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EDWARD GIBBON

STORIA DEL DECLINO E CADUTA DELL'IMPERO ROMANO


Capitolo I


Estensione e forza militare all'epoca degli Antonini


Nel secondo secolo d.C. l'impero romano aveva raggiunto l'apice della sua potenza e la sua massima estensione sotto l'amministrazione di Nerva, Traiano, Adriano e dei due Antonini.
Dopo sette secoli di vittorie e trionfi la repubblica aveva realizzato quasi tutte le conquiste che in genere gli imperatori si contentarono di conservare.
Augusto fu consapevole delle difficoltà e del pericolo di guerre in terre lontanissime ed evitò di combatterle.
Rinunciò a nuove conquiste in Africa e in Europa e i barbari della Germania si dimostrarono in grado di recuperare la libertà. Augusto raccomandò nel suo testamento di non tentare di estendere ancora l'impero.
I primi successori di Augusto, dediti ai piaceri più che alla guerra, seguirono il consiglio. L'unica nuova conquista fu la Britannia ottenuta con una guerra durata quarant'anni (da Claudio a Domiziano).
Agricola, sotto Domiziano, completò la conquista della Britannia e progettò quella dell'Irlanda ma non potè attuarla perché venne richiamato. Prima di partire stabilì una linea di postazioni militari poi fortificata sotto Antonino per stabilire il confine del dominio romano escludendo la parte più settentrionale dell'isola abitata dai Caledoni che non vennero mai sottomessi.
La tendenza pacifica degli imperatori fu interrotta da Traiano che iniziò le sue imprese sconfiggendo i Daci comandati dal re Decebalo con una guerra durata cinque anni. La Dacia che ai tempi di Domiziano aveva attaccato l'impero fu ridotta a provincia romana.
Nonostante l'età avanzata Traiano avrebbe voluto emulare le gesta di Alessandro e riuscì a portare la guerra in Armenia, al Golfo Persico e sulle coste dell'Arabia. Sconfisse i Parti e ridusse a provincia l'Armenia e la Mesopotamia.
La morte di Traiano comportò il pericolo di un'immediata ribellione dei popoli recentemente sottomessi ma Adriano saggiamente lo evitò rinunciando a tutte le conquiste orientali di Traiano e riportando all'Eufrate la frontiera dell'impero.
Adriano trascorse quasi tutta la vita viaggiando e visitando le province dell'impero, al contrario il suo successore Antonino Pio si tenne sempre in Italia, entrambi si adeguarono al precetto di Augusto. I loro regni furono periodi di pace e bastava la nota potenza delle legioni romane a dissuadere gli altri popoli dal minacciare l'impero.
Fu Marco Aurelio a dove impiegare le legioni contro i Parti ed i Germani sui quali riportò importanti vittorie.
In età repubblicana le legioni erano composte da cittadini romani e gli ufficiali erano in genere di condizione sociale elevata, ma via via che il dominio di Roma si estendeva si cominciò a reclutare soldati anche in province lontane preferendo uomini abituati ai lavori pesanti e, ancora più tardi, i soldati comuni erano tratti dalla più vile e spesso più scellerata parte degli uomini e ormai militavano per interesse e non più per patriottismo.
Nonostante ciò la propaganda di un concetto di onore inteso a nobilitare i militari rispetto ai civili e a renderli devoti alle loro insegne, i privilegi economici, la ferrea disciplina, le continue esercitazioni, resero le legioni imperiali invincibili.
La tattica delle legioni si è evoluta nei secoli e quelle descritte da Polibio che combatterono contro Cartagine erano molto diverse dalle legioni di Cesare.
Ai tempi di Traiano ogni legione contava seimilacento uomini divisi in dieci coorti.
I soldati erano armati di "pilo", una lancia pesante lunga sei piedi con la punta in acciaio, molto potente se lanciata da mani esperte.
Lanciato il pilo il soldato sguainava la spada che era a doppio filo e poteva essere usata e di taglio e di punta. I soldati si schieravano ordinatamente lasciando fra loro una distanza che permetteva di muoversi agevolmente e consentiva ai rinforzi di affiancare i combattenti in caso di necessità.
La cavalleria delle legioni constava di 726 cavalieri divisi in dieci squadroni, i cavalieri non facevano più parte di un'elite come ai tempi della repubblica ma avevano la stessa provenienza dei fanti. Erano armati alla leggera e di solito avevano un giavellotto e una spada.
Distribuzione delle legioni
Provincia Nr. legioni
Britannia 3
Gemania inf. 2
Gemania sup. 3
Rezia 1
Norico 1
Pannonia 4
Mesia 3
Dacia 2
Siria 6
Cappadocia 2
Egitto 1
Africa 1
Spagna 1
  30
Alle legioni venivano affiancate truppe ausiliarie reclutate tra i provinciali che non avevano diritto di cittadinanza e che in genere combattevano secondo gli usi del loro paese. La legione era dotata anche di "artiglieria" composta di dieci macchine grandi e cinquantacinque piccole, tutte in grado di lanciare pietre e dardi con forza micidiale.
Il campo delle legioni era uno spazio quadrangolare il cui terreno veniva spianato e privato di ogni ostacolo. Al centro si trovava il Pretorio (quartier generale). Un terrapieno armato da una palizzata e difeso da un fossato circondava il campo.
I soldati erano allenati a marciare per venti miglia in sei ore sotto il peso delle armi, degli utensili da lavoro e da cucina e delle provviste per molti giorni. La colonna in marcia era in grado di disporsi in ordine di battaglia con estrema rapidità.
Contando fanti, cavalieri e ausiliari ogni legione era composta da circa dodicimilacinquecento uomini. Da Adriano in poi, in tempo di pace, erano in servizio in media trenta legioni per un totale di trecentosettantacinquemila soldati.
Gli accampamenti fissi si trovavano lungo i grandi fiumi e le frontiere. Gibbon fornisce un quadro della distribuzione che si mantenne pressoché invariato nell'epoca trattata.
L'Italia era presidiata da ventimila uomini fra coorti di città e quadrie pretoriane.
I Romani non aspiravano alle coste oceaniche, si limitavano a controllare il Mediterraneo che era tutto compreso fra le loro province e a proteggere il commercio marittimo con due flotte stabililte da Augusto, l'una a Ravenna, l'altra a Miseno. Erano inoltre in servizio forze navali in posizioni strategiche nel Mediterraneo, sulla Manica e lungo il Reno e il Danubio. Considerando gli equipaggi delle flotte l'intera potenza militare romana raggiungeva quattrocentocinquantamila effettivi.
Gibbon passa a descrivere le province ai tempi di Adriano: la Penisola Iberica era divisa in tre province: Lusitania (Portogallo), Betica (Andalusia) e Tarraconese (resto della Spagna). Fra i nativi erano i Celtiberi e i Cantabri.
La Gallia comprendeva le province della Gallia Narbonese (costa del Mediterraneo, Provenza, Linguadoca e Delfinato), Aquitania (dai Pirenei alla Loira), Gallia Celtica o Lugdunense (dalla Loira alla Senna), la Gallia Belgica (dalla Senna al Reno), la Germania Superiore e la Germania Inferiore.
La Britannia comprendeva l'Inghilterra, il Galles e la Scozia Meridionale.
Spagna, Gallia e Britannia formavano l'insieme delle province occidentali.
Prima della conquista romana la Lombardia, il Piemonte e la Romagna erano occupate da tribù di Galli. I Liguri occupavano la costa che prese da loro il nome di Liguria, i territori oltre l'Adige erano abitati dai Veneti e Venezia ancora non esisteva.
In Toscana e in quello che sarebbe divenuto lo Stato Pontificio vivevano Etruschi e Umbri mentre dal Tevere al confine della Campania si trovavano Sabini, Latini e Volsci.
Nel Meridione della Penisola abitavano Marsi, Sanniti, Apuli e Lucani, sulle coste sorgevano molte colonie greche.
Le province danubiane o illiriche comprendevano Rezia, Norico, Pannonia, Dalmazia, Dacia, Media, Tracia, Macedonia e Grecia.
Le province orientali erano la provincia d'Asia, la Siria (che comprendeva in alcuni periodi Fenicia e Palestina in altri periodi separate). L'Egitto, pur trovandosi in Africa, era accessibile solo dall'Asia e quindi veniva spesso considerato provincia orientale.
L'Africa Settentrionale da Cirene all'Oceano costituiva la provincia d'Africa.
Nel complesso l'impero comprendeva un milione e seicentomila miglia quadrate, la maggior parte di terra fertile e ben coltivata.

Capitolo II


Unione e prosperità interna dell'impero nel secolo degli Antonini


La grandezza dell'impero romano non era tanto nelle sue dimensioni quanto nella sua solidità che gli permise di sussistere per secoli, solidità basata sui sani principi della politica interna.
La popolazione politeista accettava i culti di tutte le numerose genti che vivevano nell'impero. Questo evitava le discordie e gli odi di origine religiosa. Riconoscere il valore di un eroe divinizzato implicava ammettere che quell'eroe dovesse essere rispettato da tutto il genere umano, altrettanto tutti riconoscevano l'universalità dei culti legati alla natura, agli astri e anche a concetti astratti come le virtù, le arti o anche i vizi.
Rispetto alla figura di un dio supremo superiore a tutte le altre divinità, tutti erano uniti nella venerazione e nulla importavano i nomi dati a quel dio e i riti che gli si tributavano.
Dal canto loro i filosofi greci ricavavano le loro morali dalla natura dell'uomo, anzi che da quella di Dio, ma non di meno speculavano sulla natura divina con tutta la capacità e tutti i limiti della loro ragione.
Quattro le scuole principali: gli Stoici e i Platonici, naturalisti i primi e idealisti i secondi, gli Accademici e gli Epicurei: quelli mettevano in dubbio l'esistenza del dio supremo, questi la negavano.
In generale nell'epoca degli Antonini fra le classi colte era diffusa l'irreligiosità, i pensatori comunque si uniformavano alle leggi e ai costumi e non disdegnavano di frequentare i templi e partecipare alle cerimonie religiose.
I magistrati favorivano le pratiche religiose a fini politici, i pontefici erano scelti fra i più alti magistrati e l'ufficio di sommo pontefice spettava allo stesso imperatore. La religione e i riti dei popoli sottomessi venivano tollerati e protetti, fecero eccezione i Druidi della Gallia soppressi da Tiberio e Claudio per eliminare i sacrifici umani.
Talvolta il senato tentava di bandire da Roma i culti stranieri, come nel caso di Iside e di Serapide, ma con scarsi risultati e col tempo si giunse a praticare a Roma culti provenienti da tutto l'impero.
Finché la cittadinanza romana non fu concessa a tutti coloro che vivevano nell'impero, gli abitanti di Roma e dell'Italia godettero di speciali privilegi: erano esenti dalle imposte ed erano governati direttamente dal potere centrale.
Sotto i primi imperatori l'Italia fu quindi un potente stato unitario mentre le province non avevano particolari diritti se non quelli di una formale alleanza.
Quando i Romani conquistavano un nuovo territorio vi stabilivano colonie civili o militari che con il tempo stabilivano rapporti amichevoli con le popolazioni locali.
Al tempo degli Antonini la cittadinanza era stata concessa alla maggioranza dei sudditi. Una volta ottenuta la cittadinanza il provinciale, se ne aveva le capacità, poteva giungere a svolgere qualsiasi impiego e a ricoprire qualsiasi carica.
La lingua latina era diffusa in tutto l'impero e le province assimilarono non solo le leggi ma anche le mode dei Romani. Facevano eccezione i Greci che diversamente dai barbari erano civili molto prima della conquista e non rinunciarono mai alla loro lingua e ai loro costumi. Le province orientali erano imbevute di cultura greca per le colonie che i Greci vi avevano fondato o per l'eredità di Alessandro Magno i cui generali avevano ellenizzato Siria e Egitto.
Gibbon condivide la diffusa opinione che Roma fu soggiogata culturalmente dalla Grecia, ma i Romani, pur affascinati dalla lingua e dalle lettere greche, mantennero le proprie tradizioni, il latino rimase la lingua ufficiale e il greco fu utilizzato nei testi scientifici.
Di questo equilibrio tuttavia non beneficiarono gli schiavi che erano in gran parte prigionieri di guerra desiderosi di trovare la libertà perduta.
Con l'andare del tempo e il consolidarsi dei confini diminuirono le guerre di conquista e la possibilità di fare prigionieri, quindi gli schiavi aumentarono di valore e la loro condizione divenne meno dura. Sotto Adriano e gli Antonini furono promulgate leggi a protezione degli schiavi e i privati persero il diritto di vita e di morte su di loro. Furono tuttavia stabiliti anche limiti e regole per tenere sotto controllo la condizione degli schiavi liberati, o liberti, che pur acquisendo i diritti privati dei cittadini non potevano mai accedere alle cariche pubbliche e al servizio militare.
Le grandi opere realizzate a Roma e in altre città da Traiano, Adriano e dagli Antonini furono emulate dalle città delle province a loro spese (es. Verona, Capua) o a spese dei privati cittadini.
Erode Attico, discendente di un'antica casata caduta in miseria, trovò un tesoro nell'ultima proprietà che gli rimaneva. Per evitare i delatori ne informò l'imperatore Nerva che non volle prelevarne neanche una parte e Erode spese un patrimonio in opere pubbliche. Suo figlio, prefetto in Asia, si fece carico sotto Adriano di oltre metà del costo di un acquedotto nella Troade.
Erode costruì lo stadio di Atene, un teatro dedicato alla moglie Regilla e fece restaurare l'Odeon di Pericle, finanziò opere a Corinto, in Epiro, Tessaglia, Eubea, Beozia e Peloponneso.
I migliori imperatori dedicarono risorse alle opere pubbliche: il Colosseo, le terme di Tito, il Foro di Traiano con la colonna traiana decorata con le immagini della guerra contro i Daci. Una particolare attenzione meritano gli acquedotti, una delle più importanti e nobili realizzazioni della cultura romana.
L'impero comprendeva migliaia di città alcune delle quali grandissime come Efeso, Smirne, Antiochia, Alessandria e molte altre. Tutte le province erano collegate a Roma da una grande rete di strade costruite magistralmente. La realizzazione di gallerie e ponti garantiva che le strade stesse procedessero quanto possibile in linea retta, il piano stradale era sopraelevato su molti strati di sabbia, ghiaia e cemento.
Sfruttando queste strade sotto gli imperatori fu organizzato un efficiente servizio postale basato su stazioni con quaranta cavalli ciascuna distanti poche miglia fra loro.
Per le comunicazioni e i trasporti marittimi furono realizzati grandi porti come quello di Ostia alla foce del Tevere. Il governo centrale servì anche a diffondere in occidente le pratiche di coltivazione e di allevamento fino ad allora note solo in oriente.
Molte coltivazioni ortofrutticole furono importate in Europa, la produzione del vino fu introdotta in Gallia superando i problemi relativi al clima, l'olivo venne acclimatato in Africa, Italia, Spagna, Gallia.
Migliorò la produzione dei foraggi e di conseguenza l'allevamento del bestiame. Fiorì l'artigianato e la produzione di beni di lusso e ciò comportò una sorta di ridistribuzione della ricchezza fra i più abbienti che amavano possedere beni pregiati e coloro che quei beni producevano e vendevano.
Controproducente per l'economia dell'impero era invece l'ingente importazione di beni costosissimi dall'India e dall'Arabia. I Romani ricchi spendevano cifre astronomiche per la seta, le spezie, i profumi, le pietre preziose. Chi visse in quel periodo, ritiene Gibbon, non poteva rendersi conto che proprio quella tranquilla stabilità e quella lunga pace furono un veleno lento e segreto che doveva portare l'impero alla rovina.
Lo spirito repubblicano era spento e tutti i cittadini ormai abituati a ricevere ordini dal potere centrale si lasciavano andare a una comoda mediocrità. Anche nelle lettere e nella filosofia, con rare eccezioni, non venne espresso niente di nuovo e in tutto l'impero l'intelletto era avvilito dall'asservimento e dai pregiudizi.
Per questo motivo, secondo l'autore, i popoli venuti dal settentrione riuscirono a distruggere l'impero e ad innescare quel processo che nel corso di dieci secoli portò alla formazione delle nazioni moderne.

Capitolo III


Costituzione dell'impero romano nel secolo degli Antonini


Dopo la vittoria di Azio il destino del mondo romano dipendeva dal volere di Ottaviano.
Ottaviano disponeva di quarantaquattro legioni fedeli alla sua famiglia, le province aspiravano al governo di un monarca che fosse al di sopra della tirannia dei governatori locali, il popolo di Roma vedeva con piacere l'umiliazione dell'aristocrazia, i Romani ricchi apprezzavano la pace, il senato aveva perso l'antica dignità ed era composto da oltre mille persone.
La riforma del senato fu tra i primi atti di Ottaviano, egli ridusse il numero dei senatori, espulse gli indegni, convinse altri a dimettersi e restituì la dignità, ma non la libertà, a quell'istituzione.
Davanti al senato così riformato, Ottaviano giustificò le sue precedenti azioni e rassegnò le dimissioni.
In una grande confusione i senatori respinsero le dimissioni pregandolo di non abbandonare la repubblica e in sostanza Ottaviano prese il potere supremo fingendo di rimettersi agli ordini del senato. Gli fu conferito il titolo di imperatore che voleva dire generale di tutti gli eserciti romani, magistrato che deteneva tutti i più ampi poteri senza in nulla violare la costituzione.
Durante la repubblica il generale romano che stava svolgendo una campagna militare aveva potere assoluto sui soldati, sui nemici e sui provinciali. Quando Augusto ottenne l'impero ebbe questo potere ma non potendo da solo comandare tutte le legioni dell'impero nominò dei luogotenenti che non avevano l'autonomia dei generali repubblicani ma erano comunque subordinati al suo volere.
I luogotenenti imperiali erano di grado consolare o pretorio, i comandanti delle legioni erano sempre senatori, solo l'Egitto era governato da un cavaliere.
Augusto divise le province fra quelle governate da senatori e quelle affidate ai luogotenenti imperiali. L'affidare province pacifiche ai senatori era una "concessione immaginaria" in cambio della quale Augusto ottenne il permesso di mantenere il comando militare e un grosso corpo di guardia anche in città e in tempo di pace.
Riuscì inoltre ad avere il riconoscimento a vita della potestà consolare e della potestà tribunizia poi concesso a tutti i successori. Riunendo così in una sola persona tutte le prerogative dei senatori, dei consoli e dei tribuni della plebe si distruggeva l'equilibrio fra queste cariche, equilibrio che per secoli durante la repubblica aveva protetto la stabilità dello stato e la libertà della cittadinanza.
(p.136). Augusto volle aggiungere ai suoi titoli anche le dignità di pontefice massimo e di censore. Con la prima acquisì il diritto di regolare gli aspetti religiosi, con la seconda quello di controllare i costumi e gli averi dei Romani. Se l'esercizio di tanti poteri produceva conflitti, il senato era pronto a risolvere il problema con le più svariate concessioni.
Gli imperatori erano esentati dal rispetto di molte leggi, avevano il diritto di convocare il senato, di destinare le pubbliche entrate, di fare la pace o la guerra ratificando i trattati. Quando tutte le funzioni furono riunite nella magistratura imperiale i magistrati ordinari divennero privi di importanza e di potere, ma Augusto conservò sempre i nomi e le forme dell'antica amministrazione. Ogni anno venivano eletti consoli, pretori e tribuni ch esercitavano di fatto solo le funzioni meno importanti dei loro mandati. L'imperatore spesso aspirava al consolato e si comportava come ogni altro candidato chiedendo umilmente il voto per se o per i suoi amici, ma col tempo l'elezione dei consoli fu affidata al senato mentre le assemblee del popolo venivano per sempre abolite. Augusto e i suoi successori mostrarono di consultare spesso il senato e a quest'organo fu affidata l'amministrazione della giustizia, con immediata giurisdizione su Roma, l'Italia e le province interne. Il senato era la suprema corte d'appello per le cause civili ed era il tribunale per le cause penali riguardanti i magistrati.
Il governo imperiale istituito da Augusto era una monarchia assoluta velata con l'apparenza di una repubblica. Gli imperatori si professavano umili dipendenti del senato ed obbedivano ai suoi decreti dopo averli dettati. Si comportavano sempre con grande modestia (tranne i tiranni la cui follia non rispettava alcuna legge) ed evitavano ogni pompa e formalità.
Derivando dall'adulazione che i Greci avevano esercitato nei confronti dei successori di Alessandro, si era diffusa nel tempo la pratica dell'apoteosi che fu inizialmente tributata ai governatori delle province orientali ma venne presto adottata nei confronti degli imperatori. Augusto accettò di essere divinizzato in vita, non così i successori con le eccezioni di Caligola e di Domiziano.
Fu proposta in sentao la creazione di un nuovo titolo per l'imperatore e fu scelto quello di Augusto che esprimeva caratteri di pace e di solennità. Il titolo di Augusto spirava con l'imperatore che lo aveva portato, mentre quello di Cesare poteva trasmettersi per adozione e tramite i matrimoni.
Nerone era l'ultimo ad avere legami di parentela con Giulio Cesare ma alla sua morte i titoli di Augusto e Cesare erano strettamente connessi alla persona e alla famiglia dell'imperatore e tali rimasero per molti secoli fino agli Augusti tedeschi. Con il tempo si attribuì al titolo di Cesare il significato di successore designato dell'Augusto vivente.
Le caratteristiche di Ottaviano lo spinsero all'età di diciannove anni ad adottare una maschera che non si sarebbe tolto mai più.
Il senato e il popolo si abituarono ad accettare il potere illimitato nascosto dall'ipocrisia dei successori di Ottaviano. Gli uccisori di Caligola, Nerone e Domiziano colpirono le persone dei tiranni, non l'autorità dell'imperatore. Per contenere i pericoli dei periodi di vacanza del trono, gli imperatori designavano il loro successoree lo dotarono di tanta autorià che potesse bastargli ad assumere il potere senza dover affrontare ostacoli e imprevisti.
Augusto, dopo la morte di altri eredi, ottenne per Tiberio la dignità di censore e di tribuno e gli conferì piena autorità sulle province e sugli eserciti.
Vespasiano associò Tito a tutti i suoi poteri, un figlio dal carattere amabile che avrebbe distolto l'attensione del popolo dall'origine oscura della sua famiglia.
Sotto Tito il mondo romano godette di una felicità passeggera e la sua memoria fece tollerare per quindici anni i vizi di suo fratello Domiziano.
Nerva accettò la porpora in età troppo avanzata per era necessario un carattere più vigoroso. Scelse Traiano, allora quarantenne comandante di una possente armata nella Germania Inferiore, e lo dichiarò suo collega e successore.
Un uomo come Traiano fu forse in dubbio nell'affidare il potere all'incerto ed incostante Adriano. Forze l'imperatrice Plotina condizionò la decisione in extremis di Traiano o forse rischiò fingendo un'adozione e Adriano fu pacificamente riconosciuto come legittimo successore.
Sotto Adriano l'impero conobbe pace e prosperità, incoraggiò le arti, riformò le leggi, assicurò la disciplina militare e visitò tutte le province dell'impero. Dotato di ingegno vasto e vivace, Adriano aveva i più vari interessi ma era dominato dalla curiosità e dalla vanità e poteva a volte mostrarsi come eccellente principe o come geloso tiranno. In generale però la sua condotta denotava giustizia e moderazione.
Nei primi giorni del suo regno fece morire quattro senatori suoi personali rivali. La malattia lo rese negli ultimi tempi fantastico e crudele.
Adriano adottò Elio Vero, nobile voluttuoso e allegro, dotato di non comune bellezza, ma fu rapito da una morte improvvisa. Lasciava un figlio ancora bambino che fu adottato da Antonino Pio.
Prima di morire, Adriano adottò un senatore di cinquant'anni dalla condotta irreprensibile e gli impose di adottare un giovane di diciassette anni che più avanti avrebbe dimostrato grandi qualità. I due Antonini governarono il mondo per quarantadue anni con prudenza e virtù.
Pio fece sposare sua figlia Faustina con il giovane Marco, gli fece avere la potestà tribunizia e proconsolare e lo associò al governo.
Marco fu sempre riconoscente e rispettoso del suo benefattore e dopo la morte di lui governò secondo l'esempio di Pio.
Il regno di Antonino Pio ebbe il raro pregio di fornire pochissimo materiale alla storia che non è quasi altro che un registro di delitti, pazzie e sventure degli uomini. La sua semplice natura non conosceva la vanità, godeva con moderazione del suo grado e di innocenti piaceri.
Marco Aurelio Antonino era un carattere più severo, frutto di profondi studi ed esercitata virtù. A dodici anni adottò il sistema degli stoici imparando a sottomettere le passioni alla ragione, considerava la virtù come unico bene e il vizio come unico male.
Si dolse del suicidio di Avidio Cassio che aveva suscitato una ribellione in Siria e moderò lo zelo del senato nel punire i complici del traditore. Detestava la guera ma quando fu inevitabile combattere lo fece con grande coraggio e il rigore degli inverni sul Danubio fu fatale per il suo fisico non forte. La sua memoria fu venerata per molte generazioni.
Il periodo della storia dalla morte di Domiziano all'avvento di Commodo fu prospero e felice. L'impero fu governato con virtù e prudenza, gli eserciti furono contenuti da quattro successivi imperatori forti e moderati. In precedenza Roma fu sotto continua tirannide che riuscì fatale a quasi ogni virtù e ad ogni talento comparso in quel periodo.

Capitolo IV


Crudeltà, pazzia e uccisioni di Commodo. Elezione di Pertinace. Suoi tentativi per riformare lo stato. E' trucidato dai pretoriani

La naturale amabilità del carattere era l'unico vero difetto di Marco Aurelio. Ne approfittarono consiglieri disonesti e finti filosofi che si arricchirono fingendo si disprezzare ricchezze e onori. La sua indulgenza verso il fratello, la moglie e il figlio divenne una pubblica offesa per l'esempio e le conseguenze funeste che produsse.
Fausina figlia di Antonino Pio e moglie di Marco Aurelio era bella quanto dissoluta. Marco Aurelio pareva insensibile al comportamento della moglie come se fosse stato il solo ad ignorarlo. Egli promosse a cariche onorevoli molti amanti di lei e per trent'anni le dimostrò affetto e rispetto. Quando morì il senato la dichiarò dea e i giovani sposi la onoravano nel suo tempio.
Marco Aurelio e molti precettori profusero i loro sforzi nell'educazione del figlio Commodo senza riuscire a cambiare il suo carattere.
Commodo successe al padre tra le acclamazioni del senato e degli eserciti, senza trovare rivali da combattere o nemici da punire. Nato più debole che malvagio, lasciò che i cortigiani corrompessero il suo spirito e a poco a poco gli atti crudeli a cui venne indotto divennero la passione dominante del suo animo.
Ereditò una difficile guerra contro i Quadi e i Marcomanni e i cattivi consiglieri che Marco Aurelio aveva allontanato si riavvicinarono a Commodo per convincerlo che sarebbe bastata la paura delle armi romane per scoraggiare i nemici.
Commodo lasciò trascorrere dei mesi prima di rientrare a Roma avendo accordato una pace onorevole a quei Barbari.
Per i primi tre anni Commodo conservò ancora un forte rispetto per i consiglieri a cui il padre lo aveva affidato. Si dava a smodate dissolutezze senza aver ancora versato sangue ma un infausto incidente determinò il suo malvagio carattere.
Una sera un sicario aggredì Commodo ma non riuscì a ferirlo per il rapido intervento delle guardie e rivelò subito l'identità dei mandanti. Era stata Lucilla sorella di Commodo e vedova di Lucio Vero: gelosa della cognata aveva armato il sicario per uccidere il fratello con la collaborazione dei suoi amanti. I congiurati furono puniti e Lucilla venne esiliata e più tardi giustiziata.
Poiché il sicario prima di colpire aveva gridato "Questo ti manda il senato", Commodo concepì uno sdegno implacabiile contro i senatori che da quel momento considerò suoi nemici.
Mentre Commodo inaugurava un periodo di persecuzione dei senatori che riteneva più pericolosi, i delatori diventarono estremamente attivi, attratti come erano dalle ricche ricompense offerte. "Quando Commodo ebbe una volta assaggiato il sangue umano, divenne incapace di pietà e di rimorso." Tra le tante vittime i più compianti furono i fratelli Massimo e Condiano della famiglia Quintilia che erano stati amati e onorati dagli Antonini e avevano avuto un consolato e l'amministrazione della Grecia. Molto uniti durante tutta la vita, trovarono insieme la morte.
Mentre si occupava di delazioni e condanne, Commodo aveva affidato l'amministrazione dell'impero a Perenne, ministro vile e ambizioso che con estorsioni e sequestri raccolse immense ricchezze. Perenne aspirava all'impero, Commodo lo capì e lo prevenne mettendolo a morte. La morte di Perenne fu richiesta da una deputazione di millecinquecento uomini delle legioni della Britannia, giunti a Roma per presentare all'imperatore accuse contro di lui seguirono altri disordini e nelle truppe si insinuò lo spirito della diserzione. I disertori furono raccolti in una piccola armata per iniziativa di un certo Materno, semplice soldato.
I seguaci di Materno aprirono le prigioni, invitarono i detenuti a unirsi a loro e devastarono città in Gallia e in Spagna. Materno quindi ordinò loro di dividersi in piccoli gruppi e raggiungere Roma per le feste di Cibele. Intendeva attentare alla vita di Commodo e prendere il potere, a questo fine aveva nascosto numerose truppe tra le vie di Roma. Il piano fallì perché Materno fu tradito da un complice invidioso. Nato in Frigia e mandato a Roma come schiavo, Claudio divenne successore di Perenne ed esercitò grande ascendente sull'animo di Commodo. Spinto dalla cupidigia, vendeva all'incanto le cariche di console e la dignità di patrizio e senatore. Condivideva con i governatori delle province il frutto dei loro ladrocinii. Anche l'amministrazione dellla giustizia era arbitraria e i giudici erano corrotti.
In tre anni Claudio diventò ricchissimo e Commodo si compiaceva di ricevere i suoi doni. Per addolcire l'odio pubblico Claudio, a nome di Commodo, fece costruire bagni, portici e piazze. Roma fu colpita dalla peste e dalla carestia, la prima fu attribuita agli dei, la seconda all'effetto del monopolio del grano istituito da Claudio.

Capitolo V


I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano
Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Nigro nella Siria, e Settimio Severo nella Pannonia, si dichiarano contro gli assassini di Pertinace. Guerre civili e vittoria di Severo sopra i tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di governo.

Capitolo VI


Morte di Severo. Tirannia di Caligola. Usurpazione di Macrino. Pazzia di Elagabalo. Virtù di Alessandro Severo. Sfrenata licenza dell'esercito. Stato generale delle finanze romane.


Capitolo VII


Innalzamento al trono e tirannia di Massimino. Ribellione nell'Africa e nell'Italia autorizzata dal senato. Guerre civili e sedizioni. Morti violente di Massimino e del suo figlio, di Massimo, di Balbino e dei tre Gordiani. Usurpazione e giochi secolari di Filippo


Capitolo VIII


Stato della Persia dopo il ristabilimento della monarchia per opera di Artaserse

Capitolo IX


Stato della Germania fino all'invasione dei Barbari al tempo dell'imperatore Decio


Capitolo X


Gli imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno. Irruzione generale dei Barbari. I trenta tiranni