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PLUTARCO

VITE DI PIRRO E MARIO


VITA DI PIRRO

Il primo signore dei Tesproti e Molossi fu Faetonte compagno di Pelasgo, tra i Molossi vissero anche Deucalione e Pirra. Con Neottolemo figlio di Achille la popolazione aumentò e Neottolemo fu capostipite di una stirpe di sovrani detti Pirridi.
Seguì un'epoca barbarica durata diverse generazioni fino a Tarripa che fu il primo re ad adottare costumi e cultura dei Greci. A Tarripa seguirono Alceta, Ariba, Eacide che ebbe da Ftia due figlie, Deidamia e Troiade e un figlio di nome Pirro. Eacide fu deposto dal popolo ma Androclide e Angelo salvarono Pirro ancora bambino e con una fuga avventurosa lo portarono a Glaucia re degli Illiri. Glaucia accolse il piccolo e lo fece allevare insieme ai suoi figli e quando Pirro ebbe dodici anni lo riportò in Epiro e lo mise sul trono.
A diciassette anni Pirro tornò tra gli Illiri per il matrimonio di uno dei figli di Glaucia ma in sua assenza i Molossi si ribellarono nuovamente privandolo del potere.
Pirro si avvicinò a Demetrio figlio di Antigono che aveva sposato sua sorella Deidamia, combatté valorosamente con lui nella battaglia di Ipso e quando Demetrio fu sconfitto Pirro gli rimase vicino durante le trattative e accettò di andare in ostaggio in Egitto.
Qui ebbe modo di farsi apprezzare dal re Tolomeo e dalla regina Berenice che gli fecero sposare Antigone, figlia di Berenice e del suo precedente marito Filippo. Dopo il matrimonio, Pirro ottenne denari e un esercito col quale tornare in Epiro per riprendere il potere.
Riuscì ad accordarsi con Neottolemo che regnava in Epiro e cominciò a regnare insieme a lui. Non mancarono tuttavia i maldicenti che cercarono di mettere uno contro l'altro i due sovrani provocando vicendevoli sospetti. Due cortigiani di Neottolemo tramarono contro Pirro, Neottolemo lo venne a sapere e ne fu soddisfatto ma la voce giunse a Pirro che attirò Neottolemo in un tranello e lo uccise. In seguito Pirro volle onorare i suoi benefattori Tolomeo e Berenice chiamando Tolomeo il figlio che ebbe da Antigone e Berenicide una città che fondò in Epiro.
Alessandro figlio di Cassandro, cacciato dal fratello Antipatro, chiese aiuto a Demetrio e a Pirro. Demetrio era impegnato in altre faccende e Pirro concordò con Alessandro di aiutarlo avendo come ricompensa l'Acarnania e altri territori. Concluso l'accordo Pirro iniziò una campagna militare occupando tutti i territori conquistati da Antipatro. Il re Lisimaco, alleato di Antipatro, inviò a Pirro una lettera fingendo che a scrivere fosse Tolomeo che ordinava di cessare le ostilità contro Antipatro. Pirro comprese l'inganno e smascherò Lisimaco ma poi concluse la pace con Antipatro, tuttavia non firmò gli accordi i pace a causa di un presagio negativo.
Liberatosi dei suoi impegni, Demetrio raggiunse Alessandro e si dichiarò re di Macedonia. Anche Demetrio e Pirro presero a sospettare l'uno dell'altro, soprattutto quando morì Deidamia e presto fu la guerra. Demetrio prese a saccheggiare l'Epiro mentre Pirro si scontrava con Pantauco, legato di Demetrio, e lo feriva gravemente in duello, quindi gli Epiroti misero in fuga la falange di Pantauco.
Pirro era molto ammirato dai suoi connazionali e anche dai Macedoni che a volte lo paragonavano a Alessandro Magno. Era profondamente appassionato alle cose militari, per il resto era mite, disponibile e clemente.
Dopo la morte di Antigone sposò altre donne: la figlia del re dei Peoni, poi Bircenna figlia del re degli Illiri e infine Lanassa figlia di Agatocle di Siracusa che gli portò in dote l'isola di Corcira.
Da Antigone ebbe il figlio Tolomeo, da Lanassa Alessandro, da Bircenna Eleno. Li educò tutti all'uso delle armi.
Quando seppe che Demetrio era ammalato si precipitò ad invadere la Macedonia e la occupò quasi interamente senza incontrare chi lo ostacolasse.
Vedendosi in pericolo, Demetrio radunò un esercito nonostante le sue non buone condizioni di salute e mosse contro Pirro ma questi, che si era mosso per saccheggiare più che per conquistare, tornò indietro senza resistere, inseguito dai Macedoni.
Demetrio stava coltivando altri progetti e non volle dover combattere contro Pirro nè lasciarlo minacciare la Macedonia, perciò firmò la pace e si dedicò a combattere contro altri nemici.
In quei giorni Lanassa abbandonò Pirro e si ritirò a Corcira, cercò un nuovo marito e finì per sposare proprio Demetrio. Altri re, stupiti per la pace conclusa da Pirro quando avrebbe potuto sconfiggere Demetrio che, oltre tutto, gli aveva portato via la moglie e la sua dote, sollecitarono Pirro a riprendere le armi contro la Macedonia.
Quando Tolomeo e Lisimaco attaccarono Demetrio, anche Pirro tornò in campo e occupò la città di Beroe. Demetrio, che temeva che molti suoi uomini lo abbandonassero per passare a Lisimaco, volse l'esercito contro Pirro e si accampò a sua volta nei pressi di Beroe. Cittadini di Beroe, fra i quali erano uomini di Pirro in incognito, visitarono il campo di Demetrio parlando ai soldati dei meriti di Pirro e della sua benignità con i soldati e con gli sconfitti. Come previsto molti uomini di Demetrio passarono a Pirro e altri arrivarono a consigliare a Demetrio di abbandonare la lotta.
Da parte su Demetrio pensò alla propria sicurezza e si camuffò per non essere riconosciuto, Pirro si impadronì così del campo di Demetrio senza combattere e fu proclamato re di Macedonia, titolo che dovette condividere con Lisimaco. L'accordo tra i due re era tuttavia instabile e presto Lisimaco prese a incitare i Macedoni contro il "re straniero" che avevano accettato. Per prudenza Pirro si allontanò con il suo esercito rinunciando alla Macedonia e si ritirò in Epiro. Qui avrebbe potuto vivere in pace governando il suo regno ma non voleva rinunciare alla gloria e alla guerra e quando ne ebbe occasione intraprese senza esitare nuove avventure. L'occasione la fornirono i Tarantini che essendo in guerra contro i Romani offrirono a Pirro il comando supremo. Quando la decisione fu messa ai voti a Taranto un certo Matone, cittadino anziano e saggio, inscenò una pantomima per rappresentare ai cittadini il pericolo di essere dominati da Pirro una volta finita la guerra. Molti se ne resero conto ma per altri i Romani costituivano un pericolo maggiore e questi prevalsero: Matone fu cacciato dall'assemblea e il decreto venne approvato.
I Tarantini e i loro alleati italici mandarono ambasciatori a Pirro per chiedergli di intervenire in loro favore e assumere il comando di ventimila cavalieri e trecentocinquantamila fanti. Non soltanto Pirro ma anche molti Epiroti furono attratti dalla proposta.
Plutarco inserisce qui un episodio moraleggiante, l'oratore Cinea, considerato saggio e sapiente, chiese a Pirro quale fosse lo scopo della spedizione che stava preparando, Pirro rispose "la conquista dell'Italia" e Cinea insistendo: "e poi cosa faremo?" la conquista della Sicilia, poi quella di Cartagine rispose Pirro ma infine convenne che una volta realizzate tante conquiste lui e i suoi amici sarebbero vissuti nell'ozio godendo le delizie della tranquillità. L'oratore, che aveva portato il re fino a questo punto, chiese ancora che cosa impedisse di vivere tranquillamente senza fare la guerra. A quest'ultima domanda Pirro non seppe rispondere, ma non per questo volle rinunciare alla gloria dell'impresa.
Mandò Cinea a Taranto con tremila soldati, quindi fece venire da Taranto molte navi e imbarcò tremila cavalieri, ventimila fanti e altre milizie oltre a venti elefanti.
Durante il viaggio molte navi naufragarono, Pirro si salvò a nuoto con alcuni compagni mentre gran parte dell'esercito risultava dispersa. Pirro giunse a Taranto con meno di duemila soldati a piedi ed attese per qualche tempo sperando di essere raggiunto da altri dispersi.
Quando il console Levino con un grande esercito giunse nei pressi di Taranto, Pirro tentò di avviare una trattativa ma non trovò i Romani disposti a trattare, quindi si accampò presso il fiume Siri con i Tarantini attendendo rinforzi da parte degli alleati di Taranto.
I Romani, prevedendo che il nemico ricevesse rinforzi, superarono il fiume ed attaccarono per primi. Pirro prese immediatamente il comando e correndo da una parte all'altra del campo gridava ordini e spronava i soldati. L'attacco ben portato di un nemico mise in pericolo la sua vita e lo indusse a comportarsi con maggior prudenza. Scambiò le armi con uno dei suoi amici di nome Megacle. Questi fu ferito e uno dei Romani, toltegli la celata e la clamide, le mostrò a Levino affermando di aver ucciso Pirro. Anche i Greci credettero che Pirro fosse morto ma quando il re si mostrò loro con il viso scoperto ripresero coraggio ed attaccarono ancora con grande energia. Pirro caricò con la cavalleria e fece strage dei Romani. Le fonti sono discordi sul numero dei caduti, è comunque certo che Pirro vinse la battaglia e prese l'accampamento dei Romani, quindi procedette fino a trecento stadi da Roma. Lucani e Sanniti, alleati dei Tarantini, giunsero quando la battaglia era già finita, ma Pirro si rallegrò di aver sconfitto i Romani avendo con se soltanto i suoi uomini e i Tarantini.
Pirro inviò Cinea a Roma per offrire la pace ai Romani, i senatori lo ascoltarono e stavano per accettare le sue proposte quando intervenne il vecchio Appio Claudio il Cieco, deplorò la loro arrendevolezza e li mise in guardia dai pericoli che la pace con uno straniero armato avrebbe comportato.
Cinea fu rimandato a Pirro con il messaggio che Roma non avrebbe trattato la pace finché l'esercito straniero fosse rimasto sul suolo italiano. Cinea parlò a Pirro del senato romano che sembrava "un consesso di re" e dell'esercito che i Romani stavano allestendo per sostituire quello sconfitto nella recente battaglia.
Tra i Romani prigionieri di Pirro era Caio Fabricio, uomo di grande prestigio ma molto povero. Pirro tentò di corromperlo promettendogli dell'oro che Fabricio rifiutò, tentò allora di spaventarlo con un elefante ma anche in questo caso non ottenne risultati. Con queste ed altre dimostrazioni di grandezza d'animo, Fabricio ottenne la stima di Pirro che gli permise di tornare a Roma con gli altri prigionieri per festeggiare i Saturnali, a patto che dopo la festa tornassero alla loro prigionia, patto che fu rispettato dai Romani.
In seguito Fabricio ebbe il comando dei Romani e fu contattato dal medico del re che si offriva di avvelenare Pirro per un compenso. Inorridito Fabricio scrisse a Pirro per avvisarlo del pericolo. Pirro fece punire il medico infedele e per riconoscenza liberò i prigionieri romani, beneficio che i senatori ricambiarono liberando Sanniti e Tarantini loro prigionieri. Cinea fu di nuovo mandato a Roma a proporre la pace ma questa volta non gli fu neanche consentito di parlare.
Si tornò a combattere e dopo due giorni di battaglia presso Ascoli i Romani si ritirarono sconfitti non potendo affrontare gli elefanti, ma le perdite furono gravi da entrambe le parti tanto che Pirro disse che un'altra vittoria come quella avrebbe completamente rovinato il suo esercito.
Ambasciatori siciliani proposero a Pirro di liberare la loro isola dai Cartaginesi offrendogli in cambio la signoria su Agrigento, Siracusa e Lentini. Contemporaneamente altri personaggi provenienti dalla Grecia lo informarono che Tolomeo Cerauno era morto e gli consigliarono di proporsi come re dei Macedoni. Dopo molte esitazioni Pirro scelse la Sicilia e, presi accordi con le città interessate, passò lo stretto e prese a combattere contro i Cartaginesi. Combattè nell'assedio di Erice dando personalmente l'attacco alle mura e riportando grande successo. Passò quindi ad affrontare i Mamertini che da Messina imponevano tributi ai Greci in Sicilia. Intanto respinse le proposte di pace dei Cartaginesi e prese a trattare da tiranno le città che aveva liberato.
Tenone e Sostrato erano i principali cittadini di Siracusa, erano loro che avevano chiamato Pirro in Sicilia e lo avevano poi aiutato in tutte le sue imprese. Quando si allontanarono a causa degli abusi di Pirro, questi uccise Tenone e presto l'atteggiamento dei Siciliani mutò radicalmente. Alcune città si allearono con i Cartaginesi, altre con i Mamertini e tutte si schierarono contro Pirro.
Messaggi e richieste di aiuto dei Sanniti e dei Tarantini fornirono a Pirro il pretesto per lasciare la Sicilia senza che la sua partenza sembrasse una fuga.
Alla partenza dalla Sicilia si scontrò di nuovo con i Cartaginesi perdendo molte navi, con le superstiti giunse in Italia dove cadde nell'agguato tesogli da diecimila Mamertini. Uno dei nemici, uomo di grande corporatura, lo sfidò personalmente e Pirro, benchè già ferito, lo affrontò e lo tagliò in due con un solo colpo di spada. Proseguì fino a Taranto dove prese con se altri uomini e mosse contro i Romani che erano accampati in territorio sannita. Mandò una parte del suo esercito in Lucania contro uno dei consoli e mosse contro l'altro console, Manio Curio, che era fermo presso Benevento perché gli indovini lo dissuadevano dall'attaccare.
Pirro giunse ad attaccare all'alba ma i Romani reagirono con grande forze uccidendo molti nemici e volgendo gli altri in fuga. Incoraggiato dal successo, Manio attirò i nemici in pianura e qui li massacrò. Dopo sei anni di guerra, Pirro tornò in Epiro con le scarse truppe che gli restavano e, non avendo denaro, per nutrire i soldati tentò di depredare campagne in Macedonia dove regnava Antigono figlio di Demetrio. Riuscendo a conquistare alcune città riprese le speranze e decise di attaccare Antigono. Alla fine un una cruenta battaglia, Pirro risultò vincitore e inoltre riuscì a far passare dalla sua parte molti soldati di Antigono.
Preso possesso di ampi territori, Pirro vi stabilì un presidio composto dai Galli che militavano nel suo esercito, questi saccheggiarono, devastarono e profanarono le tombe di antichi re. Pirro non volle dare peso a questi episodi e non punì i sacrileghi.
Pirro venne contattato da Cleonimo, membro in esilio di una casata reale di Sparta, che lo convinse ad entrare in guerra contro gli Spartani per recuperare il suo trono. Procedette saccheggiando fino a Sparta dove si accampò senza timore perché sapeva che in città di trovavano pochi uomini.
La notte seguente i Lacedemoni scavarono un fossato intorno alla città con l'aiuto delle donne e disposero lungo la fossa molti carri con le ruote interrate per impedire il passaggio agli elefanti di Pirro. Al mattino iniziò la battaglia lungo le sponde del fossato e gli uomini di Pirro non riuscirono ad entrare in città. I Lacedemoni, attivamente aiutati dalle loro donne, resistevano con coraggio eccezionale e quando stavano ormai per soccombere ricevettero un aiuto insperato: un rinforzo di soldati stranieri comandati da Aminia, ufficiale di Antigono, Poco dopo sopraggiunse anche Areo re di Sparta reduce da una battaglia a Creta, che aveva con se duemila uomini.
Di fronte all'inattesa riscossa dei nemici, Pirro si ritirò e si diede a devastare la campagna, progettando di trascorrere qui l'inverno, ma quando fu chiamato in aiuto da Aristea di Argo, di nuovo cedette alla speranza di compiere grandi imprese e accorse ad Argo abbandonando Sparta. Durante la ritirata l'esercito di Pirro fu raggiunto dagli Spartani che trucidarono la retroguardia. Tra i molti caduti fu anche Tolomeo, figlio di Pirro, come un indovino aveva predetto. Pirro attaccò personalmente gli inseguitori e ne fece strage per vendicare il figlio. Dopo le esequie del giovane, riprese il cammino verso Argo.
I cittadini di Argo mandarono ambasciatori a Antigono e a Pirro pregandoli di non nuocere alla loro città e di considerarla amica. Antigono acettò la proposta e consegnò il proprio figlio in ostaggio agli Argivi, anche Pirro accettò e promise di allontanarsi ma senza consegnare ostaggi.
Si verificarono pessimi presagi e la sacerdotessa di Apollo previde la distruzione della città. Pirro penetrò in Argo di notte ma gli Argivi se ne accorsero e chiamarono Antigono in loro aiuto. Antigono accorse e fece a sua volta entrare soldati in città insieme ad altri agli ordini di Areo. Il combattimento si svolse nelle tenebre con grande confusione, solo all'alba Pirro potè rendersi conto di quanto fossero numerosi i nemici. Nel vedere due sculture che ritraevano il combattimento tra un toro e un lupo, Pirro ricordò che un oracolo lo aveva avvertito che sarebbe morto quando avesse incontrato quei due animali e si perse d'animo. Decise di ritirarsi e per non incontrare ostacoli mandò un messaggero ai suoi uomini che erano ancora fuori dalla città con l'ordine di abbattere parte delle mura, ma il messaggero confuse l'ordine ricevuto e il figlio di Pirro entrò in città con altri uomini e altri elefanti aggravando ancora di più la confusione.
In breve le vie della città furono così affollate che non era più possibile combattere. In questo caos Pirro tentò di guadagnare l'uscita ma fu colpito sul capo da una tegola scagliata da una donna argiva che osservava la lotta da un tetto e cadde in terra privo di sensi. Dei soldati di Antigono lo raccolsero e quando lo ebbero riconosciuto lo decapitarono. Alcioneo, figlio di Antigono, raccolse la testa e la portò al padre il quale deprecò il suo comportamento e fece cremare il cadavere di Pirro con grande rispetto. Ancora Alcioneo incontrò Eleno figlio di Pirro e lo accompagnò dal padre che lo accolse benevolmente e lo rimandò in Epiro. Rimasto padrone del campo, Antigono prese con se l'esercito di Pirro trattando tutti con mansuetudine.


VITA DI MARIO

Non si conosce il terzo nome di Gaio Mario, quanto al suo aspetto, Plutarco ricorda una sua statua in Ravenna che lo rappresentava rude e rustico come pare fossero i suoi costumi. Ebbe un'educazione militare più che civile e fu sempre di animo "feroce e inflessibile".
Non volle studiare il greco e disprezzò gli spettacoli teatrali greci rimanendo sempre rozzo e spietato.
Nacque da genitori di umile condizione che si mantenevano con il lavoro delle proprie mani. Anche suo padre si chiamava Mario, sua madre Fulcinia, trascorse l'infanzia e l'adolescenza nelle campagne di Arpino conducendo vita rude e modesta.
La sua prima esperienza militare fu contro i Celtiberi nell'assedio di Numanzia dove per il coraggio e la capacità di sopportare la fatrica si fece notare dal comandante Scipione (Emiliano) che intuì le sue potenzialità.
Cominciò a occuparsi di politica e con l'aiuto di Cecilio Metello, per il quale lavorava, fu nominato tribuno della plebe.
Come tribuno propose una legge sulle votazioni contraria agli interessi degli ottimati. Gli si oppose il console Lucio Aurelio Cotta che convinse il senato a bocciare la proposta e citare Mario. Mario si presentò, minacciò di far arrestare Cotta e fece effettivamente arrestare l'altro console Cecilio Metello, infine il senato cedette e la proposta fu approvata. Questo successo lo rese gradito al partito popolare ma qualche tempo dopo Mario si oppose a una distribuzione gratuita di frumento guadagnando anche il favore dei patrizi.
Dopo il tribunato concorse senza successo per l'edilità ma non perse l'iniziativa e si candidò alla pretura. In questa occasione fu accusato di andito (broglio elettorale) ma riuscì a respingere le accuse e a ottenere la magistratura che svolse in modo mediocre. Uscendo dalla pretura ebbe in sorte la provincia della Spagna Ulteriore dove svolse alcune azioni militari contro il brigantaggio.
Con il governo provinciale e il sostegno di quella parte della cittadinanza che apprezzava il suo contegno intraprendente, Mario acquisì popolarità e ricchezze, gli furono conferiti onori ed arrivò a contrarre un prestigioso matrimonio con Giulia, della famiglia dei Cesari, zia di Giulio Cesare.
Incaricato di affrontare la guerra contro Giugurta, il console Cecilio Metello la affidò a Mario nominandolo suo luogotenente. Mario approfittò dell'occasione per mettere in evidenza le sue doti di comandante e la sua capacità di farsi amare dai soldati senza preoccuparsi di mettere così in ombra il console quando per consuetudine a questi sarebbe dovuto andare il merito dell'impresa.
A guastare del tutto i rapporti tra console e luogotenente fu l'episodio di un certo Turpilio. Era costui intimo amico di Metello e un giorno fu fatto prigioniero dai soldati di Giugurta e poco dopo rilasciato senza aver subito offesa. Mario montò contro Turpilio una falsa accusa di tradimento che sostenne con tanta efficacia che Metello, suo malgrado, condannò Turpilio a morte.
Avvicinandosi le elezioni consolari, Metello negò una licenza a Mario per impedirgli di candidarsi fino a pochi giorni prima delle votazioni, tuttavia Mario, precipitandosi a Roma, riuscì ad arrivare in tempo per parlare in pubblico calunniando Metello e per farsi eleggere console con ampia maggioranza di voti.
Divenuto console, Mario non mancava di ingiuriare i ricchi e i nobili parlandone con grande arroganza in pubblico e in privato per assicurarsi sempre di più le simpatie della plebe. Ostentava le sue imprese esagerando i propri meriti ed ostentando le proprie cicatrici. Metello, afflitto per il successo di Mario e offeso dalla sua ingratitudine, evitò di incontrarlo e delegò al luogotenente Rutilio il compito di consegnare l'esercito al nuovo console
Quando Giugurta, sconfitto, riparò presso il suocero Bocco (re di Mauretania), questi lo accolse malvolentieri e presto concepi l'idea di consegnarlo ai Romani, tuttavia dichiarò a Mario che non avrebbe mai tradito il genero ma mandò a chiamare Lucio Silla, questore di Mario con il quale era in ottimi rapporti, e gli consegnò Giugurta. Fu questo episodio, secondo Plutarco, l'origine dei contrasti tra Mario e Silla che rischiarono di portare Roma alla rovina.
Gli avversari di Mario che attribuivano i risultati iniziali della guerra giugurtina a Metello ora riconoscevano a Silla il merito di aver concluso positivamente quella guerra e tentavano così di spegnere gli entusiasmi del popolo nei confronti di Mario.
Le azioni contrarie a Mario, le calunnie, le dicerie furono rapidamente dissipate quando giunse la notizia dell'irruzione dei Teutoni e dei Cimbri in territorio romana. Si trattava di trecentomila uomini atti a combattere seguiti dalle famiglie che cercavano terreno che potesse nutrirli e città in cui stabilirsi. Di loro si sapeva pochissimo: li si considerava germanici per l'alta statura e gli occhi azzurri, si diceva che venissero dall'estremo nord e che fra loro fosse una parte dei Cimmeri, ma erano soltanto congetture. Di certo si sapeva che procedevano saccheggiando e devastando, che avevano già sconfitto i comandanti romani che cercavano di difendere la Gallia Transalpina e che non si sarebbero fermati prima di aver conquistato Roma.
In questa situazione nessun patrizio era disposto ad assumere il consolato e il comando dell'esercito, tutti furono quindi concordi nell'eleggere Mario, benché fosse lontano, in deroga alle leggi che stabilivano l'obbligo di trovarsi a Roma al momento della nomina e prevedevano un intervallo tra un consolato e l'altro.
Mario partì dalla Libia con il suo esercito e fu per il primo gennaio a Roma dove celebrò il trionfo esibendo grandi quantità d'oro e d'argento e, tra i prigionieri, lo stesso Giugurta che fu poi condotto in prigione e, gettato in un pozzo, lasciato morire di fame.
Al termine della cerimonia Mario riunì il senato sul Campidoglio, si presentò con la veste trionfale ma vedendo che i senatori se ne mostravano offesi si assentò brevemente per cambiare abiti.
Ricevuto il comando si mise subito in marcia sottoponendo durante il viaggio i soldati a durissimi addestramenti. Quelli che sopportavano meglio la fatica erano detti "muli di Mario".
I soldati ebbero modo di approfondire la conoscenza del loro comandante e rendersi conto che la disciplina imposta da Mario poteva essere salutare e che la sua durezza doveva spaventare non loro ma i suoi nemici. Era particolarmente gradito alla truppa il modo in cui Mario amministrava la giustizia, come del caso del giovane Trebonio, un soldato che Mario premiò per aver ucciso il superiore Caio Lusio che aveva tentato di violentarlo, decisione che fece grande impressione perché molti volevano punire Trebonio e perché Lusio era nipote di Mario.
I Cimbri e i Teutoni, invece di invadere l'Italia, si erano diretti in Iberia e Mario rimase a lungo accampato in attesa del loro attacco dedicandosi all'addestramento dei soldati. In questa situazione trascorsero due anni in cui Mario fu di nuovo eletto console. Quando ebbe il suo quarto consolato, con Lutazio Catulo come collega, i nemici finalmente si avvicinarono e Mario si affrettò a spostare il suo campo sulle rive del Rodano. Fece inoltre scavare un canale alla foce del fiume per facilitare lo scarico dei rifornimenti che arrivavano in nave.
I Cimbri mossero verso il Norico contro Catulo impegnando del tempo per raggiungerlo mentre Teutoni e Ambroni costeggiavano il mare in Liguria per attaccare Mario. Erano in gran numero e avevano aspetto selvaggio. Si accamparono occupando un vasto territorio e provocarono i Romani, ma Mario non rispondeva e attendeva che i suoi soldati, osservano il nemico dal riparo degli steccati, si abituassero al suo aspetto bestiale e ai suoi schiamazzi. Una volta superata la prima impressione i soldati si stancarono dell'attesa e Mario, per tenerli tranquilli, fingeva di seguire le indicazioni di un oracolo: aveva nel campo un'indovina siriana ritenuta molto abile in questo genere di vaticini.
I Teutoni tentarono un assalto al campo di Mario ma i Romani, senza uscirne, li respinsero con una pioggia di frecce. Essi allora aggirarono il campo proseguendo verso l'Italia e Mario si mosse a sua volta per seguirli da vicino. quando giusero in un luogo chiamato Acque Sestilie, i nemici si accamparono lungo un fiume e Mario ordinò di preparare un campo fortificato.
Gli ausiliari romani addetti ai servizi scendendo ad attingere acqua al fiume videro un gruppo di nemici che si bagnavano nelle fonti calde che sgorgano in quella zona e attaccarono. I rumori della rissa richiamarono molti nemici e in particolare la truppa degli Ambroni, oltre trentamila uomini tra i più pericolosi che già avevano sconfitto i Romani sotto Manlio e sotto Cepione. Gli Ambroni avanzavano compatti ma attraversando il fiume si separarono e giunti all'altra riva furono attaccati dai soldati di Mario, primi tra tutti i Liguri, che ne fecero strage. Quanti fuggirono furono attaccati dalle loro stesse donne perché la fuga era considerata un tradimento.
I Romani avevano vinto la battaglia ma nel territorio circostante rimanevano migliaia di nemici. Dopo due giorni Mario e Claudio Marcello circondarono ed attaccarono il campo dei Teutoni. Sulla strage di Aquae Sextie fu scritto molto, si parlò di oltre centomila morti, di palizzate costruite con le ossa dei caduti e dell'eccezionale fertilità che quella terra raggiunse per la putrefazione dei cadaveri.
Mario stava offrendo sacrifici dopo la battaglia quando giunse la notizia del suo quinto consolato, notizia che fu accolta dai soldati eccitati con grandi strepiti e clamori.
Catulo, che era rimasto a difendere il confine dell'Italia sui monti, per non disperdere le sue forze in molti luoghi aveva preferito scendere a valle, accamparsi presso l'Adige e munirne entrambe le rive con trincee per impedire il passaggio del fiume ai nemici. Nudi sotto la neve, i Cimbri discesero rapidamente le pendici dei monti usando i loro scudi come slitte, quindi presero a far precipitare tronchi, rocce e terra nel fiume per poterlo superare ed attaccare il campo romano. Lo spettacolo spaventò i Romani, molti dei quali presero a indietreggiare e Catulo, non riuscendo a trattenerli, preferì cavalcare aventi a loro perché sembrasse che seguissero il loro comandante in una manovra. I Cimbri conquistarono il campo ma, ammirando il coraggio di quanti erano rimasti a difenderlo, li lasciarono andare.
Mario si recò a Roma per assumere il consolato ma rifiutò di celebrare il trionfo senza i suoi soldati, quindi raggiunse rapidamente Catulo e, chiamate le sue truppe dalla Gallia, respinse i Cimbri oltre l'Adige. I Cimbri inviarono ambasciatori a chiedere a Mario terra e città per loro stessi e per i Teutoni ma quando appresero che i Teutoni erano stati debellati mossero contro i Romani.
In questa occasione Mario introdusse una modifica al "pilum", il giavellotto dei legionari, fece sostituire uno dei perni di ferro che fissavano la punta all'asta dell'arma con un perno di legno che si rompeva all'impatto contro lo scudo del nemico, in questo modo era più difficile estrarre il pilum dallo scudo e il nemico doveva rinunciare alla sua protezione, inoltre il pilum deformato non poteva essere rilanciato contro i Romani.
Beorice re dei Cimbri sfidò Mario a combattere, fu deciso il giorno della battaglia e fu scelto il luogo, una pianura presso Verona.
Mario distribuì le truppe in modo che i soldati di Catulo rimanessero indietro e i suoi avessero tutta la gloria della battaglia, ma il caso favorì Catulo perché i soldati di Mario furono ostacolati dal vortice di polvere che si alzò durante la carica e che offuscò la visione del campo di battaglia. I Cimbri, benché molto più numerosi dei Romani, furono sconfitti e dispersi. Quelli che fuggirono preso il campo vi trovarono le mogli che li uccidevano, che strangolavano i figli e si toglievano la vita.
Nonostante i numerosi suicidi dei Cimbri, oltre settantamila ne furono presi prigionieri e si diceva che gli uccisi fossero il doppio. Vi fu contesa tra i soldati di Mario e quelli di Catulo per aggiudicarsi il merito della vittoria. Infine prevalsero il prestigio e i trascorsi di Mario che tuttavia volle condividere il trionfo con Catulo per mostrarsi moderato.
Impavido in battaglia, Mario perdeva spesso il controllo di se nelle pubbliche riunioni, temeva sempre di essere criticato e cercava con ogni mezzo di avere il favore e il suopporto del popolo, procurandosi però l'ostilità degli ottimati. Fra questi Mario temeva soprattutto Cecilio Metello, verso il quale si era dimostrato ingrato, e tramava per cacciarlo dalla città.
Nelle successive elezioni consolari Mario superò Metello, secondo alcuni distribuendo denaro agli elettori, ed ebbe come compagno Valerio Flacco che svolse un ruolo di secondo piano. Era il sesto consolato per Mario, un primato con pochi precedenti.
Il tribuno della plebe Saturnino propose una legge per la distribuzione dei terreni con una clausola che prevedeva l'esclusione dei senatori dalla discussione della legge stessa. Mario fece mostra di opporsi a questa clausola ma poco dopo cambiò posizione e approvò che i senatori giurassero di non intervenire. Soltanto Metello rifiutò di giurare e mentre Saturnino chiedeva che fosse bandito, andò a Rodi in esilio volontario.
Saturnino tendeva alla tirannide e Mario si trovò in difficoltà non volendo dispiacere ai nobili nè al popolo, ma quando senatori e cavalieri si schierarono uniti contro il demagogo, Mario in quanto console fu costretto a intervenire e a chiamare i soldati. Saturnino e i suoi seguaci si rifugiarono sul Campidoglio ma, privi di tutto, furono presto costretti ad arrendersi e si consegnarono nelle mani di Mario. Mentre questi cercava il modo di salvarli, Saturnino e i suoi furono uccisi dalla folla.
Sentendosi non al sicuro in quei giorni, Mario evitò di candidarsi come censore e non riuscendo ad evitare che Metello fosse richiamato in patria, preferì imbarcarsi per l'oriente fingendo di voler offrire un sacrificio alla Madre degli Dei. In realtà si recò da Mitridate re del Ponto per provocarlo contro i Romani. Mario era infatti consapevole che il suo successo si basava sulle sue imprese militari mentre in tempo di pace la sua inettitudine politica era evidente. Una guerra in oriente sarebbe dunque stata per lui la migliore occasione per essere richiamato al potere. Era particolarmente geloso nei confronti di Silla e dei suoi successi in Numidia, si preparava ad attaccare direttamente il suo rivale quando le popolazioni italiche si sollevarono contro Roma dando inizio alla guerra sociale.
La guerra sociale permise a Silla di ottenere molta gloria mentre Mario si mostrò lento nell'agire, pigro e tardo. Aveva sessantacinque anni e non era in buona salute, comunque riuscì ad ottenere un'importante vittoria uccidendo molti nemici per poi rimanere a lungo dietro le sue trincee evitando di combattere ancora. Infine rinunciò al comando dell'esercito non sentendosi più in grado di detenerlo.
Sulpicio tribuno della plebe, inaspettatamente propose Mario come comandante nella guerra contro Mitridate. Mentre la popolazione era divisa tra i sostenitori di Mario e quelli di Silla, Sulpicio nominò Mario comandante in Oriente ma Silla rifiutò di consegnare l'esercito consolare e lo condusse invece contro Roma. Silla fece trucidare i legati di Mario che gli chiedevano la consegna delle legioni, Mario in città fece uccidere molti amici di Silla e offrì la libertà agli schiavi disposti a combattere per lui.
Dopo breve resistenza a Silla che entrava in città, Mario fuggì, durante la fuga abbandonò al suo destino il figlio che riuscì avventurosamente a imbarcarsi per la Libia.
Anche Mario si imbarcò con un gruppo di seguaci, tra cui Granio suo figliastro, ma il mare cattivo lo costrinse a sbarcare presso il Circeo dove presto si accorse di essere ricercato dai soldati di Silla. Inizialmente trovò scampo su una nave di passaggio ma fu abbandonato su una spiaggia. Si rifugiò nell'abituro di un vecchio del posto ma infine venne catturato e portato a Minturno dove venne a sapere che era stato condannato a morte e che chiunque aveva licenza di ucciderlo.
I notabili del luogo stabilirono di tenere consiglio per decidere cosa fare di Mario, nel frattempo lo portarono nella casa di Fannia, una donna che in passato aveva perduto una causa giudicata da Mario. Tuttavia la donna non serbava rancore e si prese cura del prigioniero con grande gentilezza. Mario era ottimista perché arrivando in quella casa aveva visto un cavallo venirgli incontro e poi spiccare salti di briosa contentezza e aveva giudicato che si trattasse di un presagio positivo.
Il consiglio deliberò di uccidere subito Mario e un soldato gallo o cimbro fu incaricato di eseguire la sentenza ma quando il soldato entrò nella stanza buia in cui Mario riposava gli sembrò che gli occhi del condannato emanassero fiamme e sentì una voce misteriosa chiedergli come osasse compiere un tale delitto. Il soldato fuggì inorridito e tutti furono presi dal terrore e dal pentimento per la sentenza che avevano pronunciato. Fu deciso di lasciare Mario al suo destino, gli furono date una nave e molte provviste.
Mario arrivò rapidamente all'isola di Enaria (Ischia) dove ritrovò alcuni amici con i quali decise di andare in Libia ma la mancanza di acqua li costrinse a fare tappa in Sicilia nei pressi di Erice dove Mario fu riconosciuto e rischiò di essere catturato. Giunto all'isola Meninga (Gerba, Tunisia) fu informato che il figlio era in salvo e si trovava presso Jampsa re dei Numidi per chiedere aiuti.
Mario si recò a Cartagine ma appena arrivato fu fermato da un messo del pretore di Libia Sestilio che gli vietò di sbarcare. Intanto Mario il Giovane era trattenuto da Jempsa re dei Numidi le cui intenzioni non erano chiare, infine decise di partire di nascosto con l'aiuto di una concubina del re che si era innamorata di lui e raggiunse Mario sulla spiaggia di Cartagine. I due partirono insieme su una barca di pescatori per l'isola di Cercina.
Intanto a Roma, mentre Silla era impegnato in Beozia contro Mitridate, i consoli Ottavio e Cinna litigarono e il primo espulse il secondo sostituendolo con Cornelio Merula. Cinna raccolse un esercito e si preparò a muovere contro Roma. Informato di queste cose, Mario decise di portarsi subito in Italia e salpò con un migliaio di uomini. Approdato a Talamone in Etruria, grazie alla sua notorietà riunì rapidamente un consistente esercito. Decise di schierarsi con Cinna il quale lo accolse volentieri ma rifiutò di assumere le insegne di proconsole che Cinna gli aveva inviato preferendo mantenere un aspetto dimesso e compassionevole da anziano in difficoltà. Tuttavia le sue forze erano intatte e l'animo inferocito per le disavventure: rapidamente conquistò le località costiere, fra cui Ostia, tagliando i rifornimenti ai nemici, quindi marciò verso la città e occupò il Gianicolo.
Per eccesso di zelo nel rispettare le leggi, il console Ottavio rifiutava l'arruolamento degli schiavi ed altre misure utili, presto perse la fiducia dei soldati i quali si rivolsero a Metello invitandolo a assumere il comando, Metello tuttavia rifiutò e consigliò ai soldati di rimettersi al console.
Da parte sua Ottavio, che riponeva estrema fiducia negli indovini, era trattenuto a Roma da un pronostico dei Caldei e non aveva potuto, quindi, muovere contro Mario prima che questi entrasse in città. Mario mandò avanti gli uomini che uccisero il console. Cinna entrò in città, Mario si fermò sulla porta ed inscenò una patetica richiesta di annullare il bando di espulsione che gli vietava di entrare. Chiese che il popolo votasse in tal senso ma mentre si votava abbandonò la finzione e si inoltrò in città seguito da un gruppo scelto di seguaci. Iniziò la strage dei cittadini da parte di Cinna e di Mario, ma quando Cinna fu sazio del sangue versato, Mario continuò a far uccidere tutti coloro che aveva in sospetto. Plutarco racconta episodi di cittadini che cercavano la salvezza nascondendosi nelle case degli amici e spesso venivano traditi e denunciati. Altri cercavano la morte per sfuggire ai loro persecutori, così fece Lutazio Catulo che era stato console insieme a Mario e con lui aveva trionfato sui Cimbri: si chiuse in un ambiente piccolissimo e accese tanti carboni da morire soffocato.
Particolamente odiosi erano i Bardiei che trucidavano nelle case i padroni, ne svergognavano i figli e ne violavano le mogli rubando e contaminando tutto. Cinna e Sertorio penetrarono nottetempo nel loro campo e li uccisero tutti.
Giunse la notizia che Silla, conclusa la guerra mitridatica, navigava verso Roma con l'esercito.
Mario fu nominato console per la settima volta ma ormai era provato nel corpo e nello spirito ed era consapevole della gravità della guerra contro Silla che sarebbe presto iniziata.
Non riuscendo dormire cercò nel vino e nella crapula un rimedio contro l'insonnia. Questi eccessi, la paura, gli incubi lo fecero cadere malato e poco dopo morì, nel diciottesimo giorno del suo settimo consolato. Roma trasse un sospiro di sollievo per essersi liberata di un tiranno ma presto ebbe a conoscere la crudeltà di Mario figlio del morto il quale fece morire molti ottimi personaggi finché, assediato in Preneste da Silla, si tolse la vita.