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N O P Q R S T U V W Y Z  

ILIADE


CANTO I


Il poema si apre con la descrizione delle cause della celeberrima "ira funesta" del pelide Achille. Crise, sacerdote di Apollo, si reca al campo dei Greci per riscattare la figlia Criseide che, preda di guerra, era toccata in sorte ad Agamennone.
Agamennone lo scaccia minacciandolo senza curarsi della dignità e degli ornamenti sacerdotali del vecchio. Allontanandosi dal campo greco il sacerdote invoca Apollo chiedendo vendetta.
Apollo lo ascolta e sceso dall'Olimpo comincia a far piovere sul campo acheo le sue frecce che recano una terribile pestilenza prima fra le bestie poi fra i soldati. Al decimo giorno dell'epidemia Achille, ispirato in tal senso da Giunone, convoca l'assemblea dei Greci, per proporre di consultare indovini e sacerdoti. A rispondergli è l'indovino Calcante che prima di rivelare quanto sa richiede la protezione di Achille contro Agamennone che non gradirà le sue parole.
Ottenuta la promessa di protezione Calcante dichiara che il castigo di Apollo potrà essere allontanato soltanto con la restituzione di Criseide.
Agamennone è costretto dalle circostanze ad accettare di restituire Criseide, ma è furibondo. Fra l'altro detesta Calcante che, prima della partenza per Troia, gli aveva ordinato il sacrificio della figlia Ifigenia per placare l'ira degli dei.
Agamennone si dice dunque disposto a liberare Criseide ma chiede di essere ricompensato per la preda perduta. Achille gli chiede di cedere senza ricompensa la sua prigioniera perché non ci sono al momento prede da spartire, sarà ricompensato abbondantemente alla caduta della città.
Nel dialogo fra Agamennone ed Achille si indovina chiaramente un astio tra i due, una rivalità risalente a passate vicende. Agamennone rifiuta seccamente la proposta di Achille: se i Greci non gli daranno un'altra schiava egli la prenderà con la forza, ed ordina che intanto si proceda a rimandare in patria Criseide ed a svolgere i sacrifici necessari per placare Apollo.
Achille si infuria: è per Agamennone e per suo fratello Menelao che egli, come gli altri Greci, partecipa alla guerra di Troia e giudica indegno che Agamennone lo minacci di privarlo di Briseide, l'unica preda da lui ottenuta. In sintesi Achille dichiara la sua intenzione di abbandonare la guerra e tornare a Ftia, il suo paese.
Parta pure, risponde Agamennone, ma prima egli andrà alla tenda di Achille a prendersi Briseide.
Achille sta già sguainando la spada contro Agamennone, ma lo ferma Minerva, inviata da Giunone che lo trattiene per la chioma manifestandosi a lui solo. Minerva, predicendogli future ricompense, gli ordina di mantenere la calma e limitarsi allo scontro verbale. L'eroe, di malavoglia si rimette al volere degli dei e si limita ad insultare Agamennone e, infine, a giurare che non interverrà quando i Greci saranno minacciati da Ettore e dai Troiani.
Interviene Nestore, re di Pilo, il più anziano dei guerrieri Greci e tenta di sedare la contesa, ma senza successo. Il consiglio si scioglie con i due contendenti ben fermi nelle loro decisioni.
Mentre Criseide liberata viene fatta salire su una nave comandata da Ulisse, Agamennone ordina che si svolga un'ecatombe in onore di Apollo.
Gli Achei compiono sacrifici e rituali abluzioni, intanto Agamennone invia due uomini (Euribante e Taltibio) a prelevare Briseide, la schiava di Achille. I due incaricati si avvicinano all'eroe non senza timore ma Achille, riconoscendo che non hanno alcuna colpa lascia che svolgano indisturbati la loro missione e Briseide viene condotta via.
Achille, sulla riva del mare invoca la madre, la nereide Teti, perché lo consoli e lo vendichi dell'offesa subita. Teti, emergendo dalle onde, si pone al suo fianco e lo esorta a confidarsi con lei. Achille, che è fermamente deciso a non intervenire più nella guerra, anela alla vendetta e prega affinché Giove conceda ai Troiani di fare strage dei Greci. Egli sa che la madre vanta un credito nei confronti del re degli dei per averlo aiutato a sventare un tentativo di rivolta nell'Olimpo e le chiede di valersene per convincere Giove ad esaurire il suo desiderio. Teti promette di accontentarlo non appena Giove, attualmente sulla terra per un banchetto, tornerà nella sua sede sull'Olimpo.
Ulisse raggiunge Crise per riconsegnare la fanciulla liberata.
Felice di rivedere la propria figlia, Crise svolge sacrifici e prega Apollo perché faccia cessare la pestilenza che devasta il campo greco. La legazione achea partecipa lietamente alla cerimonia ed al banchetto successivo. Il mattino seguente i Greci riprendono il mare per tornare al loro campo.
Achille continua a ribollire di sdegno e ad astenersi dai consigli di guerra ed ai combattimenti. Al dodicesimo giorno, come promesso, Teti si reca da Giove per implorare vendetta. Giove con atteggiamento curiosamente umano, esita nel soddisfare la richiesta della dea perché teme la reazione di Giunone. Infine acconsente ma arriva ad esortare Teti ad allontanarsi rapidamente per evitare di farsi vedere da Giunone. Come aveva temuto, poco dopo Giove viene aggredito dalla sposa al cospetto di tutti gli dei. Giunone ha infatti visto arrivare Teti, l'ha vista abbracciare le ginocchia di Giove ed ha intuito la sua richiesta, non esita quindi a fare al marito una vera e propria scena di gelosia e di rabbia. Giove, che è pur sempre il re degli dei, fa cessare la scenata minacciandola duramente. Gli dei presenti tacciono molto imbarazzati. Interviene, per mettere pace e far tornare il buon umore il dio Vulcano che esorta Giunone ad accettare di buon grado i rimproveri di Giove. Vulcano ricorda come già una volta, per difendere Giunone dalla collera di Giove, fu da questi precipitato dal cielo sull'isola di Lemno, e la sua caduta durò un giorno intero. L'intervento di Vulcano e le sue parole fanno ridere Giunone ed il clima del banchetto torna sereno. Vulcano si improvvisa coppiere suscitando l'ilarità di tutti i presenti. Il banchetto si protrae tutto il giorno e, a sera, tutti gli dei si ritirano nei loro palazzi, anche Giove raggiunge il suo talamo insieme a Giunone, ormai rappacificati.
Il canto si chiude con queste immagini di olimpica serenità, contrapposte alla violenza delle passioni che, intanto, sulla terra turbano il cuore degli uomini.

CANTO II


Occupa la prima parte del canto una singolare catena di inganni.
Il primo è commesso da Giove che, per compiacere Teti, invia un sogno mendace ad Agamennone per annunciargli che, se attaccherà senza indugio i Troiani, otterrà la vittoria. Agamennone crede al sogno ed intende ordinare l'attacco, ma prima di farlo vuole mettere alla prova le intenzioni e gli umori del suo esercito e, mettendo al corrente solo i capi più importanti del tranello, annuncia agli uomini che Giove ha ordinato di partire abbandonando la guerra. I Greci sono entusiasti della notizia e non desiderando altro che tornare alle loro case corrono alle navi.
Dall'Olimpo Giunone, irriducibile avversaria dei Troiani, invia Minerva al campo acheo perché fermi i Greci ed impedisca la partenza anche di una sola nave. Minerva, dal canto suo, affida l'onere di trattenere i Greci ad Ulisse che si da un gran da fare per convincere i capi a rimanere e per minacciare i soldati.
L'eloquenza ed il carisma di Ulisse hanno infine il sopravvento ed i Greci desistono dal proposito di partire, tutti tranne lo storpio Tersite. Gobbo, zoppo, guercio Tersite è la rappresentazione in chiave grottesca del personaggio invidioso e maldicente. Perennemente ostile agli eroi del campo acheo coglie qui l'occasione per sobillare i Greci contro Agamennone che accusa di avidità ed egoismo. Per farlo tacere Ulisse passa senza esitazioni alla via di fatto e dopo averlo coperto di contumelie comincia a percuoterlo duramente, fino a ridurlo al silenzio. Quando Tersite siede in disparte dolorante e spaventato la scena appare comica ai Greci che ritrovano il buon umore ed elogiano Ulisse. L'itacense parla ancora ai Greci, dei quali giustifica, data la lunga attesa, l'ansia di partire, ma per spronarli a rimanere ricorda loro un prodigio avvenuto in Aulide il giorno della partenza: un enorme serpente comparso dal nulla aveva razziato un nido davanti a tutti, durante i sacrifici, divorando nove uccelli e si era poi trasformato in pietra. Calcante aveva interpretato il prodigio: Troia sarebbe caduta dopo nove anni di assedio.

Ormai, dunque, la conclusione della guerra è prossima, conclude Ulisse e sarebbe insensato partire senza aver raggiunto lo scopo così a lungo perseguito.
Al discorso di Ulisse segue quello di Nestore che, deplorato il comportamento dei Greci, propone ad Agamennone di dividere l'esercito per curie, assegnandone il comando ai migliori, per ottenere un controllo più stretto delle truppe.
Infine Agamennone ordina a tutti di prepararsi per l'attacco imminente e convoca a banchetto i principali comandanti: Nestore, Idomeneo, Aiace d'Oileo, Aiace Telamonio, Diomede ed Ulisse. Al banchetto si unisce anche Menelao, fratello di Agamennone.
Dopo il banchetto i capi passano in rassegna le truppe mentre su di loro aleggia Minerva in armi infondendo coraggio ai combattenti. Con l'invocazione alle Muse ha inizio il catalogo delle genti e dei condottieri schierati contro Troia.
L'elenco inizia con le città della Beozia, seguono la Focide, la , l'Attica, l'Arcadia, Micene e così via in una lunga enumerazione di popoli e di condottieri che occupa buona parte del canto.
Mentre le schiera dei Greci si organizzano e si preparano al combattimento, con la sola eccezione di quelli di Achille, Giove invia la dea Iride a Troia per annunciare l'imminente attacco del nemico. Iride assume le sembianze di Polite, figlio di Priamo che fungeva spesso da vedetta e corre ad avvertire il re che i Greci stanno preparando un enorme schieramento di forze. La dea suggerisce ad Ettore di preparare la difesa insieme agli alleati, Ettore riconosce la dea e si affretta ad eseguire quanto consigliato.
Tra i comandanti delle forze alleate dei Troiani compare per primo Enea, quindi Archiloco ed Acamante (figli di Antenore), Pandaro, Adrasto ed Anfio ( figlio di Merope e di Percote), ed il testo continua con un nuovo catalogo contrapposto al precedente, quello delle genti e degli eroi alleati dei Troiani. Vengono citati molti personaggi fra cui Asio principe di Arisha, Ippotoo, Eufemo, Antifo, Anfimaco, Glauco e Sarpedonte.


CANTO III


I due eserciti si fronteggiano a breve distanza sul campo. Fra i Troiani fa la sua comparsa Paride "bello come un bel dio". Alla sua vista, fra le schiere opposte, si fa subito avanti Menelao, il tradito marito di Elena pieno di rabbia ed impaziente di vendicarsi. Paride, dimostrandosi vile quanto avvenente, impallidisce di fronte al minaccioso rivale e fugge a cercare riparo oltre le schiere dei suoi concittadini. Ettore rimprovera aspramente Paride per la sua vigliaccheria e riesce a ferirlo nell'amor proprio tanto che questi accetta di battersi in duello contro un campione dei Greci per decidere il destino di Elena e le sorti della guerra.
Soddisfatto, Ettore parlamenta con i Greci proponendo la sfida, sfida che viene prontamente accolta da Menelao il quale chiede il giuramento di Priamo come pegno da parte dei Troiani del rispetto dei patti.
Mentre si organizzano gli opportuni sacrifici agli dei che precedono il duello, Elena viene visitata dalla dea Iride (che ha assunto l'aspetto di Loodice figlia di Priamo) e la dea, mettendola al corrente dell'accordo raggiunto fra i contendenti le infonde nostalgia per la sua casa in Grecia.
Elena si presenta a Priamo che stava in compagnia degli anziani della città. Vedendola arrivare i "vecchion gravi" convengono fra loro che si tratti di una donna dalla bellezza divina e Priamo, con grande eleganza, le parla paternamente dichiarando di non attribuire alcuna responsabilità per la guerra. La scena si svolge sul sommo di una torre, Priamo invita Elena ad indicargli i nomi di alcuni guerrieri Greci che nota fra le schiere in attesa nel terreno sottostante.
Elena gli indica Agamennone, re e suo ex cognato, ed Ulisse. Antenore presente fra gli anziani, riconosce Ulisse che ha incontrato quando venne come ambasciatore insieme a Menelao a chiedere la restituzione di Elena e ricorda la sorprendente eloquenza del re di Itaca, tanto più sorprendente in quanto in contrasto con il suo aspetto poco raffinato.
Elena indica ancora Aiace Telamonio, notevole per la statura e la potenza fisica, ed Idomeneo - capo dei Cretesi - quindi si lamenta di non vedere fra le schiere dei Greci i suoi fratelli Castore e Polluce che ritiene assenti a causa del suo disonore. In realtà sono già morti - avverte Omero - e sepolti nella natia Sparta.
Frattanto giunge nel campo un messaggero per convocare Priamo ed avvertirlo dell'accordo raggiunto in merito al duello definitivo fra Paride e Menelao. Priamo accompagnato da Antenore, viene ricevuto al campo da Agamennone e da Ulisse. Senza altro indugio si celebrano i sacrifici ed Agamennone pronuncia solennemente i termini dell'accordo. Priamo presta giuramento ma si rifiuta di assistere al duello, che giudica impari, fra suo figlio Paride ed il valoroso Menelao.
In un clima di forte tensione si svolgono gli ultimi preamboli al duello, l'autore rende l'atmosfera con i particolari, le preghiere ed i commenti bisbigliati dai presenti, il sorteggio per il primo colpo di lancia, la vestizione di Paride.
Finalmente inizia il combattimento: la lancia di Paride non riesce a forare lo scudo di Menelao. Il greco a sua volta scaglia la lancia che perfora lo scudo e lacera gli abiti di Paride senza ferirlo.
Furibondo Menelao si getta sul nemico e rompe la propria spada sull'elmo di Paride. Fuori di se il greco afferra la criniera dell'elmo dell'altro e lo tira e trascina cercando di strangolarlo con il sottogola, ma interviene Venere che scioglie il nodo dei lacci dell'elmo, liberato il suo preferito che viene rapito in una nebbia prodigiosa per ritrovarsi in salvo nella profumata camera nuziale.
Non ancora soddisfatta Venere assume le sembianze di una vecchia filatrice per convincere Elena a recarsi da Paride, ma Elena la riconosce e tenta di resisterle, Venere le impone allora minacciosamente di seguirla alla camera nuziale. E' degno di note i particolare di questo incontro intimo provocato da Venere a conclusione del duello: la dea si adopera per far si che i suoi metodi, che sono quelli della seduzione, prevalgano e decidano le vicende umane.
Accompagnata al cospetto di Paride, Elena lo accusa di viltà deplorando il suo abbandono del duello, ma il bellissimo sposo sa come calmarla e con parole seducenti ben presto la convince a stendersi al suo fianco. Mentre Paride ed Elena si confondono in un sublime amplesso, Menelao furibondo cerca fra la folla il suo nemico misteriosamente svanito e sia i Greci che i Troiani sarebbero lieti di consegnarglielo per porre fine alla guerra.
Agamennone, sostenendo che Menelao ha comunque conseguito la vittoria, richiede ai Troiani la restituzione di Elena e delle sue ricchezze, nonché il pagamento di una forte ammenda.


CANTO IV


Di nuovo una riunione degli dei e di nuovo comportamenti umani negli eterni. Questa volta Giove provoca spontaneamente Giunone proponendo di lasciar concludere la pace, con molta ironia il signore dell'Olimpo deride Giunone e Minerva - protettrici degli Achei - che non hanno saputo aiutare Menelao ed hanno lasciato che Venere aiutasse Paride. La proposta di Giove è ovviamente tendenziosa, egli non intende infatti mutare il prestabilito corso degli eventi che porterà fatalmente alla vittoria dei Greci ma approfitta della situazione per mostrarsi magnanimo nei confronti dell'indignata Giunone e lasciando la sua sposa e sorella libera di intervenire, si fa promettere di non essere ostacolato se e quando vorrà agire contro una città cara a Giunone.
Viene quindi incaricata Minerva di scendere sulla terra per provocare la rottura dell'accordo, Minerva lo fa assumendo l'aspetto di Laodoco figlio di Antenore e convincendo l'arciere troiano Pandaro a colpire Menelao. Menelao si salva grazie alla stessa Minerva che devia la freccia mortale verso la corazza in modo che il suo protetto rimanga solo lievemente ferito. La vista del sangue del fratello sconvolge Agamennone che, molto preoccupato, fa chiamare il medico Macaone per curare la ferita.
Mentre il medico lavora Agamennone passa velocemente fra le schiere incitandole a combattere: incontra Idomeneo, capo dei Cretesi ed incontra gli Aiaci, Nestore ed altri capi, tutti intenti a dare istruzioni ai propri uomini. Diversamente da altri brani simili (es. i cataloghi del secondo canto) questa parte del testo presenta una scena movimentata in cui i personaggi sono fortemente caratterizzati: Idomeneo è presentato come un compagno di baldoria di Agamennone, tuttavia pronto a comportarsi da valoroso quando la situazione lo richiede, gli Aiaci appaiono eroici a capo di folte truppe particolarmente aggressive, Nestore -come sempre- appare saggio ed avveduto.
Ulisse e Menesteo (ateniese) non sembrano entusiasti di combattere e si tengono in disparte tanto che Agamennone li rimprovera, ma Ulisse reagisce con indignazione diffidando il re dal dubitare del suo coraggio.
Anche Diomede e Stenelo vengono rimbrottati da Agamennone per lo scarso ardore guerresco: Diomede tace rispettosamente ma Stenelo rifiuta il rimprovero ricordando di essere uno dei sette membri della seconda spedizione contro Tebe, quella degli Epigoni.
Finalmente l'esercito greco muove contro quello troiano, lo fa con grande ordine e disciplina, mentre i Troiani ed i loro alleati schiamazzano alla stregua dei barbari.
Ha inizio la battaglia vera e propria che viene descritta - nello stile omerico - con grande attenzione per i duelli individuali: quello in cui il greco Antiloco uccide il troiano Echepolo; la morte di Elefenore (greco) ucciso da Agenore (troiano); l'uccisione di Simoesio da parte di Aiace Telamonio e così via.
Ad assistere e rincuorare i Troiani compare Apollo sulla rocca di Troia mentre Minerva infonde coraggio nei Greci.
Il canto si chiude sull'infuriare della battaglia, la cui descrizione riprenderà nel canto successivo.


CANTO V


In questo canto, interamente dedicato alla descrizione della battaglia, è posta in particolare rilievo la figura di Diomede, tanto che i commentatori hanno ritenuto che l'autore volesse rendere omaggio a qualche potente famiglia che faceva risalire le proprie origini all'eroe greco. Fin dal primo verso Omero descrive Diomede "glorioso e chiaro" per il coraggio infusogli da Minerva, segno della protezione divina è il fuoco prodigioso che aleggia sul suo elmo e sulla sua corazza.
Primi fra i Troiani a fronteggiare Diomede sono Fegeo ed Ideo, figli di Darete, l'uno cade ucciso, l'altro fugge e viene salvato da un intervento di Vulcano, di cui Darete è sacerdote.
Intanto Minerva cerca di evitare che Marte, favorevole ai Troiani, partecipi ai combattimenti e lo convince ad allontanarsi con lei dal campo di battaglia.
I Greci hanno la meglio in questa fase dello scontro ed Omero descrive numerose uccisioni di Troiani fra cui quella di Fereclo, artefice delle navi di Paride.
Mentre Diomede continua ad imperversare furiosamente fra le schiere troiane viene ferito da una freccia scagliata dall'arciere Pandaro, a noi già noto per aver colpito Menelao nel canto precedente provocando la rottura della tregua. Pandaro mena gran vanto del colpo andato a segno ma Diomede prega Minerva perché gli consenta di continuare a combattere, ed ottiene dalla dea immediata guarigione e rinnovato vigore. Mentre Diomede riprende a combattere Pandaro incontra Enea e gli racconta del colpo subito da Diomede e della sua imprevedibile guarigione. Enea lo fa salire sul proprio carro trainato da cavalli meravigliosi, discendenti dei destrieri donati da Giove a Troo, mitico re di Troia, come ricompensa per la perdita del figlio Ganimede. Alla vista del carro di Enea, Stenelo propone a Diomede di allontanarsi, ma il greco è deciso ed affronta Enea e Pandaro a piedi e desidera impadronirsi dei mitici cavalli.
Pandaro scaglia la sua lancia contro Diomede ma lo scudo di questi regge il colpo, Diomede a sua volta colpisce Pandaro uccidendolo.
Enea scende dal cocchio per proteggere il cadavere di Pandaro dai Greci che potrebbero farne razzia ma Diomede lo colpisce con un grande masso fratturandogli il femore. Enea sta per morire, ma interviene Venere a proteggerlo avvolgendolo nel suo manto, tuttavia la furia di Diomede non si ferma neanche di fronte agli dei ed egli osa ferire ad una mano la divina protettrice del suo avversario.
Venere fugge abbandonando Enea (in difesa del quale accorre prontamente Apollo) e torna sull'Olimpo coi cavalli di Marte.
La accoglie la madre Dione e la consola ricordandole che altri numi hanno in passato subito offese dagli umani: così Marte tenuto prigioniero per più di un anno dai giganti Oto ed Efialte, così Giunone e Plutone, entrambi feriti dalle frecce di Ercole.
Ciò detto Dione guarisce le ferite di Venere mentre Giunone e Minerva ridono di lei e Giove la esorta teneramente a non occuparsi di cose di guerra, che non competono alla sua natura di dea dell'amore.
Frattanto Apollo protegge Enea respingendo più volte gli attacchi di Diomede ed infine, lo mette al sicuro nel suo tempio, affidandolo alle cure di Latona e di Dione e crea una falsa immagine dell'eroe perché i Troiani lo credano ancora impegnato nei combattimenti.
Quindi Apollo incita Marte perché riprenda a combattere e Marte, a sua volta, assume l'aspetto del capo dei Traci Acamante, incita i Troiani perché sconfiggano Diomede. Udendo queste parole Sarpedonte, capo dei Lici, rimprovera duramente Ettore, accusando i Troiani di partecipare troppo fiaccamente alla battaglia lasciando la difesa della città in mano agli alleati. Colpito nell'orgoglio Ettore salta sul cocchio e parte all'attacco riaccendendo, con il suo esempio, il coraggio dei Troiani.
Continuano le descrizioni di duelli e di uccisioni. Enea, tornato a combattere risanato dalle cure divine, uccide Orsiloco e Cretone, figli gemelli di Diocle. Tlepolemo, figlio di Ercole, sfida Sarpedonte viene gravemente ferito ad una coscia. Entra in battaglia Ulisse che viene contrastato da Ettore.
La forza di Ettore e l'intervento di Marte in favore dei Troiani, cambiano le sorti della battaglia ed i Greci cominciano ad indietreggiare.
Giunone e Minerva, ottenendone il permesso da Giove, intervengono in favore dei Greci.
Viene descritta la vestizione di Minerva che toltosi il peplo da lei stessa tessuto indossa la corazza e l'elmo, impugna l'asta e l'egida ornata del capo della Gorgone Minerva parla con Diomede il quale si è momentaneamente appartato per curare la ferita infertagli da Pandaro (è forse un errore di Omero in quanto in precedenza la ferita era stata guarita da Minerva).
Diomede dichiara di aver smesso di combattere quando si era reso conto che con i Troiani era sceso in campo Marte; non era stato il timore a fermarlo, ma il comando della stessa Minerva che, in precedenza, gli aveva ordinato di non combattere contro gli dei (con l'eccezione di Venere).
Questa volta, però, Minerva gli ordina di affrontare Marte senza timore né rispetto e gli promette la sua protezione. Quindi la dea fa scendere Stenelo dal carro di Diomede e prende personalmente la guida dei cavalli. Appena Marte vede Diomede cerca di colpirlo con la sua lancia ma Minerva devia il colpo ed è Marte ad essere ferito nell'addome dalla lancia di Diomede. L'urlo del dio, "pari a quello di diecimila uomini" atterrisce sia i Greci che i Troiani.
Tornato rapidamente sull'Olimpo Marte si lamenta con Giove della ferita subita ed accusa Minerva di esserne stata la causa. Giove lo rimprovera: la colpa è solo sua e del suo amore per la violenza; egli si comporta sempre con intolleranza dimostrando di aver ereditato il carattere dalla madre Giunone. Tuttavia lo perdona perché lo ama di affetto paterno, ma lo avvisa che, se non fosse suo figlio, lo avrebbe punito da tempo per la sua malvagità.
Infine interviene Peone, il medico degli dei, che cura la ferita e guarisce ogni dolore a Marte, lavatosi e rivestitosi con l'aiuto di Ebe è ammesso a sedere accanto a Giove.
Anche Minerva e Giunone, arrestata la strage, tornano liete nell'Olimpo.


CANTO VI


Marte, Giunone e Minerva, come si è letto alla fine del canto precedente, hanno abbandonato la mischia ed ora sul campo di battaglia combattono soltanto esseri umani. Omero continua a narrare numerosi duelli ed uccisioni. Gli Achei hanno il sopravvento, tanto che i Troiani stanno per rifugiarsi entro le mura della città quando uno dei figli di Priamo, l'indovino Eleno, raggiunge Ettore ed Enea e li esorta a rinvigorire la difesa. Eleno consiglia inoltre che Ettore, appena possibile, si rechi con la madre al tempio di Minerva ad offrire sacrifici perché la dea allontani da Troia la furia guerresca di Diomede. I consigli vengono accettati e mentre i Troiani prendono a resistere con maggior decisione Ettore entra in città. Intanto Diomede sta per scontrarsi con Glauco, figlio di Ippoloco di Licia.
Avendo già ferito Venere e Marte Diomede non intende oltreggiare ancora gli dei, vuole quindi sincerarsi dell'identità del suo rivale prima di battersi. Nel suo discorso Diomede ricorda la triste sorte di Licurgo figlio di Driante che aveva osato combattere contro Dioniso e fu accecato e perseguitato dagli dei fino alla morte.
Prima di rispondere Glauco considera filosoficamente che la vita e la fortuna degi uomini sono tanto fragili ed effimere che conoscere i nomi non ha alcuna importanza, tuttavia per accontentare Diomede egli si accinge a narrare le proprie origini.
Egli è figlio di Ippoloco a sua volta figlio di Bellerefonte ed in nome di tale amicizia Diomede propone a Glauco di desistere dal duello. Glauco è ben lieto di accettare la proposta e di scambiare, in segno di amicizia, le armi con Diomede anche se le sue sono di valore molto più alto.
Intanto Ettore, giunto alle porte Scee incontra le donne troiane, ansiose di conoscere la sorte dei propri mariti, quindi si reca alla reggia di Priamo dove incontra l'anziana regina. Come suggerito da Eleno, Ettore prega Ecuba di offrire il suo peplo più bello a Minerva e di guidare una processione di donne al tempio per scongiurare l'ira ella dea.
Mentre Ecuba con le donne della città e con la sacerdotessa Teano offre i sacrifici Ettore raggiunge Paride nella sua splendida dimora; lo trova intento a rassettare la propria armatura in compagnia di Elena. Ettore lo rimprovera aspramente e Paride promette di tornare subito alla battaglia.
Elena, sempre consapevole di essere causa della tragedia, si rivolge dolcemente ad Ettore e lo prega di riposare, almeno qualche istante, dalle fatiche e dalle sofferenze che sta affrontando per causa sua, ma Ettore rifiuta l'invito perché ha fretta di incontrare la propria famiglia prima di tornare a combattere.
Andromaca non è nella sua casa ma è corsa alla torre per aver notizie perché ha sentito parlare di un furioso attacco greco e di una sconfitta dei Troiani. Infine i due si incontrano alle porte Scee, Andromaca ha con se il figlioletto Astianatte che Ettore ama chiamare Scamandrio.
Andromaca, piangendo, ricorda che la sua famiglia è già stata distrutta da Achille e lo prega di evitare di combattere per non lasciare lei vedova ed orfano Astianatte. Ettore sa, (presagio il cor mel dice) che Troia è destinata alla rovina e nessuna delle future sciagure lo addolora di più del destino di Andromaca che finirà schiava di padroni achei.
A questo punto Ettore tende le braccia ad Astianatte ma il fanciullo, spaventato dalle armi e dall'elmo del padre, grida e nasconde il viso nel seno di Andromaca. Intenerito Ettore si toglie l'elmo e preso fra le braccia il bambino lo bacia e vezzeggia con grande affetto pregando gli dei di proteggerlo e di farne un eroe più valoroso del padre.
Infine Ettore si congeda da Andromaca rimandandola a casa e pregandola di non disperarsi oltre misura quando giungerà il momento fatale. Andromaca si allontana piangendo amaramente e volgendosi spesso indietro a guardare verso Ettore. Giunta a casa, con il suo pianto commuove le ancelle e tutte prendono a lamentare il destino di Ettore come se fosse già morto.
Si tratta di un passo molto intenso in cui la descrizione dei personaggi si fa profonda ed attenta. La disperazione di Andromaca mette a dura prova il coraggio e la risolutezza di Ettore e tutti e due sono uniti dalla struggente tenerezza del bambino ignaro del suo imminente e terribile destino. Magistrale è anche il repentino cambio di tono con il quale Omero, lasciando Andromaca a piangere con le sue ancelle passa a descrivere il vanitoso Paride che, tutto rivestito delle sue armi splendenti corre come un puledro all'appuntamento con il fratello. Paride raggiunge quindi Ettore ed insieme si avviano al campo di battaglia.

CANTO VII


Il ritorno sul campo di Ettore e di Paride è di grande sollievo per i Troiani, Omero paragona questo sollievo a quello dei rematori quando un vento propizio improvvisamente allevia la loro fatica.
Subito Minerva accorre dall'Olimpo per schierarsi a fianco degli Achei, ma giunge anche Apollo, favorevole ai Troiani che le propone di far cessare la battaglia e di provocare un combattimento fra due capi avversi. Minerva accetta la proposta ed i loro intenti sono subito noti all'indovino Eleno che ne informa Ettore consigliandogli di sfidare un campione acheo ed assicurandogli che non è ancora giunta la sua ora. Lietissimo Ettore da un segnale per sospendere i combattimenti e comunica la sfida agli Achei, propone che il vincitore abbia le armi del rivale ma ne rispetti il cadavere.
I guerrieri Achei esitano nel raccogliere la sfida a causa della fama di Ettore, la raccoglierebbe Menelao ma Agamennone sapendolo di forze inferiori a quelle del troiano lo dissuade. Interviene l'anziano Nestore con dure parole di rampogna per la mancanza di coraggio dei principali guerrieri Achei, stimolandone l'orgoglio ottiene che ben nove combattenti si offrono per il duello. Si tratta di: Agamennone, Diomede, Aiace Telamonio, Aiace d'Oileo, Idomeneo, Euripilo, Merione, Toante ed Ulisse.
Si decide di estrarre a sorte chi combatterà mentre la massa dei Greci prega che sia uno dei più forti, Aiace Telamonio, Diomede o lo stesso Agamennone. Viene estratto Aiace Telamonio che contentissimo dell'occasione di gloria veste rapidamente le sue armi e corre al duello con tanto impeto e prestanza fisica che lo stesso Ettore prova un momento di timore. Il duello si svolge in modo corretto ma molto violento, i due arrivano a scagliarsi addosso l'un l'altro enormi macigni ed al calar della sera li fermano gli araldi, interrompendo il combattimento. Aiace Telamonio vuole che sia Ettore, autore della sfida a chiedere la tregua, Ettore propone saggiamente di smettere e di scambiarsi un dono in segno di reciproca stima: Ettore dona la sua spada ad Aiace Telamonio e questi gli regala la sua fascia di porpora.
Poco dopo nel campo acheo si svolge un banchetto in onore di Aiace Telamonio alla fine del quale Nestore propone che l'indomani non si combatta ma si rendano le esequie funebri ai molti caduti in quel giorno.
Intanto a Troia si tiene una consultazione: Antenore propone che si restituisca Elena ma Paride si oppone vivacemente, si dice però disposto a restituire le ricchezze di cui si era impossessato al momento del rapimento aggiungendone altre a proprie spese. Alla fine Priamo decide che l'indomani l'araldo Ideo si rechi alle navi nemiche e presenti la proposta di Paride, chiedendo in ogni caso una tregua per recuperare i cadaveri dei caduti. Al mattino Ideo compie l'ambasciata, i Greci rifiutano fieramente la proposta di Paride ma accettano la tregua.
La giornata trascorre, da entrambe le parti, nel "pietoso ufficio" e l'alba seguente trova gli Achei intenti alla costruzione di una fortificazione a difesa delle loro navi. Rimane incomprensibile il motivo per cui i Greci si dedicano a queste costruzioni dopo dieci anni di assedio quando si è quasi alla fine della guerra. Alcuni ritengono che l'incongruenza sia da attribuirsi ad una precedente versione del poema o ad un passo perduto in cui se ne spiegavano le ragioni. Nel vedere l'ardita costruzione degli Achei, Nettuno (che con Apollo è stato artefice delle mura di Troia) si indigna e protesta con Giove, questi lo calma promettendogli che, dopo la partenza degli Achei egli potrà distruggere il muro tramite la potenza delle onde.
Trascorre un'altra giornata ed a sera in entrambi i campi si banchetta ma nell'udire i tuoni di Giove che recano funesti presagi sia i Greci che i Troiani tremano di terrore.


CANTO VIII


Anche questo canto inizia con una riunione di dei sull'Olimpo, l'ha convocata Giove per ordinare a tutti di non interferire oltre nelle vicende della guerra. Lo fa con modi minacciosi, da tiranno facendo pesare la superiorità che la sua condizione di re degli dei gli conferisce. Solo Minerva osa chiedergli di poter aiutare gli Achei se non con azioni dirette, con consigli ed ispirazioni, e a lei il sommo rivolge un sorriso bonario, rassicurandola : ho dovuto parlare severamente - le dice- ma con te sarò tollerante.
Sempre di più, come si vede, gli dei di Omero presentano caratteri tipicamente umani quasi ad indicare la ironica razionalità con la quale i Greci guardavano al soprannaturale.
Con un carro trainato da destrieri volanti Giove si porta sulla vetta dell'Ida ( il monte Gargaro) da dove prende ad osservare le nuove fasi della guerra. E' l'alba e i due eserciti, preparatesi in fretta, iniziano a combattere violentemente. Verso mezzogiorno Giove misura sulla sua bilancia i destini delle due fazioni ed il responso è favorevole ai Troiani (curiosa concezione della mentalità arcaica . Perché Giove avrebbe bisogno di simili esperimenti per conoscere la volontà del destino?). A questo punto il Tonante scaglia un fulmine che sparge il terrore nel campo Acheo, i Greci si ritirano repentinamente, tutti tranne Nestore è impacciato dal cavallo ferito e sta per essere sopraffatto da Ettore quando Diomede gli offre la salvezza facendolo salire sul proprio carro.
Diomede ed Ettore prendono a combattere e la lancia del primo uccide l'auriga del secondo ma Giove - che vuole favorire i Troiani per mantenere la promessa fatta a Teti nel primo libro - scaglia un altro fulmine davanti al carro di Diomede, terrorizzando i cavalli. Il vecchio Nestore , ben interpretando il segnale divino asserisce che è il caso di fuggire ma Diomede esita temendo di passare per vile. Nestore ha la meglio e volgono il carro verso le navi mentre Ettore li insegue insultandoli. Più volte Diomede decide di tornare all'attacco ma ogni volta i tuoni di Giove lo dissuadono. Incoraggiato dall'evidente favore divino Ettore sprona i Troiani ad attaccare ed avvicinandosi con tutto l'esercito alle navi greche minaccia di incendiarle. Sdegnata Giunone sull'Olimpo prova a sobillare Nettuno contro il volere di Giove ma Nettuno la respinge con decisione. Alla dea non resta altro che ispirare in Agamennone il consiglio di implorare Giove . Il re acheo lo fa e Giove, commosso manda anche a lui un segno - il volo di un'aquila - che basta ad infondere un po' di coraggio nei Greci i quali organizzano rapidamente la difesa delle navi.
Particolarmente efficace è l'azione dell'arciere Teucro che prende a scoccare frecce mentre Aiace Telamonio lo protegge con lo scudo.
Lodato ed incitato da Agamennone Teucro prova a colpire Ettore ma la freccia uccide invece Gorgizione (figlio di Priamo e di Castianira da Esima) ed Archepolemo che ha preso il posto dell'auriga di Ettore. Infine Ettore riesce ad abbattere l'arciere colpendolo con una pietra e riprende a falciare i Greci. A queste vista Giunone e Minerva non resistono, si armano ed accorrono a soccorrere i Greci, ma Giove le nota dalla vette del Gargaro e manda loro incontro Iride con la minaccia di fulminare il loro carro. Impressionate, le due dee abbandonano il proposito e tornano sull'Olimpo dove poco dopo Giove le raggiunge e le deride.
Minerva tace per rispetto ma Giunone non perde l'occasione di polemizzare, allora Giove le spiega che favorirà i Troiani finchè i Greci non saranno indotti per disperazione a pregare Achille di aiutarli, infine le intima il silenzio.
Di nuovo l'arrivo della notte interrompe i combattimenti. Ettore, per i successi del giorno, si illude che la vittoria sia ormai vicina e parla alla sua gente promettendo che l'indomani i Greci saranno costretti a fuggire. Il canto si chiude con i Troiani che banchettano esaltati dalla speranza di vittoria.


CANTO IX


Nel campo acheo, invece, regna ovviamente la disperazione. Lo stesso Agamennone, riuniti in segreto tutti i comandanti dichiara di voler abbandonare l'impresa e tornare in Grecia. L'unico a opporsi fieramente alla decisione è Diomede che dice di voler rimanere a costo di combattere da solo pur di non consentire che si dica di lui che ha abbandonato la guerra. Dopo di lui parla Nestore, come sempre presentato come il più saggio degli Achei e, dopo aver proposto che ci si sieda a banchetto si adopera per convincere Agamennone che le ultime possibilità di vittoria dei Greci sono nelle mani di Achille, desista dunque il re dalla sua ira e si giunga ad un accordo. Ma Agamennone non vuole farsi pregare è pronto a restituire Briseide (alla quale giura di non essersi avvicinato) ed a coprire di doni il Pelide, anzi: se i Greci vinceranno la guerra, Agamennone si dice disposto a far scegliere ad Achille una delle sue tre figlie ed a dare alla sposa in dote sette città.
Si invia dunque un'ambasciata ad Achille per presentargli le offerte del re, si tratta di Fenice, Aiace Telamonio ed Ulisse.
Achille accoglie molto amichevolmente gli ambasciatori e li invita a banchetto (curioso il fatto che i tre si siano appena alzati dalla tavola di Agamennone). Il primo a parlare è Ulisse che riferisce le offerte di Agamennone ed impiega la sua eloquenza per convincere Achille ma questi non cede, anzi dichiara che all'alba partirà con le sue navi alla volta di Ftia. Achille dice di sapere - per averlo appreso dalla madre - che se egli resterà a combattere contro Troia non potrà tornare in patria ma si coprirà di gloria, viceversa partendo avrà salva la vita, vita che ha più cara dei doni di Agamennone, mentre l'avarizia ed il dispotismo del re non meritano certamente il suo sacrificio.
Ciò detto invita Fenice a partire con lui e gli altri due ambasciatori a riferire la sua risposta.
Fenice è stato invitato a Troia da Peleo per assistere ed educare il giovane Achille, dunque si ritiene obbligato a ripartire con lui, tuttavia lo prega accoratamente di cambiare idea, di placare lo sdegno ed aiutare i Greci. Per dar forza al suo discorso Fenice racconta un episodio di una guerra più antica, quella combattuta fra Cureti ed Etoli per il possesso della città di Calidone, capitale dell'Etolia. Eneo, re di Calidone, aveva offeso Diana omettendo dei sacrifici e la dea aveva scatenato il flagello di un ferocissimo cinghiale. La belva fu uccisa da Meleagro, figlio di Eneo ma Diana suscitò la discordia fra Etoli e Cureti per il possesso delle spoglie dell'animale. Nel corso della lite Meleagro uccise entrambi gli zii materni e fu maledetto da sua madre che pregò gli dei per la sua morte. Offeso dalla maledizione materna Meleagro si ritirò con la moglie Cleopatra abbandonando la difesa della città. Mentre i Cureti minacciavano di espugnare la città Meleagro si ostinava a non combattere, nonostante le promesse e le preghiere di parenti e concittadini; infine cedette per amore della moglie e salvò in extremis Calidone dall'assalto dei nemici. Neanche il discorso di Fenice serve a convincere Achille. Parla per ultimo - senza miglior risultato - Aiace Telamonio che dice poche parole deprecando l'ostinazione del commilitone, quindi Aiace Telamonio ed Ulisse tornano al campo greco mentre Fenice rimane ospite di Achille.
Fenice si corica nel letto fattogli preparare da Patroclo, anche Achille si apparta con Diomedea, figlia di Forbante, mentre Patroclo passa la notte con la schiava Ifi.
Tornati alla tenda di Agamennone i due ambasciatori riferiscono la decisione di Achille con grande dispiacere dei presenti, è ancora Diomede a sollevare gli animi incitando Agamennone a riorganizzare le schiere achee.


CANTO X


Durante la notte Agamennone, turbato dagli avvenimenti del giorno, non riesce a prendere sonno. Non dorme neanche Menelao, i due si incontrano e decidono di svegliare i capi Greci e riunire di nuovo il consiglio di guerra.
Nestore propone che un volontario si rechi a spiare il campo troiano per conoscere le intenzioni del nemico, si offre Diomede e fra gli altri volontari sceglie Ulisse come compagno all'impresa. Ulisse e Diomede si armano e muovono verso il campo nemico, con il favore delle tenebre ed incoraggiati dal fausto presagio d'un grido d'airone. Da notare un'espressione di Diomede nello scegliere Ulisse come compagno: "Se andremo insieme riusciremo a passare perfino fra le fiamme", fa senz'altro pensare agli Ulisse e Diomede dell'Inferno dantesco riuniti in un unico fuoco.
Intanto anche Ettore è insonne e svegliati i compagni cerca anche lui un volontario per spiare il nemico. Si offre Dolone, figlio dell'araldo Eumede, guerriero di brutto aspetto ma molto agile e veloce. Dolone chiede ad Ettore la promessa di compensarlo con i cavalli d'Achille, se i Troiani riusciranno ad impossessarsene. Ottenutala, parte alla volta del campo acheo, parte per non far ritorno, dice Omero anticipando gli eventi per sottolineare, come spesso fa, la predestinazione delle vicende umane. Poco dopo infatti Dolone cade nell'agguato tesogli da Ulisse e da Diomede, che lo hanno sentito avvicinarsi e viene ferito dalla lancia del secondo. Nella speranza di salvarsi Dolone tradisce e rivela ai due Greci la posizione delle truppe troiane ed alleate, in particolare quella dei Traci comandata da Reso, appena giunta.
Diomede, non mantenendo la promessa fatta da Ulisse, uccide Dolone.
I due Greci penetrano nell'accampamento dei Traci e mentre Diomede ne uccide alcuni nel sonno - fra cui Reso- Ulisse si impossessa degli splendidi cavalli di Reso. Diomede vorrebbe rubare anche il cocchio e le armi, ma Minerva, apparendogli accanto lo avvisa che non c'è tempo. Infatti i Traci si stanno svegliando ed i due si salvano fuggendo in groppa ai velocissimi cavalli.
Tornati al campo acheo Ulisse e Diomede vengono festosamente accolti dai compagni e dopo essersi lavati siedono a banchetto (è la terza volta per Ulisse, nel corso della notte).


CANTO XI


All'alba Greci e Troiani riprendono a combattere, questa volta il campione greco è Agamennone, Omero ne descrive le armi e le gesta raccontando molte uccisioni. Seguendo la battaglia dalla vetta dell'Ida, Giove invia Iride ad avvertire Ettore di tenersi in disparte perché Agamennone verrà ferito e quindi di intervenire con tutto il vigore che il dio stesso provvederà ad infondergli.
Continua la strage di Troiani da parte di Agamennone, fra gli altri egli uccide Ifidamante, figlio di Antenore e di Teano.
Coone, fratello di Ifidamante, riesce a ferire ad un braccio Agamennone prima di essere ucciso a sua volta. Agamennone continua a combattere finché il dolore della ferita non lo costringe a ritirarsi nelle navi, a questa vista Ettore, come ordinatogli da Iride, scende apertamente in campo.
Ora è Ettore ad eliminare molti nemici, fra i Greci tentano di contrastarlo Ulisse e Diomede. Diomede riesce a ferire ( o almeno a stordire) Ettore, costringendolo a ritirarsi temporaneamente e viene a sua volta ferito da una freccia di Paride. La ferita non è mortale, ma anche Diomede deve ritirarsi dalla battaglia ed Ulisse che era accorso per aiutarlo, si trova circondato dai nemici.
Ulisse si difende strenuamente, ma viene ferito da Soco, vedendosi perduto grida per chiedere aiuto e viene soccorso da Menelao e da Aiace Telamonio.
Intanto Paride colpisce il medico Macaone (che viene tratto in salvo da Nestore) ed Euripilo.
Achille, vedendo passare il cocchio di Nestore che trasporta il ferito Macaone, manda Patroclo a chiedere notizie.
Nella sua tenda Nestore accoglie Macaone e la schiava Ecamede prepara loro una strana bevanda fatta di vino, formaggio e farina per ritemprare le forze.
Giunge Patroclo e viene accolto benevolmente da Nestore che, tuttavia, dice di deplorare il comportamento di Achille.
Con gesto molto coerente al suo personaggio di anziano Nestore intraprende un lungo racconto delle proprie gesta giovanili in una contesa con popoli limitrofi per questioni di bestiame e si rammarica di non aver più il vigore e l'agilità di quegli anni, quindi esorta Patroclo a persuadere Achille in forza della loro amicizia o, almeno, di indossarne le armi per incutere timore nei Troiani.
Eccitato dalle parole del vecchio, Patroclo si avvia verso la nave di Achille, ma incontra Euripilo ferito che gli chiede aiuto ed egli, impietositosi, lo accompagna alla tenda e cura la ferita.


CANTO XII


Intanto Ettore continua a guidare l'assalto al muro di cinta che i Greci hanno eretto a difesa delle navi. Su consiglio di Polidamante i Troiani lasciano cocchi e cavalli per aggredire il muro a piedi.
Soltanto Asio, condottiero della città di Arisha e figlio di Irtaco, tenta di penetrare a cavallo nella porta ancora aperta per accogliere i Greci in ritirata.
Un prodigio si manifesta sul campo di battaglia: appare un'aquila in volo con un grosso serpente fra le zampe, questi riesce a ferire l'uccello che lo lascia cadere e vola via: Polidamante interpreta negativamente il presagio, se i Troiani riusciranno a penetrare nelle difese achee lo faranno a caro prezzo, ma Ettore non lo vuole ascoltare.
Sarpedonte e Glauco, alla testa delle schiere licie sferrano un attacco contro il muro, li nota Menesteo che chiama rinforzi. Accorrono Aiace Telamonio e Teucro. Sarpedonte e Glauco vengono entrambi feriti, ma riescono ad aprire una breccia nel muro. Presso la breccia la battaglia continua a lungo con esito incerto finchè Ettore, scagliando un enorme macigno, non riesce a svellere la porta. I Troiani entrano in massa nel campo acheo mentre i Greci fuggono verso il mare.


CANTO XIII


A questo punto Giove distoglie lo sguardo dalla battaglia, sicuro che nessuno fra gli dei oserà violare il suo divieto di intervenire, invece Nettuno, favorevole ai Greci, ne approfitta. Assunto l'aspetto dell'indovino Calcante, Nettuno si rivolge ai due Aiace e li sprona al combattimento infondendo loro nuovo vigore. Anche gli altri Greci vengono incoraggiati da Nettuno ed alcuni, accorgendosi del travestimento, riprendono fiducia nell'aiuto degli dei.
I combattimenti si susseguono violentissimi. Teucro uccide Imbrio e viene attaccato da Ettore, a sua volta ostacolato da Aiace Telamonio.
Incoraggiato da Nettuno entra in scena Idomeneo, re di Creta, insieme all'amico Merione. Mentre Nettuno, sempre con sembianze umane partecipa alla battaglia e continua a spronare i Greci, Idomeneo, nonostante non sia più giovane, prende a combattere con grande coraggio e terribile forza. Uccide Otrioneo (promesso sposo di Cassandra), quindi Asio, poi Alcatoo - marito di Ippodamia, figlia di Anchise. Quest'ultima uccisione spinge Enea a scendere in campo per vendicare il cognato. Enea, infatti, si era appartato dal combattimento perché offeso dalla mancanza di riconoscimenti del suo valore e del suo operato da parte di Priamo. Ne segue un combattimento molto cruento fra due gruppi - uno greco intorno a Idomeneo, l'altro troiano intorno ad Enea. Cadono Enomao ed Ascalafo e la contesa per le loro armi rende ancora più violento lo scontro. Anche Menelao si distingue questa volta nella battaglia uccidendo, fra gli altri Pisandro.
Intanto, in un'altra zona del campo Ettore continua a tentare l'aggressione alle navi ostacolato, soprattutto, di due Aiaci.
Polidamante, tutt'altro che ottimista, gli propone di riflettere, di sospendere l'attacco per un momento a consultarsi con gli altri capi dei Troiani.
Ettore, questa volta, accetta e compie un giro del campo per convocare la riunione. Facendolo scopre che alcuni suoi valorosi commilitoni sono morti ed altri feriti. Non perde occasione per rampognare Paride accusandolo - questa volta ingiustamente - di defilarsi dalla lotta. Raccolti intorno a se i migliori compagni ancora in grado di combattere Ettore muove di nuovo contro i Greci. Il canto si chiude con uno scambio di fieri insulti fra Ettore ed Aiace Telamonio.


CANTO XIV


Si torna al campo dei Greci dove i feriti stanno curandosi. Molto depresso Agamennone parla di abbandonare la guerra e tornare in Grecia ma gli altri, soprattutto Ulisse, si oppongono. Diomede propone di tornare nei luoghi dove si combatte per incoraggiare i compagni almeno con la presenza e con la voce.
La proposta viene accettata e quando Agamennone torna in campo Nettuno abbandona le mentite spoglie e si manifesta con un grido terrificante per spaventare i Troiani.
Dall'Olimpo lo ode Giunone e se ne rallegra. La dea decide di distrarre Giove per permettere a Nettuno di agire più liberamente in favore dei Greci, veste i suoi abiti più belli e chiede a Venere il suo cinto miracoloso contenente tutte le seduzioni femminili.
Visita quindi il dio Sonno per chiedergli di addormentare Giove quando questi sarà fra le sue braccia, il Sonno esita intimorito ma si convince quando Giunone promette di fargli sposare la più bella delle tre Grazie. Giove cade facilmente nel tranello, anzi Giunone si prende il gusto di fingere resistenza e pudore e Giove dichiara rozzamente che nessuna delle sue amanti l'ha mai tanto affascinato. Mentre il dio è fra le braccia della sposa il Sonno lo addormenta e corre ad avvertire Nettuno.
Nettuno guida all'attacco i Greci e nello scontro Ettore viene colpito da un macigno scagliato da Aiace Telamonio. Il colpo è grave, Ettore è salvato dai compagni e portato al sicuro, ma dopo aver vomitato sangue, perde i sensi.
I Greci prendono il sopravvento. Fra i Troiani muore Ilioneo, ucciso da Peneleo che ne recide la testa per esporla in punta di lancia spargendo il terrore fra i Troiani.


CANTO XV


Risvegliatosi Giove si accorge dell'inganno e si infuria con Giunone, ma questa giura di non essersi accordata con Nettuno - come in effetti è accaduto dato che al momento della scena di seduzione Nettuno era già fra i Greci. Giove rivela dunque le sue vere intenzioni: aiuterà i Troiani finchè Ettore non ucciderà Patroclo. Quando Achille tornerà a combattere sarà l'inizio della rovina di Troia. Su ordine del marito Giunone torna sull'Olimpo a chiamare Iride ed Apollo. Marte informato della morte del figlio Ascalafo vorrebbe vendicarlo, ma Minerva lo trattiene facendolo riflettere su quanto pericolosa possa essere l'ira di Giove.
Iride viene inviata da Giove a fermare Nettuno, Apollo a risanare Ettore. Nettuno oppone resistenza, ma infine si lascia convincere da Iride ed abbandona la battaglia. Apollo risana Ettore e lo accompagna contro i Greci. Vedendolo di nuovo in armi i Greci sono terrorizzati. Un gruppo dei più validi si prepara allo scontro mentre tutti gli altri corrono alle navi per proteggerle.
Apollo, imbracciando l'egida di Giove precede Ettore ed abbatte le fortificazioni greche, permettendo ai Troiani di avvicinarsi quanto non era mai avvenuto alle navi nemiche.
La furia di Ettore è intrattenibile ed il canto descrive una nuova lunga serie di uccisioni. Patroclo che dalla sua tenda vede la scena corre da Achille a scongiurarlo di intervenire. Gli Achei difendono le navi con eroismo, ma Giove aiuta e protegge Ettore al quale ha deciso di donare la gloria in cambio della morte prematura.
Mentre Ettore riesce finalmente a raggiungere una delle navi, il canto si chiude con l'immagine di Aiace Telamonio che lottando disperatamente ferma chiunque cerchi di avvicinarsi agli scafi per incendiarli.


CANTO XVI


Patroclo si presenta ad Achille e gli descrive i grandi pericoli e la miseranda situazione in cui versano i Greci. Lo fa piangendo e la risposta di Achille è vagamente ironica, sembra prendersi gioco della commozione dell'amico. Ma Patroclo insiste ed implora, almeno, il permesso di uscire in campo con le armi di Achille per tentare, con il proprio intervento e con gli effetti dell'inganno, di mutare le circostanze e salvare le navi che i Troiani sono ormai sul punto di incendiare.
Achille acconsente e concede a Patroclo l'aiuto dei suoi uomini, i Mirmidoni rimasti a lungo inattivi, ma esige da Patroclo la promessa di non correre rischi inutili e di limitarsi ad allontanare i Troiani dalle navi. Intanto Aiace Telamonio, rimasto unico difensore delle navi, è giunto allo stremo delle forze e, quando Ettore riesce a disarmarlo spezzandogli la lancia con un colpo di spada, è costretto a ritirarsi.
Immediatamente i Troiani riescono ad incendiare una nave ed Achille -vedendo le fiamme da lontano - esorta Patroclo ad intervenire senza indugi.
Mentre Patroclo veste le armi fatali l'auriga Automedonte prepara il cocchio con due cavalli immortali: Xanto e Balio (figli di Zefiro e dell'Arpia Podarge) ed uno mortale, Pedaso preda del sacco di Tebe.
I Mirmidoni si esaltano all'ordine di Achille di uscire in campo, li guidano cinque comandanti: Menestio, Pisandro, Fenice, Alcimedonte.

Alla vista delle armi di Achille, del suo cocchio e del suo auriga molti Troiani credono che il campione dei Greci abbia deciso di tornare a combattere e questo basta a volgere in fuga parecchi, inoltre i Mirmidoni, appena scesi in campo, hanno facilmente ragione di molti Troiani esausti dopo ore di battaglia. In breve Patroclo riesce ad allontanare i nemici dalle navi e spegnere l'incendio, eccitato dal successo prende a far strage dei Troiani avvicinandosi sempre di più alle mura di Troia.
Tenta di fermarlo Sarpedonte, i due si affrontano scendendo dalle bighe, per i loro colpi andati a vuoto muoiono Trasimelo, auriga di Sarpedonte, e Pedaso (unico cavallo vulnerabile del cocchio d'Achille).
Infine Patroclo riesce ad uccidere Sarpedonte. Durante il duello Giove, impietosito per la sorte del figlio, ha chiesto consiglio a Giunone ma la dea è stata inflessibile ed ha fatto notare che sotto le mura di Troia combattono molti figli di dei, dei che non avrebbero pacificamente accettato l'eccezione di Giove per Sarpedonte.
Con le sue ultime parole Sarpedonte ha pregato l'amico Glauco di difendere il suo corpo e le sue armi dal sacco degli Achei. Ma Glauco è ferito gravemente e si rivolge ad Apollo implorandolo di serrargli la piaga e rendergli le forze. Viene esaudito e rapidamente organizza la difesa del cadavere chiamando i propri guerrieri licii e molti Troiani, fra i quali Enea ed Ettore. Il combattimento infuria per la contesa delle armi di Sarpedonte ed entrambe le parti subiscono molte perdite.
Intanto Giove riflette sull'esito da dare alla battaglia e decide che Patroclo, prima di morire come ormai è scritto debba mietere molte vittime fra i Troiani, per ottenere ciò infonde un grande terrore nel cuore di Ettore, tale che questi abbandona il cocchio e fugge, molti Troiani lo imitano ed i Greci possono impadronirsi delle armi di Sarpedonte. Giove però incarica Apollo di salvare il corpo, di ungerlo di ambrosia e di affidarlo alla Morte ed al Sonno perché lo portino in Licia dove riceverà degni onori.
Patroclo, ispirato da Giove combatte eroicamente e tenta tre assalti alle mura di Troia, tutti respinti dalla mano di Apollo. Al quarto assalto Apollo si manifesta ed intima a Patroclo di indietreggiare, mentre incoraggia Ettore a sfidarlo. Patroclo uccide Cebrione, auriga di Ettore e, a questo punto, Ettore lo assale. Patroclo ed Ettore, combattono a lungo nella mischia generale poi Patroclo sferra tre terribili assalti contro i Troiani uccidendone nove alla volta ma, al quarto assalto, Apollo colpisce Patroclo nella schiena facendolo cadere e privandolo dell'elmo. I Troiani gli sono subito addosso ed egli tenta la fuga ma Ettore lo insegue e lo uccide. Mentre Patroclo agonizza Ettore lo schernisce ma Patroclo in una visione dell'ultimo momento gli annuncia che ormai anche la sua ora è segnata. Esaltato dalla vittoria Ettore non accoglie l'avvertimento e cerca di impossessarsi del cocchio di Achille, ma i cavalli immortali sono troppo veloci.


CANTO XVII


Menelao accorre a difendere le spoglie di Patroclo e si scontra con Euforbo che avendo ferito Patroclo prima di Ettore ne pretende le armi. Nel duello che segue Menelao uccide Euforbo. Apollo raggiunge Ettore che continua ad inseguire i cavalli di Achille e gli ordina di tornare a combattere. L'arrivo di Ettore seguito da molti, bellicosi Troiani, costringe Menelao a ritirarsi e a cercare Aiace Telamonio per recuperare il cadavere di Patroclo, Menelao ed Aiace Telamonio riescono ad impedire ad Ettore di straziare il corpo di Patroclo.
Osservando la scena Glauco, che ignora che il corpo dell'amico Sarpedonte è stato sottratto da Apollo, si indigna con Ettore e reclama che ci si impadronisca della salma di Patroclo per poterla barattare con quella di Sarpedonte. Ettore veste le armi di Achille e promette grandi ricompense a chi lo aiuterà a riprendere il cadavere di Patroclo, intanto Giove decide che il campione troiano viva un ultimo momento di gloria prima di morire e gli infonde un innovato furor bellico.
La battaglia continua violentissima fino al tramonto intorno al corpo di Patroclo che i Greci difendono ed i Troiani cercano di conquistare con gravi perdite per entrambi.
I cavalli di Achille piangono la morte di Patroclo suscitando la compassione di Giove che dona loro nuova energia. Gli immortali destrieri percorrono allora il campo di battaglia in lungo ed in largo. L'auriga Automedonte, desideroso di vendicare Patroclo cede la briglie al compagno Alcimedonte ed uccide il troiano Areto caricandone le spoglie sul carro. Si allontana con i velocissimi cavalli evitando Ettore ed Enea che tentavano di nuovo di conquistare i mitici animali.
E la battaglia continua ferocemente: Minerva sostiene e sprona gli Achei, Apollo i Troiani, mentre Giove - sulla vetta dell'Ida - continua ad osservare ed a portare avanti i propri disegni.
Infine Menelao incarica Antiloco di correre ed avvisare Achille della morte di Patroclo perché accorra a mettere in salvo il cadavere.
Il canto si conclude con Menelao e Merione che sollevato il corpo tanto conteso cercano di portarlo al sicuro mentre i due Aiaci li coprono dagli attacchi furibondi di Ettore ed Enea.


CANTO XVIII


Antiloco reca la ferale notizia ad Achille e questi, colto dalla disperazione, inizia un lamento che viene udito da Teti, nel fondo del mare. Intorno a Teti si raccolgono le Nereidi delle quali è qui incluso un elenco parziale (Actea, Agave, Alia, Amateia, Anfinome, Anfitoe, Apseude, Callianassa, Callianeira, Cimodoce, Cimotoe, Climene, Dexamene, Dinamene, Doride, Doto, Ferusa, Galatea, Glauce, Iaera, Ianassa, Ianira, Limnoreia, Maera, Melite, Nemerte, Nesea, Oritya, Pinope, Proto, Speio, Talia, Toe).
Pur sapendo di non poterlo aiutare Teti emerge e si presenta ad Achille per consolarlo. Achille sfoga con lei il suo dolore e dichiara di voler uccidere Ettore. Teti cerca di disarmarlo perché sa che dopo la morte di Ettore - il fato prescrive - giungerà quella di Achille, ma Achille non teme la morte ed è fermamente deciso. A Teti rimane solo una cosa da fare per il figlio: si recherà da Vulcano a chiedergli di fargli nuove armi per sostituire quelle predate da Ettore.
Intanto Ettore insiste nei suoi tentativi di impadronirsi del corpo di Patroclo per farne scempio e la battaglia volge sempre di più a favore dei Troiani che hanno ripreso a minacciare le navi greche.
Giunone invia Iride da Achille per consigliargli di mostrarsi, sia pure senza armi, sul campo di battaglia. Achille esegue e bastano la sua presenza ed il suo grido a sgomentare i Troiani e far prendere respiro agli Achei.
Il corpo di Patroclo è finalmente salvo ed Achille corre a riabbracciarlo. Giunone fa calar la notte in anticipo per dar modo ai Greci di riprendere forza ed i Troiani si riuniscono in consiglio.
Polidamante propone che si rientri in città per evitare di affrontare il terribile Achille in campo aperto, ma Ettore respinge orgogliosamente la proposta e si dichiara pronto a combattere contro il campione dei Greci.
Intanto nel campo greco si continua a piangere Patroclo, sul cui cadavere Achille giura vendetta ed ordina che si rimandi la cremazione del corpo dell'amico a quando egli sarà riuscito a rendergli onore con le spoglie di Ettore.
Teti si reca alla dimora di Vulcano che la accoglie molto volentieri, memore di quando Teti e l'oceanide Eurinome lo avevano raccolto e curato dopo ch'era stato precipitato in mare da Giunone, vergognosa dell'invalidità del figlio. Vulcano si trova in compagnia della grazia Carite, sua sposa in questa versione del mito e viene aiutato nel suo difficile incedere di zoppo da mirabili ancelle meccaniche, scolpite nell'oro, alle quali il divino artefice aveva miracolosamente infuso la grazia, la vita e la parola.
Teti racconta brevemente la sventura di Achille e chiede a Vulcano nuove armi per il figlio. Vulcano la accontenta immediatamente.
Si tratta delle famose armi di Achille, in particolare dello scudo sul quale Vulcano scolpisce, con talento soprannaturale belle e numerose scene: il cielo con i suoi astri, il sole, la luna e la terra. Due città con quadri di pace e di guerra, scene di vita campestre.
La descrizione dello scudo è molto lunga e minuziosa: sarà in qualche modo ripresa da Virgilio che nell'Eneide descriverà le armi preparate per Enea dallo stesso Vulcano, su richiesta di Venere.


CANTO XIX


Teti raggiunge Achille che sta ancora piangendo sul corpo di Patroclo e gli reca la nuove armi. L'aspetto ed il rumore dell'armamento sono tali che i Mirmidoni si allontanano sbigottiti ma Achille le prende con ammirazione e gratitudine.
E' pronto a combattere, ma teme che il corpo dell'amico, nel frattempo, si corrompa. Teti gli promette di averne cura e di custodire la salma fin quando sarà necessario.
Achille chiama e consiglio gli Achei che giungono rapidamente, anche i feriti fra i quali Diomede ed Ulisse. Ultimo arriva Agamennone.
Achille dichiara di aver deposto la sua ira e di voler tornare a combattere. Agamennone, forse per l'imbarazzo della situazione, attribuisce tutta la responsabilità ad Ate, dea della discordia e racconta una leggenda nella quale la stessa dea aveva provocato astio fra Giove e Giunone: una volta Giove aveva giurato che tutti i primogeniti dei suoi figli e discendenti sarebbero stati re. Giunone aveva anticipato il parto della madre di Euristeo per fare in modo che questi (nipote di Perseo e dunque discendente di Giove) ottenesse il regno di Argo, nascendo prima di Ercole. Giove aveva cacciato Ate dall'Olimpo. Comunque Agamennone è pronto a dare, a scopo di riparazione ad Achille, tutti i doni che gli aveva promesso tramite i suoi ambasciatori. Ma ora ad Achille interessa solo combattere e deve intervenire Ulisse per convincerlo che i soldati greci si siano rifocillati prima di attaccare battaglia. Agamennone fa recare comunque i doni promessi e restituisce ad Achille la giovane Briseide con la quale giura di non essersi accoppiato. Infine si svolgono gli opportuni sacrifici.
Giunta alla tenda di Achille, Briseide si commuove alla vista del corpo di Patroclo. Il "mite eroe" l'aveva infatti consolata quando era stata fatta prigioniera e data ad Achille. Anche Achille riprende il suo lamento e rifiuta di toccare cibo. Impietosito Giove ordina a Minerva di scendere sulla terra per stillare nettare ed ambrosia nel petto dell'eroe. Con rinnovate energie Achille indossa le armi e sale sul cocchio rivolgendosi ai suoi immortali cavalli: "Sia vostra cura - dice loro - riportare vivo dal campo il vostro padrone e non morto come accadde per Patroclo". Reso parlante da Giunone Xanto gli risponde: "Noi ti salveremo ancora questa volta, ma il tuo destino è già segnato. Non dare a noi la colpa della morte di Patroclo che fu colpito da Apollo prima che da Ettore. E' scritto che un dio domi anche te…", ma a questo punto l'Erinni tronca le parole del cavallo perché ai mortali non è dato conoscere fino in fondo il proprio destino.


CANTO XX


Nell'imminenza dello scontro fatale Giove convoca tutti gli dei e consente loro di scendere in campo dalla parte che preferiscono. Si schierano con i Greci Giunone, Minerva, Nettuno, Mercurio e Vulcano mentre ad aiutare i Troiani scendono in terra Marte, Apollo con la madre Latona e la sorella Diana, Xanto (dio del fiume Scamandro) e Venere. Giove rimane imparziale sulla vetta dell'Ida a contemplare lo svolgersi degli eventi.
Achille, assetato di vendetta cerca lo scontro con Ettore, ma Apollo, nelle sembianze di Licaone - figlio di Priamo - convince Enea a sfidare il Pelide. A questo punto gli dei protettori delle due fazioni si ritirano in luoghi elevati ai margini del campo lasciando che siano gli uomini a dare inizio alla battaglia. Achille ed Enea si affrontano: come era costume degli antichi guerrieri, prima di combattere si scambiano una serie di invettive. Enea vanta i suoi natali e nel farlo espone la genealogia di Anchise, discendente di Giove. I due cominciano a combattere scambiandosi colpi terribili. Quando Enea sta per scagliare un masso contro Achille, Nettuno decide di intervenire temendo che l'ira del pelide metta fine alla vita di Enea, il quale è il predestinato continuatore della stirpe di Dardano. Nettuno avvolge il capo di Achille in una densa nebbia ed allontana Enea al quale ordina di evitare di combattere con un guerriero della forza di Achille. Quando la nebbia svanisce Achille non crede ai suoi occhi non trovando più davanti a se il rivale, ma non c'è tempo da perdere e, spronando gli altri Greci, Achille si getta di nuovo sulla mischia. Ettore si accinge ad affrontare Achille, ma lo sbigottimento infusogli da Apollo lo costringe a rimanere riparato fra le schiere dei suoi. Intanto Achille fa strage di Troiani, fra i quali il giovane Polidoro, figlio minore di Priamo che, vanitoso per la propria velocità, correva nel campo davanti agli altri Troiani. Il dolore per la morte di Polidoro spinge infine Ettore all'aperto. Achille, felice e di poterlo affrontare, lo accoglie con parole oltraggiose, ma Ettore non indietreggia e rimette il suo destino al volere degli dei. Minerva devia con un soffio la lancia scagliata da Ettore contro il petto di Achille.
Apollo, con una della solite nebbie, sottrae più volte Ettore all'assalto di Achille finché questi, infuriato, non torna a fare strage degli altri Troiani. Omero insiste lungamente, fino alla fine del canto, a descrivere i particolari più macabri delle molte uccisioni operate da Achille.


CANTO XXI



Achille, continuando ad inseguire i Troiani, giunge al fiume Scamandro che i fuggitivi devono traversare per raggiungere le mura di Troia. Lasciata la lancia sulla riva Achille entra in acqua e, con la sola spada, continua la sua strage. In un momento di tregua cattura vivi dodici giovani troiani che intende sacrificare in memoria di Patroclo. Tra gli altri Achille affronta Licaone, figlio illegittimo di Priamo che egli aveva già una volta fatto prigioniero. Licaone, inutilmente, gli abbraccia le ginocchia ed implora di aver salva la vita ma la sete di vendetta di Achille nega ogni pietà ed il giovane viene ucciso e gettato nelle acque dello Scamandro. Ancora uccisioni: Achille abbatte, dopo una rapida contesa verbale Asteropeo figlio di Pelegono, capo dei Peonii, e molti altri.
La divinità del fiume, irata nel vedere le sue acque contaminate dal sangue dei Troiani si ribella ed Achille viene investito dalle onde sempre più irruenti dello Scamandro. Sul punto di annegare chiede aiuto a Giove: è questo il destino glorioso che gli è stato annunciato? Lo traggono in salvo Minerva e Nettuno che, dopo averlo confortato, gli consigliano di continuare a combattere finchè non vedrà i Troiani costretti a rinchiudersi nelle mura della città. Scamandro insiste, chiama in aiuto il Simoenta e spinge di nuovo le sue onde contro Achille ma questa volta interviene Giunone che incarica il figlio Vulcano di suscitare un vasto incendio lungo le sponde del fiume. Minacciato dal fuoco il fiume è costretto ad arrendersi e, giurando di non più intervenire, prega Giunone di portare lontano dalle sue acque le stragi di Achille.
Sotto lo sguardo divertito di Giove, intanto, molti dei stanno litigando fra loro. Minerva colpisce Marte, poi Venere. Nettuno provoca Apollo e lo sfida ma Apollo giudica indegno che si combatta fra immortali per cause umane. Non è di questa opinione sua sorella Diana che lo insulta senza ottenere soddisfazione. Diana a sua volta si scontra con Giunone ed ha la peggio. Gli dei tornano a riunirsi intorno a Giove, "irati i vinti, festosi i vincitori" , solo Apollo si trattiene tra le mura di Troia temendo che i Greci possano conquistare la città prima del giorno stabilito dal destino.
Dall'alto delle mura Priamo vede la disfatta dei Troiani ed ordina di aprire le porte perché i fuggitivi possano trovare scampo in città. Apollo infonde coraggio in Agenore, figlio di Antenore, perché affronti Achille e ne rallenti l'avanzata. Nello scontro Agenore è subito in grave pericolo, ma Apollo lo mette in salvo facendolo scomparire ed assumendo le sue sembianze. Mentre Achille si allontana inseguendo il finto Agenore i Troiani riescono a rientrare in città.


CANTO XXII


Solo Ettore è rimasto fuori dalle mura ed il vecchio Priamo lo implora di entrare e di mettersi in salvo. Intanto Achille continua ad inseguire Apollo che dopo averlo fatto alquanto allontanare dalla città gli si rivela trattandolo altezzosamente. Achille, furibondo, arriva a minacciare vanamente Apollo e si avvia rapidamente verso Troia.
Ettore sta resistendo fieramente alle preghiere del padre e della madre ma nei suoi pensieri non mancano il timore, l'indecisione e quando Achille infine compare nel terribile splendore delle sue armi il coraggio di Ettore viene meno e il troiano comincia a fuggire. Ettore corre velocissimo, dotato di vigore da Apollo, ma Achille non è da meno e lo insegue fino a fare tre volte il giro delle mura. Intanto Giove guarda impietosito la scena e vorrebbe intervenire in favore del troiano ma Minerva si oppone risolutamente e Giove, sapendo che il Fato ha già deciso, l'autorizza ad aiutare Achille.
Minerva appare ad Achille ordinandogli di fermarsi, quindi raggiunge Ettore apparendogli come suo fratello Deifobo e finalmente affronta il nemico. Prima di iniziare il duello Ettore propone ad Achille che il vincitore restituisca il corpo dell'altro ma Achille non accetta accordi e scaglia la sua lancia. Ettore schiva il colpo ma Minerva, non vista, restituisce l'arma ad Achille. Il troiano tira a sua volta, ma lo scudo del greco sopporta il colpo senza danni.
A questo punto Ettore si avvede dell'inganno di Minerva e, rassegnato a morire, decide di cadere gloriosamente. Nel corpo a corpo che segue Achille trova la gola di Ettore scoperta dall'armatura e colpisce in quel punto. Agonizzando, Ettore lo prega ancora di aver pietà del suo cadavere e di restituirlo ai suoi genitori ma Achille impietosamente promette che lo farà divorare dai cani. Maledicendolo Ettore spira.
Achille spoglia il cadavere delle armi e gli Achei ne fanno scempio, infine vincitore lega il corpo al proprio carro e lo trascina sul terreno storpiandolo orribilmente. Ecuba e Priamo che dalle mura assistono alla scena sono in preda alla disperazione ed il vecchio re decide di recarsi da Achille per implorare la restituzione della salma.
Il pianto di Ecuba è udito da Andromaca che, nella sua casa aspettava il ritorno del marito. Accorrendo Andromaca vede dalle mura il carro di Achille che ancora trascina il corpo di Ettore verso le navi e sviene. Quando rinviene Andromaca pronuncia un lungo lamento straziante sul destino suo, di Ettore e soprattutto di Astianatte che, ancora bambino, ha perduto il padre.


CANTO XXIII


Tornato alle navi Achille vuole che si celebrino i riti funebri per Patroclo.
Intorno al corpo di questi tutti i Mirmidoni levano il lamento funebre ed Achille gli trascina accanto il corpo martoriato di Ettore, come per dimostrare di aver mantenuto il proprio giuramento di vendetta. Intanto gli altri Greci si riuniscono a banchetto con Agamennone. Achille rifiuta l'invito e si fa promettere che all'alba dell'indomani si provvederà a cremare il corpo di Patroclo. Durante la notte, tuttavia, quando Achille vinto dal dolore e dalla stanchezza riposa sulla spiaggia, gli appare l'ombra di Patroclo e lo prega di procedere subito alla sua sepoltura per consentirgli di scendere nell'Orco. Preannunciandogli la fine imminente l'ombra di Patroclo chiede ad Achille di disporre le cose in modo che una stessa urna raccolga le loro ceneri, in nome dell'amicizia che li legava dall'infanzia.
Dopo aver tentato di abbracciare inutilmente l'ombra dell'amico Achille si ridesta e chiama i Mirmidoni perché si affrettino ad allestire il rogo. Secondo un uso dell'epoca molti si tagliano ciocche di capelli e le depongono sul rogo, anche Achille si taglia la bionda e fluente chioma per offrirla alla memoria dell'amico.
Prima di accendere il fuoco i Greci uccidono molti animali sacrificali disponendone i corpi accanto al cadavere di Patroclo, mantenendo un giuramento fatto in precedenza Achille uccide i dodici prigionieri troiani ed offre anche le loro spoglie in sacrificio.
Intanto Venere ed Apollo si preoccupano di preservare il corpo di Ettore dai cani, dal sole e da ogni altra offesa.
Il fuoco dal rogo stenta ad avvampare ed Achille prega i venti di aiutarlo.
Pittorescamente Iride si incarica di avvertire Zefiro e Borea, impegnati in un banchetto nella casa di Eolo e questi accorrono a far divampare la pira, attirati dai sacrifici promessi da Achille.
Il rogo arde tutto il giorno e la notte seguente ed Achille vi rimane accanto lamentandosi ed offrendo sacrifici alla memoria dell'amico.
Infine le ossa di Patroclo vengono recuperate e sepolte provvisoriamente in attesa di essere unite a quelle di Achille.
Compiuti i riti funebri Achille vuole che, secondo l'antico costume, si svolgono delle gare sportive in onore di Patroclo ed offre personalmente i cimeli da disputare.
La prima gara è una corsa di biga. Vi partecipano Eumelo, Diomede, Menelao, Antiloco figlio di Nestore, Merione.
Diomede è in testa, ma viene ostacolato da Apollo ed il suo primato è minacciato da Eumelo, lo aiuta Minerva facendo cadere le puledre di Eumelo ed aumentando l'energia dei suoi cavalli.
Dietro Diomede, Antiloco riesce a sorpassare Menelao con una manovra pericolosa e scorretta. Il coinvolgimento degli spettatori è tale che Achille deve sedare una lite fra Idomeneo ed Aiace d'Oileo.
Diomede vince la gara ed Achille assegna il secondo premio ad Eumelo, pur giunto ultimo, per consolarlo della sfortuna. Ma Antiloco giunto secondo pretende il proprio premio (una giumenta) ed Achille deve consolare Eumelo con altri doni. Vengono distribuiti gli altri premi ai partecipanti alla corsa ed Achille dona una coppa a Nestore come ricordo. Nestore - senza perdere l'occasione per compiangere la propria vecchiaia - accetta il dono con molte lodi per Achille.
Si passa alla gara di pugilato. Il primo premio consiste in una mula. Il primo a presentarsi è Epeo, figlio di Panopeo. Raccoglie la sfida Eurialo, figlio di Mecisteo, sostenuto dal tifo di Diomede. Epeo vince il combattimento ed Eurialo lascia il campo piuttosto malconcio.
Segue la gara di lotta disputata da Aiace Telamonio e da Ulisse.
Lo scontro è molto lungo e viene interrotto alla pari da Achille nel timore che i due guerrieri possano farsi del male.
Alla gara di corsa si iscrivono Aiace d'Oileo, Ulisse ed Antiloco. Vince Ulisse aiutato come sempre da Minerva che, slealmente, fa inciampare Aiace d'Oileo.
La gara di scherma fra Aiace Telamonio e Diomede è vinta da quest'ultimo.
Ci si misura quindi nel lancio del disco: il primo tiro è di Epeo e risulta molto maldestro; lanciano poi Leonteo ed Aiace Telamonio, per ultimo tira Polipete che si aggiudica la gara.
E' la volta del tiro con l'arco, il bersaglio è una colomba legata al sommo di un albero navale piantato nel campo.
Tira per primo Teucro e taglia la fune che lega l'uccello. Merione riesce a colpire la colomba che fuggiva e si aggiudica il primo premio.
Infine alla gara di lancia si presentano Agamennone e Merione ma Achille, senza che i due si misurino, assegna il primo premio ad Agamennone noto per la sua abilità con la lancia.


CANTO XXIV


Conclusisi i giochi Achille rimane da solo e non riesce a consolarsi della morte di Patroclo. Cerca di sfogare la sua disperazione sul cadavere di Ettore, ma Apollo difende il corpo da ogni ulteriore deturpazione.
La situazione viene discussa dagli dei che sono tutti impietositi per le offese subite dal cadavere di Ettore, tranne Giunone e Minerva, irriducibili nemiche dei Troiani. Infine Giove decide di convocare Teti perché convinca il figlio a restituire il corpo. Teti svolge l'ambasciata avvertendo Achille che molti dei sono adirati con lui ed Achille infine si rassegna a restituire la salma.
Intanto Iride viene inviata da Priamo per ordinargli di recarsi da Achille per riscattare il corpo del figlio. Dovrà andare solo , accompagnato solo da un vecchio auriga, con un carro trainato da muli per riportare il corpo. Priamo si appresta immediatamente a partire nonostante i tentativi di Ecuba di dissuaderlo. Ecuba gli porge allora un calice perché libi a Giove e lo preghi di dare un segno della sua protezione; Giove lo accontenta inviando un'aquila e Priamo si incammina in compagnia del vecchio araldo. Incontro ai due vecchi sopraggiunge un guerriero acheo che, in realtà, è Mercurio sceso per aiutare Priamo.
Mercurio dichiara di essere un mirmidone ed offre protezione a Priamo in segno di rispetto per la sua persona e la sua età, gli assicura inoltre che il corpo di Ettore è ancora incorrotto, quindi il dio sale sul carro e ne prende le redini. Al suo passaggio addormenta tutte le guardie del campo acheo perché non possano tentare nulla contro il re troiano.
Infine, davanti al padiglione di Achille rivela la propria identità e si congeda. Priamo entra nel padiglione di Achille e prostatosi ai suoi piedi gli bacia la mano e lo implora. Priamo ricorda ad Achille suo padre Peleo, altrettanto vecchio e l'eroe si commuove.
Il cadavere di Ettore viene lavato, profumato, ricoperto di un manto e deposto sul carro di Priamo, quindi Achille insiste perché il vecchio accetti di sedere alla sua mensa e di trattenersi con lui fino all'alba. I molti e ricchi doni portati da Priamo sono accettati da Achille che li consacrerà alla memoria di Patroclo.
Durante il banchetto i due si osservano a lungo con reciproca ammirazione, infine Priamo, sfinito dai molti giorni di dolore e di digiuno chiede ad Achille di poter riposare prima di rimettersi in cammino ed il Pelide fa preparare un letto per lui e per il vecchio araldo e, congedandosi, concorda con il vecchio undici giorni di tregua per dare ai Troiani il tempo di svolgere gli onori funebri di Ettore.
Poco dopo tutti dormono nel padiglione di Achille ma Mercurio sveglia Priamo e gli ordina di ripartire subito perché se Agamennone lo scoprisse lo catturerebbe senz'altro per chiedere un enorme riscatto.
All'alba il carro di Priamo si avvicina a Troia. La prima ad avvistarlo è Cassandra che leva un lamento per richiamare tutti i Troiani alle porte. Entrata in città la salma di Ettore tutti si raccolgono intorno a piangere. Qui si svolge il lamento di Andromaca, seguito da quello di Ecuba. Quindi anche Elena piange il cognato dal quale ricorda di essere sempre stata compresa e compatita.
Priamo ordina che si appresti il rogo e dopo nove giorni di lutto e di lamento la salma viene cremata. Le ceneri vengono raccolte e sepolte in una tomba solenne e nella reggia di Priamo si svolge il banchetto funebre. Questi furono gli onori resi ad Ettore, domatore di cavalli.