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Dante Alighieri

La Divina Commedia - Inferno



Canto I


Preludio in terra. Giunto alla metà della vita (si considerava l'età di trentacinque anni) Dante si trova in una selva oscura per aver smarrito la "diritta via", per essere caduto nel peccato. Egli non ricorda come entrò un quel luogo orrendo, ma giunto ai piedi di un colle guardando in alto lo vede illuminato dai raggi del sole.
La luce dell'alba lo rincuora e come un naufrago salvatosi a stento si guarda indietro poi riprende a procedere in salita. Ma ecco che una lonza (una lince) gli sbarra il passo, ancora la luce del sole sorgente infonde coraggio al Poeta ma appare un leone spaventoso seguito da una lupa magrissima e famelica.
La vista delle belve che procedono lentamente verso di lui lo respinge indietro, nell'oscura foresta dalla quale è appena uscito quando gli appare qualcuno, un essere umano al quale chiedere aiuto.
In pochi versi l'ombra si presenta: è il poeta Virgilio di cui Dante è sommo estimatore, Dante è commosso ed emozionato, ed indica al suo "maestro" la presenza delle fiere che ostacolano il suo cammino.
Virgilio si offre a Dante come guida attraverso l'Inferno ed il Purgatorio. Se vorrà poi salire al Paradiso lo affiderà ad un'anima più degna perché a Virgilio, pagano, è precluso il regno dei Beati.
Dante lo prega di condurlo attraverso quei luoghi per poter fuggire dai mali presenti e futuri. I due Poeti si incamminano.

Personaggi citati:
  • Virgilio
  • Enea
  • Camilla
  • Turno
  • Eurialo e Niso
  • San Pietro
    Vedi anche:
  • Preludio in terra, approfondimento
  • Struttura dell'Inferno
  • Riepilogo dei personaggi e luoghi della Divina Commedia

    Canto II

    Sera.
    Invocazione alle Muse.
    Esitazioni di Dante
    Spiegazioni di Virgilio: Virgilio inviato da Beatrice. Beatrice parla di Maria e di Lucia.
    Esortazione di Virgilio a Dante perché superi la paura.
    Rincuorato, Dante accetta il viaggio.

    Personaggi citati:
  • Silvio
  • San Pietro
  • San Paolo
  • Enea
  • Beatrice
  • Maria
  • Lucia
  • Rachele

    Canto III


    La porta infernale.
    Gli ignavi
    L'Acheronte
    Dante sviene

    Personaggi citati:
  • Celestino V
  • Caronte

    Canto IV


    La porta infernale.
    Al risveglio Dante si trova sull'altra sponda dell'Acheronte, oscura, profonda e nebulosa".
    Il "primo cerchio che l'abisso cigne" è il limbo. Qui sono le anime di coloro che non hanno peccato ma sono impediti dalla mancanza del battesimo ad accedere alla salvezza eterna. Fra loro è lo stesso Virgilio.
    Dopo la Resurrezione, spiega Virgilio, Cristo scese nel Limbo per portare alla beatitudine gli spiriti di alcuni antichi personaggi: Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, Davide, Isacco, Giacobbe ed i suoi figli e Rachele. Conversando i Poeti arrivano al luogo dove risiede Virgilio il quale viene accolto con solennità da coloro che Dante considera i massimi poeti dell'antichità: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, Dante è onorato di essere ammesso fra loro.
    Giungono al nobile castello circondato da sette cinta di mura e da un "bel fiumicello", vi si accede tramite sette porte. All'interno un prato sul quale camminano personaggi gravi e dignitosi, gli "spiriti magni", cioè gli spiriti dei grandi personaggi nati prima di Cristo e non macchiati se non dal peccato originale.
    Infine Virgilio e Dante si separano dalla compagnia e riprendono il cammino.


    Personaggi citati: (in ordine alfabetico)
  • Abele
  • Abramo
  • Adamo
  • Anassagora
  • Aristotele
  • Averroè
  • Avicenna
  • Bruto
  • Camilla
  • Cesare
  • Cicerone
  • Cornelia
  • Dioscoride
  • Davide
  • Democrito
  • Diogene
  • Elettra
  • Empedocle
  • Enea
  • Euclide
  • Eraclito
  • Ettore
  • Galieno
  • Giacobbe
  • Giulia
  • Isacco
  • Latino
  • Lavinia
  • Lino
  • Lucano
  • Lucrezia
  • Marzia
  • Mosè
  • Noè
  • Omero
  • Orazio
  • Orfeo
  • Ovidio
  • Pentasilea
  • Platone
  • Rachele
  • Saladino
  • Seneca
  • Socrate
  • Talete
  • Tolomeo
  • Zenone (non è chiaro se si riferisca a Zenone di Cizico o a Zenone di Elea)


    Canto V


    Secondo cerchio.
    Minosse.
    La bufera infernale.
    I lussuriosi.
    Semiramide, Didone ed altri lussuriosi.
    Paolo e Francesca.
    Smarrimento di Dante: caddi come corpo morto cade.

    Personaggi citati:
  • Minosse
  • Semiramide
  • Nino
  • Didone
  • Sicheo
  • Cleopatra
  • Elena
  • Achille
  • Francesca da Rimini
  • Paolo Malatesta
  • Gianciotto Malatesta
  • Lancillotto

    Canto VI


    Terzo Cerchio.
    Pioggia: Grandine grossa, acqua tinta e neve
    Cerbero, Virgilio getta terra nelle sue fauci.
    I Golosi. Ciacco, sua profezia ed allusione a Bonifacio VIII.
    Dopo la profezia e le domande di Dante Ciacco cade in uno stato dal quale non si desterà fino al giudizio universale.
    Chiarimento di Virgilio: quando le anime, dopo il giudizio, saranno riunite al corpo la sofferenza dei dannati sarà completa (tesi che riecheggia Aristotele e Tommaso d'Aquino).

    Personaggi citati:
  • Cerbero
  • Ciacco
  • Bonifacio VIII (vi si allude ma non viene espressamente nominato)
  • Farinata degli Uberti
  • Tegghiaio Aldobrandi
  • Iacopo Rusticucci
  • Mosca dei Lamberti
  • Arrigo (non identificato)

    Canto VII


    Quarto cerchio. Avari e prodighi.
    Papè Satan, Papè Satan Aleppe
    Il Pluto di cui parla Dante nel VII canto dell'Inferno è custode del IV cerchio nel quale sono puniti avari e prodighi. I commentatori non sono concordi sull'identificazione del personaggio: potrebbe trattarsi di Pluto dio greco della ricchezza o di Plutone dio greco-romano degli Inferi. Dante non descrive l'aspetto fisico del personaggio ma fornisce particolari che inducano il lettore a immaginare un essere mostruoso: la voce chioccia con cui pronuncia la sua formula misteriosa, la infiata labbia cioè il gonfiore deformante del volto, l'appellativo maledetto lupo che Virgilio gli rivolge. Che quest'ultima frase indichi l'aspetto di un lupo vero e proprio o si riferisca più genericamente alla bestialità dell'essere demoniaco rimane indifinito. A Virgilio basta far riferimento alla volontà superiore che permette il viaggio di Dante, come già con Caronte, per ottenere che Pluto si accasci perdendo tutta la sua aggressività.
    Spiegazioni di Virgilio a proposito della Fortuna.
    Il ruscello che scorre verso la palude Stige.
    Gli iracondi nella belletta negra.

    Personaggi citati:
  • Pluto
  • Michele

    Canto VIII


    All'ingresso della Città di Dite
    Flegias custode del quinto cerchio e nocchiero sulla palude Stige.
    Gli Iracondi, Filippo Argenti.

    Personaggi citati:
  • Flegias
  • Filippo Argenti

    Canto IX


    Ostacolati dai demoni, Dante e Virgilio attendono l'arrivo di un soccorso dal cielo.
    Le Erinni
    Arriva l'angelo ed apre le porte di Dite.
    Ingresso nella città di Dite, le tombe ardenti degli eretici.

    Personaggi citati:
  • Eritone
  • Erinni
  • Megera
  • Aletto
  • Tisifone
  • Medusa
  • Teseo
  • Gorgone

    Canto X


    Gli eretici.
    Farinata degli Uberti
    Cavalcante Cavalcanti

    Personaggi citati:
  • Epicuro
  • Farinata degli Uberti
  • Guido Cavalcanti
  • Cavalcante Cavalcanti
  • Federico II
  • Ottaviano degli Ubaldini ('l Cardinale)

    Canto XI


    La tomba di Anastasio II, colpevole di eresia.
    Virgilio spiega a Dante la struttura del basso inferno: nel settimo cerchio sono i violenti divisi in tre gironi. violenti contro il prossimo, violenti contro la natura e violenti contro Dio; nell'ottavo cerchio sono i fraudolenti verso chi "non si fida", e nel nono, sede di Satana, i fraudolenti contro "chi si fida", cioè i traditori.
    Dante chiede a Virgilio perché gli iracondi siano fuori dalla città di Dite. Virgilio risponde rifancendosi all'Etica Nicomachea. Tre disposizioni inducono al peccato: l'incontinenza, la malizia e la bestialità. Gli incontinenti che peccano per passione e non per volontà, abusando di ciò che è lecito, sono colpevoli in misura minore.
    Dante chiede ancora per quale ragione l'usuraio sia considerato violento contro natura: perseguendo un guadagno disonesto l'usuraio disprezza il lavoro, cioè "l'arte" che della natura è considerata figlia.
    Nota:
    Settimo cerchio = tre gironi: violenti contro il prossimo, violenti contro se stessi, violenti contro natura e contro Dio.
    Ottavo cerchio = dieci bolge (fraudolenti verso chi non si fida): ruffiani e seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia e falsari.
    Nono cerchio = quattro zone: Caina (traditori dei parenti), Antenora (traditori della patria), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori).


    Personaggi citati:
  • Anastasio II
  • Fotino


    Canto XII


    L'incontro con il Minotauro
    La riviera di sangue: punizione dei violenti contro il prossimo.
    I Centauri. Virgilio chiede ed ottiene da Chirone che uno dei Centauri (Nesso) faccia loro da guida e porti Dante sulla groppa
    I tiranni (vedi personaggi citati).

    Personaggi citati:
  • Minotauro
  • Teseo
  • Arianna
  • Chirone
  • Nesso
  • Deianira
  • Achille
  • Folo
  • Alessandro di Fere
  • Dionisio di Siracusa
  • Ezzelino da Romano
  • Opizzo d'Este
  • Guido da Monfort
  • Pirro
  • Attila
  • Sesto Pompeo
  • Rinieri da Corneto
  • Rinieri dei Pazzi di Valdarno


    Canto XIII


    La selva dei suicidi.
    Pier delle Vigne.
    Dopo il racconto delle sue vicende, Pier delle Vigne risponde a Virgilio che gli ha chiesto come le anime dei suicidi vengano imprigionate negli alberi e se qualcuna ne sia stata liberata: quando i suicidi raggiungono l'inferno Minosse dispone che vengano precipitati a caso nella selva dove cominciano a crescere come pruni mentre le Arpie li tormentano. Come tutti si dovranno presentare al Giudizio Universale ma non potranno riavere i loro corpi che non è giusto aver ciò ch'uom si toglie. Dovranno poi trascinare le loro spoglie presso i tronchi, dove resteranno appese per l'eternità.
    Episodio di Lano da Siena e di Giacomo da S. Andrea, dilapidatori delle proprie sostanze, che sopraggiungono inseguiti da cagne feroci che li aggrediscono e dilaniano. Nella lotta è coinvolto un cespuglio che viene straziato. L'anima che lo abita, non se ne dice il nome, prega i poeti di raccogliere i rami spezzati e racconta di essere stato fiorentino e di essersi suicidato nella sua casa (Io fei giubbetto a me delle mie case).

    Personaggi citati:
  • Arpie
  • Federico II
  • Pier delle Vigne
  • Lano da Siena
  • Giacomo da S. Andrea


    Canto XIV


    Terzo girone del settimo cerchio.
    Bestemmiatori, sodomiti e usurai.
    Una landa desertica e sabbiosa circondata dalla selva dei suicidi.
    I bestemmiatori sono distesi supini, gli usurai sedono ranicchiati ed i sodomiti corrono continuamente. Su tutti cadono continuamente dilatate falde di fuoco.
    Fra i bestemmiatori è Capaneo che durante la spedizione contro Tebe osò sfidare gli dei e fu fulminato da Zeus. Il dannato continua a bestemmiare e pronuncia un'esasperata apostrofe affermando che nessun castigo avrebbe potuto sopraffarlo, ma Virgilio gli risponde con veemenza che il suo vero castigo consiste nella rabbia impotente che lo tormenta.
    Intorno al sabbione scorre un ruscello di sangue bollente che proviene dal Flegetonte. Virgilio spiega a Dante l'origine di quell'unico fiume infernale che nel suo corso prende via via il nome di Acheronte, Flegetonte, Stige e Cocito: nasce dalle lacrime che sgorgano dalle fessure di una colossale statua di vecchio che si trova nell'isola di Creta. Nascosta sul Monte Ida, questa statua ha la testa d'oro, le braccia ed il petto in argento, il torace in rame, le gambe in ferro ed un piede di terracotta. Si tratta di un'allegoria dell'umanità e della sua storia degradante dall'età dell'oro (la testa) alle presenti miserie (il piede di terracotta), mentre le lacrime che formano il fiume infernale rappreentano il dolore del mondo che si raccoglie e concentra nell'inferno.

    Personaggi citati:
  • Capaneo


    Canto XV


    Un gruppo di sodomiti che corrono sul sabbione descritto nel canto precedente nota la presenza di Virgilio e di Dante e si avvicina per scrutare gli insoliti visitatori. Fra di loro è ser Brunetto Latini, letterato fiorentino che probabilmente fu maestro di retorica e di dialettica di Dante.
    Il maestro ed il discepolo si riconoscono e Dante prega Brunetto di fermarsi a discorrere con lui ma Brunetto spiega che una sosta gli costerebbe cento anni di immobilità sotto il fuoco senza potersi proteggere, voglia dunque Dante camminare con lui e Dante - pur tenendosi sul bordo, al riparo dalla pioggia infernale - si adegua alla situazione con atteggiamento riverente.
    Brunetto chiede a Dante quale "fortuna o destino" lo rechi in quel luogo da vivo e chi sia il suo accompagnatore. Dante spiega di essersi smarrito e che Virgilio lo riconduce "a casa" attraversando "questa valle".
    Le parole di Brunetto sono piene di affetto per Dante e di nostalgia per la vita, ma presto in tono cambia in quello di una dura invettiva contro i concittadini che lo vollero esule. Infine Brunetto pronuncia un'amara profezia: anche Dante conoscerà le pene dell'esilio. Dante risponde con orgoglio che la prospettiva non gli è nuova ma che, austero e solitario, è pronto ad affrontare quanto la fortuna gli riserva.
    Dante chiede quindi a Brunetto Latini che siano i suoi compagni di pena, sarebbe troppo lungo - risponde Brunetto - elencarli tutti e, dopo aver premesso che la schiera di dannati di cui egli fa parte è composta da prelati e letterati, cita alcuni nomi illustri: il grammatico Prisciano di Cesarea e il giurista Francesco d'Accorso. Si indica inoltre un personaggio del quale si tace il nome, dai commenti antichi si è appurato che si tratta di Andrea de' Mozzi, vescovo di Firenze poi di Vicenza.
    Prima di lasciare Dante Brunetto gli raccomanda la sua opera, il Tesoro nella quale vive ancora la sua memoria.


    Personaggi citati:
  • Brunetto Latini
  • Prisciano
  • Francesco d'Accorso
  • Andrea de' Mozzi


    Canto XVI


    Allontanatasi la schiera di sodomiti di cui fa parte Brunetto Latini, ne segue un'altra composta da peccatori che in vita furono illustri per imprese militari o politiche. Tre di questi personaggi pregano Dante di ascoltarli e, non potendo fermarsi, inscenano sotto la pioggia di fuoco un girotondo che risulta ad un tempo drammatico e grottesco.
    Si tratta di tre fiorentini: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci. Dante li riconosce e solo il timore del fuoco lo trattiene dall'abbracciarli.
    Rusticucci chiede al visitatore notizie della vita a Firenze, turbato dal racconto che un altro sodomita morto di recente, Guglielmo Borsiere, ha fatto ai suoi compagni.
    Dante risponde con un'apostrofe vigorosa e breve (una sola terzina) in cui i mali di Firenze vengono tutti attrbuiti alla "gente nova" ed ai "subiti guadagni", cioè ai plebei che, tramite un rapido arricchimento, sono giunti al potere.
    La risposta è fin troppo chiara ed ai tre dannati non resta che prenderne dolorosamente atto, si congedano quindi con la preghiera a Dante di parlare di loro ai vivi quando sarà tornato al mondo.
    Dante e Virgilio, allontanatisi dal sabbione giungono all'orlo del settimo cerchio dove il ruscello precipita con grande fragore. Qui Virgilio compie un rituale misterioso: getta nel baratro una corda che Dante portava legata alla vita, è il richiamo che poco dopo fa giungere una figura mostruosa che nuota nell'aria risalendo, come il marinaio che torna in superficie dopo essersi immerso per disincagliare l'ancora.


    Personaggi citati:
  • Guido Guerra
  • Tegghiaio Aldobrandi
  • Jacopo Rusticucci
  • Guglielmo Borsiere


    Canto XVII


    Il mostruoso Gerione che Virgilio ha richiamato perché trasporti lui e Dante nel cerchio successivo rappresenta la frode. Dante ne fornisce una descrizione densa di significati allegorici: il volto è quello di un uomo giusto ma il corpo è quello di un serpente, le zampe sono artigliate come quelle di un leone.
    La pelle di rettile è coporta di colorati arabeschi, la coda termina con una pinza velenosa come quella degli scorpioni.
    Virgilio invita Dante a raggiungere il gruppo degli usurai, seduti sotto la pioggia di fuoco, prima di lasciare il terzo girone. Questi dannati, tormentati dal calore del terreno e della pioggia ma costretti a rimanere seduti, si dimenano come i cani quando l'estate vengono morsi dai parassiti. Hanno una borsa appesa al collo, decorata con lo stemma gentilizio a significare che si tratta di nobili personaggi caduti nella colpa per amore della ricchezza. Uno di loro si rivolge a Dante con arroganza e lo scaccia non senza averlo informato che altri famosi personaggi del tempo verranno presto in quel luogo per espiare la stessa colpa.
    Terminata la visita agli usurai, Dante raggiunge Virgilio ed entrambi salgono sulla schiena di Gerione. Virgilio fa sedere Dante avanti a lui per impedire al mostro di colpirlo con la coda velenosa. Dante immagina il volo di Gerione che scende lentamente descrivendo ampi giri di spirale nel buio. Il poeta riesce a vedere soltanto i fuochi eterni che ardono sotto di lui e a udire i pianti dei dannati. Gerione plana fino in fondo e lascia scendere i suoi passeggeri prima di dileguarsi, veloce come una freccia.

    Personaggi citati:
  • Famiglia Gianfigliazzi
  • Famiglia Obriachi
  • Vitaliano dal Dente
  • Giovanni di Buiamonte
  • Gerione


    Canto XVIII


    Ottavo cerchio. Malebolge.
    Fraudolenti contro chi non si fida. Il cerchio è suddiviso in dieci avvallamenti (bolge) uniti fra loro da ponti di pietra.
    Nella prima bolgia sono i seduttori per conto altrui (ruffiani) ed i seduttori per proprio conto, camminano eternamente in due file concentriche in opposte direzioni, battuti dai demoni.
    Dante riconosce fra i dannati Venedico Caccianemico e lo interroga sulle sue colpe. Il bolognese Caccianemico aveva indotto la sorella Ghisolabella a soddisfare le voglie di un non meglio specificato marchese (certamente uno degli Estensi).
    Interrogato da Dante, Caccianemico parla del suo peccato e precisa che in quella bolgia si trovano moltissimi Bolognesi.
    Dante e Virgilio salgono su un ponte che scavalca la bolgia e Virgilio invita Dante a guardare i volti, fino ad ora non visibili, delle anime che camminano nella loro stessa direzione. Indica fra di esse un "grande" che sembra resistere al dolore delle frustate. E' Giasone che nell'isola di Lemno sedusse Isifile (Ipsipile) e più tardi abbandonò Medea.
    Dal punto più alto del ponte Dante osserva la seconda bolgia dove, immersi nello sterco, sono puniti gli adulatori. Le esalazioni del luogo formano ovunque una muffa maleolente che irrita gli occhi ed il naso.
    Dante osserva con insistenza un dannato finché non lo riconosce, si tratta di Alessio Interminelli da Piacenza.
    Fra quei dannati Virgilio indica una donna che non smette di sedersi e rialzarsi, è Taide (personaggio dell'Eunuco di Terenzio, un'etera che in quella commedia adula un suo amante).


    Personaggi citati:
  • Venedico Caccianemico
  • Ghisolabella
  • Giasone
  • Ipsipile
  • Medea
  • Alessio Interminelli
  • Taide


    Canto XIX


    Nella terza bolgia sono puniti i simoniaci, colpevoli di aver fatto commercio delle cose spirituali. Il canto si apre con una famosa invettiva contro Simon Mago che occupa la prima terzina.
    Dante passa quindi a descrivere la punizione di questi peccatori: sono conficcati capovolti nei fori che si trovano nel terreno, sporgono soltanto le gambe, sulle piante dei piedi rivolte verso l'alto ardono perennemente due fiammelle che Dante paragona al fuoco prodotto dalle "cose unte".
    I fori nel terreno hanno la forma e le dimensioni di certe nicchie che si trovavano intorno al fonte battesimale di San Giovanni in Firenze (che Dante chiama con dolente nostalgia "il mio bel San Giovanni") per proteggere i sacerdoti dalla folla e il Poeta ricorda come anni prima aveva infranto una di quelle nicchie per salvare una persona che vi stava soffocando, "e questo sia suggel ch'ogn'uomo sganni" conclude Dante, evidentemente qualcuno fra i suoi molti avversari aveva interpretato con malizia quell'episodio.
    Le gambe dei dannati si agitano con tanta forza che potrebbero spezzare delle funi ritorte, ma quelle di un dannato in particolare, per il parossismo del movimento e per il colore più intenso della fiamma attirano l'attenzione di Dante.
    Virgilio trasporta fisicamente sulle proprie spalle il Poeta sul fondo della bolgia, vicino al foro in cui è conficcato il dannato che ha richiamato il suo interesse. Dante, accovacciato presso quello spirito come un frate che confessi un sicario (all'epoca i sicari condannati a morte venivano sepolti vivi a testa in giù) lo apostrofa bruscamente, ordinandogli di parlare.
    Il dannato crede che Bonifacio VIII sia morto e sia giunto nella bolgia per essere punito ma Dante, spronato da Virgilio, chiarisce l'equivoco; con questo espediente Dante riesce a collocare quindi fra i simoniaci anche Bonifacio VIII che era ancora in vita nel 1300, anno in cui è ambientata la Commedia.
    Il peccatore rivela quindi di essere stato un papa appartenente alla famiglia Orsini (Giovanni Gaetano Orsini che fu papa con il nome di Niccolò III) colpevole di simonia e di nepotismo. Spiega che sotto di lui, nelle crepe della roccia, si trovano altri papi che hanno commesso gli stessi peccati e che lui stesso, quando sarà il momento, scenderà più in basso, sospinto dall'arrivo di Bonifacio VIII al quale seguirà Clemente V che come il Giasone del quale si legge nel libro dei Maccabei avrà raggiunto l'apice della gerarchia clericale per la debolezza di un re. Il Giasone di cui si parla ottenne il sommo sacerdozio corrompendo Antioco Epifane re di Siria mentre Clemente V, al secolo Bertrand de Got, avrebbe ottenuto l'appoggio del re di Francia Filippo il Bello promettendo di cedergli per cinque anni le decime della Chiesa.
    Sdegnato Dante chiede a Niccolò III quanto chiese Cristo a Pietro per consegnargli le chiavi della chiesa o quanto pagò Mattia per prendere il posto di Giuda fra gli Apostoli. Dunque rimani dove sei - dice Dante al dannato - perché giusta è la tua punizione e se non fosse per il rispetto del ruolo di pontefice che comunque rivestisti in vita "io userei parole ancor più gravi".
    L'invettiva continua rievocando un'immagine dell'Apocalisse di Giovanni: la grande meretrice seduta nel deserto su una bestia dalle sette teste che si prostituisce ai potenti della terra. E' la Roma pagana che rinacque sui suoi colli (le sette teste) con l'avvento del cristianesimo e trasse forza dai dieci comandamenti finché il papa non abbandonò la virtù e la portò a prostiruirsi per la sua avidità.
    Fu Costantino con la sua donazione a papa Silvestro della città di Roma a causare involontariamente tutto questo male. (La donazione di Costantino è una leggenda creduta vera nel Medioevo, smentita successivamente da Lorenzo Valla).
    Mentre Dante pronuncia le sue accuse il dannato scalcia ancora più forte e Virgilio segue la scena sorridendo in silenzio, infine Virgilio riprende il Poeta fra le braccia e lo riporta sul punto più alto del ponte che funge da passaggio all'argine successivo.
    Rispetto ai simoniaci il contrappasso è rappresentato dalla posizione capovolta: loro che in quanto uomini di religione avrebbero dovuto rivolgere gli occhi ed il pensiero verso il cielo si trovano confitti nel terreno, destinati ad una tenebra eterna e con il capo rivolto verso il basso. La loro brama di lusso e di ricchezza è qui ricompensata con questa posizione grottesca ed umiliante e con quelle fiammelle che, lungi dal divampare come nelle tombe degli eretici, li consumano lentamente come "cose unte".

    Personaggi citati:
  • Simon Mago
  • Bonifacio VIII
  • Famiglia Orsini
  • Niccolò III
  • Clemente V
  • Giasone
  • Antioco Epifane
  • Filippo il Bello
  • San Pietro
  • San Mattia
  • Giuda
  • Apostoli
  • San Giovanni
  • Costantino
  • Silvestro I


    Canto XX


    La quarta bolgia accoglie gli indovini che sfilano in un'eterna processione piangendo e tacendo.
    Hanno tutti il capo completamente rivolto all'indietro e all'indietro sono costretti a procedere perché non potrebbero guardare in avanti. La straziante umiliazione di quelle anime le cui lacrime cadono a bagnare la fessura fra le natiche commuove Dante che non riesce a trattenere il pianto. Virgilio lo riprende con insolita durezza perché aver compassione di chi subisce il giudizio divino non è pietà ma è empietà. Egli addita alcuni famosi peccatori, il primo è l'indovino Anfiarao sotto i cui piedi la terra si aprì durante l'assedio di Tebe facendolo precipitare fino a Minosse.
    Tiresia che cambiò sesso per aver separato due serprenti in amore e fu costretto a vivere come donna finchè non colpì di nuovo gli stessi serpenti.
    L'etrusco Arunte che abitava una sperlonca sui monti di Luni dove fra bianchi marmi contemplava le stelle ed il mare lontano dalle fatiche degli uomini che vivevano più in basso.
    Con il seno coperto dalla lunga chioma sciolta procede Manto, figlia di Tiresia, che dopo aver a lungo vagato giunse nei luoghi ove nacque Virgilio. Per questo motivo il maestro desidera dedicare qualche parola in più a questa indovina. Dopo la morte del padre Manto lasciò Tebe, ormai sconfitta, e si mise in viaggio.
    Nella regione fra Garda, Val Camonica e Appennino si trova il lago Benaco alimentato da mille fonti, circondato dai territori (o diocesi) di Trento, Brescia e Verona.
    Presso la bella fortezza di Peschiera dal lago nasce il Mincio che a Governolo si getta nel Po. Dopo un breve percorso il Mincio forma una palude in mezzo alla quale Manto trovò una terra asciutta, non coltivata e deserta e vi si stabilì con i suoi servi, lontana dal consorzio umano, dedicandosi alle sue arti magiche fino alla morte.
    La gente dei dintorni successivamente si riunì in quel luogo difeso dalla palude circostante e fondò una città che in memoria della maga solitaria chiamò Mantova.
    Mantova fu densamente abitata finché il signore della città, Alberto da Casalodi non fu ingannato da Pinamonte dei Bonaccolsi (che lo convinse a mandare in esilio i nobili che lo sostenevano).
    Dopo Manto Virgilio indica Euripilo1, l'indovino greco che insieme a Calcante predisse quando e come la flotta in partenza da Aulide per Troia sarebbe potuta salpare. Michele Scotto, indovino alla corte di Federico II, l'astrologo Guido Bonatti di Forlì ed Asdente, un calzolaio di Parma che divenne famoso per le sue profezie.
    Ma è tempo di andare perché la luna, indicata con l'immagine di Caino con un fascio di spine che secondo un'antica credenza era visibile sulla sua superficie, sta già tramontando, quella luna che era stata piena la notte precedente ed utile a Dante nella selva oscura.

    Personaggi citati:
  • Anfiarao
  • Minosse
  • Tiresia
  • Arunte
  • Manto
  • Pinamonte dei Bonaccolsi
  • Alberto da Casalodi
  • Euripilo
  • Calcante
  • Michele Scotto
  • Guido Bonatti
  • Asdente
  • Caino
    Note: 1 - In realtà nell'Eneide Euripilo non compare come indovino ma Sinone racconta che fu semplicemente inviato a consultare l'oracolo a proposito del viaggio di ritorno da Troia. Qui Dante interpreta i versi virgiliani liberamente.

    Canto XXI


    Dante e Virgilio, discorrendo fra loro, giungono sul ponte che scavalca la quinta bolgia dove nella pece bollente sono puniti i barattieri, cioè i fraudolenti che hanno fatto commercio di cariche pubblice.
    La pece che ribolle ricorda a Dante gli arsenali veneziani quando d'inverno tutti si dedicano a riparare le loro navi o a costruirne di nuove.
    Mentre il Poeta osserva attentamente la bolgia scrutando nell'oscurità, Virgilio richiama la sua attenzione e lo trae più vicino a se. Spaventato Dante vede arrivare di corsa un diavolo nero con le ali aperte che porta su una spalla un peccatore, trattenendolo per una caviglia.
    Scagliando la sua preda nella bolgia il diavolo richiama i suoi compagni e li incita ad immergere completamente il peccatore, un "anziano" (cioè un magistrato) di Piacenza. Il demone ha fretta di tornare in quella città dove tanto numerosi sono i barattieri, ad eccezione di Bonturo Dati (battuta ironica questa in quanto Bonturo era un noto trafficante e corruttore).
    Il barattiere affonda nella pece e riemerge raggomitolato (convolto) ma due diavoli nascosti sotto il ponte lo minacciano e gli ordinano di tornare sotto la superficie e subito lo trafiggono con i loro uncini, spingendolo come fanno gli aiutanti dei cuochi con la carne nella pentola perché rimanga immersa.
    Dopo aver fatto nascondere Dante dietro una roccia Virgilio affronta i diavoli che gli si scagliano contro come fanno i cani con i mendicanti. Con decisione Virgilio grida di fermarsi ed ascoltare prima di decidere se uncinarlo. Per "accontentarlo" avanza Malacoda che si chiede con sarcasmo a cosa servirà, sicuro che presto il visitatore verrà suppliziato.
    A Virgilio basta far notare che non sarebbe giunto fin lì senza l'aiuto della volontà divina per demolire l'arroganza di Malacoda che lascia cadere il suo uncino ed ordina agli altri diavoli di non colpire il Poeta.
    Virgilio chiama Dante che esce dal suo nascondiglio e subito si avvicina alla sua guida temendo che i diavoli non rispettino l'ordine ricevuto. Infatti i diavoli si avvicinano minacciosi incitandosi a vicenda ma Malacoda, loro capo, ordina di fermarsi.
    Malacoda spiega che non è possibile proseguire per quella via perché il ponte della sesta bolgia è crollato da milleduecentosessantasei anni, cioè dal momento della morte di Cristo, tuttavia i visitatori potranno utilizzare altri ponti fino ai quali saranno accompagnati da dieci dei suoi diavoli.
    Il capo dei demoni chiama dieci suoi sottoposti dai nomi grotteschi (Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante) e li incarica di fare un giro della bolgia controllando i dannati e scortando i Poeti.
    Dante ha paura dei minacciosi accompagnatori ma Virgilio lo rassicura.
    Prima di avviarsi verso sinistra i diavoli si volgono a Barbariccia, incaricato di guidarli da Malacoda, con la lingua fra i denti e Barbariccia fa un volgare segnale di partenza: ed elli avea del cul fatto trombetta.

    Personaggi citati:
  • Bonturo Dati

    Canto XXII


    Riprendendo l'epilogo comico del canto precedente, Dante osserva di aver visto tornei e combattimenti svolgersi al suono dei più svariati strumenti ma mai cavalieri, fanti o navi partire al segnale di un così strano zufolo.
    E i due poeti seguono la spaventosa compagnia dei dieci demoni, ma nella chiesa coi santi, ed in taverna co' ghiottoni, commenta Dante rassegnato.
    Nella pece bollente i peccatori guizzano come delfini, o sostano sulle rive come ranocchi, pronti ad immergersi all'avvicinarsi dei demoni. Graffiacane afferra un dannato per la chioma e gli altri incitano Rubicante a scuoiarlo. Si tratta di un certo Ciampolo di Navarra, barattiere, che dice di se di essere nato da un "ribaldo" scialacquatore e suicida, e di aver fatto parte della corte del re Tebaldo II di Navarra.
    Mentre i diavoli continuano a tormentarlo con i loro uncini, Ciampolo risponde alle domande di Virgilio. Fra i dannati puniti nella pece è Frate Gomita, vicario di Ugolino Visconti di Pisa giudice di Gallura che mercanteggià la libertà dei nemici catturati dal suo signore. E' sempre in compagnia di Michele Zanche, giudice del giudicato di Logudoro.
    Ciampolo promette di far venire altri compagni a rispondere alle domande dei visitatori a condizione che i demoni gli concedano un momento di tegua. I demoni, intuiito che il dannato vuole distrarli per fuggire, lo sfidano ma Ciampolo riesce a cogliere il momento giusto per saltare nella pece, liberandosi.
    L'atto provoca una lite fra Calcabrina ed Alichino che minacciando Ciampolo aveva distratto tutti. Azzuffandosi i due diavoli finiscono col precipitare nella pece e rimangono invischiati. Crucciato, Barbariccia ordina agli altri di soccorrere i due litiganti mentre Dante e Virgilio si allontanano lasciando i demoni alle prese con queste difficoltà.


    Canto XXIII


    Mentre i due Poeti proseguono in silenzio il loro cammino, Dante intuisce che i Malebranche li inseguiranno per trarre vendetta dello smacco subito. Infatti ha appena il tempo di condividere con la sua guida questa preoccupazione che i demoni appaiono furibondi, volando verso di loro con le ali spiegate.
    Virgilio reagisce immediatamente e, afferrato Dante, si lascia scivolare lungo lo scosceso pendio che li sapara dalla bolgia inferiore. I due visitatori sono ormai al sicuro perché ai Malebranche è probito lasciare la quinta bolgia.
    Nella sesta bolgia sono puniti gli ipocriti che vagano lentamente gravati da una pesantissima cappa di bronzo dirata all'esterno.
    Fra di loro sono Catalano dei Catalani e Loderingo Andalò, bolognesi dell'ordine dei Frati Gaudenti che furono chiamati a Firenze per riconciliare le fazioni in lotta e, evidentemente, svolsero l'incarico con secondi fini.
    Mentre parla con i Frati Gaudenti, Dante si interrompe perché la sua attenzione è richiamata dalla vista di un personaggio crocifisso con tre pali in terra. Catalano gli spiega che si tratta del sommo sacerdote Caifas che convinse il popolo che la morte di Cristo era necessaria per il bene comune. Bloccato sul terreno viene continuamente calpestato dalla processione degli ipocriti, analoga pena subiscono suo suocero Anna e tutti gli altri membri del sinedrio.
    A Virgilio che gli chiede di indicare una via per passare alla bolgia successiva, Catalano risponde che il grande ponte che attraversa tutti i "valloni" in questo punto è rotto e che lui e Dante dovranno arrampicarsi sulle sue rovine.
    Virgilio è turbato perchè comprende che il demone Malacoda ha mentito in proposito e Catalano commenta con una punta di ironia di aver appreso a Bologna che il diavolo "è bugiardo e padre di menzogna".

    Canto XXIV


    Il canto si apre con una scenetta di sapore bucolico che funge da similitudine: come il "villanello" disperato perché ha esaurito le provviste riprende la speranza e porta le pecorelle al pascolo quando il sole in acquario comincia ad allontanare i rigori dell'inverno, così il Poeta supera la preoccupazione per il malumore di Virgilio quando lo vede sorridere di nuovo.
    Mentre si arrampicano lungo la frana per raggiungere l'argine della bolgia, Virgilio assiste e consiglia Dante sugli appigli migliori e sui passi da muovere. Non era certo, annota Dante, un percorso possibile per gli ipocriti oberati dalle cappe di piombo.
    La costa che stanno risalendo è più bassa di quella opposta grazie all'inclinazione di Malebolge verso il punto più profondo dell'Inferno, tuttavia Dante giunge stremato alla fine della salita e ha bisogno di riposare ma Virgilio lo incita a vincere la stanchezza con la forza della volontà pronunciando un discorso metaforico nel quale il concetto di continuare a salire assume un significato morale.
    Mostrando più energie di quanto senta di averne, Dante riesce a proseguire discorrendo con Virgilio quando sente una voce pronunciare parole incomprensibili dal fondo della bolgia.
    L'oscuritò non permette di scorgere cosa si trovi più in basso e i due Poeti devono scendere prima di poter vedere l'orrendo spettacolo della settima bolgia pullulante di serpenti.
    Fra rettili di ogni tipo i dannati vagano disperati, le mani legate dietro la schiena da un viluppo di serpi. Si tratta delle anime dei ladri: l'uso delle mani che è stato strumento del loro peccato è ora impedito e come loro hanno depredato gli altri ora sono deprivati dell'unica cosa che ancora possiedono, l'aspetto umano.
    Infatti Dante e Virgilio assistono alla metamorfosi di un dannato che, morso al collo da un serpente, si trasforma rapidamente in cenere. Poco dopo riassume la sua forma, come la fenice cantata dagli antichi poeti.
    Interrogato da Virgilio il dannato rivela di essere stato Vanni Fucci, un pistoiese di parte nera a suo tempo condannato per omicidio e rapina, dice di aver condotto una vita bestiale della quale sembra ancora essere orgoglioso.
    Si trova nella settima bolgia per aver rubato gli arredi del duomo di Pistoia, furto che fu ingiustamente attribuito ad altre persone.
    Vanni Fucci, che confessa a Dante contro voglia la propria colpam pronuncia con soddisfazione una profezia nefasta per il Poeta. I bianchi saranno sconfitti in una battaglia combattuta in territorio pistoiese (da Moroello Malaspina marchese di Giovagallo con gli alleati lucchesi e fiorentini di parte nera). E detto l'ho perché doler ti debbia! conclude con perfidia Vanni Fucci.

    Canto XXV


    Pronunciata la sua minacciosa profezia, Vanni Fucci rivolge a Dio un gesto osceno ma viene subito aggredito da due serpenti che gli impediscono di parlare e fugge inseguito da un centauro che ha la groppa e le spalle ricoperte di rettili.
    Si tratta di Caco, spiega Virgilio, che rubò la mandria di Ercole e venne per questo ucciso.
    Tre spiriti si avvicinano chiedendo ai poeti chi siano. Dante, che non li riconosce, li sente nominare un compagno di nome Cianfa (Cianfa Donati).
    Improvvisamente un serpente dotato di sei zampe si avventa su uno dei tre dannati e, avvolgendosi intorno a lui, prende a mordergli il viso. Le sembianze del dannato, come fondendo, si mescolano a quelle del rettile. Come Dante apprende dalle esclamazioni dei dannati, si tratta di Agnolo Brunelleschi, fiorentino di parte nera che, si diceva, era solito rubare.
    L'orribile scena della metamorfosi dei due dannati viene introdotta con paragoni letterari: l'episodio narrato da Lucano nella Farsalia dei soldati romani Sabello e Nasidio che morsi da un serpente nel deserto si trasformano l'uno in cenere e l'altro in una sostanza informe che si gonfia fino a far esplodere l'uniforme, la trasformazioni descritte da Ovidio di Cadmo in serpente e di Aretusa in fonte, pur nella loro eccezionalità, sembrano poca cosa se confrontate con quanto il Poeta sta per narrare. La metamorfosi prosegue e le membra dell'uomo e della bestia si fondono rapidamente fino a formare un essere ibrido dall'aspetto mai visto che prende a vagare per la bolgia.
    Un piccolo serpente nero come un grano di pepe salta a mordere le labbra di un altro dei tre ladri e lo lascia stordito, quasi drogato. Il peccatore e il serpente si fissano negli occhi mentre il fumo che esce dalla bocca del primo si unisce a quello emanato dal corpo del secondo. Davanti ai visitatori esterefatti, uomo e serpente assumono gradualmente l'uno la forma dell'altro. Gli arti dell'uomo si ritraggono, la pelle muta mentre il fumo avvolge le due figure; l'uomo divenuto serpente cade a terra, il serpente divenuto uomo si alza in piedi, ma i due non smettono di fissarsi negli occhi. Al termine della trasformazione il serpente fugge fischiando, l'altro riacquista la parola ed augura al serpente di dover correre come ha fatto lui.
    Pur nello stupore del momento, Dante riesce a riconoscere i tre dannati: Buoso Donati è divenuto serpente, Francesco Cavalcanti è ritornato alla forma umana e Puccio Sciancato è il terzo, che non ha subito mutamenti.

    Canto XXVI


    Un'invettiva celebre, Godi Fiorenza, apre questo canto. La fama della grandezza di Firenze batte le ali non solo per mare e per terra, ma anche sull'intero inferno.
    Si vergogna Dante di aver incontrato tanti concittadini nella bolgia dei ladri, ma il poeta ha sognato che presto la corrotta città conoscerà la rovina per mano dei suoi nemici e, consapovole dell'inevitabilità di questo evento, si augura che accada presto, prima che la vecchiaia glielo renda insopportabile.
    Proseguendo il cammino Dante e Virgilio giungono a scorgere l'ottava bolgia che, vista dall'alto, sembra risplendere di lucciole come la campagna nelle notti estive. Si tratta delle fiamme che avvolgono i peccatori qui puniti, i consiglieri fraudolenti. Dante ne nota una divisa in due nella parte superiore che, come spiega Virgilio, contiene Ulisse e Diomede, uniti anche nella pena, che pagano per l'inganno del cavallo di Troia, per lo stratagemma con cui indussero Achille ad abbandonare Deidamia e per il furto del Palladio.
    Dante prega Virgilio di farlo parlare con i due eroi e Virgilio accoglie la richiesta e si rivolge ai dannati invitandoli a raccontare le circostanze della loro morte.
    Il lungo preambolo al racconto di Ulisse che seguirà ha toni drammatici ed elementi complessi, dal momento in cui Dante scorge la fiamma divisa in due parti, alle sue pressanti preghiere per parlare con Ulisse e Diomede, all'eloquenza con cui Virgilio si rivolge ai due dannati.
    Ulisse risponde parlando con difficoltà, la difficoltà con cui recupera per qualche istante l'umana capacità di esprimere con le parole i propri pensieri.
    La vicenda che egli racconta non proviene dai poemi omerici. Dante, ispirandosi a versioni alternative del mito, propone un Ulisse assetato di conoscenza e disposto a mettere in gioco la sua stessa vita pur di spingersi oltre gli insuperabili limiti delle possibilità umane.
    Egli racconta infatti che dopo aver lasciato Circe il suo desiderio di divenir del mondo esperto fu più forte della nostalgia e dei legami familiari e lo spinse a mettersi ancora in mare con i pochi compagni che gli erano rimasti.
    Aveva navigato attraverso il Mediterraneo diretto ad occidente e giunto alle Colonne d'Ercole si era rivolto ai suoi uomini incitandoli a non rinunciare all'estrema esperienza di conoscere il mondo senza gente che si apriva oltre lo stretto.
    Ulisse e i suoi si erano lanciati in quell'ultimo viaggio pieni di entusiasmo ed avevano navigato per cinque mesi nell'ignoto oceano fino a scorgere in lontananza una montagna altissima, la montagna del Purgatorio.
    Subito da quella misteriosa terra si era alzato un vento straordinario che aveva fatto girare vorticosamente la nave per tre volte prima di farla affondare.

    Canto XXVII


    Terminato il racconto di Ulisse un'altra fiamma si avvicina, il suono che ne esce ricorda la voce di Perillo che, secondo una leggenda, mugghiava all'interno di un toro di rame arroventato che egli stesso avveva costruito per Falaride tiranno di Agrigento, per la tortura dei condannati.
    Quando riesce ad esprimersi in modo comprensibile il dannato, che ha riconosciuto l'accento lombardo di Virgilio, chiede notizie della Romagna ai due visitatori.
    Gli risponde Dante, con il consenso di Virgilio, dicendo che al momento non ci sono guerre in corso in Romagna (anche se la guerra è sempre nel cuore dei suoi tiranni), i Da Polenta regnano da Ravenna a Cervia; Forlì, reduce da un sanguinoso assedio dei Francesi, è in mano agli Oderlaffi, Malatesta da Verrucchio ed il figlio Malatestino (detti Mastini per la loro ferocia) tiranneggiano Rimini ed il suo contado; Faenza e Imola sono governati dal piccolo leone in campo bianco (Maghinardo Pagani da Susinana) e infine a Cesena si vive tra tirannia e libertà.
    A questo punto è Dante a chiedere al dannato di presentarsi e quello, prima di farlo, precisa che risponderà solo perché non crede che Dante potrà tornare nel mondo dei vivi.
    Dice di essere stato guerriero e di essersi fatto frate sperando così di ottenere il perdono dei propri peccati, speranza che si sarebbe avverata se il papa non lo avesse indotto a ricadere nella colpa.
    Bonifacio VIII (principe de' novi Farisei) in guerra contro nemici cristiani, lo aveva convocato per servirsi del suo consiglio. Chi parla, Guido I da Montefeltro, era infatti famoso per le sue maliziose astuzie e per i suoi inganni.
    Per guarire dalla febbre della sua superbia, dice Guido, Bonifacio mi chiese consiglio come fece Costantino malato di lebbra con Silvestro.
    L'obiettivo di Bonifacio era la distruzione di Palestrina e per raggiungerlo aveva promesso al suo consigliere l'assoluzione dei peccati in forza della sua posizione di pontefice.
    Da parte sua Guido, superato ogni scrupolo, aveva affermato che una serie di promesse non mantenute erano il modo più efficace per sbaragliare i Colonna. Una volta spirato, racconta ancora il dannato, San Francesco venne a riceverlo ma il diavolo intervenne per prendere la sua anima. Guido aveva infatti peccato nello stesso momento in cui pretendeva di essere assolto e questa è una contraddizione, aveva osservato il diavolo con logica non priva di ironia.
    Minosse lo aveva destinato all'ottava bolgia dove Dante lo ha incontrato avvolto nel fuoco.
    Terminato il suo racconto Guido da Montefeltro si allontana lamentandosi mentre i due Poeti riprendono il cammino sul ponte che li separa dalla nona bolgia, dove sono puniti i seminatori di discordia.


    Canto XXVIII


    Se si riunissero tutti i feriti ed i caduti delle guerre sannitiche e delle guerre puniche, dei combattimenti di Roberto il Guiscardo contro i Saraceni, delle battaglie di Benevento e Tagliacozzo, sarebbe nulla di fronte allo spettacolo del sangue e delle piaghe che mostra la nona bolgia.
    Con questo complesso e articolato paragone Dante apre il XXVIII canto dedicato ai seminatori di discordia. Fra di loro avanza Maometto con il capo squarciato dal mento all'ano e gli intestini esposti che pendono dalla ferita e con lui è il genero Alì con il volto spaccato.
    E' lo stesso Maometto a spiegare a Dante che le ferite dei dannati si rimarginano mentre loro percorrono la bolgia e ad ogni giro vengono riaperte dalla spada di un diavolo.
    Quando Virgilio spiega a Maometto che Dante è ancora vivo sono molte le anime che si fermano stupite e Maometto predice la tragica fine di Fra' Dolcino, incaricando Dante di trasmettere la profezia all'interessato.
    Analoga richiesta è rivolta al Poeta dal suo contemporaneo Pier da Medicina, i destinatari della profezia in questo caso sono Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, cittadini di Fano che saranno fatti uccidere da Malatestino Malatesta dopo essere stati suoi consiglieri.
    Ad una domanda di Dante, Pier da Medicina risponde che un suo compagno dalla lingua mozzata è il tribuno Caio Curione che convinse Cesare a passare il Rubicone provocando la guerra civile. Un altro seminatore di Discordia, Mosca dei Lamberti, invita Dante a ricordarlo nel mondo dei vivi, a lui si attribuiva l'origine della lotta fra guelfi e ghibellini in Firenze in quanto promotore della condanna a morte di Buondelmonte dei Buondelmonti che non aveva mantenuto la promessa di sposare una giovane della famiglia Amidei.
    Ma l'apparizione più impressionante è quella di un danntato decapitato che procede portando la propria testa in mano come fosse una lanterna.
    Si tratta di Bertrand de Born che consiglio a Enrico III di ribellarsi al padre, il re di Inghilterra Enrico II e per aver diviso due persone così vicine fra loro porta il proprio cerebro diviso dal troncone.

    Canto XXIX


    Virgilio scuote Dante che sta contemplando trasognato l'immensa schiera dei seminatori di discordia e Dante spiega che sta cercando fra loro un proprio congiunto.
    Virgilio sa di chi sta parlando, di quello che ha sentito chiamare Geri del Bello e che è passato loro vicino mentre Dante parlava con Bertrand de Born maledicendo il Poeta e minacciandolo con il dito.
    Geri del Bello era cugino del padre di Dante, fu ucciso dai membri della famiglia rivale dei Sacchetti e la sua morte era rimasta invendicata. Forse questo spiega - osserva Dante con compassione - l'astio dimostrato verso il visitatore.
    Proseguendo il loro cammino Dante e Virgilio giungono alla successiva bolgia, orribile per la presenza di peccatori devastati da misteriose malattie le cui membra marcite emanano un intollerabile fetore. Sono i falsari che giaccioni ammucchiati e tormentati dalle loro piaghe.
    Due di loro siedono schiena contro schiena staccando furiosamente le croste che li ricoprono per cercare sollievo al prurito.
    I Poeti li interrogano sulla loro identità e come sempre accade i due dannati sono esterefatti per la presenza di un vivo all'inferno. Il primo a rispondere è Griffalino d'Arezzo, arso vivo per non essere riuscito a far volare un certo Albero da Siena come aveva promesso ma dannato per altra colpa, quella di falsificatore dei metalli.
    Quando Dante commenta con Virgilio la vanità dei Senesi interviene il secondo dannato ricordando Stricca dei Salimbeni o dei Tolomei, Niccolò dei Salimbeni o dei Bonsignori, Caccia d'Asciano degli Scialenghi, Bartolomeo dei Folcacchiari detto l'Abbagliato, tutti membri della duecentesca brigata godereccia, una bizzarra confraternita di vanagloriosi scialacquatori sorta in Siena.
    Chi parla è l'alchimista Capocchio, noto falsificatore di metalli

    Canto XXX


    Giungono improvvisamente correndo due anime pallide e nude che mordono rabbiosamente come i porci quando si schiude l'uscio del porcile. Una di loro addenta la nuca di Capocchio. Dante paragona il loro furore a quello di due personaggi mitologici: Atamante che uccide il figlio Learco perché Giunone, adirata contro i Tebani a causa dell'adulterio di Giove con Semele, lo ha fatto impazzire, e quello di Ecuba che dopo la morte di Polissena e Polidoro, suoi ultimi figli, ebbe la mente sconvolta e prese a latrare come una cagna.
    Lo spirito che morde Capocchio è quello di Gianni Schicchi che spacciandosi per Buoso Donati ne aveva contraffatto il testamento a proprio vantaggio, l'altro è quello di Mirra, figlia di Cinira, che "falsificando se in altrui forma" si unì al padre per soddisfare i suoi innaturali appetiti.
    Passati i due spiriti rabbiosi, Dante nota un altro dannato orribilmente gonfio per l'idropisia. Si tratta di Maestro Adamo che fu incaricato di battere fiorini con il conio di Firenze dai conti Guidi di Romena, contraffece la lega delle monete e nel 1281 fu scoperto ed arso vivo.
    "Se io non fossi immobilizzato dall'idropisia - afferma Maestro Adamo - sarei in cerca dei fratelli Guidi (Guido, Alessandro e Aghinolfo) che mi indussero a falsificare i fiorini per vendicarmi di loro."
    Dante non si dimostra partecipe del dolore del falsario e lo interroga sull'identità di altri due dannati che si trovano accanto a lui. Sono la moglie di Putifar che accusò Giuseppe e Sinone, il greco che ingannò i Troiani per convincerli ad introdurre in città il cavallo di legno.
    Quest'ultimo, offeso per essere stato nominato senza rispetto, colpisce al ventre Maestro Adamo che risponde con un pugno al volto. Segue un alterco, comico in apparenza ma tragico in sostanza, fra i due peccatori che si rinfacciano reciprocamente le loro colpe.
    Dante segue l'alterco ma Virgilio lo rimprovera, simili bassezze non meritano la sua attenzione.

    Canto XXXI


    Mentre i due Poeti lasciano l'ultima bolgia dell'ottavo cerchio, il suono potente e straziante di un corno rimbomba nell'atmosfera cupa dell'inferno, più forte del tragico richiamo di Orlando a Roncisvalle.
    Cercando con lo sguardo l'origine del suono Dante crede di vedere in lontananza un gruppo di torri ma Virgilio lo avverte che si tratta di giganti, immersi in un pozzo dall'ombellico in giù.
    I giganti che sfidarono gli dei, considera dante, sono più pericolosi di elefanti o balene perché in loro alla forza fisica si unisce lo strumento della ragione.
    La faccia di uno dei giganti è grande come la pina di San Pietro a Roma, una grande pigna in bronzo che attualmente si trova in uno dei cortili all'interno del Vaticano. La parte del corpo che sporge dal pozzo è più alta di sette metri (trenta palmi).
    Al gigante che grida parole incomprensibili Virgilio risponde schernendolo con ironia e consigliandogli di sfogare l'ira con il corno che porta appeso al collo. Il maestro spiega quindi a Dante che si tratta di Nembrot, l'artefice della Torre di Babele, per il cui peccato l'umanità non può usare un unico linguaggio.
    Un altro gigante è avvolto da catene che gli immobilizzano le braccia intorno al torace. E' Efialte, il gigante che tentò di scalare l'Olimpo e scatenò la guerra fra gli dei e i titani.
    Dante vorrebbe vedere lo smisurato Briareo ma Virgilio spiega che è troppo lontano, è legato come Efialte e simile a questi nell'aspetto (Dante non accoglie quindi il mito che descriveva Briareo dotato di cento mani e cinquanta teste). Potrà vedere invece Anteo, continua Virgilio, che è in grado di parlare e non è legato e li aiuterà a scendere al Cocito.
    Ad Anteo, infatti, si rivolge Virgilio adulandolo, ricordando i mille leoni che uccise in Libia ed affermando che se egli avesse partecipato alla lotta contro gli dei questi sarebbero usciti sconfitti. Virgilio chiede al gigante di deporre lui e Dante nella valle del Cocito promettendogli che Dante lo ricorderà nel mondo dei vivi.
    Dante ha paura di fronte all'immane figura che si piega minacciosamente sembrando la Garisenda, la torre inclinata di Bologna, ma il gigante prende con le mani i due poeti e delicatamente li pone più in basso, sul fondo dell'inferno.

    Canto XXXII


    Nel canto precedente il gigante Anteo ha aiutato Dante e Virgilio a scendere nel nono cerchio dell'inferno nella cui prima zona, la Caina, sono puniti coloro che hanno tradito i congiunti.
    La superficie del Cocito si presenta come quella di un lago ricoperto da uno strato di ghiaccio più spesso di quelli che in inverno si formano sul Danubio e sul Don.
    I dannati sono immersi e bloccati nel ghiaccio dal quale sporgono soltanto le teste, battono i denti producendo un suono simile al verso delle cicogne e tutti tengono il viso rivolto verso il basso.
    Dante nota due peccatori tanto vicini che i loro capelli si mescolano e quando chiede loro chi siano stati quelli piangono e le lacrime subito si congelano serrando loro gli occhi. Risponde un altro dannato: i due che Dante ha interrogato sono Alessandro e Napoleone degli Alberti dei Conti di Mangona, due fratelli che per motivi politici e di interesse si uccisero a vicenda. Il dannato nomina altri traditori puniti nella Caina: Mordret, che fu ucciso da Artù per aver usurpato il regno, Vanni dei Cancellieri detto Focaccia, assassino del cugino Detto dei Cancellieri, Sassolo Mascheroni che uccise un cugino per prendere le sue ricchezze.
    Infine il peccatore che risponde dice di essere Camicione dei Pazzi, uccisore di un parente per impadronirsi di beni comuni e di attendere un altro congiunto ancora vivo, Carlino dei Pazzi di Valdarno che aveva ceduto ai guelfi neri un castello che ospitava molti esuli di parte bianca.
    Proseguendo il cammino Dante colpisce involontariamente col piede il viso di un altro dannato che reagisce chiedendogli il perché della molestia e nomina la battaglia di Montaperti suscitando l'interesse del Poeta.
    Per conoscere l'identità di questo traditore Dante gli promette di rammentarlo nel mondo dei vivi, ma è proprio ciò che il dannato desidera evitrare.
    Dante lo afferra per i capelli minacciando di strapparli tutti ma il peccatore rifiuta di parlare, tuttavia un suo compagno di pena lo chiama per nome risolvendo il dubbio di Dante. Si tratta di Bocca degli Abati che tradì i suoi durante la battaglia di Montaperti mozzando la mano del portainsegne fiorentino.
    Bocca si vendica della denuncia svelando a sua volta il nome di chi ha parlato, Buoso da Duera, ghibellino che tradì la sua parte lasciandosi corrompere per denaro da Carlo d'Angiò .
    Nel lago giacciato scontano le loro colpe anche l'abate Tasauro dei Beccaria, decapitato a Firenze nel 1258 per tradimento, Gianni dei Soldanieri, traditore del suo partito, Gano di Maganza che provocò la disfatta di Roncisvalle, Tebaldello Zambrasi di Faenza che consegnò la sua città ai nemici per vendicarsi di una beffa.
    Quando Dante nota un altro dannato che morde ferocemente il capo del vicino come fece Tideo con Melanippo (episodio della Tebaide di Stazio) lo interroga promettendo, come di consueto, di ricordarlo ai viventi.

    Canto XXXIII


    La prima parte di questo canto è dedicata all'episodio del Conte Ugolino, uno dei più famosi e drammatici del Poema.
    Ugolino è il dannato che Dante vede divorare il capo del suo vicino, una vendetta eterna per un odio senza fine. Ugolino della Gherardesca conte di Donoratico aveva numerosi possedimenti in Toscana ed in Sardegna e fu fra i più importanti personaggi politici della Pisa del suo tempo. Nonostante fosse di famiglia ghibellina promosse la creazione di un governo cittadino favorevole ai guelfi nel quale raggiunse una posizione primaria.
    Assunto il comando della flotta fu sconfitto alla Meloria dai Genovesi nel 1284.
    Negli anni successivi tentò di allontanare Firenze e Lucca dall'alleanza con Genova tramite la cessione di alcuni castelli e cercò di estromettere dal governo il nipote Nino Visconti giudice di Gallura per accentrare il potere.
    Queste azioni gli valsero, secondo Dante, la condanna all'inferno come traditore e gli procurarono un'accusa di tradimento da parte dei suoi avversari che, capeggiati dall'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, lo imprigionarono.
    Ugolino fu rinchiuso nella Torre dei Gualandi nel 1289 insieme ai figlio Uguccione e Gaddo e ai nipoti Anselmuccio e Nino detto Brigata.
    Ruggieri degli Ubaldini, che lo fece catturare a tradimento, è il peccatore di cui Ugolino rode il cranio, interrompendo l'orrendo pasto solo per raccontare a Dante la tragedia dei suoi ultimi giorni di vita.
    Fu un sogno premonitore - racconta Ugolino - quello che dopo mesi di prigionia gli preannunciò il futuro imminente: egli vedeva un lupo con i suoi cuccioli inseguiti e sbranati da un branco di feroci cani da caccia. A guidare la battuta era Ruggieri insieme a membri delle tre più importanti famiglie pisane di parte ghibellina, Gualandi, Sismondi e Lanfranchi.
    Al mattino il rumore dei carcerieri che inchiodavano l'uscio della torre è la conferma della condanna anticipata dal sogno.
    Nei giorni successivi, infatti, Ugolino vedrò morire di fame ad uno ad uno i figli ed i nipoti prima di morire a sua volta brancolando ormai cieco sui miseri cadaveri.
    Molto si è scritto sulle possibili interpretazioni dell'ultimo verso del racconto, poscia, più che 'l dolor potè 'l digiuno: potrebbe significare che la fame uccise Ugolino prima che lo facesse il dolore o che fu spinto ormai folle a nutrirsi dei cadaveri; queste ad altre spiegazioni sono verosimili e forse Dante ha volutamente lasciato il senso di quel verso nell'ambiguità.
    Al racconto del dannato segue una dura invettiva di Dante contro Pisa il cui disordine civile ha permesso che un simile orrore colpisse non solo il "traditore" Ugolino della Gherardesca ma anche i ragazzi innocenti imprigionati con lui.
    I due Poeti passano alla terza zona di Cocito, la Tolomea, dove sono puniti i traditori degli ospiti (Tolomeo è il nome del personaggio ceh fa uccidere durante un bancehtto Simone Maccabeo con i figli Giuda e Mattatia).
    Questi pecccatori sono distesi supini in modo che le loro lacrime riempiano la cavità degli occhi e, ghiacciando, impediscano di piangere ancora.
    Nonostante il freddo abbia diminuito la sensibilità della sua pelle, Dante avverte un vento inatteso del quale, lo avverte Virgilio, presto conoscerà l'origine.
    Un'anima chiede a Dante di togliere il ghiacci dai suoi occhi e Dante promette di farlo quando saprà con chi sta parlando. E' il frate gaudente Alberigo dei Manfredi da Faenza che uccise a tradimento due parenti suoi convitati. Al Poeta che lo crede ancora vivo Alberigo spiega che spesso le anime dei traditori sono trascinate nella Tolomea prima della morte mentre un demone rimane ad abitare i loro corpi. Lo steso destino è toccato al genovese Branca d'Oria che uccise il suocero Michele Zanche dopo averlo invitato nella sua casa.
    Disgustato dal tradimento Dante non mantiene la promessa di togliere il ghiaccio dagli occhi di Alberigo.
    Il canto si chiude con un'altra invettiva, questa volta contro i Genovesi, concittadini di Branca d'Oria.

    Canto XXXIV



    L'ultima zona del Cocito, la Giudecca, prende il nome da Giuda ed è il luogo di pena dei traditori dei benefattori.
    Questi dannati non parlano, la loro figura si intravede attraverso il ghiaccio di cui sono completamente ricoperti, oppure sono immersi con il capo verso il basso o in altre assurde posizioni.
    Al centro si trova, orribile e gigantesco, Lucifero che a distanza sembra un mulino a vento. Le sue sei ali di pipistrello in continuo movimento generano il vento che Dante ha avvertito nel canto precedente, vento che provoca il formarsi del ghiaccio del Cocito.
    Il diavolo ha tre facce, una rossa, una gialla e una nera.
    Ogni bocca maciulla un peccatore, quello nella bocca anteriore viene inoltre straziato dagli artigli del mostro. Virgilio spiega che si tratta di Giuda mentre gli altri due sono Bruto e Cassio.
    Ma ormai i due poeti hanno completato la visita dell'inferno ed è ora di andare. Dante avvince con le braccia il collo di Virgilio e questi attende il momento opportuno, quando le ali di lucifero sono abbastanza aperte, per calarsi nello spazio fra il corpo villoso del diavolo e la parete di ghiaccio circostante.
    A metà del percorso Virgilio, che sta scendendo aggrappandosi al pelo di Lucifero, si capovolge e prosegue "com'uom che sale". Quando viene deposto su un gradino Dante è stupito nel non vedere più il corpo di Lucifero ma le sue gambe. Virgilio gli spiega che nel punto in cui si sono capovolti hanno oltrepassato il centro della terra e che ora si trovano nell'emisfero australe dove è mattino quando nell'altro è sera.
    Lucifero è caduto da questa parte e la terra si è allora ritratta sotto il mare emergendo nell'emisfero opposto e lasciando qui la cavità (natural burella) in cui si trovano i due viaggiatori.
    Virgilio e Dante si incamminano e senza preoccuparsi di riposare attraversano la buia cavità finché riescono a vedere il cielo attraverso un foro rotondo. Escono quindi a riveder le stelle.