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PLUTARCO DI CHERONEA




VITE DI ALCIBIADE E CORIOLANO





ALCIBIADE


Alcibiade era ritenuto discendente di Eurisace figlio di Aiace e parente degli Alcmeonidi per il tramite di sua madre Dinomaca, figlia di Megacle. Suo padre Clinia allestì a proprie spese una triremi con la quale partecipò alla battaglia dell'Artemisio, in seguito combattè a Cheronea contro i Beoti e vi morì.
Furono suoi tutori Pericle e Arifrone padre di Santippo, ebbe l'amicizia di Socrate che gli procurò molta stima, Amicla spartana fu sua nutrice e Zopiro suo pedagogo.
Famosa era la bellezza di Alcibiade che lo rese ammirevole in ogni età. Anche la sua leggera balbuzie conferiva un'attrattiva al suo piacevole discorrere.
Alcuni aneddoti sulla sua infanzia sono utili per conoscere la sua personalità e la sua prontezza di spirito. Ancora bambino lottava per gioco con un coetaneo e quando sentì che sarebbe stato sopraffatto prese a mordere la mano dell'avversario, a quello che gli rimproverava di mordere come una donna rispose che mordeva come un leone.
Giocando a dadi in una via stretta chiese al conducente di una biga che passava di attendere la fine della partita ma l'uomo lo ignorò e proseguì, gli altri bambini si separarono ma Alcibiade si distese davanti alla biga sfidando il carrettiere a passare oltre. Sbigottito, l'uomo respinse la biga all'indietro.
Giunto in età scolare apprendeva volentieri tutte le materie ma si rifiutò di suonare il flauto perché deformava l'aspetto del viso. Molti ascoltarono questo racconto e lo studio del flauto fu infine abolito.
Antifonte, nemico di Alcibiade, spargeva notizie infamanti sul suo conto parlando di una relazione omosessuale e dell'amicizia per un suo compagno di palestra ma Plutarco dubita dell'attendibilità di queste voci.
Ammirato ed amato da molti per la sua bellezza, riceveva l'affetto di Socrate che spesso lasciava comprendere i suoi sentimenti testimoniando della virtù e della buona indole del ragazzo.
Alcibiade ricambiava l'amore di Socrate e faceva tesoro dei suoi insegnamenti. Gli Ateniesi si stupivano di vederlo così innamorato e sollecito, lui che spesso si mostrava severo ed intrattabile, talvolta estremamente arrogante come capitò con Anito di Antemione al quale, dopo un banchetto sottrasse metà delle stoviglie d'oro e Anito, invece di offendersi, lo giudicò moderato per aver preso solo la metà di quegli oggetti.
Una volta favorì uno straniero che si era trasferito in Atene con pochi mezzi e aveva cercato la sua protezione. Alcibiade lo spinse a gareggiare per l'appalto dei dazi pubblici facendosi suo mallevadore. Gli altri concorrenti pregarono quell'uomo di rinunciare offrendogli denaro e Alcibiade non permise che accettasse meno di un talento. Quando lo straniero ebbe incassato, Alcibiade lo spinse a lasciare Atene e quello se ne andò contento per l'inatteso guadagno.
Talvolta Alcibiade si allontanava da Socrate per concedersi piacere con qualcuno dei suoi numerosi ammiratori. Socrate in questi casi lo rintracciava sollecitamente. Si diceva che Socrate prendeva questo suo amato per le orecchie lasciando ai suoi rivali il ventre, la gola "e ciò che vi ha di più turpe".
Gli adulatori volevano persuaderlo ad entrare in politica affermando che avrebbe avuto più successo di Pericle, facevano leva sulle sue grandi ambizioni ma Socrate con i suoi ragionamenti lo rendeva umile e senza arroganza.
Percosse con un pugno un precettore di grammatica perché non aveva i libri di Omero. Ne derise un altro che affermava di aver corretto i libri di Omero.
Una volta chiese di parlare con Pericle e gli fu detto che era troppo occupato nel cercare il modo migliore di rendere ragione agli Ateniesi. Alcibiade disse che sarebbe stato meglio per lui studiare il modo per non dover rendere tale ragione. Ancora giovanissimo militò insieme a Socrate nella battaglia di Potidea. Fu ferito e Socrate lo protesse con suo grande rischio. Molti volevano attribuire a Alcibiade un premio in valore che Socrate maggiormente meritava, ma Socrate fu il primo ad insistere perché il premio andasse a Alcibiade.
Nella battaglia di Delo fu Alcibiade a proteggere Socrate che si trovava a piedi tra i nemici che lo incalzavano.
Una volta, per una scommessa, colpì con un pugno Ipponico padre di Callia e vedendo che la gente deprecava questa azione, porse a Ipponico la sua schiena nuda invitandolo a frustarlo. Ipponico lo perdonò e gli concesse la mano di sua figlia Ipparete. Dopo qualche tempo Ipparete, stanca dei frequenti tradimenti di Alcibiade passò nella casa del fratello. Alcibiade continuò a dedicarsi ai suoi piaceri e Ipparete andò dagli arconti per presentare domanda di divorzio ma sopraggiunse Alcibiade e la ricondusse a casa senza che nessuno tentasse di ostacolarlo. Ipparete rimase con lui fino alla morte.
Avendo un bellissimo cane Alcibiade gli mozzò la coda, in seguito affermò di essere contento perché la gente parlava male di lui per questo e non per cose più gravi.
Si avvicinò per la prima volta alla politica dispensando danaro alla gente. Facendolo una coturnice volò fuori dalle sue vesti, la riprese Antioco e la restituì ad Alcibiade che da allora lo ebbe per carissimo amico.
Pure avendo molti mesi per accedere al governo come la ricchezza, i chiari natali, la fama e il coraggio, volle servirsi soltanto della delicatezza e dell'eleganza del suo parlare.
I poeti comici, gli oratori del suo tempo e un filosofo come Teofrasto, testimoniano la grande eloquenza di Alcibiade.
Era celebre anche per i suoi cavalli e per le sue vittorie nelle corse. Partecipò ai giochi olimpici con sette cavalli conquistando la prima, la seconda e la terza oppure quarta posizione. I suoi ammiratori lo omaggiavano con molti doni ma non mancavano gli invidiosi e i calunniatori.
Un suo amico desiderava un cocchio che era in vendita ad Argo. Alcibiade lo comprò per lui ma poi volle tenerlo per se stesso. I lamenti e le critiche dell'amico fecero dell'episodio uno scandalo che arrivò in tribunale.
Entrato in politica, Alcibiade superò rapidamente tutti gli oratori, gli tenevano testa soltanto Feace di Erasistrato e Nicia di Nicerato. Un certo Iperbolo Peritede, pessimo oratore spesso criticato o deriso, richiese che si decretasse l'ostracismo contro i tre oratori. Alcibiade si accordò con Nicia e fece in modo che l'ostracismo colpisse Iperbolo.
L'amicizia di Alcibiade con Nicia non fu di lunga durata perché quando si giunse alla pace che tutti dicevano "di Nicia" Alcibiade ne ebbe invidia e grande afflizione. Sentendo dire che anche gli Argivi volevano sottrarsi alla tirannia degli Spartani fece nascere in loro la speranza di avere gli Ateniesi compagni nella guerra. Quando gli Spartani si allearono con i Beoti questi restituirono ad Atene il forte di Panatto dopo averlo demolito. Gli Ateniesi ne furono molto irritati e Alcibiade ne approfittò per parlare contro Nicia e contro la sua amicizia con gli Spartani.
Quando giunse ad Atene una delegazione di Spartani per curare i particolari dell'accordo di pace, Alcibiade li convinse che mostrarsi troppo ben disposti era pericoloso perchè sarebbe piaciuto al consiglio ma non avrebbe convinto il popolo. Li indusse inoltre a dichiarare di non avere pieni poteri mentre il giorno prima avevano affermato il contrario, Alcibiade screditò gli ambasciatori spartani con grande imbarazzo di Nicia. Gli Spartani furono espulsi e Alcibiade, nominato comandante dell'esercito, fece subito fare lega agli Ateniesi con gli Argivi, con i Mantineesi e con gli Elei.
Nessuno lodò il comportamento di Alcibiade ma in questo modo aveva scosso la supremazia spartana sul Peloponneso e allontanato da Atene molti pericoli.
Quando si combattè intorno a Mantinea gli Spartani vinsero ma non riportarono grandi vantaggi. Subito dopo la battaglia i principali ufficiali di Argo cospirarono per assoggettare a se stessi le città facendo cadere il governo popolare. La popolazione riprese le armi e ripristinò la democrazia, Alcibiade persuase il popolo a costruire lunghe mura fino al mare per congiungere le proprie forze a quelle ateniesi e fece venire da Atene scarpellini ed altri artefici per completare rapidamente i lavori. Con queste azioni Alcibiade procurò favore e prestigio presso gli Argivi a se stesso e alla sua città. Con mezzi analoghi ebbe successo anche a Patrasso che fu unita al mare con lunghe mura.
A tanta sagacia e lucidità, Alcibiade affiancava uno stile di vita assai molle, pieno di lusso, di crapule e di amori.
Molti lo detestavano ma la magnificenza da lui usata verso la città, la gloria dei suoi antenati, l'eloquenza e la bellezza e tutte le altre sue doti facevano perdonare il suo comportamento e minimizzare le sue colpe. Egli fu la principale causa della strage che gli Ateniesi fecero degli abitanti di Melo.
In sintesi Alcibiade era odiato da molti e amato da tutti, il parere che si aveva di lui era sempre incerto a causa della complessità della sua personalità.
Anche Nicia, suo malgrado, fu scelto per comandare insieme a Alcibiade la spedizione perché gli Ateniesi vollero affiancare all'impetuoso Alcibiade il colto e riflessivo Nicia. L'anziano Lamaco, ancora vigoroso alla sua età, fu scelto per completare il trio dei comandanti.
Iniziò la discussione per decidere la quantità di soldati da inviare in Sicilia ma Nicia continuò ad esprimere opinioni contrarie alla guerra ma fu superato dall'eloquenza di Alcibiade.
Non si vedevano cose di buon augurio: per la festa di Adone si rappresentavano teatralmente esequie di morti e si esponevano simulacri dei cadaveri. Le statue di Mercurio erano state vandalizzate in una sola notte e la vista dei volti delle erme sfigurati costernava anche i non credenti. Si sparse la voce che il sacrilegio fosse opera di persone di Corinto che intendevano così scoraggiare gli Ateniesi salvaguardando Siracusa, che era loro colonia. L'evento doveva comunque essere profondamente esaminato, si volevano i colpevoli profanatori e per queste indagini il senato si riunì più volte in pochi giorni. L'oratore Androcle presentò alcuni stranieri trasferiti in Atene i quali testimoniarono che il sacrilegio era avvenuto anche in altre città e che si erano anche imitati i sacri misteri. Ad inscenare tutto ciò era sempre Alcibiade che istruiva i suoi compagni per quelle cerimonie facendone degli "iniziati".
Tessalo figlio di Cimone formalizzò accuse di empietà contro Alcibiade che ne rimase scosso. Riprese però coraggio nel constatare come la fiducia dei militari che doveva condurre in Sicilia fosse rimasta intatta.
Avversari di Alcibiade sostennero che fosse sbagliato trattenere Alcibiade (e con lui l'armata) mentre si svolgeva il processo a suo carico. Proposero di lasciarlo partire e rinviare ogni procedimento al termine della guerra. Al contrario Alcibiade chiedeva di essere processato e di partire solo dopo essere stato assolto.
Non riuscì a persuadere il popolo e gli fu ingiunto di partire. Salpò con circa centoquaranta triremi, cinquemila e cento soldati in armatura e con mille e trecento tra arcieri, frombolieri e altri armati alla leggera.
Giunto in Italia propose la sua strategia, Nicia si oppose ma il voto favorevole di Lamaco fece prevalere Alcibiade. Navigò quindi in Sicilia e assoggettò Catania ma fu improvvisamente richiamato in giudizio a Atene. Una volta partito Alcibiade, i suoi avversari avevano inveito fieramente contro di lui, avevano fatto incarcerare tutti i suoi amici. Un testimone affermò di aver visto al chiaro di luna Alcibiade e i suoi amici danneggiare le Erme. Si controllò e si appurò che era stata una notte di luna nuova. Fu un duro colpo per la credibilità dei testimoni, non di meno il popolo continuò ad imprigionare chiunque fosse denunciato.
Era tra i prigionieri anche l'oratore Andocide, sospettato per il sacrilegio delle Erme a causa di una grande statua rimasta intatta tra molte profanate. Un altro detenuto convinse Andocide a confessare di aver compiuto il sacrilegio per ottenere l'impunità spettante per legge a chi confessava spontaneamente. Andocide confessò ed ebbe l'impunità ma le persone che aveva indicato come suoi complici (fra cui erano anche suoi parenti o amici) furono tutte giustiziate.
Gli Ateniesi inviarono la nave "Salaminia" dando ordine agli incaricati di trattare Alcibiade con cortesia, pregandolo di seguirli in Atene per dimostrare al popolo la sua innocenza. Alcibiade li seguì e i soldati rimasero a lungo in ozio sotto il comando incerto di Nicia.
Alcibiade si imbarcò ma durante una sosta a Turii scese dalla nave e si rese irreperibile.
Ad Atene fu emessa la condanna a suo carico per aver oltraggiato le dee Proserpina e Demetra, violato il segreto dei riti e aver organizzato con i suoi rituali illeciti. Mentre questa sentenza veniva pronunciata, Alcibiade era passato da Turii ad Argo. Convinto di non poter mai più entrare in Atene mandò a Sparta una richiesta di asilo promettendo di essere più utile a Sparta di quanto dannoso era stato in passato.
Gli Spartani gli accordarono quanto chiedeva e la sua prima azione fu di spingere gli Spartani a mandare una flotta a Siracusa per occupare la città, la seconda fu di suscitare la guerra tra Sparta e Atene e la terza, che fu la più nociva per Atene, fu di fortificare Decelea.
In Sparta Alcibiade si fece apprezzare adottando le abitudini e i costumi di quella città. Si lavava con acqua fredda, si radeva e mangiava i semplici cibi tipici di Sparta, vestiva come gli Spartani. Era un'astuzia consueta per Alcibiade quella di mostrarsi sempre vicino alle inclinazioni altrui e stando in Lacedemone sembrava fosse stato educato da Licurgo.
Ciò nonostante, violò Timea moglie del re Agide che rimase incinta mentre il marito era fuori dal suo paese e non negò che il bambino fosse di Alcibiade. Chiamato in pubblico Leotichida ed Alcibiade in privato, il piccolo era motivo di orgoglio per il padre che affermava di non aver agito per libidine ma per dare a Sparta una schiatta di regnanti da lui discendente.
Agide fu informato del tradimento della moglie con la quale non aveva rapporti da dieci mesi. Non volle riconoscere per suo Leotichida che per questo fu escluso dal regno.
Chio, Lesbo e Cizico chiesero aiuto a Sparta per liberarsi di Atene. La loro istanza fu sostenuta dai Beoti, da Farnabazo e da Alcibiade. Gli Spartani decisero di intervenire in favore di Chio prima degli altri ed incaricarono Alcibiade che in breve tempo sollevò tutta la Ionia recando gravissimi danni agli Ateniesi.
Agide, che era già ostile a Alcibiade per l'adulterio, divenne geloso della popolarità che andava raggiungendo e d'accordo con i notabili della sua corte che erano altrettanto invidiosi, fece in modo che i magistrati di Sparta scrivessero a quelli di Atene chiedendo loro di far morire Alcibiade.
Alcibiade fu segretamente avvertito e per la sua sicurezza si affidò al satrapo Tisaferne del quale divenne presto il principale consigliere.
Non fidandosi più degli Spartani, Alcibiade consigliò a Tisaferne di ritardare gli aiuti che aveva loro promessi: era meglio che Sparta e Atene si indebolissero combattendo tra loro fino ad essere costretti a sottomettersi al re.
Samo era la base delle operazioni militari della flotta ateniese che interveniva nei luoghi che si erano ribellati e controllava che non avessero inizio nuove ribellioni. La flotta svolgeva bene i suoi incarichi ma temeva l'arrivo di centocinquanta triremi fenicie che si diceva stessero per intervenire da un momento all'altro.
Alcibiade prese contatto con i principali ateniesi in Samo e fece intendere loro di poter renderli amici di Tisaferne che li avrebbe aiutati ad instaurare in Atene un governo oligarchico. Tutti i condottieri della flotta ateniese aderirono alla proposta di Alcibiade ad eccezione di Frinico Diradiote, l'unico ad aver compreso che Alcibiade aspirava soltanto ad essere richiamato in patria.
Frinico contattò anche Astioco comandante della flotta di Tisaferne per metterlo in guardia ma questi era interessato a compiacere Alcibiade per la sua posizione presso il satrapo, quindi gli comunicò immediatamente le notizie da lui ricevute.
Alcibiade mandò a Samo persone che denunciassero la condotta di Frinico. Questi ritentò di portare dalla sua Astioco promettendogli la flotta ateniese, ma Astioco di nuovo informò della cosa Alcibiade.
Gli ateniesi non credettero alle accuse di Alcibiade ma quando Frinico venne ucciso dalle guardie, lo condannarono dopo la morte come reo di tradimento.
Quelli che in Samo avevano maggior potere mandarono a Atene Pisandro per distruggere il governo democratico, condizione necessaria per rendere loro amico Tisaferne tramite la mediazione di Alcibiade.
Quando furono consolidati ed ebbero istituito il governo dei cinquemila, che in realtà erano quattrocento, non si occuparono più di Alcibiade e della guerra. Trucidati che furono i pochi che si erano opposti ai Quattrocento, il popolo di Atene rimase quieto suo malgrado, ma quelli che erano a Samo decisero di navigare fino al Pireo per richiamare Alcibiade e offrirgli il comando.
Alcibiade decise di comportarsi come conveniva a un grande comandante, opponendosi a chi si lasciava andare all'ira e considerando ogni cosa con prudenza.
Se Alcibiade avesse lasciato che Ateniesi combattessero contro Ateniesi il nemico si sarebbe in breve appropriato di tutta la regione, ma Alcibiade lo impedì con gli ammaestramenti che dava alla moltitudine ma ancora di più con le suppliche che faceva ad ognuno in particolare. Lo aiutava Trasibulo Stirieo che gli stava sempre vicino per gridare con la sua gagliardissima voce.
Un'altra importante azione di Alcibiade fu quella di intercettare le navi che Tisaferne aveva promesso agli Spartani e renderle disponibili per Atene.
Volendo rientrare ad Atene con una bella impresa, Alcibiade decise di attaccare la flotta spartana che stava portandosi verso l'Ellesponto. Giunse con le sue diciotto navi in un luogo presso Abido dove Ateniesi e Spartani stavano già combattendo. Al suo arrivo gli Spartani presero coraggio e gli Ateniesi furono costernati ma quando la nave capitana di Alcibiade alzò le insegne Ateniesi i Lacedemoni furono messi in fuga.
Dopo la vittoria Alcibiade andò da Tisaferne recando donativi con un adeguato seguito ma Tisaferne, temendo che gli Spartani lo criticassero davanti al re, lo fece arrestare e lo tenne prigioniero per trenta giorni in Sardi. Alcibiade trovò infine modo di fuggire e riparò in Clazomene e da qui raggiunse via mare il campo degli Ateniesi. Approfittando della fitta pioggia, insinuò la sua nave tra quelle degli alleati Teramene e Trasibulo che stavano all'ancora davanti al porto di Cizico.
Alcibiade, facendo credere di disporre di poche navi, ne lasciò molte indietro e con sole quaranta navi provocò i nemici. Nel corso della battaglia comparvero le altre navi la cui vista volse il nemico in fuga. Alcibiade sbarcò con una parte dei suoi uomini per raggiungere e uccidere quelli che fuggivano. Morì così anche Mindaro e Farnabazo dovette fuggire.
Così gli Ateniesi uccisero molti nemici, fecero un grande bottino di armi e di spoglie, catturarono le navi e soggiogarono Cizico assicurandosi il dominio dell'Ellesponto e cacciarono gli Spartani dal mare. Farnabazo con molta gente a piedi e a cavallo attaccò dei soldati di Alcibiade mentre facevano scorrerie nei pressi di Abido. Alcibiade andò in soccorso dei suoi insieme a Trasillo. In seguito i soldati di Alcibiade e quelli di Trasillo si unirono e depredarono il paese di Farnabazo.
Alcibiade combattè quindi contro quelli di Calcedonia che si erano ribellati agli Ateniesi e venne a sapere che i ribelli avevano depositato tutti i loro beni presso i Bitini. Bastò l'invio di un araldo che i Bitini, intimoriti consegnarono a Alcibiade quanto avevano in depositi e strinsero amicizia con lui.
Dopo aver di nuovo sconfitto Farnabazo, Alcibiade navigò fino all'Ellesponto per raccogliere denaro e prese Selimbria. In quest'ultima impresa rischiò personalmente la vita a causa di un malinteso con i Selimbriani che avevano promesso di consegnargli la città.
Intanto i capitani rimasti all'assedio di Calcedonia si accordarono con Farnabazo ma questi, essendo arrivato Alcibiade, richiese che anche lui aderisse al trattato di pace. Alcibiade rifiutò di sottoscrivere l'accordo prima di Farnabazo. Seguirono i giuramenti e Alcibiade passò a Bisanzio dove era in corso un'altra ribellione. Qui Anassilao e Licurgo accettarono di consegnare la città a condizione di essere lasciati partire. Si ebbero degli scontri tra gli Ateniesi e i Peloponnesiaci che si trovavano a Bisanzio. Infine furono vincitori Alcibiade e Teramene. Ai Bizantini non fu fatto alcun male. Anassilao in seguito fu processato per tradimento ma si difese affermando di essere bizantino e non spartano, le sue azioni quindi avevano lo scopo di liberare dall'assedio la sua patria. I giudici convennero con questo punto di vista e Anassilao fu assolto.
Alcibiade salpò con le triremi ateniesi armate di scudi e spoglie nemiche, trainando molte navi conquistate con altrettante decorazioni.
Entrato nel porto di Atene, Alcibiade ristette insicuro finché non vide un gran numero di suoi parenti ed amici venuti in folla per accoglierlo. In quel momento tutti ricordavano i tristi eventi della spedizione in Sicilia e le successive dolorose vicende degli Ateniesi e tutti consideravano che le cose sarebbero andate molto diversamente se avessero lasciato il comando nelle mani di Alcibiade.
Alcibiade parlò al popolo delle disgrazie patite ma, evitando di fare accuse, addebitò tutti i suoi dispiaceri all'avversa fortuna. Parlò quindi dei nemici facendo coraggio agli Ateniesi e fu decorato con catene d'oro. Gli Ateniesi decretarono pure che gli fossero restituite le sue sostanze e che le maledizioni fatte contro di lui per volere del popolo fossero ritrattate.
Ricorrendo in quei giorni le feste plinterie che da lungo tempo non venivano degnamente celebrate, Alcibiade volle che si svolgesse la processione sotto la guardia armata dei soldati. Con questa azione diminuiva grandemente la reputazione di Agide che non avrebbe reagito, ma se lo avesse fatto avrebbe scatenato una guerra sacra.
Al mattino Alcibiade si mise alla testa della grande sfilata che tutti osservavano con ammirazione. La gente di più umile condizione vedeva in lui uno speciale benefattore e lo incitava a compiere gli atti necessari per prendere il potere e governare la città, ma i cittadini più potenti, intimoriti, procurarono di farlo partire al più presto con l'armata e i colleghi che desiderava.
Salpò, dunque, con cento navi, combattè presso Andro ma non prese l'isola. Le grandi aspettative degli Ateniesi non venivano soddisfatte perché Alcibiade, privo di fonti di finanziamento, doveva combattere contro nemici assistiti dal denaro del re di Persia.
Per poter aumentare la paga dei suoi uomini, Alcibiade decise di recarsi in Caria in cerca di finanziamenti e affidò il comando delle navi a Antioco ordinandogli di non combattere e di non raccogliere eventuali provocazioni da parte dei nemici. Ma Antioco non tenne alcun conto degli ordini e armate due navi si inoltrò verso Efeso attraversando lo schieramento nemico.
Lisandro uscì con poche navi per inseguirlo ma, vedendo che molte navi ateniesi stavano arrivando per soccorrere Antioco, mosse tutta la flotta e riportò la vittoria, uccidendo Antioco e catturando molte navi.
Quando tornò a Samo, Alcibiade tentò di provocare battaglia con Lisandro ma questi, soddisfatto dell'impresa compiuta non accettò di combattere.
Trasibulo si portò in Atene per accusare Alcibiade di aver perduto molte navi per aver affidato l'armata a uomini privi delle necessarie capacità per poter comodamente andare a fare denari e abbandonarsi alla dissolutezza con le meretrici di Abido e della Ionia. Lo incolpò anche di aver costruito una residenza in Tracia come se non potesse o non volesse più vivere in patria.
Molto indignati, gli Ateniesi elessero in sua vece altri comandanti.
Alcibiade abbandonò l'esercito e, raccolta una banda di soldati stranieri, andò a combattere contro i Traci, acquisì ricchi bottini e rese sicuri i confini greci. Intanto i nuovi comandanti ateniesi Tideo, Menandro e Adimanto avevano preso l'abitudine di attaccare ogni mattina Lisandro le cui navi sostavano presso Lampsaco.
Passando nelle vicinanze, Alcibiade parlò ai comandanti facendo notare che si trovavano in posizione svantaggiata e che sbagliavano a lasciar sbarcare i soldati senza un preciso piano d'azione. Consigliava di passare con l'esercito a Sesto in posizione migliore, ma i comandanti non accettarono i suoi consigli, in particolare Tideo gli ordinò con disprezzo di andarsene.
Lisandro attaccò improvvisamente le navi ateniesi, ne scamparono solo otto mentre le altre, che erano quasi duecento, furono catturate con tremila prigionieri che vennero giustiziati.
Poco dopo lo stesso Lisandro prese anche Atene, incendiò le navi e demolì le lunghe mura. Alcibiade passò in Bitinia portando con se grandi ricchezze che perse rapidamente, estorte dai Traci, decise allora di andare presso Farnabazo per essere aiutato a compiere il viaggio con sicurezza.
Gli Ateniesi si videro privare della libertà dai trenta personaggi insediati da Lisandro e allora cominciarono a recriminare sui propri errori e particolarmente sull'aver offeso Alcibiade cacciandolo per un'infelice manovra del suo luogotenente (Antioco) e privandosi di un fortissimo e bellicosissimo comandante. Rimaneva loro una piccolissima speranza essendo Alcibiade ancora vivo e certamente non insensibile alle disgrazie della sua città.
I magistrati di Sparta mandarono a Lisandro l'ordine di eliminare Alcibiade, Lisandro lo girò a Farnabazo e questi a suo fratello Bageo e a suo zio Susamitre. In quel periodo Alcibiade viveva in un villaggio della Frigia con una concubina di nome Timandra. Ebbe in sogno la visione di Timandra che gli dipingeva e lisciava la faccia come una donna, oppure la visione di Bageo che gli troncava la testa. I sicari mandati a uccidere Alcibiade non osarono entrare nella sua casa ma la circondarono e vi misero fuoco. Alcibiade gettò nel fuoco un ammasso di indumenti, si attorcigliò la clamide al braccio sinistro e scampò illeso dall'incendio con un pugnale nella mano destra. Molti sicari non ardirono venire alle mani con lui e cercarono di ucciderlo con frecce avvelenate da una certa distanza.
Infine Alcibiade fu ucciso e quando i barbari esecutori furono partiti Timandra ne raccolse il cadavere e lo avvolse nei suoi abiti offrendogli onorevoli esequie. Alcuni affermano che Alcibiade fu ucciso nel modo descritto ma non da Farnabazo o da Lisandro ma dai fratelli di una giovane che aveva violato.


MARCIO GAIO CORIOLANO


La famiglia patrizia dei Marci comprendeva un grande numero di personaggi illustri come Anco Marcio che fu re, e Publio Quinto che fece il più bell'acquedotto di Roma, Censorino che fu due volte censore e convinse il popolo a decretare che quella carica non poteva essere conferita due volte alla stessa persona.
La virtù più degna di stima secondo i Romani era il coraggio in gara. Marcio cominciò a maneggiare le armi quando era ancora un bambino e pensando che le armi migliori siano quelle che si ottengono dalla natura nascendo addestrò il suo corpo ad ogni forma di combattimento. Era leggero nel correre e grave nell'afferrare e tale che poteva difficilmente essere battuto. Quelli che si misuravano con lui e restavano vinti lo spiegavano con la sua insuperabile robustezza.
La prima volta che Marcio andò alla guerra era ancora un giovinetto. Tarquinio (il superbo) che era stato scacciato dai Romani giocava in quella battaglia la sua ultima carta con un esercito composto di Latini ma anche da molti altri Italiani che avevano risposto all'appello più per colpire i Romani che per aiutare gli alleati. Durante la battaglia Marcio combattè valorosamente e vedendo un romano che stava per essere sopraffatto da un nemico intervenne per difenderlo e uccise l'aggressore. Per questo gesto il dittatore (Aulo Postumio) gli conferì la corona civica, un serto di quercia che spettava a chi salvava un cittadino.
Si dice che in quella battaglia furono visti anche i Dioscuri con cavalli grondanti sudore ad annunciare la vittoria.
Avido di gloria, Marcio partecipò alle battaglie più importanti del suo tempo e ricevette molti riconoscimenti. Particolarmente caro gli era il momento in cui sua madre veniva informata delle sue gesta e ne gioiva orgogliosamente.
Dopo la guerra con i Sabini i soldati congedati non ottennero nulla di quanto era stato loro promesso durante l'arruolamento, i debiti non erano stati cancellati e neanche diminuiti, i creditori ripresero a perseguitare senza pietà quanti avevano contratto debiti con loro. Presto le persone che si trovavano in questa incresciosa situazione destarono turbolenze e disordini in città.
Avendo avuto notizie di questi tumulti, i nemici misero a ferro e fuoco il contado di Roma. I consoli chiamavano alle armi anche i giovanissimi. I senatori e i magistrati erano divisi in merito alla condotta da tenere: alcuni pensavano fosse bene fare delle concessioni ai poveri e non esagerare nell'applicazione delle leggi. Altri, e Marcio tra questi, erano dell'idea di non cedere alle richieste del popolo e ripristinare celermente l'ordine. Per questi argomenti i senatori si riunirono più volte senza trovare un accordo e il popolo decise di passare a una forma di protesta non violenta ma comunque efficace: rapidamente abbandonò la città e si trasferì sul Monte Sacro, lungo il corso dell'Aniene.
I rivoltosi gridavano di essere stati scacciati da molto tempo, avrebbero perciò trovato altrove in Italia l'aria, l'acqua e un luogo dove essere sepolti, cioè tutto quello che avrebbero ancora ricevuto rimanendo a Roma. Intimorito il senato mandò a trattare i cittadini più mansueti e popolari. Tra questi era il famoso Menenio Agrippa il quale, dopo aver pregato il popolo di non ricorrere alla violenza, raccontò una specie di favola: le membra protestavano perché lo stomaco, ricevendo il cibo, non faceva nulla per meritarlo. Lo stomaco spiegò come fosse lui a preparare e distribuire il cibo per i muscoli, agli organi e a ogni altra parte del corpo e come, senza tutto questo lavoro, lo stomaco sarebbe rapidamente deperito fino alla morte. Analogamente, proseguì Agrippa, il senato riceve tutte le risorse e le spartisce tra i cittadini.
Il discorso di Agrippa persuase il popolo ribelle che si riconciliò con il senato chiedendo ed ottenendo l'istituzione di cinque magistrati incaricati di difendere e far rispettare le esigenze della plebe. Questi magistrati furono eletti seduta stante e furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto.
Da parte sua Marcio non aveva gradito le concessioni fatte al popolo e prese a esortare i patrizi a non mostrarsi meno valorosi dei popolari.
I Romani erano in guerra con i Volsci la cui principale città era quella dei Coriolani. Questa città era assediata dal console Cominio e gli altri Volsci accorrevano con l'intenzione di attaccare i Romani da due parti contemporaneamente. Cominio divise l'armata, con una parte si dispose a fronteggiare i Volsci che arrivavano da fuori e affidò l'assedio all'altra parte comandata da Tito Larcio.
I Coriolani, non considerando quanti Romani erano rimasti fuori, uscirono dalla città e in un primo scontro ebbero la meglio ma quando Marcio, giunto sul posto con un piccolo seguito, capovolse la situazione e, uccidendo molti nemici, inseguì quelli che fuggivano fino alle porte della città. Combattendo con grande energia riuscì ad entrare in città con pochi soldati la cui azione servì comunque a dare a Larcio l'opportunità di introdurre in sicurezza quei Romani che erano di fuori.
Conquistata la città molti soldati passarono al saccheggio, cosa che Coriolano trovò poco dignitosa. La critica di Coriolano non servì a interrompere il sacco, egli dunque prese con se i pochi che volevano seguirlo e cercò di raggiungere l'altra parte dell'esercito. La raggiunse e trovò i soldati intenti a dettare le loro ultime volontà ma quando Marcio raccontò la presa della città in fretta passarono dalla desolazione all'allegria e tutti chiesero di attaccare battaglia. Marcio chiese al console Cominio di essere posto con i suoi soldati in primissima fila.
Come la battaglia ebbe inizio, Coriolano si portò di fronte ai Volsci e in breve riuscì a scompigliare la loro prima fila.
Intorno a Marcio il combattimento si fece violentissimo e in breve i Romani sconfissero i Volsci e rincorsero i nemici superstiti.
Il giorno seguente il console Cominio destinò la decima parte del bottino a Marcio oltre a un cavallo. Marcio rifiutò la donazione accettando soltanto il cavallo. Chiese inoltre una grazia, quella di liberare dalla schiavitù un suo vecchio amico rovinato dall'avversa fortuna. Tutti i presenti applaudirono ammirati e Cominio volle aggiungere alla ricompensa di Marcio l'onore di essere chiamato Coriolano.
Finita la guerra se ne sentirono le conseguenze in termini di vittime e di carestia. La carenza di grano servì ai soliti agitatori come argomento per provocare disordini, e addossare ai ricchi la responsabilità di quanto stava accadendo.
Ambasciatori di Velletri giunsero a Roma e rimisero la loro città ai Romani supplicandoli di mandare una colonia perché la pestilenza aveva ucciso troppi cittadini. Sicinio e Bruto si opposero con molta energia alla richiesta perché a loro avviso si sarebbe trattato di mandare cittadini Romani in un luogo infetto per i cadaveri non seppelliti. Mentre il senato rimaneva indeciso e perplesso, Marcio fece si che la colonia fosse inviata, composta da persone estratte a sorte ma non riuscendo ad arruolare per la guerra andò personalmente con i suoi clienti a fare una scorreria nel paese degli Anziati.
Tornò con un ricco bottino di grano, bestiame e schiavi. Quelli che non avevano voluto partecipare a una spedizione tanto fortunata concepirono grande livore contro Marcio.
In quel periodo si verificò una grave carestia che colpì Roma e il suo contado. Quando giunsero a Roma una grande quantità di grano comprata in Italia e un'altra non minore inviata in dono da Gelone di Siracusa, la plebe si illuse che il grano comperato sarebbe stato distribuito a buon mercato e quello donato distribuito gratuitamente. Marcio Coriolano si oppose, chiamò quanti stavano preparando la distribuzione plagiatori del popolo e traditori dell'aristocrazia. Queste distribuzioni di grano, sosteneva Marcio, fomentavano la disubbidienza, mentre egli proponeva di abrogare il tribunato recentemente istituito perché contrastava l'autorità del console (Marcio propose inoltre di vendere il frumento al maggior prezzo possibile ma Plutarco omette questa informazione).
Gli argomenti di Marcio non convinsero solo i prigionieri ma anche molti anziani. Solo alcuni dei più vecchi erano preoccupati per quanto riuscivano a prevedere. I tribuni si rivolsero alla plebe esortandola ad insorgere in loro aiuto. La tensione aumentò e poco mancò che il popolo si scagliasse contro il senato.
I tribuni sostenevano che l'unico responsabile degli attuali disordini fosse Marcio e mandarono a prenderlo. Marcio si rifiutò e i tribuni andarono a prenderlo personalmente. La notte sopravvenne e sedò i disordini. Al mattino seguente i consoli riunirono i senatori e li pregarono di adottare un comportamento prudente andando incontro alle pretese del popolo. Ottenuta la generale approvazione, i tribuni andarono dal popolo e fecero di tutto per risolvere le agitazioni, promisero un accordo conveniente per la distribuzione del frumento e altri accorgimenti graditi dalla moltitudine. I tribuni della plebe stavano ringraziando il senato per la moderazione ma chiesero che Coriolano si presentasse per rendere ragione del suo comportamento e scusarsi per le offese arrecate.
Marcio si presentò ma contrariamente alle aspettative cominciò a parlare in piena libertà, con l'atteggiamento di chi accusa, mostrando con il tono di voce e col sembiante un'intrepidezza che toccava l'arroganza e il disprezzo.
Il tribuno Sicinio si portò in mezzo alla folla e disse ad alta voce che i tribuni avevano decretato la morte di Marcio ed ordinò agli edili di precipitarlo dalla rocca.
L'intervento dei patrizi evitò che Marcio venisse giustiziato, gli animi si calmarono e tutti convennero di riunirsi dopo tre giorni per giudicare Coriolano ed eventualmente condannarlo.
Il giorno convenuto il senato si riunì e durante il dibattimento furono ribadite le consuete accuse essenzialmente basate su quanto Coriolano aveva detto in senato in merito al prezzo del grano e all'abolizione dei tribuni della plebe. Inoltre gli imputarono una nuova accusa per aver distribuito il bottino fatto nel Paese degli Anziati tra i suoi soldati invece di consegnarlo all'erario.
Il processo si concluse con la condanna all'esilio perpetuo di Coriolano con grande soddisfazione della plebe e grande dispiacere dei senatori.
Solo Coriolano rimase impassibile non lasciando vedere il profondo dolore che provava. Salutate la madre e la moglie piangenti, Marcio lasciò Roma accompagnato fino alle porte da un corteo di patrizi. Trascorse pochi giorni in un suo podere in compagnia di tre o quattro parenti meditando la vendetta. Decise di suscitare una guerra tra Roma e le genti vicine, in particolare i Volsci che disponevano di molti soldati e grandi ricchezze. Ad Anzio viveva un certo Tullo Aufidio, personaggio di grande prestigio che di fatto poteva essere considerato re dei Volsci. Marcio e Aufidio si odiavano reciprocamente e spesso durante le battaglia si erano insultati e maledetti.
Entrato in città, Marcio raggiunse la casa di Tullo senza essere riconosciuto. Fu accolto dai servi che ne provarono soggezione senza sapere chi fosse. Quando parlò con Tullo si mise a disposizione per combattere contro i Romani ai quali, affermava, avrebbe nuociuto di più di quanto aveva fatto ai Volsci.
Superato lo stupore, Tullo fu lieto di accoglierlo. Intanto a Roma la sentenza di esilio per Marcio aveva suscitato grande inimicizia tra patrizi e plebei mentre indovini e sacerdoti presagivano eventi molto gravi. Un certo Tito Latino (Tito Atinio in Livio) sognò Giove che gli ordinava di dire ai senatori che una certa processione non era stata gradita agli dei perché contemporaneamente uno schiavo veniva lapidato in pubblico. Il padrone della schiavo fu punito e la processione venne ripetuta.
I Volsci, comandati da Coriolano, invasero il territorio romano trovandovi tanta preda da non poterla asportare o consumare sul posto. Il principale scopo di Marcio nell'attuare questa azione fu quello di dare nuovo motivo di risentimento al popolo romano contro i patrizi. Con questo obiettivo devastava i campi e le fattorie dei plebei lasciando intatte quelle dei patrizi, provocando il sospetto che i patrizi si fossero segretamente accordati con i Volsci.
Dopo questa vittoria, Tullo cedette a Marcio il comando nelle spedizioni riservando a se stesso il comando di quanti rimanevano a proteggere le città volsce.
Marcio prese la città di Circei che si arrese spontaneamente e non subì danni. Passò quindi a danneggiare il paese dei Latini sperando di provocare la reazione romana ma poiché questa tardava, conquistò Tolerio, Labico, Pedo e Bola e le saccheggiò perché avevano resistito mentre aveva cura di non arrecare danni a chi non resisteva. Intanto Marcio diventava famoso e anche i Volsci che erano rimasti con Tullo a guardare le città vollero unirsi a lui.
Intanto a Roma regnava la discordia e non si riusciva a decidere se come e quando scendere in campo contro i Volsci. I Romani si trovarono una certa coesione quando Marcio assediò Lavinio città sacra per i Romani che vi custodivano reliquie dei propri antenati. Rimaneva comunque accesa la disputa tra il popolo (che voleva far tornare Marcio) e il senato che ora si considerava offeso. Quando Marcio fu informato di questa situazione abbandonò l'assedio di Marino e si portò a poche miglia da Roma. Non era opportuno che il senato cominciasse proprio ora a considerarsi offeso da Marcio. Si decise di mandare ambasciatori a Marcio per invitarlo a tornare e desistere dalla guerra. Gli ambasciatori erano tutti amici di Marcio e si aspettavano un'accoglienza cordiale, furono invece ricevuti con freddezza da Marcio attorniato dai principali Volsci.
Marcio pose come condizione per la pace la restituzione di tutte le terre e città dei Volsci conquistate da Roma, concesse agli ambasciatori trenta giorni di tempo e quando quelli furono partiti tolse il campo e si portò fuori dai confini Romani.
Molti Volsci detestavano Marcio per invidia e Tullo lo odiava per gelosia. Anche la tregua di trenta giorni sembrava esagerata per gli avversari di Marcio.
Quando i trenta giorni furono trascorsi, Marcio tornò con l'esercito ad accamparsi vicino Roma, tornarono da lui gli ambasciatori pregandolo di allontanare i Volsci dal territorio romano e proponendogli di trattare per avere qualche concessione dal senato. Marcio rispose che entro tre giorni si aspettava di veder soddisfatte le sue giuste richieste, altrimenti sarebbe passato alle armi.
Tutti gli indovini, sacerdoti, veggenti che si trovavano a Roma furono precettati per tentare di attenuare l'ira di Coriolano e convincerlo a trattare ma tutti i tentativi furono superflui e nessuno riuscì a cambiare il suo atteggiamento.
Le donne romane facevano le loro suppliche prevalentemente nel tempio di Giove Capitolino. Tra esse era Valeria, sorella del famoso Valerio Publicola. Forse per ispirazione divina, Valeria andò nella casa di Volumnia madre di Marcio dove si svolgeva una preghiera comune con molte donne. Valeria convinse la madre e la moglie di Coriolano a tentare di riconciliarlo con la patria e riportare la pace in città.
Volumnia, la nuora e tutte le donne presenti si recarono al campo dei Volsci dove Marcio le accolse con grande stupore, Volumnia parlò a Marcio davanti ai principali comandanti Volsci e molto rapidamente espose la condizione sua e delle compagne e chiese al figlio, se null'altro era disposto a concedere, di allontanare il campo dei Volsci da Roma. Dopo aver riflettuto a lungo in silenzio, Marcio riconobbe la vittoria della madre dopo di chè si appartò con lei e con la moglie per poi rimandarle a Roma come esse chiedevano.
Su quanto avevano visto i Volsci avevano opinioni diverse, alcuni biasimavano Marcio, altri lo scusavano immaginandosi al suo posto.
Quando le vedette dalle mura di Roma segnalarono la partenza dei Volsci tutti i Romani ne gioirono, aprirono le porte dei templi e offrirono sacrifici come se avessero conseguito una grande vittoria. Il senato decretò ricompense ed onori per quelle donne che, a dire di tutti, avevano risolto la situazione.
Il senato chiese alle donne di scegliere una ricompensa senza porre limiti al valore della richiesta ma le donne altro non vollero che fosse fondato un tempio alla Fortuna Muliebre la cui costruzione avrebbero finanziato loro stesse purché la città si facesse carico delle funzioni e dei sacrifici che in futuro il tempio avrebbe ospitato.
Il senato lodò la loro generosità ma decretò la costruzione a spese pubbliche del tempio e di una statua da collocare nel luogo in cui Coriolano aveva ceduto a sua madre. Si disse che un'altra statua, collocata all'interno del tempio salutasse con chiare parole la pia determinazione con cui era stata costruita. Ovviamente Plutarco esclude la possibilità che un oggetto composto di materia inorganica possa in alcun caso proferir parola.
Coriolano tornò ad Anzio dove Tullo, che lo odiava da tempo, aveva preparato molti cittadini contro di lui. Tullo chiese a Marcio di deporre la sua carica, Marcio rispose che lo avrebbe fatto quando l'intera popolazione che gliel'aveva concesso gli avesse chiesto di rinunciare al potere. Tullo e quanti condividevano la sua opinione volevano processare Marcio per non aver completato la conquista di Roma quando ne aveva avuto la possibilità ma il processo non ebbe luogo perché i più temerari tra gli avversari di Marcio lo aggredirono urlando e lo trucidarono senza che nessuno dei presenti facesse un minimo tentativo di salvarlo.
Quando i Romani seppero che era morto non fecero alcuna manifestazione di onore o di sdegno ma si limitarono a consentire il lutto per dieci mesi.
In seguito i Volsci non vissero serenamente: combatterono contro gli Equi che in passato erano stati loro amici e alleati, poi furono sconfitti dai Romani in una battaglia nella quale morì Tullo e il loro esercito venne massacrato. Infine furono costretti ad accettare patti per loro vergognosi.


PARAGONE DI ALCIBIADE E CORIOLANO


Alcibiade e Coriolano, secondo Plutarco, erano equivalenti riguardo alle cose militari. Entrambi avevano condotto campagne fortunate facendo onore alla patria e quando, in discordia con la loro gente, passarono ai nemici, le cose della loro patria andarono di male in peggio.
Riguardo a questi periodi non possono essere lodati perché se adulare il popolo è una brutta cosa, assoggettarlo con la forza e opprimerlo è molto ingiusto.
Marcio era uomo schietto e sincero mentre Alcibiade nella sua condotta politica era stato astuto e malizioso.
Ingannando gli ambasciatori lacedemoni, Alcibiade ruppe la pace ma consolidò l'alleanza degli Argivi con i Mantinei.
Secondo quello che racconta Dionigi, Marcio provocò la guerra tra Volsci e Romani.
Alcibiade agì a volte per secondare gli impulsi della collera e Marcio, per lo sdegno che aveva contro la patria, distrusse molte città che non avevano alcuna colpa.
Se Alcibiade fu causa di calamità per la sua patria per il suo sdegno, quando si accorse che i suoi concittadini erano pentiti tornò ad essere benevolo.
Alcibiade si lasciava spesso corrompere con doni in denaro che dissipava in lusso e intemperanze, mentre Coriolano non volle mai accettare la minima regalia.
Alcibiade, grazie al suo carisma, fu spesso amato quando era comandante quanto quando era soldato semplice. Marcio invece fu odiato dai Romani quanto dai Volsci. Non volle desistere dalla guerra per pubbliche istanze ma si lasciò persuadere da istanze private di donne della sua famiglia.
Alcibiade cercava di essere sempre compiacente e gradevole, Marcio non era gradito a molti per la sua superbia ma la sua ambizione gli procurava sdegno e dolore quando veniva trascurato. E proprio questa superbia fu il principale difetto di Coriolano mentre aveva altre qualità luminose.
In quanto poi alla temperanza e all'astenersi dal lusso, Coriolano andrebbe paragonato non ad Alcibiade, che amava il lusso e volentieri lo mostrava, ma bensì ai Greci migliori e più incorrotti.