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VALERIO MASSIMO

FATTI E DETTI MEMORABILI

(Sintesi parziale)

L'opera è preceduta da una breve dedica a Cesare (Tiberio) del quale Valerio Massimo invoca il favore per la raccolta di Fatti e Detti Memorabili che sta presentando.

LIBRO PRIMO


Capitolo Primo - Della religione
Gli antichi affidavano ai pontefici la cura delle cerimonie, agli auguri le previsioni sull'esito delle imprese, ai libri delle Sibille l'interpretazione degli oracoli e alla scienza dell'Etruria il compito di allontanare i mali preannunciati dai prodigi.
Disposero che per raccomandare qualcosa agli dei si ricorresse alla preghiera e stabilirono riti e sacrifici per fare voti e per sciogliere i voti esauditi. Si mandavano giovani a studiare in Etruria il modo di sacrificare e si fece venire una sacerdotessa da Velia (Campania, Magna Grecia) per sacrificare a Cerere secondo il costume greco. Con l'uccisione dei Gracchi fu profanato il tempio di Cerere, in base ai Libri Sibillini furono mandati quindici cittadini a Enna, luogo sacro agli dei. Per ringraziamento dei voti esauditi molti comandanti andarono a sacrificare al tempio di Cibele a Pessinunte.
Il pontefice Metello proibì al console Postumio, che era sacerdote di Marte, di andare a combattere in Africa senza aver offerto i dovuti sacrifici al dio della guerra.
Tiberio Gracco segnalò al collegio degli auguri una irregolarità commessa nel rituale dell'entrata in carica dei consoli. La cosa fu esposta in senato e i due consoli Caio Figulo e Scipione Nasica rientrarono in Roma e deposero la carica.
In momenti diversi Publio Celio, Marco Cornelio, Marco Cetego e Gaio Claudio deposero la carica sacerdotale per non aver usato la dovuta diligenza nei sacrifici.
Sulpizio rinunciò al sacerdozio perché mentre sacrificava aveva perduto un ornamento del suo cappello.
Fabio Massimo e Cesio Flaminio rinunciarono alla dittatura e al comando della cavalleria perché mentre sacrificavano si era udito lo stridere di un topo.
Publio Licinio pontefice massimo fece battere una vestale che aveva lasciato spegnere il fuoco sacro. Emilia prima vestale invece non fu punita perché dimostrò che non per sua colpa si era spento il fuoco gettando un velo sul braciere che miracolosamente si riaccese.
Marco Marcello voleva dedicare un tempio all'onore e alla virtù per celebrare le sue vittorie a Clastidio e a Siracusa ma il collegio dei sacerdoti non gli permise di dedicare lo stesso tempio a due diverse divinità e Marcello, per ottemperare ai suoi voti, fece costruire due templi.
Lucio Furio Bibaculo, nonostante fosse pretore, prese parte a un rituale in onore di Marte portando al collo uno scudo ancile mentre avrebbe potuto rifiutarsi grazie alla dignità della sua carica.
A Roma la religione fu sempre anteposta ad ogni altra cura ed anche alla maestà dei magistrati.
Durante il sacco di Roma ad opera dei Galli, un plebeo di nome Lucio Alvanio fece scendere dal carro la moglie e i figli per portare in salvo le vestali e gli oggetti sacri che avevano con loro.
Durante l'assedio dei Galli, Caio Fabio Dorso riuscì a raggiungere un luogo sul monte Quirinale dove la sua famiglia doveva offrire un sacrificio attraversando con grande pericolo il campo nemico.
Durante il consolato di Publio Cornelio e Bebio Panfilo vennero rinvenute, ai piedi del Gianicolo, due arche di pietra. Su una era scritto che conteneva il corpo di Numa Pompilio, nell'altra furono trovati sette libri in latino di legge pontificale e sette in greco di filosofia. I primi furono conservati, i secondi furono bruciati al cospetto del popolo perché contenevano concetti contrari alla religione.
Tarquinio il Superbo condannò a morte un uomo che violò il segreto di certi libri sacri che doveva custodire. L'uomo fu chiuso in un sacco insieme a un gallo, una serpe e una scimmia e gettato in mare. Fu decretato che in questo modo morisse chi uccideva i propri genitori e chi offendeva gli dei.
Marco Attilio Regolo, dopo aver a lungo combattuto contro i Cartaginesi, fu fatto prigioniero e condotto a Cartagine. Fu rimandato a Roma con la proposta di liberare tutti i prigionieri cartaginesi in cambio dello stesso Attilio Regolo. Tuttavia Regolo sostenne che non era giusto liberare tanti giovani nemici in cambio di un uomo ormai vecchio e inabile e tornò a Cartagine contro il desiderio di tutti perché aveva promesso e non voleva mancare alla parola data, pur sapendo che lo attendevano crudelissimi carnefici.
Dopo la sconfitta di Canne, il sanato romano ordinò che le donne portassero il lutto per i caduti non oltre il trentesimo giorno per evitare che le feste annuali della dea Cerere fossero rattristate da segni di mestizia. Grande dimostrazione di fede da parte dei senatori che vollero perseverare nel culto degli dei nonostante la disgrazia subita.

Capitolo Secondo - Di quelli che disprezzano la religione
Era opinione comune che la sconfitta di Canne fosse dovuta a un errore commesso anni prima dal console Varrone nel celebrare i giochi circensi in onore di Giove, Minerva e Giunone.
La famiglia dei Potizii aveva il compito di offrire sacrifici a Ercole ma quando questo compito fu delegato agli schiavi più di trenta giovani di quella casata morirono nel giro di un anno.
Quando la statua di Apollo in Cartagine fu spogliata delle sue vesti d'oro dai saccheggiatori romani, il dio fece trovare nella veste stessa le mani tagliate del responsabile del sacrilegio. Quando Brenno capo dei Galli profanò il tempio di Apollo, il dio lo fece impazzire ed egli si suicidò.
Turulio prefetto di Marco Antonio ebbe l'ordine di fabbricare navi e lo eseguì facendo abbattere molti alberi di un bosco sacro a Esculapio. Presto giunse la notizia della disfatta di Antonio e Turulio fu impiccato nel bosco che aveva profanato.
Quinto Fulvio Flacco asportò dei marmi dal tempio della Fortuna dei Cavalieri da lui eretto in Roma. Da allora perse la ragione e quando seppe che un suo figlio era morto e l'altro era malato morì di dolore. Il senato fece riportare quei marmi a Locri.
Publio Pleminio, legato di Scipione a Locri, rubò il tesoro del tempio di Proserpina. Quando i senatori vennero a conoscenza del furto fecero portare Pleminio in prigione a Roma dove mor' per una grave malattia prima di essere processato. Il senato rifuse ai Locresi il doppio del valore rubato.
Dallo stesso tempio (quello di Proserpina) furono rapiti i tesori anche dal re Pirro che subito dopo si imbarcò ma i venti respinsero lui e la sua armata sulla costa vicino al tempio dove il mal tolto venne restituito al sacerdote della dea.

Degli stranieri
Un capitano dell'armata di Massinissa prese dal tempio di Giunone nell'isola di Malta dei grandi denti di elefante e li portò al re. Massinissa, tuttavia, quando seppe la provenienza di quei denti li fece subito riportare al loro posto.
Dionisio di Siracusa commise molti furti sacrileghi facendosi beffe della religione. Rubò nel tempio di Proserpina a Locri, Nella città di Anania tolse alla statua di Giove un mantello d'oro e lo sostituì con uno di lana In Epidauro tolse la barba d'oro alla statua di Esculapio e in molti altri templi prese corone d'oro ed altri preziosi ex-voto. Durante la sua vita non fu punito per tanti sacrilegi ma le sie pene colpirono il figlio Dionisio il Giovane che, scacciato dal regno, visse miseramente.
Dei cittadini di Lipari si appropriarono di una tazza d'oro che alcuni ambasciatori stavano portando a Delfi come decima delle spoglie di Veio per ordine di Camillo. Quando Timasiteo re di Lipari fu informato della destinazione di quell'offerta ne ordinò l'immediata restituzione agli ambasciatori che andarono ad adempiere il voto.
I soldati di Alessandro Magno che entrarono nel tempio di Cerere a Mileto per saccheggiarlo furono accecati da un lampo di fuoco.
Persiani spinti dal vento con mille navi all'isola di Delo offrirono doni al tempio di Apollo.
Gli Ateniesi condannarono per eresia Diagora e Socrate. Fecero tacere Fidia quando sostenne che il marmo era più adatto dell'avorio per la statua di Zeus perché il costo del marmo era inferiore.
Il comandante ateniese Diomedonte fu condannato a morte per aver violato, combattendo, un editto del senato. Prima di morire disse ai carnefici che stavano realizzando il suo voto fatto per la salute dell'esercito.

Capitolo Terzo - Di quanti si servirono della religione per realizzare i loro progetti.
Numa Pompilio faceva credere di essere cnsigliato dalla dea Egeria per dar maggior valore alle sue decisioni.
Scipione Africano sostava nella cella di Giove Capitolino prima di compiere qualsiasi azione, perciò era creduto figlio di Giove.
Prima di combattere Silla venerava una piccola immagine di Apollo facendo credere ai soldati che il dio gli avesse promesso la vittoria.
Quinto Sertorio teneva con se una cerva bianca affermando di riceverne indicazioni su come fosse meglio agire.

Degli Stranieri
Minosse re di Creta ogni nove anni entrava in una profonda caverna e vi si tratteneva a lungo per far credere che stesse parlando con Giove.
Cacciato da Atene il tiranno Pisistrato fece vestire come la dea minerva una donna molto alta e bella non conosciuta in città. La donna percorse Atene su un carro ordinando ad alta voce di restituire il potere a Pisistrato. L'inganno ebbe successo.
Licurgo convinse gli Spartani che le sue severe leggi erano state consigliate da Apollo.
Seleuco faceva credere di essere sempre assistito da Minerva.
Paculla, dichiarando di essere ispirata dagli dei fece celebrare le feste di Bacco di giorno invece che di notte per ridurre il rischio di disordini.

Capitolo Quarto - Degli Auspici
Il senato proibì a Lutazio di consultare gli auspici della dea Fortuna dei Prenestini perché non era bene reggere la repubblica con il consiglio di divinità straniere.
Caio Cornelio Ispalo come pretore espulse da Roma gli indovini caldei che ingannavano le persone con i loro falsi responsi.
Quando il senato decise di demolire il tempio di Iside e Serapide il solo Lucio Emilio Paolo ebbe il coraggio di iniziare il lavoro.
Tarquinio Prisco intendeva ampliare la cavalleria istituita da Romolo ma Accio Navio (Attio Nevio) Interpretando gli auspici glielo proibì. Offeso, Tarquinio gli chiese se una sua idea (senza rivelarla) fosse realizzabile, l'indovino rispose di si e Tarquinio gli ordinò di tagliare una pietra con un rasoio, operazione che riuscì a Nevio senza difficoltà.
Tiberio Gracco non volle dar peso agli auspici negativi sulla legge agraria e ignorò altri segnali di pericolo ma fu aggredito da Scipione Nasica, fuggì, cadde e venne ucciso.
Publio Clodio nella prima guerra punica voleva consultare gli auspici ma fece uccidere i polli usati per quel genere di divinazione perché non volevano uscire dalla gabbia per beccare.
Lucio Iunio, avendo ignorato gli auspici, perse l'armata in una tempesta e si uccise per evitare la punizione.
Quando bruciò il tempio della dea Vesta, Metello pontefice massimo salvò la statua di Pallade. Il giorno precedente due corvi volando avanti il suo viso lo avevano messo in allarme.
Un corvo estrasse dal muro lo gnomone di una meridina nella villa di Cicerone a Gaeta e poi afferrò col becco la toga dell'oratore non lasciandola finché non arrivarono i sicari mandati dai triumviri.
A Filippi prima della famosa battaglia si videro due aquile affrontarsi sopra il campo, quella venuta dalla parte di Bruto fu malmenata e costretta a fuggire da quella che aveva sorvolato il campo dei nemici.

Degli Stranieri
L'architetto Democrate, incaricato da Alessandro di progettare una nuova città in Egitto tracciò il disegno con una polenta di farina di farro. Arrivarono innumerevoli uccelli e mangiarono il progetto, ciò fu interpretato dai sacerdoti come segno di grande opulenza della futura città.
Il re Deiotaro non volle entrare in una casa dove avrebbe potuto pernottare perché aveva visto un'aquila sul tetto. Durante la notte la casa crollò.

Capitolo Quinto - Dei buoni e mali annunzi
Mentre il senato discuteva sul trasferimento a Veio della popolazione dopo il tragico saccheggio dei Galli, si udì la voce di un centurione che ordinava ai soldati che lo seguivano di fermarsi in Campo Marzio dicendo "in questo luogo staremo bene". I senatori si convinsero che si trattava di un segnale della volontà degli dei e abbandonarono l'idea del trasferimento.
opo la vittoria su Veio, Camillo temette che gli dei diventassero gelosi della felicità dei Romani e pregò di sfogare su di lui l'eventuale invidia. Forse fu per questo che poco dopo venne mandato in esilio.
Il console Lucio Paolo vide sua figlia, bambina, piangere per la morte del suo cagnolino che si chiamava Perseo. Paolo lo prese per un buon presagio per la campagna militare contro il re Perseo che stava per affrontare.
Cecilia moglie di Metello andò a mezzanotte in un tempio insieme a una nipote in età da marito sperando di ricevere un buon presagio per la nipote. Dopo una lunga attesa, la giovane che era rimasta in piedi chiese alla zia un poco di spazio per sedere. Cecilia si alzò dicendo "Siedi qui figliola, ti do volentieri il mio posto". E questo fu l'annuncio che desideravano, infatti poco tempo dopo Cecilia morì e Metello sposò sua nipote.
Caio Mario fu catturato presso Minturno e custodito in una casa. Vide un asino rifiutare il cibo e abbeverarsi e interpretò la cosa come un presagio. Pregò quindi la folla che era corsa ad aiutarlo di portarlo fino al mare. Si imbarcò per l'Africa e scampò dalle mani di Silla.
Durante la sua fuga dopo la sconfitta di Farsalo, Pompeo notò una bellissima villa nei pressi di Pafo nell'isola di Cipro. Quando seppe che il proprietario si chiamava Cacovasilea (= cattivo re) pianse sul proprio destino, sicuro che più nessuno lo avrebbe aiutato.
Volendo recitare un bel verso per il suo compleanno, Marco Bruto citò un passo di Omero che parlava dell'arco di Apollo. Proprio l'immagine di Apollo fu scelta da Ottaviano e Marco Antonio come insegna nella guerra contro di lui.
Saccheggiando Rodi, Cassio portò via tutte le statue degli dei tranne quella del Sole. Dopo la rotta di Farsalo dovette lasciare anche "il sole universale di tutto il mondo".
Il console Petilio prima di combattere per conquistare il monte Leto in Liguria, affermò che lo avrebbe preso ad ogni costo e fu ucciso in battaglia.

Degli Stranieri
Ai Prianei che chiedevano aiuti militari, i Samii mandarono una sibilla. Era una beffa ma grazie alla sibilla i Prianei ottennero la vittoria.
Analogamente gli Epidamni risposero alla richiesta di aiuti di quelli di Apollonia che mandavano loro il fiume Eante (che scorreva presso entrambe le città). Gli Apolloniati fecero una statua dell'Eante e la portarono in battaglia, vinsero e da allora considerarono il fiume un dio eportarono la statua con loro in tutte le guerre.

Capitolo Sesto - Dei prodigi o miracoli
Intorno al capo di Servio Tullio bambino che dormiva fu vista risplendere una fiamma. Era figlio di una schiava ma la regina Tanaquilla lo allevò come un figlio e lo sostenne finché divenne re.
Una luce prodigiosa apparve anche intorno al capo du Lucio Marzio mentre parlava alle truppe demoralizzate per la morte dei comandanti Publio Scipione e Gneo Scipione, il fenomeno incoraggiò i soldati che riportarono una grande vittoria.
Durante la guerra con Veio il lago Albano straripò senza una ragione evidente e l'oracolo di Delfi predisse che se i Romani avessero incanalato le acque per irrigare i campi avrebbero sconfitto i Veienti. Un aruspice di Veio catturato dai Romani confermò la profezia. I Romani eseguirono quanto prescritto dall'oracolo ed ebbero la vittoria.
Un serpente apparso a Silla mentre offriva sacrifici durante la guerra sociale fu interpretata da un indovino come presagio favorevole, infatti poco dopo Silla conquistò il potentissimo campo dei Sanniti.
Segue il racconto di vari prodigi accaduti a Roma; buoi parlanti, pioggia di pezzi dei carne, il grido di trionfo di un bambino di sei mesi, un bambino nato con la testa di elefante, spighe di grano insanguinate ... Gaio Flaminio eletto console omise la tradizionale consultazione degli auspici. All'inizio della battaglia del Lago Trasimeno ricevette più di un prodigioso avvertimento (cadde dal cavallo e non fu possibile estrarre le insegne dal terreno) ma non ne tenne conto e subì una drammatica sconfitta perdendo egli stesso la vita. Anche Gaio Ostilio Mancino, in procinto di imbarcarsi per Numanzia, trascurò dei presagi e si recò comunque in Spagna dove fu costretto a firmare un vergognoso trattato di pace.
Mentre Tiberio Sempronio Gracco offriva sacrifici comparvero due serpenti che divorarono il fegato della vittima. Il prodigio si ripetè due volte ma Gracco non ascoltò gli avvertimenti degli aruspici e cadde nell'imboscata tesagli dal cartaginese Magone.
Anche Marco Claudio Marcello, il conquistatore di Siracusa, non tenne conto del responso dei sacrifici e cadde in combattimento contro i Cartaginesi.
Gneo Ottavio (console nell'87 a.C.) vide cadere il capo di una statua di Apollo e conficcarsi nel terreno tanto tanto che non si riusciva a estrarlo. Quando Cinna entrò a Roma con Mario lo uccise, lo fece decapitare ed espose la sua testa, allora il capo di Apollo si sbloccò spontaneamente.
Marco Crasso avrebbe dovuto considerare i molti presagi che si verificarono nel suo campo ma li ignorò e andò incontro a una drammatica sconfitta e al massacro delle sue legioni.
Giove mandò molti avvertimenti a Pompeo (fulmini, sciami di api, angoscia dei soldati) per evitare che combattesse contro Cesare ma Pompeo, generalmente molto prudente, non ne tenne conto e fu la sua rovina.
Prima di recarsi al senato, Cesare sacrificò un toro del quale non fu trovato il cuore e poco dopo venne ucciso dai congiurati.

Degli Stranieri
Nell'esercito che Serse condusse in Grecia una cavalla partorì una lepre, presagio della successiva fuga dei Persiani. Lo stesso Serse prima di attaccare Sparta vide il vino della sua coppa trasformarsi in sangue.
Le formiche che portarono chicchi di grano nella bocca di Mida bambino addormentato furono presagio della incredibile ricchezza che egli avrebbe raggiunto.
Le api portarono il miele alla bocca di Platone bambino dopo aver succhiato polline sull'Elicona, luogo di ogni dottrina.

Capitolo Settimo - Dei Sogni
Benché malato, Ottaviano si fece portare in lettiga sul campo della battaglia di Filippi per obbedire a un ordine di Minerva dato in sogno al suo medico.
Calpurnia moglie di Cesare sognò di tenere tra le braccia il marito colpito da molte ferite ma al mattino non riuscì a dissuaderlo dall'uscire di casa e proprio in quel giorno Cesare venne ucciso.
Publio Decio Mure e Tito Manlio Torquato (consoli 340 a.C.) sognarono entrambi che uno dei due doveva sacrificarsi per ottenere la vittoria contro i Latini. Il mattino seguente si offrirono sacrifici e gli indovini confermarono la previsione dei sogni indicando che Publio Decio doveva sacrificarsi.
Quando uno schiavo venne battuto nel Circo Flaminio poco prima dell'inizio dei giochi, Giove ordinò in sogno a un romano di dire al console che i giochi dovevano essere ripetuti, pena gravi danni alla città. L'uomo ebbe paura del console e non lo avvisò e suo figlio morì improvvisamente. Fece ancora lo stesso sogno, non eseguì quanto gli veniva ordinato e si ammalò gravemente. Infine, portato in barella dagli amici, si presentò in Senato e comunicò il messaggio. Subito guarì con grande stupore dei presenti.
Durante l'esilio, Cicerone sognò Gaio Mario che lo accompagnava ad un tempio dicendogli che vi era riposta la più lieta speranza. Infatti si tenne in quel tempo la riunione che decise il ritorno di Cicerone a Roma. Caio Gracco vide in sogno suo fratello Tiberio che gli annunciava che sarebbe morto tragicamente come lui, Cassio Parmense, uno dei cesaricidi, sognò un uomo grandissimo di colore scuro con barba e capelli incolti che affermò di essere uno spirito o genio maligno. Sconvolto, Cassio parlò con i suoi servi per accertarsi che la creatura non fosse reale ma quando si riaddormentò l'incubo tornò a tormentarlo ed egli rinunciò a dormire e chiese un lume per tenere lontano lo spettro. Poco tempo passò tra questa notte e la sua decapitazione ordinata da Augusto.
Il cavaliere Aterio Rufo sognò di essere ucciso da un reziario e il giorno successivo, mentre assisteva ai giochi gladiatori, un reziario lo colpì involontariamente facendo avverare il suo sogno.

Degli Stranieri
Annibale sognò un giovane di grandi dimensioni mandatogli come guida da Giove, vide poi un enorme serpente che avanzava distruggendo tutto ciò che incontrava. Infine il giovane gli spiegò il sogno come un presagio delle disgrazie che stavano per colpire l'Italia.
Alessandro Magno sognò che Cassandro gli porgeva una bevanda avvelenata e non credette di essere in pericolo ma più tardi Cassandro lo avvelenò facendo avverare il presagio (non ci sono prove dell'avvelenamento di Alessandro ma in molti sospettarono Cassandro i cui rapporti con il re non erano buoni).
Simonide, andato presso il mare per imbarcarsi, trovò un cadavere sulla spiaggia e lo fece seppellire. Quell'uomo gli apparve in sogno la notte seguente e gli raccomandò di non imbarcarsi. La profezia si avverò e la nave affondò a causa di una tempesta. Riconoscente, Simonide dedicò a quell'uomo versi immortali.
Quando Creso re di Lidia sognò che il figlio Ati veniva ucciso, prese ogni precauzione per salvarlo, non lo lasciò più andare alla guerra o allenarsi a combattere con gli amici. Quando Ati lo pregò di lasciarlo partecipare a una battuta di caccia al cinghiale, Creso glielo concesse perché ne sonno l'aveva visto morire colpito da un'arma e non da una belva. Ma il destino è inevitabile, Ati morì involontariamente colpito da un altro cacciatore.
Astiage sognò che l'orina di sua figlia Mandane allagava tutta l'Asia e che da lei nasceva una vite che cresceva tanto da far ombra a tutto il regno. Astiage fece sposare la figlia con un persiano di modesta condizione per evitare che il potere passasse ad un'altra famiglia e ordinò di uccidere il neonato figlio di Mandane, ma nulla potè impedire la felicità e la grandezza di suo nipote Ciro.
Quando Dionisio di Siracusa era ancora un privato cittadino, una siciliana di nome Imera sognò di salire in cielo e vedere gli dei. Sotto il seggio di Giove vide un giovane incatenato, era pallido e aveva i capelli rossi. Le venne spiegato che era il destio della Sicilia e dell'Italia e che una volta slegato sarebbe stato la rovina di molte città. Quando Dionisio entrò trionfalmente in Siracusa, Imera riconobbe in lui il prigioniero visto in sogno e prese a gridare avvertimenti. Dionisio ordinò segretamente di farla morire. La madre di Dionisio, prima che nascesse, sognò di partorire un satiro e le fu spiegato che il figlio sarebbe stato potentissimo.
Durante l'assedio di Siracusa il cartaginese Amilcare sognò che la sera seguente avrebbe cenato in Siracusa. Gli assediati fecero una sortita e presero il campo di Amilcare il quale cenò in città come aveva sognato, ma come prigioniero, non come vincitore.
Alcibiade sognò una sua amica che lo avvolgeva nel suo mantello. Quando fu ucciso per ordine di Lisandro fu portato alla sepoltura proprio da quella sua amica che lo avvolse nel mantello come nel sogno.
Due viaggiatori provenienti dall'Arcadia giunsero a Megara, uno dei due andò a dormire a casa di un amico, l'altro all'osteria. Durante la notte il primo sognò il secondo che gli chiedeva aiuto perché l'oste lo minacciava. L'uomo accorse all'osteria ma gli parve di compiere una sciocchezza e tornò a dormire. Sognò di nuovo il compagno che gli chiedeva vendetta perché era stato ucciso e il suo corpo era sopra un carro coperto di letame. Questa volta l'uomo trovò il carro di letame con il cadavere e denunciò l'oste che fu condannato a morte.

Capitolo Ottavo - Delle Meraviglie
Sul lago Regillo il dittatore Aulo Postumio e il comandante dei Tuscolani Ottavio Mamilio si scontrarono in battaglia ma poiché nessuno dei due cedeva furono visti Castore e Polluce combattere per i Romani.
Durante la guerra di Macedonia, Publio Vatinio riferì in senato di aver incontrato due bellissimi giovani che gli avevano annunciato la vittoria di Paolo Emilio sul re Perseo. L'uomo non fu creduto e venne imprigionato per vilipendio al senato ma quando giunse conferma della vittoria fu liberato e gli fu donato un campo.
Castore e Polluce furono visti bagnarsi e rinfrescare i cavalli nel lago di Giuturna e il loro tempio fu trovato aperto senza che nessuno ne avesse disserrato le porte.
Quando Furio Camillo conquistò Veio si decise di trasportare a Roma la statua di Giunone Moneta. Un soldato chiese per scherzo alla statua se voleva essere trasferita e la statua rispose di si con grande meraviglia dei presenti. La statu fu collocata nel tempio di Giunone sull'Aventino.
La statua e il tempio della Fortuna Muliebre furono consacrati al quarto miglio della Via Latina nel punto in cui Coriolano fu convinto dalla madre a desistere dai suoi propositi di vendetta. La statua parlò due volte confermando di gradire il luogo in cui si trovava.
Durante una battaglia combattuta dal console Valerio Publicola contro gli Etruschi che volevano restaurare il regno dei Tarquini, fu udita la voce del dio Silvano che indicava i Romani come vincitori affermando che gli Etruschi avrebbero perso un uomo in più del Romani. Presi dal terrore gli Etruschi fuggirono nonostante stessero per vincere. In seguito la conta dei cadaveri confermò la profezia di Silvano.
Bruzi e Lucani cercavano di distruggere la città di Turi, difesa da Caio Fabrizio Licinio. I due eserciti schierati esitavano quando apparve "un giovane di smisurata grandezza" e cominciò ad esortare i Romani, quindi prese una scala, attraversò lo schieramento dei nemici e superò lo steccato del loro campo. I romani a questo punto si mossero e vinsero la battaglia uccidendo ventimila nemici e facendo cinquemila prigionieri tra cui il comandante Stazio Statilio. Dopo la vittoria i Romani fecero onore a Marte convinti che fosse lui il giovane che li aveva stimolati a combattere.
Lucio Lentulo, vedendo da lontano il rogo del corpo di Pompeo Magno ucciso a tradimento dal re Tolomeo, intuì di cosa si trattava, intuizione che Valerio Massimo giudica "miracolosa".
Appio (Appio Cludio Pulcro, console nel 54 a.C.), sostenitore di Pompeo, durante la guerra civile consultò la sacerdotessa di Delfi che presagì che se voleva evitare una pericolosa battaglia doveva andare in Eubea. Considerando il responso come un'esortazione a ritirarsi, Appio andò in Eubea e qui morì prima della battaglia di Farsalo.
Si possono citare come miracoli i casi della tromba di Romolo e della statua di Servio Tullio che rimasero intatti negli incendi dei luoghi in cui erano custoditi.
Le immagini degli dei che Enea aveva portato da Troia a Lavinio furono trasferite ad Albalonga da Ascanio ma tornarono a Lavinio. Furono di nuovo riportate a Albalonga e di nuovo tornarono a Lavinio dimostrando quale era la volontà degli dei.
Caio Cassio, uno degli uccisori di Cesare, dopo la battaglia di Farsalo ebbe la visione di Cesare che vestito di porpora e con viso minaccioso veniva al galoppo verso di lui mentre una voce gli chiedeva "Che farai Cassio se averlo ucciso non basta?"

Degli Stranieri
Il corpo di Ero Panfilio rimase per molti giorni sul cumulo dei morti in battaglia e quando fu posto sul rogo risuscitò e narrò cose meravigliose che aveva visto quando era morto.
Un coltissimo uomo di Atene ricevette un colpo al capo che gli tolse la memoria degli studi compiuti.
La moglie dell'ateniese Nausimene perse la parola scoprendo che il figlio e la figlia avevano rapporti incestuosi e i due giovani si suicidarono.
Egle di Samo era un lottatore muto, quando gli fu negato il premio di una competizione che aveva vinto recuperò la parola per effetto dell'indignazione.
Gorgia di Epiro fu partorito dalla madre già morta, rischiando di finire con lei sul rogo.
Giasone di Fere su un attentato che giovò alla sua salute perché un colpo di coltello gli ruppe una piaga purulenta che nessun medico aveva saputo guarire.
La casa di Scopa crollò improvvisamente uccidendo lui e i suoi convitati. Si salvò il solo Simonide che era uscito dalla casa per parlare con due uomini che lo avevano fatto chiamare.
Il sofista Dafida volle ingannare l'oracolo di Apollo chiedendogli se avrebbe ritrovato il suo cavallo (non ne aveva mai avuto uno). L'oracolo rispose affermativamente ma aggiunse che sarebbe morto cadendo dal cavallo. Quando Dafida, per ordine del re, fu arrestato e precipitato da una rupe detta "cavallo" la profezia si avverò.
Il re Filippo vietò nel suo regno le quadrighe ed evitò una località chiamata "quadriga" perché l'oracolo lo aveva avvertito di temere una quadriga. Pausania uccise Filippo con un coltello sul cui manico era intagliata una quadriga.
Prima di suicidarsi, Calano disse a Alessandro Magno che lo avrebbe rivisto presto, infatti Alessandro morì poco dopo.
Un marinaio fu gettato in mare da un'onda e riportato sulla nave da un'altra onda.
Il re Prusia e suo figlio avevano un osso unico al posto dei denti superiori.
La figlia di Mitridate aveva la dentatura doppia che la rendeva molto brutta.
Linceo aveva una vista eccezionale: dal Capo Lilibeo vedeva le navi uscire dal porto di Cartagine.
Quando gli Ateniesi uccisero Aristomene Messenio che era fuggito molte volte, vollero vedere il suo cuore e lo trovarono peloso.
Il poeta Antipatro soffriva per la febbre ogni anno nel giorno del suo compleanno, l'ultima volta la febbre lo uccise.
I filosofi Polistrato e Ippoclide nacquero lo stesso giorno, studiarono insieme, furono entrambi epicurei, insieme tennero una scuola, infine morirono nello stesso giorno.
Come ha raccontato Tito Livio, l'esercito di Attilio Regolo trovò in Africa un enorme serpente che uccise molti soldati per impedire loro di avvicinarsi a un fiume. Per ucciderlo furono usate le catapulte e altre macchine da guerra

LIBRO SECONDO


Capitolo Primo - degli statuti antichi
Dalle meraviglie della natura, l'autore passa a descrivere le istituzioni antiche.
Gli antichi non davano inizio ad alcuna impresa senza aver consultato gli auguri. Ai tempi di Valerio Massimo rimaneva come tradizione la presenza di un augure nei matrimoni. Le donne si sposavano una sola volta e le vedove evitavano di risposarsi per non sembrare intemperanti.
Nei primi cinque secoli i Roma nessuna moglie fu ripudiata. Il primo caso fu quello di Spurio Carbilio che ripudiò la moglie perché sterile, decisione che fu molto deprecata. Da allora, per rispetto delle donne ripudiate, fu proibito alle levatrici di compiere sgradevoli esami sui loro corpi.
Anticamente era vietato alle donne bere vino per evitare che stimolasse la loro libidine creando incidenti. In compenso era loro concesso indossare abiti lussuosi e gioielli, a quei tempi non c'erano mariti gelosi e uomini e donne si comportavano con reciproco rispetto.
Le coppie che avevano motivi di discordia si rivolgevano alla dea Viriplaca. Più in generale per risolvere le liti familiari si attendeva la ricorrenza annuale di un convito detto Caristia (22 febbraio) al quale partecipava l'intera famiglia. In quell'occasione le discordie venivano esaminate e risolte insieme.
La gioventù romana aveva il massimo rispetto per gli anziani. I giovani accompagnavano gli anziani in senato e li aspettavano per riaccompagnarli a casa. Nelle cene si preoccupavano di lasciare i posti migliori agli anziani e finché questi non si alzavano rimanevano seduti in rispettosa attesa.
I senatori non parlavano mai delle loro decisioni con altre persone. Quando il re Eumene informò il senato delle intenzioni aggressive di Perseo non se ne seppe nulla fino alla vittoria su Perseo di Paolo Emilio.
Senatori e governatori parlavano con gli ambasciatori greci soltanto in latino o a mezzo di interpreti.
Vincitore su Giugurta e sui Cimbri, Caio Mario non volle imparare le lingue dei popoli vinti per non allontanarsi dal costume e dalle leggi della sua patria.
Molone Apollonio, maestro di Cicerone, fu il primo straniero a parlare in senato senza interprete.
Era antico costume che nessuno camminasse tra il console e i littori, con l'eccezione dei figli del console se ancora bambini. Anche Quinto Fabio Massimo, uomo di somma autorità, rifiutò di porsi tra il figlio console e i suoi littori e in altra occasione redarguì il figlio che non rispettava la tradizione.
Ambasciatori romani giunti a Taranto per recuperare navi di grano catturate dai Tarentini furono ingiuriati e vilipesi, tuttavia esposero le loro richieste con calma e serietà. Segue un'invettiva contro Taranto che si lasciò abbagliare dalle sue ricchezze e infine fu presa dai Romani.
I tribuni della plebe non entravano in senato ma sedevano alla porta della curia e qui esaminavano e a volte respingevano le decisioni dei senatori. Siglavano con la lettera "T" il testo delle delibere da loro approvate.
I Lupercali (15 febbraio) si celebravano ogni anno in ricordo del giorno in cui Numitore concesse ai nipoti Romolo e Remo di fondare una città ai piedi del Palatino.
Il 15 luglio di ogni anno si svolgeva la processione degli appartenenti all'ordine dei Cavalieri istituita da Quinto Fabio Massimo.
Caio Mario abrogò la regola che escludeva dagli arruolamenti le persone di bassa condizione sociale, lui stesso, del resto, era un "uomo nuovo" e non apparteneva alla nobiltà. Durante il suo consolato, Publio Rutilio istituì le esercitazioni dei soldati con le armi affidando l'addestramento ad alcuni esperti gladiatori.
Quando Fulvio Flacco assediò Capua, il centurione Quinto Nevio ebbe lidea di armare dei fanti con delle corte lance e di mandarli contro la cavalleria nemica. Ferendo i cavalli e i cavalieri, questi soldati fecero grandi danni alla cavalleria che era la più valida risorsa dei Capuani.
Si tenevano a Roma degli spettacoli simulando battaglie ma spesso la situazione degenerava per l'eccessiva violenza. Su consiglio di Publio Scipione Nasica furono sequestrate le attrezzature di scena di quegli spettacoli e fu ordinato a chi voleva assistervi di rimanere in piedi.
Scipione Africano istituì la separazione dei posti per i senatori negli spettacoli, provvedimento che risultò molto impopolare.
Durante il consolato di Caio Sulpicio Betico e Caio Licinio Stolone, Roma era oppressa da una grave epidemia e per avere aiuto dagli dei si composero canti e inni ai quali si unirono delle danze con l'aiuto di coreografi etruschi. Da questi spettacoli di danza, col tempo, derivarono le Satire e dalle Satire la Commedia. Il primo a comporre e rappresentare una commedia fu Livio Andronico che faceva cantare un fanciullo accompagnato da un flauto e dalla sua mimica.
Istrioni provenienti da Atella furono deplorati per l'oscenità delle loro rappresentazioni.
Un uomo di nome Valesio aveva due figli e una figlia che erano stati infettati da una pestilenza che in quei giorni colpiva Roma e il contado. Una volta, mentre pregava, udì una voce che gli ordinava di portare i figli a Taranto e offrire sacrifici all'altare di Plutone e Proserpina. Benché preoccupato per il lungo viaggio, Valesio partì con i suoi figli. Arrivato vicino a Campo Marzio un barcaiolo gli indicò un luogo lungo il Tevere dove del fumo usciva dalla terra e gli disse che quel luogo era chiamato Taranto. L'uomo si affrettò a raccogliere dei piccoli pezzi di legno, li dispose sul punto da cui usciva il fumo e riuscì a riaccendere una fiamma sulla quale fece bollire dell'acqua del fiume. Bevuta quell'acqua i figli si addormentarono e quando si destarono guariti dissero di aver sognato un dio che li curava e raccomandava loro di offrire sacrifici sull'altare di Plutone e Proserpina. L'uomo pensò di dover costruire un altare in quel luogo ma mente se ne scavavano le fondamenta venne alla luce un altare antico sul quale Valesio offrì sacrifici. Pre ringraziamento degli dei, Valesio e i suoi figli celebrarono per tre notti continue giochi e lettisterni.
Publio Valerio Publicola, primo console insieme a Giunio Bruto, sacrificò sullo stesso altare due buoi neri, uno a Plutone per la salute degli uomini e l'altro a Proserpina per la salute delle donne. Dopo tre giorni di giochi e lettisterni fece sotterrare l'altare.
Quinto Catulo fu il primo a far coprire di tende la platea dei circhi e dei teatri. Gneo Pompeo fu il primo a portare acqua nei teatri tramite piccoli canali per mitigare la temperatura estiva.
Claudio Pulcro fu il primo a volere la scena dipinta a teatro, in seguito Caio Antonio Petreo e Quinto Catulo apportarono altre migliorie.
Lucio e Cinna, consoli, introdussero meccanismi per ruotare le scene. Scauro rinnovò i costumi degli attori. consoli Appio Claudio e Quinto Fulvio si tennero nel Foro Boario i primi giochi gladiatorii.
La prima statua dorata in Italia fu dedicata nel tempio della Pietà da Marco Attilio Glabrione in memoria del padre vincitore su Antioco alle Termopili, essendo consoli Corbelio Lentulo e Marco Bebio Panfilo.
Gneo Flavio, nominato edile, divulgò le leggi delle dodici tavole. Quando fece visita all'altro edile malato notò che i nobili presenti non gli offrivano un posto per sedere per disprezzo della sua modesta origine. Senza perdersi d'animo Gneo Flavio si fece portare la sedia curule degli edili.
Non si parlò di veleno a Roma fin quando, per testimonianza di una schiava, si scoprì che molte donne avevano avvelenato i propri mariti. L'inchiesta che seguì portò centosettanta donne alla condanna a morte.
Il collegio dei suonatori di flauto soleva esibirsi in maschere per le strade quando non era impegnato per cerimonie o spettacoli. Quando il senato vietò loro di riunirsi nel tempio di Giove, i suonatori lasciarono Roma e si trasferirono a Tivoli. Gli abitanti di Tivoli, pregati dal senato di farli ritornare, li fecero ubriacare, li legarono e li portarono a Roma su un carro. Qui riebbero il permesso di riunirsi nel tempio di Giove insieme a quello di esibirsi in pubblico.
Anticamente anche i nobili e i notabili della città si cibavano con molta sobrietà. Spesso mangiavano pane di farro invece di pane di grano. Nei sacrifici spargevano farina di farro sulle vittime e con il farro nutrivano i polli usati per gli auspici. Adoravano la dea Febbre in tre diversi templi chiedendole di preservarli dalla malattia ma le migliori garanzie della loro salute erano la continenza e la sobrietà dei costumi.
La città di Sparta, governata dalle severe leggi di Licurgo, ebbe costumi sobri come quelli romani. Agli Spartani era proibito avere rapporti con gli orientali che avevano modo di vivere licenzioso e con gli Ionii che avevano la deplorevole abitudine di ungersi e profumarsi. Infatti, quando il loro capo Pausania, dopo aver dato molte prove di virtù e di coraggio, si accostò ai costumi d'Asia, subito si lasciò corrompere e perse la sua abituale forza d'animo. Gli eserciti spartani usavano combattere accompagnati dal suono delle tibie. Vestivano di rosso per celare ai nemici il sangue delle loro ferite.
Nel luogo detto Areopago, si riuniva il consiglio degli Ateniesi che indagava sulla vita di ciascun cittadino per fare in modo che le persone, sapendosi controllate, si comportassero rettamente. Gli Ateniesi usavano premiare i migliori cittadini con la corona d'ulivo, il primo a riceverla fu Pericle.
Gli schiavi liberati che venivano accusati di accertata ingratitudine venivano riportati alla condizione servile. Costumi simili furono adottati dai Marsigliesi: presso di loro lo schiavo liberato poteva essere ridotto in servitù fino a tre volte, alla quarta non veniva punito perché si presumeva che la responsabilità fosse del padrone.
A Marsiglia erano vietati spettacoli nei quali si rappresentassero stupri, adulteri e altri simili episodi. Dalla fondazione si conservava la spada con cui si uccidevano i colpevoli, corrosa dalla ruggine, come monito per chi volesse violare le antiche leggi.
Davanti alle porte di Marsiglia si trovavano due bare vuote nelle quali si disponevano i cadaveri da seppellire. Le esequie si svolgevano senza pianti e lamenti e si concludevano con un banchetto. Il senato di Marsiglia ascoltava le ragioni di chi intendeva suicidarsi e se le riconosceva valide faceva somministrare la cicuta all'interessato.
Valerio Massimo presume che si trattasse di una consuetudine di origine greca e in proposito racconta un episodio di eutanasia del quale era stato testimone nell'isola di Ceo quando seguiva Sesto Pompeo in Asia.
I Marsigliesi ricevevano cortesemente gli stranieri ma era obbligatorio lasciare le armi ai guardiani delle porte prima di entrare in città.
I Galli spesso concedevano prestiti credendo di ricevere altrettanto denaro nell'altro mondo.
Cimbri e Celtiberi erano felici di morire in battaglia ma disperati se si ammalavano perché credevano la morte per malattia adatta ai vili.
I Traci celebravano le nascite con pianto e dolore mentre facevano festa quando qualcuno moriva.
I Licii negli eventi luttuosi si vestono da donna affinché la fretta di cambiarsi allontani il dolore e la tristezza.
In India è costume che ogni uomo abbia più mogli. Quando un uomo muore si svolge un giudizio per individuare quella che ha più amato il marito. La prescelta viene posta sul rogo insieme al cadavere.
Nella città di Sica in Africa le donne prive di ricchezze si prostituivano nel tempio di Venere per formare la propria dote e potersi sposare e vivere pudicamente.
Tra i Persiani i bambini non vedevano il padre prima di aver compiuto sette anni in modo da mitigare il dispiacere se il padre moriva prima di quella data.
E' costume dei Numidi baciarsi l'un l'altro. I re se ne astengono per distinguersi dalla massa.

Capitolo secondo - Della disciplina militare
Scipione Emiliano ottenne il comando dell'esercito in Spagna per espugnare la città di Numantia, il suo primo ordine fu di eliminare le cose superflue e mandare via tutte le persone non combattenti, perciò partirono mercanti, servitori e meretrici. Così l'esercito recuperò disciplina e vigore e in breve la città di Numantia fu conquistata e distrutta e Scipione ne riportò il meritato trionfo.
Analogo provvedimento prese Metello nella guerra contro Giugurta per ripristinare la disciplina dopo le eccessive licenze concesse dal suo predecessore Spurio Albino. Oltre ad espellere chi non era adatto a combattere, Metello sottomise i soldati a duro lavoro e frequenti cambiamenti di campo, realizzazione di fosse e steccati.
Giovarono alla disciplina anche coloro che si mostrarono severi anche con i propri clienti come Publio Rutilio che, durante la guerra degli schiavi in Sicilia privò suo genero Quinto Fulvio dell'amministrazione di quella provincia.
Caio Cotta degradò e fece frustare Publio Amelio Pecuniola, suo parente, colpevole di negligenza durante l'assedi di Lipari. Per colpe analoghe il censore Fulvio Flacco rimosse il proprio fratello dall'ordine senatorio.
Postumio Tuberto e Manlio Torquato fecero uccidere i loro figli per aver combattuto violando i loro ordini, nonostante le vittorie che entrambi i giovani avevano conseguito.
Lucio Quinzio Cincinnato, dittatore, costrinse Lucio Miunucio a deporre il consolato perché si era lasciato assediare e si era comportato vilmente.
Papirio Cursore dittatore nella guerra contro i Sanniti, condannò il maestro di cavalleria Quinto Fabio Rutiliano ad essere denudato e frustato in pubblico perché contravvenendo ai suoi ordini aveva attaccato il nemico e la vittoria che aveva ottenuto non serviva a propiziare la clemenza del dittatore. Prima dell'esecuzione della pena, Fabio Rutiliano riuscì a rifugiarsi a Roma dove i tribuni della plebe insieme a molti cittadini pregarono il dittatore di annullare la condanna. Infine Papirio Cursore, pur senza perdonare Rutiliano, rimise la decisione al popolo e ai tribuni.
Lucio Calpurnio Pisone era console e comandante nella guerra contro gli schiavi in Sicilia. Quanto il prefetto dei cavalieri Tito, trovandosi in pericolo, accettò di consegnare le armi al nemico, Calpurnio Pisone lo condannò a stare sempre in prima file, scalzo e con la tonaca stracciata. Quanto ai cavalieri che erano con Tito furono degradati e privati delle cavalcature.
Quinto Metello, in Spagna, ordinò a cinque coorti di proteggere un determinato luogo. Quando quelle coorti furono sconfitte, Metello ordinò loro di riconquistare quel luogo pena la morte. Questo bastò perché supereassero ogni difficoltà e respingessero il nemico recuperando la postazione.
Ancora in Spagna, Quinto Fabio Massimo faceva mozzare le mani ai disertori per dare un chiaro messaggio agli altri soldati.
Scipione Africano, dopo aver espugnato Cartagine, recuperò quanti durante la guerra avevano disertato ed erano passati al nemico. Fece crocifiggere i Romani come fuggitivi e ribelli, mentre i Latini che non avevano rispettato l'alleanza, furono uccisi con la scure.
Scipione Emiliano e Paolo Emilio condannarono alle belve i soldati stranieri che dopo essersi arruolati nell'esercito romano erano passati al nemico.
Valerio Massimo procede con un elenco di punizioni gravi e disonorevoli per quanti si comportavano vilmente, punizioni inferte in questi casi non da un comandante ma dal senato.

Degli Stranieri
Il senato di Cartagine spesso fece crocifiggere i comandanti poco prudenti, anche se avevano riportato una vittoria.
Lo spartano Clearco soleva dire che i soldati dovrebbero temere il loro comandante più del nemico.

Capitolo Terzo - Delle regole del trionfo
Il senato votò delle leggi per regolamentare la concessione del trionfo perché molti comandanti lo richiedevano per vittorie di poco conto.
Gaio Lutazio Catulo (console del 242 a.C.) vinse la battaglia delle Isole Egadi contro i Cartaginesi, il pretore Quinto Valerio Falto nella stessa occasione assunse il comando della flotta perché Catulo era stato ferito. Entrambi chiesero il trionfo che fu accordato al solo Lutazio Catulo in quanto più alto in grado.
Gneo Fulvio Flacco rifiutò il trionfo offertogli dal senato forse prevedendo quello che seguì, infatti quando tornò a Roma fu processato e mandato in esilio.
Quinto Fulvio e Lucio Opimio chiesero il trionfo, il primo per aver recuperato Capua, l'atro per aver represso la ribellione dei Fregelle. Le loro richieste furono respinto perché la legge stabiliva che il trionfo fosse concesso solo a chi aveva ingrandito il dominio di Roma e non a chi aveva recuperato cose perdute.
Per la stessa ragione non ebbero il trionfo Publio Scipione che riconquistò la Spagna e Marco Marcello che riprese Siracusa. Non si tributava il trionfo a chi combatteva contro cittadini romani come Scipione Nasica uccisore di Tiberio Gracco e Gaio Metello che uccise i congiurati di Opimio. Quinto Catulo che sconfisse Marco Lepido e Gaio Antonio vincitore di Catilina. E ancora Cinna Mario e Lucio Silla che procurarono la monte di tanti cittadini non celebrarono con il trionfo le loro vittorie.

Capitolo Quarto - Dell'ufficio dei censori.
Compito dei censori era il vigilare sull'osservanza delle leggi all'interno dello stato.
I censori Camillo e Postumio istituirono una tassa sul celibato. Marco Valerio Massimo e Caio Iunio Bruto Bubulco cacciarono da senato Lucio Antonio perché senza essersi consigliato con gli amici aveva ripudiato la moglie.
Porcio Catone espulse dal senato Lucio Flaminio perché, governatore di una provincia, aveva fatto giustiziare un prigioniero solo per compiacere una prostituta. Cornelio Ruffino, due volte console e una dittatore, fu privato della dignità senatoria per aver comperato oggetti troppo lussuosi. Marco Antonio e Lucio Flacco, censori, rimossero dal senato Duronio che aveva proposto di abrogare la legge che limitava le spese per i conviti.
Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, entrambi comandanti durante la seconda guerra punica, esercitarono insiene la censura (204 a.C.) e lasciandosi guidare da vecchi rancori si sottoposero l'un l'altro a gravami fiscali. Livio Salinatore fece anche aumentare le tasse per colpire coloro che anni prima lo avevano accusato (di peculato).
I censori Marco Valerio e Publio Sempronio punirono quattrocento cavalieri per non aver eseguito l'ordine di costruire fortificazioni in Sicilia. I loro cavalli furono sequestrati e assegnati all'erario.
I censori Marco Attilio Regolo e Lucio Furio punirono quanti, prigionieri di Annibale, erano stati mandati a Roma come ambasciatori e non avevano mantenuto la promessa di tornare. Marco Attilio Regolo era figlio del famoso Attilio Regolo che subì il supplizio per non mantenere la parola data.
Un senatore di nome Geta e Marco Valerio Messalla furono espulsi dal senato dai censori Lucio Metello e Gneo Domizio. Successivamente furono nominati a loro volta censori e si comportarono in modo esemplare per far dimenticare le loro vicende disonorevoli.

Capitolo Quinto - Della Maestà
Quando Metello, governatore di Numidia, fu accusato di aver male amministrato la provincia, i giudici non vollero leggere la documentazione delle accuse sostenendo che la vita e l'integrità dell'accusato bastavano a dimostrare la sua innocenza.
Quando il re Antioco era in guerra contro Roma, i suoi soldati catturarono il figlio di Scipione Africano ma Antioco lo rimandò subito al padre con molti doni, in segno di rispetto.
Lo stesso Scipione ricevette in una sua villa la visita dei pirati che rendevano omaggio alla sua grandezza pregando di essere ammessi alla sua presenza e recando doni come agli dei.
Mentre si celebravano le esequie di Paolo Emilio, degli ambasciatori macedoni che si trovavano a Roma vollero partecipare e portare la bara sulle spalle a testimonianza della grandezza del nemico che li aveva battuti.
Scipione Emiliano, molto giovane, fu mandato in Africa dove fu aritro delle contese tra Massinissa e i Cartaginesi. Quando Publio Rutilio, ingiustamente esiliato per la guerra fattagli dai pubblicani giunse in Asia, tutte le città di quella provincia gli mandarono ambasciatori.
Quando un sicari di origine cimbra fu mandato a Minturno per uccidere il vecchio Mario, impressionato dalla maestà del vincitore della sua gente, gettò il coltello e fuggì.
Marco Porcio Catone parlò in senato contro Cesare, questi ordinò di arrestarlo ma tutti i senatori si alzarono per seguirlo in prigione, così Cesare ritirò l'ordine.
Durante le feste in onore della dea Flora era tradizione che le danzatrici si esibissero completamente nude ma una volta la presenza di Catone nel pubblico recò imbarazzo ai presenti. Catone lasciò il teatro e gli spettacoli proseguirono come al solito.

Segli Stranieri
Le statue di Armodio e Aristogitone in Atene furono asportate da Serse. Molti anni dopo Seleuco ordinò che fossero riportate a Atene. Durante il viaggio sostarono a Rodi dove furono venerate dagli abitanti finché non ripartirono.
Quando Xenocrate fu convocato in tribunale per una certa testimonianza, si accinse a prestare giuramento ma i giudici si alzarono in piedi gridandogli di non giurare perché un uomo con le sue qualità non doveva esservi obbligato.

LIBRO TERZO


Capitolo Primo - Della Testimonianza
Emilio Lepido (console del 158 a.C.) ancora fanciullo combattè in battaglia uccidendo un nemico e salvando un concittadino. Il senato fece porre sul Campidoglio una sua statua con la toga pretesta ritenendo che non fosse giusto considerare troppo giovane per questo onore chi aveva dimostrato tanto coraggio.
Marco Catone Uticense bambino si trovava in casa dello zio Marco Livio Druso quando giunse in visita Quinto Poppedio, uno dei comandanti degli Italici [durante la guerra sociale] e gli chiese di aiutarlo presso lo zio [Poppedio voleva che Livio Druso si adoperasse per la concessione della cittadinanza romana agli Italici]. Catone rifiutò e anche quando Poppedio lo sollevò e minacciò di defenestrarlo continuò a negare il suo aiuto. Poppedio rinunciò compiacendosi che si trattasse di un bambino e non di un oppositore adulto.
Quando vide le teste mozzate delle vittime delle proscrizioni di Silla, Catone chiese al suo precettore Sarpedonte perché non si uccidesse un simile tiranno e si offrì di eliminarlo sedendogli vicino durante un pasto. Il maestro da allora verificò sempre che fosse disarmato.
Durante una lezione Fausto figlio di Silla vantò le proscrizioni del padre e Cassio, suo condiscepolo, lo schiaffeggiò.

Degli stranieri
A Pericle che non sapeva come rendere ragione del troppo denaro speso per la costruzione dei Propilei, il giovane Alcibiade consigliò di cercare il modo di non dover rendere ragione. Pericle lo ascoltò e fece in modo che gli Ateniesi, coinvolti in una guerra di confine, non esigessero ragioni.

Capitolo Secondo - Della Forza
Orazio Coclite fronteggiò da solo l'esercito etrusco all'estremità di Ponte Sublicio finché questo venne tagliato dai Romani. Si tuffò quindi nel Tevere e grazie all'aiuto divino si salvò sotto gli occhi stupiti dei nemici e dei concittadini. Gli Etruschi ritirandosi si dissero noi abbiamo vinto i Romani e Orazio ha vinto noi .
Data in ostaggio a Porsenna, Clelia trovò il modo di sfuggire alle guardie e superò il fiume.
Romolo invitato a combattere da Acrone re di Cenina accettò la sfida. Vinto lo scontro e ucciso Acrone ne offrì le spoglie a Giove Feretrio. Altrettanto fece Cornelio Cosso con le armi tolte al comandante dei Fidenati Tolumnio. Anche Marco Marcello offrì a Giove Feretrio le armi del re dei Galli (Viridomaro, 222 a.C.)
Tito Manlio Torquato, Valerio Corvino e Scipione Emiliano, sfidati a duello dai nemici, uccisero gli avversari, ma avendo vinto sotto il comando dei consoli non consacrarono le spoglie a Giove Feretro.
Militando in Spagna sotto Lucullo, Scipione Emiliano fu il primo a scalare le mura della città assediata di Intercacia perché i giovani nobili romani non ammettevano che persone meno nobili si mostrassero più coraggiose.
Quando i Galli invasero Roma, i giovani corsero a difendere il Campidoglio mentre gli anziani, con grande dignità, rimasero vicini alle loro case indossando abiti e ornamenti relativi alle cariche che avevano ricoperto in gioventù. I Galli furono colpiti dal loro aspetto ma uno di loro tirò per scherzo la barba di Gaio Attilio che lo colpì duramente sul capo con il suo bastone. Il Gallo reagì uccidendo Attilio che rimase famoso per la sua morte gloriosa.
I consoli Quinto Catulo e Gaio Sempronio Atratino (errore di Valerio Massimo, il collega di sempronio Atratino era Quinto Fabio Vibulano) si trovarono in difficoltà combattendo presso Verrugine contro i Volsci, smontarono da cavallo e, formato uno squadrone compatto, occuparono la vetta di un colle. I nemici che avevano creduto di essere vincitori quando venne la notte andarono via senza sapere se avevano vinto o no la battaglia.
Fabio Massimo Rutiliano nella guerra contro i Sanniti ebbe dal comandante Papirio Cursore l'ordine di non combattere ma non lo rispettò e sarebbe stato sconfitto se un gruppo di giovani cavalieri con un intervento eroico non avesse arrecato la vittoria ai Romani.
Altri soldati romani inseguirono a nuoto i Cartaginesi che fuggivano con le imbarcazioni. Un soldato romano a Canne, ferito a morte e perdute le mani, staccò a morsi le orecchie di un nemico.
Publio Cassio, combattendo contro Aristonico figlio di Eumene fu fatto prigioniero dai Traci. Mentre lo portavano in prigione cavò un occhio a un nemico che lo uccise, a vantaggio della sua dignità e reputazione.
Anche Scipione suocero di Gneo Pompeo, vistosi sconfitto dai cesariani, si uccise per conservare il proprio onore.
La città di Utica fu testimone del glorioso suicidio di Catone. Sua figlia Porzia, moglie di Bruto, si ferì volontariamente con un rasoio per verificare di avere il coraggio di uccidersi.
Catone Maggiore combatteva in Macedonia sotto Paolo Emilio quando gli cadde il pugnale dal fodero ed egli lo recuperò tra i piedi dei nemici in piena battaglia.
In una drammatica seduta del senato per decidere come affrontare Tiberio Gracco, il console Muzio Scevola si pronunciò contro l'uso della violenza, ma Scipione Nasica, offrendosi di uccidere il tribuno, portò molti senatori dalla sua parte e Tiberio venne arrestato.
Combattendo contro i Nerviesi, Cesare si rese conto che la battaglia procedeva in favore del nemico, tolse lo scudo a un cavaliere che si mostrava molto spaventato e scese personalmente in campo con grande veemenza, incoraggiando i suoi che vinsero la battaglia.
Valerio Massimo prosegue citando varie situazioni in cui l'esibizione del coraggio di uno stimolò tutti gli altri a fare altrettanto, ricordando figure di eroi come un Attilio e un Marco Cesio Sceva, militanti sotto Cesare che continuarono a battersi anche dopo aver subito mutilazioni.
L'ultimo esempio romano di forza è Lucio Sicinio Dentato che partecipò a centoventi battaglie riportando trentasei volte le spoglie di nemici uccisi combattendo corpo a corpo, liberò sedici concittadini da morte certa, riportò cinquanta ferite sul petto e nessuna sulla schiena.

Degli Stranieri
Il console Fulvio Flacco presenziava all'uccisione dei maggiorenti di Capua quando giunse l'ordine del senato di interrompere le esecuzioni. Uno dei condannati, Tito Iubello, chiese a Flacco perché non lo uccideva e quando il console gli parlò dell'ordine ricevuto ammazzò sua moglie, i suoi figli e con lo stesso coltello si tolse la vita. Aveva voluto dimostrare la crudeltà di Flacco più che approfittare della clemenza del senato.
Mentre Dario combatteva corpo a corpo con un Magio, un suo soldato esitava nel timore di colpire lo stesso Dario invece dell'avversario. Dario lo incitò a colpire dicendo che poteva essere ferito pur di far morire il Magio.
Lo spartano Leonida, incaricato di difendere il passo delle Termopili con trecento uomini, portò Serse alla disperazione. Pe la perfidia dei paesani che indicarono a Serce il modo di aggirare la montagna e prendere alle spalle i Greci, Leonida comprese di non aver scampo. Esortò i compagni a cenare prima di combattere e affrontare la morte.
Lo spartano Otriade fu l'unico sopravvissuto in una battaglia e si uccise per non vivere più dei suoi compagni. Agonizzando scrisse con il proprio sangue sul suo scudo di aver vinto.
Epaminonda, ferito mortalmente in battaglia, chiese ai compagni se il suo scudo era salvo e se i nemici erano sconfitti. Quando seppe che i suoi stavano vincendo si disse lieto di morire, predisse l'egemonia di Tebe e la caduta di Sparta.
Condannato a morire in carcere, l'ateniese Teramene bevve il veleno brindando a Crizia, il più malvagio dei Trenta Tiranni.
Il numantino Teogene, assediata la sua città da Scipione, fece erigere un grande rogo e convinse i concittadini a combattere tra loro ponendo sul rogo quanti morivano. Alla fine rimase l'unico vivente e si gettò nel fuoco lasciando a Scipione la città deserta.
La moglie di Asdrubale, indignata perché il marito impetrava la grazia da Scipione, si gettò nel fuoco da un punto alto della città insieme ai figli.
Quando la stirpe di Ierone di Siracusa fu trucidata rimase soltanto una figlia di nome Armonia. Per salvarla la sua nutrice sacrificò la propria figlia vestendola con abiti regali e spacciandola per Armonia. La giovane si lasciò uccidere senza mostrare la propria identita, la vera Armonia ne fu così turbata che si mostrò agli uccisori facendosi a sua volta sopprimere.

Capitolo Terzo - Della Pazienza
Muzio Scevola penetrò nel campo degli Etruschi che assediavano Roma e tentò di uccidere il re Porsenna. Scoperto, pose su un braciere la mano destra e lasciò che il fuoco la consumasse per punirla di aver fallito. Colpito dal coraggio di Muzio, Porsenna lo rimandò a Roma senza alcuna punizione.
Catturato da Genzio re della Schiavonia mentre andava in Asia come ambasciatore, Pompeo mise un dito sulla fiamma di una lucerna e lo lasciò bruciare. Genzio comprese che Pompeo non avrebbe mai rivelato i segreti del senato e, per ammirazione, desiderò farsi amico dei Romani.
Mentre si occupava dell'incenso per un sacrificio offerto da Alessandro Magno, a un giovane macedone cadde un carbone ardente sul braccia. Per non disturbare la cerimonia rimase fermo fino alla fine senza mai lamentarsi.
Il filosofo Zenone di Elea si recò in Agrigento per combattere la tirannide di Falaride. Quando il tiranno seppe che Zenone incitava i giovani alla rivolta, Falaride lo fece catturare e torturare in pubblico per conoscere i nomi di quanti avevano già aderito al suo progetto sovversivo. Zenone indicò i nomi dei cittadini più ricchi e più vicini al tiranno.
Un altro Zenone (?), torturato da Nearco tiranno di Elea, gli disse di avere un importante segreto da confidargli personalmente. Quando Nearco si avvicinò Zenone gli addentò un orecchio e lo lasciò soltanto quando venne ucciso.
Torturato da Nicocreonte tiranno di Cipro, il filosofo Anassarco si staccò la lingua con un morso e la sputò in faccia al tiranno.
Ieronimo tiranno di Siracusa fece torturare Teodoro che aveva aderito a una congiura. Teodoro non svelo i nomi degli altri congiurati ma accusò l'amico più intemo del tiranno che fu subito giustiziato.
Uno schiave uccise Asdrubale che aveva fatto morire il suo padrone. Anche sotto tortura continuò a mostrarsi lieto e soddisfatto per aver vendicato il suo padrone.

Capitolo Quarto - Di quelli che sono pervenuti da bassa a alta condizione
Nato in una capanna, Tullo Ostilio fu pastore durante la sua giovinezza. In erà più matura governò ed accrebbe il dominio romano raggiungendo la massima dignità.
Anche Tarquinio Prisco arrivò al potere partendo dalla disgraziata condizione di essere nato in esilio. Ingrandì l'impero, istituì nuove cerimonie e nuovi ordini sacerdotali e fece in modo che i Romani fossero contenti di aver eletto uno straniero.
Servio Tullio, nato schiavo, divenne re. Regnò a lungo, fece quattro censimenti, celebrò tre trionfi.
Marco Varrone, figlio di un beccaio, arrivò al consolato ed ebbe come collega Lucio Paolo Emilio. Fu responsabile della rotta di Canne e della morte del collega ma tornò a Roma sano e salvo e fu ringraziato dal senato per non essersi lasciato andare alla disperazione.
Marco Perpenna fu eletto console prima di aver ottenuto la cittadinanza romana. Fece prigioniero il re Aristonico e vendicò la morte di Crasso e dei suoi soldati, ma poco dopo fu condannato a morte per la legge Papia e suo padre fu espulso da Roma.
Marco Porzio Catone, originario di Tuscolo, fu autore di opere letterarie, favorì la disciplina, accrebbe la dignità del senato e fondò la famiglia in cui più tardi nacque il secondo Catone.

Degli stranieri
I genitori di Socrate furono Sofranisco scarpellino e Fenarete levatrice. Egli pervenne a grandissima gloria investigando i segreti della natura e condizione umana.
Anche Euripide e Demostene ebbero genitori di umile condizione ma furono i più grandi nei rispettivi campi.

Capitolo Quinto - Dei figli degeneri
Scipione figlio dell'Africano si fece vergognosamente catturare dai soldati di Antioco. Più tardi, nonostante la vita dissoluta, fu eletto pretore grazie all'aiuto di Gaio Cicereio amico del padre.
Il figlio di Quinto Fabio Massimo Allobrogico fu così dissoluto che il pretore Quinto Popedio gli impedì di entrare in possesso dell'eredità paterna che avrebbe certamente dilapidato.
Clodio Pulcro fu favorito dalla plebe ma dominato dalla moglie. Suo figlio (chiamato ugualmente Pulcro) si perse dietro una sfacciatissima meretrice, morì soffocato mangiando con troppa avidità un pezzo di maiale. Ortensio Corbione, nipote del celebre oratore Quinto Ortensio condusse una vita scandalosa e fu paraninfo nei bordelli.

Capitolo Sesto - Degli uomini eccellenti che nel vestire trapassarono il costume dalla città
Publio Scipione, mentre in Sicilia si preparava ad attaccare il nemico in Africa, frequentava il ginnasio dove i giovani si esercitavano e si divertivano e, come quei giovani, vestiva alla greca. Queste pause di riposo, comunque, nulla toglievano alle sue qualità di comandante.
Lucio Scipione volle essere rappresentato nella sua statua sul Campidoglio con la clamide e le pianelle. Anche Silla non disdegnava di vestirsi alla greca, con clamide e pianelle.
Caio Duilio, vincitore in mare sui Cartaginesi, rientrava dalle cene accompagnato dal suono di pifferi e di lira.
A Papirio Missone il senato negò il trionfo e lui, per primo, lo celebrò sul Monte Albano presto imitato da altri. In questi casi l'alloro delle corone veniva sostituito con il mirto.
Dopo aver trionfato su Giugurta, sui Cimbri e sui Teutoni, Mario prese l'abitudine di bere in un calice usato per i sacrifici di Bacco, questo per paragonare le sue vittorie al trionfo di Bacco in Asia.
Marco Catone, eletto pretore, preannunciava sentenze senza indossare l'abbigliamento di rito.
Capitolo Settimo - Della fiducia in se stessi
Publio Scipione aveva solo ventiquattro anni quando chiese ed ottenne il comandao della guerra in Spagna. Era così sicuro di se da convocare una riunione in un castello nemico ancora da conquistare. Passò in Africa contro il volere del senato e concluse una guerra che senza la sua determinazione sarebbe durata ancora a lungo.
Quando furono catturate spie nemiche nel suo campo Scipione le fece accompagnare a vedere nei dettagli le sue milizie, atto che gettò i Cartaginesi nell'avvilimento. Anche in patria Scipione mostrò la sua fierezza respingendo un'insinuazione sul rendiconto della spese e chiedendo al popolo di seguirlo in Campidoglio mentre un tribuno che lo aveva citato in giudizio rimaneva da solo nel foro.
A chi gli consigliava di spargere punte di ferro intorno alla città che stava assediando per evitare attacchi improvvisi, Scipione rispose che un comandante non può allo stesso tempo vincere e avere paura dei nemici.
Scipione Nasica riuscì a placare il popolo che protestava per la carestia grazie al suo carisma e al rispetto di cui godeva.
Dopo aver distrutto l'esercito di Asdrubale, Livio Salinatore lasciò andare i superstiti Galli e Liguri che avevano combattuto per i Cartaginesi affinché portassero nei loro paesi la notizia della vittoria romana.
Publio Furio Filo (in realtà si tratta di Lucio Furio Filo console nel 136 a.C.) inviato in Spagna volle avere con se come legati Quinto Metello (Macedonico) e Quinto Pompeo, suoi nemici personali.
Gnao Carbone andò in Gallia per controllare l'operato del governatore Lucio Crasso che aveva fatto condannare suo padre all'esilio. Invece di allontanarlo, Crasso rese partecipe Carbone di ogni atto di governo. Alla fine Carbone aveva compreso che suo padre era stato condannato da un uomo integro e giusto.
Catone Maggiore, chiamato in giudizio e costretto a difendersi, confidò nella propria innocenza e correttezza al punto di chiedere come giudice Tiberio Gracco, suo nemico.
Marco Scauro fu citato in giudizio con l'accusa di essersi lasciato corrompere da Mitridate. Poiché i fatti erano accaduti molti anni prima non era più possibile trovare prove o testimoni. Scauro chiese quindi al popolo di scegliere se credere a lui o al suo accusatore e vinse la causa.
Marco Antonio l'oratore venne citato in giudizio e ne fu informato per lettera mentre si trovava a Brindisi in procinto di partire per l'Asia. Avrebbe potuto approfittare della legge Menia che proibiva di citare chi si trovava lontano dalla città, tuttavia tornò a Roma per giustificarsi e questo gesto gli procurò l'immediata assoluzione.
Il senato romano, durante la guerra con Pirro rimandò indietro centotrenta navi che i Cartaginesi avevano inviato senza esserne richiesti. Lo stesso senato, nonostante le perdite subite per la rotta di Canne, osò inviare nuovi rinforzi all'esercito che combatteva in Spagna.
Quando si recava all'Accademia dei Poeti, il poeta Accio non si alzava mai in piedi per riverire Giulio Cesare perché, in quel contesto, si riteneva superiore a lui.

Degli stranieri
Quando il popolo gli chiese di fare modifiche a una sua tragedia, Euripide rispose che scriveva per insegnare al popolo e non perché il popolo insegnasse a lui. A un poeta che si vantava di scrivere velocemente Euripide predisse che i suoi versi sarebbero stati dimendicati altrettanto rapidamente.
Antigenida suonatore di flauto insegnò a un suo discepolo a non preoccuparsi della fortuna ma solo delle proprie capacità.
Il pittore Zeusi, dopo aver dipinto Elena, scrisse nella parte bassa del quadro dei versi di Omero che paragonavano Elena a una dea, gesto che Valerio Massimo giudica superbo.
A un amico che gli chiedeva dove avesse trovato ispirazione per il suo Giove Olimpio, Fidia citava dei versi di Omero che parlavano dell'Olimpo scosso da un cenno di assenso del dio.
Quando Epaminonda fu incaricato di occuparsi della pavimentazione stradale (funzione che di solito spettava a persone di basse condizione) accettò di buon grado e svolse il compito con tale diligenza che da allora quell'incarico fu considerato un grande onore.
Annibale in esilio presso il re di Prusia, consigliò di combattere contro il re Eumene ma Prusia gli rispose che le interiora delle vittime non lo permettevano. Annibale si indignò perché alla sua enorme esperienza di comandante veniva preferito il responso di un fegato di vitello.
Nominato cittadino di Atene, il re Coti nominò cittadini di Tracia tutti gli Ateniesi per affermare che i Traci non erano inferiori agli Ateniesi.
Uno Spartano al quale veniva rimproverato di essere andato in guerra zoppo, rispose che era venuto con il proposito di non fuggire.
A chi gli diceva che le frecce dei Persiani oscurano il sole, uno Spartano rispose: "Meglio, così combatteremo al fresco". Un altro Spartano a chi gli mostrava con orgoglio le grandissime mura della sua città rispose che andavano bene se costruite per la sicurezza delle donne, ma erano cosa vile e vergognosa se erano state erette per proteggere gli uomini.

Capitolo Ottavo - Della costanza
Fulvio Flacco, riconquistata Capua che si era ribellata ai Romani su istigazione di Annibale e controllò personalmente che i senatori di Capua fossero giustiziati. Mentre ciò stava per accadere gli consegnarono una busta proveniente da Roma ma la aprì solo dopo la morte dei condannati in modo da non poter più soprassedere alle esecuzioni come la lettera ordinava.
Grandissima costanza dimostrò Fabio Massimo che, nonostante i suoi successi e l'aver pagato di tasca propria la taglia dei Romani fatti prigionieri, continuò a subire attacchi e ingiurie senza mai sdegnarsi contro la Repubblica. Altrettanta costanza esibì in guerra: consapevole che dopo la rotta di Canne i Romani erano in gravi difficoltà si astenne dal combattere e dall'accettare provocazioni da parte del nemico.
Marco Palicano, uomo molto sedizioso, cercò con ogni mezzo di essere fatto console con il pieno appoggio dei Tribuni della Plebe. L'unico ad opporsi fu il console Gaio Pisone che rifiutò di confermare l'eventuale nomina di Palicano.
Quinto Cecilio Metello Numidico preferì andare in esilio piuttosto che approvare le proposte del tribuno Lucio Apuleio Saturnino.
Quando Silla vinse sulla fazione avversaria e occupò la città, convocò il senato per dichiarare Mario ribelle. Solo Quinto Scevola Augure votò contro la proposta dicendo che non avrebbe mai cambiato opinione per quanto minacciato da Silla.
Citata dai tribuni per testimoniare che Equizio era figlio di Tiberio Gracco, Sempronia Tiberia, sorella dei Gracchi e moglie di Scipione Emiliano, affermò il contrario senza lasciarsi impressionare dall'atteggiamento minaccioso dei giudici e del presidente del tribunale.
Due centurioni, uomini di umile condizione ma di salda virtù, rifiutarono di tradire i loro capi per aver salva la vita.

Degli stranieri
Un certo Blasio di Salaia fece di tutto perché la sua città, occupata dai Cartaginesi, tornasse sotto la giurisdizione dei Romani. Continuò ad insistere per raggiungere il suo scopo anche in presenza di Annibale.
Focione, quando il suo consiglio non veniva ascoltato, parlava in pubblico dicendosi lieto perché la fortuna aveva comunque aiutato gli Ateniesi. Questo Focione fu di natura quieta, benigna e liberale e, nel comportamento, modesto, integro ed affabile tanto che tutti gli Ateniesi concordarono di chiamarlo "il buon Focione".
Un certo Efilate di Atene aveva l'incarico di pubblico accusatore del tribunale, fu costretto ad accusare Demostrato, padre di Democare da lui molto amato.
Il giovane Democare si presentò a Efilate, ascoltò piangendo le preghiere dell'amato, ma infine vinse se stesso e procedette contro il delinquente.
Un tal Dione di Siracusa, messo in guardia da alcuni contro i suoi migliori amici, rispose che preferiva morire piuttosto che dover diffidare degli amici.
Dopo aver sconfitto Dario, Alessandro Magno, molto stanco e accaldato, volle magnarsi nel fiume Cidno ma fu colto da un grave malore e fu portato quasi morto nella vicina Tarso. Consultatosi con molti altri medici, Filippo medico personale di Alessandro preparò un farmaco. Mentre Alessandro stava per berlo gli recarono una lettera di Parmenione che lo avvertiva che Filippo poteva essere stato corrotto da Dario. Alessandro lesse, prese la medicina e poi porse la lettera a Filippo. Gli dei non vollero che le false accuse contro Filippo nuocessero alla salute di Alessandro.

LIBRO QUARTO


Capitolo Primo - Della moderazione dell'animo
Publio Valerio Publicola fu un esempio di moderazione. Ridusse le insegne che i consoli avevano ereditato dai re, tolse la scure dai fasci, dimezzò il numero dei lettori e quando compariva davanti al popolo faceva abbassare le insegne. Propose la legge che consentiva ai condannati a morte di appellarsi al popolo e demolì la propria casa perché era in posizione elevata e sembrava una fortezza.
Nominato dittatore e richiamato dall'esilio a Ardea, Furio Camillo volle controllare la regolarità della nomina prima di accettarla.
Quando fu eletto per la seconda volta censore, Marco Rutilio Censorino radunò il popolo e lo rimproverò per aver prolungato una magistratura che gli antichi avevano abbreviato.
Lucio Quinto Cincinnato, giunto al termine del consolato, rifiutò di essere rieletto e convinse i tribuni che il popolo voleva confermare a fare altrettanto.
> Fabio Massimo si oppose alla nomina consolare del figlio perché la sua famiglia aveva contato molti consoli e voleva evitare che quella carica divenisse ereditaria.
A Scipione l'Africano furono erette diverse statue e gli fu offerta la dittatura a vita ma egli rifiutò nuove cariche e altri onori per moderazione.
Quando ambasciatori cartaginesi pronunciarono di fronte al senato romano dure critiche ad Annibale, per attribuire a lui ogni responsabilità della guerra, Scipione li interruppe affermando che non si trattava di affari di competenza romana e li invitò a cambiare argomento.
Ambasciatori siciliani vennero a Roma per presentare lamentele contro il console Marco Claudio Marcello ma questi, poiché il collega Marco Valerio Levino si trovava fuori Roma, volle attendere il suo ritorno prima di ascoltare le accuse. Rientrato Levino si tenne il processo che si concluse a favore di Marcello. I Siciliani chiesero ed ottennero l'amicizia di Marcello il quale, tuttavia, non volle accettare il governo dell'isola che gli veniva offerto e preferì cederlo al collega.
L'inimicizia tra Tiberio Gracco e gli Scipioni era nota a tutti, ma quando Scipione Asiatico venne incarcerato per non aver potuto pagare un'ammenda a cui era stato condannato, Tiberio in qualità di tribuno scrisse un decreto in cui proibiva di arrestarlo in considerazione delle sue imprese.
Avendo avuto parte importante nella vittoria contro Asdrubale, Caio Claudio Nerone avrebbe potuto sfilare sul carro insieme a Livio Salinatore nel trionfo, come decretato dal senato, preferì invece seguire il carro a cavallo come gli altri ufficiali. La gloria che ebbe da questo trionfo non fu per celebrare una vittoria ma per premiare la sua vita e la sua modestia.
L'Africano minore fece cambiare alcuni versi scritti nelle Tavole pubbliche che chiedevano agli dei di aumentare i domini dei Romani. Sembrandogli troppo pretenziosa una simile preghiera, fece scrivere la preghiera di mantenere saldo l'attuale dominio di Roma. Lo stesso Africano Minore accusò di spergiuro Caio Licinio chiamando a parlare chi volesse confermare l'accusa. Non presentandosi nessuno lasciò andare Licinio per non essere nello stesso tempo accusatore, testimone, censore e giudice.
Chiamato a testimoniare in un processo, Quinto Scevola chiese ai giudici di considerare la sua testimonianza solo se conforme a quelle degli altri testimoni perché dar fede alle parole di una sola persona sarebbe stato un pessimo esempio.
Metello Macedonico era in pessimi rapporti con Scipione Emiliano ma quando venne a sapere che quest'ultimo era stato ucciso nel suo letto, manifestò un dolore grande e sincero e ordinò ai propri figli di portare la bara del defunto.
Quando Metello Numidico fu mandato in esilio non manifestò alcuna emozione. Altrettanto fece quando, esule nella città di Tralle, ricevette la lettera che gli comunicava di poter rientrare in patria.
Catone "secondo" portò a Roma tutto il denato avuto dal re di Cipro. Il senato decise di premiare la sua onestà conferendogli la pretura, mentre il popolo chiedeva che venisse esaminato il suo resoconto. Catone non accettò il beneficio concessogli dal senato per non creare precedenti e chiese che i suoi conti venissero controllati.
Mentre era governatore della Siria, Marco Bibulo venne a sapere che i suoi due figli erano stati uccisi in Egitto dai soldati di Gabinio e la regina Cleopatra gli mandò prigionieri quelli che avevano commesso il delitto per punirli come preferiva. Bibulo non si fece vincere dal dolore e rimandò i prigionieri a Cleopatra dicendo che punire e vendicare i delitti non spettava a lui ma al senato.

Degli stranieri
Dopo essere stato a lungo a Metaponto per studiare la dottrina di Pitagora, Archita di Taranto tornò in patria e trovò i suoi averi rovinati dall'incuria del lavoratore a cui li aveva affidati. Gli disse che se non fosse stato adirato con lui lo avrebbe punito. Preferì perdonarlo piuttosto che punirlo eccessivamente perché trasportato dall'ira.
Anche Platone si adirò con uno schiavo e per evitare di punirlo troppo duramente a causa della propria ira, affidò la punizione all'amico Speusippo.
Qualcuno avvertì Platone che il suo discepolo Xenocrate aveva parlato di lui in modo disonorevole. Platone non volle credergli e poiché l'accusatore insisteva e giurava, Platone si limitò a dire che se Xenocrate aveva detto dilui cose cattive lo aveva fatto sicuramente a fin di bene.
Dione Siracusano esiliato a Megara andò a trovare il principale cittadino e dopo essere stato a lungo lasciato ad aspettare disse a chi era con lui che forse anche loro si erano comportati nello stesso modo in patria.
Dopo aver abbattuto i trenta tiranni, l'ateniese Trasibulo fece approvare una legge che proibiva di parlare delle cose passate.
Stesippo di Tegea non volle dare ascolto a chi gli suggeriva di eliminare il suo rivale in politica perché si trattava di un uomo onesto e virtuoso, preferendo avere un avversario che togliare alla patria un cittadino meritevole.
Pittaco, ottenuto il principato di Mitilene, non volle nuocere al poeta Alceo che era sempre stato suo nemico e preferì lasciarlo andare dopo avergli mostrato di poterlo rovinare.
A Mileto alcuni giovani acquistarono da un gruppo di pescatori il contenuto di una tirata di remi, i pescatori trassero nella rete un tripode d'oro e ne nacque una contesa. L'oracolo di Apollo, consultato in merito, ordinò di dare il tripode al più sapiente. Fu dato a Talete che lo mandò a Biante e questi a Pittaco e così viafinché, passato nelle mani di tutti i sette savi, il prezioso oggetto arrivò a Solone che ne fece dono a Apollo, il più sapiente di tutti.
Il re di Sparta Teopompo istituì gli Efori che dovevano provvedere alla cosa pubblica limitando il potere del re. Riconobbe di aver posto un freno alla propria autorità ma in questo modo la rese più stabile e duratura.
Dopo aver perduto la provincia dell'Asia Minore, Antioco ringraziò i Romani che gliela avevano tolta ridimensionando così il suo regno ma anche i suoi problemi.

Capitolo II - Di quelli che da nemici diventarono amici e parenti
Marco Emilio Lepido fu a lungo ostile a Fulvio Flacco, entrambi erano cittadini onoratissimi. Quando furono inieme nominati censori deposero ogni ostilità perché non era giusto che quelli che dovevano amministrare insieme cose pubbliche fossero divisi da questioni private.
Anche Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone accantonarono le loro discordie quando furono entrambi eletti consoli.
Riconciliatosi con Tiberio Gracco durante un pubblico banchetto, l'Africano Maggiore volle che l'ex avversario sposasse sua figlia Cornelia.
Cicerone difese Aulo Gabinio e Publio Vatinio che erano sempre stati suoi avversari politici.
Volendo imitare Cicerone, Publio Clodio Pulcro assune la difesa di uno dei Lentuli del quale era sempre stato avversario.
Canino Gallo condannò Gaio Antonio e poi ne sposò la figlia, inoltre nominò suo procuratore Marco Colonio dal quale era stato condannato.
Pur avendo fatto andare in esilio Quinto Pompeo, Celio Ruffo accettò di difenderlo contro Cornelia madre dei Gracchi che voleva impadronirsi dei beni di Quinto a lei affidati. Valerio Massimo intende lodare l'umanità dimostrata in questo caso da Celio Ruffo, personaggio per altri versi deprecabile.

Capitolo III - Dell'astinenza e continenza.
Elogio della continenza di Catone che, incaricato di portare a Roma il denaro del re di Cipro non solo svolse onestamente l'incarico ma rinunciò ai piaceri di cui avrebbe potuto godere nelle grandi città della Grecia che incontrò durante il viaggio.
Druso Germanico fratello di Tiberio non ebbe rapporti che con sua moglie Antonia che ricambiò sempre il suo amore e che quando rimase vedova non volle mai risposarsi.
Gneo Marzio, discendente del re Anco, che acquistò il nome dal castello di Corioli da lui tolto ai Volsci, non accettò i ricchissimi premi offertigli dal console Postumio chiedendo solo la liberazione di un suo amico prigioniero e un cavallo da usare in guerra.
Marco Curio fu trovato dagli ambasciatori dei Sanniti nella sua casa intento a consumare un pasto modesto. Rifiutò l'oro che i Sanniti gli mandavano in dono dicendo che preferiva comandare sui ricchi piuttosto che essere ricco. Quando sconfisse Pirro non volle prendere alcunchè del bottino e rifiutò di essere privilegiato nella distribuzione delle terre.
Fabrizio Luscino fu di grande livello per autorità e reputazione e in quanto a facoltà uno degli uomini più poveri di Roma. Quando i Sanniti gli inviarono in dono rame, argento e schiavi egli rimandò indietro il tutto perché la sua ricchezza consisteva nel desiderare poco, non nel possedere molto.
Lo stesso Fabrizio, ambasciatore presso Pirro, parlò ai Greci contro la filosofia di Epicuro. Altri esempi di moderazione: Quinto Tuberone Catelio rifiutò doni dagli Etoli durante la guerra macedonica, Paolo Emilio vincitore di Perseo non volle nulla del bottino di guerra, Quinto Fabio Gurgite, Caio Numerio, Fabio Pittore e Quinto Ogulnio, rientrati da una missione diplomatica presso il re Tolomeo consegnarono tutti i doni ricevuti al senato, ma il senato li restituì loro con il consenso del popolo.
Durante il suo consolato, Calpurnio Pisone liberò la Sicilia dalla guerra servile. Premiando i soldati che si erano comportati valorosamente, assegnò al proprio figlio il nome e il titolo di una corona d'oro, ma non la corona stessa. Promise al figlio di lasciargli nel testamento la quantità equivalente di oro in modo che ricevesse l'oro da lui come privato e l'onore da lui come comandante.
Catone Maggiore ebbe sempre costumi modesti e anche nel periodo in cui fu governatore di
Spagna circolò con solo tre schiavi e visse parcamente.
Anche il secondo Catone ebbe al massimo dodici schiavi, molti di più di Catone Maggiore, ma non se si tiene conto dei tempi molto cambiati.
Conquistata la Nuova Cartagine in Spagna, il ventiquattrenne Scipione restituì illesa una giovane e bella prigioniera che era fidanzata a un nobile dei Celtiberi di nome Indibile. Da questo gesto derivò l'alleanza dei Celtiberi con i Romani.
Per ottenere l'amicizia del popolo romano, Pirro mandò ambasciatori a Roma per offrire doni preziosi a chiunque incontrassero, ma tutte le porte rimasero chiuse e nessuno accettò quei doni.
Anche quando Mario e Cinna offrirono al popolo i beni sequestrati ai loro avversari, nessuno li accettò e nessuno li toccò, come se si trattasse di cose sacre.
Degli Stranieri
Quando era pretore, il poeta tragico Sofocle fu redarguito da Pericle per aver ammirato un bel giovane troppo licenziosamente. Lo stesso Sofocle, in vecchiaia, si compiaceva di non essere più soggetto alla tirannide del sesso.
La bella meretrice Frine non riuscì a provocare con le sue arti il filosofo Xenocrate e perse per questo una scommessa. Ancora Xenocrate rifiutò le offerte di denaro con cui Alessandro Magno tentava di ottenere la sua amicizia.
Diogene Cinico rispose ad Alessandro che gli offriva qualsiasi cosa volesse, di spostarsi per non coprire il sole.
Ad Aristippo che lo derideva per le erbe di cui si nutriva, Diogene rispose che anche lui le avrebbe mangiate se non fosse stato costretto ad adulare Dionisio di Siracusa.

Capitolo IV - Della povertà
Cornelia, ad un'amica che vantava i propri gioielli, mostrò i suoi figli dicendo "Questi sono i miei ornamenti".
Valerio Publicola, più volte console nei primi tempi della repubblica, meritò gloria e onori ma quando morì non lasciò denaro sufficiente per pagare le sue esequie che furono celebrate a spese pubbliche.
Menenio Agrippa fu scelto dal senato e dal popolo come arbitro delle discordie. Anche le sue esequie si fecero a spese dei Romani che in quell'occasione misero da parte le loro controversie.
Gli unici oggetti d'argento posseduti da Caio Fabrizio e Quinto Emilio Pappo erano vasellame da usarsi per i sacrifici agli dei.
Attilio Collatino mise da parte l'aratro e la zappa quando fu chiamato a difendere la patria e le sue mani, dopo il trionfo, ripresero senza vergogna il manico dell'aratro.
Attilio Regolo, eroe della prima guerra punica chiese di poter essere dispensato dalla guerra per poter lavorare il suoi piccolo podere e nutrire la sua famiglia: uno dei suoi lavoranti era morto e un altro era fuggito con gli attrezzi. Il senato mandò un lavoratore pagato dallo stato, ricomprò gli attrezi e provvide alle necessità della famiglia di Attilio.
Lucio Quinzio Cincinnato aveva sette jugeri di terra e ne cedette tre all'erario per pagare multe di un suo amico e di suo figlio Cesone. Visse lavorando di propria mano i rimanenti quattro jugeri, mantenendo la dignità di un padre di famiglia ericevendo dal senato la carica di dittatore.
I membri della famiglia Elia vivevano insieme in una piccola casa e coltivavano un piccolo podere nel contado di Veio. Non ebbero argento finché Paolo Emilio, il vincitore di Perseo, ne donò cinque libbre a suo genero Quinto Elio Tuberone.
Gneo Scipione che combatteva in Spagna contro i Cartaginesi, chiese al senato di richiamarlo per poter procurare la dote alla figlia. Per non privare l'esercito di quel bravo comandante, il senato provvide alla dote a spese dell'erario.
Marco Scauro, insigne senatore, raccontava nella sua autobiografia che ricevette in eredità solo dieci schiavi e una piccola somma di denaro.

Capitolo V - Della verecondia
Anticamente non si aveevano regole per la disposizione degli spettatori a teatro, eppure il popolo, per rispetto, non si pose mai al di sopra dei senatori. Lucio Flaminio, privato dell'ordine senatorio dai censori, sedette una volta nei posti peggiori ma il popolo lo costrinse a sedere in luogo più conveniente per un consolare, fratello di Tito Flaminio vincitore sulla Macedonia.
Terenzio Varrone, sconfitto a Canne, non volle accettare la dittatura conferitagli dal senato e dal popolo.
Trovandosi a competere per la pretura con il figlio di Scipione Africano, lo scrivano Cicereio lasciò la propria veste candida e parlò al popolo in favore del suo avversario, definendolo più degno di lui per quella dignità.
Aspirando al consolato, Lucio Crasso doveva aggirarsi in Campo Marzio con la veste candida e pregare il popolo di votarlo. Si vergognava di farlo alla presenza di suo suocero Quinto Scevola, uomo di grande ingegno e reputazione e lo pregò di allontanarsi mentre eseguiva quel rituale.
Il giorno successivo alla sconfitta di Farsalo, Pompeo entrò in Larissa e disse al popolo che lo onorava di riservare quegli onori al vincitore.
Colpito da ventitre coltellate, Giulio Cesare ebbe la forza di trattenere la toga per evitare che le sue parti intime fossero esposte pr la caduta.
Degli Stranieri
Un giovane toscano di nome Spurina era così bello da far innamorare molte nobili donne e provocare la gelosia dei mariti. Per evitare che la sua bellezza creasse problemi e illeciti appetiti si sfigurò ferendosi molte volte il viso.
In Atene un uomo molto vecchio non trovava posto in teatro. Furono gli ambasciatori di Sparta ad alzarsi per farlo sederee furono molto applauditi dal popolo, tanto che uno di loro affermò che gli Ateniesi conoscono il bene ma non lo sanno fare.

Capitolo IV - Dell'amore tra moglie e marito
Avendo catturato in casa una coppia di serpenti, Tiberio Gracco, consultati gli aruspici, fece uccidere il maschio e lasciò libera la femmina per dimostrare alla moglie che desiderava morire prima di lei.
Admeto re di Tessaglia, prossimo a morire, seppe che sarebbe sopravvissuto trovando qualcuno disponibile a morire al suo posto. Amici e parenti non si offrirono e soltanto sua moglie accettò la morte per lui.
Caio Plauzio si colpì al petto con un coltello quando seppe che la moglie era morta, fu soccorso e medicato ma appena ne ebbe modo si strappò le bende e riaprì la ferita fino a morire.
Marco Plauzio si suicidò sul rogo di sua moglie Orestilla.
Giulia figlia di Cesare credette, per un equivoco, che il marito Pompeo fosse morto e rimase tramortita dallo spavento che le fece anche perdere il bambino che portava in grembo. Morì poco dopo. Una disgrazia universale, riflette Valerio Massimo, perché se Pompeo e Cesare fossero rimasti legati da un vincolo di parentela, si sarebbe forse evitata la guerra civile.
Porzia figlia di Catone e moglie di Bruto decise di morire quando seppe che il marito era morto a Filippi. Poiché i parenti non le permettevano di toccare armi si uccise ingoiando carboni accesi.
Degli Stranieri
L'amore della regina Artemiia per il marito Mausolo fu dimostrato dagli onori fattigli nelle esequie e dal grandioso monumneto funebre considerato una delle sette meraviglie del mondo. Artemisia volle bere le ceneri del marito per fargli un altro sepolcro nel suo corpo.
Issicratea moglie di Mitridate re del Ponto, per amore del marito prese a vestirsi e a tagliarsi i capelli come un uomoi per poter più facilmente essergli vicina anche in battaglia. Anche quando Mitridate, vinto da Pompeo, fuggì tra genti straniere, sua moglie gli rimase sempre accanto.
Sparta offre un saggio della fede muliebre da paragonarlo a qualunque opera egregia mai realizzata in quella città. I Minii discendevano dagli Argonauti che si erano fermati nell'isola di Lemno. Secoli dopo, scacciati dai Pelasgi, cercarono rifugio nei monti Taigeti presso Sparta. Gli Spartani, per compassione e per rispetto dei loro antenati, li fecero scendere dai monti e li accolsero nella loro città dove molti presero moglie. Ingrati, i Minii tramarono per instaurare la tirannia, furono scoperti e condannati a morte ma si salvarono grazie alle loro mogli. Le donne, infatti, fecero visita ai prigionieri, scambiarono gli abiti con loro e li fecero evadere ingannando le guardie.

Capitolo VII - Dell'amicizia
Caio Blosio Cumano, amico di Tiberio Gracco, fu indagato alla caduta del tribuno per valutare il suo coinvolgimento. A chi gli chiese se avrebbe incendiato il tempio di Giove Ottimo Massimo qualora Tiberio glielo avesse ordinato, per tenere fece all'amicizia, rispose che lo avrebbe fatto.
Pomponio e Lettorio diedero la vita per aiutare Caio Gracco a fuggire. Pomponio tentò da solo di fermare il popolo alla Porta Trigemina e resistette finché non morì per le ferite ricevute. Lettorio si fermò sul ponte Sublicio e impedì il passo al nemico finché gracco non ebbe superato il fiume, quindi si pugnalò al petto e si lasciò cadere nel Tevere.