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CORNELIO NEPOTE



VITE DEI MASSIMI CONDOTTIERI



PROEMIO


Cornelio Nepote si rivolge ad Attico e afferma di essere consapevole che molti giudicheranno inadeguato il suo modo di scrivere, ma il criterio circa il ben fatto e il mal fatto non è uguale per tutti e ogni cosa va giudicata secondo le tradizioni dei propri antenati e Cornelio si uniformerà alla forma di civiltà dei Greci. Quindi nessuno scandalo per chi come Cimone sposa la sorella germana, nessuna vergogna per i giovani amati da molti uomini o per le vedove che si danno al meretricio per il guadagno.
Invece, diversamente da quanto si usa a Roma, le donne non possono partecipare ai banchetti e non devono farsi vedere nell'atrio della casa o frequentare la società.

MILZIADE


Milziade figlio di Cimone, ateniese, era eminente per la sua antica famiglia, per i gloriosi antenati e per la sua semplicità. Quando gli Ateniesi decisero di mandare una colonia nel Chersoneso, Milziade fu scelto come capo della missione su espressa indicazione dell'oracolo di Delfi.
Milziade partì per il Chersoneso con una flotta e delle milizie. Giunto a Lemno propose agli abitanti di sottomettersi a Atene e quelli risposero che lo avrebbero fatto quando egli avrebbe navigato dalla sua patria a Lemno con il vento Aquilone, cosa impossibile data la direzione di quel vento.
Giunto al Chersoneso combattè con i Traci e si impadronì della regione in cui intendeva fondare la colonia, la fortificò, distribui i coloni che aveva portato con se e con una serie di scorrerie provvide ad arricchirli.
Dopo aver giustamente organizzato la vita pubblica e aver guadagnato la fiducia e la stima dei coloni, decise di fermarsi a vivere in quei luoghi dove, senza averne il titolo, aveva l'autorità di un re con il beneplacito dei suoi compagni e degli Ateniesi che lo avevano mandato.
Tornò a Lemno e chiese la consegna della città perché partendo dalla sua patria (quella nuova) aveva raggiunto Lemno con il vento aquilone. I Cari che abitavano a Lemno, non per la promessa data ma perché colpiti dalla fortuna di Milziade, partirono dall'isola senza opporre resistenza. In seguito Milziade, con la stessa fortuna, assoggettò a Atene tutte le Cicladi.
In quel tempo Dario re di Persia passò con un esercito dall'Asia all'Europa contro gli Sciti, gettando un ponte sul Danubio per far passare le soldatesche. Giunse la notizia che Dario fosse in grosse difficoltà e Milziade parlò con gli uomini di guardia al ponte, che erano Greci delle città dell'Asia sottomesse a Dario, e li sollecitò a cogliere l'occasione per liberare le loro città dalla dominazione persiana. Distrutto il ponte, diceva Milziade, il re sarebbe presto stato ucciso dall'inedia o dai suoi nemici.
Istico di Mileto fu il solo ad opporsi al progetto. Asserì che lui e i suoi compagni avevano autorità sui concittadini grazie al potere concesso loro da Dario, se questi fosse morto avrebbero dovuto rispondere ai propri concittadini. L'osservazione convinse i suoi compagni e il progetto di Milziade venne accantonato. Sicuro che il re sarebbe stato informato del suo intervento, Milziade abbandonò il Chersoneso e tornò ad Atene.
Tornato in patria, Dario allestì una flotta di cinquecento navi per conquistare la Grecia, e un esercito di duecentomila fanti e diecimila cavalieri e vi pose a capo Dati e Artaferne. La causa della spedizione era la punizione degli Ateniesi che avevano aiutato gli Ioni ad espugnare Sardi (nel 498 a.C.).
I due comandanti sbarcarono all'Eubea, occuparono Eretri e si portarono con l'esercito a Maratona, a dieci miglia da Atene. Gli Ateniesi inviarono a Sparta richiesta urgente di aiuti e in patria elessero dieci comandanti fra cui Milziade. I dieci discussero se fosse meglio rimanere dentro le mura o andare incontro al nemico. Milziade proponeva di piantare subito un accampamento per dimostrare a tutti che si aveva il coraggio di combattere con forze tanto esigue.
Soltanto Platea accorse in aiuto di Atene con un migliaio di soldati con i quali si arrivò a diecimila armati. Milziade prevalse sui colleghi e l'esercito andò ad accamparsi in posizione opportuna. Il giorno successivo attaccarono battaglia in un terreno non completamente sgombro, erano protetti dai monti e alcuni filari di piante impedivano al nemico manovre di avvolgimento. Dati fece uscire centomila fanti e diecimila cavalieri ma gli Ateniesi dimostrarono una tale superiorità che i nemici corsero a rifugiarsi sulle navi. Nessuna battaglia mai fu più curiosa di quella.
Quando il portico detto Pecile (nella piazza del mercato di Atene) fu dipinta la battaglia di Maratona, Milziade fu raffigurato come il primo dei dieci pretori nell'atto di dare il segnale d'attacco. Queste erano a quei tempi gli errori ai quali un ateniese poteva aspirare.
Gli Ateniesi affidarono ancora una flotta a Milziade per punire le isole che avevano collaborato con i Persiani. Molte si lasciarono richiamare all'ubbidienza, per altre fu necessaria la forza, tra queste Paro.
Milziade fece sbarcare le truppe e mise sotto assedio la città di Paro. Stava per conquistarla quando un bosco visibile dell'isola prese fuoco e tutti credettero che si trattasse di un segnale della flotta persiana.
Milziade, temendo che sopraggiungesse la flotta regia, incendiò le macchine d'assedio che aveva allestito e tornò a Atene. Qui fu sospettato di essersi lasciato corrompere dal re di Persia e fu messo sotto processo. Non potendo difendersi perché infermo per ferite di guerra, Milziade affidò la sua difesa al fratello (forse Stesagora ma il nome è incerto per una lacuna nel testo). Fu assolto dalla pena capitale ma multato per cinquanta talenti, non potendo pagare fu rinchiuso in carcere, dove morì.
Ma il vero motivo della condotta di Milziade fu il timore degli Ateniesi che con i suoi trascorsi e le sue commpetenze militari e civili, tentasse di impadronirsi del potere e diventare tiranno.
Egli godeva della stima universale, era umano e cortese, godeva di grande autorità in tutta la città: il popolo per non vivere in continua apprensione lo colpì benché innocente.


TEMISTOCLE


Temistocle figlio di Neocle, ateniese.
Il padre Neocle, di nobile famiglia, sposò una donna dell'Acarnania dalla quale nacque Temistocle. A causa della sua vita scioperata, Temistocle fu diseredato dal padre, per cancellare questa macchia Temistocle si dedicò al servizio dello stato. Dotato di grandi capacità di risolvere problemi e di prevedere le conseguenze degli eventi, Temistocle divenne popolare nelle adunanze e in ogni occasione della vita politica della città.
Ebbe la sua prima carica come pretore nella guerra di Corcira. Nel periodo seguente convinse il popolo ad investire i proventi delle miniere nella costruzione di una flotta di cento navi. Le navi vennero rapidamente allestite e Temistocle le usò contro Corcira e poi contro i pirati. In questo modo gli Ateniesi acquisirono un'esperienza nei combattimenti navali che sarà poi preziosa contro i Persiani.
Serse mosse guerra all'Europa con un inaudito apparato di forze. La flotta contava milleduecento navi da guerra e duemila da carico, l'esercito comprendeva settecentomila fanti e quarantamila cavalieri.
Appresa la notizia di questa spedizione gli Ateniesi, che certamente erano presi di mira per la vittoria di Maratona, mandarono a consultare l'oracolo di Delfi. La Pizia rispose di fortificarsi con mura di legno, solo Temistocle interpretò l'oracolo con l'ordine di rifugiarsi con tutte le loro cose sulle navi che costituivano la muraglia di legno. Gli Ateniesi raddoppiarono il numero delle triremi, trasportarono parte a Salamina e parte a Trezene tutti i loro beni e si imbarcarono lasciando in città solo i sacerdoti addetti al culto.
Molte altre città, tuttavia, preferivano combattere in terra. Milizie scelte comandate da Leonida re di Sparta andarono a occupare il passo delle Termopili ma non riuscirono a respingere il nemico e tutti morirono sul posto.
La flotta greca, composta di trecento navi di cui duecento ateniesi, si scontrò con quella persiana all'Artemisio, tra l'Eubea e il continente. Lo scontro fu bilanciato dal fatto che le navi persiane male operavano negli spazi angusti, poi i Greci si portarono nelle acque di Salamina di fronte a Atene.
Serse, intanti, superate le Termopili mosse contro Atene che trovò indifesa. Uccise i sacerdoti nella rocca e la diede alle fiamme.
Vedendo il fuoco dalle navi, gli Ateniesi chiesero di tornare per difendere le loro case ma Temistocle si oppose, non riusciva però a convincere Euribiade re degli Spartani che aveva il comando supremo.
Durante la notte Temistocle mandò un suo servo al re per informarlo che i Greci stavano per fuggire e che attaccandoli subito li avrebbe sterminati. Al mattino Serse diede battaglia navalo in un luogo che gli era sfavorevole, in uno specchio d'acqua troppo angusto per utilizzare tutta la flotta (battaglia di Salamina, settembre 490 a.C.).
Temistocle quindi fece sapere a Serse che i Greci stavano per distruggere il ponte che aveva costruito sull'Ellesponto e Serse si affrettò a tornare in patria.
Dietro suggerimento di Temistocle, gli Ateniesi costruitono il porte del Pireo a tre insenature e lo circondarono di mura. Temistocle fece inoltre ricostruire le mura di Atene contro il veto degli Spartani che non volevano città fortificate che, se conquistate dai Persiani potevano da questi essere utilizzate come piazzeforti. In realtà il motivo di questo veto era che gli Spartani volevano gli Ateniesi deboli perché contendevano con loro la supremazia politica.
Da Sparta dei messi vennero a Atene per vietare la costruzione, durante la loro permanenza si sospereso i lavori e si promise di mandare a Sparta ambasciatori per discutere la faccenda. Andò Temistocle stesso lasciando l'ordine di continuare a costruire servendosi se necessario di materiali di altri edifici, fossero sacri o profani e così le mura di Atene risultarono un aggregato di pietre sepolcrali.
A Sparta Temistocle giunse solo e rimandò ogni discussione all'arrivo degli altri ambasciatori. Quando questi arrivarono e lo informarono che le mura erano quasi finite, Temistocle chiese agli Efori di mandare a Atene uomini di autorità che prendessero direttamente visione. Partirono tre ambasciatori spartani accompagnati dai colleghi di Temistocle e dopo qualche tempo Temistocle, con grande coraggio, avvertì gli Efori che quegli ambasiatori non sarebbero tornati se lo avessero trattenuto e li invitò a rispettare la costruzione fatta per difendere non solo Atene ma tutta la Grecia.
Nonostante tutto, a causa della diffidenza dei suoi concittadini, fu esiliato con il metodo dell'ostracismo. Si stabilì ad Argo ma gli Ateniesi, su richiesta degli Spartani, lo accusarono di avere intese con il re dei Persiani e lo condannarono in contumacia per tradimento.
Temistocle si trasferì a Corcira e poi si recò alla corte di Admeto re dei Molossi. In assenza del re prese una sua figlia bambina e con essa si rifugiò nel sacrario della casa uscendone solo quando il re gli giurò protezione.
Quando Ateniesi e Spartani chiesero la consegna di Temistocle, Admeto non tradì la parola data ma per sua maggiore sicurezza lo fece partire per Pidna con scorta adeguata.
Nessuno conosceva Temistocle nella nave sulla quale si imbarcò ma durante la navigazione una grande burrasca spinse il comandante a sostare a Nasso dove si trovava un esercito ateniese. Se Temistocle fosse sbarcato sarebbe certanebte stato arrestati, per evitarlo egli rivelò la sua identità al comandante e lo pregò di salvarlo. Il comandante tenne la sua nave all'ancora nella rada, lontano dall'isola per un giorno e una notte senza lasciar sbarcare nessuno, quindi si diresse a Efeso dove depose Temistocle che lo ricompensò come gli aveva promesso.
Sul successivo trasferimento di Temistocle in Asia, Cornelio Nepote dichiara di seguire Tucidide piuttosto che altri storici. Temistocle dunque scrisse ad Artaserse, figlio del Serse sconfitto in Greci, per chiedere amicizia e ricovero. Nella lettera Temistocle ammetteva di essere stato un nemico formidabile per Serse ma ricordava anche di averlo avvisato del progetto di distruggere il ponte da lui costruito sull'Ellesponto per impedirgli di tornare in patria e lasciarlo in balia dei nemici.
Colpito dalla grandezza d'animo con cui Temistocle si era presentato, Artaserse decise di accoglierlo e tenerlo con se.
Temistocle studiò la lingua e la letteratura persiane, fino a poter parlare correttamente di fronte al re. Promise al re che avrebbe sottomesso la Grecia, poi tornò in Asia con i ricchi doni del re e stabilì la sua residenza a Magnesia, città che il re gli aveva regalato insieme a Lampsaco e Miunte. Sono giunti ai tempi di Nepote due monumenti, il sepolcro nelle vicinanze di Atene e una statua a Magnesia.
Morì a Magnesia di malattia o volontariamente per non poter mantenere la promessa fatta al re.
Le sue ossa furono tumulate in Attica in seguito dai suoi amici: la legge privava di seppellire in patria i condannati per tradimento.


ARISTIDE


Aristide figlio di Lisimaco, ateniese, fu in lotta con Temistocle per il predominio nella vita politica. Pur essendo tanto onesto da essere soprannominato "il Giusto", fu tanto denigrato da Temistocle da subire la condanna per ostracismo all'esilio per dieci anni. Dopo sei anni, tuttavia, quando Serse intraprese la spedizione in Grecia, fu richiamato per decreto popolare.
Partecipò alla battaglia di Salmina e a quella presso Platea in cui morì Mardonio.
Mentre militava nella flotta alleata dei Greci, il comando militare marittimo passò dagli Spartani agli Ateniesi. A causa della prepotenza di Pausania e della giustizia di Aristide, quasi tutte le città greche si strinsero intorno agli Ateniesi. Aristide fu incaricato di stabilire il contributo dovuto da ogni città per l'allestimento degli eserciti. Fu stabilito che ogni anno si versasse a Delo la somma totale di quattrocentosessanta talenti. In seguito la raccolta di fondi fu trasferita a Atene.
Pur avendo avuto la direzioine di tanti grossi affari, alla sua morte lasciò appena il necessario per la sepoltura. A crescere le sue figlie e a provvedere alla loro dote fu l'erario.
Morì tre anni dopo l'espulsione di Temistocle da Atene.


PAUSANIA


Lo spartano Pausania fu un uomo di grande incoerenza; brillò per ottime qualità ma fu oscurato dai suoi vizi.
La sua impresa più gloriosa fu la battaglia di Platea, quando Mardonio, satrapo e genero del re, con un esercito di duecentomila fanti e ventimila cavalieri fu messo in fuga e poi ucciso dall'esercito greco non molto numeroso.
Orgoglioso per questa vittoria, Pausania cominciò a tramare mirando molto più in alto.
Primo motivo di biasimo fu l'iscrizione su un tripode aureo collocato nel tempio di Delfi: vi si leggeva che Pausania avveva sconfitto i barbari a Platea e che in ricordo di tale vittoria aveva offerto ad Apollo quel tripode fuso con le prede di guerra. Gli Sparttani fecero cancellare quell'iscrizione e fecero incidere soltanto i nomi delle città che avevano contribuito alla vittoria.
Pausania venne incaricato di cacciare da Cipro e dall'Ellesponto le guarnigioni lasciate dai barbari. Anche in questa impresa ebbe successo e crebbero la sua superbia e le sue ambizioni.
Avendo catturato a Bisanzio numerosi notabili persiani, alcuni dei quali erano parenti del re, li rimandò di nascosto a Serse accompagnati da un certo Gongilo di Eretria con una lettera in cui chiedeva al re di sposare una sua figlia per stabilire un legame tramite il quale il re avrebbe sottomesso Sparta e l'intera Grecia. Il re rispose con molta ammirazione per Pausania e gli garantì che se avesse mantenuto le sue promesse nulla gli sarebbe stato negato.
Citando direttamente Cornelio Nepote: Certo ormai dell'adesione del re, Pausania divenne un po' precipitoso nei suoi maneggi e suscitò sospetti negli Spartani.
Richiamato in patria venne processato per delitto capitale, se la cavò con una pena pecuniaria e non riebbe il comando della flotta.
Poco dopo Pausania si recò presso l'esercito e, incredibilmente, lasciò intuiore le sue intenzioni, cambiando le abitudini, il suo modo di vivere e di vestire.
Ostentando un lusso da re, vestiva alla persiana e si faceva seguire da un corpo di guardia composto da Medi e Egiziani, non concedeva udienze, offriva banchetti troppo sontuosi.
Si trasferì a Colonna nella Troade senza più ritornare a Sparta. Gli Spartani gli mandarono un messaggio cifrato che lo avvisava che non tornando in patria sarebbe stato condannato a morte. Tornò a Sparta sperando di evitare il pericolo con il denaro ma appena giunto fu imprigionato per ordine degli Efori. Riuscì ad essere liberato ma continuò ad essere sospettato. Pare che sobillò anche gli iloti, ma mancando prove certe non fu sottoposto a processo.
Pausania incaricò un giovane macedone, già suo amasio, di portare una sua lettera a Artabazo. Il giovane, sospettando un pericolo, staccò il sigillo e lesse il contenuto della lettera che comprendeva l'ordine di ucciderlo quando fosse giunto a destinazione. Inoltre si parlava degli accordo tra il re e Pausania.
Il giovane consegnò la lettera agli efori che vollero comunque aspettare che Pausania si tradisse e diedero disposizioni al giovane. Il giovane sedette in un tempietto di Nettuno la cui violazione era considerata sacrilegio. Alcuni efori si nascosero in un cunicolo da cui era possibile ascoltare.
Quando Pausania seppe che il giovane si era rifugiato in quel tempietto, seriamente preoccupato, lo raggiunse e il giovane confessò di aver letto la lettera. Pausania prese a scongiurarlo di non rivelare a nessuno quanto aveva avuto modo di leggere e a fargli grandi promesse per il futuro.
Gli efori, finalmente convinti della colpevolezza di Pausania, decisero di arrestarlo in città. Lo incontrarono lungo la strada e l'espressione di uno di loro fece comprendere a Pausania le loro intenzioni.
Corse a rifugiarsi nel tempio di Minerva. GLi efori fecero murare le porte del tempio e ne demolirono il tetto.
La vecchia madre di Pausania, quando seppe di cosa era accusato il figlio, volle portare una pietra per chiudere l'ingresso del tempio.
Gli Spartani valutarono l'idea di gettare il cadavere di Pausania in un baratro ficino a Sparta dove si usava precipitare i suppliziati, ma infine decisero di seppellirlo vicino al tempio. In seguito, per un responso di Delfi, trasferirono i suoi resti nel punto in cui era spirato.


CIMONE


Cimone figlio di Milziade ebbe una giovinezza molto sfortunata: suo padre era stato multato e non avendo potuto pagare era morto in carcere e per le leggi ateniesi in questo caso il figlio doveva rimanere prigioniero finché qualcuno non avesse pagato.
Cimone aveva sposato la sua sorellastra Elpinice che era desiderata da un certo Callia, uomo molto facoltoso. Cimone rifiutò di cedergliela ma Elpinice affermò di non poter permettere che il figlio di Milziade rimanesse in galera e dichiarò a Callia che lo avrebbe sposato se egli avesse pagato la multa.
Riacquistata la libertà, Cimone conquistò ben presto il potere. Eloquente, generoso e colto, conosceva bene l'arte militare essendo cresciuto in mezzo agli eserciti accanto al padre.
Divenuto comandante supremo, sbaragliò i Traci presso lo Strimone, fondò la città di Anfipoli e la fece popolare da diecimila ateniesi.
Con un'altra vittoria catturò molte navi nemiche presso Micale (errore di Cornelio Nepote, la battaglia di cui parla è quella dell'Eurimedonte del 478 a.C.) e, sbarcate le truppe, annientò l'esercito nemico. Tornando in patria riportò all'abbedienza le isole che si erano ribellate a Atene.
Evacuò l'isola di Sciro dai Dolopi che l'abitavano e divise i terreni tra i suoi concittadini, mise in fuga gli abitanti di Taso e con le prede di questa spedizione fu abbellita l'Acropoli di Atene.
Tutti questi successi provocarono la solita gelosia e Cimone fu condannato a dieci anni di esilio per ostracismo, cinque anni dopo, tuttavia, venne richiamato in patria perché gli Spartani avevano dichiarato guerra agli Ateniesi. Cimone, che era stato ospite degli Spartani, si recò a Sparta e ristabilì la pace senza combattere.
Non molto tempo dopo fu mandato con duecento navi contro Cipro ed occupò gran parte dell'isola ma si ammalò e morì nella città di Cizio.
Gli Ateniesi sentirono a lungo la sua mancanza per la grande generosità che Cimone esercitava in tutti i modi possibili dando a tutti la sua assistenza e il suo aiuto finanziario. Faceva seppellire a sue spese chi non lasciava neanche il necessario per essere sepolto. Con una simile condotta ebbe una vita serena e una morte rimpianta.


LISANDRO


Fu fortuna più che merito se Lisandro lasciò grande fama di se: la sua più grande vittoria sugli Ateniesi nella guerra del Peloponneso fu dovuta all'indisciplina degli avversari i quali, contrariamente agli ordini ricevuti, avevano abbandonato le navi per disperdersi nelle campagne.
Montato in superbia per questa vittoria, Lisandro si lasciò andare rendendo odiosissimi gli Spartani a tutta la Grecia. Infatti, dopo aver vinto gli Ateniesi a Egospotami, si impadronì del potere a Sparta esiliando tutti quelli che avevano collaborato con gli Ateniesi e scelse in ogni città dieci uomini a cui affidare il comando che fossero legati a lui da vincoli di ospitalità e gli giurassero completa dedizione.
Gli Spartani abolirono il governo dei decemviri imposto da Lisandro ed egli progettò di abolire i re a Sparta ma necessitava dell'aiuto di un oracolo. Tentò inutilmente di corrompere l'oracolo di Delfi, poi tentò con Dodona, ancora invano. Fece allora sapere di dover sciogliere un voto nel tempio di Giove Ammone in Egitto ma i sacerdoti egiziani non si lasciarono corrompere e mandarono messi a Sparta per denunciare il tentativo di Lisandro di comprarli.
Lisandro fu processato e assolto ma mandato in aiuto a Orcomeno fu ucciso dai Tebani presso Aliarto.
Nella sua casa fu trovato un discorso con cui proponeva, per volontà divina, di abbattere i due re e instaurare il governo di un solo generale.
Si vuole qui ricordare un episodio significativo della vita di Lisandro. Combattendo contro i Persiani come capo della flotta si era comportato con crudeltà e avidità. Temendo che si risapesse a Sparta, Lisandro chiese al satrapo Farnabazo una lettera che attestasse la correttezza e la giustizia del suo comportamento.
Farnabazo lo accontentò sccrivendo e facendogli leggere una lettera piena di lodi, ma dopo averla sigillata la sostituì con un altro documento di identico aspetto ma di ben diverso contenuto.
Tornato in patria, Lisandro raccontò la sua impresa come più convenivva alla sua immagine, quindi consegnò aglli Efori la lettera di Farnabazo che raccontava tutti i suoi abusi e tutte le sue ingiustizie.


ALCIBIADE


Alcibiade figlio di Clinia, Ateniese.
Tutti gli scrittori che hanno parlato di Alcibiade lo hanno definito insuperabile, nel bene e nel male.
Nato in una città illustre, di nobilissimi natali, più avvenente di tutti i contemporanei. Versatile, dotato oratore, nessuno lo superava nella grazia del dire, generoso, sfarzoso, affabile, condiscendente, capace di adattarsi alle circostanze, ma quando non aveva bisogno di controllarsi diveniva dissoluto, libidinoso, sfrenato tanto da stupire tutti con questa sua contraddizione.
Venne allevato in casa di Pericle e alla scuola di Socrate.
Fu suo suocero il ricchissimo Ipponico. In gioventù fu amato da molti uomini tra cui Socrate come ricorda Platone nel Simposio che ricordava che Alcibiade trascorse una notte con Socrate che non approfittò di lui.
Da adulto fu lui ad amare molti ragazzi con i quali si comportò "con raffinatezza e giocondità".
Nel corso della Guerra del Peloponneso convinse gli Ateniesi ad attaccare Siracusa e assunse il comando della spedizione insieme a Nicia e Lamaco. Durante i preparativi, in una notte furono gettate a terra tutte le erme di Atene ad eccezione di una che si trovava alla porta di Andocide. I sospetti ricaddero su Alcibiade che aveva la popolarità ed il carisma per farsi seguire da molte persone e molte ne aveva legate con la sua generosità.
Alcibiade chiese di essere processato prima di partire ma i suoi avversari preferirono citarlo in sua assenza. Aspettarono fino a quando pensarono che fosse arrivato in Sicilia e poi lo accusarono di aver profanato i sacri riti, un messo fu inviato per raggiungere Alcibiade e intimargli di tornare a Atene.
Alcibiade si imbarcò con quel mezzo per tornare a Atene ma durante una sosta a Turi in Puglia, sfuggì ai custodi e raggiunse l'Elide poi Tebe.
Quando seppe che era stato condannato a morte e alla confisca dei beni, si trasferì a Sparta.
Dichiarando di combattere contro i suoi avversari e non contro la sua città, suscitò la guerra suggerendo agli Spartani di allearsi con i Persiani e di fortificare Decelea in Attica dove stabilirono un presidio permanente, inoltre egli riuscì a staccare la Jonia dall'alleanza ateniese.
Gli Spartani divennero così superiori agli Ateniesi ma non riuscirono ad avere piena fiducia in Alcibiade e decisero di farlo morire. Ma Alcibiade era troppo accorto per non rendersi conto del pericolo e se ne andò da Tissaferne, Satrapo di Dario II e ne diventò amico.
Prese contatti con Pisandro, stratego ateniese che sostava con un esercito a Samo, venne accolto dall'esercito e nominato pretore. Riabilitato su proposta di Teramene, venne investito di pari autorità con Trasibulo e Teramene.
Sotto il loro comando gli Ateniesi sconfissero gli Spartani in cinque combattimenti terrestri e tre volte sul mare. Gli Spartani chiesero la pace. I trecomandanti recuperarono così la Jonia e l'Ellesponto e molte città greche della sponda asiatica. Tutti gli Ateniesi accolsero con entusiasmo la flotta che rientrava, soprattutto si attendeva con ansia Alcibiade, tutti si pentivano di averlo espulso, azione che aveva provocato la perdita della Sicilia. Tutti fecero corteo a Alcibiade offrendogli corone d'alloro e nastri come si usava per i vincitori delle Olimpiadi.
Giunto sull'Acropoli egli tenne un discorso al popolo per ricordare le proprie disgrazie e tutti si commossero e deprecarono la sua condanna per sacrilegio. Gli furono restituiti i beni e i sacerdoti che lo avevano maledetto furono costretti a proscioglierlo.
Ad Alcibiade fu affidata la direzione dello stato in pace e in guerra. Chiese di avere come colleghi Trasibulo e Adimanto e gli fu concesso. Ma le ore felici non durarono a lungo, il suo insuccesso a Cime lo ripiombò nella stessa sospettosa diffidenza perché lo si credeva capace di tutto, ogni piccolo insuccesso veniva interpretato come trascuratezza o come doppiezza.
Per timore che aspirasse alla tirannide fu privato del comando mentre era assente. Quando lo seppe non volle tornare in patria e si stabilì a Pactia nella Propontide.
Formò una schiera di armati con la quale penetrò nella Tracia saccheggiando la popolazione.
Filocle ammiraglio degli Ateniesi, aveva posto la sua base presso il fiume Egos, non molto lontano stava Lisandro con la flotta spartana. Lisandro non aveva interesse a provocare lo scontro perché era rifornito di denaro dal re, agli Ateniesi, invece, non rimanevano che le armi e le navi. Alcibiade si presentò agli Ateniesi con un piano: avrebbe chiesto a Seute re dei Traci di cacciare gli Spartani dalla costa costringendoli a combattere e a porre fine alla guerra. Filocle trovò buono il piano ma non volle accettarlo perché era geloso di Alcibiade.
Alcibiade partì dopo aver consigliato a Filocle di non tenere la flotta tanto vicina al nemico. Infatti quando molti Ateniesi scesero a terra per i rifornimenti lasciando le navi quasi vuote, Lisandro non si lasciò sfuggire l'occasione per porre fine alla guerra con un unico colpo di mano.
Dopo la sconfitta degli Ateniesi, Alcibiade si nascose nella Tracia e oltre la Propontide ma i Traci gli tesero un agguato e lo rapinarono.
Passò allora in Asia presso Farnabazo con il quale divenne molto intimo, Farnabazo gli diede la cittadina di Grinio in Frigia dalla quale poteve ricevere cinquanta talenti di rendita annua. Ma Alcibiade non si rassegnava all'idea della sua patria sottoposta agli Spartani. Poteva aiutarla solo con l'appoggio del re di Persia e quindi fece di tutto per avvicinarlo. Aveva per lui una notizia importante, aveva saputo che Ciro, fratello del re, intendeva abbatterlo con l'aiuto degli Spartani.
Alcibiade chiese a Farnabazo di essere mandato dal re ma intanto Crizia e altri tiranni di Atene avevano fatto sapere a Lisandro che se non avesse tolto di mezzo Alcibiade non si sarebbe ratificato nessuno dei provvedimenti da lui presi in Atene. Lisandro fece allora pressione su Farabazo per ottenere Alcibiade vivo o morto. Il satrapo decise di non rischiare e mandò suo zio Susamitre e suo fratello Bogeo ad assassinare Alcibiade che si trovava in Frigia. I due passarono l'incarico a persone del luogo dove si trovava Alcibiade ma questi, non sentendosi sicuri di poterlo uccidere con le armi, durante la notte ammassarono legna intorno alla casa di Alcibiade e appiccarono il fuoco.
Svegliato dal crepitare delle fiamme, Alcibiade tentò di soffocare in fuoco in un punto gettandovi ogni sorta di abiti. Alcibiade era scampato all'incendio ma i sicari lo uccisero da lontano con un lancio di frecce e ne portarono il capo a Farnabazo.
La sua donna avvolse il suo corpo in una veste muliebre e lo arse nell'incendio stesso della casa, preparato per arderlo vivo. Aveva circa quaranta anni.
Molti storici vilipesero Alcibiade ma tre di loro, tra i più importanti, lo esaltarono: Tucidide, Teopompo e Timeo i quali aggiungono alcuni particolari, nato a Atene, città nota per il suo splendore, egli superò tutti in splendore e signorilità, recatosi a Tebe dove si da molta importanza alla forza fisica, superò tutti in robustezza e resistenza, a Sparta stupì i cittadini per l'austerità del suo stile di vita, visse in mezzo ai Traci ubriachi e lascivi e li superò nei loro vizi, tra i Persiani che ambivano ad essere bravi cacciatori e lussuriosi adottò le loro abitudini fino a farsi ammirare. Con la sua capacità di adattamento egli riusciva sempre ad essere un modello amato da tutti.


TIMOLEONTE


Tutti ammettono che Timoleonte fu un uomo straordinario per come liberò la sua città, Corinto, dal tiranno che l'opprimeva e per come ripristinò la libertà a Siracusa e in tutta la Sicilia.
Suo fratello Timofane, capo delle forze armate, aveva instaurato la tirannide a Corinto e Timoleonte, invece di dividere il potere con lui, progettò la sua uccisione.
Affidò l'esecuzione materiale ad un aruspice e a un comune parente: Non prese parte personalmente all'uccisione e se ne tenne lontano. Era una nobile azione ma molti la giudicarono fratricidio, tra questi sua madre che da allora lo chiamò sempre omicida e sacrilego. Sconvolto, Timoleonte pensò più volte al suicidio.
Intanto a Siracusa fu ucciso Dione e Dionigi il Giovane prese il potere, i Siracusani si rivolsero a Corinto per chiedere un capo militare e fu mandato Timoleonte che con incredibile fortuna scacciò Dionigi dalla Sicilia, non volle ucciderlo ma lo mandò a Corinto dove i due Dionigi erano benvoluti per passate benemerenze.
Partito Dionigi, Timoleonte si misurò con Iceta, che in passato aveva tentato di raggiungere la tirannide, e lo vinse.
Al fiume Crimiso, Timoleonte sconfisse i Cartaginesi che da anni spadroneggiavano la Sicilia, e catturò Mamerco, un potente capo italico sostenitore dei tiranni. Constatando che la guerra aveva spopolato le città e la campagna, Timoleonte raccolse più Siciliani possibile poi fece venire una colonia da Corinto, città alla quale risaliva la fondazione di Siracusa. Restituendo i loro beni agli antichi proprietari e distribuendone altri ai nuovi arrivati, sostenendo le mura demolite e i campi scoperchiati creò nell'isola tanta tranquillità quanta non se ne ricordava dai tempi dei coloni primitivi. Demolì la rocca di Dionigi ed ogni altro ricordo della schiavitù.
Non volendo somigliare ai tiranni, lasciò il potere appena gli fu possibile e visse a Siracusa come privato cittadino fino alla fine della vita. Per effetto della stima dei cittadini, venne comunque sempre consultato per ogni decisione importante.
In età avanzata divenne cieco ma sopportò con pazienza la sua infermità. Continuò ad essere consultato e sempre rispose senza ombra di superbia. Si diceva grato agli dei per poter essere utile alla Sicilia. Aveva costruito in casa sua un piccolo tempio della fortuna. Per una combinazione straordinaria egli conseguì tutte le sue vittorie nel giorno del suo compleanno.
Un tale Lafistio diceva di volerli muovere causa, a quanti gli si opponevano Timoleonte diceva di non farlo perché aveva affrontato tante fatiche e tanti pericoli proprio per dare a qualunque Lafistio la possibilità di adire le vie legali quando lo riteneva opportuno. Analogamente quando un certo Demereto pronunciò un'invettiva contro di lui, Timoleonte disse che aveva desiderato vedere a Siracusa la libertà di ognuno di poter parlare contro altri senza pericolo.
Alle sue esequie accorsero da tutta la Sicilia. Siracusa gli dedicò una piazza ancora detta Timoleontea.