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Dante Alighieri

Convivio


(Sintesi parziale)

Trattato I


Come dice Aristotele, tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione è la ricerca della conoscenza, "ultima perfezione" ed "ultima felicitade" dell'anima dell'uomo. Molti gli impedimenti al conseguimento della conoscenza, interni ed esterni. Fra quelli interni i difetti fisici, mutilazioni della parola e dei sensi che impediscano l'apprendimento e quelli morali che volgono l'anima a tutt'altre aspirazioni.
Fra quelli esterni la necessità, le privazioni, l'ambiente.
Ben pochi dunque saranno quelli che riusciranno a raggiungere lo scopo e soddisfare questa generale sete di conoscere.
Dante, che non si considera un eletto ma uno sfuggito alla "pastura del volgo", per solidarietà con i miseri si accinge ad apparecchiare per loro un Convivio, offrendo la propria conoscenza accompagnata dal "pane" di un adeguato commento.
La "vivanda", dichiara il Poeta, sarà costituita da quattordici canzoni. Nulla sarà contraddetto o rinnegato di quanto è scritto nella Vita Nova, ma sarà diverso lo stile: se quella era "fervida e appassionata", quest'opera sarà temperata e virile, come si conviene all'età ora più matura dell'autore.
Parlare di se stessi, dice Dante, è disdicevole a meno che non si verifichi una delle circostanze che lo giustificano: difendere le proprie posizioni o rendere utili insegnamenti. Di questi casi furono esempio rispettivamente Boezio e S. Agostino. Nel Convivio Dante intende spiegare le proprie canzoni sia per dimostrare che non furono ispirate da passioni infamanti, sia per rendere chiari e manifesti i contenuti allegorici, si ritiene quindi autorizzato - verificandosi entrambe le circostanze suesposte - a parlare della propria opera.
Il lamento di Dante per il suo esilio, per il suo vagare "come legno senza vela e senza governo", umiliato da quella sventura che agli occhi altrui può significare infamia e svilisce e riduce ogni merito. La fama, infatti, tende ad ingigantire pregi e difetti mentre la conoscenza personale tende al risultato opposto, alla delusione. Ciò dipende da tre cause: la "puerizia dell'animo", l'invidia di chi giudica e l'impurità di chi è giudicato. La prima causa è da ricondurre al fatto che "la maggior parte degli uomini vivono secondo senso e non secondo ragione a guisa di pargoli" e come bambini giudicano in base all'opinione altrui e quindi sono troppo solleciti nel mutare il proprio giudizio.
L'invidia, ovviamente, obnubila il giudizio e spinge alla diffamazione.
Quanto all'impurità essa è inevitabile anche nei migliori individui, cioè nessuno è perfetto. Ma poichè le imperfezioni vengono più facilmente in evidenza in un incontro personale, ne consegue - come si è detto - che dalla conoscenza diretta la fama risulta sempre diminuita o danneggiata. Anche Dante, dovendo vagare e presentarsi a molti che lo conoscevano per fama, ha visto umiliato il proprio prestigio personale, per questo intraprende l'opera presente con "un poco di gravezza, per la quale paia di maggiore autoritade".
Quanto alla scelta del volgare, tre sono le motivazioni:
- desiderio di un rapporto organico fra il testo delle canzoni ed il commento convenuto nel Convivio,
- desiderio della massima comprensione,
- amore naturale per la propria lingua.
Il rapporto organico del commento verso il testo deve essere quello di un servitore verso il suo padrone, quindi non è condizione realizzabile tramite il latino, che è "sovrano e immutabile", più virtuoso e più bello.
Il servitore deve conoscere a fondo la natura del suo signore ma il latino non può "conoscere" a fondo il volgare, può conoscerlo solo in modo generico, indipendentemente dalle sue specifiche varietà.
Il servitore deve inoltre essere obbediente e l'obbedienza, per essere tale, deve essere volontaria e non coatta ma poichè "ciascuna cosa che da perverso ordine procede" è troppo faticosa per non rappresentare una costrizione, l'"obbedienza" non si potrebbe realizzare nel commentare in latino un testo volgare.
Dante continua la sua spiegazione dei motivi per i quali ha scelto di scrivere il Convivio in volgare. Particolarmente interessante è il suo avvertimento sulle traduzioni: non è possibile tradurre la poesia in un'altra lingua "senza rompere tutta la sua dolcezza ed armonia".

Il desiderio di Dante è quello di donare la sua opera "con pronta liberalità", cioè al più ampio numero di lettori, in modo che sia loro utile e comprensibile. Dono perfetto è appunto quello che possa essere ricevuto da molti, sia utile a chi lo riceve e non sia stato richiesto, circostanze tutte che, per ragioni evidenti, la lingua volgare realizzerà meglio del latino.

Il terzo movente della scelta, come è stato annunciato, consiste nell'amore per il volgare italiano. Per amore Dante eleverà questa lingua alle più alte funzioni, per amore la proteggerà gelosamente dai rischi delle traduzioni altrui e, ancora per amore, la presenterà in prosa, nuda dagli abbellimenti della rima e della metrica, mettendo in evidenza la sua bellezza intrinseca.
A questo punto Dante inserisce una lunga invettiva contro i detrattori del volgare italiano, indicando le ragioni del loro atteggiamento, tra queste l'incapacità di discernimento che sempre porta alla rapida accettazione dell'opinione altrui; la malizia degli scrittori mediocri che cercano di addossare alla lingua i difetti del proprio stile, la vanagloria di chi riesce ad imparare una lingua straniera, l'invidia verso chi sa usare meglio la lingua, infine la viltà d'animo di chi è pronto a disprezzare quanto possiede.
Quella che segue, concludendo il primo trattato, è una lunga e convinta dichiarazione d'amore di Dante nei confronti del volgare, la lingua della sua vita, che lo accompagna fin dall'infanzia e che è stata argomento di tanto suo studio.

Trattato secondo


Canzone prima


I) Dopo la canzone Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, Dante inizia la dissertazione che si è proposto nel proemio.
Le "scritture" si possono intendere e si devono esporre in quattro sensi: letterale, allegorico, morale, anagogico.
La spiegazione del senso letterale è perduta per una lacuna nel testo; il senso allegorico è quello della verità sottintesa in quanto viene detto in senso letterale; il senso morale è riferito all'insegnamento implicito nel testo, come nel caso dei Vangeli; il senso analogico è il "sovrasenso" che rende vero sia il significato letterale che quello allegorico.
In realtà la trattazione si baserà soltanto sui primi due livelli (letterale ed allegorico) in quanto l'analisi degli altri deu è propria dell'esegesi teologica.
Il procedimento per "ragionare" sulle canzoni parte dalla "litterale sentenza" che deve essere esaminata prima dell'allegoria. Questo procedimento rispecchia l'insegnamento di Aristotele che nella Fisica vuole che si proceda nella conoscenza "da quello che conoscemo meglio in quello che conoscemo non così bene".

II) Cominciando quindi l'analisi della prima canzone, Dante ricorda come fossero trascorsi altri tre anni dalla morte di Beatrice quando compose la canzone stessa per spiegare la sua complessa situazione ed il suo nuovo amore di cui si parla già nella Vita Nova, cioè la Filosofia.

III) Segue una lunga dissertazione di astronomia che prende le mosse dal "terzo cielo" citato nel primo verso. Vengono riprese le teorie di Aristotele e poi di Tolomeo per indicare l'esistenza di nove cieli (il terzo è quello di Venere) ai quali i cattolici aggiungono l'Empireo, sede degli spiriti beati e "soprano edificio del mondo".

IV) Le "Intelligenze" che muovono il terzo cielo ono ciò che la gente comune chiama "angeli". Aristotele riteneva che ogni cielo avesse le sue "intelligenze" (Metafisica), mentre Platone riteneva che ogni cosa umana o naturale avesse il suo modello in una di queste intelligenze che egli chiama "idee". Più generalmente i pagani identificavano con i loro dei molte di queste "intelligenze". La verità non fu veduta dagli antichi "per difetto di ragione e per difetto di ammaestramento". Sul difetto di ragione Dante considera che essendo queste creature piene di beatitudine (per ammissione dei filosofi, dei pagani, dei giudei e dei cristiani) dovranno possedere le due forme di beatitudine, quella della vita attiva e quella della vita contemplativa. La loro natura li avvicina di più alla beatitudine contemplativa, gli effetti delle loro speculazioni comportano il "movimento dei cieli".
Nessun effetto è maggiore della causa. Se noi possiamo presumere che Dio abbia creato innumerevoli creature spirituali il suo intelletto, che supera il nostro, ne avrà certamente concepite in numero maggiore. La nostra conoscenza di queste cose è limitata perché non ne abbiamo alcuna percezione (le percezioni sono alla base della conoscenza umana).

V) Il difetto di ammaestramento degli antichi dipese dalla mancanza degli insegnamenti di Cristo. La prima manifestazione delle creature angeliche fu l'annunciazione a Maria della nascita di Cristo. Cristo disse di poter disporre di legioni di Angeli, dimostrando come queste siano in grandissimo numero.
Seguendo Gregorio Magno, Dante divide gli angeli in tre "gerarzie" (lo schema del Paradiso sarà diverso): Angeli, Arcangeli e Troni formano la prima gerarzia; Dominazioni, virtù e Principati formano la seconda, Potestà, Cherubini e Serafini formano la terza.
Una parte di queste creature, forse un decimo, si perse subito dopo la Creazione per sostituirle fu concepita la natura umana.
Queste creature governano il movimento dei cieli, in particolare i Troni sono "movitori" del cielo di Venere. I Troni sono ispirati dall'amore dello Spirito Santo, per questo il loro cielo ispira amore negli esseri umani, come già sentivano gli antichi che lo dedicarono a Venere, madre dell'amore.
Alle crature che presiedono ai movimenti del cielo di Venere è indirizzato il primo verso della canzone in esame.

VI) Inizia il commento letterale della canzone. Gli angeli che muovono il cielo di Venere sono pregati di intendere ciò che è nel cuore del Poeta. Si rivolge a loro per due motivi: la novità della sua condizione (ch'io nol so dire altrui, si mi par novo); l'opportunità di rivolgersi a chi è causa della condizione stessa (... mi tragge nello stato ov'io mi trovo).
Seguendo una buona regola retorica, Dante ha promesso di dire cose nuove e grandissime: lo farà a proposito della sua anima divisa fra due amori (Beatrice e la nuova donna che rappresenta la filosofia) ed a proposito del valore della stella di Venere.
Dante indica con il termine "spirito" il pensiero della nuova donna, che gli viene direttamente dalla stella di Venere, la quale - per la nobiltà dei suoi movitori - esercita grandissima influenza sull'animo degli uomini.

VII) Dante passa alla seconda parte della canzone (seconda, terza e quarta stanza), nella quale parla del conflitto che era in lui fra il primo pensiero che lo rapiva nella contemplazione estatica del ricordo di Beatrice ed il nuovo pensiero che scaccia il primo e che dimostra la sua potenza nel rinnovarsi della salute e del desiderio di vivere.

VIII) Dubbio su come le intelligenze angeliche alle quali la canzone si rivolge possano disfare un amore per generarne un altro. Quelle intelligenze, si risponde Dante, non hanno più potere sulle anime che sono dipartite da questa vita e quindi indirizzano l'amore da esse generato verso ciò che è ancora nella loro area di influenza.
La questione è risolta ma avendo parlato dell'anima e della sua immortalità, l'autore apre una digressione sull'argomento che sarà il miglior modo di concludere "lo parlare di quella viva Beatrice beata" della quale si propone di non trattare più nell'opera presente.
Errore bestiale sarebbe negare l'immortalità dell'anima: la affermano tutti i popoli e tutti i sapienti, per cui se si trattasse di errore sarebbe errore tale da far perdere all'uomo ogni primato di "animale perfettissimo".
Inoltre, poichè molti hanno sacrificato la vita terrena per vivere l'altra, se l'anima non fosse immortale la natura avrebbe agito contro se stessa nel porre la speranza nella mente umana.
Anche l'esperienza dei sogni viene interpretata come prova dell'esistenza di un'anima incorporea. Infine la certezza dell'immortalità dell'anima dovrebbe venire dall'insegnamento di Cristo in quanto la fede può intendere perfettamente il concetto dell'immortalità che risulta parzialmente oscurato per la ragione.

IX) L'anima "affannata" si lamenta dell'improvviso mutamento e parla contro gli occhi maledicendo l'ora in cui videro la nuova donna.

X) Commento alla quarta stanza della canzone: il nuovo pensiero rimprovera l'anima di viltà e le comanda cosa fare. L'anima deve osservare quanto la nuova donna sia "pietosa e umile", dove per pietà non si intende la misericordia (che è una passione) ma una nobile disposizione d'animo.
Inoltre l'anima dovrà osservare come la nuova donna sia "saggia e cortese" nella sua grandezza. Qui cortesia sta per onestà e non (o non solo) per liberalità; il vocabolo "cortesia", dice Dante, si è corrotto in "uso di corte", ma se fosse per le corti italiane dovrebbe significare turpitudine. La parole "grandezza" è invece occasione per un'invettiva contro i "miseri grandi".
Infine il nuovo pensiero ordina all'anima di chiamare "omai costei sua donna".

XI) L'ultima stanza della canzona nella quale il poeta si rivolge alla canzone stessa. Questa strofa finale era detta "tornata" dall'uso di molti autori di ripetere in essa una parte precedente del canto.
Dante dice di non usare generalmente l'ultima stanza a questo scopo, ma per abbellire la canzone in se stessa.
La bontà di un "sermone" è nel suo contenuto, la bellezza è nella forma delle parole. Data la difficoltà della canzone, Dante invita chi non riesce ad intenderne il significato a por mente alla sua bellezza. Lo fa utilizzando l'espediente retorico di rivolgersi alla canzone e non agli uomini che la leggeranno, per evitare che l'esortazione risulti presuntuosa.

XII) Inizia la spiegazione dei contenuti allegorici della canzone. Dopo la morte di Beatrice, Dante aveva sofferto di profondissima tristezza ed aveva cercato consolazione nella filosofia iniziando i suoi studi da Boezio e da Cicerone. Dopo trenta mesi di approfondimento era riuscito ad "entrare" nelle cose filosofiche al punto di accorgersi come la sua mente di distraesse dal pensiero di Beatrice. Di qui era nata l'idea della donna pietosa e cortese come allegoria della filosofia e da qui lo spunto per la composizione del trattato in esame.

XIII) I Cieli sono per Dante allegoria delle scienze in forza di tre similitudini:
a) entrambi si muovono intorno ad un immobile (il centro per i cieli, il soggetto per le scienze);
b) entrambi "illuminano";
c) entrambi portano verso la perfezione;
Per spiegare la scelta del terzo cielo Dante passa ad esporre la corrispondenza fra cieli e scienze.

Cielo della luna: grammatica.
a) perché la luna ha zone più o meno luminose perché per la diversa densità della sua materia lascia passare i raggi solari, così come la grammatica studia i vocaboli senza ostacolare i "raggi della ragione";
b) per il risplendere della luna ora in una posizione ora in un'altra a seconda della posizione del sole, così come la grammatica illumina ora dei vocaboli, ora altri a seconda che siano in uso o decaduti.

Cielo di Mercurio: dialettica.
a) perché il corpo della dialettica (l'insieme degli autori e dei testi) è minore di quello di tutte le altre scienze, così come Mercurio è la più piccola delle stelle.
b) la dialettica è velata dagli argomenti più sofistici come Mercurio è la stella più velata dai raggi del sole.

Cielo di Venere: retorica.
a) la chiarezza dell'aspetto di Venere richiama la soavità della retorica; b) Venere appare sia al mattino che alla sera, la retorica appare sia nei discorsi che negli scritti.

Cielo del Sole: aritmetica
a) perché tutte le stelle prendono luce dal sole e tutte le scienze, partecipando del numero, dall'aritmetica
b) la luce del sole non può essere fissata dall'occhio come l'infinità del numero non può essere intesa dall'intelletto.

Cielo di Marte: musica
a) Marte è il cielo mediano da qualsiasi parte si conti (il quinto di nove) e la musica è tutta relativa
b) Marte arde e dissecca tutte le cose, la musica attrae l'anima intera.

Cielo di Giove: Geometria
a) Giove, temperato, si muove fra il caldo Marte ed il freddo Saturno; la geometria, scienza precisissima, si muove fra il punto che non si può misurare ed il cerchio che non si può quadrare perfettamente
b) Giove è la stella più bianca, la geometria è "senza macula d'errore".

Cielo di Saturno: astrologia
a) per la lentezza dei movimenti di Saturno, comparata con la lentezza degli studi astrologici
b) perché Saturno è il più alto dei pianeti, così come l'astrologia è la più alta delle scienze per la nobiltà del soggetto.

I primi sette cieli sono quelli dei pianeti, a loro, come si è visto, corrispondono le scienze del trivio e del quadrivio. Seguono due cieli mobili ed uno immobile.

XIV) All'ottavo cielo (cielo stellato) corrispondono la fisica per tre aspetti e la metafisica per altri tre.
Esso presenta 1022 stelle, il numero viene posto in relazione con la fisica dopo essere stato scomposto in due, venti e mille.
Due: è in similitudine con il movimento locale (da un punto all'altro)
Venti: è in relazione con il movimento di alterazione in quanto rappresenta il metodo di alterazione delle cifre decimali per esprimere i numeri superiori a dieci
Mille: rappresenta il movimento del crescere (è il maggior valore espresso con un nome proprio, tutti gli altri si ottengono moltiplicando mille).

Il cielo stellato comprende la Galassia, formata da una moltitudine di stelle che si possono soltanto intravedere, per questo motivo viene messo il relazione con la metafisica che tratta sostanze che non si possono intendere se non per i loro effetti.
Per il polo visibile il cielo stellato è comparato alla fisica, che tratta di cose sensibili, per il polo invisibile è comparato alla metafisica che si occupa di cose non composte di materia.
Per il movimento quotidiano che compie su se stesso rappresenta la fisica, che tratta di cose corruttibili; per il movimento da occidente in oriente che compie di un grado ogni cento anni, rappresenta la metafisica che tratta di cose incorruttibili.

Il cielo cristallino, primo mobile, ha comparazione con la filosofia morale o etica perché:
a) ordina la quotidiana rivoluzione degli altri cieli cosi come l'etica conduce noi nelle altre scienze
b) se il primo mobile non si muovesse l'intero universo ne sarebbe sconvolto, così come la nostra vita senza etica.

Il cielo empire, per la sua pace, ricorda la scienza divina che non è mai turbata da discussioni o incertezze.
Conclusa la comparazione delle scienze con i cieli, si può vedere come per terzo cielo si intenda la retorica.

XV) In senso allegorico i "movitori del terzo cielo" sono coloro che spingono Dante ad amare la filosofia, come Boezio e Cicerone, e la filosofia è la donna verso la quale il poeta ora si volge.
Gli occhi della donna rappresentano le dimostrazioni filosofiche che rendono felici coloro che non temono la fatica dello studio e l'angoscia dei dubbi.
L'anima piange perché l'uomo per seguire l'amico maggiore non deve dimenticare i servigi ricevuti dal minore.
La prima dimostrazione filosofica fu causa del nuovo amore.
Dove nella canzone si parla di "uno spiritel d'amore" si deve intendere un pensiero che nasca dallo studio in quanto, in questa allegoria, Dante intende sempre per amore lo studio come "applicazione dell'animo innamorato".
La filosofia porta a contemplare le causee delle cose meravigliose.
Concludendo il secondo trattato, Dante afferma che la donna di cui si è innamorato è "la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pitagora puose nome Filosofia".


Trattato III



Canzone II


Apre il trattato la canzone "amor che nella mente mi ragiona".
Il secondo amore di Dante, come si è visto nel trattato precedente, prende le mosse dalla "misericordiosa sembianza di una donna". Questo amore (si deve ricordare che si sta parlando in realtà della Filosofia") divampò rapidamente in un grande incendio e l'immagine di lei prese ad accompagnare il Poeta nei sogni come nella veglia.
Per il desiderio di contemplare la sua donna e di sentirsi vicino a quanti l'amavano come lui o l'avevano conosciuta, Dante prese a trascorrere le sue notti con gli occhi fissi "nello abitaculo" del suo amore, cioè leggendo avidamente i testi filosofici. Presto fu indotto a parlare del suo amore da tre ragioni: l'amor proprio, il desiderio che il suo amore duri nel tempo, la previdenza.
L'amor proprio è citato perché solo i simili possono essere amici, quindi onorando l'amico si reca onore a se stessi.
Il desiderio di far durare il suo amore spinge Dante, che si considera inferiore alla sua donna, a dimostrare la sua buona volontà intessendo le lodi di lei. Come dice, infatti, Aristotele nell'Etica Nicomachea, nel caso di amicizia fra due persone di non eguale condizione la durata del rapporto dipende dalla buona volontà dimostrata da chi, essendo inferiore non può altrimenti ricambiare i benefici ricevuti dall'altro.
La previdenza si riferisce alle critiche che Dante ritiene di dover affrontare in futuro per aver sostituito con questo il suo primo amore, critiche che intende fronteggiare dimostrando (con la canzone) le qualità della sua seconda donna.
La canzone si divide in tre parti: un proemio, le lodi della donna, l'ultima stanza nella quale si intende chiarire alcuni dubbi che potrebbero sorgere dalla lettura della canzone stessa.
Nel proemio si dichiara il tema della canzone, cioè le lodi della donna amata, quindi l'autore afferma la propria inadeguatezza rispetto al compito che si propone; del resto non ne è colpevole:
Di ciò si biasmi il debole intelletto
e l'parlar nostro, che non ha valore
di ritrar tutto ciò che dice amore

L'amore è l'unione dell'anima con la cosa amata, unione alla quale l'anima, per sua specifica natura, accorre più o meno rapidamente a seconda che sia "libera o impedita". La ragione di ciò è da ricercare nel fatto che ogni cosa procede dalla sua causa prima, che è Dio, ogni effetto partecipa della sua causa, quindi l'anima, la più nobile fra le cose create, vuole essere unita a Dio. L'anima viene attratta dalla bontà divina tanto più intensamente quenato più è libera di vedere la perfezione.
Cosi quanto più l'anima di Dante contempla la donna amata ed è in grado di apprezzarla, tanto più forte sarà il suo amore, cioè l'attrazione verso l'unione con lei.
L'amore, si dice nella canzone, ragiona "nella mente" e qui si passa a definire cosa sia la mente. L'anima ha tre potenze: vivere, sentire e ragionare, cioè potenza vegetativa, sensitiva e intellettiva.
Non è possibile trovare la seconda e la terza senza la prima mentre la potenza vegetativa può trovarsi da sola come avviene nelle piante.
Vegetativa e sensitiva possono trovarsi insieme in assenza della potenza intellettiva, è ciò che avviene negli animali bruti.
Solo l'anima umana possiede tutte e tre le potenze e tramite la potenza intellettiva partecipa della natura divina. La potenza intellettiva, insieme alle sue proprie virtù costituisce la mente.