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Callimaco, Inno ad Apollo



Testo:
Come si è scosso il ramo di alloro
sacro ad Apollo, come tutto l'intero santuario!
Sia lontano, lontano chi è malvagio.
Batte alla porta Febo col bel piede
senza dubbio. Non vedi? All'improvviso
dolcemente ondeggiò la palma delia,
il bel canto del cigno va nell'aria.
Ora da sole, sbarre delle porte,
da sole, chiavi, fate indietro un giro:
il dio non è lontano. Giovinetti,
al canto preparatevi e alla danza.
Apollo non a tutti si rivela,
ma all'uomo retto, e chi lo vede è grande,
chi non lo vide è privo di grandezza.
Noi ti vedemmo, o Lungisaettante,
e mai saremo privi di grandezza.
Non abbiano la cetra senza suono
i fanciulli né il passo silenzioso,
mentre Febo è tra loro, se vorranno
celebrare le nozze e, quando è bianca,
recidere la chioma e che sia saldo
sopra le antiche fondamenta il muro.
Poiché la cetra non è inoperosa,
lode ai fanciulli. Il canto per Apollo
ascoltate in silenzio. Tace il mare
quando gli oggetti del Licóreo Febo,
l'arco o la cetra, esaltano i cantori.
La madre Teti non compiange Achille
luttuosamente, quando " ié peana,
ié peana " ascolta e ha sosta nel dolore
la rupe lacrimosa, che s'innalza,
umido sasso nella Frigia, pietra,
da che era donna urlante la sua pena.
"Ié ié" cantate: è male coi beati
fare contesa. Chi con i beati
è in lotta, lotterebbe col mio re,
chi sta contro il mio re, pure ad Apollo
sarebbe ostile. Apollo darà onore
al coro che col canto l'asseconda,
lo può poiché alla destra di Zeus siede.
Né il coro canterà un sol giorno Febo:
egli è degno di canti, e chi per Febo
non leverebbe il canto a cuor leggero?
D'oro Apollo ha la tunica e il fermaglio,
la lira, l'arco littio e la faretra,
d'oro i calzari. Apollo è pieno d'oro
e d'opulenza. Ne è la prova Pito.
È sempre bello, sempre giovinetto,
non sfiora le sue guance delicate
neppure l'ombra di peluria. A terra
stillano gocce d'olio profumato
dai suoi capelli. Non si spande grasso
dalle chiome di Apollo, ma un rimedio
adatto a tutto e la città, in cui cadono
a terra quelle gocce, ha tutto incolume.
Versatile nell'arte come Apollo
non è nessuno: a lui toccò l'arciere
a lui il cantore (a Febo sono sacri
e l'arco e il canto) a lui sorti e profeti.
I medici impararono da Febo
a scacciare la morte? Dio dei pascoli
Febo inoltre invochiamo, fin da quando,
lungo l'Anfrisso, al pascolo portava
le cavalle da giogo, arso d'amore
per il giovane Admeto. Senza sforzo
si riempirebbe il pascolo dei buoi,
né le capre del gregge, a cui lo sguardo
Apollo rivolgesse, mentre brùcano,
potrebbero restare senza prole,
né senza latte e sterili le pecore,
ma ognuna avrebbe il piccolo alla poppa
e quella che da un parto ha un figlio solo
sùbito avrebbe duplice figliata.
Seguendo Febo gli uomini il tracciato
fecero alle città. Febo ha piacere
ogni volta che sorge una città:
Febo in persona delle fondamenta
stende lo schema. Per la prima volta
Febo a quattro anni costruì ben salde
le fondamenta nella bella Ortigia,
accanto alla palude circolare.
Teste di capre Artemide dal Cinto
portava di continuo dalla caccia;
fece un altare Apollo; con le corna
eresse un piedistallo, con le corna
l'altare fabbricò e gettava intorno
mura di corno: Febo così apprese
la prima volta a far le fondamenta.
La mia città dal fertile terreno
a Batto indicò Febo e fu la guida
del popolo che entrava nella Libia,
in aspetto di corvo, sulla destra
del fondatore e fece giuramento
di donare le mura ai nostri re:
sempre mantiene Apollo ciò che giura.
Molti, Apollo, ti chiamano Boedromio,
molti Clario; dovunque hai molti nomi,
io ti dirò Carnèo, secondo l'uso
dei padri mei. Carnèo, delle tue sedi
Sparta è la prima, Tera la seconda
e la terza la rocca di Cirene.
Da Sparta a Tera per la fondazione
ti trasportò la sesta stirpe di Edipo.
Da Tera nella terra degli Asbisti
l'incorrotto Aristotele ti pose.
Un tempio ti innalzò di gran bellezza
e un rito annuale stabilì in città,
durante il quale piombano sul fianco
molti tori, signore, in fin di vita.
Ié ié, Carnèo, più volte supplicato,
in primavera portano i tuoi altari
fiori d'ogni colore, quanti le Ore,
quando Zefiro spira la rugiada,
diffondono; d'inverno il dolce croco;
sempre il fuoco è perenne e mai la cenere
del carbone di ieri si alimenta.
Molto Febo esultò, quando danzarono,
cinti da guerra, gli uomini di Eniò,
con le libiche bionde, alle Carnèe,
allor che giunse il tempo stabilito.
Non ancora potevano accostarsi
i Dori all'acqua della fonte Cira,
ma sull'Azili, fitto di convalli,
avevano dimora. Il dio in persona
sopra il Mirtussa dalle vette a corna
li vide e li indicò alla ninfa sua,
dove la figlia d'Ipseo fece strage
del leone che i buoi predava a Euripilo.
Non vide Apollo un coro più divino,
né mai beneficò un'altra città,
come Cirene, avendo nel ricordo
l'antico rapimento. Né i Battiadi
più di Febo onorarono altro dio.
" Ié ié; Peone! " udiamo. Questo nome
la prima volta il popolo di Delfi
negli inni ti trovò, quando mostrasti
l'arte di maneggiare l'arco d'oro.
Mentre scendevi a Pito ti fu incontro
la sacra bestia, orribile serpente:
scagliando acute frecce una sull'altra
tu l'uccidesti e il popolo acclamò:
" Ié ié, Peone, fa partire il dardo;
ti generò tua madre da principio
soccorritore ", e sempre da quel tempo
sei invocato così. L'Invidia disse
all'orecchio di Apollo di nascosto:
" Non mi piace il poeta che non canta
quanto il mare. " Col piede Apollo indietro
spinse l'Invidia e disse: " La corrente
del fiume assiro è grande, ma sull'acqua
trascina molte scorie della terra
e molto fango. Non da tutti i luoghi
portano le api l'acqua per Deò,
ma la piccola goccia che zampilla,
limpida e pura da una fonte sacra,
suprema qualità. " Salve, Signore,
dov'è l'Invidia il Biasimo ritorni.

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