Guida rapida
A B C D E F G H I J K L M
N O P Q R S T U V W Y Z  

PLUTARCO DI CHERONEA

VITE DI CIMONE E LUCULLO


CIMONE


Il giovane Damone di Cheronea era discendente di Ofelta e dei Tessali che occuparono la Beozia una generazione dopo la guerra di Troia. Se ne innamorò un ufficiale romano che non riuscendo a sedurlo sarebbe senz'altro passato alla violenza se Damone, con un gruppo di coetanei, non lo avesse sopraffatto ed ucciso. Damone ed i suoi fuggirono dalla città e il consiglio di Cheronea li condannò a morte per poter dimostrare l'estraneità della città all'accaduto di fronte ai Romani ma Damone rientrò nottetempo con i suoi compagni ed uccise tutti i membri del consiglio.
Lucio Lucullo che casualmente passava in missione in quei luoghi con un esercito, condusse un'inchiesta ed appurò l'assoluta innocenza della città.
Damone fu perdonato e richiamato in città, fu nominato capo del ginnasio ma più tardi venne ucciso mentre si trovava nei bagni. Si diceva che in seguito in quei bagni fossero apparsi fantasmi e si fossero uditi suoni terrificanti.
Gli Orcomeni, rivali dei Cheronei, assoldarono un delatore romano perchè intentasse causa alla città di Cheronea per l'uccisione dell'ufficiale. Al processo, che si svolse davanti al pretore di Macedonia, Lucullo testimoniò scagionando la città. Per questo motivo gli venne eretta una statua a Cheronea e, per questo motivo, Plutarco gli dedica una biografia nella quale loderà le sue virtù ma non tacerà i suoi difetti, in omaggio alla verità ed alla natura umana che non produce mai persone del tutto inclini alla virtù.
Per affinità di indole e di vicende, Plutarco ha deciso di confrontare la vita di Lucullo con quella di Cimone: entrambi combatterono spingendosi molto lontano, entrambi fiaccarono il nemico ma non conclusero la guerra, entrambi furono esuberanti e generosi.
Cimone era figlio di Milziade e della trace Egesipile, figlia del re Oloro, era imparentato con lo storico Tucidide. Milziade fu condannato ad una multa di cinquanta talenti e, recluso fino al pagamento, morì in prigione lasciando orfano Cimone ancora molto giovane.
Cimone si fece la fama di dissoluto e beone, trascurò gli studi e dimostrò di non avere la padronanza dell'eloquio tipica degli Attici, tuttavia era di temperamento nobile e franco.
Pare che da giovane avesse rapporti incestuosi con la sorella Elpinice, che da parte sua aveva fama di donna dissoluta, la quale visse apertamente con lui finchè non sposò un ricco ateniese di nome Callia.
Cimone aveva una chiara propensione per il sesso ed ebbe molte donne ma amò sinceramente la legittima moglie Isodice per la cui morte soffrì amaramente.
Cimone non fu inferiore a Milziade per audacia nè a Temistocle per sagacia. Quando Temistocle propose agli Ateniesi di evacuare la città per resistere sulle navi davanti a Salamina, Cimone si prodigò con il suo esempio per infondere coraggio ai concittadini. Durante la battaglia di Salamina si distinse per il suo valore e divenne molto popolare in Atene; quando entrò in politica fu ben accolto dal popolo e sostenuto da Aristide.
Dopo la fuga dei Persiani, Cimone divenne generale quando gli Ateniesi erano ancora al seguito degli Spartani. Quando Pausania cominciò ad intrattenere rapporti segreti con il re di Persia e a trattare con gli alleati con arroganza, Cimone prese ad accogliere con umanità quanti erano stati offesi dallo spartano e a poco a poco la maggioranza degli alleati si avvicinò a lui e ad Aristide i quali interpellarono gli efori perché richiamassero Pausania a comportamenti più degni.
Cimone fece vela verso la Tracia e liberò dai Persiani la città di Eione, sul fiume Strimone. Conquistò anche l'isola di Sciro cacciandone i pirati Dolopi che infestavano l'Egeo. In quell'isola recuperò le spoglie di Teseo e le riportò in Atene.
Trovandosi a teatro con gli altri strateghi Cimone fu invitato a giudicare le opere in gara. Vinse il concorso Sofocle (sua prima vittoria nel 468 a.C.).
Cimone era di bell'aspetto e cantava piacevolmente. Gli piaceva raccontare le proprie imprese, come la volta in cui dovendo ripartire i prigionieri con gli alleati divise gli uomini dai loro abiti ed ornamenti. Gli alleati scelsero gli oggetti, che comprendevano gioielli e stoffe preziose, ma presto i parenti dei prigionieri vennero a riscattarli e Cimone incassò molto di più.
Cimone accumulò grandi ricchezze che sempre elargì con generosità: fece togliere gli steccati dai suoi campi perché i passanti potessero prendere liberamente i frutti, ogni giorno nella sua casa allestiva per i poveri un pasto frugale ma sostanzioso, elargiva elemosine e vestiario ai bisognosi e fece della sua casa una residenza aperta a tutti i cittadini.
A differenza dei suoi predecessori, Cimone non insistette con gli alleati che non volevano fornire combattenti e si limitò ad incassare i loro contributi e, mantenendo gli Ateniesi in costante allenamento, raggiunse una supremazia militare su tutti gli alleati.
Quando i Persiani lasciarono la Grecia, Cimone li inseguì e strada facendo provocava defezioni fra i loro alleati finché l'Asia Minore non fu sgomberata. Con la flotta costruita da Temistocle, rimodernata e potenziata, prese d'assalto la città greca di Faselide che era alleata dei Persiani, poi evitò di distruggerla per intercessione dei Chii, in cambio di un tributo e dell'adesione alla lotta contro i barbari. Cimone sconfisse la flotta persiana nei pressi dell'Eurimedonte catturando duecento navi.
Subito dopo Cimone sbarcò gli opliti, già stanchi ma eccitati dalla vittoria, e sbaragliò la fanteria persiana che nel frattempo si era avvicinata alle mura. Per completare la sua vittoria riprese il mare ed affrontò ottanta navi fenicie che non erano arrivate in tempo per la battaglia.
In seguito a questa sconfitta il re Artaserse I concluse la pace impegnandosi a tenersi lontano dal mare greco con il trattato detto di Callia, dal nome del negoziatore ateniese (l'esistenza del trattato di Callia è dubbia, comunque negli anni successivi si verificò un periodo di pace).
Con il ricavato del bottino di guerra fu costruito il muro meridionale dell'Acropoli e gettate le fondamenta delle Lunghe Mura, la città fu abbellita con piante e l'Accademia, che era una zona arida, divenne un boschetto irrigato.
Cimone mosse contro i Traci che erano stati chiamati in aiuto dai Persiani che non volevano lasciare il Chersoneso, li sconfisse e conquistò la regione, quindi sconfisse in battaglia i Tasi che avevano defezionato da Atene, ma non volle attaccare la Macedonia, come avrebbe potuto fare facilmente da quella posizione.
I suoi nemici politici ne approfittarono per trascinare Cimone in tribunale accusandolo di essersi lasciato corrompere dal re Alessandro. Fra gli avversari di Cimone era Pericle e si ricorda che Elpinice andò a supplicarlo. Pericle la derise ma in tribunale non infierì contro Cimone.
Cimone venne assolto. Durante una sua assenza Efialte riuscì a fare approvare una riforma che privava l'Areopago delle sue funzioni istituzionali e della sua autorità. Al suo ritorno Cimone intraprese una lotta politica per restaurare l'Areopago.
Cimone era notoriamente filospartano. Quando Sparta fu distrutta da un terremoto ed esposta al pericolo di essere attaccata dai suoi nemici, Cimone si battè per aiutarla. Rimase famosa la sua esortazione a non permettere che la Grecia rimanesse zoppa ed Atene sola al giogo.
Successivamente gli Spartani chiesero ancora aiuto contro i Messeni e gli Ateniesi aderirono ma i loro contingenti furono rimandati indietro (le ragioni non sono chiare, probabilmente perché in quel periodo Atene era governata dai democratici).
Per reazione in Atene cominciò la repressione dei filospartani e Cimone fu condannato all'ostracismo. Plutarco parla di un "piccolo pretesto", per alcune fonti l'accusa fu appunto di essere filopsartano, per altre di immoralità per i suoi rapporti con la sorella Elpinice.
Poco dopo gli Spartani si scontrarono vittoriosamente con gli Ateniesi nella battaglia di Tanagra (ma la successione cronologica degli eventi qui proposta da Plutarco è errata). Pericle propose ed ottenne di richiamare Cimone dall'esilio prima che fossero trascorsi i dieci anni previsti per l'ostracismo (Cimone fu esule, probabilmente in Tracia, dal 461 a.C. al 457 a.C.).
Dopo il ritorno di Cimone fu ristabilita la pace fra Sparta ed Atene. Per soddisfare le ambizioni di espansione degli Ateniesi senza provocare nuove guerre fra Greci, Cimone intraprese una spedizione contro l'Egitto e Cipro.
Poco prima di partire Cimone fece un sogno che fu interpretato come un presagio della sua morte. Sbaragliò una flotta di navi fenicie e cilicie e conquistò alcune città di Cipro: il suo obiettivo era quello di distruggere la supremazia persiana.
Cimone morì durante l'assedio di Cizio di malattia o per una ferita. Dopo la sua morte nessun generale greco compì imprese importanti contro i barbari, anzi i Greci, spinti da demagoghi e fomentatori, presero a combattere fra loro.
In suo corpo fu sepolto in Attica ed il monumento funebre ancora esisteva ai tempi di Plutarco.


LUCULLO


Un nonno di Lucullo ebbe il rango di console (Lucio Licinio Lucullo nel 151 a.C., nonno paterno, oppure Lucio Cecilio Metello Calvo, nel 142 a.C., nonno materno). Su zio materno fu Metello Numidico.
Suo padre (Lucio Licinio Lucullo, pretore nel 104 a.C.) fu accusato di corruzione, sua madre Cecilia Metella Calva aveva fama di essere donna poco seria.
Ancora prima di intraprendere la carriera politica, Lucullo ed il fratello Marco intentarono un processo per peculato contro l'augure Caio Servilio che era stato l'accusatore del padre. Il processo provocò disordini ma Servilio venne assolto.
Lucullo ebbe un'educazione accurata ed imparò perfettamente il latino ed il greco, tanto che Silla gli dedicò la sua autobiografia. Ottimo oratore, appassionato delle lettere, al termine delle sue vicende militari si dedicò allo studio della filosofia.
Scrisse in greco una storia della guerra marsica.
Per il grande affetto che portava al fratello minore rifiutò ogni carica finché anche questi non avesse raggiunto l'età necessaria per ricoprirla.
Ancora giovane, Lucullo si distinse nella guerra marsica (o guerra sociale). Silla lo notò e lo prese con se affidandogli importanti incarichi fra i quali la direzione della zecca per convertire in moneta i tesori confiscati in Grecia per coprire le spese di guerra. Avendo conquistato Atene ma trovandosi tagliato fuori dai rifornimenti via mare, Silla incaricò Lucullo di recarsi in Egitto per procurare delle navi.
Durante il viaggio Lucullo fu a Creta (che fece passare dalla parte dei Romani) e a Cirene dove risolse una situazione di conflitto interno e, su richiesta dei Cirenei, promulgò una legislazione.
Giunto ad Alessandria, Lucullo ottenne dal re Tolomeo IX quanto richiedeva ma non accettò i ricchi doni personali che Tolomeo voleva offrirgli.
Mitridate intanto era assediato in Pitane da Caio Flavio Fimbria il quale chiese a Lucullo di intervenire con la flotta che aveva raccolto per bloccare il re del Ponto anche dalla parte del mare. Se Lucullo avesse aderito alla richiesta Mitridate non avrebbe avuto via di scampo e la guerra sarebbe finita, ma Lucullo non accettò, forse per lealtà verso Silla (Fimbria era un fervente seguace di Mario) e lasciò che Mitridate fuggisse via mare.
Mentre Lucullo inseguiva le navi nemiche, fu avvistato Neottolemo con molte altre navi. Si scontrò con Neottolemo il rodiese Damagora della flotta di Lucullo e questi poco dopo mise in fuga il nemico.
Lucullo raggiunse Silla nel Chersoneso. Silla concluse la pace con Mitridate (pace di Dardano) e multò le città dell'Asia che avevano aiutato il nemico affidando a Lucullo il compito di incassare le multe e battere monete. Lucullo svolse questo ingrato compito con moderazione. Usò la forza solo contro gli abitanti di Mitilene che anni prima avevano consegnato a Mitridate il legato Manio Aquilio.
Poco dopo la morte di Silla, Lucullo ebbe il consolato con Marco Aurelio Cotta (74 a.C.). Si sapeva, in quel periodo, che la guerra contro Mitridate sarebbe ricominciata e Lucullo si rammaricava di aver avuto in sorte la provincia della Gallia Cisalpina, che lo avrebbe tenuto lontano dal fronte orientale.
Era opinione comune che il comando in Asia sarebbe stato affidato a Pompeo se questi avesse concluso la guerra in Spagna contro Sertorio, così quando Pompeo chiese finanziamenti minacciando di abbandonare la guerra se non li avesse ricevuti, Lucullo si adoperò per procurargli il denaro.
Tale era il desiderio di Lucullo di ottenere il comando contro Mitridate, che ricorse ad un'azione poco nobile. Quando morì il governatore della Bitinia, Lucullo comprese che l'ottenere quella provincia gli avrebbe spianato la strada per il comando e la ottenne procurandosi le simpatie della bellissima Precia, una sorta di cortigiana amante di Cetego.
In questo modo Lucullo ottenne il governo della Bitinia e, quando fu il momento, nessuno si oppose ad affidargli il comando in Asia, anche perché Pompeo era ancora impegnato in Spagna contro Sertorio.
Lucullo passò in Asia con una legione reclutata in Italia e si riunì alle legioni che erano state di Fimbria, ormai ingovernabili per l'indisciplina. Pure Lucullo riuscì in breve tempo a ristabilire l'ordine facendo sperimentare ai soldati cosa significasse avere un vero comandante.
Dal canto suo Mitridate, ammaestrato dalle sconfitte subite, organizzava le sue forze secondo i costumi romani: pesanti spade e scudi sostituirono le armi intarsiate con pietre preziose, le navi vennero attrezzate d'armamenti senza più baldacchini dorati e bagni per le concubine.
Quindi assalì la Bitinia dove fu accolto con piacere dopo le vessazioni degli esattori romani, esattori che sarebbero stati più tardi scacciati da Lucullo "come arpie che strappavano il cibo alla gente".
Mentre Lucullo si accampava in Frigia, Cotta per non dover condividere il trionfo accelerò lo scontro con Mitridate ma fu battuto in terra ed in mare subendo gravi perdite e finì assediato a Calcedone.
Molti consigliarono a Lucullo di trascurare Cotta e di invadere il Ponto mentre l'esercito del re era assente ma Lucullo, sostenendo che preferiva salvare un solo romano piuttosto che prendere gli averi dei nemici, marciò contro Mitridate. Ma giunto in vista del nemico, considerando la moltitudine di soldati che avrebbe dovuto affrontare, decise di temporeggiare e vincere il nemico con la fame, calcolando che un tale numero di uomini non poteva disporre di viveri per molti giorni.
Intanto Mitridate pensava di attaccare Cizico alla quale si avvicinò di notte con il suo esercito, Lucullo se ne accorse e spostò il proprio accampamento in un punto dal quale poteva controllare le vie di rifornimento dei nemici. I cittadini di Cizico erano disposti a resistere all'assedio ma inquieti perché non sapevano dove fosse Lucullo, credendo che il campo che vedevano fosse di alleati di Mitridate; scoprendo la verità ne furono rincuorati. Lucullo inviò di notte un contingente di uomini via mare e penetrò in città.
Pare che gli dei fossero favorevoli ai Ciziceni: la giovenca consacrata si sottopose spontaneamente al sacrificio, Atena apparve in sogno a molti, una tempesta di vento distrusse le macchine di assedio di Mitridate.
Quando si rese conto che il suo esercito era alla fame, Mitridate decise di allontanare la cavalleria, una parte della fanteria e tutti gli animali da soma, ma Lucullo li inseguì e ne fece strage catturando migliaia di prigionieri e di animali. A questo punto Mitridate volle fuggire con l'intero esercito da Cizico ma, di nuovo inseguito, fu di nuovo duramente sconfitto.
Lucullo entrò trionfalmente in Cizico fra la popolazione in festa, quindi raggiunse l'Ellesponto, attrezzò una flotta e scese nella Troade. Qui sognò, una notte, la dea Afrodite che lo avvertiva della vicinanza del nemico, infatti furono avvistate tredici quinquiremi di Mitridate che vennero rapidamente catturate. Fra i prigionieri era anche il comandante degli aiuti che Sertorio aveva inviato a Mitridate.
Lucullo riprese l'inseguimento di Mitridate il quale si era imbarcato alla volta del Ponto per sfuggirgli, ma la flotta del re fu distrutta da una tempesta e lo stesso Mitridate si mise in salvo fortunosamente trasbordando su un'imbarcazione di pirati.
Lucullo invase il regno di Mitridate attraverso la Bitinia e la Galazia e prese a saccheggiare le campagne per rifornirsi del necessario, tralasciando le città. Ciò non piacque ai suoi soldati avidi di bottino, ma Lucullo ignorò il malcontento e a chi gli rimproverava di procedere troppo lentamente rispondeva che intendeva dare a Mitridate il tempo di riorganizzare un esercito perché non fuggisse davanti ai Romani: la fuga lo avrebbe portato certamente dal genero Tigrane, re di Armenia, che era avversario più pericoloso.
Lucullo trascorse l'inverno assediando senza eccessivo dispendio di energie la città di Amiso, quindi affidò l'assedio a Murena e mosse verso Cabira dove si trovava Mitridate. Questi aveva raccolto un nuovo esercito ed una forte cavalleria con la quale dominava la pianura circostante. Con l'aiuto di guide greche Lucullo trovò una posizione strategica dove accamparsi, ma per il momento sia Lucullo sia Mitridate evitavano lo scontro decisivo.
Da un piccolo scontro fra soldati usciti per cacciare nacque un vero combattimento ed i Romani stavano per essere sconfitti ma Lucullo, scendendo in campo personalmente, richiamò i fuggitivi e capovolse la situazione.
Un certo Oltaco (ma il nome varia presso altre fonti), principe di un popolo barbaro alleato di Mitridate, promise al re di uccidere Lucullo. Oltaco si presentò a Lucullo fingendo di essere stato offeso da Mitridate e venne ben accolto. Quando decise che era il momento di agire si avvicinò alla tenda di Lucullo che stava riposando ma fu bloccato da un servo che gli impedì di entrare per non disturbare il generale. Scoraggiato Oltaco desistette dal suo proposito e tornò da Mitridate.
Una serie di insuccessi in scontri occasionali demoralizzarono i soldati di Mitridate che provocarono disordini ed il re decise di spostare il campo ma durante la partenza i soldati trucidarono molti cortigiani per impadronirsi delle loro ricchezze. Lo stesso Mitridate fuggì in incognita e si salvò per caso dalla cattura da parte dei Romani.
Durante la fuga Mitridate mandò un eunuco ad uccidere le sue mogli e le sue sorelle perché morissero libere e non oltraggiate, si salvò solo una sorella catturata dai Romani. In Cabira Lucullo trovò molti tesori ed una prigione dalla quale liberò numerosi Greci.
Mitridate fuggì presso Tigrane al quale Lucullo inviò ambasciatori a chiederne la consegna, quindi Lucullo tornò ad Amiso - che ancora resisteva all'assedio - e riuscì a conquistarla ma il presidio nemico fuggendo incendiò la città con grande dispiacere di Lucullo.
Lucullo quindi si occupò delle città della provincia d'Asia che, come conseguenza di un tributo imposto da Silla nell'85 a.C., erano nelle mani degli usurai. Fissò i tassi di interesse nella misura del dodici per cento annuo e cancellò le eccedenze a questo tasso calcolate dagli usurai, decretò che le quote di rimborso non superassero un quarto delle entrate del debitore. Con questi ed altri provvedimenti risanò le finanze di quelle città e liberò le proprietà confiscate.
Appio Clodio, l'ambasciatore di Lucullo presso Tigrane, giunto a destinazione dovette aspettare il ritorno del re che era assente e nel frattempo procurò numerose simpatie in Armenia per Lucullo e per i Romani. Al cospetto di Tigrane non si lasciò impressionare dall'alterigia e dalla magnificenza del re ma disse chiaramente che voleva la consegna di Mitridate altrimenti i Romani avrebbero fatto guerra all'Armenia. Tigrane rifiutò e rispose che, in caso di guerra, si sarebbe difeso. Appio Clodio tornò da Lucullo con un nulla di fatto.
Tigrane non aveva ancora ricevuto Mitridate lasciandolo in un'umiliante attesa. Dopo la visita di Clodio lo fece chiamare ed i due tennero una serie di colloqui segreti. Fra l'altro Tigrane rivelò a Mitridate che un suo consigliere di nome Metrodoro, durante un'ambasciata in Armenia per chiedere aiuto contro i Romani, aveva sconsigliato a Tigrane di aderire alla richiesta. Mitridate, che già nutriva sospetti sulla lealtà del consigliere, fece subito uccidere Metrodoro.
Insediatosi ad Efeso Lucullo organizzò feste e cortei. Delle città istituirono in suo onore le Feste Lucullee. Quando tornò Appio Clodio e fu chiaro che si sarebbe combattuto contro Tigrane, Lucullo tornò nel Ponto ed assediò Sinope, capitale di Mitridate, che era occupata da un presidio di mercenari che fuggirono nottetempo. Lucullo entrò in città, uccise i mercenari rimasti e restituì ai proprietari i loro beni.
Macare, il figlio di Mitridate che governava il Bosforo Cimmerio, offrì alleanza a Lucullo, questi ne dedusse che la guerra con Mitridate era finita e lasciando seimila uomini a guardia del Ponto partì per affrontare Tigrane.
A Romani la sua decisione fu molto criticata ma Lucullo procedette a marce forzate ed attraversò l'Eufrate che, prodigiosamente, abbassò il livello delle acque per lasciar passare a piedi l'esercito romano.
Tigrane sottovalutò Lucullo e gli mandò contro forze limitate comandate da un generale di nome Mitrobarzane. Questi si scontrò con il legato Sestilio (che Lucullo aveva mandato avanti mentre il grosso dell'esercito si stava ancora accampando) e nel combattimento perse la vita come gran parte dei suoi uomini.
Tigrane lasciò Tigranocerta ritirandosi verso il Tauro dove intendeva riunire tutte le sue forze ma Lucullo inviò i legati Murena e Sestilio ad intercettare e respingere quanti affluivano al raduno.
Murena sorprese lo stesso Tigrane ed il suo seguito in una stretta gola e lo attaccò: il re fuggì ma molti dei suoi vennero uccisi. Lucullo assediò Tigranocerta confidando che Tigrane avrebbe reagito ed ebbe ragione. Riunito un enorme esercito ed ignorati quanti, come Mitridate, gli sconsigliavano di affrontare le armi romane, si mise in marcia verso la città.
Quando Tigrane fu in vista di Tigranocerta, Lucullo decise di dividere le proprie forze: affidò il compito di continuare l'assedio a Murena lasciandogli seimila fanti e con il resto dell'esercito e l'intera cavalleria mosse contro gli Armeni. Tigrane ed i suoi giudicarono irrisorie le forze dei Romani.
Con grandissima rapidità Lucullo lanciò la propria cavalleria ad attaccare lateralmente quella corazzata di Tigrane che, rallentata nei movimenti dalle pesanti armature, non resse all'impatto. Quindi Lucullo stesso guidò la fanteria all'attacco ma il combattimento vero e proprio fu evitato dalla vergognosa fuga dei nemici dei quali, durante l'inseguimento, i Romani fecero grandissima strage. Tigrane stesso fuggì in preda alla disperazione. Le fonti stimavano in oltre centomila i caduti da parte armena e sostenevano che mai una battaglia fu vinta con tale disparità di forze, i Romani infatti erano la ventesima parte dei nemici.
I Greci e gli altri stranieri che si trovavano a Tigranocerta insorsero contro i barbari aiutando Lucullo a conquistare la città. Lucullo permise ai suoi soldati il saccheggio e rimandò a casa tutti gli stranieri che si trovavano a Tigranocerta deportati da Tigrane. Tutto ciò fruttò a Lucullo la simpatia di molte popolazioni che si misero a sua disposizione offrendo amicizia e alleanza.
Anche il re dei Parti (Fraate III) propose alleanza a Lucullo, ma quando Lucullo gli inviò i suoi ambasciatori questi scoprirono che il Parto faceva il doppio gioco ed aveva intavolato trattative anche con Tigrane.
Desideroso di gloria, Lucullo progettò di fare guerra anche ai Parti e chiamò a raccolta le truppe che aveva lasciato nel Ponto, ma questo progetto generò tensione ed insubordinazione fra i suoi soldati.
Prudentemente Lucullo abbandonò l'idea di attaccare i Parti e riprese a marciare contro Tigrane. Decise di attaccare la capitale Artaxata dove si trovava la famiglia del re, sperando che Tigrane avrebbe reagito, infatti gli Armeni si schierarono di fronte alla città ed affrontarono i Romani ma di nuovo subirono una durissima sconfitta.
Eccitato dal successo Lucullo meditò di spingersi più avanti per conquistare l'intero paese ma il clima glaciale dell'inverno in quelle regioni provocò lamentele e resistenze da parte dei soldati. Così Lucullo tornò indietro e giunto in una regione dal clima più mite conquistò la città che i barbari chiamano Nisibi e i Greci Antiochia Migdonia.
Ma a questo punto la fortuna abbandonò Lucullo che subì una lunga serie di contrarietà della quale era in parte responsabile. Il problema era il suo rigore verso i soldati ai quali non faceva mai concessioni convinto che queste diminuissero l'autorità del comandante.
La dura disciplina ed i lunghi inverni trascorsi nel campo avevano esasperato i soldati mentre a Romani i demagoghi, invidiosi dei successi di Lucullo, lo accusavano di protrarre la guerra per brama di potere personale e di ricchezze. Il pretore Lucio Quinzio propose che Lucullo venisse sollevato dal comando e molti dei suoi soldati congedati.
Publio Clodio Pulcro, fratello dell'Appio di cui si è parlato e della Clodia prima moglie di Lucullo (con la quale si sospettava avesse avuto rapporti incestuosi) era nell'esercito di Lucullo. Era uomo violento ed arrogante e convinto di non ricevere nell'esercito gli onori che gli spettavano. Prese a sobillare le truppe, in particolare quelle di Fimbria, ed i soldati cominciarono a rifiutare di combattere nella speranza e nell'attesa che Lucullo venisse sostituito.
Quando si seppe che Mitridate si era ripreso ed aveva sconfitto Marco Fabio Adriano, i soldati provarono vergogna e seguirono Lucullo, ma Mitridate si scontrò nuovamente con i Romani prima che arrivasse Lucullo presso la città di Zela ed ottenne un'importante vittoria.
Lucullo seppe che Mitridate attendeva Tigrane che si stava avvicinando e decise di attaccare quest'ultimo prima che i due re si ricongiungessero, ma le truppe di Fimbria si ammutinarono e Lucullo riuscì a trattenerle ma non a farle combattere. Quando arrivarono i dieci commissari da Romani incaricati di sistemare le cose nel Ponto, ormai considerato conquistato, trovarono l'esercito completamente indisciplinato e Lucullo ormai privato di qualunque autorità.
Intanto a Romani si era deciso che Pompeo avrebbe preso il comando. Lucullo e Pompeo, su esortazione di comuni amici, si incontrarono in un villaggio della Galazia, l'incontro fu amichevole e cordiale ma non portò alcun mutamento di situazione. Pompeo annullò tutte le decisioni di Lucullo e condusse via tutti i suoi soldati lasciandogliene solo milleseicento per il corteo trionfale. Annota Plutarco che se Lucullo avesse avuto oltre tutte le sue doti anche quella di farsi amare dai suoi soldati avrebbe certamente sconfitto i Parti e probabilmente conquistato tutta l'Asia.
Tornato a Romani, Lucullo trovò il fratello Marco sotto processo per accuse mossegli da Caio Memmio. Marco fu assolto ma Memmio si adoperò per impedire il trionfo di Lucullo che in effetti fu celebrato solo tre anni dopo.
Lucullo divorziò da Clodia (66 a.C.) e sposò Servilia, sorella di Catone Uticense. Anche Servilia si rivelò donna dissoluta e più tardi Lucullo la ripudiò.
Una parte del Senato contava su di lui come oppositore di Pompeo e campione dell'aristocrazia ma Lucullo preferì ritirarsi a vita privata e godere lusso e piacere dopo tanti pericoli, fatiche e disagi.
Lucullo costruì o acquistò numerosi splendidi edifici che decorò con preziosi dipinti e statue, passeggi coperti e bagni. i suoi giardini (i famosi Horti Luculliani sulle pendici del Pincio) erano ancora ai tempi di Plutarco fra i più lussuosi di Romani. Possedeva una residenza a Napoli dove aveva fatto scavare canali per l'allevamento del pesce, e dimore a Tuscolo con sale da banchetto all'aperto.
I pasti quotidiani di Lucullo erano famosi: la sala da banchetto era arredata con coperte tinte di porpora e decorate di pietre preziose, vi si svolgevano spettacoli e venivano imbandite le vivande ed i dolci più ricercati.
L'episodio qui narrato da Plutarco è divanuto famoso: un giorno Lucullo incontrò Cicerone e Pompeo e questi gli chiesero di ospitarli a pranzo mangiando solo quello che sarebbe stato preparato per lui. Lucullo disse ai servi di preparare il pranzo nella sala dell'Apollo e questo bastò: i servi infatti sapevano che in quella sala si dovevano servire solo lussuosi banchetti.
Realizzò una ricca biblioteca aperta a tutti i Greci con i quali amava intrattenersi discutendo di filosofia. Era particolarmente interessato alle teorie dell'Accademia antica che aveva allora come massimo esponente Antioco d'Ascalona.
Cicerone compose un trattato sugli interessi filosofici di Lucullo intitolato, appunto, "Lucullo".
Cicerone e Lucullo erano molto amici ed avevano le stesse opinioni in politica. Pur essendosi ritirato, infatti, Lucullo interveniva nel foro ed in Senato quando si trattava di ostacolare Pompeo. Collaborò con Catone Uticense per annullare le disposizioni di Pompeo e per bloccare una proposta di distribuzione di terre ai veterani.
Pompeo trovò l'appoggio di Crasso e Cesare e fece ratificare i suoi decreti con la forza.
Si parlò di un complotto per uccidere Pompeo e venne arrestato un certo Vettio che morì in carcere, pare soppresso da quelli che lo avevano istigato.
Dopo questi fatti Lucullo si allontanò dalla politica e quando Cicerone venne esiliato e Catone allontanato da Romani l'abbandonò del tutto.
Negli ultimi tempi della sua vita Lucullo perse la ragione, tanto che il fratello dovette assumere l'amministrazione del suo patrimonio.
Il popolo lo pianse e chiese che fosse sepolto nel Campo Marzio come Silla ma il fratello preferì seppellirlo nella tenuta del Tuscolo.
Marco, fratello affezionatissimo di Lucullo, non gli sopravvisse a lungo.


CONFRONTO FRA CIMONE E lUCULLO


Cimone e Lucullo morirono entrambi prima che la patria fosse sconvolta dagli avvenimenti. Cimone morì sul campo, non ancora stanco, mentre Lucullo morì nella sua casa, ormai folle e dedito solo al lusso e al piacere.
Plutarco giudica indegno dell'Accademia il tenore di vita degli ultimi anni di Lucullo, piuttosto adatto ad un seguace di Epicuro.
Cimone fu sregolato e dissoluto nella giovinezza mentre Lucullo lo fu in vecchiaia, quindi da questo punto di vista Cimone fu uomo migliore perché il suo cambiamento fu verso il meglio.
Entrambi furono ricchi ma Cimone dedicò gran parte dei suoi averi alla città, ad opere pubbliche ed alla povera gente che nutriva quotidianamente con semplici pasti, mentre Lucullo offriva banchetti costosissimi a pochi raffinati.
In guerra furono entrambi valorosi ma Cimone merita una certa preminenza per aver reso la patria dominatrice sugli alleati quando l'aveva trovata soggetta. Il grave difetto di Lucullo fu quello di non saper farsi amare dai soldati, del resto anche Cimone fu processato ed ostracizzato dopo le sue vittorie. Plutarco attribuisce tutto ciò al fatto che le indoli aristocratiche non si accordano con la moltitudine e, di conseguenza, solleva entrambi i generali da questa accusa.
Lucullo si spinse molto lontano e fu il primo romano a raggiungere con un esercito regioni così remote, si appropriò di territori immensi debellando le forze di Mitridate e di Tigrane.
Dopo Cimone i Persiani continuarono a combattere contro i Greci e li sconfissero in Egitto, mentre Lucullo ridusse i suoi nemici in un tale stato che non osarono più combattere: Mitridate fuggì nel Bosforo dove si uccise e Tigrane si prostrò ai piedi di Pompeo.
Inoltre Cimone trovò i nemici già provati dalla lotta contro Temistocle e Pausania, mentre Lucullo li trovò nel pieno delle loro energie e li lasciò ormai esausti ed imbelli a Pompeo.
Dunque, conclude Plutarco, è difficile stabilire chi fu il migliore fra questi due uomini "entrambi di natura eccellente e divina".