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Dionigi di Alicarnasso

Storia di Roma antica

Libro Primo


Prefazione.
Dionisio dichiara di voler rendere conto delle proprie fonti e di voler anteporre all'opera delle considerazioni di carattere metodologico.
Chi intende scrivere la storia deve "scegliere argomenti che siano di alto livello contenutistico" e deve "procurarsi con grande impegno, scrupolo e dedizione, gli strumenti indispensabili ".
La supremazia di Roma viene confrontata con i grandi imperi del passato: gli Assiri, i Medi, i Persiani, Alessandro Magno. Roma supera tutti per estensione dell'impero o per durata del dominio.
Le potenze greche furono effimere: gli Ateniesi dominarono le coste greche per sessantotto anni. Gli Spartani si impadronirono del Peloponneso e lo dominarono per trenta anni, quindi furono sconfitti dai Tebani.
Il dominio di Roma attualmente (7 a.C.) coincide con il sorgere ed il tramontare del sole e non ha eguali al mondo.
Dionisio dice di trovarsi sotto il consolato di Claudio Nerone e di Gneo Calpurnio Pisone, nell'anno della 194ma Olimpiade, 745 anni dalla fondazione di Roma.
La scelta di trattare la parte più antica della Storia di Roma dipende dal voler dimostrare che Roma fu illustre fin dalle origini, ad onta dei suoi denigratori.
L'autore si ripropone di dimostrare che i fondatori della città erano di origine greca, e che Roma ha sempre dato prova di grande virtù e pietà religiosa.
Tutti i protagonisti della storia romana sono sconosciuti ai Greci perchè manca una storia scritta in greco, a parte taluni compendi molto brevi e generici.
Secondo Dionisio il primo ad occuparsi di storia romana antica fu lo storico Ieronimo di Cardia, nella sua opera sugli Epigoni. Dopo di lui vennero Timeo di Tauromenio, Polibio e Sileno.
Fra i Romani i più antichi autori di storia romana furono Quinto Fabio Pittore e Lucio Cincio Alimento, che si occuparono principalmente delle guerre puniche, per loro contemporanee.
Dionisio dunque ha deciso di comporre in greco una grande opera sulla parte più antica della storia romana a beneficio dei lettori ed in onore dei grandi Romani del passato, nonché in segno di gratitudine per i benefici ricevuti a Roma da quando vi ha posto la propria dimora.
Dionisio passa a chiarire il proprio metodo e le proprie fonti. Dice di essere sbarcato in Italia nel 30 a.C., dopo la battaglia di Azio e di essere vissuto a Roma, imparando il latino. Negli anni seguenti ha raccolto il materiale per la sua opera leggendo Catone, Fabio Massimo Servilliano, Valerio Anziate, Licinio Macro ed esaminando le tradizioni conservate dalle famiglie romane come gli Elii, i Gellii, i Calpurnii ed altri.
L'opera di Dionisio comincia dai racconti più antichi che hanno richiesto un grande lavoro di ricerca, ed arriva fino agli inizi della prima guerra punica, nel terzo anno della 128ma sima Olimpiade (265 a.C.).
Dionisio descriverà tutte le guerre, gli ordinamenti politici, le leggi più famose. La struttura dell'opera non sarà di tipo annalistico o monografico " ma sarà un insieme di eloquenza, di speculazioni filosofiche, e di narrazione più propriamente storica ".

Si dice, inizia Dionisio, che i più antichi abitatori del luogo dove sorse Roma, siano i Siculi, una " popolazione barbara ed autoctona ". A scacciare i Siculi furono gli Aborigeni con l'aiuto dei Pelasgi e di alcune popolazioni greche.
Gli Aborigeni occuparono tutta la regione compresa fra il Tevere e il Liri. Al tempo della guerra di Troia furono governati dal re Latino, dal quale presero il nome di Latini per poi chiamarsi Romani quando Romolo fondò la città. Da allora in poi operarono per divenire il più potente popolo della terra. Cominciarono con il concedere ospitalità a chiunque la chiedesse.
Gli Aborigeni erano autoctoni dell'Italia secondo l'opinione di alcuni ed il nome indicherebbe la loro condizione di capostipiti. Per altri sarebbero stati dei nomadi ed il nome deriverebbe da Ab - Erro (errare di luogo in luogo). Altri infine ritenevano che fossero coloni Liguri.
Catone e Sempronio Tuditano ipotizzavano che questi primi abitanti fossero emigrati dalla Grecia molte generazioni prima della guerra di Troia. Gli Arcadi furono i primi Greci a sbarcare in Italia sotto la guida di Enotro, della dinastia regnante nel Peloponneso.
Genealogia di Enotro: da Foroneo nacque Niobe, da lei e da Zeus nacque Pelasgo. Da Ezeo nacque Licaone e da Licaone Deianira. Da Deianira e Pelasgo nacque un altro Licaone e da questi Enotro, diciassette generazioni prima della guerra di Troia.

Enotro lasciò la Grecia perchè insoddisfatto della parte di regno ricevuta (il padre Licaone aveva diviso l'Arcadia fra i ventidue figli) e con il fratello Peucezio giunse in Italia. Peucezio con parte del loro seguito occupò il territorio iapigio mentre Enotro raggiunse le coste del Mar Tirreno, che allora si chiamava Ausonio.
Enotro si stabilì in quei territori prevalentemente disabitati dando il proprio nome alla regione (Enotria).
Gli Enotri successivamente assunsero altri nomi dal re in carica, Ezei, Licaoni, Itali.
Citando il logografo greco Ferecide di Atene, Dionisio trova altra eco del mito di Enotro. Secondo l'autore se è vera la discendenza greca degli Aborigeni non può che risalire agli Enotri per motivi cronologici. Avrebbero occupato soprattutto le zone montuose come era uso degli Arcadi per poi scendere nella regione che sarà dei Latini come si è detto.
Poche città degli Aborigeni si sono conservate. Citando Varrone quelle più prossime a Roma erano nel Reatino ad una giornata di cammino. Di queste città le più famose al tempo di Dionisio, oltre Rieti, erano Palatio, Trebula, Suesbula (Vesbola), Suna, Mefula, Orvinium, Carsula, Marruvio, Vazia, Tiora, Lista.
Interressante la nota di Dionisio che parla di un oracolo a Tiora dove dicono vaticinasse per gli Aborigeni un Pico (Picchio) inviato dalla divinità.
La città di Lista fu conquistata agli Aborigeni dai Sabini.
A settanta stadi da Rieti (1 stadio = 185 metri) sorgeva la città di Cotilia, presso la quale si trovava una fonte sacra.
Si dice che gli Aborigeni avessero stabilito in questi luoghi il loro primo stanziamento dopo averne cacciato gli Umbri, in seguito per ampliare il loro territorio si scontrarono con i Siculi. Per prima si mosse una schiera consacrata di giovani (ver sacrum). Segue una descrizione dell'uso della primavera sacra in cui l'autore riconosce nell'eccedenza di popolazione la causa principale di quelle espulsioni.
L'ostilità fra Aborigeni e Siculi divenne molto ampia provocando una guerra di lunga durata.
In seguito un contingente di Pelasgi proveniente dalla Tessaglia, si trasferì in Italia ed accolti dagli Aborigeni si allearono con questi contro i Siculi. I Pelasgi erano una stirpe greca nomade: originari del Peloponneso si erano trasferiti in Tessaglia dove dopo sei generazioni erano stati cacciati da altre popolazioni.
Nella fuga si dispersero in varie regioni ed isole greche mentre una parte di loro, su indicazione di un oracolo aveva raggiunto l'Italia.

In Italia una parte dei profughi raggiunse la foce del Po, nella zona di Spina, dove prosperò per molto tempo finchè non fu sconfitta dai barbari.

19) Un 'altra parte dei Pelasgi dirigendosi verso l'interno si scontrarono con gli Umbri quindi raggiunsero il territorio degli Aborigeni. Inizialmente si scontrarono con gli Aborigeni ma quando compresero di essere giunti nel luogo loro indicato dall'oracolo chiesero di essere accolti amichevolmente.

20) Gli Aborigeni, saputo dell'oracolo e della loro comune origine greca, accolsero i Pelasgi. Si strinsero accordi ed ai nuovi venuti fu concesso un territorio in parte paludoso. Successivamente la carenza di terra spinse Aborigeni e Pelasgi ad unirsi ai danni degli Umbri e dei Siculi. Conquistarono insieme molte città fra le quali Agilla (poi Cere), Pisa, Saturnia, Alsium e altre degli Etruschi.

21) Le città di Falerii e Fescenmio, in origine dei Siculi conservano ancora (al tempo di Dionisio) tracce dei Pelasgi e sono abitate dai Romani. In queste città si conservano rituali ed usi di chiara origine greca, a Falerii sorge un tempio di Era come ad Argo. I Pelasgi si impossessarono anche di ampi territori in Campania, dove fondarono città, alcune delle quali, in forma di villaggi, si erano conservate fino ai tempi di Dionisio.

22) Pelasgi ed Aborigeni costrinsero infine i Siculi ad abbandonare i loro territori ed a migrare verso Sud. I profughi giunsero all'estremo meridionale della penisola e sempre respinti dalle popolazioni locali dovettero infine attraversare lo stretto per stabilirsi nell'isola che da loro prese il nome di Sicilia. L'isola si era chiamata Trinacria poi Sicania, dalla popolazione dei Sicani, di stirpe Iberica che recentemente vi si era stabilita.

I Sicani erano poco numerosi ed i Siculi trovarono dimora prima nella parte occidentale poi in molte altre zone.

Così la stirpe sicula lasciò l'Italia verso la metà del XIII secolo a.C.

23 - 24) I Pelasgi riuscirono a compiere grandi progressi ma quando furono all'apice della prosperità vennero colpiti dall'ira degli dei che si manifestò con la siccità, la carestia, varie epidemie e la nascita di molti individui deformi. Un oracolo spiegò che l'offesa degli dei dipendeva dall'inadempienza di un voto di decime fatto in precedenza in occasione di un'annata di scarsi raccolti. Si stabilì che l'oracolo richiedeva anche la decimazione dei nati umani e ne nacque tanta discordia fra i Pelasgi che essi si dispersero, persero la concordia e la loro civiltà ne fu distrutta.

25) I Pelasgi avevano sviluppato grande abilità come militari e come navigatori. Dagli autori greci sono spesso identificati o confusi con i Tirreni.

26) La decadenza dei Pelasgi iniziò durante la seconda generazione precedente la guerra di Troia e si protrasse anche oltre di essa finchè quasi tutte le loro città cessarono di esistere. Sopravvisse Crotone, nel territorio umbro, poi colonia dei Romani con il nome di Cortona.
Gran parte dei territori abbandonati dai Pelasgi fu occupata dai Tirreni.

Per alcuni autori i Tirreni erano autoctoni, per altri si trattava di una popolazione immigrata.

27) I sostenitori della tesi dell'immigrazione dicono che provenivano dalla Lidia, guidati da un capo di nome Tirreno, discendente di Zeus.

28) In altre versioni del mito Tirreno era figlio di Eracle o di Telefo. Lo storico Xanto di Sardi (V secolo a.C.) che Dionisio considera fonte primaria della storia lidica non parla però nè di Tirreno, nè dell'emigrazione. Dionisio lo cita a sostegno della tesi dell'autoctonia.

29) Dionisio esprime la propria opinione dichiarandosi sicuro che Tirreni e Pelasgi fossero due stirpi ben distinte ed indipendenti, basandosi anche su considerazioni di carattere linguistico.

30) Per lo stesso motivo dubita che i Tirreni fossero coloni dei Lidi, e propende per la teoria dei Tirreni autoctoni.

I Tirreni sono detti dai Romani Etruschi o Tusci. Inoltre Dionisio dice che i Tirreni si davano una propria denominazione derivata da un loro capo di nome Rasenna. Dionisio è l'unica fonte di questo dato.

31) Non molto tempo dopo, sessanta anni prima della guerra di Troia (1243 a.C. circa) si verificò un'altra spedizione greca nell'Italia centrale, proveniente dalla città arcadica di Pallantio e guidata da Evandro.

Evandro era figlio di Hermes e di una ninfa arcadica, detta Temide dai Greci e Carmenta dai Romani.

Evandro e i suoi emigravano dopo essere stati sconfitti da una rivolta popolare.

Regnava sugli Aborigeni il re Fauno, in seguito divinizzato. Fauno accolse benevolmente gli Arcadi e concesse loro di scegliere la terra sulla quale risiedere, scelsero un colle, poi al centro di Roma, e vi fondarono un piccolo villaggio, che chiamarono Palatino in ricordo della città natale, dal nome Pallantio derivò Palatium (Palatino).

32) Secondo altri storici fra cui Polibio (ma la citazione non è rintracciabile nell'opera superstite di Polibio) il nome Palatino derivò invece da Pallante, nipote di Evandro, che morì giovinetto in quel luogo. Dionisio dubita di questa versione perchè mentre Evandro e Carmenta erano ancora venerati ed onorati a Roma, non trova tracce di un culto di Pallante.

Gli Arcadi stabilitosi sul Palatino eressero templi alle loro divinità e consacrarono a Pan la grotta che i Romani chiamavano Lupercale. In onore di Pan gli Arcadi istituirono anche il rito perpetuo dei Romani anch'esso con il nome Lupercali.

33) Altri riti e luoghi sacri furono dedicati dagli Arcadi a Nike, Demetra e Posidone.
Agli Arcadi veniva attribuita l'introduzione in Italia dell'alfabeto greco e della musica strumentale. Convivendo con gli Aborigeni mitigarono i costumi " selvatici " di questi.

34) Pochi anni dopo giunsero i Greci seguaci di Eracle, reduce dalla conquista dell'Iberia. Parte di loro si congedò stabilendosi sul colle che si sarebbe chiamato Campidoglio. Probabilmente a questo insediamento risaliva secondo alcuni il culto di Giano e Saturno sul Palatino, ma Dionisio sostiene che il culto di Saturno era già attestato in Italia all'arrivo degli Eraclidi.

35) Con l'andar del tempo la penisola prese il nome di Italia dal re Italo. Secondo Antioco di Siracusa Italo era di stirpe enotra e seppe conquistare o annettere vasti territori. Ellanico propone invece una etimologia molto stravagante facendo risalire il nome Italia alla parola Vitulus (Vitello) con riferimento ad un vitello fuggito a Eracle che attraversò la penisola.

36) Divagazioni di Dionisio sulla varietà delle ricchezze naturali dell'Italia.

37) Ancora sulle fortune dell'Italia, la qualità e la varietà delle colture e degli allevamenti, la bellezza del paesaggio, la ricchezza dei fiumi, la delizia del clima.

38) Per queste caratteristiche l'Italia era considerata dagli antichi sacra a Crono - Saturno, dio dispensatore di doni e ricchezze. Eracle avrebbe istituito il rito degli Argei, fantocci che venivano gettati sacralmente nel Tevere, per sostituire gli antichi sacrifici umani in onore di Saturno.

39) Le vicende di Eracle che hanno relazione con gli argomenti trattati. Fra le varie imprese gli era stato ordinato da Euristeo di condurre le mandrie di Gerione da Eriteia ad Argo. Al ritorno giunse nel territorio di Pallantio, dove sostò per pascere la mandria. Mentre riposava un ladrone di nome Caco rubò un certo numero di vacche nascondendole nella grotta dove abitava. Svegliandosi Eracle prese a cercare gli animali scomparsi e riuscì a trovarli grazie ai loro muggiti, venne alle mani con Caco e ovviamente ebbe la meglio. Dal sacrificio che Eracle offrì a Giove per ringraziamento derivò un rituale perpetuo dei Romani.

40) Gli Aborigeni e gli Arcadi furono riconoscenti ad Eracle per l'eliminazione del brigante e gli tributarono grandi onori, Evandro lo invitò a rimanere con loro. Un vaticinio di Carmenta predisse la divinizzazione dell'eroe.

Eracle istituì un rito sacrificale presso quelle genti che per prime lo riconoscevano come dio e l'altare su cui sacrificarono fu detto " Ara Massima " e si trovava nei pressi del Foro Boario.

41) Una versione più " storica " del mito di Eracle diceva che l'eroe dedicò la propria esistenza ad abbattere tiranni, ed istituire governi giusti ed umanitari e a compiere grandi opere. In Italia sarebbe arrivato non conducendo una mandria ma a capo di un grande esercito con l'intento di istaurare uno dei suoi governi modello. Si scontrò con i Liguri in una grande battaglia.

42) Vinti i Liguri trovò amicizia da parte di molte città ed ancora avversari fra i quali Caco, in questa versione un principe barbaro dedito al brigantaggio. Caco riuscì a depredare l'accampamento di Eracle ma in seguito fu assediato e vinto.

Conclusa la sua campagna in Italia Eracle vi lasciò parte dei suoi assegnando loro terre e domini, in alleanza con Evandro e Fauno.

43) Taluni narrano che lasciò in Italia due figli: Pallante, avuto da Lavinia figlia di Evandro, e Latino. Madre di Latino era una fanciulla avuta in ostaggio da un precedente nemico. Durante la traversata per l'Italia Eracle se ne innamorò e la rese incinta di Latino, poi consentì che la fanciulla sposasse Fauno. Per questo motivo alcuni considerano Latino figlio di Fauno.

Pallante morì ancora adolescente mentre Latino divenne re degli Aborigeni. Successivamente il regno passò ad Enea.

44) Eracle fondò nel luogo dove si trovava ormeggiata la sua flotta una piccola città alla quale dette il proprio nome.

Si trattava di Ercolano. Conclusa la campagna in Italia Eracle passò in Sicilia, i suoi seguaci rimasti sul luogo presto si integrarono con gli Aborigeni.

45) Due generazioni dopo, quando Latino regnava da trentacinque anni, giunsero a Laurento Enea ed i Troiani suoi compagni.

Laurento (forse il porto di Lavinio) era località litoranea degli Aborigeni, prossima alla foce del Tevere.

Accolti dagli Aborigeni i profughi ottennero un territorio dove si insediarono fondando Lavinio, poco dopo mutarono il nome assumendo, insieme agli Aborigeni, quello di Latini.

Quando si spostarono da Lavinio fondarono una città più grande che chiamarono Albalonga e quindi molti altri centri che furono detti dei Prisci Latini.

Sedici generazioni più tardi dedussero una colonia sul Pallantio (Palatino) dove avevano abitato i Peloponnesiaci e gli Arcadi e circondarono il colle di mura vi crearono un primo assetto urbano. La nuova fondazione fu chiamata Roma dal nome di Romolo, condottiero della colonia, il diciassettesimo discendente di Enea.

46) Rassegna delle versioni sulla venuta di Enea in Italia.

Alla caduta di Troia Enea tentò di organizzare una resistenza nella fortezza della città raccogliendovi supestiti, ricchezze ed oggetti sacri. Vedendo la città ormai perduta organizzò e coprì la fuga dei vecchi, delle donne e dei bambini quindi protetta la resistenza per permettere ai fuggitivi di mettersi in salvo abbandonò al nemico la città ormai deserta e si allontanò con i famigliari, altri notabili e vari oggetti sacri o preziosi.

47) Gli Achei si impegnarono al saccheggio e non inseguirono Enea che riparò sull'Ida.

Ai Troiani si unirono i cittadini di alcuni centri minori anche essi minacciati dai Greci. I rifugiati speravano di tornare in città quando il nemico fosse partito ma gli Achei minacciarono di attaccare anche il loro accampamento. Si venne ad una trattativa e gli Achei proposero che Enea e i suoi partissero dalla Troade recando con se le ricchezze che avevano salvato e consegnando le fortezze. Enea accettò e mandò il figlio Ascanio in una terra chiamata Dascilite con un manipolo di alleati.

Ascanio vi si insediò e più tardi tornò a Troia (il passo non è chiaro).

Enea allestita la flotta riunì gli altri figli, il padre, gli oggetti di culto e fece rotta verso la Penisola Calcidica, abitata da un popolo amico.

48) L'autore cita altre versioni della fuga di Enea.

Sofocle nel Laocoonte dice che Enea fugge per ordine di Anchise che aveva previsto la caduta della città.

Per Menecrate di Xanto Enea tradì e fu ricompensato dagli Achei con l'immunità.

49) Le fonti sono discordi anche su ciò che Enea fece dopo la fuga. Secondo alcuni si sarebbe fermato in Arcadia, per altri avrebbe fondato Capua.

Per i Romani Enea giunse senz'altro in Italia. Dionisio riepiloga le tappe del viaggio.
Enea
In Tracia fondò Eneia lasciandovi parte dei suoi seguaci.

50) Fu quindi a Delo, poi a Citera, quindi a Zacinto, dove sostò a lungo ospitato amichevolmente. Poi raggiunse Leucade, Azio, Ambracia. In quasi tutte le località dove Enea e i suoi sostarono fondarono un tempio di Afrodite.

51) Passarono da Butroto e consultarono l'oracolo di Dodona, quindi intrapresero la traversata dello Ionio.

Parte delle navi di Enea sbarcò sulla costa pugliese (Santa Maria di Leuca), quindi costeggiarono fino a passare lo Stretto.

52) Giunti al largo della Sicilia sbarcarono a Trapani.

In Sicilia incontrarono altri profughi Troiani, guidati da Elimo ed Egesto. Una parte del seguito di Enea si fermò in Sicilia.

53) Enea e quanti continuavano a seguirlo traversarono il Tirreno ed approdarono in Italia prima nel porto di Palinuro, poi nell'isola che battezzarono Leucosia. Giunsero poi in un porto al quale dettero il nome di Miseno, uno dei loro personaggi più eminenti, quindi a Procida e a Gaeta, infine a Laurento ove si fermarono e fondarono un insediamento che chiamarono Troia.

Dionisio sostiene questa versione contro chi ipotizzava un ritorno di Enea in Frigia.

54) La fama di Enea spiega il fatto che molte popolazioni che lo conobbero durante le sue peregrinazioni vollero dedicargli monumenti sepolcrali.

55) Sulla costa laziale si verificarono i segni indicati dall'oracolo: sgorgò una fonte e mangiarono le mense (cioè le foglie o le focacce sulle quali avevano disposto il cibo). Entusiasti si apprestarono a sacrificare agli dei.

56) La scrofa incinta destinata al sacrificio riuscì a fuggire ed Enea comprese che doveva seguirla come indicato dall'oracolo (seguire una guida a quattro zampe). Enea seguì dunque la scrofa finchè questa, stremata, non si lasciò cadere su un altura arida ed inospitale.

L'eroe dubitò che quello fosse il sito scelto dagli dei ma una visione o un sogno gli garantì che era proprio lì che doveva stabilire la propria dimora. Il giorno successivo, ancora confermando dettagli della profezia, la scrofa partorì trenta maialini e trenta giorni dopo i Troiani fondarono un'altra città (Albalonga).

57) Enea sacrificò la scrofa nel luogo ove poi sorse il suo tempio di Lavinio, quindi si insediò nel luogo indicato.

Il re indigeno era Latino, in guerra con il popolo dei Rutuli.

Latino fu informato dell'arrivo dei Troiani e credendoli invasori si preparò a dar loro battaglia. Piantò un accampamento davanti a quello dei Troiani ed aprì le ostilità ma durante la notte sia Enea che Latino ebbero un sogno con il quale gli dei li spingevano a trattare ed accordarsi.

58) Latino si informò sulle origini e sulle intenzioni dei nuovi venuti. Enea dopo aver raccontato la sconfitta di Troia chiede di potersi stabilire nel territorio di Latino avvertendo che in caso di rifiuto era pronto a combattere. Latino propone di scambiare dei pegni.

59) Gli Aborigeni concessero ai Troiani tutta la terra di cui avevano bisogno intorno alla collina indicata dal presagio mentre i Troiani si impegnarono ad aiutarli nella guerra contro i Rutuli ed in ogni altra futura evenienza. Il patto fu suggellato con scambio di ostaggi e si intrapresero subito le azioni contro i Rutuli che furono rapidamente sconfitti, quindi i Troiani, aiutati dai nuovi alleati completarono la costruzione della nuova città che chiamarono Lavinio. In genere per il nome Lavinio si fa riferimento a Lavinia, figlia di Latino, altre fonti indicavano una Lavinia figlia di Anio, re dei Delii, facente parte del gruppo di Enea in qualità di indovina, che sarebbe stata la prima a morire di malattia nella nuova città.

60) Latino concesse la propria figlia in matrimonio ad Enea ed in breve i due popoli si fusero assumendo la denominazione comune di Latini.

Riepilogo delle popolazioni preromane: gli Aborigeni che cacciarono i Siculi, I Peloponnesiaci di Enotro provenienti dall'Arcadia, i Pelasgi, gli Arcadi di Evandro, gli Epei e i Feneati, anche essi provenienti dal Peloponneso (il gruppo di Eracle), infine i Troiani di Enea.

61) Divagazione sull'origine greca dei Troiani. Atlante fu il primo re di Arcadia, aveva sette figlie (le Pleiadi), una delle quali fu sposa di Zeus ed ebbe due figli: Iasio e Dardano.

Iasio sposò Crisa, figlia di Pallante e ne ebbe Ideo e Dimante, i quali ereditarono il regno di Atlante. Dopo qualche tempo un gigantesco diluvio rese inospitale gran parte dell'Arcadia e metà della popolazione emigrò in cerca di terra.

I profughi raggiunsero un isola in Tracia alla quale detto il nome di Samotracia, dalla loro guida Samone (Saone), figlio di Hermes.

L'isola era inospitale e gran parte di loro, guidati da Dardano, ripartirono alla volta dell'Asia, raggiungendo la Frigia.

Ideo, figlio di Dardano, si stabilì sui monti che da lui presero il nome di Idei, mentre Dardano ottenne dal re Teucro il territorio dove fondare una città.

62) Genealogia di Enea:

Dardano e Batea (figlia di Teucro) generarono Erittonio.

Erittonio e Calliroe (figlia di Scamandro) generarono Troo, eponimo della Troade.

Da Troo e Acellaride (figlia di Eumede), nacque Assaraco.

Da Assaraco e Clitodora (figlia di Laomedonte), nacque Capi.

Da Capi e dalla naiade Ieromneme, nacque Anchise.

Da Anchise ed Afrodite nacque Enea.

63) Datazione della fondazione di Lavinio.

Per Dionisio circa due anni dopo la caduta di Troia, nel 1181 a.C. secondo la cronologia di Eratostene.

64) Enea regnò tre anni sui soli Troiani, durante il quarto anno morì Latino ed Enea ebbe il regno unito dei due popoli. Frattanto i Rutuli si erano di nuovo ribellati, sotto la guida di Tirreno, cugino di Amata, moglie di Latino (questo Tirreno è identificabile con Turno). Tirreno aveva ripreso le ostilità perchè Enea gli era stato preferito per le nozze di Lavinia.

Nella guerra erano morti Latino, lo stesso Tirreno e molti altri. Tre anni dopo Mesentio, re dei Tirreni, si alleò con i Rutuli e marciò contro Lavinio di cui temeva la crescente potenza. In questa guerra morì Enea e poichè il suo corpo non fu ritrovato si credette che fosse stato assunto fra gli dei ed i Latini gli eressero un monumento che ai tempi di Dionisio era ancora visitabile.

Si tratta dell'Heeron di Enea a Pratica di Mare, rinvenuto in recenti scavi archeologici.

65) Alla dipartita di Enea (sette anni dopo la caduta di Troia) gli successe Eurileonte che durante la fuga aveva preso il nome di Ascanio. Mesentio protrasse lungamente il suo assedio finchè i Latini chiesero di conoscere le condizioni di resa ma le pretese dell'assediante erano inaccettabili (fra l'altro voleva che ogni anno gli fosse ceduta l'intera produzione di vino) e gli assediati riorganizzarono le proprie forze. In un'improvvisa sortita notturna ebbero la meglio sui Tirreni che a loro volta proposero la resa. Mesentio ottenne di potersi allontanare con il suo esercito e divenne alleato dei Latini.

Nella tradizione latina il nome appare nella grafia Mezentio o Mezenzio, secondo Livio era re di Cere.

Secondo Catone anche Mezentio muore durante la guerra. Nell'Eneide viene ucciso da Enea. La vicenda del vino è citata in altra forma nei Fasti di Ovidio.

66) Trenta anni dopo la fondazione di Lavinio Ascanio fondò Albalonga, in una posizione ben difendibile fra un lago ed un monte. Il sito di Albalonga era ameno e vi si produceva (ai tempi di Dionisio) l'ottimo " vino albano ".

67) Si racconta un prodigio risalente alla fondazione di Albalonga: quando vi furono trasportate le immagini degli dei e gli oggetti sacri che Enea aveva collocato a Lavinio, durante la notte misteriosamente immagini ed oggetti tornarono al luogo originale senza che nel nuovo santuario si trovassero segni di effrazione. I Latini decisero di lasciare a Lavinio trecento persone per prendersi cura delle reliquie. I Romani chiamano Penati questi loro dei.

68) Si mostra in Roma, dice Dionisio, lungo una via che conduce alle Carine, un piccolo tempio nella località detta Velia. Vi si conservano le effigi degli Dei dei Troiani che un'epigrafe definisce Penati. Sono due giovanetti seduti che impugnano lance. Secondo le fonti di Dionisio i simulacri risalivano a Crisa, figlia di Pallante (vedi 62 - Genealogia di Enea) ed avrebbero seguito la sua discendenza.

69) I simulacri furono collocati ad Ilio da Dardano e posti in salvo da Enea. Accettando queste tradizioni Dionisio afferma che " gli oggetti sacri portati in Italia da Enea sono i simulacri dei Grandi Dei.... e il favoloso Palladio che si dice custodito dalle sacre vergini nel tempio di Hestia, dove si conserva anche il fuoco perpetuo ".

70) Ascanio morì nel trentottesimo anno del suo regno e gli succedette il fratello Silvio, nato a Lavinia dopo la morte di Enea.

Quando Enea morì Lavinia, temendo di essere invisa ad Ascanio, si nascose aiutata da un guardiano di porci amico di Latino di nome Tirreno (Tyrrens o Tyrrus) nella foresta; da qui il nome di Silvio nato, appunto in quella situazione.

Succesivamente Lavinia e Silvio tornarono fra la gente ed alla morte di Ascanio suo figlio Iulo contese il regno con Silvio.

Il popolo votando optò per Silvio ed a Iulo toccò la carica sacerdotale, onore poi ereditato costantemente dai suoi discendenti (la Gens Iulia).

71) Silvio regnò per trentuno anni, gli sucedette il figlio Enea (Enea Silvio) che regnò per ventinove anni.

Dopo di lui governò Latino per cinquantuno anni, quindi Albas per trentanove, poi Capeto per ventisei, Capi per ventotto, Capeto per ventisei, Tiberino per otto. Tiberino, morendo in battaglia, cadde nel fiume Albula che da lui prese il nome Tevere.

Agrippa, successore di Tiberino regnò per quarantuno anni, gli successe Allodio per diciannove anni. Costui era di natura dispotica e fu odiato da tutti, trovò il modo di imitare fulmini e tuoni per regnare con il terrore, infine fu travolto da un'alluvione. Il successore di Allodio, Aventino dette il nome ad uno dei colli di Roma e regnò per trentasette anni seguito da Proca, re per ventitre anni, e da Amulio che dopo aver usurpato il potere che spettava al fratello Numitore, regnò per quarantadue anni.

Dopo che Amulio fu ucciso dai nipoti (Romolo e Romos li chiamava Dionisio), Numitore riprese il potere.

Un anno dopo i gemelli dedussero una colonia e fondarono Roma, nel 432simo anno dopo la caduta di Troia, primo anno della settima Olimpiade e primo anno dell'arcontato di Caropo ad Atene.

72) Altre versioni riguardanti la fondazione: Cefalone di Gergis diceva che Roma era stata fondata da un figlio di Enea di nome Romos, d'accordo con altri autori dal punto di vista cronologico.
Per Ellanico e Damaste di Sigeo sarebbe stata fondata dallo stesso Enea e chiamata con il nome di una donna del suo popolo che aveva incendiato le navi per porre fine alle loro peregrinazioni.
Secondo Aristotele i fondatori furono gli Achei reduci da Troia capitati nel luogo a causa di una tempesta, le loro prigioniere troiane avrebbero incendiato le navi per evitare di essere deportate in schiavitù, costringendoli in questo modo a stabilirsi nel posto. Per Callia di Siracusa invece la città fu fondata dai tre figli di Latino e di una donna di nome Roma.
Secondo Xenagora Romos, Anteo ed Ardeas furono figli di Odisseo e Circe e fondatori eponimi di altrettante città.

Dionisio di Calcide dice che fu fondata da un Romos figlio di Ascanio. Infine per altri Romos sarebbe stato figlio di Italo e di Leucaria, figlia di Latino.

73) Negli autori latini Dionisio legge che i fondatori della città sarebbero stati figli o nipoti di Enea, consegnati da Enea a Latino come ostaggi ricevettero dagli Aborigeni una parte del regno. Ancora secondo fonti latine Roma sarebbe stata fondata dai figli di Enea quindi abbandonata e ricolonizzata da Romolo e Remo, ci sarebbero state dunque due fondazioni, la prima ai tempi di Enea e la seconda quindici generazioni dopo.

74 - 75) Timeo colloca la fondazione di Roma trentotto anni prima della prima Olimpiade (824 a.C.), Cincio Alimento nel quarto anno della dodicesima (745 a.C.), Fabio Pittore nel primo dell'ottava (728 a.C.).

Porcio Catone la colloca quattrocentotrentadue anni dopo la caduta di Troia, corrispondente al primo anno della settima Olimpiade (751 a.C.).

Infine Polibio datava la fondazione del secondo anno della settima Olimpiade, datazione accettata da Dionisio che ne spiega i motivi tramite l'analisi dei documenti ufficiali: le tavole custodite dai sacerdoti e le " liste dei censori ".

In base a questi documenti si sarebbe arrivati a stabilire l'epoca del primo consolato, considerando poi la durata del regno dei sette re si risale alla data suddetta.

76) Riprende la narrazione dai tempi di Romolo.

Quando Amulio ottenne il regno tramò per eliminare la discendenza di Numitore. Fece uccidere Egesto, figlio di Numitore, simulando un agguato dei briganti, quindi nominò la nipote Rea Silvia (o Ilia) vestale vincolandola ad un voto di castità per evitare che mettesse al mondo pericolosi discendenti. Numitore si rese conto del crimine e delle intenzioni del fratello ma decise di aspettare momenti migliori per vendicarsi.

Nota: Dionisio dice che le vestali dovevano rimanere senza marito per almeno cinque anni.

77) Quattro anni dopo Rea Silvia fu violentata, secondo alcuni da uno dei suoi vecchi pretendenti, secondo altri dallo stesso Amulio mascherato ma per i più da un dio che dopo averle predetto due figli straordinari se ne sarebbe tornato in cielo avvolto da una nube.

78) Amulio venuto a conoscenza dello stupro subito da Rea Silvia intentò un processo coinvolgendo ed accusando Numitore.

Numitore riuscì ad ottenere un rinvio e mentre il processo era ancora in corso Rea Silvia partorì i gemelli.

Amulio continuò a perorare l'accusa davanti al consiglio facendo valere la propria autorità fino ad ottenere la condanna a morte di Rea Silvia e l'abbandono dei neonati alla corrente del fiume.

79) Sugli eventi seguenti le fonti erano discordi, per alcuni Rea Silvia fu immediatamente posta a morte, per altri detenuta in una prigione segreta avendo ottenuto la grazia per intercessione della figlia di Amulio.

I due neonati furono condannati, secondo Fabio Pittore (dal quale dipendono molti autori) ad essere abbandonati nelle acque del Tevere. Gli esecutori li lasciarono in una cesta in un punto acquitrinoso perchè il fiume era straripato ed impediva loro di avvicinarsi ad un punto dove il letto fosse più profondo.

Dopo aver galleggiato per un tratto la cesta si arenò ed i neonati furono soccorsi dalla lupa che li allattò. Arrivò un pastore che rimase stupefatto dalla mansuetudine della lupa ed andò a chiamare i suoi compagni. I pastori ravvisarono nell'insolito spettacolo i segni di un prodigio. La lupa si allontanò tranquillamente nascondendosi in un bosco che si diceva sacro a Pan.

Dionisio testimonia che nel luogo (il Lupercale) si conservava ai suoi tempi un " complesso bronzeo di antica fattura " raffigurante la lupa che allatta due bambini. Si tratta del monumento celebrativo collocato dagli edili Ogulnii nel 295 a.C.

Un fulmine nel 65 a.C. danneggiò le figure dei gemelli e la lupa fu interrata in quanto sconsacrata dal fulmine.

Probabilmente è identificabile con la famosa Lupa Capitolina (Museo dei Conservatori), opera di difficile datazione, forse etrusca del sesto secolo a.C. (i Gemelli furono aggiunti nel XV secolo dal Pollaiolo).

I gemelli furono adottati dai pastori, fra i quali Faustolo, guardiano dei porci reali. Questi era stato recentemente in città ed avendo avuto notizia del processo di Rea Silvia intuì la vera identità dei gemelli. Fu lui a prendere i gemelli che portò alla moglie, consolandola del dolore di aver perduto un bimbo appena nato. Faustolo diede ai gemelli i nomi di Romolo e Romos.

Quando crebbero il loro aspetto regale li distingueva dai pastori dei quali condividevano la vita.
All'età di diciotto anni ebbero una controversia con i pastori di Numitore per l'utilizzo di pascoli comuni e furono coinvolti in una rissa. I gemelli ebbero la meglio e gli avversari tramarono un'imboscata per vendicarsi, attaccando nottetempo le greggi dei due. Romolo si trovava a Cenina a svolgere riti sacrificali, Romos tentò una sortita con i pochi abitanti del villaggio contro gli aggressori ma fu attirato in una trappola e catturato.

80) Nella variante dell'episodio attinta da Elio Tuberone Romos viene catturato durante la festa dei Lupercali.

Romolo organizza immediatamente la liberazione del fratello ma Faustolo lo trattiene e gli racconta finalmente la verità sulle sue origini, persuadendolo a pazientare ed a organizzare l'attacco con forze maggiori per sconfiggere definitivamente Amulio.

81) Romolo raduna tutti gli abitanti del villaggio ed ordina loro di entrare in Albalonga passando inosservati ed attendere nel Foro il suo comando. Intanto Romos veniva condotto davanti ad Amulio e da questi condannato. Amulio lasciò però a Numitore l'autorità di procedere contro di lui. Numitore rimane colpito dal portamento del giovane e si apparta con lui per interrogarlo sulle sue origini. Romos rivela di essere stato abbandonato insieme ad un fratello gemello ed adottato da un pastore. Numitore intuendo la verità lo libera e gli chiede di aiutarlo a vendicarsi dell'usurpatore Amulio.

82) Numitore riconosciuto il nipote manda a chiamare anche Romolo e dopo un gioioso riconoscimento i tre cominciano ad organizzare l'offensiva contro Amulio. Nel frattempo Faustolo, temendo che Romolo potesse non essere creduto, cerca di raggiungerlo portando come prova la cesta che aveva contenuto i neonati, ma viene tradito dal proprio nervosismo quando viene interrogato dalle guardie reali al momento di entrare in città. Condotto davanti a Amulio è da questi costretto a svelare la verità. Saputo che i due gemelli sono sopravvissuti Amulio dimostra inaspettata e sospetta mitezza, dichiarando di volerli accogliere a corte.

83) L'atteggiamento di Amulio insospettisce Faustolo che nasconde il fatto che i giovani si trovano presso Numitore e propone di accompagnare gli uomini di Amulio alla loro capanna, nella speranza di ottenere la libertà e dare il tempo ai gemelli di organizzarsi. Amulio in effetti ordina segretamente ai suoi di catturare le persone che il porcaio avrebbe indicato. Quindi Amulio manda a chiamare Numitore con l'intenzione di trattenerlo sotto custodia ma il suo messo mette in guardia Numitore svelandogli il disegno di Amulio. I gemelli passano dunque all'attacco aiutati dai compagni che si erano frattanto infiltrati in città e l'usurpatore viene rapidamente sconfitto ed ucciso. Questa la versione che Dionisio riprende da Fabio Pittore.

84) Nella versione razionalista che Dionisio propone i gemelli sono salvati da Numitore che riesce a sostituirli con altri neonati, quindi li affida in adozione a Faustolo.
La lupa non è un animale ma il soprannome della moglie di Faustolo che un tempo si era prostituita. Una volta svezzati i bambini sarebbero cresciuti a Gabii, ricevendo un'educazione di tipo greco, in casa di persone legate a Faustolo. Anche la contesa fra i pastori sarebbe stata, in questa versione, un espediente di Numitore per ottenere che gli fossero affidati i figli del mandriano di Amulio e quindi aprire le ostilità.

85) Dopo la morte di Amulio, Numitore riprese il potere e riordinò la vita cittadina, quindi decise di fondare una nuova città per dotare i nipoti di un potere indipendente. Affidò dunque ai due giovani le terre nelle quali erano stati allevati e li mise alla guida di una parte della popolazione costituita da coloro che probabilmente gli erano ostili e da tutti quelli che gradivano seguirli. Fra questi erano molti individui di condizione popolare ma anche famiglie nobili, in particolare quelle risalenti all'elemento troiano.

86) Dotati di provviste, bestie e schiavi i gemelli condussero la popolazione fuori da Albalonga e la mescolarono con quanti vivevano presso il Palatino ed il Campidoglio. Ma presto fra Romolo e Romos e fra i rispettivi sostenitori nacque la discordia a proposito della supremazia. La discordia si manifestò al momento di scegliere il luogo per la costruzione della città, optando Romolo per il Palatino e Romos per altro luogo dove intendeva fondare una città di nome Remoria.
86) Per dirimere la contesa i giovani decisero di chiedere consiglio al nonno. Numitore propose di affidarsi alla volontà degli dei prendendo auspici. In un giorno stabilito Romolo si recò sul Palatino, Romos sull'Aventino avendo convenuto che il potere sarebbe stato del primo che avesse visto presagi favorevoli. Pare che Romolo per distrarre il fratello lo mandasse a chiamare dicendo di aver visto qualcosa ma mentre i suoi inviati lo raggiungevano Romos avvistò sei avvoltoi. Mentre discutevano apparvero sul Palatino dodici avvoltoi e Romolo concluse senz'altro di essere lui il prescelto suscitando l'indignazione dell'altro.

87) La contesa divenne ancora più aspra. Avendo visto entrambi lo stesso tipo di presagio l'uno pretendeva la vittoria per la precedenza, l'altro per il maggior numero di uccelli visti. Ne nacque una rissa che degenerò in vero e proprio combattimento. Vi persero la vita Faustolo (nel tentativo di porre fine alla contesa) e Romos.

Romolo fece seppellire il fratello nel luogo dove avrebbe voluto erigere la propria città. Un leone di pietra che ai tempi di Dionisio si trovava nel Foro era invece ritenuto il monumento funebre di Faustolo. Addolorato e pentito Romolo cadde in prostrazione ma si riprese consolato da Lucrezia (Acca Larenzia, la madre adottiva) e riuniti i supestiti della battaglia iniziò la costruzione della città.

Secondo un'altra versione non ci sarebbero stati combattimenti e Romos avrebbe accettato la supremazia di Romolo ma in segno di spregio avrebbe saltato il muro che si stava costruendo. Il sovrintendente ai lavori, di nome Celere, lo avrebbe ucciso con un colpo di vanga per vendicare l'offesa.

88) Dopo aver fatto auspici e compiuto sacrifici e riti di purificazione, Romolo chiamò tutto il popolo sul luogo designato per la fondazione della città e tracciò un solco quadrangolare con un aratro tirato da un toro e da una mucca. Compito questo rito e sacrificati gli animali diede il via ai lavori di costruzione. La giornata era celebrata dai Romani nelle Parilia, all'inizio della primavera.

89) Dionisio riepiloga gli argomenti in base ai quali sostiene l'origine greca di Roma: gli Aborigeni di stirpe arcade, i Pelasgi di stirpe argiva gli Arcadi di Evandro ed i Peloponnesiaci di Eracle, infine gli esuli della Troade. Successivamente la mescolanza con molti popoli barbari differenti fra loro per lingua e costumi ha diluito le caratteristiche greche delle genti romane.

90) I Romani parlano una lingua che è un misto fra la lingua greca e quelle dei barbari con cui sono venuti in contatto, in particolare la componente greca è per Dionisio di origine Eolica e (per lui) facilmente individuabile. I costumi civili e le leggi dei Romani non nascono con la loro grande potenza ma risalgono fino ai primi tempi della città.

Libro Secondo


1) Riepilogo dei popoli che abitarono nel territorio di Roma.
2) Romolo, con tremila fanti e trecento cavalieri, fondò Roma dopo quattrocentotrentadue anni dalla distruzione di Troia.
3) L'assemblea dei Romani approva un ordinamento costituzionale proposto da Romolo.
4) Il popolo riconferma Romolo sul trono di Roma.
5) Romolo prende gli auspici prima di accettare la definitiva conferma della sovranità. Lampeggia da sinistra, fatto considerato positivo dai Romani che credevano che da sinistra (settentrione per chi guarda verso oriente) venissero le cose migliori. Credenza probabilmente di origine etrusca.

6) Romolo stabilisce che anche i suoi successori debbano cercare nei segni degli dei la conferma alla propria elezione. L'usanza si conservò in età repubblicana per le cariche maggiori ma cadde in disuso in epoca imperiale. Tuttavia secondo Dionisio agire contro il volere divino può provocare sciagure, è quello che capitò a Licinio Crasso nella guerra contro i Parti.

7) L'ordinamento di Romolo: vengono create tribù, ognuna divisa in dieci curie. I capi si chiamano tribuni e curioni.

8) Forse riprendendo un modello ateniese la popolazione viene divisa fra patrizi e plebei.
9) Compiti dei patrizi erano gli uffici religiosi, le magistrature, l'amministrazione della giustizia, il disbrigo degli affari pubblici.

I plebei dovevano coltivare la terra, allevare il bestiame, ecc. Istituto della clientela: a ciascun plebeo viene accordato di scegliersi un patrizio come patrono. Anche la clientela sarebbe per Dionisio usanza di origine greca.

10) I patroni erano impegnati ad assistere e difendere i propri clienti in sede legale e a spiegare loro le leggi. I clienti doveveano provvedere la dote per le figlie dei patroni se questi si trovavano in condizioni di scarsa disponibilità economica ed a pagare per loro il riscatto in caso di rapimento, dovevano inoltre (" in segno di gratitudine ") pagare multe e sanzioni sofferte dal patrono e compartecipare alla spesa delle loro campagne elettorali. Patroni e clienti erano legati da stretti vincoli di fedeltà tanto che i loro rapporti duravano per molte generazioni.

11) La concordia che derivò dagli ordinamenti di Romolo sia all'interno della città sia verso le colonie greche ed altre città amiche durò seicentotrenta anni durante i quali le contese fra cittadini furono sempre risolte in via politica e senza spargimenti di sangue, finchè il tribunato di Gaio Gracco non distrusse l'armonia del governo. Affermazione piuttosto opinabile.

12) Romolo costituì un Senato di cento scegliendoli fra i patrizi.
Al senatore che considerava il migliore delegava l'amministrazione della città durante le sue assenze. L'istituzione secondo Dionisio deriva dalla " gerusia " greca, già attestata in Omero.

13) Costituì quindi un corpo scelto di trecento armati adibito alla sua guardia personale e agli interventi di emergenza. Questi militari erano detti celeres per l'immediatezza delle prestazioni loro richieste o, stando a Valerio Anziate, per il nome del loro primo comandante, Celere. Probabile connessione di questa istituzione con la guardia reale lacedemone.

14) Assegnò al re le funzioni sacerdotali più eminenti, la custodia del diritto ed il giudizio per i reati più gravi, demandando ai senatori quelli di minore entità. Al re spettava la convocazione del Senato e delle assemblee popolari e la facoltà di esprimere per primo la propria opinione. Al consenso dei senatori riservò il compito di discutere e sottoporre a votazione le proposte del re. Solo le decisioni approvate dalla maggioranza venivano varate, analogalmente a quanto avveniva a Sparta.

All'assemblea popolare demandò l'elezione dei magistrati, la ratifica delle leggi e, quando lo diceva il re, la disamina delle questioni belliche in sintonia con il Senato. La gerarchia militare risultò composta, nell'ordine, da tribuni militari, centurioni, decurioni, e comandanti della cavalleria.

15) Prese provvedimenti per incrementare le nascite pur tollerando l'esposizione dei nati storpi purchè deliberata da diverse persone. Per i trasgressori delle leggi fissò diverse condanne fra cui la confisca della metà dei beni. Concesse asilo politico a chiunque lo richiedesse purchè fosse di condizione libera. Per nobilitare questa istituzione che evidentemente attirava a Roma gente di ogni sorta la supportò con significati religiosi e costruì un tempio nel quale chi chiedeva asilo doveva rifugiarsi.
Per Dionisio la migliore fra le istituzioni introdotte da Romolo era l'uso di fondare colonie nelle città conquistate, usanza conservata dai Romani e causa della loro supremazia.
Al termine del regno di Romolo Roma contava quarantaseimila fanti e mille cavalieri.

17) Critiche alla politica militare delle città greche che rischiavano in una sola battaglia tutta la propria potenza. Per contro Roma, usufruendo delle risorse delle colonie, seppe riprendersi anche in gravissime contingenze, ad esempio nel corso delle guerre puniche.

18) La politica religiosa di Romolo si basava dunque sulla temperanza, sulla giustizia e sull'idea che le leggi giuste favoriscano la concordia fra i cittadini. Promosse le pratiche religiose con la costruzione dei templi, la regolamentazione del culto e bandì da Roma i miti ritenuti indecenti e sconvenienti per la natura divina.

19) Nella religione romana sono esclusi riti orgiastici ed altri eccessi tipici dei culti greci e barbari.

20) La religione romana prevede miti e rituali più semplici e meno equivocabili di quelli greci.
21) Creazione di sessanta sacerdoti per le tribù popolari oltre a quelli gentilizi (citazione da Varrone), Romolo stabilì che i sacerdoti gentilizi fossero due, nominati fra i cittadini illustri che superassero i cinquanta anni e restassero in carica a vita, esentati dai doveri militari e civili.

22) Le cariche sacerdotali erano estese alle famiglie dei sacerdoti per quei riti che prevedevano di essere celebrati da donne o fanciulli. Dionisio ritiene che questa istituzione abbia origini greche. Un aruspice per ogni tribù interpretava i responsi divini.

23) Istituzione della mensa comune in occasione delle festività religiose e confronto con i banchetti comuni che si svolgevano a Sparta. Ammirazione di Dionisio per la semplicità delle pratiche rituali e per come i Romani seppero conservarle pressochè inalterate fino ai suoi tempi.

24) Leggi in materia matrimoniale.

25) La moglie entrava a dar parte della famiglia del marito anche in senso economico e religioso. La moglie ereditava i beni del marito al pari dei figli. Il marito era giudice delle colpe di lei e poteva punirla con la morte in caso di adulterio o se la sorprendeva a bere vino (l'ubriachezza poteva essere di stimolo all'adulterio).

Queste leggi matrimoniali sopravvissero per secoli. Spurio Carvilio, cinquecentoventi anni dopo fu il primo a rompere il matrimonio, causa la sterilità della moglie. (secondo Livio e Valerio Massimo il primo ripudio risale a Lucio Annio nel 307 a.C., Gellio e Plutarco concordano sul nome Carvilio ma non sulla data).

26) Assoluto potere del padre sul figlio, fino alla morte del padre indipendentemente dalla condizione del figlio.

Si ricordavano esempi di personaggi importanti pubblicamente castigati dai padri. Non mancarono in questo senso gli eccessi, come quello di Manlio Torquato che nel corso della guerra contro i Latini, fece uccidere il figlio perchè aveva disobbedito all'ordine di non ingaggiare combattimenti isolati.

27) Al padre romano era concesso anche di vendere il figlio. Il potere paterno era dunque maggiore di quello del padrone sullo schiavo, infatti uno schiavo venduto se affrancato dal nuovo padrone guadagnava la libertà, mentre il figlio tornava sotto l'autorità paterna e poteva essere venduto nuovamente. Solo dopo la terza vendita se affrancato dall'acquirente era libero anche dal padre. Questa norma che veniva ascritta a Romolo fu riportata trecento anni dopo dai decemviri nelle dodici tavole.

Nelle leggi di Numa si leggeva che il potere di vendere i figli cessava quando i figli si sposavano.

28) Tutti i lavori manuali e sedentari, considerati indegni, erano affidati agli schiavi o agli stranieri mentre i liberi cittadini potevano occuparsi solo di agricoltura e di guerra. In tempo di pace si occupavano dei campi recandosi ogni otto giorni ai mercati per vendere i propri prodotti, in tempo di guerra partecipavano alle spedizioni e condividevano i bottini.

29) Romolo amministrò spesso personalmente la giustizia. Compariva nel Foro con un grande apparato al fine di incutere timore. I littori del suo seguito somministravano pubblicamente le pene ai condannati.

30) Trovandosi Roma circondata da città non amiche che difficilmente consentivano alle proprie donne di sposare i Romani, Romolo decise di risolvere il problema con un ratto in massa. Con l'approvazione del Senato e dopo aver sacrificato alla divinità che presiede ai consigli segreti Romolo indisse i giochi in onore di Poseidone, invitando i vicini. L'ultimo giorno dei giochi diede ordine ai giovani Romani di rapire tutte le vergini che partecipavano alla festa e di portarle illese al suo cospetto. Le fanciulle rapite erano seicentoottantasei e, scelti altrettanti giovani, il re celebrò le nozze dopo aver consolato le donne.

31) Fra le opinioni delle sue fonti Dionisio accetta le versioni in cui ratto avvenne nel quarto anno di regno di Romolo con il primario obiettivo di stringere con le città vicine patti di alleanza basati sull'affinità. Ai tempi di Dionisio la festa istituita da Romolo era ancora celebrata con il nome di " Consualia " e dedicata al dio Conso, identificato da alcuni con il greco Poseidone.

La festa prevedeva sacrifici su un altare sotterraneo e corse equestri.

32) A seguito del ratto si verificarono alcune guerre fra i Romani e le popolazioni che ne erano state vittime. La più importante fu quella con i Sabini. Le città che per prime aprirono le ostilità furono Cenina, Antemnae e Crustumerio.

In un primo tempo queste città chiesero l'intervento dei Sabini ai quali volevano affidare il comando avendo subito il maggior numero di rapimenti.

33) Poichè ambasciatori di Romolo avevano già avviato trattative con i Sabini le proposte delle altre città tardavano a ricevere soddisfazione.
Impazienti i Cenini passarono all'attacco per primi e furono rapidamente battuti. I Romani presero la città e Romolo sconfisse in duello il re di Cenina spogliandolo delle armi.

34) Fu poi la volta di Antemnae, anch'essa rapidamente sbaragliata. Quindi l'esercito romano tornò in città accolto dal popolo festoso. Dionisio vede in questo evento l'istituzione del trionfo dicendo che il corteo era chiuso da Romolo in veste purpurea su una quadriga. Dopo la cerimonia Romolo costuì un piccolo tempio a Giove sul Campidoglio nel quale consacrò le spoglie del re di Cenina.

35) Riunito il Senato si delibera di trattare con clemenza le città conquistate, Romolo invia in ognuna di esse trecento coloni ed accoglie i loro cittadini, così Cenina ed Antemnae divengono colonie romane.

36) Analoga sorte subì Crustumerio che era un'antica colonia degli Albani. La fama del valore e della clemenza di Romolo attirò a Roma molti uomini valenti che si trasferirono con le famiglie. Fra questi l'etrusco Celio, che diede il nome al colle. Preoccupati da questi successi i Sabini deliberarono di attaccare Roma e preperarono un forte esercito al comando di Tito Tazio.

37) Romolo si preparò a difendersi dai Sabini costruendo nuove mura sul Palatino, fortificando il Campidoglio e l'Aventino e mettendo al riparo di tali fortificazioni la cittadinanza e i pastori. Giunsero a Roma rinforsi da parte degli alleati: il tirreno Lucumone della città di Solonio e truppe di Albani inviate da Numitore. Conclusi i preparativi i Sabini richiesero formalmente la restituzione delle donne rapite e la soddisfazione del ratto ma Romolo rispose che le donne volevano restare con i loro mariti e si disse disponibile a trattare in pace altre ricompense. I Sabini non accettarono e schierarono venticinquemila fanti e circa mille cavalieri, la forza romana contava di ventimila fanti e ottocento cavalieri.

38) Tito Tazio si accampò nella pianura fra il Campidoglio e il Quirinale.

Il tradimento di Tarpea. Dionisio segue la tradizione per cui Tarpea avrebbe tradito per ottenere un compenso materiale e fa riferimento a Fabio Pittore e a Cincio Alimento.

Secondo Lucio Pisone invece avrebbe cercato di trarre in inganno i Sabini. Comunque Tarpea invita Tito Tazio ad un colloquio segreto ed i due si accordano per il tradimento.

39) Secondo Pisone Tarpea avrebbe mandato un messaggero ad avvertire Romolo del falso tradimento ma il messaggero sarebbe passato al nemico svelando a Tazio le intenzioni di lei. Per gli altri autori invece il tradimento sarebbe stato autentico. Tarpea aprì una porta ai Sabini che presero possesso della rocca del Campidoglio.

40) I Sabini ricompensarono Tarpea scagliandole contro i propri scudi fino ad ucciderla. La vicenda si basa sull'equivoco di "ciò che portavano al braccio sinistro", la ragazza voleva i braccialetti d'oro ma i Sabini le dettero gli scudi. Per Pisone la morte di Tarpea fu conseguenza del doppio gioco che il messaggero aveva svelato, per gli altri la ragazza tradì realmente. Noto che in Dionisio non si dice che fosse una vestale ma solo "la figlia di un notabile".

41) Con i Sabini arroccati nel Campidoglio seguì un lungo periodo di scaramucce finchè le due parti non decisero di scontrarsi in battaglia campale.

42) La battaglia dura più di una giornata, con alterne vicende. Anche Dionisio riporta l'episodio di Mettio Curzio, ufficiale sabino che con il proprio coraggio seppe recuperare una situazione di grande difficoltà per i suoi e dopo essersi a lungo scontrato personalmente con Romolo cadde nella palude salvandosi a stento dall'annegamento. La palude, successivamente prosciugata, ebbe il nome di Lago Curzio in ricordo dell'episodio.

43) Durante la battaglia Romolo fu ferito più volte e colpito alla tempia da una pietra cadde tramortito. I suoi lo portarono in salvo ma l'assenza del comandante diffuse il panico fra i Romani. Anche il tirreno Lucumone dopo essersi battuto valorosamente fu ferito e le forze romane rischiarono la rotta. I Sabini approfittarono della situazione gudagnarono terreno giungendo alle porte della città ma qui furono affrontati da forze fresche che erano state riservate per la guardia delle mura. Romolo, ripresosi, tornò in campo e rialzò il morale dei Romani che ripresero il sopravvento.

44) Nei giorni seguenti Romani e Sabini restarono incerti sul da farsi, entrambi tentati di cercare un accordo esitavano a proporlo per non esserne svantaggiati.

45) Frattanto le donne Sabine rapite si riunirono su proposta di Ersilia e decisero di tentare di pacificare i contendenti. Ottenuto il consenso del Senato romano le donne si recarono in ambasceria presso i Sabini per trattare la pace.

46) L'ambasceria delle donne ebbe successo e i Sabini si accordarono con i Romani. Tazio ottenne il regno di Roma alla pari con Romolo ed i cittadini ebbero il nome di Quiriti. Tutti i Sabini che lo desideravano potevano diventare cittadini Romani acquisendo i relativi diritti. L'esercito dei Sabini tornò alla sua terra mentre Tazio con tre notabili (Valerio Volosso, Tallo detto Tirannio e Mettio Curzio) rimasero a vivere a Roma con un seguito di amici, parenti e clienti numericamente non inferiore a quello dei Romani. Noto che in Dionisio l'intervento delle donne avviene durante una tregua e non in piena battaglia come negli altri autori, inoltre le donne si riuniscono, si organizzano e prima di intervenire ottengono il consenso del Senato, mentre nelle altre fonti il loro operato appare più improvvisato.

47) In seguito all'unione con i Sabini furono creati cento nuovi senatori. Furono tributati grandi onori alle donne che avevano posto fine alla guerra. Secondo alcuni autori le trenta curie presero il nome di altrettante di quelle donne ma Varrone non concorda su questa tesi perchè le donne che parteciparono alla missione erano 527. Varrone ritiene che i nomi delle curie fossero stati stabiliti da Romolo basandosi a volte sui nomi dei comandanti, a volte su quelli delle zone abitate.

48) Mito relativo alla fondazione di Curi secondo la versione di Terenzio Varrone: al tempo in cui gli Aborigeni occupavano la regione una fanciulla nobile danzò nel tempio di un dio detto Enyalos, colta da divina ispirazione entrò nella cella del dio con il quale si sarebbe accoppiata. Ne nacque Modio, soprannominato Fabidio, che dopo essersi distinto come guerriero fondò la città che ebbe il nome di Curi da uno dei nomi della divinità di cui era ritenuto figlio o dalla parola sabina Cures che significa lancia.

49) Tradizioni sull'origine dei Sabini. Sarebbero derivati dagli Umbri che occuparono quei territori già degli Aborigeni e dei Pelasgi. Secondo una tradizione locale si sarebbe installata fra loro una colonia di Lacedemoni che rifiutando la durezza della costituzione di Licurgo erano partiti in volontario esilio. Questo spiegherebbe l'affinità fra molti usi Sabini e quelli spartani, in particolare l'attitudine bellica, la frugalità ed il rigore.

50) Romolo e Tazio ampliarono la città annettendo il Quirinale ed il Celio, quindi si divisero il territorio. Romolo ebbe il Palatino ed il CelioTazio il Campidoglio ed il Quirinale. Bonificata la palude ed abbattuto il bosco ai piedi del Campidoglio costruirono il Foro per le assemblee ed i mercati. Romolo costruì un tempio a Giove presso la porta Mugonia.

Romolo e Tazio regnarono in armonia per cinque anni. Durante questo periodo combatterono contro i Camerini che organizzavano spedizioni ai danni dei territori Romani. Cameria, antica colonia degli Albani, fu conquistata e ridotta a colonia romana mentre circa quattromila Camerini furono ammessi a Roma.

51) Nel sesto anno di compartecipazione al regno Tazio fu coinvolto in una disputa fra i Sabini e gli abitanti di Lavinio.

I Laviniati avevano subito aggresioni e danni da parte di alcuni Sabini ed avevano chiesto a Romolo di consegnare i colpevoli ma Tazio ne aveva preso le difese. Inoltre gli ambasciatori di Lavinio furono aggrediti dai Sabini.

52) Romolo infine consegnò gli aggressori ai Laviniati poichè danneggiare gli ambasciatori era considerato sacrilegio, tuttavia Tazio intervenne in loro difesa e li liberò. Successivamente fu ucciso da un complotto di Laviniati.

53) Dopo la morte di Tazio Romolo mosse contro i Fidenati che insidiavano i commerci Romani sul Tevere. Sottomise la città, sequestrò parte del territorio e stabilì a Fidene un presidio di trecento armati.

54) I Camerini approfittarono di una pestilenza che aveva colpito i Romani per insorgere ma furono duramente repressi da Romolo che questa volta mise al sacco la loro città e riportò un secondo trionfo. Fu quindi la volta di Veio che intervenne a favore di Fidene. Romani e Veienti si scontrarono alle porte di Fidene in una lunga battaglia che si concluse in parità.

55) In una seconda battaglia i Veienti furono sconfitti ma poco dopo raccolsero un nuovo esercito con l'aiuto di altre stirpi etrusche e mossero nuovamente contro Roma. Battuti nuovamente, Romolo celebrò il suo terzo trionfo e concluse una tregua di cento anni con Veio lasciando ai nemici parte del territorio conquistato ma togliendo loro le saline del Tevere.

56) Sulla fine di Romolo Dionisio cita tre versioni: la prima è quella leggendaria per cui sarebbe stato rapito in cielo dal padre Ares, le altre due dicono che era diventato dispotico e fu eliminato dai senatori o dai nuovi cittadini.

57) Alla morte di Romolo seguì un interregno. I duecento senatori si divisero in gruppi di dieci ed estrassero a sorte il gruppo che doveva detenere per primo il potere. I dieci estratti governarono a turni di cinque giorni quindi passarono il potere ad un secondo gruppo di dieci e così via. Nel frattempo si discusse sulla forma di governo da adottare. Il popolo, consultato, rimise la decisione al Senato che fu unanime nell'optare per la monarchia ma non nella scelta del nuovo re.

58) Dopo una lunga disputa si decise di scegliere un uomo che non vivesse a Roma per avere maggiori garanzie di imparzialità. Il potere era infatti conteso fra i vecchi senatori (Romani) ed i nuovi (Sabini). Fu scelto Numa Pompilio, figlio di Pompilio Pompone, della città di Curi, uomo notissimo per la sua saggezza ed il suo ingegno. L'interrè vigente cominicò la decisione al popolo ed inviò a Numa una delegazione per offrirgli il potere.

59) Anche Dionisio cita e contesta la tradizione che voleva Numa Pompilio allievo di Pitagora.
Pitagora visse quattro generazioni dopo Numa ed anche la città di Crotone nella quale si diceva che il re avesse studiato presso il filosofo fu fondata successivamente. Dionisio attribuisce l'errore alla superficialità di quanti hanno voluto mettere in relazione il soggiorno italiano del filosofo con la saggezza di Numa Pompilio senza preoccuparsi dell'attendibilità storica delle proprie asserzioni.

60) Numa esitò a lungo prima di accettare l'offerta del potere, infine convinto anche dall'insistenza del padre e dei fratelli si recò a Roma dove la sua fama di rettitudine e saggezza gli valse ovazioni e calorosa accoglienza. L'assemblea popolare confermò l'elezione, il Senato la ratificò e gli dei, tramite gli auspici, la benedissero. I Romani dicono che egli non intraprese nessuna spedizione militare, ma che essendo un uomo giusto e pio passò in pace tutto il tempo del suo regno, e diede un'ottima amministrazione alla città (sic) .

Nacquero sul suo conto varie leggende fra le quali quella della sua relazione con la ninfa Egeria. Un episodio che non ho trovato altrove: Numa per dimostrare la veridicità del suo rapporto con la ninfa invitò alcuni notabili a visitare la sua casa mostrando loro la modestia degli arredi e la mancanza di quanto è necessario per preparare un banchetto. Li invitò quindi a tornare dopo poche ore e fece trovare arredi magnifici ed un ricchissimo banchetto che un uomo non avrebbe avuto modo di preparare in così poco tempo.

61) Probabilmente la vicenda relativa ad Egeria era un'invenzione di Numa per agire sugli scrupoli dei cittadini più religiosi. Dionisio indica precedenti greci: Minosse di Creta sarebbe stato consigliato da Zeus che visitava in un antro sacro, Licurgo avrebbe ottenuto assistenza da Apollo tramite l'oracolo di Delfi.

62) La situazione di Roma era complicata da due conflitti sociali, quello fra Albani e Sabini che disputavano su onori e poteri e quello provocato dalla parte più povera della plebe che vivendo in miseria tendeva alla sedizione sociale.
Numa distribuì dei terreni pubblici e beni dell'eredità di Romolo per soddisfare i poveri e concedendo alcuni onori ai senatori sabini migliorò la situazione.
Ingrandì la città annettendo il Quirinale.

63) Sul piano legislativo mantenne in vigore la costituzione di Romolo aggiungendo norme di carattere religioso. Inaugurò molti "recinti sacri" dedicati a varie divinità, istituì feste, nominò sacerdoti, stabilì norme per i riti, le cerimonie e le espiazioni.

"Ordinò inoltre che Romolo, che aveva superato i limiti della natura umana, fosse onorato sotto il nome di Quirino con un tempio e sacrifici annui".
Si fa vivo "un tale di nome Giulio" che racconta di aver avuto la visione di Romolo che gli confermava la propria divinizzazione, (cfr Giulio Proculo in Livio I, 16 ).

64) Assegnò la prima serie di cerimonie ai trenta curioni, la seconda ai flamini, la terza ai comandanti dei celeri, la quarta agli auguri, la quinta alle vestali. Numa costruì a Roma il primo tempio a Hestia (Vesta) e le assegnò come sacerdotesse le vergini.

65) Dissertazione di Dionisio sull'attribuzione a Numa del primo tempio di Vesta. Alcune sue fonti riteneveano che fosse opera di Romolo ma per Dionisio la collocazione del tempio fuori dalle mura della Roma quadrata è prova certa che sia stato costruito più tardi, quando la città si era ampliata.
Romolo aveva preferito distribuire il culto della dea sui focolari di ciascuna delle trenta curie.

66) Numa non abolì i focolari particolari ma ne aggiunse uno comune nel tempio da lui costruito fra il Campidoglio e il Palatino.
Su ciò che si custodiva nel tempio certamente il fuoco perenne simbolo della dea che corrispondendo alla terra "suscita il fuoco celeste da se stessa". Inoltre pare che il tempio contenesse alcuni oggetti sacri e segreti. Quando il tempio andò a fuoco (241 a.C.) Lucio Cecilio Metello celebre vincitore dei Cartaginesi nella battaglia di Panormo, rischiò la vita per salvare dalle fiamme gli oggetti sacri. Per alcuni si trattava di oggetti risalenti a Dardano, quindi alle origini di Troia, per altri del Palladio caduto dal cielo anche esso già custodito a Troia. In entrambi i casi le reliquie sarebbero state portate in Italia da Enea.

67) Le vestali erano in origine quattro e venivano scelte dal re, in seguito divennero sei. Il sacerdozio, che comportava l'obbligo di castità, durava trenta anni: nei primi dieci le novizie apprendevano, nel secondo decennio svolgevano i riti e nel terzo insegnavano alle altre. Dopo i trenta anni potevano sposarsi, tuttavia ciò accadeva molto raramente perchè ritenuto di pessimo auspicio. Alle vestali venivano tributati grandi onori, per contro le loro colpe erano punite severamente dai pontefici. Le pene lievi erano punite a vergate mentre quelle che perdevano la verginità erano sepolte vive in una cella sotterranea presso la Porta Collina. I Romani consideravano presagio di catastrofe lo spegnimento del fuoco sacro, in questi casi lo riaccendevano con solenni riti di espiazione.

68) Esistevano varie leggende sulle vestali e sugli interventi della dea in favore di quelle accusate ingiustamente. Una vestale di nome Emilia aveva lasciato spegnere il fuoco. Processata chiese aiuto alla dea quindi, pregando, stracciò la propria veste e ne gettò un lembo sulle ceneri. Subito ne scaturì una grande fiamma che riaccese il fuoco salvando la vestale.

69) Un altro aneddoto si raccontava su una vestale di nome Tuccia che venne calunniata ingiustamente. Dimostrò la propria innocenza riuscendo a raccogliere e trasportare l'acqua del Tevere con un vaglio.

70) Il sesto gruppo delle istituzioni religiose era assegnato ai cosiddetti Salii. Numa istituì i Salii palatini ai quali successivamente Tullo Ostilio avrebbe aggiunto i Salii agonali. I Sali palatini erano dodici giovani di estrazione patrizia. Secondo Dionisio equivarrebbero ai Kuretes greci che svolgevano riti analoghi durante le panatenee. Il rito dei Salii si svolgeva a Marzo durante le Quinquatria, dedicato agli dei della guerra e consisteva in una danza al suono del flauto. I Salii saltavano (da qui il nome), danzavano e cantavano armati di lance e scudi in una processione che attraversava la città.

71) Fra gli scudi dei Salii ve ne era uno che si diceva caduto dal cielo per volere degli dei. Per confondere eventuali ladri Numa aveva fatto fabbricare dall'artigiano Mamurio molti scudi identici. La danza dei Salii era comunque istituzione molto antica dalla quale i Romani derivarono molte danze cerimoniali usate nel circo, nei giochi, in occasione di varie feste.

72) Il settimo gruppo delle istituzioni sacre fu assegnato al collegio dei fetiales. Anche questo collegio fu istituito da Numa ed era composto da sacerdoti di condizione patrizia nominati a vita. Numa avrebbe istituito i feziali quando fu sul punto di combattere contro Fidene. Anche Dionisio è a conoscenza di possibili precedenti latini e cita i sacerdoti Equicoli della città di Ardea. I feziali avevano il compito di tentare trattative con i nemici e in caso di insuccesso di dichiarare guerra. Dovevano inoltre vigilare sul rispetto dei trattati di pace e di alleanza ed interloquivano con gli ambasciatori stranieri che lamentavano qualche offesa subita ad opera di Romani, eventualmente arrestando i colpevoli e consegnandoli alla parte offesa. Dionisio fornisce una rapida descrizione dell'ambasceria rituale in caso di contestazioni presso altre città. Il collegio incaricava uno dei feziali di svolgere la missione. Questi raggiungeva la città avversaria ripetendo più volte invocazioni e giuramenti al suo arrivo, chiamando a testimoni le prime persone che incontrava. Giunto al cospetto dei governanti della città discuteva con loro la questione e concedeva fino a trenta giorni di tempo per rispondere all'appello. Trascorso il termine se non aveva ottenuto soddisfazione si presentava al Senato romano con gli altri feziali e dichiarava di aver svolto il suo compito secondo quanto previsto dalle leggi sacre, a quel punto il Senato poteva decidere se dichiarare guerra. In mancanza di questa procedura "nè il Senato nè il popolo avevano il potere di dichiarare guerra".

73) La più alta dignità sacerdotale toccò ai pontefici. La denominazione derivava da uno dei loro compiti, il restauro del ponte di legno, ma il loro campo d'azione era molto vasto. Giudicavano tutte le cause religiose fra cittadini, magistrati e sacerdoti ed in generale legiferavano in materia religiosa. Sovraintendevano a tutte le funzioni religiose ed insegnavano la dottrina, avevano il potere di punire sacrilegi e reati religiosi ma erano inviolabili e non potevano essere giudicati nè dal popolo nè dal Senato. La loro carica durava a vita ed i successori venivano eletti dal collegio stesso con l'approvazione degli auspici.

74) Fra le numerose disposizioni emanate da Numa per ordinare la società dei Romani Dionisio ricorda le leggi ed i riti relativi ai confini, da cui l'isituzione della festa annuale dei Terminalia. In sostanza mi pare che a Numa venga riferita l'introduzione del concetto della proprietà privata e della distinzione di questa dal bene pubblico.

75) Numa regolamentò i contratti privati basandosi sul concetto della lealtà personale che dai suoi tempi divenne un valore sacro nella mentalità romana. Dedicò per primo un tempio alla Pistis pubblica sostenendo che lo stato doveva essere di esempio nelle lealtà e coerenza di comportamento verso i cittadini.

76) Per organizzare l'economia cittadina Numa divise il territorio in pagi istituendo dei magistrati che controllassero il lavoro degli agricoltori. Incentivò il lavoro agricolo con elogi e premi per distogliere i Romani dalla loro bellicosità.

Le istituzioni di Numa riuscirono ad assicurare alla città un lungo e prospero periodo di pace interna ed esterna, la sua fama si diffuse anche fuori di Roma tanto che gli fu spesso richiesto di arbitrare su ostilità fra le città vicine. Regnò per quarantatre anni (il dato coincide con Livio) e morì serenamente ultraottantenne, fu sepolto sul Gianicolo. Per molte fonti ebbe quattro figli maschi ed una figlia femmina, Cneo Gellio parlava di una sola figlia madre di Anco Marzio.

Libro Terzo



1) Alla morte di Numa Pompilio seguì un secondo interregno, quindi fu eletto re Tullo Ostilio, uomo nobile e facoltoso che si era trasferito a Roma dalla città albana di Medullia. Discendeva da Ostilio, il quale aveva sposato la figlia di Ersilio (L'Ersilia promotrice della missione di pace delle donne rapite). Ersilio aveva compiuto grandi imprese con Romolo ed era stato onorato con un monumento al Foro. Il figlio di Ostilio aveva sposato una donna di nobili natali, da tale unione era nato Tullo Ostilio.
Tullo Ostilio è quindi nipote dell'Ostilio di epoca romulea come in Livio (I, 22) .
L'elezione, voluta dal Senato fu confermata dal popolo ed anche gli auspici furono favorevoli, avvenne nel 670 a.C.
Tullo Ostilio iniziò il suo regno con un atto di liberalità che gli guadagnò il favore della popolazione più povera: dichiarando che il suo patrimonio sarebbe bastato per le necessità personali e le spese del culto donò ai poveri i terreni e i beni che erano considerati proprietà del re. Inoltre estese la cinta muraria per comprendere il Celio che fu distribuito a chi non aveva un terreno dove edificare una casa e vi stabilì anche la propria residenza.
2) Ma Tullo Ostilio fu noto soprattutto per le imprese militari, di cui Dionisio citerà le più importanti, a partire dalla guerra contro gli Albani. All'origine della contesa (i Romani sono sempre nel giusto per Dionisio) fu l'invidia e l'arroganza di un certo Cluilio, supremo magistrato di Albalonga. Organizzata una banda di predoni Cluilio provocò i Romani con incidenti di frontiera e seppe mettere le cose in modo che la reazione romana sembrasse un'aggressione.
3) Dopo uno scambio di ambasciate le due città si rifiutano reciprocamente soddisfazione ed entrano in guerra.
4) Gli ambasciatori si schierano nei pressi di Roma. Dopo un periodo di scaramucce Cluilio decide di attaccare in forze il nemico ed organizza tutto per il giorno seguente ma al mattino, misteriosamente, viene trovato il suo cadavere senza segni di violenza o di avvelenamento.
5) L'incomprensibile morte di Cluilio scoraggiò molto gli Albani: alcuni parlarono di vendetta divina, altri di veleni sconosciuti privi di tracce, altri ancora di suicidio. Dionisio crede che fosse semplicemente giunta la sua ora. Fu eletto dagli Albani il dittatore Mezzio Fufezio che propose un accordo in vista di un nuovo pericolo comune.
6) Veienti e Fidenati, infatti, che erano stati sottomessi da Romolo stavano congiurando per approfittare dello scontro fra Romani ed Albani e contavano di poter intervenire alla fine della battaglia ed avere la meglio sul vincitore. Tuttavia, forse a causa di delazioni, Fufezio era venuto a conoscenza della cospirazione.
7) Anche Tullo Ostilio avendo avuto voce del complotto ritenne opportuno trattare con gli Albani. Dionisio cita un "discorso" di Mezzio Fufezio con il quale il dittatore chiarisce i motivi che lo hanno spinto a cercare la trattativa.
8) Fufezio esibisce delle lettere delatorie che dimostrano l'esistenza della congiura ed esorta le parti a trattare rapidamente la pace per poter fare fronte comune contro i nemici. Propone una remissione totale ed immemore delle reciproche offese.
9) Tullo Ostilio accetta la proposta di pace ma ne aggiunge una per fondere le popolazioni o almeno il Senato delle due città per evitare future nuove inimicizie.
10) Fufezio prende tempo per consultare i suoi concittadini quindi risponde che gli Albani non volevano abbandonare le proprie case ma erano propensi ad unificare il Senato. Restava da decidere quale città avrebbe detenuto il potere. Gli Albani lo richiedevano perchè consideravano Albalonga la madre patria e Roma una colonia ; inoltre sostenevano che il ceppo atavico albano fosse più incorrotto di quello romano (che si era unito con Tirreni e Sabini) e che nella loro città regnasse un ordine sociale e politico migliore di quello romano.
11) Tullo Ostilio risponde con molti argomenti a sostegno dell'egemonia romana (a parità di antenati Roma è più grande e potente, proprio nell'aver accolto altre genti è l'origine della potenza, non esiste una legge di natura che stabilisca che la la madre patria debba dominare la colonia e non viceversa). Conclude proponendo che la controversia sia risolta con un duello fra pochi guerrieri.
12) La proposta di Tullo Ostilio viene approvata ma Fufezio non accetta di battersi in duello e propone con successo una prova tra tre Albani e tre Romani.
13) Sembrò a Fufezio un segno divino il fatto che ad Albalonga e a Roma vivessero due famiglie tra loro imparentate, i Curiazi (Albani) e gli Orazi (Romani) che contavano tre gemelli ciascuna, della stessa età e tutti noti per abilità e coraggio.
14) Fufezio propone la scelta dei "triplici gemelli" a Tullo Ostilio.
15 - 16.- 17) Tullo Ostilio teme che la consanguineità fra Orazi e Curiazi renda sacrilego il duello. Fufezio è dell'opinione che non ci sia sacrilegio se i duellanti accettano liberamente lo scontro. Tullo Ostilio chiede una tregua di dieci giorni per interrogare gli Orazi mentre i Curiazi hanno già dato il loro assenso a Fufezio. Tullo Ostilio convoca gli Orazi che con l'approvazione del padre accettano di combattere.
18) I due popoli accompagnano i giovani con manifestazioni di onore e di lutto, come vittime consacrate. Ha inizio il duello.
19) Durante il duello il maggiore degli Orazi viene ucciso ma l'uccisore cade a sua volta. Altri due contendenti si uccidono reciprocamente.
20) Il Romano superstite finge di fuggire per dividere i due avversari. Riesce nell'intento ed ha rapidamente la meglio, vincendo il duello.
21) La sorella degli Orazi, promessa sposa di uno dei Curiazi, si dispera per la morte del cugino. Questo scatena l'ira del fratello superstite che la uccide, approvato per questo dal padre che nega alla sventurata di essere sepolta nella sua casa. La poveretta viene coperta di terra dai passanti pietosi. Durezza dei costumi degli antichi che usavano celebrare sacrifici e trionfi anche per le vittorie nelle quali avevano perduto i propri figli.
22) Sepolti i morti e compiuti i sacrifici Tullo Ostilio assicurò agli Albani che la loro condizione sarebbe rimasta onorevole e che avrebbe lasciato intatte le loro istituzioni, quindi riporta l'esercito a Roma dove celebrò il trionfo.
A Roma alcuni cittadini citarono in giudizio l'Orazio superstite per l'uccisione della sorella. Si svolse un lungo processo nel quale l'imputato fu difeso dal padre. Perplesso Ostilio affidò il giudizio al popolo ed il giovane venne assolto. Tuttavia il re ritenne opportuno che i pontefici sottoponessero il giovane ai riti purificatori allora in uso per gli omicidi involontari. Due altari furono dedicati ad Hera e a Giano.
" L'omicida viene fatto passare sotto il giogo, come i Romani facevano con i prigionieri di guerra prima di rimandarli liberi in patria ". Gli altari ed il sostegno sul quale furono esposte le armi degli Orazi nel Foro sarebbero stati ancora al loro posto ai tempi di Dionisio. Una legge fissò gli onori tributati agli Orazi, fra cui un contributo pubblico a favore dei genitori dei tre gemelli.
23) Dopo un anno di preparativi Tullo Ostilio decise di attaccare i Fidenati per punirli del complotto. Fra le truppe ausiliarie dell'esercito di Tullo spiccavano quelle degli Albani inviate da Mezzio Fufezio. Tuttavia Fufezio covava segreti rancori verso i Romani poichè era stato accusato di aver mal condotto la guerra con Roma e di continuare a tenere il potere solo per ordine di Ostilio. Tramò quindi un tradimento e sobillò i Fidenati alla rivolta promettendo loro il proprio aiuto in battaglia. Alla vigilia della battaglia Fufezio convoca i centurioni ed i tribuni delle forze albane ed espone loro il proprio piano riprendendo come giustificazione del tradimento il concetto che la madre patria deve governare le colonie.
24) Durante la battaglia Fufezio porta le proprie truppe su un colle, come aveva annunciato nel paragrafo precedente, ed aspetta il momento buono per attaccare i Romani. Era sua intenzione, nel caso di imprevisti attaccare i Fidenati come i Romani si aspettavano e far passare inosservato il suo progetto di tradimento.
25) Con presenza di spirito Tullo Ostilio rendendosi conto della diserzione degli Albani finge che stiano eseguendo un suo ordine per accerchiare il nemico e risollevato il morale dei soldati, volge a proprio favore le sorti dello scontro.
26) Fufezio constatato il successo dei Romani gioca la carta di riserva ed attacca i Fidenati. Tullo Ostilio capisce i suoi propositi ma decide di aspettare un momento migliore per affrontare il traditore. Gli ordina intanto di braccare i nemici fuggitivi, cosa che Fufezio esegue con entusiasmo, convinto di aver ingannato Ostilio. I prigionieri Fidenati, interrogati dai Romani, confermano i sospetti di Tullo su Mezzio Fufezio. Tullo torna a Roma e convoca nottetempo il Senato per decidere sul da farsi.
27) Dopo averlo concordato con il Senato Tullo Ostilio decreta la distruzione di Albalonga ed incarica l'Orazio superstite di eseguirla immediatamente, risparmiando però ogni vita umana. Quindi viene convocato Mezzio Fufezio con i suoi ufficiali, nell'ambito di un'assemblea dei soldati.
28) In assemblea Tullo Ostilio smaschera le trame di Fufezio.
29) Tullo Ostilio dichiara agli Albani le decisioni sue e del Senato romano: la demolizione della città, la deportazione a Roma dell'intera popolazione, la costruzione a Roma di nuovi quartieri per ospitarvi gli Albani. Alcune famiglie albane saranno ammesse al patriziato ed al Senato: i Giulii, i Servilii, i Curiazi, i Quintilii, i Clelii, i Gegani e i Metilii.
Fufezio ed i suoi complici saranno regolarmente processati.
30) Mezzio Fufezio cerca di difendersi dichiarando di aver eseguito gli ordini del Senato albano. Scoppia una rissa ma Tullo, che aveva previsto disordini, aveva circondato l'assemblea di armati la cui presenza riduce presto i rivoltosi alla ragione. Fufezio viene giudicato sommariamente reo di tradimento ed il suo corpo, legato a due coppie di cavalli, viene rapidamente straziato davanti all'assemblea. più tardi i suoi amici e complici vennero processati e molti furono giustiziati.
31) Frattanto Marco Orazio eseguendo l'ordine del re demolì tutti gli edifici pubblici e privati di Alba salvando solo i templi, quindi condusse tutta la popolazione a Roma senza privarla di alcun avere. Gli Albani furono accolti da Tullo Ostilio che li distribuì nelle tribù aiutandoli a costruire nuove abitazioni ed assegnando lotti di terreno ai più bisognosi. La città di Alba, fondata da Ascanio figlio di Enea, 487 anni prima, dopo aver conosciuto notevole incremento demografico e prosperità ed aver fondato trenta colonie di Latini fu distrutta da Roma, l'ultima sua colonia. L'anno seguente Tullo assediò Fidene e dopo essersene impadronito uccise i responsabili della rivolta e ripristinò la normalità, quindi tornò a Roma per celebrare il suo secondo trionfo.
32) Dopo la guerra contro Fidene se ne svolse una contro i Sabini. La guerra fu causata dall'aggressione da parte di alcuni Sabini ai danni di un gruppo di Romani durante le celebrazioni della dea Feronia in un santuario comune ai due popoli. I Sabini non vollero dar ragione dell'aggressione e si aprirono le ostilità. Una prima serie di scontri non decise nulla causa l'equivalenza delle forze. La guerra fu sospesa fino all'anno seguente e Tullo, nel riprenderla fece voto a Crono e Rea di istituire feste in loro onore (Saturnalia e Opalia) se avesse vinto. Questa volta i Romani vinsero e razziarono il territorio sabino. Poco dopo i Sabini furono costretti a pagare un risarcimento ai Romani per i danni di guerra.
33) Successivamente, tuttavia, l'inizio di una guerra dei Romani contro le città Latine, incoraggiò i Sabini a violare il trattato di pace con i Romani e ripresero le scorrerie ai danni degli agricoltori Romani. I Sabini cercavano di allearsi con i Latini per attaccare Roma, ma Tullo concluse una tregua con i Latini e decise di condurre l'esercito contro i Sabini. La guerra fu rapidissima ed i Sabini ne uscirono di nuovo sconfitti.
34) La guerra con i Latini era scoppiata quando Tullo aveva cercato di affermare la supremazia di Roma sulle città che erano state sotto il potere di Alba, distrutta quindici anni prima. I Latini avevano reagito riunendosi e decidendo di resistere ai Romani.
Nominarono due generali con pieni poteri in tempo di pace e di guerra: Anco Publicio, di Cora e Spusio Vecilio di Lavinio.
35) La guerra durò cinque anni "con un andamento, per così dire diplomatico, ed alla maniera antica". Non si verificarono mai spiegamenti di interi eserciti ma solo incursioni nel territorio nemico. Nessuna città venne distrutta salvo Medullia, ed alla fine furono stipulati accordi di pace facilmente accettabili anche dalla parte sconfitta.
36) Dopo trentadue anni di regno Tullo Ostilio perì, con la moglie e i figli, nell'incendio della sua dimora. Alcuni attribuirono l'incendio all'ira divina scatenata da Tullo per la sua negligenza in materia rituale e religiosa, altri sospettarono di Anco Marzio, che fu suo successore. Anco Marzio, nato da una figlia di Numa Pompilio, ambiva al trono ed era preoccupato per la concorrenza dei figli di Tullo Ostilio. Avrebbe approfittato della sua amicizia con la famiglia del re per ordire un agguato ed entrato nella casa in un momento favorevole avrebbe fatto strage di tutti i presenti nascondendo poi il misfatto con l'incendio da lui stesso appiccato. Dionisio non accetta questa versione che ritiene inverosimile.
37) Dopo la morte di Tullo Ostilio gli Interreges elessero come re Marzio denominato Anco , con la conferma del popolo e degli auspici nel secondo anno della 35sima Olimpiade (638 a.C.).
Questo re cercò di ristabilire le usanze religiose ed i pacifici costumi introdotti dal nonno Numa Pompilio. Invitò i cittadini a riprendere l'antica cura nel lavoro della terra e nell'allevamento del bestiame spronandoli ad allontanarsi dalla violenza e dalla belligeranza. Fece pubblicare le disposizioni di Pompilio circa le cose sacre. Le tavole esposte al pubblico, poi perdute, furono ricopiate su di un'iscrizione dal pontefice Gaio Papirio, dopo la caduta della monarchia.
Nonostante la sua indole pacifica però Anco Marzio fu costretto a divenire guerriero. I Latini infatti lo disprezzavano e lo ritenevano indegno del potere e presero a tormentare i Romani con continue incursioni e scorrerie nei loro territori. Agli ambasciatori che chiedevano soddisfazione i Latini risposero che si trattava di azioni di bande di briganti e ne declinarono la responsabilità. Infine Marzio guidò l'esercito contro i Latini e prese la città di Politorio deportandone a Roma gli abitanti.
38) L'anno successivo i Latini ricolonizzarono la deserta Politorio e Marzio la conquistò per la seconda volta. L'anno seguente i Latini espugnarono la colonia romana di Medullia, mentre Marzio conquistava Tellene e ne deportava gli abitanti a Roma. Dopo tre anni riprese Medullia e conquistò Ficani.
39) Si verificarono in seguito due grandi battaglie campali, la prima conclusasi senza vincitori, la seconda vinta dai Romani. Seguì un altro periodo di scaramucce per lo più favorevoli ai Romani. Intanto i Fidenati si ribellarono nuovamente e Marzio si accampò presso Fidene con un esercito leggero. I Fidenati attribuirono le incursioni subite dai Romani ad iniziativa privata e chiesero tempo per trovarne i colpevoli mentre di fatto preparavano l'offensiva.
40) Comprese le intenzioni dei Fidenati Marzio attaccò la città e concluse l'assedio facendo infiltrare soldati Romani tramite cunicoli appositamente scavati. I Fidenati furono puniti duramente, i capi della rivolta vennero uccisi. Anche i Sabini ruppero in quel periodo gli accordi di pace e si diedero a razziare le aree di confine. Marzio li sconfisse con l'impiego dell'esercito e della cavalleria e concesse loro una pace favorevole per non distrarre le proprie forze impegnate nella guerra contro i Latini.
41) Circa quattro anni dopo Marzio attaccò Veio devastando gran parte della regione. Vinse i Veienti e celebrò il trionfo ma due anni dopo Veio tentò di riprendersi le saline alle quali aveva rinunciato in un trattato con Romolo. Con una seconda battaglia i Romani si aggiudicarono il possesso indiscusso delle saline. Il comandante della battaglia, Tarquinio, fu fatto senatore. Marzio si scontrò quindi con i Volsci ed assediò Velitre, quindi accettò la richiesta di pace degli abitanti e stipulò un trattato.
42) Fu poi la volta dei Sabini, un gruppo dei quali prese a minacciare il territorio romano (lacuna nel testo) e fu sconfitto dai Romani.
43) Marzio aggiunse alla cinta muraria della città l'Aventino. Sull'Aventino fu costruito un tempio di Artemide, l'area fu destinata alle abitazioni di quanti erano stati deportati da Politorio, Tellene e dalle altre città conquistate da Anco Marzio.
44) Marzio decise di costruire alla foce del Tevere un porto fluviale sfruttando l'imboccatura stessa del fiume. Le navi a remi riuscivano a risalire il corso del Tevere fino a Roma mentre il carico delle navi marittime più grandi veniva trasferito su imbarcazioni più piccole. Nei pressi del porto Anco Marzio fondò la città di Ostia.
45) Cinse di mura anche il Gianicolo, al di là del Tevere e vi installò una guarnigione per vigilare sulla navigazione del fiume. Gli si attribuisce anche la costruzione di un ponte di legno.
Anco Marzio morì dopo ventiquattro anni di regno lasciando un figlio bambino ed uno appena entrato nella pubertà.
46) Dopo la morte di Anco Marzio gli interreges elessero Lucio Tarquinio, nel secondo anno della 41ma Olimpiade (614 a.C.). Le origini di Tarquinio: Demarato di Corinto, della stirpe dei Bacchiadi era un mercante e svolgeva intensi commerci fra la Grecia e le città tirrene. Allo scoppio a Corinto della rivolta di Cipselo, Demarato considerò prudente trasferirsi definitivamente in Italia. Si stabilì a Tarquinia, sposò una donna nobile ed ebbe due figli, Aronte e Lucumone, che sposarono donne etrusche.
47) Aronte morì giovane e poco dopo morì Demarato, lasciando Lucumone suo unico erede. Lucumone tentò la politica ma i Tarquinesi lo emarginarono, così decise di trasferirsi a Roma (città che notoriamente accoglieva bene gli stranieri) con la moglie ed un nutrito seguito di amici. Quando Tarquinio fu alle porte di Roma un'aquila ghermì il suo copricapo, lo portò in alto, quindi lo rimise sulla sua testa. Tanaquilla, moglie di Tarquinio, interpretò il fatto come un presagio: Tarquinio avrebbe ottenuto il comando supremo.
48) A Roma Tarquinio si presentò ad Anco Marzio mettendo a disposizione i propri beni e fu accolto positivamente. Costruì una abitazione e ricevette un lotto di terra. Sostituì il nome Lucumone con Lucio ed aggiunse il gentilizio Tarquinio dal nome della sua città natale. Divenne amico e consigliere del re e partecipò alle sue imprese belliche. Strinse amicizia nel patriziato e si rese ben accetto alla popolazione.
49) La popolarità conquistata gli valse il trono alla morte di Anco Marzio. La sua prima guerra fu contro gli Apiolani, abitanti di una città latina, che venne presa e distrutta. Quindi Tarquinio guidò una spedizione contro Crustumerio, già sottomessa da Romolo, che tentava di sollevarsi. I Crustumerini non ottenendo aiuti dagli altri Latini si arresero subito e furono risparmiati.
50) Analoga ribellione tentarono i Nomentani ed anche essi si arresero senza combattere. Gli abitanti di Collatia tentarono invece di combattere ma vinti, furono privati delle armi e multati. Rimase a governare Collatia Tarquinio Aronte, figlio postumo di Aronte, fratello del re.
Tarquinio Aronte era soprannominato Egerio (indigente) perchè nato dopo la morte del padre e del nonno non aveva ricevuto eredità, dalla sua nomina a Collatia fu detto Collatino.
Tarquinio marciò poi contro Cornicolo, che fu espugnata e saccheggiata. I Latini si unirono contro Tarquinio ma furono battuti presso Fidene.
51) Alcune città latine si sottomisero ma le altre si riorganizzarono ed ottennero promesse di aiuto dai Sabini e da alcune città etrusche.
52) Scontri non decisivi fra Romani e Latini.
53) Vittoria di Tarquinio sui Latini.
54) Clemenza di Tarquinio verso le città conquistate. Trattato di amicizia.
55) L'anno successivo Tarquinio condusse le truppe contro i Sabini. Alcuni scontri e sortite. I Sabini si accamparono alla confluenza fra il Tevere e l'Aniene.
56) Stratagemma di Tarquinio per incendiare il ponte poco sotto la confluenza tra Aniene e Tevere, costuito dai Sabini per unirsi alle forze Tirrene. All'incendio segue l'attacco vittorioso dei Romani.
57) Si concluse una tregua di sei anni con i Sabini. I Tirreni invece si coalizzarono contro Roma e si impadronirono di Fidene per farne una base militare antiromana. La primavera successiva Tarquinio raccolse un grosso esercito di Romani e di alleati e marciò contro i Tirreni. Comandava personalmente le truppe romane mentre aveva affidato il comando dei contingenti alleati a suo nipote Egerio. Gli alleati dei Romani subirono una prima sconfitta nei pressi di Fidene ma Tarquinio invase e saccheggiò il territorio di Veio e riportò una vittoria sulle forze Tirrene accorse in aiuto dei Veienti. Nei mesi successivi Tarquinio penetrò nel territorio etrusco infliggendo al nemico varie sconfitte.
58) Gli assalti romani ridussero Veio in gravi difficoltà, quindi Tarquinio si diresse contro Cere. Sconfitti i Ceretani ripresero le ostilità contro Fidene che fu assediata ed espugnata. La guarnigione etrusca venne ridotta in catene ed i capi ribelli dei Fidenati furono giustiziati o esiliati.
59) Scaduta la tregua di sei anni i Sabini ripresero a combattere contro Roma ma non ottenendo dagli Etruschi l'aiuto sperato furono definitivamenete sconfitti sul loro territorio presso la città di Ereto. La vittoria di Tarquinio fu schiacciante ed il re ottenne il trionfo. I Tirreni decisero infine di intraprendere trattative per stabilire accordi di pace.
60) Ascoltati gli ambasciatori Tirreni Tarquinio si dichiarò intenzionato a concludere la pace senza punire i Tirreni, pretendere tributi o occupare città a condizione di ottenere spontaneamente dalle città tirrene il riconoscimento della supremazia di Roma.
61) Gli ambasciatori etruschi tornarono in patria a riferire la proposta di Tarquinio e pochi giorni dopo tornarono recandogli i simboli regali con i quali le città accettavano la supremazia del re dei Romani: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro sormontato da un'aquila, una tunica di porpora con fregi in oro e un mantello di porpora ricamata. Inoltre portarono dodici scuri, provenienti dalle altrettante città, che come simboli del comando supremo avrebbero dovuto precedere il re recate dai littori. Dionisio dice che alcune sue fonti attribuivano questa istituzione a Romolo, ritiene comunque che l'usanza sia d'origine tirrena.
62) Tarquinio, consultatato il Senato, accettò ed adottò questi ornamenti onorifici che durante il suo regno divennero istituzionali e passarono ai suoi successori. Dopo la caduta della monarchia divennero simboli dei consoli annuali ad eccezione della corona e della porpora il cui uso fu limitato alla celebrazione dei trionfi.
63) Conclusa così la guerra con i Tirreni (durata nove anni) ripresero gli scontri con i Sabini, i quali oltrepassarono l'Aniene e devastarono i territori immediatamente circostanti Roma. Tarquinio li respinse e rimase a presidiare la città finchè non sopraggiunsero le forze richieste agli alleati.
64) Si giunse alla battaglia campale ed i Sabini furono sconfitti e decimati dalla cavalleria romana. Le città sabine organizzarono un nuovo esercito ma Tarquinio le attaccò con prontezza. Tarquinio cinse d'assedio il campo sabino costringendo i suoi occupanti alla fuga ma la guerra durò ancora cinque anni. Nello scontro finale compare Servio Tullio, come generale alla guida dei contingenti alleati.
66) Alla fine i Sabini stremati da ripetute sconfitte cedettero e trattarono la pace consegnando a Tarquinio le loro città. Tarquinio accettò la resa e celebrò il suo terzo trionfo.
67) Sul piano politico Tarquinio attuò alcune riforme. Creò cento nuovi senatori portando a trecento il numero dei componenti effettivi del Senato. Portò da quattro a sei il numero delle vestali per compensare il maggior impegno dovuto al cresciuto numero di cerimonie pubbliche in onore di Hestia. Alcuni autori attribuivano a Tarquinio l'uso di giustiziare le vestali che rompevano il voto di castità. Abbellì con botteghe e porticati il Foro e fece costruire la prima cinta regolare di mura (le mura precedenti erano realizzate in modo empirico e grossolano). Diede inizio allo scavo di canali sotterranei per convogliare le acque al Tevere, opera che Dionisio annovera per importanza, utilità e costo, fra le maggiori realizzazioni romane.
68) Fece innalzare il più grande degli ippodromi facendovi per primo installare sedili coperti. Dionisio fornisce una descrizione dell'ippodromo: le dimensioni (645 m. x circa 123 m.), un canale di racconta delle acque intorno all'edificio e portici a tre piani. Esternamente all'ippodromo botteghe e negozi. Molte entrate ed uscite semplificavano l'accesso e l'uscita. Non è chiaro se la descrizione si riferisca all'ippodromo così come era ai tempi di Dionisio (pare probabile) o a quella che viene attribuita a Tarquinio.
69) Intraprese la costruzione del tempio di Zeus, Era ed Atena, per sciogliere un voto formulato nel corso dell'ultima battaglia contro i Sabini. Fu necessario cintare il colle dove doveva sorgere il tempio con muri di rinforzo e creare un terrapieno in piano. Prima di gettare le fondamenta il re morì ed il lavoro fu ripreso da Tarquinio il Superbo ed infine completato dai consoli del terzo anno. La tradizione riferiva un episodio inerente alla costruzione del tempio (l'episodio è di Livio attribuito al regno di Tarquinio il Superbo): consultati dal re gli auguri indicarono il Campidoglio come luogo ideale per la costruzione, quindi passarono ad interrogare le varie divinità che avevano altari sul colle per conoscere la loro opinione in merito allo spostamento degli altari stessi. Tutte le divinità dettero segnali positivi ad eccezione di Terminus e Juventus (il dio dei confini e quello della giovinezza) i cui altari finirono inglobati nel tempio. Il fatto fu interpretato come presagio della perenne stabilità e del continuo vigore del dominio romano.
70) Il più importante augure consultato da Tarquinio Prisco si chiamava Attio Nevio. Era di umile origine. Da ragazzo, mentre custodiva le bestie del padre, ne smarrì alcune e chiese aiuto agli dei che gli fecero trovare sia le bestie smarrite che il grappolo più grande della vigna che il giovane aveva promesso loro in sacrificio. Da questi fatti il padre di Attio intuì le capacità divinatorie del ragazzo e lo avviò agli studi, prima a Roma poi presso gli Etruschi. Per la conoscenza della Mantica così acquisita Attio Nevio divenne il più famoso augure della Roma dei suoi tempi.
71) Attio Nevio, secondo la leggenda, si oppose a Tarquinio quando questi concepì l'dea di istituire tre nuove tribù facendone eponimi se stesso e due suoi amici personali, poichè Attio non voleva che fossero alterate le istituzioni di Romolo.
Adirato Tarquinio lo fece comparire davanti al tribunale e lo sfidò a dar prova delle sue capacità divinatorie. Attio Nevio dovette consultare gli auspici a proposito di un progetto del re (che questi non descrisse) e sapere se il progetto fosse relizzabile. Poco dopo Nevio affermò di aver avuto auspici positivi e Tarquinio, per metterlo in ridicolo svelò il progetto. Si trattava di tagliare con il rasoio la pietra cote. Senza perdere la calma l'augure invitò il re a provare e fra lo stupore generale il re riuscì con un solo colpo di rasoio a dividere la pietra in due parti. Da allora Tarquinio ebbe grande rispetto per Nevio, abbandonò il progetto delle nuove tribù e fece addirittura collocare una statua dell'augure nel Foro.
72) Tarquinio, ormai ottantenne, fu ucciso dai figli di Anco Marzio. Il movente dei congiurati era ovviamente l'aspirazione al regno. Quando Attio Nevio scomparve misteriosamente tentarono di accusare Tarquinio ma questi seppe scagionarsi sfruttando il proprio ascendente sul popolo.
73) Dopo il processo i figli di Anco Marzio fuggirono da Roma ma passato qualche tempo si riconciliarono con Tarquinio. Trascorsero cinque anni ed alla prima occasione propizia riuscirono a vendicarsi. Alcuni membri della congiura inscenarono una rissa fra cittadini di fronte alla dimora di Tarquinio il quale intervenne per dirimere la contesa. Nella confusione due giovani colpirono il re al capo con dei falcetti. Molti congiurati riuscirono a mettersi in salvo ma i sicari, catturati e torturati, svelarono i nomi dei mandanti.

Libro Quarto


1) Tarquinio morì dopo trentotto anni di regno, suo successore fu il genero Servio Tullio (576 a.C.).

Origini di Servio Tullio. Quando Tarquinio conquistò la città di Cornicolo ne trasse prigioniera la nobildonna Ocrisia, moglie di un certo Tullio che cadde in battaglia. Ocrisia, che era incinta, divenne schiava di Tanaquilla, moglie di Tarquinio e mise al mondo Servio Tullio. Tanaquilla le si affezionò e presto le rese la libertà.

2) Dionisio racconta un'altra versione leggendaria delle origini di Servio Tullio: Ocrisia era schiava nella casa di Tarquinio e fu la prima testimone della apparizione di un gigantesco fallo sul focolare. Su parere di Tanaquilla e degli indovini Ocrisia fu affrancata e condotta in abito nuziale nella stanza dell'apparizione e fu lasciata da sola. Qui si sarebbe accoppiata con un dio, forse Efesto, per concepire Servio Tullio.

Un'ulteriore tradizione parlava di una fiamma prodigiosa apparsa una volta sul capo di Servio addormentato.

Nota: L'episodio del fallo sul focolare è molto simile ad una leggenda narrata da Plutarco (Romolo, 2) a proposito del dispotico re Tarchezio e delle origini di Romolo e Remo.

3) Da ragazzo Servio aveva combattuto con Tarquinio contro i Tirreni guadagnandosi fama di grande valore, più tardi aveva partecipato alla battaglia di Ereto coprendosi di gloria. A vent'anni ebbe il comando dei contingenti alleati Latini. Nella prima guerra contro i Sabini fu comandante della cavalleria. Per questi ed altri meriti ottenne il passaggio dalla classe plebea a quella patrizia. Sposò una delle figlie di Tarquinio. Durante la vecchiaia di Tarquinio entrò sempre di più nella direzione degli affari di stato.

4) Alla morte di Tarquinio la vedova Tanaquilla decise di aiutare il genero a prendere il potere. Si decide di nascondere al popolo la morte di Tarquinio e di far credere che il re abbia designato Servio come suo sostituto durante la convalescenza.

Nel frattempo Tullio avrebbe citato in giudizio i Marci condannandoli a morte o all'esilio. Eliminati i pericolosi antagonisti Tullio avrebbe potuto annunciare la morte di Tarquinio ed ottenere facilmente la successione. Il figlio di Tarquinio era morto ed aveva lasciato due bambini. Servio avrebbe dovuto cedere il trono al primogenito quando questi fosse diventato adulto.

5) L'indomani Tanaquilla attuò il suo piano e comunicò al popolo quanto stabilito. Tullio aprì il processo contro i Marci ottenedone la candanna in contumacia all'esilio a vita ed alla confisca dei beni.

6) Dionisio disserta da Fabio Pittore e da altre fonti che sostenevano che i bambini fossero figli e non nipoti di Tarquinio. Considerando gli eventi della vita di Tarquinio che era arrivato a Roma almeno venticinquenne, era stato alla corte di Anco Marzio per diciassette anni ed aveva regnato per trentotto, il re doveva essere almeno ottuagenario al momento della morte e la moglie doveva verosimilmente avere circa settantacinque anni. Era quindi impossibile che la coppia avesse figli piccoli. Se invece i figli fossero stati vivi ed adulti non avrebbero accettato di essere soppiantati da Servio.

7) Ulteriore argomento per sostenere che erano nipoti e non figli di Tarquinio: il primogenito viene descritto nel pieno degli anni quando uccide Servio Tullio, mentre se fosse stato figlio di Tarquinio sarebbe stato più che settantenne ed avrebbe a sua volta preso il trono a novantasei anni. Avrebbe poi compiuto altre operazioni belliche per altri quattordici anni giungendo dunque all'età di centodieci anni.

Citazione di Lucio Pisone Frugi, l'unico ad aver riportato correttamente questi particolari (dal sommario del Libro IV

(Lacuna nel testo).

8) Quando giudicò di avere saldamente in mano il potere Servio dichiarò che Tarquinio era appena morto e gli diede sepoltura, dedicandogli un monumento. Quindi come tutore dei bambini assunse la custodia della famiglia e dello stato. Presto i patrizi divennero insofferenti del governo di Tullio e si organizzarono per deporlo. Tullio cercò di guadagnarsi l'appoggio popolare soccorrendo gli indigenti. Convocò il popolo in assemblea e pronunciò un discorso.

9) Discorso di Tullio. Dichiara la sua gratitudine verso Tarquinio, del quale si impegna a proteggere i figli. Assume su di se i debiti dei cittadini bisognosi e vieta, per il futuro, di garantire i debiti con la libertà personale. Preannuncia un censimento che servirà a ridistribuire le risorse e regolare più equamente la pressione fiscale.
10) Il discorso di Tullio fu molto apprezzato dall'assemblea. Nei giorni seguenti cominciò a mettere in pratica le sue promesse saldando personalmente i debiti degli indigenti e confiscando le terre pubbliche a quanti se le erano accaparrate illecitamente per distribuirle ai bisognosi. Ostilità del Senato. I senatori decidono di non tentare di deporre Tullio perchè troppo ben voluto dal popolo. Tullio sparge la voce che i patrizi tramavano contro di lui, quindi convoca di nuovo l'assemblea presentandosi con l'intera famiglia reale. Un altro discorso.

11) Dopo aver accusato gli usurai, quanti detenevano terreni pubblici e parte di patrizi di complottare con i figlio di Marzio per ucciderlo, Tullio rimette al popolo la decisione.
12) Il popolo si esprime favorevolmente nei confronti di Tullio, anche grazie all'operato dei suoi partigiani sparsi fra la folla. Si indicono elezioni che confermano Tullio al potere, si omette di far ratificare l'elezione al Senato.
13) Tullio emanò varie riforme in materia di diritto privato ed operò una ridistribuzione delle terre. Aggiunse al territorio urbano due colli: il Viminale e il Quirinale, egli stesso si stabilì sul Quirinale. La Roma dell'epoca doveva essere poco più grande di Atene.
14) Tullio cinse di mura i colli che con le sue annessioni erano diventati sette, e divise la città in quattro parti: Palatina, Suburrana, Collina, Esquilina. Portò il numero delle tribù da tre a quattro. In base a questa ripartizione regolò gli arruolamenti. Istituì le feste Compitalia, in onore degli eroi protettori dei crocicchi. Durante queste feste si svolgevano cerimonie cui partecipavano solo i servi che in quei giorni venivano trattati da liberi.

15) Divise tutto il territorio in ventisei regioni secondo Fabio, in trentuno secondo l'annalista Vennonio. A scopo di difesa e per riparo notturno fece costruire rifugi fortificati in ogni regione a cui dette il nome di pagi, parola che Dionisio considera nell'accezione greca con il significato, appunto, di rifugio. Istituì le feste Paganalia in onore delle divinità protettrici dei pagi.

Tramite il censimento istituì la tassazione diversificata e regolò gli impegni di arruolamento della cittadinanza.
Furono istituite tasse particolari da versare ad ogni nascita ed a ogni morte (al tempio di Giunone o a quello di Venere) e in occasione del raggiungimento della maggiore età (tempio di Juventus), di importo diverso per uomini, donne e bambini, in modo che il computo di tali tributi incassati aiutasse a determinare il numero dei cittadini viventi e degli uomini atti alla leva. Istituì quindi il censimento vero e proprio facendo obbligo ai cittadini di dichiarare le proprie generalità ed una valutazione esatta dei propri beni. L'evasione da queste norme poteva comportare la confisca dei beni, il flagello e la schiavitù.

16) Organizzò coloro che avevano il censo più alto in ottanta centurie armate. Quaranta centurie, formate dai più giovani, erano destinate alle operazioni in campo aperto mentre le altre quaranta erano destinate alla difesa della città. Queste ottanta centurie costituivano la prima classe. La seconda classe, formata da cittadini di censo medio, contava venti centurie, anche in questo caso i più giovani formavano dieci centurie adibite alle battaglie e le altre dieci centurie adibite alla difesa delle mura.

La terza classe, di un livello di censo più basso, era organizzata esattamente come la seconda in venti centurie, dieci da battaglia e dieci da difesa.

17) La quarta classe fu divisa in venti centurie, la quinta in trenta. L'ultima classe, formata da otto centurie comprendeva i meno abbienti che partecipavano alle attività belliche senza armamenti e provvedevano ai servizi logistici.

18) Le classi suddette formavano la fanteria. Scelse poi un contingente di cavalieri fra i detentori di maggior censo e di nascita illustre e di li divise in in diciotto centurie. I cittadini componenti la classe più povera furono esentati dagli obblighi militari e dal pagamento delle tasse.

Riepilogo delle Classi:

Prima classe 80 centurie + 18 centurie di cavalleria

Seconda classe 22 centurie compresi gli ausiliari

Terza classe 20 centurie

Quarta classe 22 centurie compresi gli ausiliari

Quinta classe 30 centurie.


19) Ciascuna delle 123 centurie aveva l'obbligo di fornire un contingente militare calcolato su un principio di proporzionalità fra impegni e benefici. All'epoca le prestazioni militari non erano retribuite.
20) Per compensare gli oneri che la sua costituzione addossava ai patrizi ed ai possidenti Servio Tullio escogitò un metodo per fornire a queste classi il maggior potere in assemblea. Prese cioè a convocare ed a far votare l'assemblea con un voto per centuria, in questo modo - essendo le centurie degli abbienti numerose - le classi più alte si garantivano la decisione finale.

21) L'inganno di Tullio verso il popolo consisteva nell'univocità del voto esprimibile, indipendentemente dal numero dei cittadini isritti in ogni centuria. I poveri, che erano i più numerosi, venivano consultati per ultimi e solo se le altre centurie erano in parità (caso estremamente improbabile).
22) Tullio, fissato l'ordinamento censitorio, ordinò la purificazione dell'esercito con il sacrificio di un toro, un ariete ed un caprone (Lustrum). I cittadini Romani registrati nelle tavole del censo erano in numero di 84.700. Tullio fece registrare anche gli schiavi affrancati e, distribuiti nelle quattro tribù urbane, li ammise nei pubblici affari.

23) I patrizi, indignati da questa ultima disposizione convocarono un'assemblea. Tullio illustra loro l'impotanza di valutare bene uno schiavo prima di liberarlo ma anche la necessità di riconoscere la cittadinanza a questi schiavi meritevoli che essi stessi avevano liberato. Tullio ribadisce l'importanza di un elevato livello demografico per una città aviata a raggiungere l'egemonia. Il discorso del re convince i patrizi tanto che l'usanza era ancora praticata e ritenuta sacra ai tempi di Dionisio.

24) Usanze romane concernenti la schiavitù. I Romani acquisivano gli schiavi per lo più per averli catturati in guerra. I prigionieri venivano venduti all'asta o concessi in proprietà a chi li aveva catturati. Era abbastanza frequente che gli schiavi dimostratisi utili ed onesti venissero liberati senza pagare. Meno frequentemente la libertà veniva recuperata tramite il pagamento di un riscatto. Secondo Dionisio ai suoi tempi i costumi corrotti facevano si che gli schiavi si arricchissero tramite attività illecite come il furto e la prostituzione finchè giungevano a riscattarsi " e di colpo eccoli cittadini Romani ". Queste circostanze e l'usanza di liberare molti schiavi per procurarsi celebrità facevano biasimare ad alcuni cittadini l'uso di concedere la cittadinanza ai liberti. Dionisio sollecita da parte delle autorità che i liberti vengano passati al vaglio da magistrati competenti prima di concedere loro la cittadinanza affinchè i soggetti indesiderabili vengano espulsi dalla città.

25) Tullio riformò anche il diritto processuale stabilendo che i processi pubblici fossero competenza del re mentre per le cause private fossero istituiti dei giudici con il compito di applicare le disposizioni della sua costituzione. Questa riforma comportava di fatto una riduzione delle prerogative del re che Dionisio ascrive al favore di Servio Tullio verso il popolo. Ammirando il modello anfizionico, inoltre, Tullio volle stabilire legami fra tutti i Latini per evitare guerre e sedizioni.

26) Servio Tullio convocò dunque un'assemblea dei capi latini per proporre una generale alleanza, sotto la supremazia romana, e la costruzione in Roma di un'area sacra ove svolgere solenni celebrazioni comuni. Ottenuto il consenso ed il contributo di tutte le città latine fece costruire il tempio di Artemide sull'Aventino. Fece incidere le disposizioni riguardanti il culto federale così istituito in una stele di bronzo ancora visibile ai tempi di Dionisio. L'autore dice che questa stele era scritta in antichi caratteri greci, potrebbe trattarsi di quella di cui parla Ogilvie che ritiene fossero caratteri etruschi.

27) Dopo la morte di Tarquinio le città che avevano firmato trattati con quel re non ritennero di doverli rispettare verso il suo successore, il quale fra l'altro non godeva il pieno consenso del patriziato romano. Ad aprire le ostilità furono come al solito i Veienti ai quali seguirono Ceretani e Tarquiniesi ed in breve tutta l'Etruria. La guerra che ne nacque durò venti anni durante i quali si svolsero numerosissime battaglie e Servio Tullio riportò tre trionfi. Alla fine gli Etruschi sconfitti accettarono la supremazia romana e ratificarono di nuovo i trattati stipulati con Tarquinio. Tullio si comportò con clemenza e fra le varie città tirrene solo quelle che si erano fatte promotrici della guerra, Cere, Tarquinia e Veio, furono punite con la perdita del territorio. Compiuti tali atti Servio Tullio dedicò due templi, uno nel Foro Boario, l'altro sulle sponde del Tevere, alla dea Fortuna, della quale si sentiva debitore. Quando era avanti negli anni Tullio morì per colpa del genero Tarquinio e di sua figlia, per cause che Dionisio si accinge a raccontare.

28) Tullio aveva due figlie avute dalla moglie Tarquiniaa>, figlia di Tarquinio. Le fece sposare con i cugini materni, nipoti di Tarquinio. Dionisio riporta una bizzarra tradizione: uno dei generi, mite e rispettoso, aveva sposato una figlia scellerata di Servio, prontissima a tramare contro il padre, viceversa l'altra figlia, saggia ed amorevole aveva sposato Lucio il quale aspirava a spodestare il suocero ed impadronirsi del regno.

29) Infine Tullia, la figlia malvagia, convocò il cognato ad un colloquio segreto e gli propose di eliminare i rispettivi consorti per unirsi in matrimonio ed organizzare la conquista del trono.

30) Poco tempo dopo, si era nel quarantesimo anno del regno di Servio Tullio, i due consorti indesiderati perirono in circostanze non chiarite, Tarquinio e Tullia si sposarono e cominciarono a tramare più o meno manifestamente contro il vecchio re. Servio Tullio cercò di ridurli alla ragione, quindi citò Tarquinio davanti al Senato perchè esponesse i motivi della sua ostilità.

31 - 32) Davanti al Senato Tarquinio accusa Servio Tullio di aver usurpato il trono e di non averglielo consegnato quando aveva raggiunto l'età opportuna per reggerlo. Lo accusa di aver acquisito il potere in modo irregolare, sobillando la plebe, e gli intima di rimettere il regno nelle sue mani minacciandolo, in caso contrario di azioni drastiche.

33 - 34) Servio Tullio replica deprecando l'ingratitudine di Tarquinio e contestando il principio di ereditarietà del trono e poichè le irregolarità di cui viene accusato avrebbero eventualmente offeso il popolo e non Tarquinio rifiuta di abdicare.

35) Infine Servio dopo aver contestato l'intempestività delle accuse di Tarquinio che avrebbe dovuto citarlo in giudizio molti anni prima se avesse avuto valide ragioni, rimette la decisione nelle mani del popolo.

36) Servio si rivolge al Senato per difendere il suo operato durante i suoi quaranta anni di regno.

37) Tullio convoca immediatamente l'assemblea popolare e tiene una lunga orazione rammentando tutti gli eventi del suo regno e difendendo le proprie posizioni. Tarquinio è costretto a fuggire con i suoi amici per evitare l'indignazione popolare.

38) Umiliato dal successo popolare di Tullio, Tarquinio cerca la riconciliazione ma alla prima occasione propizia arma una congiura di patrizi e tende un agguato al re in Senato: presentandosi vestito di abiti regali occupa il trono ed aggredisce fisicamente Tullio che era imprudentemente accorso con pochissimo seguito. Il re ferito e malconcio è costretto ad allontanarsi.

39) Tullia sopraggiunge su un carro e saluta Tarquinio come nuovo re quindi, presolo in disparte, lo istiga ad eliminare Servio Tullio, consiglio che viene subito accettato. E poco dopo Servio Tullio viene assassinato dai sicari di Tarquinio, per colmo di empietà Tullia vuole passare sul cadavere del padre.

40) Servio Tullio fu ucciso dopo quarantaquattro anni di regno. Fu il primo sovrano a prendere il potere senza essere stato designato dagli interrè e dal Senato, tutavia secondo Dionisio la moderazione e la saggezza lo portarono a guadagnare il favore popolare e a far dimenticare le sue origini oscure ed il modo discutibile in cui aveva ottenuto il trono. Dopo la morte di Tullio la città era in grande agitazione e Tarquinio, temendo la reazione della plebe, proibì che al defunto re fosse tributato il consueto cerimoniale funebre. Alla vedova non rimase quindi che trasportare la salma fuori città maledicendo il genero e la figlia. Rientrata a casa dopo la cerimonia la vedova morì durante la notte, forse suicida, forse uccisa dal genero. Sul conto di Servio nacquero tradizioni leggendarie, fra cui quella che raccontava come una sua statua lignea collocata nel tempio della Fortuna Virile fosse scampata all'incendio che aveva distrutto il tempio stesso.

41) Dopo di lui regnò Lucio Tarquinio, nel quarto anno della 61 sima Olimpiade (532 a.C.). Tarquinio disprezzò il popolo ed il Senato e convertì il suo potere in una vera e propria tirannide. Istituì subito una nutrita ed agguerrita guardia del corpo che tutelava giorno e notte la sua sicurezza personale. Non concedeva udienze e trattava tutti in modo scortese e irascibile, amministrava la giustizia arbitrariamente. Per queste ragioni ebbe dai Romani il soprannome di " Superbo ", mentre suo nonno fu detto " Tarquinio Prisco ".

42) trascinò in accuse i suoi avversari e quanti disapprovavano la sua ascesa al potere. Con giudizi sommari li condannava a morte o all'esilio e confiscava i loro beni di cui distribuiva una parte ai propri sostenitori. Molti cittadini si salvarono dalle sue persecuzioni partendo in esilio volontario prima di venire coinvolti. Con epurazioni e condanne eliminò gran parte dei senatori sostituendoli con altri a lui compiacenti.

43) Abolì le leggi scritte da Servio Tullio e fece distruggere le tavole affisse nel Foro, soppresse la tassazione basata sul censo obbligando tutti a pagare dieci dracme a persona. Proibì le assemblee e le riunioni pubbliche e sparpagliò spie e delatori fra il popolo.

44) Temendo sedizioni da parte della plebe in ozio intraprese molti lavori pubblici per completare i canali che portavano al fiume le acque di scolo e dotò di portici l'ippodromo.

45) Per ottenere l'appoggio dei Latini fece sposare la propria figlia con un illustre cittadino di Tuscolo, di nome Ottavio Mamilio. Ottenuta l'alleanza dei Latini decise di muovere guerra contro i Sabini che non volevano più rispettare i trattati stipulati con Servio Tullio. Convocò l'assemblea dei Latini ma non si presentò, suscitando l'indignazione di tutti e soprattutto quella dell'influente Turno Erdonio che pronunciò severe critiche contro di lui. Per la mediazione di Mamilio il consiglio venne sospeso e rinviato di un giorno.

46) Il mattino seguente Tarquinio scusò in modo vago il ritardo e passò senz'altro a reclamare la supremazia sui Latini in forza degli accordi stipulati da suo nonno. Venne duramente contestato da Turno Erdonio. Erdonio si oppone all'egemonia di Tarquinio, lo accusa di aver usurpato il trono romano e di esercitare di fatto la tirannide, esorta dunque i Latini a non accogliere le sue richieste, anzi a ribellarsi e a combatterlo.

47) Tarquinio chiese ed ottenne un giorno per preparare la propria difesa contro le accuse di Turno Erdonio, in realtà preparò la rovina del suo accusatore. Corrompendo i servi di Turno fece nascondere delle armi nella sua casa poi si presentò al consiglio. L'astio di Turno verso di lui, disse Tarquinio all'auditorio, derivava dal suo rifiuto di concedergli la figlia in moglie, d'altronde Turno Erdonio era un cospiratore e tramava per tiranneggiare i Latini. A prova delle sue accuse Tarquinio disse di essere venuto a sapere che Erdonio nascondeva molte armi, preparando il colpo di stato.

48) Ignaro del tradimento Turno sottopone volentieri la sua casa alla perquisizione ma quando trovarono le armi i Latini lo giustiziano sommariamente e ringraziano Tarquinio per aver sventato il colpo di stato. Si rinnovano i trattati di pace ed i Latini riconoscono la supremazia del re romano.

49) Tarquinio propose l'alleanza anche ai Volsci ed agli Ernici. Gli Ernici aderirono compatti mentre fra i Volsci solo le città di Ecetra e di Anzio accettarono l'invito. Tarquinio fissò un centro comune per celebrare una festa in onore di Zeus laziale sul monte che sovrasta la città di Alba.

50) Tarquinio depredò le campagne dei Sabini quindi attaccò la città volsca di Suessa Pometia. Dopo aver vinto alcuni scontri con i Pomentini strinse la città in assedio ed espugantala la saccheggiò ampiamente trucidando o traendo in schiavitù gli abitanti. Destinò un decimo dell'oro ricavato dal saccheggio alla costruzione di un tempio mentre divise il resto con i soldati (diversamente in Livio l'oro viene interamente destinato alla costruzione del tempio ma poi impiegato per le spese di guerra).

51) Durante l'assedio di Suessa Pometia Tarquinio seppe che i Sabini avevano preparato due eserciti. Li incontrò ad Ereto. La fortuita cattura di un messaggero delle truppe sabine permise a Tarquinio di venire a conoscenza dei piani del nemico e di agire di conseguenza. Appostò parte del suo esercito in posizione strategica durante la notte. Il vantaggio derivato da questa manovra gli permise di accerchiare e battere facilmente il nemico il mattino seguente.

52) Sconfitti così i contingenti Sabini accampati ad Ereto Tarquinio marciò contro quelli di stanza a Fidene. Questi si arresero spontaneamente alla vista delle teste dei Sabini uccisi ad Ereto che i Romani ostentavano sulla punta delle lance ; si arresero senza combattere. Ottenuta la sottomissione dei Sabini e ricavato così un ricco bottino, Tarquinio il Superbo prese a compiere scorrerie e saccheggi nel territorio dei Volsci, finchè non scoppiò una lunga guerra.

53) Era all'epoca fiorente ed importante la città di Gabii. A Gabii si erano rifugiati molti dei superstiti di Suessa che chiedevano aiuto per vendicarsi di Tarquinio. Altrettanto facevano i Volsci che cercavano l'alleanza di Gabii. In breve iniziarono fra Gabii e Roma ostilità e rappresaglie, che sfociarono infine in una lunga guerra.

54) Tarquinio organizzò le difese ed aumentò le fortificazioni della cinta muraria ma il protrarsi della guerra portò entrambe le città ad una situazione di grave penuria di rifornimenti. A Roma la parte più povera della popolazione sollecitava la pace.

55) Un figlio di Tarquinio il Superbo di nome Sesto (in Dionisio è il maggiore, in Livio il minore) escogitò uno stratagemma per far cadere Gabii. D'accordo con il padre finse di essere in contrasto con lui, subì delle pubbliche punizioni ed infine cercò l'aiuto dei Gabii che ben volentieri lo accolsero offrendogli protezione. Trasferitosi a Gabii Sesto operò numerose incursioni in territorio romano procurando, grazie alla segreta complicità del padre, ricchi bottini. In breve Sesto arrivò a condizioni di massimo prestigio a Gabii. A quel punto inviò segretamente un messo a Tarquinio per chiedergli istruzioni.

56) Tarquinio, per tenere segreto al messo il contenuto della risposta ricorse ad un gesto significativo: spezzò con un bastone i papaveri più alti di un campo, per indicare che il figli doveva eliminare i personaggi più importanti di Gabii. Sesto convocò l'assemblea e simulò di essere oggetto di una macchinazione che lo costringeva a rinunciare al comando e ad abbandonare Gabii.

57) Sesto denunciò un certo Antistio Petrone, illustre cittadino. Antistio si dichiarò innocente ma con una perquisizione della sua casa si scoprì una lettera di Tarquinio che lo comprometteva completamente. Ovviamente la lettera era stata nascosta nella casa dai servi di Antistio corrotti da Sesto. Antistio fu subito lapidato dalla folla.

58) Subito informato da Sesto degli eventi Tarquinio mosse con le sue truppe verso Gabii ed approfittando della confusione che ormai regnava in città riuscì rapidamente a vincere le difese. Contrariamente alle sue abitudini si comportò in modo magnanimo non applicando ai Gabii nessuna punizione o confisca anzi ammettendoli alla parità dei diritti con i cittadini Romani. Suo scopo era quello di creare negli abitanti di Gabii un folto gruppo di sostenitori del suo potere. Dionisio dice che ancora ai suoi tempi era visibile a Roma nel tempio di Giove uno scudo recante l'iscrizione del giuramento di pace avvenuto in quell'occasione.

59) Dopo la pace con i Gabii Tarquinio evitò di intraprendere nuove imprese belliche e si dedicò a costruire templi per Zeus, Era e Atena che Tarquinio Prisco aveva votato durante la guerra con i Sabini e non era riuscito a completare. Durante gli scavi per la costruzione avvenne un prodigio: fu rinvenuta a grande profondità la testa di un uomo che sembrava sgozzato da poco, ancora sanguinante. Gli indovini Romani non seppero interpretare il fenomeno e misero il caso ai colleghi etruschi.

60) Ambasciatori di Tarquinio si recano da un augure etrusco per chiedergli la spiegazione del prodigio della testa mozzata. Li accoglie il giovane figlio dell'augure che li consiglia su come porre le domande.

61) Il responso spiega che la testa è quella di tutta l'Italia. I Romani chiamano allora il luogo Colle Capitolino. Dionisio descrive i tre templi sul colle, dedicati a Giove, Giunone e Minerva.
62) Una donna non romana offrì un giorno in vendita nove libri a Tarquinio che rifiutò di comperarli. La donna tornò qualche giorno dopo: aveva bruciato tre dei nove libri ma chiedeva lo stesso prezzo. Fu derisa e scacciata da Tarquinio. Tornò ancora, con soli tre libri e chiese ancora lo stesso prezzo. Stupitissimo il tiranno consultò gli auguri che sentenziarono che i libri dovevano contenere oracoli inviati dagli dei ed il re comperò i tre volumi superstiti.

In questo modo secondo la tradizione, Roma acquisì i Libri Sibillini.

I Libri furono gelosamente custoditi dai Romani per secoli e consultati nelle grandi occasioni. Nell'83 a.C. un incendio distrusse il tempio di Giove Capitolino e con esso i libri originali che furono sostituiti con copie che si trovavano in varie città. Citazione di Terenzio Varrone in merito.

63) Tarquinio fondò due città, Signa e Circea, presso il promontorio dove il mito collocava la dimora di Circe. Affidò le due colonie ai suoi figli: Circea ad Arunte, Signa a Tito. Quando era all'apice del potere, però cadde in disgrazia a seguito di una congiura e dello scandalo provocato da suo figlio Sesto che aveva violentato una nobildonna. La disgrazia di Tarquinio era stata annunciata da un prodigio quando gli avvoltoi avevano scacciato due aquile che nidificavano nel giardino della reggia.

64) Dionisio riepiloga gli eventi che porteranno alla caduta di Tarquinio. Mentre Tarquinio assediava Ardea inviò il figlio Sesto in missione nella città di Collatia, ospite di un parente di nome Lucio Tarquinio detto il Collatino. Secondo Fabio Pittore questo Collatino era figlio di Egerio, figlio del fratello di Tarquinio Prisco. Dionisio è invece dell'opinione che Egerio fosse il nonno di Collatino.

Durante la sua permanenza a Collatia Sesto decise di sedurre Lucrezia, moglie di Collatino. Una notte si introdusse nella stanza di lei con la spada in pugno.

65) Sesto propose alla donna di compiacerlo promettendole di sposarla e farla regina, si riteneva infatti il certo erede del trono, in caso contrario l'avrebbe uccisa ed infamata, asserendo di averla trovata a letto con un servo. Atterrita Lucrezia cedette.

66) L'indomani Lucrezia si reca a Roma da suo padre per chiedergli di vendicarla dell'oltraggio subito.

67) Convocati tutti i parenti Lucrezia racconta l'accaduto e si uccide chiedendo di essere vendicata. Fra i parenti c'è Publio Valerio che viene incaricato di andare ad avvertire Collatino che si trovava furi città ed era ignaro dell'accaduto. Insieme a Collatino, Valerio trova Giunio Bruto. Dionisio si accinge a narrare le origini di Bruto ed il motivo del suo soprannome (Sciocco).

68) Lucio Giunio Bruto era figlio di Marco Giunio, di antica famiglia, sua madre era Tarquinia, figlia di Tarquinio Prisco. Durante il regno di Tullio era cresciuto ricevendo un'ottima educazione, ma quando Tarquinio il Superbo aveva ucciso Tullio aveva eliminato, fra le molte vittime delle sue persecuzioni anche il padre ed il fratello di Lucio. Al ragazzo, molto giovane e privo di aiuti, non era rimasto che fingersi semidemente per passare inosservato.

69) Tarquinio lo aveva privato dei beni paterni e dotatolo di un piccolo sussidio lo aveva tenuto nella sua casa come parente orfano. Lucio Giunio aveva continuato a far lo stupido per divertire i figli di Tarquinio.

Quando una pestilenza decimò i Romani, Tarquinio inviò i suoi figli, e con questi Bruto, a consultare l'oracolo di Delfi. Bruto offrì al dio un flauto di legno divertendo molto i compagni ma il flauto in realtà era una verga d'oro e quando l'oracolo sentenziò che avrebbe regnato sui Romani il primo di loro che avesse baciato la madre Bruto fu l'unico a comprendere e appena sbarcato in Italia baciò la terra.

70) Udendo la notizia del suicidio di Lucrezia Bruto decise che era ora di smettere la finzione e di agire contro il tiranno. Bruto svelò a Collatino ed a i parenti di Lucrezia la propria finzione e parlò loro fino a convincerli ad agire. Giurò quindi sul cadavere della donna di combattere i Tarquini fino alla loro cacciata o alla propria morte.

71) Bruto espone il suo piano: si tratta di portare nel Foro il cadavere ancora insanguinato di Lucrezia e di denunciare pubblicamente l'onta subita, Giunio, che ha il potere di convocare l'assemblea in quanto comandante dei celeri, è certo di riuscire a far votare la destituzione di Tarquinio. Il re aveva conferito la carica proprio perchè lo riteneva inoffensivo.

72) I ribelli discutono sulla forma di governo da instaurare una volta cacciato Tarquinio. Sono tre le diverse opinioni: eleggere un nuovo re, affidare il potere al Senato, instaurare la democrazia.

73) Infine Bruto propone con un breve discorso di instaurare un governo di due uomini, rifacendosi al modello spartano.

74) Giunio propone inoltre che vengano aboliti molti simboli regali e che i magistrati supremi durino in carica un solo anno, come avveniva ad Atene. In questo modo Giunio sostiene che si continuerà a beneficiare dei vantaggi della monarchia senza subire i pericoli. Propone inoltre di istituire un " Rex Sacrorum " per la celebrazione dei sacrifici.

75) Bruto propone di affidare ad un interrè la scelta dei nuovi magistrati.
76) Viene deciso che si elegga come interrè Spurio Lucrezio (il padre di Lucrezia), che Bruto e Collatino siano i due nuovi magistrati ai quali sarà dato il nome di Consules.
La salma di Lucrezia viene trasportata nel Foro, qui Bruto tiene un discorso.
77) Discorso di Bruto. Inizia precisando che la sua follia è sempre stata simulata per motivi di sicurezza.

78) Accusa di tirannia Tarquinio ed annuncia la decisione dei patrizi di destituirlo.

79) Riepilogo delle principali malefatte di Tarquinio. L'uccisione del fratello Arunte con la complicità della cognata. Uccisione della prima moglie e matrimonio con la cognata. Uccisione di Servio Tullio e della moglie Tarquinia.

80) Denuncia gli atti illegali compiuti da Tarquinio per prendere il potere.
81) Crimini e vessazioni commessi da Tarquinio ai danni dei cittadini e dei senatori, sospensione da parte sua delle assemblee.
82) Se Lucrezia, dice Bruto, ha preferito eroicamente morire, anche tutti i Romani devono considerarsi infelici perché privati della libertà.
83) Esortati anche i plebei a lottare per la libertà, Bruto conclude il proprio discorso con la considerazione che un'impresa di valore avrà certamente un esito felice.
84) Entusiasmo e collera della folla. Alla fine del discorso di Bruto la folla è unanime nella decisione ma Bruto chiede che l'espulsione dei Tarquini sia confermata da una regolare votazione. Ottenuto il consenso Bruto spiega rapidamente le nuove magistrature ed indica Spurio Lucrezio come interrè. Questi a sua volta propone Bruto e Collatino come primi consoli e i comizi centuriati confermano la loro nomina.

85) Tarquinio il Superbo, che si trovava in un accampamento fuori città, cerca di tornare a Roma ma trova le porte sbarrate e le guardie ostili. Tornato nel suo accampamento trova le truppe già informate degli ultimi avvenimenti e contrarie alla monarchia, perchè nel frattempo, anche i soldati suddivisi per centurie avevano votato ratificando la condanna del re.

Tarquinio è costretto a rifugiarsi a Gabii, presso suo figlio Sesto, che era stato da lui nominato re di Gabii .



Libro Quarto


Fu così abolita dopo duecentoquarantaquattro anni dalla fondazione la monarchia romana (Dionigi indica come data l'arcontato ateniese di Isagora, 507 a.C.).
Furono nominati i primi consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, e fu decretato il bando perpetuo dei Tarquinii e la definitiva abolizione della monarchia.
Venne tuttavia conservata (per motivi rituali) la carica di re da assegnare ad un magistrato privo di poteri politici che si occupasse esclusivamente dei sacrifici e di altre funzioni religiose. Il primo ad essere scelto per questa carica fu Manio Papirio.
Vennero definite le insegne dei consoli e ripristinata la normativa di Servio Tullio che era stata abrogata da Tarquinio il Superbo.
Intanto Tarquinio sostava a Gabii in cerca di aiuti militari per riprendere il potere. Non ottenendone si trasferì a Tarquinia, città degli Etruschi.
Qui si procurò il favore della cittadinanza elargendo doni e ricordando le proprie origini etrusche ed ottenendo che una delegazione della città si recasse a Roma a perorare in suo favore.
Ricevuti in Senato gli ambasciatori chiesero che a Tarquinio fosse concesso di giustificare pubblicamente il suo operato e, nel caso non lo si volesse reintegrare sul trono, gli si permettesse almeno di vivere a Roma come privato cittadino.
Ottenuto un rifiuto, gli ambasciatori chiesero che venissero restituiti ai Tarquini i beni di famiglia con i quali vivere dignitosamente lontano da Roma e presero congedo.
Sull'ultima richiesta Bruto e Collatino non concordavano. Il primo propose che i beni di Tarquinio fossero sequestrati per non fornire agli esuli i mezzi per organizzare un'aggressione, il secondo voleva evitare che i Romani fossero tacciati di aver cacciato il re per prendere le sue ricchezze.
Dopo aver discusso a lungo il Senato demandò la decisione al popolo che votò con un minimo margine la restituzione dei beni.
Intanto gli ambasciatori etruschi, rimasti a Roma per attendere la decisione, prendevano contatti con quanti fra la popolazione erano segreti sostenitori dei Tarquini. Fra questi erano i figli di Bruto, due suoi cognati e due nipoti di Collatino.
Uno schiavo ascoltò non visto una riunione dei congiurati che tramavano per far rientrare i Tarquini e li denunciò a Publio Valerio il quale li arrestò e li condusse ai consoli.
Inflessibile, Bruto condannò a morte i propri figli ed assistette personalmente alla loro esecuzione senza dimostrare emozioni.
Si passò quindi a processare i nipoti della moglie di Collatino ma questi si oppose alla loro condanna. Ne nacque un diverbio fra i due consoli e Bruto, accusando il collega di connivenza con i congiurati, sottopose la questione al popolo.
Intervenne Spurio Lucrezio, il padre di Lucrezia, e convinse Collatino a lasciare Roma e Bruto a lasciarlo andare in modo onorevole.
La proposta fu accolta e Collatino lasciò Roma con onore e con una ricca donazione, si trasferì a Lavinio dove morì molti anni più tardi.
Partito Collatino, Bruto indisse le elezioni per sostituirlo nel consolato e fu scelto Publio Valerio, noto per la sua sobrietà. Con il nuovo collega Bruto prese alcune importanti decisioni: tutti i congiurati furono giustiziati, il numero dei senatori fu portato a trecento, i beni dei Tarquini vennero divisi fra la popolazione.
Considerando sacrilego il grano che i Tarquini avevano coltivato su un terreno pubblico di cui si erano impadroniti, Bruto e Valerio ordinarono di gettarlo nel Tevere. La quantità era tale da formare l'Isola Tiberina (la notizia non è veritiera, in realtà l'Isola è una formazione naturale).
A quanti erano fuggiti con Tarquini i consoli accordarono venti giorni per rientrare a Roma ed essere perdonati, ma superata la scadenza avrebbero subito l'esilio perpetuo e la confisca dei beni.
I Tarquini organizzarono un tentativo di riprendere il potere con l'aiuto dei Veienti e dei Tarquinesi. Avendone avuto sentore, i consoli uscirono da Roma con l'esercito per affrontarli ma prima che iniziassero i combattimenti Arunte figlio di Tarquinio il Superbo sfidò Bruto a duello.
Il combattimento fu durissimo ed entrambi i contendenti persero la vita. Immediatamente scoppiò la battaglia e l'ala destra romana comandata da Valerio sconfisse i Veienti, ma i Tarquinesi ebbero il sopravvento sull'ala sinistra e cercarono - senza successo - di superare le trincee nemiche.
Durante la notte i Romani, depressi per le gravi perdite subite, meditavano di abbandonare il campo quando furono incoraggiati da una voce misteriosa proveniente dal bosco che attribuirono a Fauno. Valerio attaccò i nemici senza attendere l'aba e ne fece strage.
Rientrato a Roma Valerio fu acclamato per la vittoria ed il giorno seguente pronunciò l'elogio funebre di Bruto.
Dionigi si sofferma sull'usanza dell'elogio funebre che sostiene essere più antica a Roma che non in Grecia, inoltre i Romani per molto tempo dedicarono queste orazioni alle virtù espresse dal defunto durante l'intero corso della vita mentre i Greci usavano onorare soltanto le morti gloriose in combattimento.
Dopo la morte di Bruto, Valerio che era rimasto solo al comando ed aveva costruito la sua casa in un luogo prestigioso del Palatino fu sospettato di aspirare alla tirannia.
Per evitare problemi Valerio si trasferì in un luogo più modesto e convocò subito i comizi che elessero Spurio Lucrezio. Questi morì pochi giorni dopo e fu sostituito da Marco Orazio. Inoltre Valerio semplificò le insegne consolari togliendo le scuri dai fasci e varò provvedimenti molto popolari che gli fruttarono il soprannome di Pubblicola.
L'anno successivo (508 a.C.) Valerio fu nuovamente eletto ed ebbe come collega Tito Lucrezio Tricipitino. Si fece un censimento rinnovando le norme di Servio Tullio abrogate da Tarquinio.
Ancora l'anno seguente (507 a.C.) Valerio fu rieletto con Marco Orazio (Tito Erminio secondo Livio).
Il re etrusco di Chiusi Porsenna inviò ambasciatori a Roma a parlare in favore dei Tarquini. Le sue richieste vennero respinte e Porsenna dichiarò guerra ai Romani. Insieme a Ottavio Mamilio, genero di Tarquinio, mosse contro Roma con un esercito formato da Etruschi e da alleati latini (Camerini e Antemnati).
I consoli curarono le difese: fortificarono il Gianicolo, schierarono l'esercito ed emanarono provvedimenti favorevoli ai poveri per evitare defezioni.
Porsenna espugnò il Gianicolo ma trovò l'accesso al Tevere sbarrato dalle milizie romane. Le forze etrusche erano comandate da Tito e Sesto, figli di Tarquinio, da Manilio e dallo stesso Porsenna mentre a capo dei Romani, oltre ai consoli, erano Spurio Larcio, Tito Erminio, Marco Valerio fratello di Publicola e l'ex console Tito Lucrezio.
Nel corso della battaglia Valerio e Lucrezio vennero feriti ed i soldati dall'ala sinistra da loro comandata ne furono disorientati; il loro panico contaggiò l'ala destra. In breve l'intero esercito romano era in fuga ed il nemico ne approfittò per tentare un assalto decisivo all'unico ponte verso la città che da quel lato era priva di mura.
A difendere quel ponte rimasero Spurio Larcio, Tito Erminio ed il giovane Publio Orazio detto Coclite perchè aveva perso un occhio in battaglia. Questo Orazio era figlio di un fratello del console Marco Orazio e discendeva dagli Orazi che avevano duellato contro i Curiazi.
I tre riuscirono a coprire la ritirata dell'esercito, quindi Larcio ed Erminio indietreggiarono ma Orazio Coclite rimase al suo posto gridando ai compagni di far crollare il ponte.
Orazio, pur straziato di ferite, contenne l'impeto del nemico finché i Romani non ebbero tagliato le funi che sostenevano il ponte, quindi si tuffò nel fiume completamente armato e riuscì con grande difficoltà a raggiungere la riva opposta.
Molti credettero che Orazio sarebbe morto per le ferite ma il giovane guarì e ricevette ogni possibile onore e molti doni. Rimasto zoppo non potè più partecipare ai combattimenti e rivestire cariche militari ma fu per sempre onorato per la sua impresa.
Gli Etruschi assediavano la città impedendo ai Romani di lavorare la terra e pascere il bestiame, tagliavano i rifornimente e presto ridussero la popolazione alla fame nonostante un carico di provviste provenienti dalla Campania che i consoli erano riusciti a introdurre in Roma.
Porsenna, in questa situazione, intimò ai Romani di riaccogliere Tarquinio per far cessare l'assedio. La proposta venne respinta ed un cittadino di nome Muzio si offrì di introdursi nel campo nemico fingendosi disertore per uccidere Porsenna.
Muzio riuscì a penetrare nell'accampamento etrusco ma non avendo mai visto Porsenna uccise per errore lo scriba reale. Catturato e condotto di fronte al re gli fece credere di essere il primo fra trecento giovani romani che avevano giurato di ucciderlo annunciandogli una lunga serie di attentati.
Spinto da questa minaccia e dal malcontento delle sue truppe per il prolungarsi della guerra, Porsenna inviò ambasciatori a trattare con i Romani. Rinunciava alla reintegrazione di Tarquinio chiedendo soltanto la restituzione o il risarcimento dei beni sequestrati e la restituzione di un territorio che i Romani avevano tolto agli Etruschi.
I Romani accettarono la seconda richiesta ma non la prima e proposero a Porsenna di fare da arbitro sulla questione dei beni in contenzioso, consegnando un gruppo di ostaggi a garanzia della tregua.
Mentre Porsenna si accingeva a esaminare la causa, tuttavia, gli ostaggi guidati da una di loro di nome Clelia fuggirono traversando il fiume a nuoto.
Il console Valerio che si trovava presso il campo nemico per le trattative, declinò la responsabilità della fuga e concordò con Porsenna di andare a riprendere gli ostaggi, ma Tarquinio ed il figlio gli tesero una trappola.
L'agguato fallì e Porsenna, sdegnato per la slealtà dei Tarquini, li cacciò dal campo e concluse la pace con gli ambasciatori inviando a Roma tutti i prigionieri e ricchi doni.
Il Senato romano decretò di donare a Porsenna le insegne regali che erano state dei Tarquini, conferì premi ed onori a Muzio come già ad Orazio Coclite e dedicò una statua a Clelia.
Nello stesso anno fu completato il tempio di Giove Capitolino.
Nel quarto anno della repubblica furono consoli Spurio Larcio e Tito Erminio.
Arunte figlio di Porsenna dopo la pace con i Romani aveva tentato la conquista di Aricia ma era stato sconfitto ed ucciso dalle truppe di soccorso giunte da Anzio, Tuscolo e Cuma.
Molti soldati di Arunte, sbandati e feriti, furono aiutati dai Romani ed una volta guariti chiesero di poter rimanere a Roma ed ebbero dal Senato un terreno fra il Foro ed il Circo Massimo. La zona, ancora ai tempi di Dionigi di Alicarnasso, si chiamava Contrada Tirrena.
L'anno successivo ebbero il consolato Marco Valerio, fratello di Publicola, e Publio Postumio Tuberto.
Si aprirono contro i Sabini ostilità che sarebbero durate quattro anni. I Sabini, credendo Roma indebolita dalla guerra con gli Etruschi, razziarono il suo territorio.
Dopo i consueti tentativi di ottenere soddisfazione, i Romani dichiararono fuerra ed alla prima occasione il console Valerio fece strage dei razziatori.
I Sabini inviarono un esercito che si fermò sulle rive dell'Aniene, sull'altra riva si trovavano schierate tutte le forze romane comandate da entrambi i consoli.
Dopo essersi fronteggiati per qualche tempo i due eserciti si scontrarono, a provocare la battaglia fu una casuale scaramuccia che coinvolse rapidamente i due accampamenti. I Romani ebbero il sopravvento e molti Sabini si salvarono grazie al sopraggiungere dell'oscurità che coprì la loro fuga.
La vittoria fu celebrata con il trionfo dei consoli.
L'anno successivo Valerio Publicola ricoprì il suo quinto consolato, gli era di nuovo collega Tito Lucrezio.
Le città sabine si riorganizzarono per riprendere la guerra, sollecitate anche della propaganda antiromana di Sesto figlio di Tarquinio che venne nominato generale dell'esercito confederato.
Il nobile dissidente Tito Claudio Regillo, consapevole che avrebbe rischiato con la guerra un gran numero di amici, parenti e clienti, si trasferì a Roma con il suo seguito. Fu bene accolto dai Romani, iscritto fra i patrizi e ricevette terreno per la sua gente dalla quale discese la gens Claudia.
Questa volta i due eserciti si fronteggiarono presso Fidene. Sesto Tarquinio progettava di attaccare a sorpresa durante la nette ma un suo disertore avvertì i consoli.
Quando i Sabini si mossero per mettere in atto il loro piano, i Romani li attendevano nascosti intorno al campo e ne uccisero molti in silenzio finchè non sorse la luna. Al chiarore lunare i Sabini videro i cumuli di cavaderi dei loro compagni e tentarono la fuga ma i Romani attaccarono e fecero una strage. Secondo Dionigi i Sabini subirono tredicimila perdite e quattromila dei loro furono fatti prigionieri.
Nei giorni successivi i consoli assediarono ed espugnarono Fidene ma non infierirono sulla popolazione limitandosi a giustiziare i notabili che avevano indotto i Fidenati all'alleanza con i Sabini.
Consoli Publio Postumio Tuberto e Menenio Agrippa Lanato, i Sabini attaccarono nuovamente le campagne romane uccidendo molti agricoltori. Il console Postumio reagì impulsivamente uscendo dalla città con truppe non preparate e subì una sconfitta. Incoraggiati da questa vittoria i Sabini inviarono un'ambasciata ad ingiungere ai Romani di sottomettersi e restaurare i Tarquini, i Romani risposero minacciando la guerra.
Gli eserciti si scontrarono presso Ereto in Sabina. I Romani erano in minoranza ma, incoraggiati dal prodigio di fuochi misteriosi che arsero spontaneamente nel loro campo, combatterono valorosamente. Il console Postumio, desideroso di far dimenticare la precedente sconfitta, si comportò da eroe e strascinò l'esercito in un attacco impetuoso ottenendo una grande vittoria.
Per il console Menenio fu decretato il trionfo, per Postumio l'ovazione, verimonia di minore risonanza che differiva dal trionfo perchè non si usava il carro e per altri particolari.
Durante questo consolato mor' di malattia Publio Valerio Publicola al quale Dionigi dedica un encomio non solo per le sue imprese ma anche per la sua onestà e frugalità. Morì senza lasciare neanche il necessario per la cerimonia funebre, ma il Senato decretò pubblici onori e destinò un luogo ai piedi della Velia alla sepoltura delle sue ceneri.
L'anno successivo il consolato andò a Spurio Cassio Viscellino e a Opitrio Virginio Tricosto.
Spurio Cassio sconfisse di nuovo i Sabini presso Cures e li indusse a chiedere la pace imponendo onerose condizioni.
Mentre Spurio Cassio celebrava il trionfo il collega Virginio attaccava improvvisamente la città di Cameria per punirla di aver aiutato i Sabini, la espugnava, saccheggiava e metteva a morte i fautori della defezione.
Nel primo anno della settantesima Olimpiade, Miro arconte di Atene, furono consoli Postumio Comino e Tito Larcio. Ottavio Mamilio persuase alcune città latine a rompere l'amicizia con Roma. Queste città si riunirono in Ferentino ed avutane notizia l'ex console Marco Valerio si presentò e chiese la parola. Valerio si trovava in missione diplomatica per risolvere alcuni incidenti di confine, lo spiefè all'assemblea dei Latini parlando in favore della pace ma trovò ascoltatori irremovibilmente decisi a dare la guerra.
I Latini accusavano Roma di aver violato l'alleanza in episodi come quelli di Aricia e Fidene e fecero capire a Valerio che lo scontro era ormai inevitabile.
Intanto a Roma fu scoperta una congiura di servi che intendevano provocare incendi: i colpevoli vennero tutti catturati e crocifissi.
Seguì il consolato di Servio Sulpicio Camerino e Manio Tullio Longo.
Fidene si ribellò e respinse gli ambasciatori romani. Il Senato esitava nell'aprire le ostilità contro i Latini ma i Marquini operavano continuamente per scatenare la guerra ed essere reintegrati al potere. Tuttavia prevalse l'opinione dei cittadini più prudenti fra i Latini e la guerra fu evitata, almeno per il momento.
Svanito il progetto di farsi aiutare dai Latini, Tarquinio inviò a Roma suoi emissari non sospetti che presero a subornare i poveri facendo leva sugli argomenti che più li tormentavano: l'usura e la schiavitù per debiti.
Ne nacque una congiura per far rientrare i Tarquini a Roma con la forza. Due congiurati, spaventati da sogni preminotori, denunciarono il complotto al console sulpicio.
Per evitare un processo ambiguo che avrebbe potuto provocare disordini, Sulpicio convocò un'adunanza del popolo e presentò pubblicamente i delatori e le loro accuse concedendo ai congiurati la possibilità di discolparsi. Riuscì in questo modo a sventare il complotto.
Molti congiurati vennero giustiziati, quindi il Senato decretò riti di purificazione e giochi agonali.
Nel corso di questi giochi il console Manio Tullio morì per una caduta dal carro.