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Publio Virgilio Marone

ENEIDE



LIBRO PRIMO


L'opera si apre con la celebre dichiarazione dell'intento dell'Autore di cantare le armi e l'uomo che per primo, profugo da Troia, raggiunse l'Italia e le sponde lavinie.

Molto soffrì durante il viaggio per volontà di Giunone e molto in guerra pur di fondare nel Lazio la stirpe dalla quale derivarono i Romani. Ma quali le causee di tanto odio da parte della dea? Virgilio lo chiede alla Musa con un tipo di invocazione frequente nello stile epico già di Omero e passa così ad introdurre la narrazione.

La grande Giunone, sorella e sposa di Giove, amava e prediligeva la città di Cartagine che avrebbe voluto dominatrice del mondo, tuttavia sapeva che il fato aveva disposto diversamente e che dai Troiani sarebbe discesa la gente vincitrice sui Cartaginesi. Inoltre i Troiani sono invisi a Giunone fin dalle loro origini, discendevano infatti da Dardano, nato dall'unione di Giove con Elettra, una delle Pleiadi, e le ricordavano quindi una delle molteplici infedeltà del suo sposo. Ed ancora erano per lei motivo di offesa il giudizio del troiano Paride che aveva posposto la bellezza sua e di Minerva a quella di Venere, nonchè l'assunzione in cielo di Ganimede, figlio del re troiano Troo, che Giove aveva rapito per farne il coppiere degli dei.

Mentre le navi di Enea, superata la Sicilia, navigano tranquillamente verso la loro meta, Giunone si reca da Eolo, re dei venti, a chiedere aiuto. Eolo la accontenta prontamente scatenando i venti contro le navi troiane, nell'orribile tempesta che segue molti compagni di Enea sono dispersi. Interviene Nettuno, dio del mare, sdegnato per l'intrusione dei venti nel suo dominio e placa immediatamente la tempesta mentre le navi superstiti trovano approdo in una terra sconosciuta, con l'aiuto della nereide Cimotoe e di Tritone, figlio di Nettuno.

Esausti i naufraghi si accampano sulla spiaggia e preparano un pasto frugale con il grano scaricato dalla nave mentre Enea, salito su un'altura tenta di scorgere le navi disperse nella tempesta.
Avvistato un branco di cervi ne abbatte tre procurando ai suoi uomini un più lauto banchetto nel corso del quale tiene un discorso per confortare i compagni ed incoraggiarli a superare la recente sventura.
Intanto Venere si rivolge a Giove per ottenere aiuto per il figlio Enea, espone le sue sofferenze e ricorda come altri esuli (Antenore) siano già stati in grado di trovare pace e sicurezza.
Giove la conforta ricordandole il particolare destino di Enea e della sua discendenza. In questo brano Giove fa espresso riferimento ad Augusto (ma qualcuno ritiene trattarsi di Cicerone) secondo i fini propagandistici dell'Eneide.
Quindi Giove invia Mercurio a Cartagine perchè propizi il cuore della regina Didone in favore di Enea.
Nell'alba Enea, poste al sicuro le navi si incammina con il fido compagno Acate per esplorare il territorio circostante. Nel bosco gli appare Venere, in sembianze di cacciatrice, che gli fornisce spiegazioni sul paese nel quale si trovano.
Sono sul territorio di Cartagine, città libica fondata dai Tirii e governata da Didone, partita da Tiro per sfuggire al fratello. A Tiro Didone aveva sposato Sicheo, ma il fratello Pigmalione, perfido tiranno della città aveva ucciso Sicheo tenendo la cosa nascosta finchè la vittima - insepolta - non era apparsa in sogno alla vedova.
L'ombra di Sicheo aveva denunciato il delitto ed aveva indicato alla sposa per aiutarla nella fuga il sito di un tesoro nascosto. Con un seguito di amici e di sudditi a lei fedeli, Didone aveva presto abbandonato la città fenicia e giunta in Libia, vi aveva fondato Cartagine.
Interrompendo il suo racconto la dea chiede ad Enea di parlare di se, ma il lamento del figlio la comuove e per rincuorarlo gli indica dodici cigni che un'aquila aveva minacciato e che ora stavano tranquilli, quale presagio della tranquillità di cui Enea ed i suoi avrebbero goduto dopo la tempesta.
Incitato Enea a proseguire verso la città, Venere si rivela e, dopo aver avvolto i viandanti in una nebbia protettiva, si dilegua.
Raggiunta Cartagine, ancora in costruzione, Enea trova i cittadini intenti a lavorare alacremente, tanto che Virgilio li paragona ad api operose all'inizio dell'estate.
Entrati in città, ancora invisibili per la nebbia miracolosa di cui Venere li aveva avvolti, Enea ed Acate visitano il tempio dedicato a Giunone, circondato dal bosco dove la Dea aveva indicato a Didone il punto in cui erigere la città. (Una leggenda vuole che il segno fosse il teschio di un un cavallo da guerra rinvenuto scavando, simbolo di vittoria, mentre i Fenici avevano evitato di soffermarsi nel luogo ove avevano rinvenuto il teschio di un bue, simbolo di schiavitù.)
Nel tempio Enea si commuove alla vista di affreschi che raffigurano le vicende delle guerra di Troia. Descrivendo gli affreschi Virgilio rievoca vari passi dell'Iliade.
Mentre Enea contempla gli affreschi entra nel tempio Didone con un seguito di giovani e siede in trono.
Inaspettatamente compaiono Anteo, Sergesto, Cloanto ed altri compagni di Enea ritenuti dispersi nella tempesta, dalla supplica che di uno di loro, Ilioneo, rivolge alla regina, si intende che i Cartaginesi avevano intenzione di bruciare le navi dei Troiani, credendoli pirati.
Ilioneo svela a Didone la loro origine e la loro intenzione di raggiungere l'Italia e chiede che venga loro concesso di cercare notizie di Enea e quindi ripartire, verso il Lazio se con Enea, verso la Sicilia se Enea è morto (presso il re Aceste di sangue troiano).
Il discorso di Ilioneo contiene una promessa di ricompensa da parte di Enea e di Aceste se la regina tratterà con benevolenza i compagni ed una larvata minaccia in senso contrario.
Didone assicura ai Troiani il suo aiuto ed offre la sua ospitalità, invitandoli a stabilirsi a Cartagine. Dispone inoltre perché si cerchino Enea e gli altri naufraghi. Finalmente Enea ed Acate escono dalle ombre che le avevano celati e si mostrano a Didone e agli astanti.
Elogio di Enea a Didone e abbracci con i compagni ritrovati. Didone a sua volta loda Enea e lo invita nel suo palazzo mentre invia viveri in abbondanza agli altri naufraghi in attesa sulla riva.
Mentre si prepara il sontuoso banchetto offerto da Didone in onore di Enea, questi invia Acate alle navi a prendere Ascanio. Ordina inoltre di portare doni a Didone, degli oggetti preziosi salvati dalle rovine di Troia.
Venere decide di prevenire ogni intervento ostile di Giunone: vuole che Didone si innamori di Enea in modo da non mutare atteggiamento verso di lui per nessun motivo. Chiede dunque al figlio Cupido di assumere le sembianze di Ascanio e di sostituirsi a lui.
Mentre Venere immerge Ascanio in un sonno magico e lo nasconde nel monte Idalio, Cupido si reca al palazzo di Didone nelle sembianze di Ascanio.
Ha inizio il banchetto durante il quale Didone, ignara, abbraccia il fanciullo e Cupido comincia ad infonderle il folle amore per Enea, facendole dimenticare Sicheo.
Dopo le libagioni Didone chiede ad Enea di raccontare le proprie avventure.




LIBRO SECONDO



Il libro si apre con un verso che rende il senso di attesa e di attenzione dei presenti all'inizio del racconto di Enea: concuere omnes intentique ora tenebant (tacquero tutti e tenevano attento lo sguardo).
Enea premette che il suo racconto sarà tanto doloroso da commuovere gli stessi nemici, se lo udissero, ma per far piacere alla sua ospite esporrà "i fatti tristissimi dei quali fu testimone e protagonista".
Il racconto di Enea: dopo dieci anni di guerra, i Greci costruirono un immane cavallo di legno, con voto a Minerva - dissero - ed abbandonarono il campo facendo credere di essere tornati in patria.
I Troiani, ben lieti dell'accaduto, uscirono dalla città e discussero cosa fare del cavallo. Timete, fratello di Priamo fu il primo a proporre di portarlo in città e collocarlo sulla rocca. Capi (futuro compagno di Enea) propose invece di distruggere il cavallo o almeno di esplorarne la cavità.
Il solo ad intuire la verità fu il sacerdote Laocoonte che mise in guardia i Troiani sulla possibilità che nel cavallo si celino guerrieri greci.
Lo fece con una breve orazione terminando con la frase proverbiale timeo Danaos et dona ferentis (II, 49).
Subito dopo sferrò un colpo d'asta contro il fianco del cavallo.
Intanto venne catturato un greco, Sinone. Interrogato dai Troiani, Sinone ammise subito di essere greco e raccontò una storia preparata per perfezionare l'inganno. Era stato compagno ed amico di Palamede il quale era caduto in disgrazia per una falsa accusa di Odisseo ed era stato lapidato. (Palamede era odiato da Odisseo perché lo aveva smascherato quando, fingendosi pazzo, aveva tentato di evitare la guerra).
Avendo giurato di vendicare l'amico, Sinone aveva attirato su di se l'odio di Ulisse e quando Euripilo, inviato a Delfi, aveva riferito che l'oracolo ordinava un sacrificio umano per propiziare il mare durante il ritorno, Ulisse aveva fatto in modo che Sinone fosse la vittima designata.
Ora, continua il racconto di Sinone, gli Achei sono partiti perché stanchi della guerra ed egli era riuscito a fuggire ed era rimasto nascosto in uno stagno fino al momento della cattura da parte dei Troiani. I Troiani, impietositi, liberarono il prigioniero e gli chiesero spiegazioni in merito al cavallo. Sinone raccontò - e questo è il passo cruciale del suo episodio - che il cavallo era stato costruito come dono votivo per placare l'ira di Atena, offesa da Ulisse e Diomede che avevano rapito il Palladio e lo avevano toccato con le mani insanguinate.
L'augure Calcante aveva ordinato di costruire il cavallo di quelle dimensioni per impedire che i nemici lo portassero nelle mura. Se i Troiani avessero compiuto sacrilegi contro il cavallo ne avrebbero ricavato grande rovina, mentre se il cavallo fosse stato accolto in città la rovina sarebbe caduta sugli Achei e sui loro discendenti.
I Troiani credettero all'inganno di Sinone ed a rafforzare la loro convinzione avvenne l'orribile fine di Laocoonte. Mentre questi sacrificava un toro a Nettuno, arrivarono dal mare due enormi serpenti e divorarono prima i due figli di Laocoonte, quindi Laocoonte stesso.
A questo punto i Troiani, convinti che Laocoonte sia stato punito per aver colpito il cavallo, aprirono una breccia nelle mura e trasportarono in città l'enorme simulacro.
L'operazione si svolse in un clima di tripudio, convinti come erano i Troiani che la guerra fosse finita e che il cavallo fosse latore di giorni felici.
Durante la notte, invece, i Greci nascosti nel cavallo fuoriuscirono furtivamente ed uccise le sentinelle aprirono le porte al grosso delle loro milizie che si erano allontanate nascondendosi nell'isola di Tenedo.
Enea cita alcuni dei Greci nascosti nel cavallo: Tessandro, Steneo, Ulisse, Acamante e Toante, Neottolemo, Macaone ed Epeo, artefice materiale del cavallo.
In quelle ore Enea aveva sognato l'ombra di Ettore che, apparendogli nell'aspetto straziato che aveva dopo essere stato vinto da Achille, lo esortava a fuggire dalla città ormai perduta ed a portare in salvo i Penati ed i sacri arredi. Al suo risveglio aveva scoperto quanto il sogno fosse stato veritiero e come la città invasa dai nemici fosse ormai sconvolta dai combattimenti e dagli incendi.
Enea incontra Pantoo, sacerdote di Apollo, che tenta di porre in salvo gli oggetti sacri del tempio ed ottiene da lui conferma della disastrosa situazione. Non gli resta che unirsi alla disperata resistenza dei Troiani. Con lui è Corebo, spasimante di Cassandra, non troiano, venuto a Troia proprio in quei giorni.
Enea ed il gruppo con il quale sta combattendo riportano qualche successo sui nemici, soprattutto grazie ad un equivoco: un greco di nome Androgeo li aveva scambiati per Greci ed era caduto loro facile vittima. Incoraggiati dall'episodio si impossessano delle armi dei nemici abbattuti ma è una mossa disgraziata perché vengono fatti bersaglio delle frecce degli stessi Troiani.
I combattenti incontrano Cassandra mentre viene rapita da Aiace, trascinata via dal tempio di Minerva (questo sacrilegio, come è noto, scatenerà la vendetta della dea sulla flotta greca). Corebo infuriato interviene per salvare la propria fidanzata e viene ucciso da Peneleo.
Enea con alcuni compagni sopravvive a questi scontri ed accorre in soccorso del palazzo di Priamo ormai asserragliato dai nemici. Davanti al palazzo Neottolemo (Pirro), figlio di Achille, comanda l'attacco degli Achei, infine abbatte il portone con una scure e penetra nei vasti saloni dove sorprende ed uccide Polite, figlio di Priamo, proprio al cospetto del padre.
Il vecchio re, che pateticamente ha preso le armi abbandonate da tempo, sfoga il proprio dolore tentando di colpire Neottolemo con la lancia, ma il colpo è troppo debole e lascia il nemico illeso. A questo punto Neottolemo trucida Priamo.
Dopo aver assistito a questi eventi Enea, ormai rimasto isolato, scorge vicino al tempio di Vesta Elena che tenta di nascondersi temendo sia i Troiani che l'ira del marito. Vedendo in Elena la causa prima di tante sciagure, Enea decide di ucciderla ma gli appare Venere che lo distoglie dall'intento e lo incita a soccorrere i suoi familiari: Anchise, Creusa, Ascanio. Non ci sono più speranze, dice la dea, per la città condannata dal fato e dagli dei che combattono accanto agli Achei, Enea deve dunque pensare a fuggire ed a mettere in salvo Ascanio.
Scomparsa Venere, Enea raggiunge la casa paterna ma Anchise si rifiuta di seguirlo e di abbandonare i luoghi dove è sempre vissuto. Davanti a questo rifiuto anche Enea, nonostante la disperazione di Creusa, decide di rinunciare al proposito di fuga ed affrontare la morte, ma interviene un prodigio: una fiamma avvolge senza bruciare il capo del piccolo Ascanio, subito dopo una stella cadente solca luminosamente il cielo tracciando una lunga scia. Dopo questi segni, che Anchise interpreta come evidenti manifestazioni della volontà divina, il vecchio muta proposito ed accetta di fuggire.
Enea deve caricare il vecchio paralizzato sulle spalle e, seguito da Creusa ed Ascanio, si avvia fra i molti orrori della città morente. Giunto alle porte di Troia Enea si avvede della scomparsa della moglie e, disperato, torna indietro a cercarla. Gli appare l'ombra di Creusa che pronuncia una famosa profezia sul destino di Enea e di Ascanio e sul lungo vagare che dovrà seguire alla sua fuga. Gli dei non consentono che Creusa segua lo sposo ma egli potrà consolarsi sapendola non schiava degli Achei ma salvata ed assunta in cielo dalla madre degli dei. Nel destino di Enea c'è un nuovo regno ed una nuova sposa, "ed ora addio - gli dice Creusa - serba l'amore di nostro figlio". Enea tenta tre volte inutilmente di abbracciare l'ombra della moglie prima che questa scompaia.
Tornato dal padre e dal figlio, Enea trova, con stupore, radunatasi una folla di nuovi compagni pronti a seguirlo e votati all'esilio.




LIBRO TERZO



Il racconto di Enea al banchetto di Didone continua senza interruzioni. Gli esuli allestiscono una flotta ed iniziano il viaggio, dopo una sosta nella città di Antandro.
La prima tappa del viaggio è in Tracia dove Enea fonda una città che chiama Eneada. In questa occasione si verifica un prodigio: Enea, accingendosi a compiere sacrifici propiziatori, raccoglie rami per l'altare quando un arbusto appena divelto comincia a sanguinare, così un secondo ed un terzo arbusto. Infine l'inorridito Enea ode una voce lamentosa che lo prega di non infliggere altre ferite. Sotto la selva si trova Polidoro, l'ultimo figlio di Priamo da questi affidato al re di Tracia per proteggerlo dalla guerra. Polidoro aveva con se un tesoro di grande valore che suscitò la cupidigia del suo ospite Polimestore il quale, appena saputo della caduta di Troia, fece uccidere il giovane per derubarlo. Le piante che Enea sta recidendo sono i dardi che hanno ucciso Polidoro, miracolosamente trasformati in arbusti.
I Troiani si consultano sull'orribile prodigio e decidono di partire senz'altro abbandonando la "terra scellerata". Prima di partire erigono un tumulo a Polidoro e svolgono riti funebri perché l'anima del povero giovane rimasto insepolto possa finalmente trovare la pace.
La seconda tappa della flotta dei reduci si svolge nell'isola di Delo, sacra ad Apollo. Anio, re dell'isola e sacerdote di Apollo, li accoglie benevolmente, riconoscendo il vecchio amico Anchise. Enea chiede ad Anio di concedere ai Troiani di stabilirsi nell'isola ma l'oracolo tuona misteriosamente che essi dovranno ripartire per cercare l'"antica madre", cioè la terra originaria dei loro antenati. Anchise interpreta erroneamente l'oracolo ed annuncia che si dovrà andare a Creta, dalla quale era venuto il mitico Teucro.
I Troiani raggiungono rapidamente Creta, vi si stabiliscono ed iniziano a costruire una nuova città che chiamano Pergamo, ma un'improvvisa epidemia di peste spegne il loro entusiasmo gettandoli nella disperazione. Per il vecchio Anchise la peste è senz'altro un presagio e si sta organizzando una spedizione per tornare a consultare l'oracolo quando Enea ha un sogno, o visione notturna: sono i Penati di Troia che gli parlano e chiariscono l'equivoco. "L'antica madre" di cui aveva parlato l'oracolo di Delo non è Creta ma l'Italia, da cui era provenuto Dardano, altro progenitore della stirpe troiana.
Informato del sogno da Enea, Anchise ricorda come già Cassandra avesse profetizzato, come sempre inascoltata, quelle stesse vicende che ora andavano verificandosi. I Troiani si rimettono in mare ma, dopo qualche tempo, vengono colti dall'uragano che li porta fuori rotta. Perdutisi trovano rifugio dopo tre giorni sulle isole Strofadi.
Trovandosi sulla spiaggia gran quantità di bestiame non vigilato, gli esuli cacciano alcuni capi ed apprestano un banchetto in onore degli dei quando vengono improvvisamente aggrediti dalle Arpie. I tre mostri mefitici contaminano per due volte i cibi con i loro escrementi, la terza volta i Troiani reagiscono con le armi mettendo in fuga le Arpie, ma una di esse - Celeno - si ferma su un'altissima rupe e pronunzia una profezia che scoraggia i viaggiatori: prima di arrivare alla loro meta finale essi dovranno conoscere grandi sofferenze e grande fame, al punto da dover "divorare le mense".
Enea ed i suoi riprendono la navigazione passando incolumi nei pressi di molte isole greche fra cui Zacinto, Dulichio, Samo, Nerito, Itaca. Infine sostano nell'isola (o sul promontorio) di Leucade in Epiro. Sulla riva di Azio i giovani celebrano dei ludi (l'intenzione di Virgilio è quella di creare un precedente mitico ai "Ludi Actiaci" istituiti da Augusto in quel sito per celebrare la vittoria di Azio) ed Enea appende alle porte del tempio di Apollo lo scudo del guerriero greco Abante da lui ucciso in combattimento la notte della caduta di Troia.
Dopo alcuni mesi di sosta gli esuli riprendono il mare e, costeggiando l'Epiro, raggiungono la città di Butroto (Butrinto).
Qui Enea incontra Andromaca, la vedova di Ettore, che diventata schiava di Neottolemo è stata da questi ceduta ad Eleno, indovino troiano, anche egli già schiavo degli Achei.
L'incontro fra Enea ed Andromaca è l'incontro commosso fra due vite condannate alla sofferenza. Se Enea lamenta la desolazione del suo esilio, l'incertezza del futuro, la mancanza di sicurezza e tranquillità, Andromaca piange la fine di Ettore e l'onta della patita schiavitù.
Brevemente Andromaca racconta come sia divenuta schiava di Neottolemo, quindi da questa ceduta ad Eleno, anche egli schiavo. Neottolemo era quindi stato ucciso da Oreste, a causa della loro rivalità in amore nei confronti di Ermione, ed aveva lasciato in eredità parte del suo regno ad Eleno. Andromaca non spiega le ragioni di questo mutamento della situazione sua e di Eleno, evidentemente Virgilio non vuole introdurre elementi disonorevoli per i Troiani (il presunto tradimento di Eleno) o che alterino l'immagine da egli resa di Andromaca (come la nascita di Molosso, figlio di Neottolemo e di Andromaca).
Facendo notare ad Enea come Eleno abbia costruito una città il più possibile simile a Troia, la donna cambia abilmente discorso e passa a chiedere ad Enea notizie di Ascanio. Entra in scena a questo punto Eleno che accoglie festosamente Enea e i suoi compagni. Dopo due giorni, prima di partire, Enea prega Eleno di esercitare le sue facoltà di veggente per chiarire gli oracoli che ha ascoltato in precedenza, in particolare quello minaccioso dell'arpia.
Eleno lo accontenta e per sua bocca si esprime nuovamente Apollo. L'oracolo conferma che la meta finale è l'Italia ma ordina ad Enea di costeggiare la Sicilia evitando di passare fra Scilla e Cariddi. Gli indica inoltre di evitare le città greche dell'Italia meridionale. Superata la Sicilia Enea giungerà alle coste italiche dove, nei pressi di Cuma, visiterà l'antro della Sibilla che dovrà consultare per conoscere il resto del suo futuro ed i destini delle sue guerre con i popoli di Italia.
Dopo aver pronunciato la profezia, Eleno offre ricchi doni ad Enea ed ai suoi compagni esortandoli a partire al più presto come ordinato dall'oracolo. Andromaca reca doni ad Ascanio, che le ricorda il figlio Astianatte.
Dopo una serena navigazione i Troiani raggiungono le coste italiane ma, seguendo i precetti di Eleno, si tengono lontani dalle città greche che ivi si trovano e rinunciano ad attraversare lo stretto fra Scilla e Cariddi.
Anche a grande distanza, nel Golfo di Squillace, si sentono gli effetti sul mare dei gorghi che sconvolgono lo stretto, ma le navi di Enea, puntando decisamente verso occidente, riescono ad allontanarsi incolumi, per giungere infine all'isola dei Ciclopi.
Approdati in un porto vasto e tranquillo ma dominato dalla vicinanza tuonante dell'Etna, i Troiani sbarcano e trascorrono la notte. All'alba si presenta loro un uomo dall'aspetto miserabile, in atteggiamento di supplice. Si tratta del greco Achemenide, compagno di Odisseo dimenticato in quei luoghi durante la fuga da Polifemo.
Achemenide chiede di poter lasciare l'isola insieme ai Troiani o, se questi non sono disposti ad aiutare un greco, di essere ucciso per sfuggire alla sua orribile situazione. Con generosità Anchise lo accoglie e rincuora. Achemenide racconta l'episodio del Ciclope accecato da Ulisse, le terribili ore trascorse nella grotta del Ciclope, la sorte dei suoi compagni divorati dal mostro. Da tre mesi egli vive di bacche e radici, nascondendosi nella foresta per scampare alla ferocia di Polifemo e dei suoi fratelli.
Il racconto di Achemenide viene interrotto da Polifemo che vaga sulla spiaggia e deterge con l'acqua marina gli umori dell'occhio accecato. Silenziosamente i Troiani si danno alla fuga, ma Polifemo ode il rumore dei remi e non potendo afferrare le navi lancia un tremendo urlo che richiama gli altri ciclopi alla spiaggia. Mentre l'immagine dell'"orrido concilio" si staglia mostruosa sulla costa, la flotta troiana prende il largo e con l'aiuto dei venti propizi raggiunge l'isola di Ortigia e prosegue la circumnavigazione della Sicilia; Enea cita alcuni luoghi del viaggio: Pachino, Camarina, Gela, Agrigento, Selinunte.
Durante una sosta a Drepano muore Anchise.
Con la morte dell'ottimo padre, evento mai annunciato dagli oracoli, si conclude il racconto di Enea alla regina Didone e si chiude il terzo libro.




LIBRO QUARTO



Il libro si apre con un intenso dialogo fra Didone e sua sorella Anna alla quale la regina confida di essere innamorata di Enea. Didone vorrebbe conservarsi fedele alla memoria del defunto Sicheo, ma Anna la sprona a cedere a questa nuova passione. L'unione con Enea, secondo Anna, non recherà offesa alla memoria di Sicheo e servirà a dare sicurezza al giovane regno spesso insidiato da bellicosi vicini. Didone comincia a vacillare. Virgilio descrive gli incontri sempre più frequenti con Enea, ce la mostra intenta a sacrificare ed a consultare gli auspici per conoscere il destino del suo amore, intanto disattende alle cure del governo e la costruzione della città ne risulta rallentata.
Intanto Giunone, preoccupata per la sorte dell'amata Cartagine, cerca l'alleanza di Venere e le propone di favorire l'unione di Didone con Enea. Sarà lei stessa, propone Giunone, a fare in modo che i due si trovino soli durante una caccia, isolati da una pioggia improvvisa e costretti a cercare riparo in una spelonca, dove le cose giungeranno presto a prevedibili conclusioni.
Venere accetta la proposta e promette di non opporsi. Infatti durante la battuta di caccia si verificano gli eventi predetti dalla dea. Con somma eleganza, Virgilio non scrive un solo verso sull'incontro amoroso nella grotta ma lo sottintende descrivendo una scena misteriosa: al segnale della Terra e della pronuba Giunone l'aria risplende di folgori e dalle vette più alte ululano le ninfe. E' un'immagine tenebrosa che vuole alludere al valore fattuale dell'evento, non si tratta solo del primo amplesso fra due amanti ma dell'origine di una lunghissima serie di sventure (più tardi Didone abbandonata voterà con la sua maledizione l'eterna inimicizia fra la propria gente e quella di Enea, vale a dire fra Cartaginesi e Romani).
La Fama, che viene presentata nel testo come una divinità mostruosa che ingigantisce mentre svolge la sua opera, ben presto porta lontano la notizia dell'amore fra la regina e l'eroe. Ne viene a conoscenza il re Iarba, a suo tempo respinto da Giunone, che folle di ira e gelosia si rivolge a Giove per ottenere vendetta. Giove lo ascolta, non certamente per soddisfare le brame dell'empio Iarba, ma perché le nozze di Enea con Didone impedirebbero lo svolgersi degli accadimenti prescritti dal Fato. Non servono, con il pio Enea, metodi coercitivi, basterà ricordargli la sua missione perché rinsavisca e riprenda il mare. A farlo è Mercurio che appare brevemente all'eroe.
Impressionatissimo, Enea da ordine ai compagni perché preparino la partenza con discrezione mentre egli cercherà il modo migliore di prendere commiato da Didone, ma questa, con femminile intuizione, comprende immediatamente le sue intenzioni e le accoglie con profonda disperazione.
Nel dialogo che segue Didone piange e supplica, ordina e si indigna, ma Enea, pur soffrendo per il pianto di lei, è inamovibile nella decisione di partire immediatamente.
Virgilio insiste sulla sofferenza di Enea nel vedere la disperazione dell'amante e sulla forza d'animo di cui ha bisogno per obbedire comunque al volere degli dei. Infine Enea si allontana da lei e raggiunge i compagni che stanno completando i preparativi per la partenza.
Lo raggiunge Anna pregata da Didone perché interceda presso Enea convincendolo, almeno, a rimandare la partenza; ma neanche il tentativo di Anna riesce a mutare la decisione dell'eroe.
Intanto Didone è ormai alla follia: mentre offre agli dei ha l'orribile visione del latte che annerisce e del vino mutato in sangue; ode voci misteriose, il verso di un gufo risuona per lei come un lugubre gemito, nei suoi sogni si vede crudelmente perseguitata da Enea o abbandonata, sola, nel deserto. Infine decide di morire. Confida ad Anna di aver incontrato la maga del giardino delle Esperidi che le ha promesso aiuto nei confronti di Enea. La maga ha prescritto di bruciare il letto nuziale e gli oggetti appartenuti ad Enea su un rogo, rogo che Didone prega Anna di preparare.
Didone inizia la celebrazione del rito magico con il fermo proposito di uccidersi durante la cerimonia. Intanto Enea riposa sulla nave ancora nel porto ed in sogno gli appare nuovamente Mercurio che lo incita a prendere il mare senza ulteriore indugio: Didone sta per uccidersi, lo avverte, ed egli dovrà portare le sue navi lontano a riparo dall'ira dei Cartaginesi.
Intanto Didone pronuncia la sua maledizione: se il disegno del fato è immutabile ed è scritto che i Troiani raggiungeranno la loro meta possa Enea non godere del proprio regno e cadere prima della sua ora, rimanendo insepolto. Che l'odio di Didone per Enea possa tramandarsi al popolo dei Tirii e non vi sia mai pace fra i Cartaginesi e le genti che discenderanno dai Troiani. In pochi, memorabili versi, Didone rievoca la sua vita, lo sposo vendicato, il fratello punito, la grande città che ha fondato e con un'ultima maledizione si getta sulla spada donatale da Enea fra lo sgomento delle ancelle.
Accorre Anna alla quale non resta che assistere all'agonia di Didone. Giunone, commiserando la difficile morte di lei, invia dall' Olimpo Iride che, recidendo un capello di Didone, ne libera l'anima dalla prigionia del corpo.




LIBRO QUINTO



Dalle navi i Troiani vedono risplendere il rogo di Didone e pur non conoscendo la causa di quel fuoco la intuiscono.
Una volta in mare aperto incontrano una nuova tempesta che minaccia seriamente la flotta tanto che il timoniere Palinuro propone ad Enea di cercare rifugio sulla costa siciliana che non considera lontana. Vengono accolti dal troiano Aceste. Si tratta della seconda sosta di Enea in Sicilia, la prima era stata narrata nel terzo libro, gli esuli tornano nei luoghi dove è sepolto Anchise.
Di Aceste si è parlato anche nel primo libro quando Ilioneo ritenendo Enea disperso esprime il proposito di rifugiarsi presso di lui. Tuttavia il personaggio non è comparso durante la descrizione della prima tappa in Sicilia, nel terzo libro. Qui appare come un personaggio quasi barbaro, "irto di dardi e della pelle di un'orsa libica", non di meno accoglie gli esuli fraternamente e dimostra grande rispetto per la memoria dei comuni alleati. Le dissonanze e le contraddizioni che si possono notare a proposito di Aceste sono da attribuirsi alla non definitiva redazione del testo che Virgilio non riuscì a sottoporre ad una completa revisione.
Ricorrendo l'anno dalla morte di Anchise e per di più trovandosi nei pressi della sua sepoltura, Enea decide di celebrare degne onoranze alla memoria del padre, alle quali faranno seguito dei giochi rituali.
La cerimonia si svolge solennemente e mentre Enea compie i sacrifici dal sottosuolo emerge un grande serpente che tranquillamente si abbevera ai calici e si ciba delle offerte votive. Enea, non sapendo se il serpente rappresenti suo padre o un nume del luogo, devotamente rinnova le offerte e continua i sacrifici imitato dai compagni.
Come stabilito, dopo nove giorni si da inizio ai giochi. La prima è una gara navale alla quale partecipano quattro navi della flotta troiana. Le comandano Mnesteo, capostipite dei Memmi, Gia, Sergesto (capostipite dei Sergi), Cloanto, dal quale si vuole discendano i Cluenzi.
Virgilio descrive la gara con grande profusione di immagini suggestive: paragona i comandanti delle navi agli auriga protesi a frustare i cavalli nelle gare del circo e dipinge lo scenario della costa boschiva che risuona del clamore di quanti, rimasti a terra, incitano i partecipanti alla gara.
Gia conquista inizialmente la prima posizione ma quando giunge a doppiare uno scoglio la prudenza del timoniere Menete, che per evitare le rocce si tiene troppo a largo, fa si che Cloanto lo sorpassi. Infuriato Gia scaglia in mare Menete e prende personalmente il timone mentre tutti deridono il vecchio timoniere che faticosamente raggiunge a nuoto gli scogli.
Gli altri contendenti incalzano e cercano a loro volta di superare Gia. Sergesto si avvicina troppo agli scogli e rimane incagliato. Mnesteo supera Gia e contende il primo posto a Cloanto. Cloanto vince la gara con un minimo vantaggio, Mnesteo arriva secondo, Gia terzo, Sergesto quarto ed ultimo. Il premio di Cloanto è una clamide ornata d'oro e porpora che reca ricamate scene del mito di Ganimede. A Mnesteo, Enea dona la lorica che egli stesso aveva strappato al greco Demoleo. Gia riceve, come terzo premio, due bacini di bronzo e coppe d'argento. Anche Sergesto, nonostante la disonorevole conclusione della gara, viene premiato da Enea che gli fa dono di una schiava cretese.
I giochi continuano con la gara di corsa. A differenza della prima, riservata solo a contendenti troiani, questa competizione è aperta anche agli indigeni sicani. Vi partecipano fra gli altri Eurialo e Niso che compaiono qui per la prima volta nel poema.
Enea promette doni a tutti i partecipanti e stabilisce quali saranno i premi dei primi tre classificati, quindi da inizio alla gara. Niso è in testa, seguito da Salio, quindi da Eurialo. Sfortunatamente verso il termine della corsa Niso scivola nel sangue dei sacrifici che si erano svolti in quel luogo. Per aiutare Eurialo, Niso fa in modo di intralciare, rialzandosi, la corsa di Salio, infatti anche Salio cade ed Eurialo vince la gara, seguito da Elimo (compagno di Aceste) e da Diore (troiano).
Salio protesta e pretenderebbe annullata la vittoria di Eurialo, ma Enea, convalidato l'ordine di arrivo, concede premi di consolazione a lui e a Niso.
Alla corsa segue il pugilato. Di nuovo Enea stabilisce i premi in palio ed invita i concorrenti ad iscriversi. Il primo a farsi avanti è Darete, guerriero troiano famoso per la sua forza, che un tempo competeva con Paride e che aveva battuto il potentissimo Bute. La baldanza del personaggio scoraggia tutti e poiché non si trovano avversari Darete chiede ad Enea di consegnargli - senza combattimenti - il magnifico toro che costituisce il primo premio della gara. Ma fra i Sicani di Aceste c'é Entello, un vecchio campione, secondo alcuni di origine troiana. Incitato da Aceste e provocato dall'arroganza di Darete, Entello si fa avanti mostrando i cesti (i guantoni) appartenuti ad Erice (eroe eponimo del monte Erice, figlio di Venere, quindi fratello di Enea, di cui Entello è stato allievo in gioventù). Con quei cesti Erice aveva combattuto contro Ercole, con quei cesti Entello aveva disputato i suoi scontri quando poteva contare su forze migliori.
Enea dispone che lo scontro si svolga con guantoni dello stesso peso (quelli di Erice sono enormi), e la gara comincia. L'agilità di Darete compensa la straordinaria forza di Entello, appesantito dagli anni, ma quando questi inciampa e cade l'ira lo spinge a combattere con maggior impeto ed il giovane Darete viene rapidamente ridotto a mal partito finché Enea non interviene ad interrompere il combattimento dando la vittoria ad Entello.
Entello, orgoglioso della vittoria, dimostra la sua forza uccidendo con un solo pugno il toro vinto che dedica ad Erice invece della morte di Darete. Dal passo si evince, fra l'altro, che l'eroe Erice era diventato la vera e propria divinità del luogo se Darete trova opportuno offrirgli un toro in sacrificio.
Segue il tiro con l'arco. Enea, stabiliti i premi, lega alla cima dell'albero della nave di Sergesto una colomba perché funga da bersaglio. Gli aspiranti a partecipare sono numerosi e si sorteggiano quattro concorrenti: Ippocoonte, Mnesteo (il secondo classificato della gara nautica), Euritione ed il vecchio re Aceste.
La freccia di Ippocoonte colpisce l'albero, quella di Mnesteo recide la fune che legava la colomba e quella di Euritione trafigge l'uccello quando già volava molto in alto. La vittoria sarebbe già quindi di Euritione ma Aceste tira comunque ed il suo è un dardo prodigioso che si incendia durante il volo e scompare nel cielo.
Troiani e Sicani attoniti prendono ad adorare gli dei per il prodigio mentre Enea, donando ad Aceste un prezioso cratere appartenuto ad Anchise, lo proclama vincitore.
I giochi si concludono con la gara di giavellottto (che non viene descritta), ma prima di chiudere le celebrazioni Enea ha preparato uno spettacolo: la sfilata equestre di Ascanio e dei suoi coetanei.
I cavalieri sono divisi in tre schiere guidate da altrettanti capitani: Priamo, figlio di Polite dunque nipote dell'omonimo re di Troia, Ati, al quale si fa risalire la gens Atia (cui apparteneva la madre di Augusto) ed Ascanio.
Dopo aver sfilato al passo, i cavalieri presentano al pubblico varie figure equestri simulando combattimenti e fughe, in un intreccio così complicato che Virgilio lo paragona al labirinto cretese. Questo tipo di manifestazione, narra l'autore, sarà istituzionalizzato da Ascanio in Albalonga e da qui trasferito a Roma: si tratta di un'allusione ai "giochi troiani" istituiti da Augusto.
Frattanto sulla spiaggia le donne troiane svolgono il lamento per Anchise. Fra di loro compare la dea Iride, inviata da Giunone sotto le mentite spoglie di una vecchia, per far leva sul loro malcontento. Le donne sono infatti stanche del lungo vagare per mare cui sono costrette dalla caduta di Troia e la dea le istiga ad incendiare le navi. Una di loro, l'anziana Pirgo nutrice dei figli di Priamo, comprende che chi parla è in realtà una dea. Tutte sono incerte sul da farsi ma quando Iride riprende il suo aspetto e vola via tracciando l'arcobaleno le assale il furore e bruciano le navi.
Accorrono gli uomini, primi fra tutti Ascanio ed Enea, e mentre le donne fuggono sconvolte dal loro stesso gesto, cercano di domare gli incendi.
I loro sforzi sono vani di fronte alla dimensione del disastro ed Enea rivolge una supplica a Giove perché salvi la flotta. Giove l'ascolta e scatena un nubifragio che riesce a spegnere il fuoco. Si perdono solo quattro navi.
Enea cade in uno stato di profonda depressione tanto che per la prima ed unica volta nel poema pensa di abbandonare la sua missione fatale e di rinunciare alla conquista del Lazio.
Viene in suo aiuto il vecchio Naute, sapiente ed indovino, che gli consiglia di lasciare in Sicilia solo una parte dei Troiani: gli anziani, le donne stanche e quanti non aspirano a condividere le sue future glorie. La città che essi fonderanno, propone Naute, si chiamerà Acesta, in onore di Aceste che ne sarà re (la città prenderà poi il nome di Segesta).
I consigli di Naute, ispirati da Minerva, confortano Enea ma non abbastanza perché egli riesca a prendere una serena decisione. Durante la notte gli appare l'ombra di Anchise che lo esorta a seguire il consiglio e ad affrettarsi a compiere la discesa nell'Averno per incontrarlo: nell'Elisio Enea verrà a conoscenza del proprio destino e della propria discendenza.
Svanita l'apparizione, Enea depone ogni perplessità e, convocato Aceste, gli espone gli eventi e le proprie intenzioni.
Mentre si restaurano le navi danneggiate dalle fiamme, Enea traccia il perimetro della nuova città con l'aratro ed Aceste assume il governo.
Viene fondato un tempio a Venere presso la vetta del Monte Erice ed un bosco viene consacrato ad Anchise.
Giunge il giorno della partenza e del patetico distacco fra quanti hanno deciso di rimanere e quanti seguiranno Enea. Compiuti gli opportuni sacrifici, il ridotto gruppo di Troiani prende il largo, con i venti favorevoli. Venere, sempre sollecita verso il figlio, rivolge a Nettuno la preghiera di aiutare le navi troiane a raggiungere la loro meta senza correre altri pericoli.
Nettuno la conforta assicurandole che, come altre volte in passato, sarà favorevole ad Enea che giungerà sicuro ai porti dell'Averno. Solo uno dei Troiani dovrà morire durante questo viaggio. Ciò detto Nettuno percorre il mare seguito da un corte di divinità marine mentre i Troiani navigano a gonfie vele verso l'Italia.
Durante la notte la flotta naviga tranquillamente quando il dio Sonno appare al nocchiero Palinuro con l'aspetto di Forbante, uno dei Troiani, e tenta di convincerlo a riposare. Palinuro resiste pensando alla sicurezza di Enea e di tutta la flotta ma il dio asperge le sue tempie di una rugiada soporifera ed appena il pilota si addormenta lo scaraventa in mare.
Più tardi Enea, destatosi, scopre la scomparsa di Palinuro e prende personalmente il timone. E' così compiuto il sacrificio di un solo uomo che Nettuno aveva predetto a Venere e la flotta troiana continua il viaggio oltrepassando indisturbata i famosi scogli delle Sirene, che tanto pericolo avevano rappresentato per Ulisse nell'Odissea.



LIBRO SESTO

Piangendo la scomparsa di Palinuro, Enea approda alle spiagge di Cuma. Subito Enea si reca al tempio di Apollo che si voleva fondato da Dedalo dopo la sua fuga da Creta. Nella porta del tempio Enea contempla scolpita la rappresentazione di episodi dei miti minoici: la morte di Androgeo, Pasifae e la nascita del Minotauro, le vite umane tributate al mostro nel Labirinto.
Enea ed i suoi compagni sono introdotti nell'antro (non è chiaro se la sacerdotessa Deifobe che li accoglie all'esterno sia la Sibilla stessa o una sua assistente). Appena compiuti i sacrifici del caso i troiani assistono all'invasamento della Sibilla.
Il primo fenomeno è molto breve e serve a pronunciare una stringente esortazione ad Enea a non indugiare e ad esporre le proprie richieste. Ovviamente Enea chiede di sapere in quale modo lui e i suoi compagni potranno stabilirsi nel Lazio e promette grandi onori, nel nuovo regno, ad Apollo e a sua sorella Diana-Ecate ed alla stessa Sibilla.
Finalmente la Sibilla pronuncia la profezia preannunciata da Eleno nel terzo libro, profezia tutt'altro che incoraggiante: i Troiani giungeranno al regno di Lavinio ma qui li aspettano orribili guerre; nel Lazio Enea dovrà competere con un nuovo Achille (Turno) e non verrà mai meno l'ostilità di Giunone verso i Teucri. Nuove e dure prove dunque attendono Enea che dovrà dimostrare qualità tali da superare le avversità della Fortuna. Il primo aiuto - e con questa frase la profezia si conclude con una nota positiva - verrà inopinatamente da una città greca: si allude al Pallanteo di Evandro che fornirà in vari modi appoggio alla causa degli esuli troiani.

Si placa il furore della sacerdotessa ed Enea, ormai abituato al pericolo, non si mostra particolarmente impressionato dai foschi presagi appena ascoltati. Gli preme supplicare la Sibilla perchè lo lasci oltrepassare la soglia dell'Averno per incontrare lo spirito di Anchise. La risposta della Sibilla, questa volta, non viene pronunciata nel furore dell'invasamento: la Sibilla avverte Enea della grandezza dell'impresa e gli spiega che mentre è facile discendere negli inferi a pochissimi viene concesso il ritorno, gli fornisce quindi alcune prescrizioni rituali: dovrà ricercare nel bosco una pianta d'oro e prendere un ramo da recare in omaggio a Proserpina (il significato di quest'atto non è chiaro ai commentatori. La pianta d'oro è forse il vischio e l'offerta potrebbe alludere ad antiche liturgie italiche). Prima di compiere la discesa dovrà inoltre dare sepoltura ad un suo compagno, morto nel frattempo ad insaputa dell'eroe. Infatti, tornato presso i compagni, Enea rinviene il cadavere di Miseno, trombettiere dei troiani, caduto in mare durante il viaggio e trasportato a riva dalle onde.

Per tributare degne esequie a Miseno, Enea ordina di abbattere degli alberi del bosco e vi lavora egli stesso sperando di scorgere la pianta d'oro di cui ha parlato la Sibilla. In quel momento gli appare una coppia di colombe (uccelli sacri a Venere) ed egli le esorta ad indicargli il ramo d'oro. Gli uccelli esaudiscono il desiderio di Enea e lo guidano con rapido volo al sito della pianta prodigiosa. Mentre Enea torna con il ramo all'antro della Sibilla i compagni compiono le onoranze funebri di Miseno, al luogo del tumulo viene dato il nome di Capo Miseno.

Enea e la Sibilla compiono sacrifici propiziatorii presso le coste dell'Averno. La dea invocata, Ecate-Diana-Selene, da segno del suo gradimento dei sacrifici facendo tremare la terra: a questo segno la Sibilla entra nell'antro infernale seguita dall'impavido Enea.
Ha inizio qui (v. 264) la descrizione dell'oltretomba visto da Virgilio; all'ingresso si incontrano le simboliche personificazioni dei vari aspetti della miseria e dell'angoscia umane. "Sub luce maligna" si incontrano il Pianto e gli Affanni, i Morbi e la Vecchiaia, la Paura, la Fame, la Miseria, la Morte ed il Dolore, il Sonno (parente della Morte), i malvagi Piaceri dell'animo, la Guerra, la Discordia. Alle foglie di un immenso olmo oscuro aderiscono i Sogni fallaci. A tali inquietanti presenze si aggiungono quelle di orribili mostri: i Centauri, le Scille biformi, Briareo dalle cento braccia e la belva di Lerna, la Chimera, le Gorgoni, le Arpie e Gerione.

Enea impugna la spada per difendersi da tutte queste mostruose apparizioni ma la Sibilla lo avverte che si tratta soltanto di ombre, vane parvenze. Giungono alle rive dell'Acheronte, custodite dal nocchiero Caronte, la cui descrizione è molto simile a quella che ne darà Dante nel III canto dell'Inferno. Sulla sponda si affollano le anime dei trapassati. Come la Sibilla spiega ad Enea le anime di coloro che non hanno avuto sepoltura dovranno vagare per cento anni presso la riva prima di essere ammesse a varcare il fiume. Tra gli insepolti Enea scorge l'ombra di Palinuro, il suo timoniere recentemente annegato. Palinuro gli rivela di essersi in realtà salvato dal mare e che, dopo aver vagato lungamente sulle onde aggrappato al timone che aveva divelto cadendo, era arrivato sulla costa italica dove era stato ucciso da una popolazione selvaggia. Ora Palinuro è costretto ad attendere sulla riva del fiume e prega Enea di aiutarlo dando sepoltura al suo corpo o portandolo con se oltre l'Acheronte in forza del volere divino che gli consente di trovarsi in quei luoghi da vivo. Il testo presenta nell'episodio e nel racconto di Palinuro qualche discrepanza con quanto è narrato nel quinto libro sulla morte del timoniere, discrepanza che probabilmente Virgilio avrebbe sanato nella revisione generale dell'opera che non ebbe modo di compiere. La Sibilla interviene disilludendo Palinuro sulla possibilità di trovare aiuto in Enea ma lo consola rivelandogli che sarà onorato dai Troiani con un cenotafio e che il luogo della sua morte sarà in eterno chiamato Palinuro (quello dell'eponimia era un onore altissimo per gli antichi).
Lasciando così il rincuorato Palinuro, Enea e la Sibilla si presentano al cospetto di Caronte il quale sembra tutt'altro che lieto di vedere un vivo presentarsi alle sue sponde. La Sibilla interviene garantendo per Enea e mostrando il virgulto d'oro, questo gesto - misteriosamente - placa Caronte che si affretta a traghettare i due oltre il fiume.
Sull'altra sponda li attende il mostruoso Cerbero che viene placato dalla Sibilla con l'offerta di una focaccia affatturata.

Oltre l'Acheronte si trovano alcune categorie di anime non sottoposte ad alcuna pena. La prima è quella dei bambini morti anzitempo, la seconda quella di coloro che sono stati giustiziati per accuse ingiuste, i cui casi vengono rivisti e giudicati da Minosse. Seguono i suicidi, desolati nel rimpianto per la vita, ed i morti per amore.
Fra le vittime d'amore Enea incontra Didone. Enea pronuncia frasi all'indirizzo di Didone che sono frasi di pietà e di rimpianto, constata vera la notizia della morte di lei e le giura che solo il volere dei fati ha potuto por fine alla loro unione; ma Didone rimane in silenzio, gli occhi fissi al suolo, infine corre via senza aver pronunciato parola, verso il bosco dove l'attende Sicheo. Si tratta di un brano di assoluta maestria: il realismo delle frasi di Enea che suonano improvvisate ed imbarazzate per l'emozione dell'incontro è pari solo a quello dell'atteggiamento di Didone così umano e femminile. La pietà di Enea qui più che come simbolo o attributo appare come vera e profonda emozione; pena per la morte di lei, senso di colpa, angoscioso senso del destino sono i sentimenti che risaltano dalle parole dell'eroe con nitidezza che contrasta il contesto fantastico in cui si svolge l'azione. Istintivamente Enea tenta per qualche passo di seguire l'ombra fuggente di Didone e lo fa piangendo, consapevole che non la rivedrà mai più. "Quindi riprende il cammino assegnato" dice Virgilio dipingendo con una sola frase una volta di più la rassegnazione di Enea ai voleri del fato.
Seguono i caduti in guerra fra i quali, ovviamente, molte vittime della guerra di Troia e di altri mitici conflitti. Fra questi Tideo, uno dei Sette contro Tebe, ed Adrasto, capo della stessa spedizione. I troiani Glauco, Medonte e Tersiloco, i figli di Antenore (Polibo, Agenore, Acamante), Polibete ed Ideo. I Troiani si affollano intorno ad Enea accogliendolo lietamente, mentre le anime degli Achei si tengono in disparte, timorose. A questo punto Enea incontra Deifobo, fratello di Ettore, morto nell'ultima notte di Troia. Deifobo appare orribilmente mutilato, dal dialogo dei due si rivela un'antica amicizia: prima di partire da Troia Enea, non potendo trovare il cadavere di Deifobo, gli aveva eretto un cenotafio e tributato le rituali onoranze.
Deifobo racconta le circostanze della sua morte e delle sue mutilazioni. La notte della caduta di Troia, mentre i Troiani festeggiavano la fine della guerra, Elena aveva organizzato una danza bacchica per poter dare segnali agli Achei con le fiaccole. Deifobo (che dopo la morte di Paride aveva avuto per se Elena) dormiva nella sua casa quando i nemici presero la città, fu Elena a togliergli di nascosto le armi e a chiamare Menelao ed Ulisse perchè lo uccidessero. Per orgoglio o per pudore Deifobo sorvola sui colpi e sulle torture subite, per altro ben evidenti dai segni che ne recano le sue membra. Concluso il suo racconto Deifobo chiede ad Enea di raccontare le proprie vicende, in particolare quelle che lo hanno portato vivente a visitare l'Oltretomba, ma si intromette la Sibilla sollecitando Enea a proseguire. Deifobo si allontana indirizzando un augurio ad Enea.

Enea e la Sibilla giungono infine alle porte della città di Dite che, a differenza di quella dantesca, contiene sia i luoghi di eterna dannazione, sia quelli dove vengono premiate le anime dei giusti. Come in Dante la città appare cinta da mura ciclopiche ma qui è circondata dal Flegetonte anzichè dalla palude Stigia. A guardia del vestibolo è la furia Tisifone (in contraddizione con la precedente collocazione in questo libro delle tre furie all'entrata dell'Orco). Si odono strida e lamenti tali da sgomentare Enea. La Sibilla intraprende una descrizione dei luoghi di pena che racconta di essere stata ammessa a visitare quando Ecate la pose a guardia dei boschi averni. Qui governa Radamanto, fratello di Minosse, che giudica e punisce tutti i crimini, compresi quelli rimasti impuniti nella vita terrena. I condannati vengono flagellati da Tisifone prima di essere gettati nel Tartaro. Nel Tartaro scontano pene eterne i Titani, abbattuti dalla folgore divina, Oto ed Efialte, capi della ribellione dei giganti, Salmoneo che aveva tentato di emulare la grandezza di Giove, il gigante Tizio la cui libidine è punita da un avvoltoio che gli rode continuamente il fegato; Issione e Piritoo (il primo aveva tentato di sedurre Era, il secondo di rapire Proserpina), che sono puniti con una pena simile a quella di Tantalo. La descrizione della Sibilla continua esemplificando i vari crimini puniti nel Tartaro e la molteplicità delle pene.

Nel frattempo i due giungono alle porte dei Campi Elisi dove Enea, dopo una rituale abluzione, fissa sulla soglia il ramo d'oro recato in offerta. Nella luce dei Campi Elisi, dove i beati danzano, cantano e giocano, Orfeo esegue le sue melodie. Fra i beati Enea scorge i progenitori della propria razza: Ilo, Assaraco e Dardano. La Sibilla si rivolge all'anima di Museo, discepolo di Orfeo, considerato il padre della poesia, chiedendogli indicazioni per trovare Anchise. Museo indica il luogo dove Anchise attende Enea esaminando le anime dei suoi futuri discendenti.
Il luogo in cui Enea e la Sibilla incontrano Museo è la sede delle anime destinate alla beatitudine eterna, mentre il luogo ove trovano finalmente Anchise ospita quelle anime che dopo un periodo di purificazione sono destinate a tornare sulla terra. Anchise appartiene ai beati ma si trova nel secondo luogo per contemplare e conoscere i suoi discendenti, alcuni dei quali avranno grande importanza nella storia di Roma.
Anchise accoglie Enea con commozione, parlando dell'impazienza con cui ha atteso la sua visita e della sua apprensione nel seguire le vicende Cartaginesi del figlio. Enea, commosso a sua volta, tenta tre volte di abbracciarlo vanamente. Quindi Enea scorge in lontanaza una folla di anime presso le rive del Lete e chiede spiegazioni ad Anchise. Il discorso di risposta è complesso ed ha provocato molte discussioni fra gli studiosi. Si tratta in sostanza del concetto pitagorico-platonico della reincarnazione. Anime che hanno già vissuto sulla terra ed hanno già scontato negli Inferi le pene per i loro peccati sono destinate a tornare nel mondo per un'ulteriore purificazione o evoluzione. Evidentemente si tratta di una condizione diversa da quella dei condannati alle pene eterne ma anche da quella di chi - come Anchise - ha ormai raggiunto la definitiva beatitudine. Qualcosa di simile dunque al concetto di Purgatorio in cui però una parte della pena si sconti sulla terra. Oltre ad esporre questa teoria il brano ha la funzione di introdurre quello che sarà l'apice del sesto libro, ovvero la rassegna dei futuri discendenti di Enea che Anchise indicherà fra quelle anime in attesa. Ad Enea che immagina l'insostenibile sofferenza di chi - dopo aver soggiornato nei Campi Elisi - debba tornare alle passioni mondane, Anchise spiega come il bagno nelle acque del Lete abbia il potere di cancellare la memoria e fa rinascere il desiderio di vivere in un corpo. Finalmente Anchise accompagna Enea e la Sibilla presso quella schiera ed ha inizio la rassegna.
Il primo personaggio indicato è Silvio, che nascerà da Enea e da Lavinia, sarà re e padre di re. Qui l'opera risente di alcune di quelle contraddizioni che Virgilio avrebbe forse eliminato in una ulteriore revisione del testo, infatti non è chiaro perchè si taccia di Ascanio nel definire la discendenza di Enea. Molti altri autori indicano Ascanio come fondatore di Albalonga e Silvio come suo successore, in alcuni casi come suo figlio. Una versione del mito narrava che Ascanio, dopo la morte di Enea, perseguitò Lavinia che nascostasi nei boschi mise al mondo Silvio, figlio postumo di Enea.
Nella rassegna seguono altri re di Albalonga (Proca, Capi, Numitore, Silvio Enea) che compaiono anche in Tito Livio sia pure in ordine diverso. La lista dei re di Alba fu concepita in epoca relativamente tarda per giustificare il periodo di tempo che divide la vicenda di Enea da quella di Romolo e Remo. A sostegno del suo discorso sulla futura grandezza dei discendenti dei Troiani Anchise cita alcune città della confederazione albana che si dicevano fondate dai re di Alba (Gabi, Nomentum, Fidene, Pomezia, Castro d'Inuo, Bola, Cora).
Romolo regnerà brevemente su Alba con il nonno Numitore prima di fondare Roma, già appare ornato degli attributi divini e con i suoi auspici Roma dominerà il mondo.
La rassegna continua con Augusto additato come rifondatore dell'età dell'oro del Lazio e come colui che estenderà l'impero romano fino ai confini del mondo; con Numa Pompilio il cui regno sarà basato sulle istituzioni religiose e sulla pace, con Tullo Ostilio che riaccenderà la grandezza militare, con l'orgoglioso Anco Marzio e con la dinastia dei Tarquini.
Viene quindi indicato Bruto che sarà il primo console e che non esiterà a condannare al supplizio i propri figli colpevoli di tradimento. I Deci ed i Drusi, Torquato e Camillo. Cesare e Pompeo che come tutte le anime in quel luogo si mostrano ora concordi e che daranno luogo ad una terribile ed esecrata guerra civile. Ancora viene additato Lucio Mummio, vincitore della Lega Achea (146 a.C.) e Lucio Emilio Paolo, vincitore a Pidna contro Perseo nel 168 a.C., la stirpe dei Gracchi e quella degli Scipioni, Catone il Censore ed il leggendario Aulo Cornelio Cosso, vincitore sul re di Veio Tolumnio nel 428 a.C., infine Atilio Regolo e Fabio Massimo.
Il discorso di Anchise termina con una considerazione fondata sul concetto della Pax Romana: missione di Roma sarà di legiferare e governare la pace, "risparmiare i sottomessi e debellare i superbi".
Come a sostenere questa tesi Anchise addita ancora un futuro campione dei Romani, si tratta di Claudio Marcello, vincitore dei Galli Insubri a Clastidium (222 a.C.), eroe della seconda guerra punica e conquistatore di Siracusa (212 a.C.), caduto nel 208 combattendo contro Annibale. Fra la folla di anime, presso quella dell'appena menzionato Claudio Marcello, Enea nota un giovane bello e regale sul cui capo "aleggia una trista ombra". Si tratta, come spiega Anchise, del giovane Marcello che morirà appena diciannovenne e che, se potesse sfuggire questo destino, diventerebbe grande ed insigne come il suo proavo.
Infine Anchise informa Enea (ma non si dice in quali termini) sulle sue prossime vicende belliche, sui popoli del Lazio e sulla città di Latino.
Enea esce dall'Oltretomba attraverso una delle porte del Sonno, quella d'avorio dalla quale passano di solito i sogni mendaci, l'altra - di corno - è usata dai sogni e dalle visioni veritiere. L'interpretazione del passo è oscura: il particolare delle due porte dei sogni ha origine nell'Odissea ma non è chiaro il motivo per cui Anchise faccia uscire Enea dalla porta dei sogni ingannevoli. Forse perchè corrisponde a quella da cui è entrato? Virgilio vuole sottintendere che tutto il viaggio è stato un sogno? La porta dei presagi veriteri è preclusa ad Enea perchè vivente? Comunque sia Enea, tornato dai compagni, si affretta a riprendere il mare ed il sesto libro si conclude con il suo arrivo a Gaeta.



LIBRO SETTIMO


La nutrice di Enea, Caieta, muore e viene sepolta nel luogo dove i Troiani sono appena approdati, luogo al quale in suo onore danno il nome di Gaeta. Ripartite, le navi di Enea costeggiano il promontorio del Circeo. Qui si trova, fra boschi inviolati, la dimora della maga Circe con il suo serraglio di uomini magicamente tramutati in maiali, orsi e belve feroci. Con l'aiuto di Nettuno la flotta naviga velocemente allontanandosi dai pericoli del luogo. Improvvisamente i venti si calmano ed il mare diviene immoto, in quel momento Enea scorge in lontananza un ampio bosco e, al centro, la foce del Tevere.
Accompagnate dal canto di uccelli variegati e sospinte dai remi, le navi cominciano a risalire le placide correnti del fiume. Con un'invocazione alla musa Erato, Virgilio comincia a narrare le vicende e le condizioni del Lazio al momento dell'arrivo di Enea in quello che è stato definito il secondo proemio del Poema. Si è infatti conclusa con il sesto libro la prima parte dell'Eneide. Se i primi sei libri sono confrontabili con l'Odissea per i temi del viaggio, delle avventure amorose dell'eroe e della discesa agli Inferi, la seconda parte viene rapportata all'Iliade per gli episodi guerreschi che vi si narrano.
Regnava a quei tempi sul Lazio il vecchio re Latino, figlio di Fauno e della ninfa Marica, padre di Fauno fu Pico, a sua volta figlio di Saturno. Latino, per volere degli dei, aveva perso ancora giovanissimi tutti i figli maschi e gli restava una sola figlia in età di matrimonio: Lavinia. Come è naturale Lavinia aveva molti pretendenti, primo fra questi il potente Turno.
Fatti prodigiosi avvenuti alla reggia di Latino erano stati interpretati come presagi di guerra. Uno sciame di api si posò su un ramo del sacro lauro del cortile della reggia, albero dal quale i Laurenti prendevano il nome. Gli indovini videro nello sciame il presagio dell'arrivo di una schiera straniera che avrebbe dominato la rocca.
Durante un rito sacrificale le chiome di Lavinia si incendiano improvvisamente e presto l'incendio interessa l'intero palazzo (ma senza recare danni, si direbbe) ed anche questo fatto miracoloso viene interpretato come presagio di grandi eventi riguardanti la giovane e di una guerra imminente.
Latino aveva dunque deciso di consultare l'oracolo di Fauno presso la fonte Abulnea (da alcuni identificata con Tivoli, da altri con la località di Zolforate nella zona Laurentina). Il responso di Fauno era stato estremamente chiaro, Lavinia avrebbe dovuto sposare un genero straniero ed alla loro stirpe sarebbe toccata in sorte grandissima gloria.
Al momento dell'arrivo di Enea in tutte le città ausonie di parlava di questa profezia.
Enea ed i suoi, sbarcati, preparano un frugale pasto sotto gli alberi della nuova terra. Per ispirazione divina i Troiani dispongono i cibi su delle sottili focacce che, alla fine, vengono mangiate con appetito. La cosa diverte Ascanio che lo fa notare scherzosamente. Immediatamente Enea intuisce che si è verificata la profezia dell'arpia Celeno e che, quindi, quella dove si trovano è la terra italica alla quale i fati li hanno destinati. E' da notare che nel discorso che segue Enea dichiara di ricordare una tale profezia come pronunciata da Anchise, invece che da Celeno, ancora una volta il particolare denuncia l'intenzione di Virgilio di rivedere il poema ed apportarvi modifiche. Alle preghiere ed ai voti di Enea si degna di rispondere Giove facendo sentire tre volte il tuono e mostrando una nuvola prodigiosa "ardente di raggi luminosi e d'oro".
Con grande entusiasmo i Troiani esplorano il luogo e rinnovano i sacrifici. Enea organizza un'ambasceria dei cento troiani più abili nell'arte oratoria perché si presenti agli abitanti del luogo portando segni e parole di pace. Gli ambasciatori vengono ricevuti nel palazzo del re, circondato da selve sacre. Virgilio descrive la solenne reggia di Latino, adorna di statue dei re e degli dei del Lazio arcaico.
Latino accoglie benevolmente i Troiani offrendo loro ospitalità e ricordando le origini italiche di Dardano, fondatore di Troia.
Gli risponde Ilioneo che rivela che i Troiani sono giunti nel Lazio comandati da precise indicazioni degli oracoli, che sono guidati da Enea e che chiedono un piccolo territorio dove vivere offrendo in cambio amicizia ed alleanza. Quindi Ilioneo porge alcuni doni inviati da Enea, oggetti appartenuti ad Anchise ed a Priamo.
Latino associa subito la venuta di Enea con la profezia che parlava di un genero straniero e dopo aver assicurato Ilioneo a proposito della terra richiesta lo incarica di invitare Enea alla reggia e gli rivela la profezia.
Gli ambasciatori ricevono in dono splendidi cavalli ed un magnifico carro da portare ad Enea.
La comprensibile letizia dei Troiani viene notata dalla sempre ostile Giunone che non intende desistere dalla sua persecuzione. La dea sa di non poter mutare i disegni del fato ma sa anche di poterli ritardare provocando difficoltà e guerre. Per attuare i suoi propositi, Giunone convoca l'orribile furia Aletto perché sparga la discordia fra i Troiani e le genti italiche.
La furia agisce sulle passioni umane esacerbandole. La prima ad essere visitata da Aletto è Amata, moglie di Latino. Aletto le getta in grembo uno dei serpenti che formano la sua chioma: l'animale non la morde ma la intossica con il suo alito viperino e le rimane indosso assumendo ora la forma di un monile, ora di un nastro.
Amata, ispirata dal serpente, comincia a compiangere la sorte di Lavinia presso Latino ed a calunniare Enea. Per convincere Latino a dare la figlia in sposa a Turno, cavilla sull'origine straniera del Rutulo, qui definito discendente di Acrisio, di stirpe argiva.
Di fronte alla persistenza di Latino nel suo proposito, Aletto rinvigorisce la propria infernale influenza su Amata la quale, ormai in preda al furore, fugge nei boschi portando con se Lavinia ed inizia uno scatenato rito bacchico al quale presto si uniscono molte altre donne.
Mentre si svolge l'orgia, Aletto si reca ad Ardea per comparire in sogno a Turno (assumendo l'aspetto di un'anziana sacerdotessa) ed incitarlo a cacciare i Troiani dal Lazio. Nel sogno Turno schernisce la vecchia e le ordina di non intromettersi in questioni di guerra: infuriata l'Erinni assume il suo vero ed orribile aspetto e scaglia sul giovane una torcia, "e confisse nel suo cuore fiaccole fumanti di nera luce". Turno si desta sconvolto e corre alle armi.
Mentre Turno convoca i Rutuli e dichiara guerra ai Troiani ed ai Latini, Aletto - non ancora soddisfatta - escogita un ulteriore espediente per seminare la discordia. Fa in modo che Ascanio, che stava cacciando, colpisca il cervo addomesticato dell'allevatore Tirro (si ritiene che costui fosse un colono rutulo in territorio latino). Silvia, figlia di Tirro, vedendo uccidere l'animale a lei caro, chiama aiuto. Tirro raduna uomini, Aletto suonando il suo corno che si ode in tutto il Lazio richiama alla rissa schiere di contadini, mentre i Troiani escono dall'accampamento in soccorso di Ascanio. Ne nasce una vera e propria battaglia nella quale cadono fra gli altri Almone, primogenito di Tirro, ed il vecchio Galeso, saggio agricoltore latino che tentava di riportare la pace.
Aletto vola da Giunone e, vantandosi dei risultati ottenuti, propone di allargare la guerra che ha scatenato alle città confinanti; ma Giunone (che forse ritiene di aver ecceduto, le ordina di allontanarsi dalla sede degli dei dove la presenza della furia non sarebbe gradita a Giove. Se saranno necessari altri interventi, dichiara Giunone, li compirà personalmente.
Aletto torna negli inferi attraverso un antro appenninico, liberando il cielo e la terra della sua nefasta presenza.
Il popolo circonda la reggia di Latino mostrando i corpi dei caduti e chiedendo al re di combattere i Troiani, Turno furente lo incita con i suoi argomenti, ma Latino si chiude nel palazzo rifiutando di aprire le porte del tempio di Giano, gesto che avrebbe rappresentato l'inizio della guerra (da notare che l'istituzione di questa usanza è generalmente attribuita a Numa Pompilio).
Interviene personalmente Giunone che apre, anzi scardina, le porte del tempio.
Un lungo catalogo contiene molti nomi di località e popolazioni, in pratica la guerra scatenata da Giunone ed Aletto vedrà Enea impegnato contro tutto il Lazio e parte della Sabina, dell'Umbria e della Campania.
Per ultimi, nel catalogo, sono citati i Volsci, guidati dalla vergine Camilla, figlia del re Metabo.

Il catalogo degli alleati di Turno
Aventino figlio di Ercole
Ceculo fondatore di Preneste
Orte
Diversamente dai cataloghi inclusi nell'Iliade e in altri poemi epici, quello proposto da Virgilio non presenta le coppie "popolazione - comandante", ma è un elenco eterogeneo che comprende nomi di popoli, di comandanti, di località e vari riferimenti geografici. Il risultato è certamente più godibile di una mera elencazione.
LIBRO OTTAVO


Turno, portando le insegne fuori dalla rocca di Laurento, apre le ostilità ed i vari personaggi citati nel catalogo del settimo libro passano ai fatti. Si raccolgono milizie nella campagna e viene inviato un certo Venulo a chiedere aiuto, in Argo, a Diomede (che rifiuterà).
Frattanto Enea è assorto in gravi pensieri. Una notte, dopo aver vagato lungo il Tevere meditabondo, si addormenta presso la riva e nel sogno gli appare Tiberino, dio del fiume, che lo rassicura sulla sorte dei Troiani e pronuncia una profezia: la nuova città dovrà essere fondata nel luogo in cui Enea troverà una scrofa bianca appena sgravata di trenta porcellini. Trent'anni dopo Ascanio fonderà un'altra città di nome Alba. Infine il dio fluviale comanda ad Enea di recarsi alla città di Pallanteo, sulla quale regna l'esule arcade Evandro, che lo aiuterà nella guerra. Destatosi Enea rende il dovuto omaggio al dio fluviale e subito fa preparare due biremi per recarsi a Pallanteo risalendo il Tevere. Subito si manifesta la prodigiosa apparizione della scrofa bianca come predetto da Tiberino.
Dopo una navigazione agevolata del Tevere che scorre placidamente, le due navi di Enea avvistano una rocca ed un piccolo abitato. Trovano Evandro intento a svolgere sacrifici in compagnia del figlio Pallante e di tutti i notabili della modesta città.
Pallante va incontro alle navi e dalla riva chiede ai visitatori di presentarsi. Enea mostra un ramo di ulivo (simbolo di pace) e chiede di vedere Evandro.
Nella cultura classica l'Arcadia rappresentava un ideale modello di vita bucolico particolarmente caro a Virgilio, infatti Enea, pur essendo Evandro un greco non lo considera un nemico, anzi nel suo primo discorso ad Evandro cita una parentela mitologica fra Troiani ed Arcadia, risalenti ad Elettra madre di Dardano e Maia, sorella di Elettra e madre di Mercurio, dal quale discendevano gli Arcadia.
Enea propone subito un'alleanza ad Evandro per fronteggiare quanti vogliono cacciare i Troiani dal Lazio. Se questi riuscissero nel loro intento, avverte Enea, penserebbero certamente di poter dominare l'intera Italia e recherebbero danno anche alle colonie degli Arcadi.
L'accoglienza di Evandro è fraterna, egli ricorda di aver conosciuto ed ammirato da giovane Priamo ed Anchise in visita all'Arcadia e di aver ricevuto doni dal secondo. Evandro assicura Enea che gli fornirà rinforzi, nel frattempo invita i Troiani a partecipare ai riti annuali ed alle mense.
Durante il banchetto rituale che segue Evandro, per spiegare ad Enea il senso e l'origine di quelle cerimonie racconta la vicenda di Ercole e Caco, svoltasi in quei luoghi. Caco era una mostruosa creatura che abitava un'oscura spelonca alla cui porta pendevano sempre teste umane, resti delle stragi bestiali che soleva compiere. Figlio di Vulcano, egli continuò a spargere il terrore finchè non giunse nel regno di Evandro Ercole, reduce dall'uccisione di Gerione, portando con se un armento di splendidi bovini. Presto Caco riuscì a rubare quattro tori e quattro giovenche che nascose nella spelonca trascinandoli per la coda al fine di non lasciare orme visibili. Frattanto Ercole, che si preparava a ripartire, faceva uscire le bestie dalle stalle: al muggito delle mucche rispondevano gli animali nascosti facendosi udire da Ercole, il quale infuriato correva a cercare i capi mancanti impugnando la clava. A quella vista Caco fuggì spaventato nella spelonca e spezzò le catene che reggevano un enorme masso facendolo cadere a bloccare la porta dell'antro. Ercole tentò tre volte di rimuovere il masso, infine lo distrusse facendone precipitare un altro dalla rupe che sovrastava la spelonca. Caco tentò di difendersi scagliando tronchi e macigni contro Ercole, quindi vomitò dalle fauci un'immensa fumata che avvolse l'antro nella caligine. Contro Ercole però il fumo e le fiamme emesse da Caco non servirono, l'eroe riuscì ad afferrare e strangolare la mostruosa creatura. La popolazione accorse felice a contemplare il cadavere di Caco e da allora si celebrò il culto, intorno all'Ara Massima posta dallo stesso Ercole, culto che fu istituito da Potizio e di cui furono custodi i Pinarii.
Da allora è tradizione che i Salii danzino cantando le gesta di Ercole (questo particolare è anacronistico, inoltre i Salii erano sacerdoti di Marte, non di Ercole: si è quindi ritenuto che i Salii a cui si riferisce Virgilio non siano quelli romani ma altri sacerdoti, forse di Tivoli, di cui non si ha memoria certa).
Compiuti i riti Evandro ed il figlio si avviano alla rocca discorrendo con Enea. Evandro racconta ad Enea le origini del Lazio. Vi abitavano fauni e ninfe, esseri selvatici che vivevano della caccia e dei frutti degli alberi, finché non giunse Saturno a dare loro leggi civili, inaugurando un'età dell'oro di carattere bucolico. A questa età seguì un periodo di decadenza nel corso del quale varie popolazioni si avvicendarono nel dominio del Lazio.
Quanto a se stesso, Evandro racconta di essere giunto esule come Enea, guidato dagli oracoli di Apollo e dalla chiaroveggenza di sua madre, la ninfa Carmenta. Quindi Evandro mostra ad Enea luoghi che faranno poi parte della Roma arcaica e della tradizione romulea: la Porta Carmentale, il bosco sacro che Romolo dedicherà a quanti vorranno trasferirsi nella nuova città, il Lupercale, la rupe Tarpea, il Campidoglio, il Gianicolo con le antiche rocche costruite da Saturno e Giano.
Infine Evandro accoglie Enea nella sua modesta dimora. Sono importanti i particolari di questo passo, la povertà della casa del re, il bestiame che pascola nei luoghi dove sorgono ricchi quartieri romani: tutti dettagli che sostengono il concetto virgiliano dell'origine agreste della civiltà romana.
Lasciando Enea nella casa di Evandro, Virgilio passa a Venere che, angosciata per i pericoli che il figlio sta correndo, si reca da Vulcano a chiedere armi di fattura divina per Enea. Per ottenere l'aiuto dello sposo la dea usa le sue armi di divina seduttrice. Nell'officina delle Isole Eolie Vulcano si mette dunque al lavoro, aiutato dai Ciclopi, per forgiare le nuove armi di Enea.
Intanto Evandro si desta alle prime luci dell'alba e si reca, con il figlio Pallante, ad incontrare Enea, a sua volta accompagnato da Alete.
Evandro conferma il suo aiuto ad Enea e descrive la situazione presente del suo paese, quasi un seguito del racconto del passato del Lazio pronunciato la sera precedente. Gli Arcadi sono minacciati dagli Etruschi da un lato e dai Rutuli dall'altro. Non lontana sorge la città di Agilla (poi Cere, Cerveteri), già dominio del crudele Mezenzio, tristemente noto per stragi e torture fra cui quella di legare prigionieri vivi a cadaveri e lasciarli morire in tale situazione.
Il tiranno, cacciato dai propri concittadini, aveva trovato rifugio presso i Rutuli. Il rifiuto di Turno di consegnare Mezenzio alla sua gente avrebbe già provocato la guerra se la profezia di un veggente non avesse imposto agli Etruschi di trovare un capo straniero. Gli abitanti di Agilla hanno offerto il comando ad Evandro ma questi, impedito dalla vecchiaia, intende cederlo ad Enea. Enea dunque sarà aiutato nella guerra da un forte esercito etrusco, oltre che da quattrocento cavalieri arcadi, ed avrà come compagno Pallante.
Appena finito il discorso di Evandro si verifica un prodigio: un fulmine a ciel sereno è seguito da un immenso fragore e compaiono dal cielo le armi che Venere ha fatto preparare da Vulcano.
Incoraggiato dal prodigio, Enea decide di recarsi subito al campo etrusco per assumere il comando delle truppe di Agilla; Evandro saluta il figlio (che parte con Enea) piangendo e rammaricandosi di non poter partecipare personalmente alla guerra.
Quando Enea sta per raggiungere il bosco sacro dove si radunano gli Etruschi, gli appare Venere e gli consegna le magnifiche armi.
Sullo scudo Vulcano ha rappresentato gli episodi futuri della storia di Roma: i gemelli allattati dalla lupa, il ratto delle Sabine e la guerra conseguente; il supplizio di Mettio Fufezio, capo degli Albani che non aveva rispettato i patti di alleanza con Tullo Ostilio, l'assedio di Roma ad opera di Porsenna dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo e l'eroismo di Orazio Coclite e di Clelia; ancora Manlio Torquato che difende il Campidoglio dall'assalto dei Galli, i riti dei Salii e dei Luperci, il prodigio degli scudi ancili caduti dal cielo; la congiura di Catilina; le leggi di Catone; poi la battaglia di Azio e le immagini di Augusto, Agrippa, Antonio e Cleopatra.



LIBRO NONO


Giunone invia Iride ad avvertire Turno dell'opportunità di attaccare il campo troiano immediatamente, approfittando dell'assenza di Enea. Turno accetta subito il consiglio e muove con tutta la sua armata contro i Troiani. Questi, rispettosi degli ordini lasciati da Enea, si chiudono nel campo e lo difendono dall'interno, resistendo ai veementi attacchi dei Rutuli. Allora Turno ordina di dar fuoco alle navi troiane che si trovano all'ancora alla foce del Tevere, ma le navi sono protette dal volere divino. Enea le aveva fatte costruire con gli alberi di un bosco sacro a Cibele, la madre degli dei, e questa aveva chiesto a Giove di renderle indistruttibili. Giove non aveva potuto accogliere la richiesta perché neanche agli dei il Fato consente di rendere immortali oggetti costruiti dagli uomini, aveva però giurato di trasformare, una volta arrivate alle sponde del Lazio, le navi superstiti in ninfe marine. Infatti, come animate di vita propria, le navi strappano gli ormeggi e si inabissano, poco dopo riaffiorano altrettante figure femminili che si allontanano sul mare davanti agli occhi attoniti dei Rutuli.
Turno non si perde di coraggio, anzi sprona i suoi a combattere sostenendo che anche Giove ha voluto privare i Troiani delle navi (quindi della possibilità di fuga) e che si dovrà espugnare il campo e cacciare i Teucri per vendicare l'affronto da lui subito nel vedersi sottrarre la promessa sposa.
I Rutuli cingono quindi d'assedio il campo troiano e si dispongono a bivaccare per la notte. Frattanto Mnesteo e Sergesto, come disposto da Enea, hanno assunto il comando, Niso ed Eurialo sono di guardia alla porta del campo. Desideroso di gloria Niso confida ad Eurialo la sua intenzione di tentare una sortita nel campo dei Rutuli che sembrano essersi lasciati andare alle libagioni ed al sonno, ma Eurialo rifiuta di lasciarlo andare solo ed insiste per seguirlo. I due giovani si recano dai capi troiani e chiedono il permesso di tentare la sortita per raggiungere Enea ed avvertirlo dell'attacco di Turno.
Il vecchio Alete elargisce grandi lodi e promette premi ai ragazzi, ancora di più ne promette Ascanio al quale Eurialo chiede di proteggere sua madre. Fra commoventi saluti ed auguri da parte dei compagni, Eurialo e Niso lasciano il campo. Mentre attraversano il bivacco degli assedianti Niso decide di fare strage dei nemici addormentati. I due uccidono molti uomini e prendono alcuni cimeli fra cui un elmo, indossato da Niso, infine fuggono silenziosi nella notte. Li scorge, a causa dei bagliori dell'elmo, un manipolo di trecento uomini latore di messaggi di Latino al campo dei Rutuli. I due giovani cercano riparo nel fitto del bosco mentre i nemici, più esperti dei luoghi, li circondano. Eurialo, confuso dall'oscurità, cade presto in un'imboscata e si batte come può, circondato da molti nemici. Niso, accorgendosi dell'assenza dell'amico, torna indietro a cercarlo e tenta di aiutarlo da lontano scagliando lance, ma quando vede il capo del manipolo Volcente alzare la spada per colpire Eurialo esce allo scoperto. Il suo sacrificio non serve a salvare Eurialo che viene trafitto con un colpo di spada e muore "come un fiore purpureo reciso dall'aratro".
Prima di morire sotto l'assalto dei nemici, Niso decide di uccidere Volcente. Al campo di Turno si piangono i molti guerrieri uccisi da Eurialo e Niso fra i quali l'indovino Ramnete.
Turno, all'alba, ordina di riprendere la battaglia ed ostenta come insegne le teste dei due giovani conficcate sulle lance.
La madre di Eurialo, avvertita della morte del figlio, corre alle mura ed incurante delle frecce dei Rutuli pronuncia un accorato lamento invocando la morte. Mentre Ascanio ed altri tentano di calmare la donna, i Volsci sferrano un pesante attacco; i Troiani si difendono rotolando macigni contro di loro, Mezenzio cerca di appiccare incendi, Messapo di scalare le mura degli assediati, ma il più terribile dei guerrieri è Turno che alla testa dei suoi attacca la torre del campo troiano e la incendia facendola crollare. Fra quanti erano nella torre si salvano solo due giovani: Elenore e Lico. Il primo viene circondato dai Rutuli ed ucciso, il secondo fugge verso il muro di cinta e cerca di rientrare nel campo ma viene afferrato da Turno.
La battaglia continua furibonda, Virgilio elenca molti caduti dei due fronti. Ascanio combatte per la prima volta nella sua vita, ma è un tiratore abile, allenato alla caccia, ed abbatte Numano, detto anche Remulo, cognato di Turno, che urlava insulti e derideva i Troiani. Apollo, assunte le sembianze del vecchio Bute, appare vicino ad Ascanio e lo esorta a non esporsi, a desistere dalla guerra, poi per ottenere ubbidienza si manifesta prima di allontanarsi. Incoraggiati dall'apparizione del dio i compagni di Ascanio combattono con rinnovato vigore ed escono allo scoperto.
Due giovani troiani, Pandaro e Bizia, osano aprire la porta del campo. Subito ne approfitta Turno che uccide molti Troiani fra i quali Bizia. A questa vista Pandaro chiude velocemente le porte non accorgedosi però che Turno ha fatto in tempo ad entrare. Il primo scontro di Turno è con Pandaro al quale spacca letteralmente la testa. Se avesse pensato - dice Virgilio - ad aprire le porte ai compagni per i Troiani non ci sarebbe stato scampo, ma Turno è eccitato dalla paura che sa di suscitare nei suoi nemici e, combattendo da solo, uccide molti Troiani. Il primo a reagire alla furia di Turno è Mnesteo che incita i compagni a non fuggire e a non lasciarsi sconfiggere da un solo uomo. A questo punto le cose si mettono male per Turno che, circondato dai Troiani è privo anche del consueto aiuto di Giunone al quale Giove ha proibito di intervenire. Infine Turno si salva tuffandosi nel Tevere con tutte le armi e riuscendo a raggiungere illeso il proprio campo.



LIBRO DECIMO


Sull' Olimpo, Giove convoca un consiglio degli dei per discutere delle vicende laziali di Enea e con un breve discorso esorta Giunone e Venere a far cessare la guerra e rimanere neutrali.
La prima a rispondere è Venere che, dopo aver sottolineato le responsabilità di Giunone in merito alla guerra presente ed a tutte le precedenti traversie di Enea, prega che le sia almeno concesso, se il volere dei fati è cambiato ed è ora avverso ai Troiani, di salvare la vita di Ascanio.
Giunone ribatte furiosamente accusando Venere di essere stata lei, ispirando Paride perché rapisse Elena, la causa della guerra di Troia e di tutte le conseguenti sventure.
Giove conclude la discussione con un discorso che in breve significa che egli, esasperato dalla contesa fra le due dee, intende lasciare che gli eventi seguano il loro corso senza intervenire In effetti questo discorso equivale a confermare la vittoria dei Troiani poiché Giove conosce il Fato ed ha già più volte previsto la futura dominazione del Lazio da parte di Enea e della sua stirpe.
Riprende la descrizione della battaglia che vede i Troiani stretti nell'assedio dei Rutuli. In assenza di Enea i più forti guerrieri troiani (Asio, Glauco e Lade Imbrasidi, Timete, Timbri, Acmone ed altri) sono in prima fila e difendono come possono il campo dall'assalto violentissimo del nemico. Fra loro combatte il giovanissimo Ascanio (in contraddizione con l'episodio del libro precedente in cui si racconta che Ascanio si asteneva dal combattere per ordine di Apollo).
Frattanto Enea, giunto presso gli Etruschi, ha stretto un'alleanza con il loro re Tarconte come suggerito da Evandro e, seguito dai nuovi alleati, ha intrapreso il viaggio di ritorno per mare. A questo punto Virgilio, dopo un'invocazione alle Muse, inizia una celebre descrizione delle schiere etrusche al seguito di Enea, nel corso della quale compaiono i nomi di molti eroi spesso non citati in alcun altro luogo dell'opera: Massico con i guerrieri di Chiusi e di Cosa, Abante con seicento combattenti di Populonia, l'aruspice Asila al comando dei Pisani, Asture di Cere e molti altri.
Mentre la nave di Enea naviga alla testa della flotta, si avvicinano le ninfe marine che sono state le sue navi ed una di esse, Cimodocea, si rivolge all'eroe e gli rivela che Turno ha aggredito il campo troiano. Gli narra inoltre della metamorfosi che ha mutato lei e le sue compagne in ninfe del mare per volere di Cibele e di Giove e lo incita a combattere contro i Rutuli. Allontanandosi la ninfa imprime una potente spinta alla nave di Enea che viaggia velocissima verso i luoghi della battaglia.
Ancora prima di approdare Enea scorge i combattimenti in corso ed esorta compagni ed alleati a battere i Rutuli. Enea inizia a combattere uccidendo Terone, ferendo Lica, due guerrieri rutuli non nominati altrove, quindi continua a far strage dei nemici. La battaglia è durissima, gli Arcadia di Evandro esitano davanti al gran numero dei Latini ma li incoraggia con le parole e con l'esempio il giovane Pallante. L'impeto di Pallante è uguagliato sul fronte opposto da quello del giovane Lauso, figlio di Mezenzio. Infine interviene Turno che ordina di lasciargli lo scontro con Pallante. In un momento di grande drammaticità Pallante e Turno si fronteggiano, il giovane arcade invoca, prima di iniziare il duello, l'aiuto di Ercole. Qui Virgilio, con una tecnica utilizzata anche il altri luoghi dell'opera, introduce una scena esterna alla battaglia: un dialogo fra Ercole che si duole di non poter aiutare il giovane che lo invoca e Giove che lo consola parlando della gloria che Pallante riceverà dalla sua morte, ormai decisa dal Fato.
La lancia di Pallante ferisce solo superficialmente Turno, ma quella del Rutulo perfora con grande veemenza la corazza ed il petto del giovane che "crollò sulla ferita ... e morendo percosse la terra ostile con il volto insanguinato". Superbamente Turno si impossessa delle armi dell'ucciso ma concede agli Arcadia di portarne via il corpo per le onoranze funebri.
Con una riflessione Virgilio anticipa al lettore che Turno avrà motivo di dolersi dell'uccisione di Pallante.
Enea, che stava evidentemente combattendo il altro luogo, viene informato della morte di Pallante e reagisce con furore contro i nemici, nei versi che seguono Virgilio descrive in rapidissimi episodi la fine di molti nemici per mano dell'eroe.
Di nuovo la scena si sposta sull' Olimpo dove Giove e Giunone seguono lo svolgersi della battaglia, il dio fa notare alla sua sposa come il Fato si stia facendo strada e come le sorti dello scontro stiano ormai divenendo favorevoli ai Troiani. Giunone lo supplica di salvare Turno, ma Giove consente soltanto di sottrarlo temporaneamente alla morte imminente.
Giunone interviene in modo molto singolare, facendo apparire agli occhi di Turno una falsa immagine di Enea in fuga perché lo insegua. Ciò facendo il rutulo sale su una nave etrusca ormeggiata sulla spiaggia e Giunone spezza gli ormeggi perché l'imbarcazione prenda il largo portando Turno lontano dal luogo del pericolo. Turno, vedendo sparire l'ombra di Enea, capisce di essere vittima di un prodigio e si dispera all'idea che i compagni lo credano fuggito.
Intanto entra in battaglia Mezenzio che viene descritto possente come una roccia mentre affronta ed uccide da solo molti nemici. Infine Mezenzio si scontra con Enea che lo ferisce con una lancia, ma quando Enea sta per vibrare il colpo di grazia interviene Lauso che, ostacolondolo, permette ai compagni di portare in salvo il padre. E' un altro dei molti luoghi di sublime ispirazione del libro: Enea appare titanico mentre fronteggia, riparandosi con lo scudo, l'attacco dei seguaci di Mezenzio e quello di Lauso che esorta a non sfidare la morte, perché comprende che il giovane lo affronta per difendere il padre.
Ma il destino di Lauso è segnato, "le Parche raccolgono gli ultimi fili di Lauso" ed Enea, in uno scatto d'ira, lo uccide con un colpo di spada. Ma appena vede gli occhi del morente il suo cuore è stretto dalla pietà e dal sentimento dell'amore paterno. In segno di rispetto Enea evita di privare Lauso delle armi (il passo è significativo perché poco prima Mezenzio aveva promesso al figlio, con arroganza, quelle di Enea) ed incita i compagni di Lauso a rendergli onore mentre solleva egli stesso il cadavere deturpato dal sangue.
Poco dopo Mezenzio viene a sapere della morte del figlio e, folle per il dolore e per la vergogna di aver lasciato che Lauso perisse al suo posto, si fa portare il cavallo e nonostante le ferite rientra in battaglia e chiama a gran voce Enea in duello. Lo scontro vede Mezenzio a cavallo che galoppa intorno ad Enea, che è a piedi, scagliando le sue lance. Infine Enea abbatte il cavallo e si precipita sul nemico caduto. Prima di morire Mezenzio prega il vincitore di concedergli sepoltura accanto al figlio perché teme che i suoi molti nemici possano far scempio del suo cadavere.



LIBRO UNDICESIMO


E' mattino, Rutuli e Latini si sono ritirati ed ora non si combatte più. Enea offre le spoglie opime di Mezenzio a Marte ed incoraggia i compagni. Si seppelliscono i caduti e si invia ad Evandro la salma di Pallante, davanti alla quale Enea pronuncia un commosso lamento. A Pallante vengono dedicate le spoglie opime di alcuni nemici uccisi. Enea ricopre il cadavere con un manto tessuto da Didone e vengono sacrificati tre prigionieri (usanza dei tempi eroici che riecheggia le onoranze di Achille per Patroclo).
Mentre il corteo funebre si avvia mestamente verso la città degli Arcadi, Enea si dirige verso le mura di Latino.
Ambasciatori latini chiedono una tregua per dar sepoltura ai loro morti, tregua che Enea si affretta a concedere e propone che la guerra si risolva con un duello fra lui e Turno. Gli ambasciatori lo ringraziano e, lodandolo per la sua giustizia, promettono di riportare la proposta al re Latino.
Nella guerra di dodici giorni che segue, Troiani e Latini onorano i propri morti, intanto le spoglie di Pallante arrivano in patria ed Evandro, nel suo lamento, invia ad Enea la richiesta di vendicare il figlio uccidendo Turno.
Nella città di Latino la gente, colpita dai molti lutti della guerra, vuole che si accetti la proposta di Enea e che Turno affronti il duello. A capo della fazione favorevole a Turno, fazione sempre più esigua, è ancora la regina Amata. Latino convoca una riunione nella reggia. Il primo a parlare è Venulo che torna da un'ambasciata ad Arpi, dove si era recato per chiedere aiuto a Diomede. Diomede non è disposto ad intervenire nella guerra, racconta Venulo, perché ricorda la maledizione che ha colpito molti reduci greci durante il ritorno in patria. Diomede ricorda inoltre Enea come un grande e nobile eroe e quindi consiglia ai Latini di concludere la pace.
Latino è ormai dell'opinione di concedere terreni ai Troiani e di chiedere la loro amicizia, oppure se essi intendono ripartire, di aiutarli nel proposito fornendo loro delle navi. Il nobile Drance, che era stato a capo dell'ambasceria inviata ad Enea per proporre una tregua è fortemente favorevole alla proposta ed insiste perché Latino conceda la figlia ad Enea. Drance accusa duramente Turno di aver provocato tante tragedie e lo invita polemicamente a farsi da parte. Turno reagisce altrettanto duramente, sostenendo la continuazione della guerra e dichiarandosi disposto ad affrontare Enea in duello. Mentre si discute un messaggero porta la notizia che i Troiani in armi avanzano lungo il Tevere. Turno ne approfitta per troncare l'assemblea e correre a sua volta alle armi.
Le donne si riuniscono nel tempio di Pallade a pregare per le sorti della guerra, mentre Turno ed i suoi alleati si preparano ad affrontare i Troiani. Turno affida a Camilla il compito di fronteggiare le schiere etrusche mentre egli prepara un agguato in una valle nei pressi del Tevere.
Per ricordare le origini di Camilla, Virgilio introduce una lunga digressione mostrando Diana che incarica Opi di uccidere chi colpirà Camilla e spiega i motivi per i quali la vergine le è cara. Camilla era figlia di Metabo, esule da Priverno, che era stato cacciato per vicende politiche con la figlia neonata. Nascondendosi nei boschi, Metabo si era trovato nella necessità di superare le acque del fiume Amaseno, mentre era braccato dai nemici e non aveva trovato altra soluzione che quella di legare la bambina alla sua lancia e scagliarla oltre il fiume prima di tuffarsi. In questo grave pericolo Metabo aveva invocato su Camilla la protezione di Diana e la piccola si era salvata. Camilla era cresciuta nei boschi e dalla più tenera età aveva imparato l'arte venatoria. Divenuta famosa per la sua bellezza e per il suo coraggio, aveva poi ricevuto molte proposte nuziali ma aveva sempre scelto la verginità e le armi.
Si giunge infine allo scontro che sarà fatale a Camilla. Fra durissimi combattimenti e cruenti duelli grandeggia la figura di Camilla, descritta come un'amazzone, a cavallo e con un seno scoperto. Circondata da un gruppo di ancelle guerriere, Camilla combatte con la scure e con l'arco uccidendo molti Troiani ed Etruschi. Per vincere lo sgomento dei suoi provocato dall'irruenza di Camilla, il re etrusco Tarconte si getta nella mischia ed in un epico duello uccide il latino Venulo che abbiamo già conosciuto come ambasciatore presso Diomede. Ma è un altro etrusco, Arrunte, ad escogitare l'insidia adatta a fermare Camilla. Tenendosi a prudente distanza egli segue le gesta della giovane per cogliere il momento opportuno per colpirla: ci riesce quando Camilla viene distratta dalla bellezza del troiano Cloreo e, scagliata la sua lancia, riesce ad infiggerla nel torace della vergine. Camilla cade dal cavallo moribonda ed Arrunte, sconvolto dalla dimensione della sua impresa, fugge tra i boschi in un "misto di giubilo e timore".
Morendo Camilla incarica le ancelle che la circondano di avvertire Turno della sua fine perché entri in battaglia e difenda la città dai Troiani, rinunciando a preparare l'imboscata.
Come ordinato da Diana, Opi rintraccia Arrunte nei boschi e lo uccide con una freccia.
Perduta Camilla, i Volsci volgono in fuga, fuggono anche i Rutuli ed i Troiani incalzano facendo strage dei nemici e costringeldoli a rifuggiarsi fra le mura della città che viene rapidamente cinta d'assedio.
Turno, avvertito della morte di Camilla, accorre furente a difendere la città. Il suo esercito e quello di Enea si avvistano da lontano ma ormai è notte, quindi si accampano davanti alla città trincerandosi nei rispettivi campi.



LIBRO DODICESIMO


L'apertura del dodicesimo ed ultimo libro dell'Eneide mostra Turno di nuovo in presenza di Latino. Fra la chiusura del libro precedente e l'inizio di questo la narrazione presente un'evidente lacuna. Non si dice come e quando Turno sia rientrato in città ma soprattutto non è chiaro come si sia giunti alla definitiva decisione di Turno di sfidare Enea a singolar tenzone. Evidentemente la stesura di questi passi non era definitiva e probabilmente Virgilio avrebbe integrato il testo con altre immagini più esplicative. Comunque Turno appare ora deciso al duello: spetta a lui precipitare Enea nell'Oltretomba o perire gloriosamente lasciando che il troiano abbia il regno e la sposa.
Latino propone una soluzione incruenta, tentando di evitare il duello che prevede fatale per il rutulo. E' stato suo l'errore - dice Latino - di promettere a Turno la mano di Lavinia quando gli oracoli avevano più volte annunciato un diverso volere dei fati. Accetti dunque Turno l'imperscrutabile volere del destino e se ne torni illeso ad Ardea dopo aver scelto un'altra sposa fra le nobili fanciulle latine. Turno non vuole ascoltare le ragioni di Latino e si dimostra sempre più deciso ad affrontare Enea. Anche Amata tenta di dissuaderlo promettendo di uccidersi in caso di vittoria di Enea. Lavinia, sentendosi causa di tanto dolore, pudicamente arrossisce e la sua vista accende ancora di più l'amore e l'ira di Turno che, senza altro ascoltare, invia messaggi ad Enea per sfidarlo a duello.
Ritiratosi nella sua tenda Turno si prepara al duello, mentre i suoi stallieri di occupano dei bianchi cavalli egli indossa le armi: una corazza d'oro, la spada forgiata per suo padre Dauno da Vulcano (come le armi di Enea), la sua lancia, spoglia di precedenti vittorie.
All'alba i due eserciti si fronteggiano senza combattere, attendendo l'inizio del duello. Sul monte che si chiamerà Albano, Giunone osserva la scena e chiama a se la ninfa Giuturna, sorella di Turno, alla quale Giove, dopo averla sedotta, aveva concesso l'immortalità. Giunone rivela a Giuturna che il Fato ha decretato che Turno rimanga ucciso nel duello e la esorta a tentare quanto l'amore fraterno le suggerisce per salvare il fratello.
Intanto sul campo giungono Turno accompagnato da Latino ed Enea accompagnato da Ascanio.
Prima di combattere Enea pronuncia un breve discorso chiedendo che in caso di sua sconfitta i Troiani possano ritirarsi nella città di Evandro impegnandosi a non tentare di asservire gli Italici e a stipulare equi patti con Latino, mentre i Troiani fonderanno una nuova città che si chiamerà Lavinia.
Latino risponde giurando di rispettare l'accordo e pronuncia tale giuramento con una formula molto solenne alla quale fanno subito seguito gli opportuni sacrifici agli dei.
I Rutuli sono preoccupati per l'evidente superiorità della forza di Enea ed anche Turno appare incerto e turbato. Seguendo l'esortazione di Giunone, Giuturna tenta di intervenire ed assunto un aspetto umano si insinua fra i Rutuli ed i Latini per sobillarli contro Enea. Inoltre Giuturna provoca un prodigio, si vede nel cielo una grande aquila volare fra stormi di uccelli ed afferrare un cigno per essere subito sorprendentemente aggredita da tutti gli altri uccelli. Non potendo sopportare l'assalto il rapace è costretto ad abbandonare la preda e fuggire. I Rutuli interpretano il presagio a loro favore, primo fra tutti l'augure Tolumnio, che li incita a scatenare di nuovo la guerra. La battaglia dilaga rapidamente con estrema violenza e Latino è costretto a fuggire portando con se i simulacri degli dei, offesi per il patto violato. Le are dei sacrifici vengono rovesciate, Messapo uccide l'etrusco Auleste e con arroganza lo offre agli dei, come se fosse una vittima migliore di quelle appena offerte da Enea e da Latino.
Enea nella mischia cerca di fermare la battaglia ordinando ai suoi di non combattere e di rispettare il rito. Mentre parla viene ferito da una freccia scagliata da una mano ignota. Vedendo Enea ferito allontanarsi dal campo, Turno si anima di speranza, balza sul cavallo e comincia ad attaccare i Troiani facendone strage.
Intanto Mnesteo, Acate ed Ascanio accompagnavano alla sua tenda Enea ferito. Enea tenta di strappare la freccia che lo ha colpito e chiede che la ferita venga allargata per poter estrarre la punta del dardo. Accorre in suo aiuto l'anziano medico Iapige che in gioventù, amato da Apollo, aveva da questi ottenuto grandi conoscenze in medicina. Tuttavia la ferita è grave e la freccia è conficcata profondamente. Interviene Venere che sostituisce segretamente le medicine di Iapige con una pozione di dittamo ed altri magici ingredienti. L'impacco miracoloso espelle subito la freccia e guarisce immediatamente la ferita. Iapige, consapevole di un intervento divino, esulta ed esorta Enea a riprendere la lotta.
Enea grandeggia, seguito dai suoi compagni, cercando Turno nel campo e sfidandolo a battaglia, ma Giuturna ha assunto le sembianze di Metisco, l'auriga di Turno, e guidando il carro cerca di tenere lontano il fratello da Enea.
La battaglia infuria, Enea e Turno - senza riuscire a fronteggiarsi - fanno strage di nemici. Fra i Rutuli cade Tolumnio che aveva spinto la sua fazione a riaprire le ostilità violando i patti.
Infine i Troiani assaltano le mura di Laurento. Dentro la città la gente è divisa fra quanti vogliono resistere e quanti giungere alla resa. La regina Amata credendo morto Turno è presa da cocenti rimorsi, si accusa di essere la causa delle stragi e dopo una scena di disperazione si impicca. Questo gesto contagia la disperazione fra i Latini: Lavinia ed altre donne si strappano vesti e capelli, Latino cosparsosi di cenere piange per non aver accolto da amici i Troiani ed Enea.
Intanto Turno si accorge del fumo e del clamore che in lontananza avvolgono la città e Giuturna, ancora nelle vesti dell'auriga, vuole dissuaderlo dall'accorrere in aiuto degli assediati, ma Turno l'ha riconosciuta. Mentre Turno, ormai pronto a morire, parla a Giuturna giunge uno dei suoi ferito a morte che lo informa che la città sta per cadere sotto l'assalto di Enea, che i Latini ripongono in lui le loro estreme speranze e che Amata si è uccisa.
A queste parole Turno prende la sua definitiva decisione ed allontanandosi dalla sorella si incammina deciso verso le mura assediate.
Si giunge finalmente al duello decisivo. Enea interrompe tutte le azioni dei suoi e si fa il vuoto intorno ai due contendenti.
Il duello è molto duro, infine la spada di Turno si spezza ed egli cerca di allontanarsi ma è circondato da Troiani che glielo impediscono.
E' fama, dice Virgilio, che nella confusione Turno avesse preso la spada di Metisco invece della sua che, come quella di Enea, era opera di Vulcano, per questo motivo l'arma di fabbricazione umana non aveva retto ai colpi di quella costruita da un dio, lasciandolo disarmato.
Turno chiama i compagni e chiede la sua spada ma Enea minaccia di morte chiunque intervenga. Il rutulo cerca di fuggire ed il troiano lo insegue in una lunga corsa intorno al campo di battaglia. La lancia scagliata da Enea che, ferito, non riesce a raggiungere Turno rimane conficcata nel tronco di un albero consacrato a Fauno che i Troiani avevano abbattuto. Continuando a correre Turno invoca Fauno perché impedisca ad Enea di estrarre la lancia. In effetti Enea non riesce a svellere l'arma confitta nel legno e ne approfitta Giuturna, di nuovo mutata in Metisco, per portare la spada al fratello. Sdegnata interviene anche Venere che, invisibile, estrae la lancia dal tronco. Il duello riprende.
Intanto Giove parla a Giunone, le attribuisce la responsabilità della ferita di Enea e degli interventi di Giuturna e la esorta a rassegnarsi una volta per tutte al Fato.
Giunone, ormai sconfitta, accetta la volontà dell sposo ed allontanandosi dalla scena della battaglia chiede a Giove un'unica grazia, quella di conservare il nome dei Latini per la nuova gente che nascerà dall'unione di questi con i Troiani.
Giove concede di buon grado quanto richiestogli e promette a Giunone che le stirpi laziali che verranno le saranno quanto mai devote; quindi invia una delle furie a Giuturna per farla cessare di soccorrere Turno.
La furia assume l'aspetto di una civetta e prende a volare intorno al volto ed allo scudo di Turno. Il presagio è chiaro per Giuturna che, disperata, abbandona il campo. Enea incalza e Turno tenta di scagliargli contro un grosso masso ma il lungo combattimento e l'influsso malefico della civetta lo hanno indebolito tanto che il colpo va a vuoto.
Enea scagli la lancia e ferisce Turno ad una coscia. Il rutulo cade e si arrende. Prega Enea di risparmiargli la vita o, almeno, di rimandare il suo cadavere ad Ardea. Il pio Enea esita, il discorso di Turno sta per muoverlo a compassione ma nota sulle spalle dell'altro le armi di Pallante e, in memoria di questi, sopprime il nemico abbattuto.