo migliore di rendere ragione agli
Ateniesi
.
Alcibiade
disse che sarebbe stato meglio per lui studiare il modo per non dover rendere tale ragione. Ancora giovanissimo militò insieme a
Socrate
nella battaglia di
Potidea
. Fu ferito e
Socrate
lo protesse con suo grande rischio. Molti volevano attribuire a
Alcibiade
un premio in valore che
Socrate
maggiormente meritava, ma
Socrate
fu il primo ad insistere perché il premio andasse a
Alcibiade
.
Nella battaglia di
Delo
fu
Alcibiade
a proteggere
Socrate
che si trovava a piedi tra i nemici che lo incalzavano.
Una volta, per una scommessa, colpì con un pugno
Ipponico
padre di
Callia
e vedendo che la gente deprecava questa azione, porse a
Ipponico
la sua schiena nuda invitandolo a frustarlo.
Ipponico
lo perdonò e gli concesse la mano di sua figlia
Ipparete
. Dopo qualche tempo
Ipparete
, stanca dei frequenti tradimenti di
Alcibiade
passò nella casa del fratello.
Alcibiade
continuò a dedicarsi ai suoi piaceri e
Ipparete
andò dagli arconti per presentare domanda di divorzio ma sopraggiunse
Alcibiade
e la ricondusse a casa senza che nessuno tentasse di ostacolarlo.
Ipparete
rimase con lui fino alla morte.
Avendo un bellissimo cane
Alcibiade
gli mozzò la coda, in seguito affermò di essere contento perché la gente parlava male di lui per questo e non per cose più gravi.
Si avvicinò per la prima volta alla politica dispensando danaro alla gente. Facendolo una coturnice volò fuori dalle sue vesti, la riprese
Antioco
e la restituì ad
Alcibiade
che da allora lo ebbe per carissimo amico.
Pure avendo molti mesi per accedere al governo come la ricchezza, i chiari natali, la fama e il coraggio, volle servirsi soltanto della delicatezza e dell'eleganza del suo parlare.
I poeti comici, gli oratori del suo tempo e un filosofo come
Teofrasto
, testimoniano la grande eloquenza di
Alcibiade
.
Era celebre anche per i suoi cavalli e per le sue vittorie nelle corse. Partecipò ai giochi olimpici con sette cavalli conquistando la prima, la seconda e la terza oppure quarta posizione. I suoi ammiratori lo omaggiavano con molti doni ma non mancavano gli invidiosi e i calunniatori.
Un suo amico desiderava un cocchio che era in vendita ad
Argo
.
Alcibiade
lo comprò per lui ma poi volle tenerlo per se stesso. I lamenti e le critiche dell'amico fecero dell'episodio uno scandalo che arrivò in tribunale.
Entrato in politica,
Alcibiade
superò rapidamente tutti gli oratori, gli tenevano testa soltanto
Feace di Erasistrato
e
Nicia di Nicerato
. Un certo
Iperbolo Peritede
, pessimo oratore spesso criticato o deriso, richiese che si decretasse l'ostracismo contro i tre oratori.
Alcibiade
si accordò con
Nicia
e fece in modo che l'ostracismo colpisse
Iperbolo
.
L'amicizia di
Alcibiade
con
Nicia
non fu di lunga durata perché quando si giunse alla pace che tutti dicevano "di
Nicia
"
Alcibiade
ne ebbe invidia e grande afflizione. Sentendo dire che anche gli
Argivi
volevano sottrarsi alla tirannia degli
Spartani
fece nascere in loro la speranza di avere gli
Ateniesi
compagni nella guerra. Quando gli
Spartani
si allearono con i
Beoti
questi restituirono ad
Atene
il forte di
Panatto
dopo averlo demolito. Gli
Ateniesi
ne furono molto irritati e
Alcibiade
ne approfittò per parlare contro
Nicia
e contro la sua amicizia con gli
Spartani
.
Quando giunse ad
Atene
una delegazione di
Spartani
per curare i particolari dell'accordo di pace,
Alcibiade
li convinse che mostrarsi troppo ben disposti era pericoloso perchè sarebbe piaciuto al consiglio ma non avrebbe convinto il popolo. Li indusse inoltre a dichiarare di non avere pieni poteri mentre il giorno prima avevano affermato il contrario,
Alcibiade
screditò gli ambasciatori spartani con grande imbarazzo di
Nicia
. Gli
Spartani
furono espulsi e
Alcibiade
, nominato comandante dell'esercito, fece subito fare lega agli
Ateniesi
con gli
Argivi
, con i
Mantineesi
e con gli
Elei
.
Nessuno lodò il comportamento di
Alcibiade
ma in questo modo aveva scosso la supremazia spartana sul
Peloponneso
e allontanato da
Atene
molti pericoli.
Quando si combattè intorno a
Mantinea
gli
Spartani
vinsero ma non riportarono grandi vantaggi. Subito dopo la battaglia i principali ufficiali di
Argo
cospirarono per assoggettare a se stessi le città facendo cadere il governo popolare. La popolazione riprese le armi e ripristinò la democrazia,
Alcibiade
persuase il popolo a costruire lunghe mura fino al mare per congiungere le proprie forze a quelle ateniesi e fece venire da
Atene
scarpellini ed altri artefici per completare rapidamente i lavori. Con queste azioni
Alcibiade
procurò favore e prestigio presso gli
Argivi
a se stesso e alla sua città. Con mezzi analoghi ebbe successo anche a
Patrasso
che fu unita al mare con lunghe mura.
A tanta sagacia e lucidità,
Alcibiade
affiancava uno stile di vita assai molle, pieno di lusso, di crapule e di amori.
Molti lo detestavano ma la magnificenza da lui usata verso la città, la gloria dei suoi antenati, l'eloquenza e la bellezza e tutte le altre sue doti facevano perdonare il suo comportamento e minimizzare le sue colpe. Egli fu la principale causa della strage che gli
Ateniesi
fecero degli abitanti di
Melo
.
In sintesi
Alcibiade
era odiato da molti e amato da tutti, il parere che si aveva di lui era sempre incerto a causa della complessità della sua personalità.
Anche
Nicia
, suo malgrado, fu scelto per comandare insieme a
Alcibiade
la spedizione perché gli
Ateniesi
vollero affiancare all'impetuoso
Alcibiade
il colto e riflessivo
Nicia
. L'anziano
Lamaco
, ancora vigoroso alla sua età, fu scelto per completare il trio dei comandanti.
Iniziò la discussione per decidere la quantità di soldati da inviare in
Sicilia
ma
Nicia
continuò ad esprimere opinioni contrarie alla guerra ma fu superato dall'eloquenza di
Alcibiade
.
Non si vedevano cose di buon augurio: per la festa di
Adone
si rappresentavano teatralmente esequie di morti e si esponevano simulacri dei cadaveri. Le statue di
Mercurio
erano state vandalizzate in una sola notte e la vista dei volti delle erme sfigurati costernava anche i non credenti. Si sparse la voce che il sacrilegio fosse opera di persone di
Corinto
che intendevano così scoraggiare gli
Ateniesi
salvaguardando
Siracusa
, che era loro colonia. L'evento doveva comunque essere profondamente esaminato, si volevano i colpevoli profanatori e per queste indagini il senato si riunì più volte in pochi giorni. L'oratore
Androcle
presentò alcuni stranieri trasferiti in
Atene
i quali testimoniarono che il sacrilegio era avvenuto anche in altre città e che si erano anche imitati i sacri misteri. Ad inscenare tutto ciò era sempre
Alcibiade
che istruiva i suoi compagni per quelle cerimonie facendone degli "iniziati".
Tessalo
figlio di
Cimone
formalizzò accuse di empietà contro
Alcibiade
che ne rimase scosso. Riprese però coraggio nel constatare come la fiducia dei militari che doveva condurre in
Sicilia
fosse rimasta intatta.
Avversari di
Alcibiade
sostennero che fosse sbagliato trattenere
Alcibiade
(e con lui l'armata) mentre si svolgeva il processo a suo carico. Proposero di lasciarlo partire e rinviare ogni procedimento al termine della guerra. Al contrario
Alcibiade
chiedeva di essere processato e di partire solo dopo essere stato assolto.
Non riuscì a persuadere il popolo e gli fu ingiunto di partire. Salpò con circa centoquaranta triremi, cinquemila e cento soldati in armatura e con mille e trecento tra arcieri, frombolieri e altri armati alla leggera.
Giunto in
Italia
propose la sua strategia,
Nicia
si oppose ma il voto favorevole di
Lamaco
fece prevalere
Alcibiade
. Navigò quindi in
Sicilia
e assoggettò
Catania
ma fu improvvisamente richiamato in giudizio a
Atene
. Una volta partito
Alcibiade
, i suoi avversari avevano inveito fieramente contro di lui, avevano fatto incarcerare tutti i suoi amici. Un testimone affermò di aver visto al chiaro di luna
Alcibiade
e i suoi amici danneggiare le Erme. Si controllò e si appurò che era stata una notte di luna nuova. Fu un duro colpo per la credibilità dei testimoni, non di meno il popolo continuò ad imprigionare chiunque fosse denunciato.
Era tra i prigionieri anche l'oratore
Andocide
, sospettato per il sacrilegio delle Erme a causa di una grande statua rimasta intatta tra molte profanate. Un altro detenuto convinse
Andocide
a confessare di aver compiuto il sacrilegio per ottenere l'impunità spettante per legge a chi confessava spontaneamente.
Andocide
confessò ed ebbe l'impunità ma le persone che aveva indicato come suoi complici (fra cui erano anche suoi parenti o amici) furono tutte giustiziate.
Gli
Ateniesi
inviarono la nave "Salaminia" dando ordine agli incaricati di trattare
Alcibiade
con cortesia, pregandolo di seguirli in
Atene
per dimostrare al popolo la sua innocenza.
Alcibiade
li seguì e i soldati rimasero a lungo in ozio sotto il comando incerto di
Nicia
.
Alcibiade
si imbarcò ma durante una sosta a
Turii
scese dalla nave e si rese irreperibile.
Ad
Atene
fu emessa la condanna a suo carico per aver oltraggiato le dee
Proserpina
e
Demetra
, violato il segreto dei riti e aver organizzato con i suoi rituali illeciti. Mentre questa sentenza veniva pronunciata,
Alcibiade
era passato da
Turii
ad
Argo
. Convinto di non poter mai più entrare in
Atene
mandò a
Sparta
una richiesta di asilo promettendo di essere più utile a
Sparta
di quanto dannoso era stato in passato.
Gli
Spartani
gli accordarono quanto chiedeva e la sua prima azione fu di spingere gli
Spartani
a mandare una flotta a
Siracusa
per occupare la città, la seconda fu di suscitare la guerra tra
Sparta
e
Atene
e la terza, che fu la più nociva per
Atene
, fu di fortificare
Decelea
.
In
Sparta
Alcibiade
si fece apprezzare adottando le abitudini e i costumi di quella città. Si lavava con acqua fredda, si radeva e mangiava i semplici cibi tipici di
Sparta
, vestiva come gli
Spartani
. Era un'astuzia consueta per
Alcibiade
quella di mostrarsi sempre vicino alle inclinazioni altrui e stando in
Lacedemone
sembrava fosse stato educato da
Licurgo
.
Ciò nonostante, violò
Timea
moglie del re
Agide
che rimase incinta mentre il marito era fuori dal suo paese e non negò che il bambino fosse di
Alcibiade
. Chiamato in pubblico
Leotichida
ed
Alcibiade
in privato, il piccolo era motivo di orgoglio per il padre che affermava di non aver agito per libidine ma per dare a
Sparta
una schiatta di regnanti da lui discendente.
Agide
fu informato del tradimento della moglie con la quale non aveva rapporti da dieci mesi. Non volle riconoscere per suo
Leotichida
che per questo fu escluso dal regno.
Chio
,
Lesbo
e
Cizico
chiesero aiuto a
Sparta
per liberarsi di
Atene
. La loro istanza fu sostenuta dai
Beoti
, da
Farnabazo
e da
Alcibiade
. Gli
Spartani
decisero di intervenire in favore di
Chio
prima degli altri ed incaricarono
Alcibiade
che in breve tempo sollevò tutta la
Ionia
recando gravissimi danni agli
Ateniesi
.
Agide
, che era già ostile a
Alcibiade
per l'adulterio, divenne geloso della popolarità che andava raggiungendo e d'accordo con i notabili della sua corte che erano altrettanto invidiosi, fece in modo che i magistrati di
Sparta
scrivessero a quelli di
Atene
chiedendo loro di far morire
Alcibiade
.
Alcibiade
fu segretamente avvertito e per la sua sicurezza si affidò al satrapo
Tisaferne
del quale divenne presto il principale consigliere.
Non fidandosi più degli
Spartani
,
Alcibiade
consigliò a
Tisaferne
di ritardare gli aiuti che aveva loro promessi: era meglio che
Sparta
e
Atene
si indebolissero combattendo tra loro fino ad essere costretti a sottomettersi al re.
Samo
era la base delle operazioni militari della flotta ateniese che interveniva nei luoghi che si erano ribellati e controllava che non avessero inizio nuove ribellioni. La flotta svolgeva bene i suoi incarichi ma temeva l'arrivo di centocinquanta triremi fenicie che si diceva stessero per intervenire da un momento all'altro.
Alcibiade
prese contatto con i principali ateniesi in
Samo
e fece intendere loro di poter renderli amici di
Tisaferne
che li avrebbe aiutati ad instaurare in
Atene
un governo oligarchico. Tutti i condottieri della flotta ateniese aderirono alla proposta di
Alcibiade
ad eccezione di
Frinico Diradiote
, l'unico ad aver compreso che
Alcibiade
aspirava soltanto ad essere richiamato in patria.
Frinico
contattò anche
Astioco
comandante della flotta di
Tisaferne
per metterlo in guardia ma questi era interessato a compiacere
Alcibiade
per la sua posizione presso il satrapo, quindi gli comunicò immediatamente le notizie da lui ricevute.
Alcibiade
mandò a
Samo
persone che denunciassero la condotta di
Frinico
. Questi ritentò di portare dalla sua
Astioco
promettendogli la flotta ateniese, ma
Astioco
di nuovo informò della cosa
Alcibiade
.
Gli ateniesi non credettero alle accuse di
Alcibiade
ma quando
Frinico
venne ucciso dalle guardie, lo condannarono dopo la morte come reo di tradimento.
Quelli che in
Samo
avevano maggior potere mandarono a
Atene
Pisandro
per distruggere il governo democratico, condizione necessaria per rendere loro amico
Tisaferne
tramite la mediazione di
Alcibiade
.
Quando furono consolidati ed ebbero istituito il governo dei cinquemila, che in realtà erano quattrocento, non si occuparono più di
Alcibiade
e della guerra. Trucidati che furono i pochi che si erano opposti ai
Quattrocento
, il popolo di
Atene
rimase quieto suo malgrado, ma quelli che erano a
Samo
decisero di navigare fino al
Pireo
per richiamare
Alcibiade
e offrirgli il comando.
Alcibiade
decise di comportarsi come conveniva a un grande comandante, opponendosi a chi si lasciava andare all'ira e considerando ogni cosa con prudenza.
Se
Alcibiade
avesse lasciato che
Ateniesi
combattessero contro
Ateniesi
il nemico si sarebbe in breve appropriato di tutta la regione, ma
Alcibiade
lo impedì con gli ammaestramenti che dava alla moltitudine ma ancora di più con le suppliche che faceva ad ognuno in particolare. Lo aiutava
Trasibulo Stirieo
che gli stava sempre vicino per gridare con la sua gagliardissima voce.
Un'altra importante azione di
Alcibiade
fu quella di intercettare le navi che
Tisaferne
aveva promesso agli
Spartani
e renderle disponibili per
Atene
.
Volendo rientrare ad
Atene
con una bella impresa,
Alcibiade
decise di attaccare la flotta spartana che stava portandosi verso l'
Ellesponto
. Giunse con le sue diciotto navi in un luogo presso
Abido
dove
Ateniesi
e
Spartani
stavano già combattendo. Al suo arrivo gli
Spartani
presero coraggio e gli
Ateniesi
furono costernati ma quando la nave capitana di
Alcibiade
alzò le insegne
Ateniesi
i
Lacedemoni
furono messi in fuga.
Dopo la vittoria
Alcibiade
andò da
Tisaferne
recando donativi con un adeguato seguito ma
Tisaferne
, temendo che gli
Spartani
lo criticassero davanti al re, lo fece arrestare e lo tenne prigioniero per trenta giorni in
Sardi
.
Alcibiade
trovò infine modo di fuggire e riparò in
Clazomene
e da qui raggiunse via mare il campo degli
Ateniesi
. Approfittando della fitta pioggia, insinuò la sua nave tra quelle degli alleati
Teramene
e
Trasibulo
che stavano all'ancora davanti al porto di
Cizico
.
Alcibiade
, facendo credere di disporre di poche navi, ne lasciò molte indietro e con sole quaranta navi provocò i nemici. Nel corso della battaglia comparvero le altre navi la cui vista volse il nemico in fuga.
Alcibiade
sbarcò con una parte dei suoi uomini per raggiungere e uccidere quelli che fuggivano. Morì così anche
Mindaro
e
Farnabazo
dovette fuggire.
Così gli
Ateniesi
uccisero molti nemici, fecero un grande bottino di armi e di spoglie, catturarono le navi e soggiogarono
Cizico
assicurandosi il dominio dell'
Ellesponto
e cacciarono gli
Spartani
dal mare.
Farnabazo
con molta gente a piedi e a cavallo attaccò dei soldati di
Alcibiade
mentre facevano scorrerie nei pressi di
Abido
.
Alcibiade
andò in soccorso dei suoi insieme a
Trasillo
. In seguito i soldati di
Alcibiade
e quelli di
Trasillo
si unirono e depredarono il paese di
Farnabazo
.
Alcibiade
combattè quindi contro quelli di
Calcedonia
che si erano ribellati agli
Ateniesi
e venne a sapere che i ribelli avevano depositato tutti i loro beni presso i
Bitini
. Bastò l'invio di un araldo che i
Bitini
, intimoriti consegnarono a
Alcibiade
quanto avevano in depositi e strinsero amicizia con lui.
Dopo aver di nuovo sconfitto
Farnabazo
,
Alcibiade
navigò fino all'
Ellesponto
per raccogliere denaro e prese
Selimbria
. In quest'ultima impresa rischiò personalmente la vita a causa di un malinteso con i
Selimbriani
che avevano promesso di consegnargli la città.
Intanto i capitani rimasti all'assedio di
Calcedonia
si accordarono con
Farnabazo
ma questi, essendo arrivato
Alcibiade
, richiese che anche lui aderisse al trattato di pace.
Alcibiade
rifiutò di sottoscrivere l'accordo prima di
Farnabazo
. Seguirono i giuramenti e
Alcibiade
passò a
Bisanzio
dove era in corso un'altra ribellione. Qui
Anassilao e Licurgo
accettarono di consegnare la città a condizione di essere lasciati partire. Si ebbero degli scontri tra gli
Ateniesi
e i
Peloponnesiaci
che si trovavano a
Bisanzio
. Infine furono vincitori
Alcibiade
e
Teramene
. Ai
Bizantini
non fu fatto alcun male.
Anassilao
in seguito fu processato per tradimento ma si difese affermando di essere bizantino e non spartano, le sue azioni quindi avevano lo scopo di liberare dall'assedio la sua patria. I giudici convennero con questo punto di vista e
Anassilao
fu assolto.
Alcibiade
salpò con le triremi ateniesi armate di scudi e spoglie nemiche, trainando molte navi conquistate con altrettante decorazioni.
Entrato nel porto di
Atene
,
Alcibiade
ristette insicuro finché non vide un gran numero di suoi parenti ed amici venuti in folla per accoglierlo. In quel momento tutti ricordavano i tristi eventi della spedizione in
Sicilia
e le successive dolorose vicende degli
Ateniesi
e tutti consideravano che le cose sarebbero andate molto diversamente se avessero lasciato il comando nelle mani di
Alcibiade
.
Alcibiade
parlò al popolo delle disgrazie patite ma, evitando di fare accuse, addebitò tutti i suoi dispiaceri all'avversa fortuna. Parlò quindi dei nemici facendo coraggio agli
Ateniesi
e fu decorato con catene d'oro. Gli
Ateniesi
decretarono pure che gli fossero restituite le sue sostanze e che le maledizioni fatte contro di lui per volere del popolo fossero ritrattate.
Ricorrendo in quei giorni le feste
plinterie
che da lungo tempo non venivano degnamente celebrate,
Alcibiade
volle che si svolgesse la processione sotto la guardia armata dei soldati. Con questa azione diminuiva grandemente la reputazione di
Agide
che non avrebbe reagito, ma se lo avesse fatto avrebbe scatenato una guerra sacra.
Al mattino
Alcibiade
si mise alla testa della grande sfilata che tutti osservavano con ammirazione. La gente di più umile condizione vedeva in lui uno speciale benefattore e lo incitava a compiere gli atti necessari per prendere il potere e governare la città, ma i cittadini più potenti, intimoriti, procurarono di farlo partire al più presto con l'armata e i colleghi che desiderava.
Salpò, dunque, con cento navi, combattè presso
Andro
ma non prese l'isola. Le grandi aspettative degli
Ateniesi
non venivano soddisfatte perché
Alcibiade
, privo di fonti di finanziamento, doveva combattere contro nemici assistiti dal denaro del re di
Persia
.
Per poter aumentare la paga dei suoi uomini,
Alcibiade
decise di recarsi in
Caria
in cerca di finanziamenti e affidò il comando delle navi a
Antioco
ordinandogli di non combattere e di non raccogliere eventuali provocazioni da parte dei nemici. Ma
Antioco
non tenne alcun conto degli ordini e armate due navi si inoltrò verso
Efeso
attraversando lo schieramento nemico.
Lisandro
uscì con poche navi per inseguirlo ma, vedendo che molte navi ateniesi stavano arrivando per soccorrere
Antioco
, mosse tutta la flotta e riportò la vittoria, uccidendo
Antioco
e catturando molte navi.
Quando tornò a
Samo
,
Alcibiade
tentò di provocare battaglia con
Lisandro
ma questi, soddisfatto dell'impresa compiuta non accettò di combattere.
Trasibulo
si portò in
Atene
per accusare
Alcibiade
di aver perduto molte navi per aver affidato l'armata a uomini privi delle necessarie capacità per poter comodamente andare a fare denari e abbandonarsi alla dissolutezza con le meretrici di
Abido
e della
Ionia
. Lo incolpò anche di aver costruito una residenza in
Tracia
come se non potesse o non volesse più vivere in patria.
Molto indignati, gli
Ateniesi
elessero in sua vece altri comandanti.
Alcibiade
abbandonò l'esercito e, raccolta una banda di soldati stranieri, andò a combattere contro i
Traci
, acquisì ricchi bottini e rese sicuri i confini greci. Intanto i nuovi comandanti ateniesi Tideo, Menandro e
Adimanto
avevano preso l'abitudine di attaccare ogni mattina
Lisandro
le cui navi sostavano presso
Lampsaco
.
Passando nelle vicinanze,
Alcibiade
parlò ai comandanti facendo notare che si trovavano in posizione svantaggiata e che sbagliavano a lasciar sbarcare i soldati senza un preciso piano d'azione. Consigliava di passare con l'esercito a
Sesto
in posizione migliore, ma i comandanti non accettarono i suoi consigli, in particolare Tideo gli ordinò con disprezzo di andarsene.
Lisandro
attaccò improvvisamente le navi ateniesi, ne scamparono solo otto mentre le altre, che erano quasi duecento, furono catturate con tremila prigionieri che vennero giustiziati.
Poco dopo lo stesso
Lisandro
prese anche
Atene
, incendiò le navi e demolì le lunghe mura.
Alcibiade
passò in
Bitinia
portando con se grandi ricchezze che perse rapidamente, estorte dai
Traci
, decise allora di andare presso
Farnabazo
per essere aiutato a compiere il viaggio con sicurezza.
Gli
Ateniesi
si videro privare della libertà dai trenta personaggi insediati da
Lisandro
e allora cominciarono a recriminare sui propri errori e particolarmente sull'aver offeso
Alcibiade
cacciandolo per un'infelice manovra del suo luogotenente (
Antioco
) e privandosi di un fortissimo e bellicosissimo comandante. Rimaneva loro una piccolissima speranza essendo
Alcibiade
ancora vivo e certamente non insensibile alle disgrazie della sua città.
I magistrati di
Sparta
mandarono a
Lisandro
l'ordine di eliminare
Alcibiade
,
Lisandro
lo girò a
Farnabazo
e questi a suo fratello
Bageo
e a suo zio
Susamitre
. In quel periodo
Alcibiade
viveva in un villaggio della
Frigia
con una concubina di nome Timandra. Ebbe in sogno la visione di Timandra che gli dipingeva e lisciava la faccia come una donna, oppure la visione di
Bageo
che gli troncava la testa. I sicari mandati a uccidere
Alcibiade
non osarono entrare nella sua casa ma la circondarono e vi misero fuoco.
Alcibiade
gettò nel fuoco un ammasso di indumenti, si attorcigliò la clamide al braccio sinistro e scampò illeso dall'incendio con un pugnale nella mano destra. Molti sicari non ardirono venire alle mani con lui e cercarono di ucciderlo con frecce avvelenate da una certa distanza.
Infine
Alcibiade
fu ucciso e quando i barbari esecutori furono partiti Timandra ne raccolse il cadavere e lo avvolse nei suoi abiti offrendogli onorevoli esequie. Alcuni affermano che
Alcibiade
fu ucciso nel modo descritto ma non da
Farnabazo
o da
Lisandro
ma dai fratelli di una giovane che aveva violato.
MARCIO GAIO CORIOLANO
La famiglia patrizia dei Marci comprendeva un grande numero di personaggi illustri come
Anco Marcio
che fu re, e
Publio Quinto
che fece il più bell'acquedotto di
Roma
,
Censorino
che fu due volte
censore
e convinse il popolo a decretare che quella carica non poteva essere conferita due volte alla stessa persona.
La virtù più degna di stima secondo i
Romani
era il coraggio in gara.
Marcio
cominciò a maneggiare le armi quando era ancora un bambino e pensando che le armi migliori siano quelle che si ottengono dalla natura nascendo addestrò il suo corpo ad ogni forma di combattimento. Era leggero nel correre e grave nell'afferrare e tale che poteva difficilmente essere battuto. Quelli che si misuravano con lui e restavano vinti lo spiegavano con la sua insuperabile robustezza.
La prima volta che
Marcio
andò alla guerra era ancora un giovinetto. Tarquinio (il superbo) che era stato scacciato dai
Romani
giocava in quella battaglia la sua ultima carta con un esercito composto di
Latini
ma anche da molti altri Italiani che avevano risposto all'appello più per colpire i
Romani
che per aiutare gli alleati. Durante la battaglia
Marcio
combattè valorosamente e vedendo un romano che stava per essere sopraffatto da un nemico intervenne per difenderlo e uccise l'aggressore. Per questo gesto il dittatore (
Aulo Postumio
) gli conferì la corona civica, un serto di quercia che spettava a chi salvava un cittadino.
Si dice che in quella battaglia furono visti anche i
Dioscuri
con cavalli grondanti sudore ad annunciare la vittoria.
Avido di gloria,
Marcio
partecipò alle battaglie più importanti del suo tempo e ricevette molti riconoscimenti. Particolarmente caro gli era il momento in cui sua madre veniva informata delle sue gesta e ne gioiva orgogliosamente.
Dopo la guerra con i
Sabini
i soldati congedati non ottennero nulla di quanto era stato loro promesso durante l'arruolamento, i debiti non erano stati cancellati e neanche diminuiti, i creditori ripresero a perseguitare senza pietà quanti avevano contratto debiti con loro. Presto le persone che si trovavano in questa incresciosa situazione destarono turbolenze e disordini in città.
Avendo avuto notizie di questi tumulti, i nemici misero a ferro e fuoco il contado di
Roma
. I
consoli
chiamavano alle armi anche i giovanissimi. I senatori e i magistrati erano divisi in merito alla condotta da tenere: alcuni pensavano fosse bene fare delle concessioni ai poveri e non esagerare nell'applicazione delle leggi. Altri, e
Marcio
tra questi, erano dell'idea di non cedere alle richieste del popolo e ripristinare celermente l'ordine. Per questi argomenti i senatori si riunirono più volte senza trovare un accordo e il popolo decise di passare a una forma di protesta non violenta ma comunque efficace: rapidamente abbandonò la città e si trasferì sul
Monte Sacro
, lungo il corso dell'
Aniene
.
I rivoltosi gridavano di essere stati scacciati da molto tempo, avrebbero perciò trovato altrove in
Italia
l'aria, l'acqua e un luogo dove essere sepolti, cioè tutto quello che avrebbero ancora ricevuto rimanendo a
Roma
. Intimorito il senato mandò a trattare i cittadini più mansueti e popolari. Tra questi era il famoso
Menenio Agrippa
il quale, dopo aver pregato il popolo di non ricorrere alla violenza, raccontò una specie di favola: le membra protestavano perché lo stomaco, ricevendo il cibo, non faceva nulla per meritarlo. Lo stomaco spiegò come fosse lui a preparare e distribuire il cibo per i muscoli, agli organi e a ogni altra parte del corpo e come, senza tutto questo lavoro, lo stomaco sarebbe rapidamente deperito fino alla morte. Analogamente, proseguì
Agrippa
, il senato riceve tutte le risorse e le spartisce tra i cittadini.
Il discorso di
Agrippa
persuase il popolo ribelle che si riconciliò con il senato chiedendo ed ottenendo l'istituzione di cinque magistrati incaricati di difendere e far rispettare le esigenze della plebe. Questi magistrati furono eletti seduta stante e furono
Giunio Bruto
e
Sicinio Belluto
.
Da parte sua
Marcio
non aveva gradito le concessioni fatte al popolo e prese a esortare i
patrizi
a non mostrarsi meno valorosi dei popolari.
I
Romani
erano in guerra con i
Volsci
la cui principale città era quella dei
Coriolani
. Questa città era assediata dal
console
Cominio
e gli altri
Volsci
accorrevano con l'intenzione di attaccare i
Romani
da due parti contemporaneamente.
Cominio
divise l'armata, con una parte si dispose a fronteggiare i
Volsci
che arrivavano da fuori e affidò l'assedio all'altra parte comandata da
Tito Larcio
.
I
Coriolani
, non considerando quanti
Romani
erano rimasti fuori, uscirono dalla città e in un primo scontro ebbero la meglio ma quando
Marcio
, giunto sul posto con un piccolo seguito, capovolse la situazione e, uccidendo molti nemici, inseguì quelli che fuggivano fino alle porte della città. Combattendo con grande energia riuscì ad entrare in città con pochi soldati la cui azione servì comunque a dare a
Larcio
l'opportunità di introdurre in sicurezza quei
Romani
che erano di fuori.
Conquistata la città molti soldati passarono al saccheggio, cosa che
Coriolano
trovò poco dignitosa. La critica di
Coriolano
non servì a interrompere il sacco, egli dunque prese con se i pochi che volevano seguirlo e cercò di raggiungere l'altra parte dell'esercito. La raggiunse e trovò i soldati intenti a dettare le loro ultime volontà ma quando
Marcio
raccontò la presa della città in fretta passarono dalla desolazione all'allegria e tutti chiesero di attaccare battaglia.
Marcio
chiese al
console
Cominio
di essere posto con i suoi soldati in primissima fila.
Come la battaglia ebbe inizio,
Coriolano
si portò di fronte ai
Volsci
e in breve riuscì a scompigliare la loro prima fila.
Intorno a
Marcio
il combattimento si fece violentissimo e in breve i
Romani
sconfissero i
Volsci
e rincorsero i nemici superstiti.
Il giorno seguente il
console
Cominio
destinò la decima parte del bottino a
Marcio
oltre a un cavallo.
Marcio
rifiutò la donazione accettando soltanto il cavallo. Chiese inoltre una grazia, quella di liberare dalla schiavitù un suo vecchio amico rovinato dall'avversa fortuna. Tutti i presenti applaudirono ammirati e
Cominio
volle aggiungere alla ricompensa di Marcio l'onore di essere chiamato
Coriolano
.
Finita la guerra se ne sentirono le conseguenze in termini di vittime e di carestia. La carenza di grano servì ai soliti agitatori come argomento per provocare disordini, e addossare ai ricchi la responsabilità di quanto stava accadendo.
Ambasciatori di
Velletri
giunsero a
Roma
e rimisero la loro città ai
Romani
supplicandoli di mandare una colonia perché la pestilenza aveva ucciso troppi cittadini.
Sicinio
e
Bruto
si opposero con molta energia alla richiesta perché a loro avviso si sarebbe trattato di mandare cittadini
Romani
in un luogo infetto per i cadaveri non seppelliti. Mentre il senato rimaneva indeciso e perplesso,
Marcio
fece si che la colonia fosse inviata, composta da persone estratte a sorte ma non riuscendo ad arruolare per la guerra andò personalmente con i suoi clienti a fare una scorreria nel paese degli
Anziati
.
Tornò con un ricco bottino di grano, bestiame e schiavi. Quelli che non avevano voluto partecipare a una spedizione tanto fortunata concepirono grande livore contro
Marcio
.
In quel periodo si verificò una grave carestia che colpì
Roma
e il suo contado. Quando giunsero a
Roma
una grande quantità di grano comprata in
Italia
e un'altra non minore inviata in dono da
Gelone di Siracusa
, la plebe si illuse che il grano comperato sarebbe stato distribuito a buon mercato e quello donato distribuito gratuitamente.
Marcio
Coriolano
si oppose, chiamò quanti stavano preparando la distribuzione plagiatori del popolo e traditori dell'aristocrazia. Queste distribuzioni di grano, sosteneva
Marcio
, fomentavano la disubbidienza, mentre egli proponeva di abrogare il tribunato recentemente istituito perché contrastava l'autorità del
console
(
Marcio
propose inoltre di vendere il frumento al maggior prezzo possibile ma
Plutarco
omette questa informazione).
Gli argomenti di
Marcio
non convinsero solo i prigionieri ma anche molti anziani. Solo alcuni dei più vecchi erano preoccupati per quanto riuscivano a prevedere. I
tribuni
si rivolsero alla plebe esortandola ad insorgere in loro aiuto. La tensione aumentò e poco mancò che il popolo si scagliasse contro il senato.
I
tribuni
sostenevano che l'unico responsabile degli attuali disordini fosse
Marcio
e mandarono a prenderlo.
Marcio
si rifiutò e i
tribuni
andarono a prenderlo personalmente. La notte sopravvenne e sedò i disordini. Al mattino seguente i
consoli
riunirono i senatori e li pregarono di adottare un comportamento prudente andando incontro alle pretese del popolo. Ottenuta la generale approvazione, i
tribuni
andarono dal popolo e fecero di tutto per risolvere le agitazioni, promisero un accordo conveniente per la distribuzione del frumento e altri accorgimenti graditi dalla moltitudine. I
tribuni
della plebe stavano ringraziando il senato per la moderazione ma chiesero che
Coriolano
si presentasse per rendere ragione del suo comportamento e scusarsi per le offese arrecate.
Marcio
si presentò ma contrariamente alle aspettative cominciò a parlare in piena libertà, con l'atteggiamento di chi accusa, mostrando con il tono di voce e col sembiante un'intrepidezza che toccava l'arroganza e il disprezzo.
Il tribuno
Sicinio
si portò in mezzo alla folla e disse ad alta voce che i
tribuni
avevano decretato la morte di
Marcio
ed ordinò agli edili di precipitarlo dalla rocca.
L'intervento dei
patrizi
evitò che
Marcio
venisse giustiziato, gli animi si calmarono e tutti convennero di riunirsi dopo tre giorni per giudicare
Coriolano
ed eventualmente condannarlo.
Il giorno convenuto il senato si riunì e durante il dibattimento furono ribadite le consuete accuse essenzialmente basate su quanto
Coriolano
aveva detto in senato in merito al prezzo del grano e all'abolizione dei
tribuni
della plebe. Inoltre gli imputarono una nuova accusa per aver distribuito il bottino fatto nel Paese degli
Anziati
tra i suoi soldati invece di consegnarlo all'erario.
Il processo si concluse con la condanna all'esilio perpetuo di
Coriolano
con grande soddisfazione della plebe e grande dispiacere dei senatori.
Solo
Coriolano
rimase impassibile non lasciando vedere il profondo dolore che provava. Salutate la madre e la moglie piangenti,
Marcio
lasciò
Roma
accompagnato fino alle porte da un corteo di
patrizi
. Trascorse pochi giorni in un suo podere in compagnia di tre o quattro parenti meditando la vendetta. Decise di suscitare una guerra tra
Roma
e le genti vicine, in particolare i
Volsci
che disponevano di molti soldati e grandi ricchezze. Ad
Anzio
viveva un certo
Tullo Aufidio
, personaggio di grande prestigio che di fatto poteva essere considerato re dei
Volsci
.
Marcio
e
Aufidio
si odiavano reciprocamente e spesso durante le battaglia si erano insultati e maledetti.
Entrato in città,
Marcio
raggiunse la casa di
Tullo
senza essere riconosciuto. Fu accolto dai servi che ne provarono soggezione senza sapere chi fosse. Quando parlò con
Tullo
si mise a disposizione per combattere contro i
Romani
ai quali, affermava, avrebbe nuociuto di più di quanto aveva fatto ai
Volsci
.
Superato lo stupore,
Tullo
fu lieto di accoglierlo. Intanto a
Roma
la sentenza di esilio per
Marcio
aveva suscitato grande inimicizia tra
patrizi
e
plebei
mentre indovini e sacerdoti presagivano eventi molto gravi. Un certo
Tito Latino
(
Tito Atinio
in
Livio
) sognò
Giove
che gli ordinava di dire ai senatori che una certa processione non era stata gradita agli dei perché contemporaneamente uno schiavo veniva lapidato in pubblico. Il padrone della schiavo fu punito e la processione venne ripetuta.
I
Volsci
, comandati da
Coriolano
, invasero il territorio romano trovandovi tanta preda da non poterla asportare o consumare sul posto. Il principale scopo di
Marcio
nell'attuare questa azione fu quello di dare nuovo motivo di risentimento al popolo romano contro i
patrizi
. Con questo obiettivo devastava i campi e le fattorie dei
plebei
lasciando intatte quelle dei
patrizi
, provocando il sospetto che i
patrizi
si fossero segretamente accordati con i
Volsci
.
Dopo questa vittoria,
Tullo
cedette a
Marcio
il comando nelle spedizioni riservando a se stesso il comando di quanti rimanevano a proteggere le città volsce.
Marcio
prese la città di
Circei
che si arrese spontaneamente e non subì danni. Passò quindi a danneggiare il paese dei
Latini
sperando di provocare la reazione romana ma poiché questa tardava, conquistò
Tolerio
,
Labico
, Pedo e
Bola
e le saccheggiò perché avevano resistito mentre aveva cura di non arrecare danni a chi non resisteva. Intanto
Marcio
diventava famoso e anche i
Volsci
che erano rimasti con
Tullo
a guardare le città vollero unirsi a lui.
Intanto a
Roma
regnava la discordia e non si riusciva a decidere se come e quando scendere in campo contro i
Volsci
. I
Romani
si trovarono una certa coesione quando
Marcio
assediò
Lavinio
città sacra per i
Romani
che vi custodivano reliquie dei propri antenati. Rimaneva comunque accesa la disputa tra il popolo (che voleva far tornare
Marcio
) e il senato che ora si considerava offeso. Quando
Marcio
fu informato di questa situazione abbandonò l'assedio di Marino e si portò a poche miglia da
Roma
. Non era opportuno che il senato cominciasse proprio ora a considerarsi offeso da
Marcio
. Si decise di mandare ambasciatori a
Marcio
per invitarlo a tornare e desistere dalla guerra. Gli ambasciatori erano tutti amici di
Marcio
e si aspettavano un'accoglienza cordiale, furono invece ricevuti con freddezza da Marcio attorniato dai principali
Volsci
.
Marcio
pose come condizione per la pace la restituzione di tutte le terre e città dei
Volsci
conquistate da
Roma
, concesse agli ambasciatori trenta giorni di tempo e quando quelli furono partiti tolse il campo e si portò fuori dai confini
Romani
.
Molti
Volsci
detestavano
Marcio
per invidia e
Tullo
lo odiava per gelosia. Anche la tregua di trenta giorni sembrava esagerata per gli avversari di
Marcio
.
Quando i trenta giorni furono trascorsi,
Marcio
tornò con l'esercito ad accamparsi vicino
Roma
, tornarono da lui gli ambasciatori pregandolo di allontanare i
Volsci
dal territorio romano e proponendogli di trattare per avere qualche concessione dal senato.
Marcio
rispose che entro tre giorni si aspettava di veder soddisfatte le sue giuste richieste, altrimenti sarebbe passato alle armi.
Tutti gli indovini, sacerdoti, veggenti che si trovavano a
Roma
furono precettati per tentare di attenuare l'ira di
Coriolano
e convincerlo a trattare ma tutti i tentativi furono superflui e nessuno riuscì a cambiare il suo atteggiamento.
Le donne romane facevano le loro suppliche prevalentemente nel tempio di
Giove Capitolino
. Tra esse era Valeria, sorella del famoso Valerio Publicola. Forse per ispirazione divina, Valeria andò nella casa di
Volumnia
madre di
Marcio
dove si svolgeva una preghiera comune con molte donne. Valeria convinse la madre e la moglie di
Coriolano
a tentare di riconciliarlo con la patria e riportare la pace in città.
Volumnia
, la nuora e tutte le donne presenti si recarono al campo dei
Volsci
dove
Marcio
le accolse con grande stupore,
Volumnia
parlò a
Marcio
davanti ai principali comandanti
Volsci
e molto rapidamente espose la condizione sua e delle compagne e chiese al figlio, se null'altro era disposto a concedere, di allontanare il campo dei
Volsci
da
Roma
. Dopo aver riflettuto a lungo in silenzio,
Marcio
riconobbe la vittoria della madre dopo di chè si appartò con lei e con la moglie per poi rimandarle a
Roma
come esse chiedevano.
Su quanto avevano visto i
Volsci
avevano opinioni diverse, alcuni biasimavano Marcio, altri lo scusavano immaginandosi al suo posto.
Quando le vedette dalle mura di
Roma
segnalarono la partenza dei
Volsci
tutti i
Romani
ne gioirono, aprirono le porte dei templi e offrirono sacrifici come se avessero conseguito una grande vittoria. Il senato decretò ricompense ed onori per quelle donne che, a dire di tutti, avevano risolto la situazione.
Il senato chiese alle donne di scegliere una ricompensa senza porre limiti al valore della richiesta ma le donne altro non vollero che fosse fondato un tempio alla Fortuna Muliebre la cui costruzione avrebbero finanziato loro stesse purché la città si facesse carico delle funzioni e dei sacrifici che in futuro il tempio avrebbe ospitato.
Il senato lodò la loro generosità ma decretò la costruzione a spese pubbliche del tempio e di una statua da collocare nel luogo in cui
Coriolano
aveva ceduto a sua madre. Si disse che un'altra statua, collocata all'interno del tempio salutasse con chiare parole la pia determinazione con cui era stata costruita. Ovviamente
Plutarco
esclude la possibilità che un oggetto composto di materia inorganica possa in alcun caso proferir parola.
Coriolano
tornò ad
Anzio
dove
Tullo
, che lo odiava da tempo, aveva preparato molti cittadini contro di lui.
Tullo
chiese a
Marcio
di deporre la sua carica, Marcio rispose che lo avrebbe fatto quando l'intera popolazione che gliel'aveva concesso gli avesse chiesto di rinunciare al potere.
Tullo
e quanti condividevano la sua opinione volevano processare
Marcio
per non aver completato la conquista di
Roma
quando ne aveva avuto la possibilità ma il processo non ebbe luogo perché i più temerari tra gli avversari di
Marcio
lo aggredirono urlando e lo trucidarono senza che nessuno dei presenti facesse un minimo tentativo di salvarlo.
Quando i
Romani
seppero che era morto non fecero alcuna manifestazione di onore o di sdegno ma si limitarono a consentire il lutto per dieci mesi.
In seguito i
Volsci
non vissero serenamente: combatterono contro gli
Equi
che in passato erano stati loro amici e alleati, poi furono sconfitti dai
Romani
in una battaglia nella quale morì
Tullo
e il loro esercito venne massacrato. Infine furono costretti ad accettare patti per loro vergognosi.
PARAGONE DI
ALCIBIADE
E
CORIOLANO
Alcibiade
e
Coriolano
, secondo
Plutarco
, erano equivalenti riguardo alle cose militari. Entrambi avevano condotto campagne fortunate facendo onore alla patria e quando, in discordia con la loro gente, passarono ai nemici, le cose della loro patria andarono di male in peggio.
Riguardo a questi periodi non possono essere lodati perché se adulare il popolo è una brutta cosa, assoggettarlo con la forza e opprimerlo è molto ingiusto.
Marcio
era uomo schietto e sincero mentre
Alcibiade
nella sua condotta politica era stato astuto e malizioso.
Ingannando gli ambasciatori lacedemoni,
Alcibiade
ruppe la pace ma consolidò l'alleanza degli
Argivi
con i
Mantinei
.
Secondo quello che racconta
Dionigi
, Marcio provocò la guerra tra
Volsci
e
Romani
.
Alcibiade
agì a volte per secondare gli impulsi della collera e
Marcio
, per lo sdegno che aveva contro la patria, distrusse molte città che non avevano alcuna colpa.
Se
Alcibiade
fu causa di calamità per la sua patria per il suo sdegno, quando si accorse che i suoi concittadini erano pentiti tornò ad essere benevolo.
Alcibiade
si lasciava spesso corrompere con doni in denaro che dissipava in lusso e intemperanze, mentre
Coriolano
non volle mai accettare la minima regalia.
Alcibiade
, grazie al suo carisma, fu spesso amato quando era comandante quanto quando era soldato semplice.
Marcio
invece fu odiato dai
Romani
quanto dai
Volsci
. Non volle desistere dalla guerra per pubbliche istanze ma si lasciò persuadere da istanze private di donne della sua famiglia.
Alcibiade
cercava di essere sempre compiacente e gradevole,
Marcio
non era gradito a molti per la sua superbia ma la sua ambizione gli procurava sdegno e dolore quando veniva trascurato. E proprio questa superbia fu il principale difetto di
Coriolano
mentre aveva altre qualità luminose.
In quanto poi alla temperanza e all'astenersi dal lusso,
Coriolano
andrebbe paragonato non ad
Alcibiade
, che amava il lusso e volentieri lo mostrava, ma bensì ai Greci migliori e più incorrotti.