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TITO LIVIO

Storia di Roma Ab Urbe Condita


Prefazione

Nella prefazione alla sua opera Livio dichiara l'intenzione di raccontare la storia di Roma dalla sua fondazione per trovare nelle imprese degli antichi i valori tradizionali e le origini della missione fatale che egli attribuisce al popolo romano. Interessante l'atteggiamento liviano verso gli episodi leggendari dei tempi più antichi, in particolare quelli riguardanti la fondazione di Roma: egli si propone di non confermarli e non screditarli, riconoscendone quindi la natura affabulante e nello stesso tempo, come egli dice, concedendo agli antichi la licenza di ricercare i segni della volontà divina nelle proprie origini.

LIBRO I

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La narrazione di Livio ha inizio dal mito di Enea.
Enea ed Antenore sono gli unici eroi troiani a non essere perseguitati dai Greci dopo la caduta di Troia perchè all'inizio della guerra si sono mostrati favorevoli alla restituzione di Elena. Antenore, postosi a capo del popolo degli Eneti, alleati dei Troiani, raggiunge la pianura veneta e vi si stanzia dopo aver scacciato gli Euganei, quindi fonda Padova (città natale di Livio). Enea, invece, dopo le note peregrinazioni, giunse prima in Sicilia, quindi sulla costa italica. Costretti dalla necessità i Troiani depredarono i campi finchè non intervenne a fermarli il re Latino. A questo punto Livio narra una duplice tradizione: secondo la prima versione Latino avrebbe fatto pace con Enea dopo essere stato sconfitto da questi, seconda l'altra versione non ci sarebbe stato combattimento e Latino avrebbe offerto spontaneamente ospitalità ai Troiani, dopo averne conosciuta l'origine. Comunque Enea e Latino strinsero un patto di amicizia, Enea sposò Lavinia, figlia di Latino e fondò una città che chiamò Lavinio in onore della nuova moglie. Dalla loro unione nacque Ascanio che, in altre tradizioni, era figlio di Creusa ed era arrivato da Troia con il padre.

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Turno, re dei Rutuli, cui era stata promessa in precedenza la principessa Lavinia, per gelosia mosse guerra contro Troiani e Aborigeni (Latini): nei combattimenti i Rutuli vennero sconfitti ma il re Latino rimase ucciso. I Rutuli, per vendicarsi, chiesero aiuto all'etrusco Mezenzio, re di Cere. Nel frattempo Enea diveniva re del popolo nato dall'unione dei Latini con i profughi troiani: la battaglia in campo aperto contro Mezenzio fu l'ultimo episodio della vita guerresca di Enea. La tradizione vuole, infatti, che l'eroe divinizzato sia passato misteriosamente in cielo.

3


Morto o svanito Enea, Lavinia assunse la reggenza in nome di Ascanio, ancora troppo giovane per governare. Livio attesta due tradizioni a proposito di Ascanio, la prima diceva che Ascanio (o Julo) era figlio di Creusa ed era nato a Troia prima della distruzione della città, la seconda lo voleva figlio di Lavinia. Ai tempi di Livio la prima tesi era caldeggiata dalla Gens Iulia che, originaria di Albalonga voleva dimostrarsi discendente di Ascanio quindi di Enea. Cresciuto, Ascanio lasciò Lavinio al governo della madre e si trasferì nei territori dell'interno dove fondò la città di Albalonga.
A questo punto l'autore cita la successione dei re di Albalonga ideata dai cronografi antichi per colmare l'intervallo di tempo fra le vicende di Enea e la fondazione di Roma: Enea - Ascanio - Silvio - Enea Silvio - Latino Silvio - Alba - Ati - Capi - Capeto - Tiberino - Agrippa - Romolo Silvio - Aventino - Proca. Da Proca nacquero Numitore ed Amulio, rispettivamente padre e zio di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo. Notoriamente Amulio spodestò il fratello Numitore e, per non avere problemi da eventuali nipoti, costrinse Rea Silvia a farsi vestale.

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La vestale Rea Silvia, essendole stata fatta violenza, mette al mondo due gemelli e ne attribuisce la paternità al dio Marte. Viene imprigionata ed Amulio ordina che i bambini vengano gettati nel fiume. La leggenda vuole che i due bambini, affidati in un cesto alla corrente del Tevere fossero tratti in salvo da una lupa che li allattò e lambì fin quando il pastore Faustolo non li trovò e si prese cura di loro. Un'altra versione della leggenda dice che la lupa fosse in realtà la moglie di Faustolo detta Lupa per i suoi facili costumi. (lupa in latino valeva prostituta). Comunque i gemelli furono allevati da Acca Larenzia, moglie di Faustolo e cresciuti presero a combattere i ladroni per distribuire i loro bottini fra i pastori.

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Mentre i giovani partecipano alla festa dei lupercali i banditi li assalgono e catturano Remo che viene portato ad Amulio per essere accusato di furto nei campi di Numitore. Remo è dunque consegnato a Numitore per essere punito ma viene liberato dai pastori guidati da Romolo. Amulio viene ucciso dai pastori.

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Numitore riconosce i nipoti che il fratello traditore aveva tentato di uccidere e viene restaurato dalla gente giubilante sul trono di Albalonga.
Romolo e Remo, essendo sovraffollata la città decidono di fondarne una nuova ed affidano ai messaggi degli dei la scelta di chi fra i due debba regnarvi. Per interpretare il volo degli uccelli Romolo sceglie come luogo d'osservazione il Palatino, Remo l'Aventino.

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Remo per primo vide alzarsi in volo sei avvoltoi, quindi Romolo ne vide dodici.
L'uno voleva aggiudicarsi il verdetto favorevole per aver veduto per primo gli uccelli, l'altro per averne visti di più e presto si venne alle mani. Secondo una versione della leggenda Remo cade nella mischia, secondo un'altra sarebbe stato ucciso da Romolo per aver saltato il solco da questi segnato come limite della città.
Preso il potere nella nuova città Romolo fortifica il Palatino e compie sacrifici agli dei Latini ed al greco Ercole.
Qui Livio riporta il mito di Ercole e Caco per giustificarne le tracce nella più antica epoca romana: Dopo aver ucciso Gerione, il mostruoso re dell'isola Eritia, Ercole ne prese i magnifici buoi. Giunto nel Lazio sostò per far pascolare i buoi e si addormentò. Il forte pastore Caco, attratto dalla bellezza degli animali si avvicinò e rubò parte della mandria, nascondendola nella sua dimora. Destatosi Ercole notò la mancanza degli animali ma non li trovò finchè questi muggendo non svelarono il nascondiglio. Ercole uccise Caco. In quell'epoca l'esule re dell'Attica Evandro regnava su quella parte del Lazio. Chiamato dai pastori per giudicare Ercole che aveva ucciso Caco una volta conosciuta l'identità dell'eroe gli diede il benvenuto raccontando che la madre Carmenta gli aveva predetto il suo arrivo e profetizzando che Ercole sarebbe diventato un dio.

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Romolo legiferò il primo ordinamento della città e per dare più autorità alla sua persona e più forza alle sue leggi assunse le insegne regali ed istituì i littori, in numero di dodici. Livio cita, senza confermarla, la tesi che i littori, la sedia curule e la toga pretesta fossero usanze di origine etrusca.
Inoltre offrì asilo a chiunque per popolare la nuova città ed istituì un consiglio di cento senatori che furono detti "padri", e "patrizi" i loro discendenti.

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La città crebbe rapidamente ma scarseggiavano le donne e non avvenivano connubi con i vicini. Allora Romolo, come deciso dal Senato, inviò messi ai popoli confinanti per proporre connubi con la sua gente, tuttavia la proposta non veniva accolta con benevolenza perchè si temeva la crescente potenza di Roma.
La gioventù romana, non accettando il diniego, passò all'uso della forza. Furono organizzati dei grandi giochi dedicati a Nettuno ai quali furono invitati i popoli vicini. Parteciparono in gran numero soprattutto i Sabini, con i figli e le figlie. Durante lo svolgimento dei giochi, come era stato predisposto scoppiò un tumulto e i Romani catturarono tutte le ragazze sabine.
I Sabini, spaventati, dovettero fuggire maledicendo e denunciando la violazione delle leggi di ospitalità. Romolo si dette a consolare le giovani rapite ed ad assicurare loro che sarebbero state trattate con ogni cura e riguardo, mentre i giovani Romani giustificavano con la passione il proprio comportamento.

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Le Sabine rapite si adattarono ben presto alla nuova situazione ma i loro parenti si organizzarono per riprenderle intorno a Tito Tazio re dei Sabini. Gli abitanti di Cenina, impazienti di vendicare l'offesa attacarono da soli il territorio romano ma furono sconfitti da Romolo che uccise il loro re e ne offrì le spoglie a Giove sul Campidoglio consacrando un tempio.

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Dopo gli abitanti di Cenina fu la volta degli Antemnati che furono anche essi rapidamente sconfitti. Ersilia, moglie di Romolo, probabilmente una delle Sabine rapite, chiese clemenza per gli Antemnati sconfitti a nome delle fanciulle loro parenti, la clemenza fu concessa e molti Antemnati si trasferirono a Roma e furono accolti come cittadini. Analoga sorte subirono i Crustumini.
Per ultimi attaccarono i Sabini che entrarono in Roma corrompendo la giovane figlia di Spurio Tarpeio che comandava la guardia delle mura. Dopo essere entrati la uccisero e la seppellirono ai piedi della rupe che prese appunto il nome di Tarpea.

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I Sabini occuparono quindi la rocca e i Romani li attaccarono. I campioni delle due parti sono in questa vicenda Mezzio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quando la situazione volge al peggio per i Romani Romolo invoca l'aiuto di Giove Ottimo Massimo ed ispirato sprona i suoi al combattimento capovolgendo le sorti della guerra.

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A mettere fine alla battaglia è l'intervento delle donne che si pongono tra i contendenti invocando la pace per amor loro. Romolo invita Tito Tazio a regnare con lui.
A questo episodio Livio fa risalire l'origine di due delle primitive genti romane: i Ramni ed i Tizi, mentre dichiara incerta l'origine della terza, quella dei Luceri.

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Alcuni anni dopo i parenti di Tito Tazio percossero gli ambasciatori della città di Laurentum e per vendetta Tito Tazio fu ucciso dai Laurenzi. Romolo non intervenne per vendicare questo delitto o perchè riteneva pericolosa la coreggenza o perchè credeva che Tito Tazio non fosse stato ucciso a torto. Fu inoltre stipulato un patto di alleanza con la città di Lavinio. Nello stesso periodo la città di Fidene, preoccupata per la crescente potenza dei Romani dichiarò loro guerra ed invase il territorio che separava le due città. La reazione di Romolo fu repentina ed i Fidenati vennero presto messi in fuga.

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Sull'esempio di Fidene anche Veio aprì le ostilità con Roma ma invece di iniziare una guerra regolare prese a compiere scorrerie nel territorio romano. Romolo infine marciò contro Veio i cui cittadini scesero in campo aperto e furono battuti. I Veienti mandarono ambasciatori a chiedere la pace e dopo essere stati privati di parte del territorio ottennero una tregua di cento anni.

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Dopo questi avvenimenti si tenne un'assemblea in Campo Marzio nel corso della quale scoppiò una tempesta e folte nubi avvolsero la persona del re. Al dissiparsi delle nubi Romolo era scomparso. I senatori convinsero il popolo che il re era stato assunto in cielo ed era divenuto un dio ma circolò la voce che fosse stato trucidato dai senatori. Un certo Giulio Proculo testimoniò poi di aver avuto la visione di Romolo divinizzato che lo spronava a dire ai Romani che per volontà divina la sua città avrebbe governato il mondo. La figura leggendaria di questo Giulio Proculo sarebbe stata inventata ai tempi di Cesare per far risalire molto in antico le origini della Gens Iulia.

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Dopo la morte di Romolo nasce il disaccordo nel Senato per l'elezione del suo successore. Le genti Sabine pretendono che sia eletto uno di loro, altrettanto i Quiriti.
Si giunse quindi ad un interregno che durò un anno durante il quale i cento membri di dieci decurie rappresentanti delle varie tribù dovevano succedersi al potere a turni di cinque giorni. Questo stato di cose non durò perchè il popolo lamentava, dice Livio, non più uno ma cento padroni.
Il Senato decise allora di lasciare che fosse il popolo a scegliere il re riservandosi il diritto di approvazione. La delibera fu molto gradita alla plebe che, per non essere da meno, rimise la scelta ai senatori.

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Fu dunque proposto il sabino Numa Pompilio, uomo noto per rettitudine e saggezza che per le sue virtù fu gradito anche ai senatori Romani. Dopo che un augure ebbe tratto auspici favorevoli alla sua elezione Numa fu creato secondo re di Roma.

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Una volta eletto Numa diede inizio a riforme civili e cercò di mitigare la belligeranza dei Romani. Fondò il tempio di Giano la cui chiusura indicava la pace. Com'è noto dopo Numa il tempio fu chiuso solo due volte: durante il consolato di Tito Manlio (235 a.C.) e dopo la battaglia di Azio. Per dar maggior credito alla sua figura ed alle sue leggi fece credere di essere assistito dalla ninfa Egeria. Divise l'anno in dodici mesi con degli intercalari per farlo corrispondere alle lunazioni. Determinò inoltre quali fossero i giorni fausti e infausti.

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Numa istituì la carica del Flamine di Giove (Diale) e di quelli di Marte e Quirino. Ordinò le Vestali, secondo un uso di Alba, assegnando loro una rendita a spese dello stato.
Nominò dodici Salii addetti al culto di Marte Gradivo. Nominò un Pontefice (Numa Marcio). Dettò le regole rituali, dello svolgimento dei sacrifici, ecc.

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Grazie alle molte istituzioni e riforme religiose di Numa il popolo romano divenne più pacifico e la città ebbe forma di grande devozione anche presso i popoli vicini. Fu consacrato il bosco dove Numa si appartava, diceva, per incontrarsi con la Ninfa. Romolo regnò per trentasette anni, Numa per quarantatre, il primo fece grande Roma con la guerra, il secondo con l'organizzazione delle opere di pace.

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Con la morte di Numa Pompilio si tornò all'interregno, fu quindi eletto Tullo Ostilio, nipote dell'Ostilio distintosi nella guerra contro i Sabini. Tullo Ostilio, diversamente dal predecessore fu molto bellicoso. Si verificarono incidenti con Alba a causa di saccheggi occasionali di Albani nel territorio romano e viceversa. Governava Alba Gaio Cluilio. Le due città si scambiarono ambasciatori per chiedersi reciprocamente il risarcimento dei danni, Tullo Ostilio temporeggiò per non essere il primo a licenziare gli inviati e quindi intimò la guerra ad Alba.

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Gli Albani mossero per primi contro Roma e piantarono l'accampamento a cinque miglia dalla città. Cluilio morì nell'accampamento e gli Albani crearono dittatore Mezzio Fufezio.
Tullo Ostilio mosse contro gli Albani e Mezzio gli mandò ambasciatori per invitarlo a trattare prima del combattimento. Il discorso di Mezzio è chiaro: combattendosi per la violazione della loro allenza Romani ed Albani rischiano di indebolirsi e cadere preda degli Etruschi. Per evitare ciò Mezzio propone a Tullo Ostilio di cercare una competizione che eviti eccessivi spargimenti di sangue.

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Tullo Ostilio accettò la saggia proposta di Mezzio e si concordò che le sorti del conflitto fossero decise da un duello: il caso voleva che in entrambi gli eserciti militassero dei gemelli, i tre Orazi ed i tre Curiazi. Secondo Livio non è certo quali fossero di questi Romani e quali albani, Livio accetta quindi la versione più diffusa, gli Orazi Romani e i Curiazi albani. Con il consueto cerimoniale dei Feziali e dei padri patrati si dichiara quindi il duello ed i due popoli prestano giuramento di fedeltà al patto: il popolo favorito dall'esito del duello avrebbe dominato sull'altro.
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Lo svolgimento del duello fra Orazi e Curiazi è fra gli episodi più famosi della tradizione romana antica: due dei Romani sono i primi a soccombere ma a quel punto i tre Albani sono feriti ed il superstite romano è illeso. Per approfittare della sua migliore condizione fisica il romano comincia a correre in modo che i nemici lo inseguano con difficoltà a causa delle ferite e si separino. così avviene ed il romano riesce ad uccidere ad uno ad uno i tre rivali, vincendo il duello e assicurando a Roma la supremazia su Albalonga.

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Dopo il duello gli Albani, stando ai patti, si rimettono al potere dei Romani e Tullo Ostilio ordina a Mezzio di tenere pronti in armi i suoi soldati per un eventuale scontro con gli Etruschi.
All'entrata a Roma l'Orazio vincitore reca le spoglie dei tre Curiazi uccisi, sua sorella che era stata fidanzata di un Curiazio riconoscendone le armi si abbandona alla disperazione. L'Orazio si infuria nel vedere la sorella piangere il promesso sposo più dei fratelli e la uccide. Viene processato e condannato, poi prosciolto in appello e punito simbolicamente.

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Non dura a lungo il rispetto del patto da parte degli Albani. Quando scoppia la guerra che vede Roma contro Veio e Fidene gli Albani battono in ritirata prima che inizi la battaglia.
Tullo riesce a far credere ai nemici che gli Albani stiano per aggredirli alle spalle ed approfittando del loro panico li sgomenta sanguinosamente.

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Vinta la battaglia Tullo Ostilio richiama nel campo gli Albani che si erano ritirati e dispone che il popolo di Alba venga trasferito in Roma e si fonda con quello romano. Quindi condanna al supplizio Mezzio Fufezio per tradimento.

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Come ordinato da Tullo Ostilio tutta la popolazione di Albalonga viene trasferita a Roma e la città viene rasa al suolo in un lugubre silenzio. Solo i templi vengono risparmiati.

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Con l'arrivo dei deportati albani Roma si ingrandisce e viene incluso nel territorio urbano anche il Celio dove Tullo trasferisce la reggia. Maggiorenti albani sono nominati senatori: i Giulii, i Servilii, i Quinzi, i Geganii, i Curiazi e i Clelii, alcune cioè delle più venerabili gentes romane. Le truppe e la cavalleria romana furono ampliate con arruolamenti fra gli Albani. Forti di nuovi contingenti albani Tullo Ostilio dichiara guerra ai Sabini.
Violazioni ed abusi durante i mercati e gli scambi commerciali erano il pretesto della guerra. Nello scontro la cavalleria romana ha la meglio e le schiere dei Sabini vengono debellate.

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Avvengono prodigi: piovono pietre sul monte Albano ed una voce possente intima agli Albani di riprendere il culto dei loro dei anche nelle nuove dimore. Scoppia una pestilenza ma Tullo Ostilio continua le sue intense attività militari. Infine anche il re viene colpito da una grave malattia e mutati i costumi ristabilisce la ritualità religiosa che era stata tipica del regno di Numa. Una leggenda (Livio la riprende da Calpurnio Pisone) narrava che Tullo Ostilio sarebbe stato incenerito da Giove per aver svolto dei sacrifici in maniera irregolare. Il regno di Tullo era durato trentadue anni.

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Morto Tullo Ostilio il Senato elesse Anco Marzio, nipote di Numa Pompilio. Ravvisando nella scarsa religiosità l'unico difetto del regno del suo predecessore Anco riprende i riti istituiti da Numa. Approfittando del carattere pacifico del nuovo regno alcuni popoli latini creano incidenti di confine e costringono Anco a dichiarare loro guerra. Con l'occasione Livio descrive dettagliatamente il rituale dei Feziali e della dichiarazione di guerra.


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Anco Marzio mosse contro " Politorio ", città latina di cui non ci rimane altra traccia e come Tullo aveva fatto con gli Albani ne deporta a Roma l'intera popolazione.
I deportati di Politorio e di altri centri latini sconfitti vengono sistemati sull'Aventino, successivamente anche il Gianicolo viene incorporato nel territorio urbano ed unito al centro tramite il ponte Sublicio, il primo costruito sul Tevere. Viene costruito il primo carcere di Roma ed il territorio esteso dalle conquiste raggiunge il mare, dove viene fondata la colonia di Ostia.

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Inizia il racconto della storia di Tarquinio Prisco: Livio accoglie una tradizione per la quale sarebbe stato figlio di un certo Demarato, un esule da Corinto stabilitosi a Tarquinia ed avrebbe sposato la nobildonna etrusca Tanaquilla. Disprezzato a Tarquinia come straniero decise, d'accordo con la moglie, di trasferirsi a Roma, città di più recente fondazione nella quale gli stranieri erano ben accolti ed avevano spesso avuto successo. Tarquinio, che allora si chiamava Lucumone, era molto facoltoso e con affabile ospitalità si procurò presto molte simpatie anche a corte, fino ad essere nominato per testamento tutore dei figli di Anco Marzio.

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Morto Anco Marzio, Tarquinio Prisco si candidò alla nomina e fu il primo, dice Livio, a "brigare per ottenere il regno". Contando la coreggenza di Tito Tazio ed il regno di Numa era il terzo re di origine straniera. Per garantirsi il consenso in Senato creò cento nuovi senatori suoi partigiani. La prima guerra di Tarquinio fu contro i Latini della città di Apiole.
Tarquinio costruì il Circo Massimo nella pianura fra l'Aventino ed il Palatino e vi istituì grandi giochi annuali. Lottizzò il terreno intorno al Foro ripartendolo fra i privati perchè vi costruissero edifici in muratura.

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Tarquinio intraprese la costruzione di una nuova cerchia di mura ma la interruppe per la guerra con i Sabini che avevano oltrepassato l'Aniene ed attaccavano Roma. Rafforzata la cavalleria Tarquinio rispose ai Sabini ed in breve ne ebbe ragione.

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La cavalleria, accresciuta da Tarquinio incalza le schiere dei Sabini fino a costringerle alla resa.

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La città sabina di Collatia si arrese ai Romani. Finita la guerra sabina, Tarquinio attaccò i Latini conquistando loro diverse colonie (Cornicolo, Ficulea Vecchia, Cameria, Crustumerio, Ameriola, Medullia, Nomentum). Conclusa la pace con i Latini Tarquinio procede con la fortificazione della città e con altre opere civili.

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Un prodigio, la comparsa di fiamma innocua intorno al suo capo mentre dormiva, indica il grande destino di Servio Tullio, allora bambino. Tanaquilla, moglie di Tarquinio, decide che il bambino venga adottato ed educato accuratamente. Più tardi Servio Tullio viene scelto come sposo della figlia del re. Secondo la tradizione sarebbe stato figlio di una schiava, secondo un'altra che Livio mostra di preferire, sarebbe stato figlio di una nobile della conquistata città di Cornicolo.
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I figli di Anco Marzio, ancora irati perché Tarquinio Prisco era stato preferito a loro, ora non accettano di vedere come certo successore al regno Servio Tullio e congiurano contro il re. Scelgono due sicari che inscenando una lite davanti alla reggia attirano l'attenzione di Tarquinio e riescono a colpirlo con una scure.


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Tarquinio rimane ucciso nell'attentato ma Tanaquilla ne tiene nascosta la morte per qualche tempo per permettere al genero Servio Tullio di prendere di fatto il potere come delegato di Tarquinio.

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A rafforzare il potere di Servio Tullio e a consolidarlo sul trono valse il successo di una sua guerra contro i Veienti.
Quindi Servio iniziò la formulazione della sua famosa costituzione.

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Ha inizio la descrizione della costituzione tulliana basata sulla divisione delle classi per censo. La prima classe (composta dai cittadini con censo da centomila assi in su) contava ottanta centurie più due di fabbri. L'asse era un'unità di valore non monetario, in rame. Seguiva la seconda classe, con censo tra i centomila e i settantacinquemila assi che contava venti centurie. La terza classe (75 - 50.000 assi) contava anche essa venti centurie. La quarta classe (venticinquemila assi), venti centurie. La quinta classe (undicimila assi), trenta centurie. I cittadini con censo inferiore furono riuniti in una sola centuria esente dalla milizia. Creò inoltre sei centurie speciali di cavalieri.
Questo sistema prevedeva che le classi più abbienti finanziassero le spese belliche ma godessero di maggiori diritti.
Poichè si istituì una regola che prevedeva il voto per centurie e non per individuo le classi maggiori, contando più centurie avevano comunque la maggioranza.

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Per contare ed istituire le classi e le centurie si procedette ad un censimento.
Secondo quanto tramandato da Fabio Pittore furono contati ottantamila cittadini atti alle armi. Servio ampliò la città includendo in una nuova cinta di mura il Quirinale, il Viminale e l'Esquilino, dove pose la propria dimora.

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Servio istituisce a Roma il culto di Diana Efesia costruendo un tempio dedicato alla dea, sull'Aventino. Tullio ottiene la conferma del regno dal consenso popolare.

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Le due figlie di Servio Tullio (Tullia Maggiore e Tullia Minore) avevano sposato i due figli di Tarquinio Prisco: Arrunte Tarquinio e Lucio Tarquinio. Arrunte era di indole mite mentre Lucio cominciò presto a cospirare per ottenere il regno, con la complicità della cognata.
Arrunte e Tullia Minore muoiono quasi contemporaneamente e Lucio Tarquinio sposa Tullia Maggiore.

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Incitato da Tullia, Lucio Tarquinio continua a tramare per il potere procurandosi alleanze nel Senato e fra la nobiltà. Infine si giunge al colpo di stato e Tarquinio occupa la curia con la forza.

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Violento scontro in senato fra il vecchio Servio Tullio ed il giovane Lucio Tarquinio che riesce a scacciare il suocero dalla curia. Mentre torna a casa Servio Tullio è ucciso dai sicari di Tarquinio. La tradizione narra che Tullia abbia voluto infierire con le ruote del carro sul corpo del padre trucidato.

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Tarquinio il Superbo inizia il suo regno instaurando un clima di terrore. Ottenuto il potere senza il consenso del Senato lo mantiene con la forza privando il Senato di ogni autorità. Cercò alleanze con i vicini latini per garantirsi difese contro i propri avversari e fece sposare la figlia ad un Mamilio Tuscolano, nobile di Tuscolo.

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Tarquinio convoca un raduno dei maggiorenti latini al quale si presenta con molte ore di ritardo provocando l'indignazione di Turno Erdonio, maggiorente di Aricia.

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Tarquinio corrompe un servo di Turno che nasconde delle spade in casa sua, quindi lo accusa di aver cospirato un eccidio nel corso del raduno e Turno viene giustiziato.

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Nel raduno Tarquinio rinnova il patto di alleanza con i Latini ed ottiene da questi nuovi contingenti militari che inserisce nell'esercito romano.
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Tarquinio iniziò la guerra contro i Volsci che durerà due secoli. Quindi mosse contro la città latina di Gabii, a est di Roma ma fu respinto. Escogitò quindi lo stratagemma di inviare a Gabii il figlio minore Sesto Tarquinio perchè si fingesse perseguitato dal padre e si procurasse appoggi fra i Gabini.

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Sesto Tarquinio riesce a diventare potente a Gabii, quindi indice proscrizioni e persecuzioni indebolendo la città a tal punto che questa cade facilmente preda dei Romani.

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Conquistata Gabii con l'inganno Tarquinio si dedicò alla costruzione del tempio di Giove, già desiderato da Tarquinio Prisco sul Campidoglio, per perpetuare la propria memoria.

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Assoldando architetti etruschi ed impiegando la plebe come manovalanza, Tarquinio porta avanti la costruzione del tempio e di altre opere pubbliche. Turbato dall'apparizione prodigiosa di un serpente nella reggia Tarquinio invia all'oracolo di Delfi due dei suoi figli ed il nipote Lucio Giunio Bruto.
Per riempire le casse dello Stato stremate dalle opere in corso Tarquinio decide di attaccare la ricca città di Ardea, capitale dei Rutuli. Si tenta di battere Ardea al primo assalto ma la città resiste e viene cinta d'assedio.

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Fra gli ufficiali assedianti erano Sesto Tarquinio, figlio del re, e Tarquinio Collatino. Si apre una disputa sull'onestà delle mogli e Tarquinio Collatino sfida tutti sicuro dell'onestà di sua moglie Lucrezia a far un'inaspettato sopralluogo a Roma. Mentre le mogli degli altri ufficiali vengono sorprese intente a banchetti e vizi, Lucrezia è trovata nella sua casa a curare la tessitura.

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Sesto Tarquinio torna alcuni giorni dopo a Collatia nella casa di Tarquinio Collatino e qui Sesto violenta Lucrezia. Lucrezia fa chiamare il padre, Spurio Lucrezio, ed il marito che giunge accompagnato dall'amico Lucio Giunio Bruto e dopo aver confessato il proprio disonore e denunciato lo stupratore si suicida facendo giurare vendetta ai suoi parenti.

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La morte di Lucrezia provoca l'inizio della rivolta che viene promossa e capeggiata da Giunio Bruto che in precedenza si era finto ritardato. Bruto solleva prima i collatini poi i Romani contro il principe stupratore e la sua famiglia.

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Al momento della sommossa Tarquinio il Superbo si trovava ad Ardea. Tornato a Roma non riesce ad entrarvi e ripara a Cere con due figli. Sesto Tarquinio si rifugia a Gabii dove viene ucciso da vecchi avversari. Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino sono eletti consoli dai comizi centuriati.


LIBRO II


1

D'ora in poi, dice Livio, si racconteranno le gesta e le vicende di uomini liberi. Cacciato Tarquinio il Superbo da Roma ad opera di Bruto, si istituirono le magistrature annali.
L'ordine senatorio fu riportato al numero di 300 membri iscrivendovi i maggiorenti dell'ordine equestre.

2

Istituzione del Rex Sacrorum per i sacrifici.
Lucio Tarquinio Collatino, il marito di Lucrezia, console con Bruto nonostante i meriti repubblicani comincia ad essere inviso alla popolazione per la sua appartenenza alla famiglia dei Tarquini. Gli viene richiesto da Bruto e dal Senato di partire in esilio volontario. Infine persuaso, Collatino che lascia onorevolmente Roma e si trasferisce a Lavinio. Tutti i Tarquini vengono proscritti e viene nominato console Publio Valerio.

3

Inviati dei Tarquini vengono a richiedere al Senato la restituzione dei beni e intanto tramano per la restaurazione della monarchia con l'aiuto degli ex cortigiani e della nobiltà fedele ai re deposti.

4

La congiura per restaurare la monarchia coinvolge le famiglie dei Vitelli e degli Aquili e vari giovani Romani fra cui Tito e Tiberio, figli di Bruto. Un servo dei Vitelli scopre e denuncia i congiurati ed i consoli arrestano i traditori.

5

La congiura muta lo stato d'animo dei Romani nei confronti dei Tarquini i cui beni vengono definitivamente espropriati ed abbandonati al saccheggio della plebe. I terreni dei Tarquini, espropriati, diventano Campo Marzio. I congiurati vengono giustiziati pubblicamente, compresi i figli di Bruto. Il servo autore della denuncia viene premiato con denaro, libertà e cittadinanza.

6

Tarquinio il Superbo, deluse le sue speranze in merito alla congiura cerca ed ottiene l'alleanza degli Etruschi (Veienti e Tarquiniesi) per attaccare apertamente Roma.
I due eserciti si incontrarono nell'agro romano. La fanteria romana è comandata da Publio Valerio, la cavalleria da Giunio Bruto. Le schiere degli Etruschi erano comandate da Arrunte Tarquinio, figlio del re. Arrunte ingaggia un duello con Bruto e si uccidono a vicenda. La battaglia è lunga e di esito incerto. I Veienti sono rapidamente sconfitti, i Tarquiniesi resistono meglio.

7


Morto Bruto il collega Publio Valerio viene sospettato di aspirare al regno per non aver sostituito il console caduto e perchè costruiva una casa in posizione elevata e strategicamente fortificabile.
Per porre fine ai sospetti Valerio parla alla folla e trasferisce la sua dimora in posizione più indifesa.

8


Valerio promosse leggi antitiranniche tali da riconquistare la fiducia del popolo: la sua rinnovata popolarità gli valse il soprannome di Publicola. Indisse dunque i comizi per l'elezione del nuovo collega: venne eletto Spurio Lucrezio che morì poco dopo, quindi Marco Orazio Pulvillo.
La sorte decise che toccasse a Orazio dedicare il tempio di Giove sul Campidoglio. Publicola partì per la guerra contro i Veienti.
9

Secondo anno della Repubblica (508 a.C.) nominati consoli Publicola (per la seconda volta) e Tito Lucrezio. I Tarquini sollecitano l'intervento del nobile Porsenna re di Chiusi. Preoccupato il Senato opera ampie concessioni alla plebe romana per evitare che questa scontenta ed impaurita, si sottometta spontaneamente al re etrusco.
10

L'episodio di Orazio Coclite che da solo ostacola il passo all'esercito etrusco mentre i Romani abbattono il ponte Sublicio per impedire al nemico il passaggio del Tevere. Diversamente da altri autori (es. Polibio) Livio dice che Coclite si salvò e fu onorato e ricompensato dai Romani.
11

Fallito l'assalto diretto Porsenna passa a stringere d'assedio la città. Valerio Publicola organizza la resistenza ed in un'occasione riesce a infliggere gravi perdite agli assedianti che depredavano la campagna intorno a Roma.
12

Il nobile romano Caio Muzio chiede al Senato il permesso di tentare un'azione individuale contro Porsenna. Ottenuto il permesso riesce a introdursi nell'accampamento nemico ma erroneamente, anzichè il re etrusco uccide il suo schiavo. Catturato, da la famosissima dimostrazione di coraggio bruciandosi la mano nel braciere dei sacrifici.
Porsenna, ammirato dall'azione lo lascia andare via. Muzio avverte Porsenna che trecento giovani Romani hanno giurato di ucciderlo, lui ha tentato per primo per essere stato estratto a sorte.

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Impressionato dal coraggio di Muzio Scevola e dalla minaccia dei trecento congiurati Porsenna apre trattative con i Romani.
Si stipula una pace che prevede la restituzione del territorio dei Veienti ed un gruppo di ostaggi Romani in cambio dello scioglimento dell'assedio.
La giovane Clelia, mandata fra gli ostaggi al campo etrusco, riesce a fuggire e a liberare eroicamente tutte le fanciulle.
Porsenna richiede la restituzione della fuggiasca e Clelia torna al campo etrusco dove il re, ammirato dal coraggio della giovane le lascia la libertà e le concede di portare con se metà degli ostaggi. Clelia libera tutti i bambini ed i Romani la onorano con una statua equestre sulla via Sacra.

14


Livio racconta che Porsenna lasciò ai Romani i beni custoditi nei propri accampamenti, che furono venduti all'asta: da qui una voce tradizionale con la quale si diceva "vendere i beni di re Porsenna" quando si faceva asta dei bottini di guerra.
Rinunciato ad assediare Roma, Porsenna attaccò Ariccia che chiese aiuto a Cuma. Gli Etruschi ebbero la peggio ed un gruppo di loro, sbandati, chiese riparo ai Romani che li accolsero benevolmente.

15

Consolato di Spurio Larcio e Tito Erminio (507 a.C.). consolato di Publio Lucrezio e di Publio Valerio Publicola (506 a.C.). Porsenna invia per l'ultima volta messi a Roma per proporre la restaurazione dei Tarquini. Questa volta i Romani rispondono in termini ufficiali inviando una delegazione di senatori che esprime a Porsenna la ferma determinazione dei Romani a rimanere liberi e nel contempo il loro desiderio di non rompere il trattato di pace con Chiusi. Porsenna accetta il discorso e rifiuta ulteriori aiuti ai Tarquini. Tarquinio il Superbo si ritira definitivamente in esilio a Tuscolo.

16

Consoli Marco Valerio e Publio Postumio, si combatte contro i Sabini. (anno 505 a.C.), i consoli riportarono il trionfo. L'anno successivo (504 a.C.), furono eletti Publio Valerio per la quarta volta e Tito Lucrezio per la seconda.
Fra i Sanniti Attio Clauso, poi Appio Claudio è fautore della pace ma non potendo contrastare la fazione avversa passa a Roma con un ampio seguito di clienti. I consoli di quell'anno inflissero ai Sabini sconfitte così gravi che per molto tempo non se ne sarebbero riavuti.
L'anno seguente (503 a.C.), sotto il consolato di Agrippa Menenio e Publio Postumio, morì Publio Valerio Publicola, con grande cordoglio della popolazione. Le colonie latine di Suessa Pomezia e Cera passarono agli Aurunci e si entrò in guerra contro di loro.

17

I Consoli dell'anno 502 a.C.: Opitrio Virginio e Spurio Cassio, attaccarono Suessa Pomezia che era passata agli Aurunci. Subiscono una prima disfatta con molte perdite. In un secondo assalto espugnano la città, ne decapitano i maggiorenti e molti cittadini sono venduti come schiavi. La città viene distrutta e i consoli celebrano il trionfo.

18

consoli nell'anno 501 a.C.: Postumio Cominio e Tito Larcio. Si prospettano difficoltà con i Sabini e per la prima volta viene nominato un dittatore (Tito Larcio) ed un maestro della cavalleria (Spurio Cassio).

19


Anno 500 a.C., consoli Servio Sulpicio e Manio Tullio, nulla da menzionare.
Anno 499 a.C., consoli Tito Ebuzio e Caio Vetusio. Assedio di Fidene, conquista di Preneste. Dittatura di Aulo Postumio. Battaglia del lago Regillo contro la lega Latina. Fra i Latini militano i Tarquini e i loro sostenitori. La battaglia è particolarmente dura.

20


Ulteriore descrizione della battaglia, atti di eroismo, trionfo del dittatore.

21


Nel triennio successivo confusione fra le fonti di Livio. Furono consoli Quinto Clelio e Tito Larcio (499 a.C.) poi Aulo Sempronio e Marco Minuncio (497 a.C.), quindi Aulo Postumio e Tito Virginio (496 a.C.).
Istituzione dei Saturnali, incerta datazione della battaglia del lago Regillo. Nell'anno 495 a.C. consoli Appio Claudio e Publio Servilio. Morte di Tarquinio il Superbo a Cuma, presso Aristodemo.

22

Ostilità latenti con i Volsci. Preparano una guerra contro Roma. I Latini mediano per la pace ed ottengono la restituzione di seimila prigionieri.

23


Iniziano i tumulti della plebe nei confronti dei patrizi e dei creditori.

24


I Volsci sono alle porte di Roma ed il console Publio Servilio emana editti tesi a sospendere le ostilità fra patrizi e plebei finchè duri la guerra.

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La guerra volsca è rapida. I nemici vengono subito dispersi da Appio Claudio che distrutto il loro accampamento torna vittorioso a Roma.

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Occasionali combattimenti con i Sabini e gli Aurunci.
27

Finita l'emergenza il popolo torna alle proprie rivendicazioni, ma Appio Claudio non vuole far concessioni ed inficia le promesse del collega. I due consoli diventano presto estremamente impopolari e si instaura un clima di continua ribellione da parte della plebe.

28

Anno 494 a.C., consolato di Aulo Virginio e Tito Vetusio. La situazione è critica, i plebei rifiutano la leva e svolgono riunioni sediziose.

29

Continuano i tumulti. In Senato si discute e si litiga. Appio Claudio sempre intransigente propone che venga nominato un dittatore.

30

Inopinatamente prevale l'opinione di Appio Claudio e la dittatura viene conferita a Manio Valerio fratello di Publicola che con il suo prestigio familiare e con un editto che confermava quello precedente di Servilio riesce a sedare i rivoltosi e li convince ad arruolarsi per far fronte agli Equi, ai Volsci ed ai Sabini di nuovo in armi contro Roma.
Si svolge una battaglia contro i Volsci nella quale i Romani sia pure in numero inferiore hanno la meglio.

31

Ai Volsci sconfitti è tolto il territorio di Velletri . Vengono sconfitti anche i Sabini e gli Equi. Finita la guerra Valerio propone in Senato che siano soddisfatte le aspettative della plebe. Vedendo respinte le proposte, sdegnato, si dimette.

32

La plebe si riunisce sul Monte Sacro e rifiuta ulteriori operazioni militari. Seguono giorni di tensione. Menenio Agrippa, uomo di origine plebea, viene scelto per parlamentare con la plebe secessionista. Introdottosi nel campo di Monte Sacro, Agrippa pronuncia il famoso apologo, con il quale riesce a convincere la folla ad aprire le trattative.

33

Si raggiunse un accordo e vennero istituiti due tribuni della plebe che potevano opporsi ai consoli e non potevano essere eletti fra i patrizi.
Anno 493 a.C., consolato di Spurio Cassio e Postumio Cominio.
Trattato d'alleanza con i Latini (Foedus Cassianum).
Riprende la guerra contro i Volsci: vengono battute le città di Anzio, Longula, Polusca e Corioli.
Eroismo di Gneo Marcio Coriolano.
Muore a Roma Menenio Agrippa.

34

Anno 492 a.C. consoli Tito Geganio e Publio Minucio. Una grande carestia minaccia Roma. I Romani hanno difficoltà ad acquistare grano dai popoli vicini che sono tutti più o meno ostili. A Cuma Aristodemo non solo rifiuta di vendere grano ma sequestra le navi romane per rifarsi delle confische dei beni dei Tarquini di cui era stato nominato erede. Anche i Volsci rifiutano approvvigionamenti ai Romani, infine si riesce a far arrivare a Roma grano etrusco lungo il Tevere. I Volsci preparano una nuova guerra contro Roma ma sono a loro volta fermati da una pestilenza.
Anno 491 a.C. consoli Marco Minucio e Aulo Sempronio. Si discute in Senato a quale prezzo si debba vendere il grano alla plebe. Marcio Coriolano si fa interprete dell'aristocrazia oltranzista e propone che il prezzo del grano venga usato come strumento per togliere alla plebe i diritti che avevano conquistato negli anni precedenti ed abrogare il tribunato. Sarebbe stato il boicottaggio dell'agricoltura operato dalla plebe ai tempi della secessione sul Monte Sacro a provocare la carestia, secondo Coriolano.
35

La proposta di Marcio Coriolano suscita ovviamente dure reazioni da parte della plebe e mentre si minacciano atti di violenza i tribuni citano Coriolano in giudizio. Coriolano non si presenta al processo e viene quindi condannato in contumacia all'esilio. Lascia Roma e si reca dai Volsci il cui capo, Attio Tullio, lo ospita cortesemente e si accorda con lui per muovere guerra contro Roma.
36
I ludi Romani che iniziano in quel periodo vedono compiere un sacrilegio: uno schiavo viene frustato in mezzo al circo poco prima dell'inizio dei giochi.
Un plebeo di nome Tito Latinio ha due sogni premonitori nei quali vede Giove che gli ordina di comunicare ai consoli la sua volontà che i ludi vengano ripetuti degnamente. Tito Latinio in un primo momento esita ma quando Giove lo punisce con la perdita di un figlio e con l'infermità della sua persona si risolve a comunicare l'ordine ricevuto ai consoli e al Senato. Svolta la missione miracolosamente guarisce.

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Il Senato indice nuovi giochi e giungono a Roma molti Volsci per parteciparvi. Attio Tullio, d'intesa con Marcio Coriolano, chiede udienza ai consoli e li mette in guardia contro possibili azioni intemperanti o imprudenti che i suoi potrebbero svolgere approfittando della situazione. Il Senato decreta che i Volsci lascino subito Roma.

38

Mentre i Volsci lasciano Roma astutamente Attio Tullio arringa loro per convincerli di aver subito una grave ingiuria e di essere scacciati come se la loro presenza ai ludi fosse un sacrilegio. In breve li convince a dichiarare una nuova guerra contro Roma.

39


Anno 488 a.C. consoli Spurio Nauzio e Sesto Furio (Livio non fornisce i nomi dei consoli dei due anni precedenti). I Volsci designano comandanti per la nuova guerra contro Roma Attio Tullio e Cneo Marcio Coriolano. Coriolano inizia una marcia verso Roma riprendendo molte città volsche precedentemente conquistate dai Romani, infine si accampa a breve distanza dalla città e comincia a razziare le campagne circostanti avendo cura di non danneggiare quelle dei patrizi.
Il Senato invia degli ambasciatori a Coriolano per trattare la pace ma viene risposto che solo la totale restituzione ai Volsci di quanto in precedenza conquistato può dare inizio alle trattative. Coriolano è esasperato verso i propri cittadini mentre è grato ai Volsci per l'ospitalità ricevuta.

40

Ad affrontare Coriolano escono la madre Veturia e la moglie Volumnia con i due bambini di Coriolano ed un seguito di donne. Impietosito infine Coriolano rimuove il campo ed abbandona l'impresa.
Livio dice che le sue fonti non sono concordi sul successivo destino di Coriolano: alcuni dicono che morì poco dopo, Fabio Pittore che visse in esilio fino alla vecchiaia.
Anno 487 a.C. consoli Tito Sicinio e Caio Aquilio, guerra contro gli Ernici ed altri scontri con i Volsci.

41


Anno 486 a.C. consoli Spurio Cassio e Proculo Virginio. Trattato di alleanza con gli Ernici che cedono due terzi del loro territorio. Il console Cassio propone di distribuire tali terre alla plebe. Lo avversa il collega Proculo Virginio accusando Cassio di mire demagogiche e monarchiche. Una volta uscito di carica Spurio Cassio viene processato per tradimento ed ucciso. Secondo alcuni sarebbe stato accusato dal padre, per altri dai censori Cesone Fabio e Lucio Valerio.

42


Anno 485 a.C. consoli Servio Cornelio Maluginense e Quinto Fabio Vibulano.
Sconfitti gli Equi e i Volsci il console Fabio vende il bottino e ne versa il ricavato all'erario.
Anno 484 a.C. consoli Lucio Emilio e Cesone Fabio. Nuovi scontri con gli Equi e Volsci. Costruzione di un tempio a Castore e Polluce.
Anno 483 a.C. consoli Marco Fabio e Lucio Valerio.
Si continua a contendere con i tribuni della plebe a proposito della legge agraria. La famiglia dei Fabii primeggia in questo senso nella fazione aristocratica e detiene ininterrottamente il consolato dal 485 a.C. al 479 a.C.
Ebbe inizio una guerra contro i Veienti.
La vestale Oppia, condannata per aver violato il voto di castità fu giustiziata.

43


Anno 482 a.C. consoli Quinto Fabio e Caio Giulio.
Anno di discordie interne e guerra: i Veienti devastano territori Romani.
Anno 481 a.C. consoli Cesone Fabio e Spurio Furio. Continuano le ostilità con i vicini. Il tribuno Spurio Licinio cerca di boicottare la leva. Il console Fabio combatte gli Equi con difficoltà essendo inviso alle truppe ed alla cavalleria.

44


Anno 480 a.C. consoli Marco Fabio e Cneo Manlio.
A Roma regna la discordia fra patrizi e plebei, il nuovo tribuno della plebe, Tiberio Pontificio, riprende la politica del predecessore Licinio boicottando la leva mentre Appio Claudio in Senato minimizza la funzione dei tribuni. Dalla discordia e dalla conseguente debolezza di Roma vogliono approfittare gli Etruschi che coalizzandosi intorno a Veio preparano la guerra.

46


Data la situazione i consoli esitano ad intraprendere azioni militari, mentre gli Etruschi operano una propaganda sediziosa per indebolire ulterirormente l'unità delle milizie romane. Infine l'orgoglio ferito dalle ingiurie degli Etruschi prevale e i soldati convincono i consoli a consegnare loro le armi e intraprendere battaglia.

47


Descrizione della battaglia. Primeggiano i Fabii che vogliono riconquistare la fiducia della plebe che hanno perduto con i loro consolati tanto impopolari. Quinto Fabio viene ucciso.

47

La battaglia continua. Gli Etruschi reagiscono alle sorti a loro sfavorevoli dello scontro circondando ed uccidendo il console Cneo Manlio ma l'altro console, Marco Fabio riesce a respingerli definitivamente. Marco Fabio, a battaglia conclusa presiede le esequie di suo fratello Quinto e del collega Manlio rifiutando il trionfo in segno di lutto. Per queste gesta i Fabii recuperano grande popolarità.

48


Anno 479 a.C. consoli Tito Virginio e Cesone Fabio.
Cesone propone di distribuire alla plebe i territori tolti ai Veienti ma il Senato respinge la proposta.
Cesone è impegnato contro gli Equi.
La gente Fabia dichiara di voler compiere assumendone totalmente l'onere, una spedizione decisiva contro Veio.

49


Parte la spedizione dei Fabii contro i Veienti.
Anno 478 a.C. consoli Lucio Emilio e Caio Servilio.
Per qualche tempo i Fabii riescono a fronteggiare facilmente la guerriglia ed il brigantaggio dei Veienti. Poi l'esercito etrusco soccorre Veio e si scontra con le legioni consolari. I Romani hanno la meglio e gli Etruschi chiedono la pace.

50

I Fabii continuano la loro sorveglianza contro i Veienti ma i loro successi finiscono col far loro sottovalutare le forze avversarie, infine il manipolo dei Fabii (trecentosei uomini) cade in un'imboscata e vengono trucidati tutti tranne uno.

51


Anno 477 a.C. consoli Caio Orazio e Tito Menenio.
Menenio si batte con i Veienti per vendicare i Fabii ma viene sconfitto. I Veienti riescono ad oltrepassare il Tevere e ad occupare il Gianicolo ma vengono respinti da Caio Orazio.
Anno 476 a.C. consoli Aulo Virginio e Spurio Servilio.
I Veienti presidiano il Gianicolo e compiono razzie nelle campagne circostanti ma infine circondati dagli eserciti dei due consoli subiscono gravissime perdite e la guerra si conclude.

52


Tornata la pace riprendono le discordie interne. I consoli Tito Menenio e Spurio Servilio vengono processati, il primo per non aver saputo aiutare il presidio dei Fabii, il secondo per aver troppo rischiato nelle battaglie del Gianicolo.
Tito Menenio viene multato, Spurio Servilio assolto. Menenio muore per il dispiacere e la vergogna.
Anno 475 a.C. consoli Caio Nauzio e Publio Valerio.

53


I Veienti, con l'aiuto dei Sabini, riaprono le ostilità. Contro Veio muove Publio Valerio e sbaraglia i nemici. Nel frattempo i Volsci e gli Equi devastano territori latini, li combattono i Latini e gli Ernici, alleati Romani, ai quali si unisce il console Caio Nauzio.

54


Anno 474 a.C. consoli Lucio Furio e Caio Manlio.
Tregua di quaranta anni con i Veienti. Di nuovo discordie per la legge agraria.
Anno 473 a.C. consoli Lucio Emilio e Opitro Virginio. (Livio nota che in alcuni annali invece di Opitro Virginio trova Vopisco Giulio). I consoli dell'anno precedente (Furio e Manlio) vengono citati in giudizio da un tribuno della plebe e reagiscono propagandando la ribellione fra i giovani patrizi. Gli animi si infiammano e il giorno del processo il tribuno querelante viene trovato morto con manifesta soddisfazione dei maggiorenti.

55


I tribuni della plebe spaventati dal destino toccato al loro collega si tengono in disparte e i consoli ne approfittano per indire la leva. nel nervosismo generale si verifica l'incidente di un certo Publilio Volerone che per aver rifiutato l'arruolamento sta per essere frustato e si salva provocando dei disordini.

56


Anno 472 a.C. consoli Lucio Pinario e Publio Furio. Volerone diventò tribuno della plebe e propose una legge perchè i tribuni venissero eletti nei " comizi tributi " impedendo così ogni ingerenza patrizia. Ovviamente i patrizi resistono e la discussione si protrae per tutto l'anno.
Per fronteggiare la popolarità di Volerone, nuovo campione della plebe, i patrizi eleggono al consolato Appio Claudio, figlio dell'Appio Claudio dei cap. 23 e seguenti. La Gens Claudia era fra le più conservatrici del patriziato.
Battaglia in Senato fra Appio Claudio ed il tribuno Letorio (probabilmente un personaggio immaginario) in merito alla proposta di Volerone.

57

Il console Tito Quinzio, collega di Appio Claudio, riesce a sedare la discordia e ad evitare incidenti.
Infine, con grande indignazione di Appio Claudio, il Senato approva la legge proposta da Volerone.

58


Per la prima volta i tribuni della plebe vennero eletti da appositi comizi detti " Tributi " (probabilmente in precedenza la procedura era stata meno formale).
Si riaccendono le ostilità contro i Volsci ed Equi. Contro i primi è inviato Appio Claudio che, odiatissimo dalla plebe incontra difficoltà con la disciplina delle sue truppe.

59


Venuto allo scontro con i Volsci, Appio Claudio a causa dell'indisciplina delle truppe subisce due disfatte ed alla fine punisce gli ammutinamenti con la decimazione. E'il caso di decimazione più antico ma probabilmente è retrodatato.

60


Nel frattempo il console Tito Quinzio combatte con successo contro gli Equi ed ottiene il favore dalle proprie truppe.

61


Anno 470 a.C. consoli Lucio Valerio e Tito Emilio.
I tribuni Marco Duilio e Cneo Siccio citano in giudizio Appio Claudio, questi mantiene la sua consueta alterigia e si difende accusando, tuttavia nel corso del processo, fra un'udienza e l'altra, muore di malattia.

62


Azioni militari del console Valerio contro gli Equi e di Emilio nel paese dei Sabini.

63


Anno 469 a.C. consoli Tito Numicio Prisco e Aulo Virginio.
Ancora scontri con Volsci, Equi e Sabini. Queste guerre esterne sospendono le lotte sociali interne.

64


Anno 468 a.C. consoli Tito Quinzio e Quinto Servilio.
Dopo un breve periodo di pace i Sabini attaccano di nuovo ed arrivano alle porte di Roma, il console Servilio li respinge e li insegue riportando un grande bottino.
Quinzio si scontra con i Volsci e trovandosi in inferiorità numerica deve ricorrerre ad uno stratagemma per far credere al nemico di aver maggiori risorse e riesce a tenere i Volsci sul chi vive per tutta la notte.

65


All'alba i Romani, più riposati, costringono i Volsci a ritirarsi.
Dopo ulteriori scontri i Romani inseguono i fuggitivi fino ad Anzio ed assediano la città, che viene conquistata dopo alcuni giorni.


LIBRO III


1


Anno 467 a.C. consoli Tito Emilio e Quinto Fabio.
Quinto era l'unico Fabio sopravvissuto dopo la strage del Cremera. Tito Emilio, come era già avvenuto nel suo precedente consolato (470 a.C.) si dimostrò favorevole alle istanze della plebe e propenso a concessioni agrarie. Ciò provocò l'ostilità del patriziato e Quinto Fabio propose di risolvere la situazione deducendo una colonia ad Anzio, recentemente conquistata. La proposta fu accettata ma la plebe non ne fu entusiasta e si formò una colonia mista con i Volsci.

2


Anno 466 a.C. consoli Quinto Servilio e Spurio Postumio. Quinto Servilio viene inviato contro gli Equi ma il suo esercito è vittima di un'epidemia (forse malaria) e costretto all'inazione.
Anno 465 a.C. consoli Quinto Fabio e Tito Quinzio.
Quinto Fabio tenta senza successo di ristabilire la pace con gli Equi che avevano infranto un precedente trattato, quindi si batte contro di loro insieme al collega.

3


I Romani vincono la battaglia campale ma gli Equi prendono a devastare il territorio romano. Le scorrerie degli Equi sono così violente e frequenti che la loro notizia diffonde il panico a Roma ed il console Tito Quinzio deve sedare tumulti e contenere l'agitazione. Infine Quinto Fabio riesce a tendere un agguato agli Equi e a metterli definitivamente in fuga.

4


Anno 464 a.C. consoli Aulo Postumio e Spurio Furio Fuso. Gli Equi si preparano alla riscossa alleandosi con i Volsci Ecetrani e spingendo alla defezione la colonia di Anzio.
Gli Ernici, in forza del vigente trattato di alleanza, avvertono i Romani del pericolo incombente ed il Senato convoca a Roma i maggiorenti della colonia di Anzio i quali però non riescono a chiarire la loro posizione.
Il console Spurio Furio muove contro gli Equi nel territorio degli Ernici ma viene sopraffatto e rimane assediato nel suo accampamento. Di nuovo avvertito dagli Ernici il Senato incarica Aulo Postumio di soccorrere Spurio Furio. Viene organizzato un esercito di alleati il cui comando è affidato a Tito Quinzio, mentre il console rimaneva a Roma a seguire gli arruolamenti.

5


Continuano le azioni belliche e le razzie degli Equi, il console Spurio, assediato tenta una sortita. Suo fratello Furio rimane ucciso e Spurio viene ferito nel tentativo di soccorrerlo. I Romani assediati stanno per soccombere quando sopraggiunge Tito Quinzio con le truppe alleate e mette in fuga gli Equi, questi fuggendo incappano in Postumio che infligge loro gravissime perdite.

6 - 7


Anno 463 a.C. consoli Lucio Ebuzio e Publio Servilio. Roma viene colpita da una grave pestilenza tanto da non poter portare aiuto agli alleati Ernici e Latini attaccati dagli Equi di nuovo in armi. Il console Ebuzio muore di peste, gli Equi arrivano rapidamente presso Roma attraversando le campagne abbandonate. Temendo la peste, tuttavia, gli Equi si spostarono a saccheggiare i monti di Tuscolo e si scontrarono con i soccorsi Ernici e Latini, sconfiggendoli.

8

Scemata l'epidemia, dopo alcuni interregni, furono eletti consoli Lucio Lucrezio Tricipitino e Tito Veturio Gemino nell'anno 462 a.C., che organizzarono subito i soccorsi agli Ernici ancora invasi dagli Equi e dai Volsci. Lucrezio si battè vittoriosamente contro i Volsci infliggendo loro grosse perdite.

9

Il tribuno Gaio Terentilio Arsa, durante l'assenza dei consoli impegnati contro gli Equi ed i Volsci propone l'istituzione di una commissione di cinque magistrati che codifichino leggi scritte per limitare il potere dei consoli. Gli si oppone il patrizio Quinto Fabio (console nel 467 a.C.) che si batte perchè la proposta venga rinviata al ritorno dei consoli.

10

Il console Lucrezio tornato a Roma celebra il trionfo, al collega Veturio Gemino viene concessa l'ovazione.
La proposta di Terentilio Arsa viene discussa ed accantonata.
L'anno successivo (461 a.C.), consoli Publio Volumnio e Servio Sulplicio, il collegio dei tribuni ripropone la legge terentilia.
Si verifica un violento terremoto che gli auguri interpretano come il presagio di un pericolo imminente, giunge notizia che i Volsci ed Equi stanno organizzando una nuova offensiva. I tribuni sostengono che si tratta solo di espedienti dei patrizi per boicottare la loro proposta.
11

Inizia un'aspra contesa fra i patrizi che ostacolano la legge proposta dai tribuni ed i tribuni che boicottano la leva.
A capo dei patrizi è il giovane Cesone Quinzio (probabilmente immaginario). Il tribuno Aulo Virginio cita Cesone in giudizio.

12

Nell'approssimarsi del giudizio molti patrizi difendono Cesone Quinzio ricordando le gesta sue e della sua famiglia.
13

Un certo Marco Volscio Fittore (altro personaggio di dubbia autenticità) accusa Cesone Quinzio di aver percosso il fratello nel corso di una rissa durante la recente pestilenza, la vittima sarebbe poi deceduta a seguito delle percosse ricevute.

14

Cesone Quinzio rischia il linciaggio e sta per essere arrestato, quindi si decide di rilasciarlo sotto cauzione ed egli parte in esilio volontario evitando di presentarsi al processo.
Dopo l'esilio di Cesone i patrizi cambiarono tattica e comportandosi benevolmente verso il popolo calmarono le acque riuscendo a far slittare ancora la legge.
15

Anno 460 a.C. consoli Caio Claudio e Publio Valerio Publicola. I patrizi congiuravano contro la plebe e contro i tribuni, si temeva la ripresa delle ostilità verso i Volsci ed Equi. In questo clima duemilacinquecento esuli e schiavi guidati da Appio Erdonio si ribellarono ed occuparono il Campidoglio.
L'inaspettato evento reca grande scompiglio in città. Appio Erdonio minaccia di chiamare in suo aiuto Volsci ed Equi.

16

I tribuni della plebe sostengono che la rivolta sul Campidoglio non ha grande importanza e che si deve ugualmente procedere alla votazione della legge.

17

Scandalizzato il console Publio Valerio Publicola arringa alla folla perchè accantoni le questioni politiche e si dedichi alla liberazione del Campidoglio, quindi dichiara di prendere le armi e di considerare come nemico chiunque intenda ostacolarlo.
La situzione si fa critica e la notte trova tutti i Romani in ferventi discussioni sul da farsi.

18

Giungono a Roma aiuti spontaneamente inviati da Tuscolo. Valerio garantisce che dopo la riconquista del Campidoglio non si opporrà all'assemblea popolare e l'esercito, rinforzato con il contingente tuscolano muove contro i ribelli. Nello scontro muoiono sia Valerio Publicola sia Appio Erdonio.

19

In sostituzione di Publicola fu eletto console Lucio Quinzio Cincinnato, padre di Cesone. Ovviamente il nuovo console si dimostra subito ostile ai tribuni della plebe ed alla loro proposta dichiara che non permetterà che si voti la legge proposta prima di aver sconfitto Volsci ed Equi.

20

I tribuni della plebe ostacolano la leva ma Quinzio fa appello al giuramento che era stato prestato a Publicola in occasione della presa del Campidoglio per reclutare la plebe.

21

Per placare la situazione il Senato decreta che in quell'anno non si proceda nè alla votazione della legge nè ad azioni militari esterne, nonchè proibisce che gli stessi consoli e tribuni vengano eletti per l'anno successivo. Non rispettando questo decreto la plebe rielegge gli stessi tribuni ed i patrizi vorrebbero rieleggere Quinzio che rifiuta.

22

Anno 459 a.C. consoli Quinto Fabio Vibulano per la terza volta e Lucio Cornelio Maluginense (figlio del console del 485 a.C.). Volsci ed Equi incombevano ed ancora una volta si decise di dare precedenza alla guerra. Un esercito mosse con Quinto Fabio verso Anzio ed un altro, comandato da Cornelio, rimase a difendere la città. Presso Anzio Quinto Fabio attaccò il campo dei Volsci facendone grande strage.

23

Intanto gli Equi avevano stretto d'assedio Tuscolo ed i Romani, grati per il recente aiuto avuto dai Tuscolani corrono in loro aiuto abbandonando Anzio.
La guerra con gli Equi intorno a Tuscolo durò diversi mesi, alla fine gli Equi furono vinti e sterminati dall'esercito consolare.

24

Intanto a Roma continuavano i contrasti sociali.
I questori Aulo Cornelio e Quinto Servilio citarono Marco Volscio in giudizio per aver reso falsa testimonianza contro Cesone Quinzio. I consoli tornarono trionfatori. Gli Equi chiedono la pace. Viene svolto il censimento e compiuto il sacrificio lustrale.

25

Anno 458 a.C. consoli Lucio Minucio e Caio Nauzio. Il questore Tito Quinzio Capitolino si adopera perchè venga celebrato il processo contro Volscio, calunniatore di Cesone.
I tribuni insistono per la votazione della Lex Terentilia.
Gli Equi violando il trattato di pace dell'anno precedente affidano il comando a Gracco Clelio e riprendono l'offensiva accampandosi sull'Algido. I Romani non ottenendo riparazione dagli Equi decidono di attaccare sia il campo sull'Algido che il loro territorio.

26

Improvvisamente i Sabini prendono a compiere scorrerie nel territorio romano arrivando minacciosamente vicini alla città.
Nonostante le proteste dei tribuni i consoli armano due eserciti e muovono contro il nuovo nemico.
Nauzio adotta una tattica di guerriglia penetrando profondamente in territorio sabino
mentre
Minucio temporeggia pavidamente.
Il campo di Minucio viene assediato dai Sabini e quando la notizia giunge a Roma si decide di nominare un dittatore.
Viene scelto Lucio Quinzio Cincinnato il quale, famosamente, riceve la nomina mentre era intento a coltivare il suo campo.

27

Cincinnato nomina maestro della cavalleria Lucio Tarquizio, sospende l'attività giudiziaria e recluta tutti i cittadini atti alle armi.
L'esercito di Cincinnato con una marcia forzata raggiunge l'Algido.

28

Durante la notte Cincinnato accerchia gli Equi che a loro volta circondavano il campo del console Minucio. Il grido dei Romani soccorritori giunge agli assediati che iniziano a combattere. Gli Equi non riescono a combattere contemporaneamente sui due fronti e sono costretti a chiedere la resa.
Il dittatore, tratto in catene Gracco Clelio con gli altri capi, lascia andare gli Equi dopo averli fatti passare sotto il giogo.

29

Cincinnato biasima Minucio (che rinuncia al consolato), e torna a Roma dove viene accolto trionfalmente.
Prima di dimettersi usa la sua autorità per chiudere una vecchia questione: si svolge il processo per falsa testimonianza contro Marco Volscio che viene esiliato a Lanuvio.
Cincinnato rinunciò alla dittatura dopo sedici giorni.
Il console Nauzio ottenne altre vittorie sui Sabini mentre Quinto Fabio veniva inviato a presidiare l'Algido al posto di Minucio.
Per l'assenza degli eserciti la proposta di legge dei tribuni della plebe fu nuovamente rinviata.

30

Anno 457 a.C. consoli Quinto Minucio e Marco Orazio Pulvillo.
Nuovo attacco degli Equi che annientano il presidio romano di Carbione e nuova incursione dei Sabini in territorio romano.
I tribuni approfittando della situazione pongono come condizione per non ostacolare la leva che il loro numero venga elevato a dieci ed ottengono quanto richiesto.
Minucio e Orazio vincono gli Equi e i Sabini.
31

Anno 456 a.C. consoli Marco Valerio e Spurio Virginio.
Carestia per le eccessive piogge.
Legge per la libertà di costruzione sull'Aventino (Legge Icilia).
Anno 455 a.C. consoli Tito Romilio e Caio Veturio.
I tribuni riprendono a sostenere la loro proposta di legge.
Gli Equi attaccano Tuscolo che viene soccorsa dai due consoli, riportando un bottino che viene venduto per rifocillare le casse dell'erario, ciò risultò non gradito all'esercito.
Anno 454 a.C.. consoli Spurio Tarpeio e Aulo Eternio. I consoli precedenti Romilio e Veturio sono citati in giudizio, processati e multati. Per rappresaglia i patrizi riprendono ad ostacolare le proposte dei tribuni. Si cerca una composizione dell'ormai datata questione della proposta di legge. Una commissione composta da Spurio Postumio Albo, Aulo Manlio e Sulpicio Camerino Cornuto viene inviata ad Atene per studiare le leggi di Solone e la costituzione di altre città della Grecia. (Ogilvie ritiene che la missione in Grecia non sia fededegna).

32

Anno 453 a.C. consoli Publio Curiazio e Sesto Quintilio.
Quell'anno regnò la pace ma la città fu funestata da una grave pestilenza nella quale morì anche il console Quintilio.
Anno 452 a.C. consoli Caio Menenio e Publio Sestio Capitolino.
Tornati gli ambasciatori da Atene fu istituito il decemvirato sospendendo ogni altra forma di magistratura.

33

Anno 451 a.C. Furono creati decemviri: Appio Claudio, Tito Genucio, Publio Sestio, Lucio Veturio, Caio Giulio, Aulo Manlio, Sulpicio Camerino, Publio Curiazio, Tito Romilio e Spurio Postumio.
Claudio e Genucio erano stati eletti consoli ed ebbero la carica in sostituzione del consolato.
La presidenza del decemvirato, col favore della plebe, toccò ad Appio Claudio. I decemviri ogni dieci giorni amministravano la giustizia, dando prova di grande concordia e moderazione.

34

Compiuto il loro lavoro i decemviri espongono dieci tavole riportanti le leggi da loro proposte ed invitando i cittadini a prendere visione. Dopo pubbliche discussioni ed emendamenti le leggi furono approvate dai comizi centuriati e, dice Livio, " costituiscono ancora la fonte di tutto il diritto pubblico e privato ".
Si ritenne però di dover aggiungere altre leggi per completare il corpo e si decise per l'anno successivo di rieleggere il decemvirato perchè le compilasse.

34

Nel periodo elettorale Appio Claudio svolge una campagna intensa per la propria candidatura, cercando di guadagnare il favore dei plebei in maniera non consona ai suoi precedenti di aristocratico.
Vengono eletti: Appio Claudio, Marco Cornelio Maluginense, Marco Sergio, Lucio Minucio, Quinto Fabio Vibulano, Quinto Petilio, Tito Antonio Merenda, Cesone Duilio, Spurio Oppio Cornicino, Manio Rabuleio.

35

Fin dalla loro entrata in carica i membri del secondo decemvirato dimostrano le proprie intenzioni dispotiche presentandosi nel Foro con dodici littori ciascuno. Amministrano la giustizia in maniera tirannica perpetrando ogni abuso. Gira voce che non intendono convocare i comizi ma usurpare definitivamente il potere.

37

Furono esposte altre due tavole di leggi, atto che concludeva il compito e la ragion d'essere del decemvirato, tuttavia i decemviri continuavano ad esercitare il potere in modo sempre più tirannico spesso riscuotendo il favore del patriziato.

38

Frattanto Sabini ed Equi riaprono le ostilità compiendo devastazioni nell'agro romano e tuscolano. Con molta difficoltà i decemviri, ormai invisi sia ai patrizi che ai plebei riescono a convocare il Senato.

39

Durante la seduta del Senato alcuni patrizi fra cui Lucio Valerio Petito e Marco Orazio Barbato attaccarono duramente i decemviri accusandoli di usurpazione e tirannide e minacciando di provocare tumulti popolari.

40

Caio Claudio, zio di Appio Claudio propone di non riconoscere la convocazione dei decemviri che, scaduto il loro mandato dovevano essere considerati privati cittadini, e di eleggere un interrè. Lucio Cornelio Maluginense, fratello del decemviro Marco Cornelio propone invece di rimandare la questione e di occuparsi dell'incombente minaccia sabina.

41

Valerio ed Orazio portarono avanti una violenta opposizione ma alla fine si decise di procedere alla leva.
I decemviri si dividono i compiti relativi alle imminenti azioni belliche: a Quinto Fabio viene affidato il comando delle operazioni contro i Sabini con l'aiuto di Manio Rabuleio Quinto Petilio. Marco Cornelio Maluginense muove contro gli Equi con Tito Antonio, Lucio Minucio, Cesone Duilio e Marco Sergio.
Appio Claudio e Spurio Oppio vengono incaricati della difesa della città.

43

L'odio dei soldati verso i decemviri li spinge all'indisciplina, ne consegue la sconfitta per entrambi gli eserciti. Il Senato prende misure d'emergenza per difendere la città.

44

Lucio Siccio Dentato, avversario politico dei decemviri, viene da questi fatto eliminare, tentando di simulare un agguato da parte dei nemici.

45

La vicenda di Virginia. Era figlia dell'ufficiale Lucio Virginio e fidanzata dell'ex tribuno Lucio Icilio.
Appio Claudio se ne innamorò ma non riuscì ad ottenerne le grazie, quindi passò alle vie di fatto. Con l'aiuto dei falsi testimoni asserì che la fanciulla era figlia di una sua schiava e quindi gli apparteneva di diritto. Il padre si trovava fuori Roma impegnato nella guerra contro gli Equi.
Appio Claudio usò ignobilmente il suo potere giudiziario perchè la ragazza gli venisse affidata. Icilio intervenne nel processo e minacciò personalmente Claudio.

46

Davanti alla risoluta posizione di Icilio, Appio Claudio prende tempo e accetta di rimandare il processo al giorno seguente.
Si va a chiamare Virginio, padre della ragazza. Intanto Virginia ottiene la libertà provvisoria con la malleveria dei suoi parenti mentre lei ed Icilio ricevono manifestazioni di solidarietà da parte della folla.

47

L'indomani Virginio si presenta con la figlia al processo, l'opinione e la solidarietà pubblica sono con lui, ciò nonostante Appio Claudio pronuncia la sentenza che rende sua schiava la fanciulla. Virginio brandisce la spada e minaccia Appio.

48

Appio avverte i presenti di aver preparato uomini armati per sedare eventuali disordini e ordina al littore di prendere in consegna la ragazza. Virginio chiede di potersi appartare un momento con la ragazza e la sua nutrice quindi ne approfitta per pugnalare la figlia liberandola, con la morte, dalla schiavitù e dal disonore.

49

Ne nasce un tumulto. Appio ordina di arrestare Icilio ma questi oppone resistenza aiutato dalla folla e da Valerio ed Orazio. Nella rissa Appio si vede in pericolo e fugge a nascondersi. Il decemviro Spurio Oppio convoca d'urgenza il Senato.

50

Intanto Virginio, seguito da una schiera di cittadini, raggiunge il campo dei commilitoni e, raccontando la sua storia, li incita alla rivolta. Le truppe sollevate occupano l'Aventino. Il Senato prudentemente invia tre delegati (Spurio Tarpeio, Caio Giulio, Sulpicio Camerino) a trattare. Gli insorti chiedono di trattare con Valerio ed Orazio.

51

Gli insorti eleggono fra di loro dieci " Tribuni militari " che comandino le loro azioni. Intanto Icilio ed un parente di nome Publio Numitorio hanno raggiunto le truppe di stanza in Sabina provocandone la rivolta. Anche queste truppe nominano dei tribuni e raggiungono gli altri insorti sull'Aventino. I venti tribuni ne scelgono due fra loro ai quali assegnare il supremo comando: Marco Oppio e Sesto Manilio.

52

Le truppe insorte si trasferiscono dall'Aventino al Monte Sacro (fuori città) seguite da molti plebei con le loro famiglie. Infine i decemviri nella città abbandonata dalla plebe, circondati dal dissenso dei patrizi, si rassegnano a rinunciare al potere chiedendo protezione al Senato.

53

Valerio ed Orazio sono invitati dal Senato a fare da mediatori presso gli insorti. La plebe chiede che vengono ripristinati il tribunato ed il dirittto di appello. Chiede inoltre che le vengano consegnati i decemviri. Valerio ed Orazio concordano con le richieste dei plebei ma li dissuadono dai propositi di vendetta.

54

Udite le richieste della plebe il Senato delibera che i decemviri depongano immediatamente la loro carica, che vengano eletti i tribuni e che la secessione delle truppe e della plebe non venga in alcun modo punita.
Vengono eletti i nuovi tribuni della plebe: Lucio Virginio, Lucio Icilio, Publio Numitorio, Caio Sicinio, Marco Duilio, Marco Titinio, Marco Pomponio, Caio Apronio, Publio Villio, Caio Oppio.

55


Anno 449 a.C. consoli Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato. Valerio ed Orazio promulgano le famose leggi che recano il loro nome:
- la deliberazione della plebe nei comizi tributi obbligano tutta la popolazione (compresi patrizi e senatori).
- viene confermata la potestà tributaria e l'inviolabilità dei tribuni.
- viene stabilito il divieto di creare magistrature non soggette al diritto di appello al popolo.
- viene infine stabilito che i decreti del Senato si consegnino anche agli edili della plebe che li conserveranno nel tempio di Cerere a tutela da mistificazioni.

56


Lucio Virginio cita in giudizio Appio Claudio. Virginio chiede che Appio Claudio venga immediatamente incarcerato e Claudio, fra l'indignazione generale, tenta di ricorrere al diritto di appello che era appena stato ripristinato.

57


Lucio Virginio arringa duramente contro Claudio ricordandone i misfatti ed ottiene che l'ex decemviro venga imprigionato.
Giungono a Roma ambasciatori Latini ed Ernici a congratularsi per i recenti avvenimenti e portano la notizia che Equi e Volsci stanno preparando nuove offensive. I Romani si preparano a combattere.
Ad Orazio toccano in sorte le operazioni contro i Sabini, a Valerio quelle contro gli Equi. Vengono esposte, incise nel bronzo, le Leggi delle Dodici Tavole.
58

Il vecchio Caio Claudio tenta di intercedere, senza successo, in favore del nipote. Appio Claudio, perduta ogni speranza, si suicida alla vigilia del processo. Analoga fine tocca all'ex decemviro Spurio Oppio, citato in giudizio da Publio Numitorio. Gli altri ex decemviri sono esiliati ed i loro beni confiscati.

59

Saggiamente il tribuno Marco Duilio propone per quell'anno la sospensione delle attività giudiziarie perchè si evitino eccessi e persecuzioni conseguenti alla destituzione dei decemviri.

60


Il console Valerio sull'Algido si accampa presso gli Equi e comincia una guerra di posizione.

61


Finalmente Valerio attacca vittoriosamente il campo degli Equi riscattando la sconfitta subita l'anno precedente dall'esercito dei decemviri. La notizia giunge a Roma ed all'esercito di Orazio in Sabina.

62


Descrizione della battaglia fra l'esercito di Orazio e i Sabini.

63


I due eserciti vincitori tornano a Roma. I consoli convocano il Senato. Il Senato non vuole decretare il trionfo perchè i patrizi anziani sono ostili a Valerio e a Orazio per i loro meriti popolari. Su proposta di Lucio Icilio per la prima volta, il trionfo è decretato dal popolo senza il consenso del Senato.

64


Scaduti i mandati i tribuni in carica tentano di essere rieletti e di far rieleggere gli stessi consoli. Ma a presiedere i comizi tributi viene sorteggiato il saggio Marco Duilio che impedisce la rielezione. Vengono nominati solo cinque nuovi tribuni che dovevano, secondo la legge, scegliere i colleghi mancanti.

65


Anno 448 a.C. Vengono eletti consoli Spurio Erminio e Tito Virginio Celimontano. Il tribuno della plebe Lucio Trebonio esercita la sua carica osteggiando i patrizi con tale determinazione da ottenere il soprannome di " Aspro ".
Anno 447 a.C. consoli Marco Geganio Macerino e Caio Giulio.
Continue provocazioni da parte dei giovani patrizi. I tribuni eletti non si dimostrano all'altezza della situazione.

66


Anno 446 a.C. consoli Tito Quinzio Capitolino (per la quarta volta) e Agrippa Furio.
Discordia civile e provocazioni da parte degli Equi.

67


I Volsci devastano l'Agro Romano e giungono alla Porta Esquilina. Il console Tito Quinzio Capitolino arringa al popolo incitandolo a mettere termine alla discordia civile e a prendere le armi contro gli invasori.

68


Continua il discorso di Tito Quinzio Capitolino.

69


Il discorso di Quinzio riceve consenso unanime e si passa alla leva. L'esercito viene composto con estrema rapidità e dopo tre giorni si trova già presso Lorbione, schierato per la battaglia.

70


Descrizione dell'ennesima battaglia vittoriosa contro gli Equi ed i Volsci e delle gesta eroiche dei due consoli.

71


Le città di Aricia e Ardea che contendevano da tempo un tratto di terra chiedono al popolo romano di fungere da giudice.
All'assemblea interviene il vecchio plebeo Publio Scapzio che pretende che quel territorio essendo appartenuto alla conquistata Corioli, spetti ai Romani. Si tratta di un impostore ma riesce a parlare attirando l'interesse della folla.

72

Nonostante le argomentazioni contrarie dei consoli e dei senatori prevale la cupidigia e l'assemblea delibera, in modo vergognoso, che il territorio conteso venga considerato proprietà pubblica del popolo romano. Questo episodio è probabilmente una invenzione risalente, secondo Ogilvie alla fine del IV secolo.


LIBRO IV


1


Anno 445 a.C. consoli Marco Genucio e Caio Curzio.
Il tribuno Caio Canuleio presenta la legge che consenta i matrimoni fra patrizi e plebei.
Cominciano a profilarsi le proposte dei tribuni sull'elezione di consoli plebei.
Agitazioni all'esterno da parte degli Ardeatini, dei Veienti, dei Volsci e degli Equi.

2


Durissima reazione dei consoli contro la proposta di Canuleio e contro la sua minaccia di impedire la leva.

3


Discorso di Canuleio contro quello dei consoli, in difesa dei diritti e della dignità della plebe.

4


Canuleio continua il suo discorso: poichè la legge proposta prevede che i figli dei matrimoni misti seguano la condizione del padre, la legge stessa non comporta alcun radicale mutamento di diritto ma vuole solo abrogare una proibizione ritenuta offensiva per la plebe.

5


Canuleio conclude la sua arringa con una presa di posizione precisa: si opporrà alla leva finchè l'assemblea non avrà votato le proposte, si adopererà invece in favore della leva se i patrizi accetteranno le nuove leggi.

6


Alla fine il patriziato cede sulla questione matrimoniale e la legge di Canuleio viene approvata mentre per quanto riguarda il consolato si giunge al compromesso di istituire la carica dei tribuni militari con potestà consolare accessibile anche ai plebei. Di fatto i tribuni eletti sono tutti patrizi.

7


Anno 444 a.C. Per la prima volta invece dei consoli vengono eletti tribuni militari con autorità consolare: Aulo Sempronio Atratino, Lucio Atilio, Tito Clelio.
Questi tribuni durano in carica solo due mesi e poi vengono destituiti per vizi di forma nella loro elezione denunciati dagli auguri. I patrizi eleggono un interrè.
Ambasciatori di Ardea vengono a Roma a chiedere riparazione del torto subito (III, 71) per salvare la pace e l'alleanza, il Senato chiede tempo. Dopo alcune contese si decise di eleggere di nuovo i consoli, li elesse l'interrè Tito Quinzio Barbato: Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino. Costoro entrarono in carica come sostituti e conclusero il nuovo trattato di alleanza con Ardea.

8


Anno 443 a.C. consoli Marco Geganio Macerino (seconda volta), e Tito Quinzio Capitolino (quinta volta).
In quest'anno viene istituita la Censura. Ebbe origine dalla necessità di svolgere regolarmente il censimento senza che questo intralciasse i consoli nello svolgimento delle loro principali mansioni. I senatori accettarono di buon grado che la nuova carica toccasse ai patrizi ed i tribuni non fecero opposizione.
La Censura inizialmente fu considerata una carica modesta e puramente amministrativa ma più tardi i censori ebbero grande autorità politica e morale nello stato romano.
Secondo Ogilvie fu fra i motivi dell'istituzione della carica il fatto che i tribuni militari con potestà consolare, se plebei, non avrebbero potuto svolgere i riti religiosi connessi al censimento.

9


Nella città di Ardea è frattanto scoppiato un tumulto popolare a seguito del rapimento di una fanciulla contesa fra due pretendenti, uno patrizio ed uno plebeo. La plebe in rivolta assedia la città con l'aiuto dei Volsci. Gli ottimati Ardeatini chiedono aiuto ai Romani e vengono soccorsi dal console Marco Geganio che circonda di trincee la città ed i suoi assalitori.

10

I Volsci circondati tentano di andarsene in pace ma Geganio pretende soddisfazione. I Volsci combattono ma vengono immediatamente sopraffatti ed il loro capo Cluilio viene consegnato al console che lo reca a Roma per il suo trionfo.
I Romani ristabiliscono l'ordine ad Ardea decapitando i capi della rivolta.
Frattanto a Roma il console Quinzio forte del suo prestigio personale ha mantenuto la pace ed amministrato equamente la giustizia.

11

Anno 442 a.C. consoli Marco Fabio Vibulano e Postumo Ebuzio Cornicine. Viene decretato di inviare una colonia ad Ardea per incrementare le difese contro eventuali aggressioni. I coloni sono Rutuli e Romani. Si assegnano terreni prima ai Rutuli in modo che il territorio precedentemente usurpato (vedi III, 71 - 72) venga di fatto restituito agli Ardeatini.
Viene nominato un triumvirato per stanziare la colonia. I Triumviri sono avversati dalla plebe romana perchè assegnavano agli alleati territori che il popolo romano aveva giudicato suoi.

12


Anno 441 a.C. consoli Caio Furio Paculo e Marco Papirio Crasso.
Tentativo fallito del tribuno Petelio di distribuire terre alla plebe.
Anno 440 a.C. consoli Proculo Geganio Macerino e Lucio Menenio Lanato.
Scoppia una gravissima carestia. Viene nominato Lucio Minucio come prefetto all'annona. Questi opera nel migliore dei modi ma con scarsi risultati data la gravità della situazione.

13


Il cavaliere Spurio Melio, molto ricco per quei tempi, effettua una incetta di cereali in Etruria prende a distribuirli al popolo con evidenti intenzioni demagogiche. Si riteneva che mirasse addirittura al regno.
Anno 439 a.C. consoli Tito Quinzio Capitolino (IV volta) e Agrippa Menenio Lanato.
Lucio Minucio viene confermato prefetto dell'annona e denuncia le attività sediziose di Spurio Melio. Il console Quinzio propone che venga eletto dittatore il vecchio Cincinnato in quanto la carica di console, definita dal diritto di appello al popolo non gli permetteva di agire contro Melio come avrebbe dovuto.
Cincinnato, accetta la carica, nomina maestro di cavalleria Caio Servilio Ahala.

14

Spurio Melio, citato in giudizio da Cincinnato tenta di fuggire ma viene ucciso da Servilio Ahala.

15

Cincinnato parla alla folla: loda il gesto di Servilio Ahala, condanna il tentato colpo di stato di Spurio Melio ed ordina la confisca dei suoi beni a favore dell'erario.

16

Viene premiato Lucio Minucio. Secondo una fonte incerta, confutata dallo stesso Livio, Minucio sarebbe stato nominato undicesimo tribuno per sedare disordini conseguenti alla morte di Melio.
Anno 438 a.C. Vengono eletti tre soli tribuni militari con potestà consolare: Lucio Quinzio, figlio di Cincinnato, Mamerco Emilio e Lucio Giulio.

17


La colonia di Fidene si ribella e passa a Tolumnio, re di Veio.
Gli ambasciatori Romani vengono uccisi per ordine di Tolumnio.
Anno 437 a.C. Vengono eletti consoli Marco Geganio Macerino (per la terza volta) e Lucio Sergio Fidenate. Il dolore e l'indignazione per la morte degli ambasciatori rendono critica la situazione ed il Senato affida la dittatura a Mamerco Emilio tribuno militare nell'anno precedente, questi a sua volta nomina maestro di cavalleria l'ex collega Lucio Quinzio Cincinnato e suoi luogotenenti Tito Quizio Capitolino e Marco Fabio Vibulano. Il dittatore attacca subito il nemico respingendolo oltre l'Aniene. I due eserciti si accampano quindi uno di fronte all'altro presso la confluenza dell'Aniene nel Tevere.

18


La battaglia dei Romani contro l'esercito nemico composto di Veienti, Fidenati e Falisci.

19


Il cavaliere romano Aulo Cornelio Cosso, durante i combattimenti, ingaggia un duello con Tolumnio e lo uccide, mentre le sorti della battaglia volgono a favore di Roma.

20


Trionfo di Mamerco Emilio. Cosso reca a Roma le spoglie opime di Tolumnio e le depone nel tempio di Giove, accanto a quelle dedicate da Romolo. Livio ricorda che alcune fonti dicevano che Cosso aveva dedicato le spoglie opime alcuni anni più tardi durante il suo consolato.
Augusto, ai tempi di Livio aveva fatto restaurare il tempio e diceva di aver letto personalmente l'iscrizione Cosso console.

21


Anno 436 a.C. consoli Marco Cornelio Maluginense e Lucio Papirio Crasso. Nuovi scontri con Veienti e Fidenati. Il tribuno della plebe Spurio Melio (evidentemente parente dell'omonimo di cui a III, 13) tenta senza successo di citare in giudizio Lucio Minucio e Servilio Ahala. La popolazione romana è colpita da una pestilenza.
Anno 435 a.C. consoli Caio Giulio e Lucio Virginio. La pestilenza si aggrava.
Fidenati e Veienti muovono contro Roma.
Viene nominato dittatore Quinto Servilio Prisco (o Strutto) che sceglie come maestro di cavalleria Postumo Ebuzio Elva.

22


Il dittatore respinge i nemici e tenta l'assedio di Fidene che infine espugna scavando una galleria sotto le mura della città (l'episodio sembra essere un doppione di quello della conquista di Veio).

23


Anno 434 a.C. consoli Caio Giulio (per la terza volta) e Lucio Virginio (per la seconda volta) secondo Licinio Macro. consoli Marco Manlio e Quinto Sulpicio Camerino Pretestato secondo Valerio Anziate e Quinto Tuberone.
Veienti e Falisci si rivolgono alla confederazione etrusca delle dodici città per preparare un grosso attacco contro Roma.
Il Senato nomina di nuovo dittatore Mamerco Emilio che sceglie come maestro di cavalleria Aulo Postumio Tuberto.

24


Le città etrusche negano aiuto ai Veienti e la guerra preparata non scoppia. Mamerco Emilio si dedica allora a questioni politiche e propone che la durata della censura venga ridotta da cinque anni a diciotto mesi. La legge viene approvata e Mamerco depone la dittatura. Per rappresaglia i censori usano i loro poteri contro Mamerco: lo escludono dalle tribù privandolo del diritto di voto e lo tassano ingentemente.

25


Anno 433 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Marco Fabio Vibulano, Marco Folio e Lucio Sergio Fidenate (tutti patrizi).
Pestilenza. Viene votato ad Apollo un tempio per la salute pubblica.
A seguito della pestilenza si teme la carestia e si fa incetta di frumento.
Anno 432 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Pinario Mamerco, Lucio Furio Medullino e Spurio Postumio Albo (tutti patrizi).
I tribuni della plebe presentano proposte di legge contro i brogli elettorali.

26


Anno 431 a.C. consoli Tito Quinzio Cincinnato Peno (figlio di Lucio) e Cneo Giulio Mentone. Equi e Volsci riprendono le ostilità accampandosi sul Monte Algido. Fra molti contrasti dei consoli con i senatori viene nominato dittatore Aulo Postumio Tuberto che sceglie come maestro di cavalleria Lucio Giulio. Si procede alla leva e si chiedono soldati agli alleati Ernici e Latini.
27

Il dittatore ed il console Quinzio pongono gli accampamenti nei pressi di quelli nemici ed inizia una serie di schermaglie.

28

Battaglia con i Volsci. Fra i Volsci Vettio Messio da prova d'eroismo.

29

Vittoria dei Romani e trionfo di Postumio. Dedica del tempio di Apollo votato due anni prima.
In quell'anno (431 a.C.) i Cartaginesi avrebbero compiuto una spedizione in Sicilia. (Forse è un errore perchè le fonti greche non ne parlano).

30

Anno 430 a.C. consoli Lucio Papirio Crasso e Lucio Giulio.
Resa degli Equi. Tregua di otto anni.
Nuova legge sulle ammende.
Anno 429 a.C. consoli Lucio Sergio Fidenate (per la seconda volta) e Ostio Lucrezio Tricipitino.
Anno 428 a.C. consoli Aulo Cornelio Cosso e Tito Quinzio Cincinnato Peno (per la seconda volta).

Scorrerie dei Veienti.
Siccità, moria del bestiame, epidemie di scabbia.
Anno 427 a.C. consoli Caio Servilio Ahala e Lucio Papirio Mugillano.
I Feziali inviati a Veio per chiedere soddisfazione degli incidenti dell'anno precedente non la ottengono.
Le centurie decretano guerra.
31
Anno 426 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Tito Quinzio Cincinnato Peno, Caio Furio, Marco Postumio e Aulo Cornelio Cosso.
Cosso ebbe il comando dell'Urbe, gli altri mossero contro Veio.
Approfittando della discordia dei tre tribuni i Veienti hanno la meglio nei primi scontri.
Viene nominato dittatore Mamerco Emilio che sceglie Cosso come maestro di cavalleria.
I Veienti attirano volontari etruschi in cerca di bottino e si accordano con i Fidenati.

32


Discorso ai Romani di Mamerco Emilio per incitarli al combattimento. Battaglia contro i Veienti e Fidenati.

33


Dettagliata descrizione della battaglia.

34


Resa incondizionata dei Fidenati.

33


Anno 425 a.C.: Tribuni militari con potestà consolare: Aulo Sempronio Atratino, Lucio Quinzio Cincinnato, Lucio Furio Medullino e Lucio Orazio Barbato.
Tregua di venti anni con Veio e di tre anni con gli Equi.
Anno 424 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Appio Claudio Crasso, Spurio Nauzio Rutulo, Lucio Sergio Fidenate e Sesto Giulio Iulo. Si svolgono grandi giochi che erano stati votati due anni prima dal dittatore Emilio Mamerco. I tribuni, dopo i giochi, riprendono la loro campagna per spingere i plebei a candidarsi al tribunato militare con potestà consolare.

36


Alcuni plebei presentano la candidatura, intanto i senatori tramano per tornare all'elezione dei consoli. I tribuni militari in carica vengono inviati nel territorio degli Ernici per un'inchiesta ed il comando della città viene affidato ad Appio Claudio, figlio del decemviro.

37


Anno 423 a.C.424 a.C. consoli Caio Sempronio Atratino e Quinto Fabio Vibulano. In quell'anno i Sanniti presero agli Etruschi la città di Volturno ribattezzandola Capua.
Gli ex tribuni inviati in inchiesta e varie ambascerie degli Ernici e dei Latini riferiscono che i Volsci si stanno di nuovo preparando alla guerra.
Il console Sempronio organizza male il suo esercito che al primo scontro con i Volsci si trova in difficoltà.

38


Il cavaliere Sesto Tempanio, durante la battaglia, cerca di recuperare la situazione spingendo la cavalleria in armi contro il nemico.

39


Il manipolo guidato da Tempanio si comporta valorosamente, circondato si apposta su una collinetta e la difende a lungo. La notte interrompe la battaglia il cui esito è ancora incerto.

40

I cavalieri di Sesto Tempanio riescono a scampare all'accerchiamento e tornano a Roma mentre sia l'esercito romano che quello nemico si sono dispersi. A Roma il racconto di Tempanio serve ai tribuni per aprire una polemica contro il console Sempronio.
41

Tempanio moderatamente rifiuta di prestarsi alle polemiche dei tribuni. Il console Sempronio torna a Roma con poco onore e si difende come può.
Intanto viene concluso un vecchio processo contro Marco Postumio e Tito Quinzio che, tribuni nel 426 a.C., erano stati sconfitti a Veio. Postumio viene multato e Tito Quinzio assolto.

42

Anno 422 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Manlio Capitolino, Quinto Antonio Merenda e Lucio Papirio Mugillano.
Sesto Tempanio è eletto tribuno della plebe.
Il tribuno Lucio Ortensio cita in giudizio Caio Sempronio per gli eventi militari dell'anno precedente ma su esortazione dei suoi colleghi ritira la denuncia.

43

Anno 421 a.C. consoli Numerio Fabio Vibulano e Tito Quinzio Capitolino.
Il console Quinzio conduce alcune non importanti operazioni contro gli Equi.
Vengono istituiti due nuovi questori e la plebe entra in lotta per aver accesso a tali magistrature.
I contrasti fra Senato e tribuni della plebe impediscono i comizi e si verifica un periodo di interregno.

44 - 45


Anno 420 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Quinzio Cincinnato (per la terza volta), Lucio Furio Medullino, Marco Manlio e Aulo Sempronio Atratino.
Nonostante nelle lotte precedenti la plebe avesse ottenuto l'accesso alle nuove magistrature i due nuovi questori furono patrizi.
I tribuni parlarono di broglio elettorale e presero varie iniziative fra cui citare in giudizio Caio Sempronio per l'onta subita contro i Volsci e di riproporre la distribuzione delle terre alla plebe.
Caio Sempronio venne processato e multato.
Nello stesso anno la vestale Postumia viene processata per impudicizia ed assolta.
La città di Cuma, occupata dai Greci, fu presa dai Campani.
Anno 419 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Agrippa Menenio Lanato, Publio Lucrezio Tricipitino e Spurio Nauzio Rutulo.
Sventata una congiura degli schiavi.
Gli Equi riprendono i preparativi di guerra. Corre voce che anche gli abitanti di Labico covino l'insurrezione. Anno 418 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Sergio Fidenate, Marco Papirio Mugillano e Caio Servilio (figlio di Prisco). Equi e Labicani devastano il territorio di Tuscolo. Viene dichiarata guerra a Labico. I tribuni litigano per decidere chi resterà in città. Quinto Servilio impone al figlio di rinunciare al comando in guerra e di accettare la difesa di Roma.

46

Discordia fra i due tribuni partiti per la guerra. Qunito Servilio previdentemente fa pressioni sul figlio rimasto a difendere Roma perchè prepari un altro esercito. Infatti le truppe romane, causa la cattiva organizzazione, vengono rapidamente sconfitte e disperse. A Roma viene nominato dittatore Quinto Servilio Prisco che, con le riserve preparate dal figlio, organizza il contrattacco.

47

Quinto Servilio sconfigge i nemici e conquista Labico, dove viene dedotta una colonia.
L'anno successivo (417 a.C.) vennero eletti tribuni militari con potestà consolare: Agrippa Menenio Lanato (per la seconda volta), Caio Servilio Strutto (per la seconda volta) e Spurio Rutilio Crasso.
L'anno seguente (416 a.C.) vennero eletti tribuni militari con potestà consolare: Aulo Sempronio Atratino (per la terza volta), Marco Papirio Mugillano (per la seconda volta) e Spurio Nauzio Rutulo (per la terza volta).
Nel biennio vi fu pace all'estero e discordia all'interno per le leggi agrarie.

48


I tribuni della plebe Spurio Mecilio e Marco Metilio agitano il popolo per la riforma agraria. Appio Claudio, apre una politica di persuasione (o corruzione) per seminare la discordia fra i tribuni. In questo modo Mecilio e Metilio si trovano in minoranza e sono costretti a far cadere le loro proposte di legge.

49

Anno 415 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Cneo Cornelio Cosso, Quinto Quinzio Cincinnato, Caio Valerio Potito e Numerio Fabio Vibulano.
Un'alluvione del Tevere devasta il territorio dei Veienti, dissuadendoli dall'aprire ostilità contro i Romani.
Anno 414 a.C. Tribuni militari: Cneo Cornelio Cosso, Lucio Valerio Potito, Quinto Fabio Vibulano (per la seconda volta) e Marco Postumio Regillense.
Postumio Regillense riporta una vittoria sugli Equi e conquista Bola ma non mantiene la promessa fatta ai soldati di distribuire il bottino, inoltre a Roma assume in Senato atteggiamento arrogante e si scontra con il tribuno della plebe Marco Sestio.
50

L'atteggiamento di Postumio provoca una ribellione fra le truppe nel corso della quale Postumio viene lapidato.
Si tenta di aprire un'inchiesta. I tribuni bloccano con il veto i comizi elettorali, viene nominato interrè Quinto Fabio Vibulano.
51

L'interrè tenne comizi per l'elezione dei consoli e per l'anno 413 a.C. ottennero la carica: Aulo Cornelio Cosso e Lucio Furio Medullino.
I consoli conducono un'inchiesta sulla morte di Postumio mentre continua il fermento politico per la legge agraria.
Furio sconfigge i Volsci e conquista Ferentino.

52

Anno 412 a.C. consoli: Quinto Fabio Ambusto e Caio Furio Paculo.
Scoppia una pestilenza.
Anno 411 a.C. consoli: Marco Papirio Atratino e Caio Nauzio Rutulo.
All'epidemia segue, per l'incuria dei campi una grave carestia. Ci si approvvigiona di frumento presso gli Etruschi ed in Siclia.
53

Anno 410 a.C. consoli: Marco Emilio e Caio Valerio Potito. Altri episodi dell'interminabile guerra con Equi e Volsci.
Il tribuno Marco Menenio ostacola la leva ma i nemici prendono la città di Carvento (sconosciuta) il che induce gli altri tribuni ad opporsi a Menenio. L'esercito romano riconquista Carvento ma il console Valerio destina il bottino all'erario procurandosi impopolarità.

54

Anno 409 a.C. consoli: Cneo Cornelio Cosso e Lucio Furio Medullino (per la seconda volta).
Scontenta per le elezioni dei consoli (se fossero stati eletti i tribuni militari, Marco Menenio avrebbe avuto accesso alla carica) la plebe si rifà eleggendo tre questori plebei su quattro. Sono i primi questori plebei: Quinto Silio, Publio Elio e Publio Papio.
La campagna elettorale è sostenuta dagli Icilii, irriducibili avversari del patriziato. L'elezione dei questori plebei crea nuove polemiche e nuove dispute politiche.

55

Aprendosi di nuovo le ostilità con Equi e Volsci ne approfittano i tribuni della plebe per ottenere i comizi tribunati in luogo di quelli consolari. Il Senato tratta, osteggiando gli Icilii.

56

Anno 408 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Caio Giulio Iulo, Publio Cornelio Cosso e Caio Servilio Ahala, tutti patrizi.
Di fronte alla minaccia di nuovi attacchi da parte di Equi e Volsci il Senato prende la decisione (secondo Livio fuori luogo) di nominare un dittatore.

57

Viene eletto dittatore Publio Cornelio. Con una rapida guerra sconfigge i Volsci presso Anzio e depone la carica.
Anno 407 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Furio Medullino, Caio Valerio Potito, Numerio Fabio Vibulano e Caio Servilio Ahala, tutti per la seconda volta. E'probabile però che il Lucio Furio Medullino qui indicato non sia lo stesso del capitolo 44 (420 a.C.) e si tratti di un equivoco di Livio.

58


Era scaduta la tregua stipulata con Veio (secondo l'Ogilvie gli annalisti anticipano di due anni questa scadenza per computare dieci anni di assedio e uno di preliminari), i Romani inviano quindi ambascerie a trattare con i Veienti. Intanto i Volsci battono i Romani impossessandosi della città di Verrugine.
Anno 406 a.C. tribuni militari: Publio Cornelio Cosso, Cneo Cornelio Cosso, Numerio Fabio Ambusto e Lucio Valerio Potito.
I Veienti respingono gli ambasciatori Romani ma i tribuni militari nell'arruolamento incontrano resistenza da parte della plebe esasperata dalle continue guerre.

59


Si decide quindi di reprimere i Volsci e mentre Cneo Cornelio rimaneva a Roma per presidiare la città gli altri tribuni guidavano l'esercito in rappresaglia contro Anzio ed Ecetra, spingendosi fino a Terracina (Anxur o Ansure).
Il bottino della conquistata Terracina viene concesso ai soldati, il che riesce a migliorare i rapporti con i patrizi. Inoltre il Senato delibera di concedere una paga a spese dello stato ai combattenti (provvedimento che si rese necessario per il lungo assedio di Veio ma che non sarà frequente nel IV secolo).

60


Il provvedimento del Senato viene accolto con gioia dalla plebe ma i tribuni lo ostacolano argomentando che per pagare il soldo lo stato avrebbe imposto nuovi tributi. Tuttavia i patrizi contribuiscono ampiamente, subito imitati dai plebei più benestanti ed in breve il popolo accetta il tributo e l'arruolamento contro Veio.

61


Anno 405 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Tito Quinzio Capitolino, Quinto Quinzio Cincinnato, Caio Giulio Iulo (per la seconda volta), Aulo Manlio, Lucio Furio Medullino (per la terza volta) e Manio Emilio Mamerco.
La città di Veio viene cinta d'assedio dai Romani.
In questa fase le altre città etrusche non prendono posizione nella guerra.
Anno 404 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Caio Valerio Potito (per la terza volta), Manio Sergio Fidenate, Publio Cornelio Maluginense, Cneo Cornelio Cosso, Caio Fabio Ambusto (per alcuni studiosi Cesone Fabio Ambusto) e Spurio Nauzio Rutulo (per la seconda volta).
Battaglia campale a Ferentino contro i Volsci, vinta dai Romani. I Romani assediano Artena, città dei Volsci, che riescono ad espugnare grazie al tradimento di uno schiavo. Dubbia l'identificazione di questa Artena, secondo alcuni studiosi Livio avrebbe confuso Artena con Ortona.

LIBRO V


1


Si inasprisce la guerra con Veio. Nel 403 a.C. vengono eletti otto tribuni militari con potestà consolare: Manio Emilio Mamerco (per la seconda volta), Lucio Valerio Potito (per la terza volta), Appio Claudio Crasso, Marco Quintilio Varo, Lucio Giulio Iulo, Marco Postumio, Marco Furio Camillo e Marco Postumio Albino.
I Veienti invece nominarono un re (il cui nome non ci è stato tramandato). Secondo Livio il re eletto era inviso alle altre città etrusche per superbia ed empietà e questo fatto avrebbe alienato a Veio ogni possibile aiuto. Tuttavia gli assedianti Romani fortificarono anche una linea di difesa verso l'Etruria per sbarrare la strada ad eventuali contingenti alleati dei Veienti.

2


I tribuni decidono di mantenere l'assedio anche durante l'inverno, cosa all'epoca inusitata che provoca subito violenta opposizione da parte dei tribuni della plebe.

3


Contro i tribuni della plebe si schiera un Appio Claudio (i Claudii sono sempre in prima fila ad avversare i magistrati plebei). Inizio del discorso di Appio Claudio contro i tribuni.

4


Appio Claudio sostiene l'equità del provvedimento (i combattenti sono stipendiati) e la necessità di sconfiggere definitivamente i pericolosi Veienti.
5

Altri argomenti di Claudio: la tregua invernale comporterebbe la perdita delle grosse opere di fortificazione costruite per l'assedio, il pericolo di un attacco improvviso dei Veienti in territorio romano ed infine il rischio che Veio riesca ad ottenere dagli Etruschi gli aiuti che al momento si vede negare.

6

Appio Claudio conclude il lungo discorso con un duro attacco ai tribuni.

7


In una sortita i Veienti riescono ad incendiare parte delle opere dei Romani. La notizia, giunta a Roma, pone subito fine alle controversie fra patrizi ed i tribuni della plebe. I cavalieri chiedono di arruolarsi come volontari mettendo a disposizione i propri cavalli ed i plebei li imitano subito dopo iscrivendosi volontariamente alla leva fra il tripudio e la commozione generale.
Il passo è molto retorico e sostiene il valore della "concordia ordinum", spesso nascente da difficoltà esterne.
Evidentemente dietro tante manifestazioni di disponibilità cavalieri e fanteria cercavano i propri interessi e tendevano a guadagnare in partenza nell'ambito dell'organizzazione militare.

8

Anno 402 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Caio Servilio Ahala (per la terza volta), Quinto Servilio, Lucio Virginio, Quinto Sulpicio, Aulo Manlio (per la seconda volta), e Manio Sergio (per la seconda volta).
A Sud i Volsci riconquistarono Terracina (Ansure).
I Veienti sono soccorsi da Capenati e Falisci, i quali aggrediscono il campo di Manio Sergio. A causa della discordia fra i tribuni Sergio e Lucio Virginio i contingenti Romani non combattono concordemente e ne consegue una grave sconfitta. Tornati a Roma per rispondere al Senato i due tribuni si scambiarono improperi.

9

A causa del comportamento di Sergio e Lucio Virginio, il Senato decide di destituire il tribunato e convocare in anticipo i comizi per l'elezione dei nuovi magistrati.
I due litiganti tentano di opporsi al provvedimento ma sono avversati dai loro colleghi e dai tribuni della plebe e costretti a dimettersi.

10

Anno 404 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Valerio Potito (per la IV volta), Marco Furio Camillo (per la seconda volta), Manio Emilio Mamerco (per la terza volta), Cneo Cornelio Cosso (per la seconda volta), Cesone Fabio Ambusto e Lucio Giulio Iulo.
Gli impegni militari contro Veio e contro i Volsci comportano vasti arruolamenti e sensibile aggravio dei tributi con conseguente malcontento dei plebei.

11


Tre tribuni della plebe (Publio Curiazio, Marco Metilio e Marco Minucio) citano in giudizio Sergio e Lucio Virginio, i discordi tribuni militari dell'anno precedente, ed aprono una campagna politica contro di loro.

12

I due tribuni vengono condannati ad una forte multa.
Forti di questa vittoria i tribuni della plebe avanzano una nuova proposta di legge agraria e impediscono la riscossione dei tributi.
Scoppia una sommossa popolare.
Anno 400 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Publio Licinio Calvo, Publio Manlio, Lucio Titinio, Publio Melio, Lucio Furio Medullino e Lucio Publilio Volsco, dei quali solo il primo è plebeo.
I tribuni della plebe, lieti di aver ottenuto la nomina di almeno un plebeo, consentono la riscossione dei tributi e quindi il pagamento del soldo alle truppe.

13


I Romani riconquistano Ansure (Terracina). Sopraggiunge un inverno particolarmente rigido.
Il buon comportamento del tribuno plebeo Licinio Calvo porta all'elezione di molti plebei nel tribunato successivo.
Anno 399 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Marco Veturio, Marco Pomponio, Cneo Duilio, Volerone Publilio, Gneo Genucio e Lucio Attivio, dei quali solo il primo patrizio.
All'inverno inclemente fa seguito una grave epidemia del bestiame.
Furono consultati i Libri Sibillini e venne introdotto il rito del "lettisternio": si disponevano fuori dai templi le immagini degli dei adagiati su sontuosi divani e venivano disposti banchetti al loro cospetto.
A Veio i Falisci vengono definitivamente battuti e messi in fuga dai Romani.

14


I patrizi sfruttano l'inverno anomalo e la pestilenza come argomenti della loro propaganda definendoli conseguenze dell'ira degli dei dopo due anni di partecipazione plebea al tribunato. La superstizione è forte ed i tribuni eletti per il 398 a.C. sono tutti patrizi: Lucio Valerio Potito (per la quinta volta), Marco Valerio Massimo, Marco Furio Camillo (per la seconda volta), Lucio Furio Medullino (per la terza volta), Quinto Servilio Fidenate (per la seconda volta) e Quinto Sulpicio Camerino (per la seconda volta).
Non si verificarono atti degni di nota a Veio in quell'anno.
Potito riportò un bottino da Faleri, Camillo da Capena.

15


Avvennero dei prodigi fra cui un anomalo aumento di livello del lago di Albano. Per interpretare la volontà degli dei furono inviati ambasciatori a consultare l'oracolo di Delfi. Frattanto un aruspice di Veio afferma che la città non sarebbe caduta in mano dei Romani se questi non avessero fatto defluire le acque del lago Albano secondo le sue prescrizioni rituali. Il vecchio viene catturato dai Romani e costretto a ripetere e chiarire la sua profezia. Ma i Romani decidono di attendere comunque il ritorno degli ambasciatori inviati a Delfi.

16


Anno 397 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Giulio Iulo, Lucio Furio Medullino, Lucio Sergio Fidenate, Aulo Postumio Regillense, Publio Cornelio Maluginense e Aulo Manlio.
I Tarquiniesi approfittando dei molteplici impegni militari Romani e della situazione politica interna dell'Urbe prendono a saccheggiare le campagne romane.
I tribuni Aulo Postumio e Lucio Giulio con un contingente di volontari respingono facilmente l'insidia dei Tarquiniesi. Tornano a Roma gli ambasciatori da Delfi confermando la predizione dell'aruspice veiente: per ottenere la vittoria dovranno far defluire le acque del lago Albano nelle campagne circostanti, disperdendole in ruscelli.

17


Tramite l'aruspice veiente, ora tenuto in grande considerazione, si viene a sapere che i magistrati in carica non avendo bandito le tradizionali "ferie latine", avevano offeso gli dei e dovevano essere destituiti.
Seguirono tre interrè: Lucio Valerio, Quinto Servilio Fidenate e Marco Furio Camillo.
Intanto in Etruria si sta concretizzando la minaccia dei Galli: la confederazione etrusca pur continuando a negare aiuti ufficiali ai Veienti, concede ai propri cittadini volontari di partecipare alla guerra contro Roma. Ciò è motivo di nuove preoccupazioni fra i Romani.

18


Anno 396 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Publio Licinio Calvo, Lucio Titinio, Publio Menio, Cneo Genucio, Lucio Atilio e Marco Furio Camillo. Publio Licinio Calvo, che nel 400 a.C. era stato il primo tribuno militare plebeo, essendo in età avanzata, rinuncia alla carica in favore di suo figlio Publio Licinio, con l'approvazione popolare.
Durante uno scontro con Falisci e Capenati muore il tribuno militare Lucio Titinio. La notizia di questa sconfitta giunge amplificata a Roma spargendo il panico fra la popolazione.

19


Nel frattempo si erano compiute le opere per far defluire il lago Albano (il canale allora scavato è ancora esistente).
Viene nominato dittatore Marco Furio Camillo che sceglie come maestro della cavalleria Publio Cornelio Scipione.
Camillo riorganizzò rapidamente l'esercito romano con una nuova leva e con aiuti di Latini ed Ernici e fece voto di indire i "Grandi ludi" dopo la caduta di Veio.
Camillo inizia una serie di abili operazioni militari indebolendo l'apparato difensivo del nemico, procede quindi a scavare una galleria sotterranea per permettere ai suoi uomini di penetrare nella rocca di Veio.
Lo stratagemma del cunicolo raccontato da Livio non è presente in altri autori (per es. Dionigi) ed è ritenuto da molti studiosi un'invenzione più tarda.

20


In vista della vittoria Camillo scrive al Senato chiedendo prudentemente istruzioni sul destino del bottino.
In Senato si creano due ipotesi: la prima proposta dal vecchio Licinio Calvo vuole che il bottino sia spartito nel campo di Camillo proclamando che i cittadini interessati possano recarvisi per partecipare, l'altra proposta da Appio Claudio, prevede che l'erario incameri il bottino per pagare i soldati alleviando i tributi. Prevale la prima ipotesi.

21


Mentre una grande folla in attesa di bottino raggiunge il suo campo, Camillo compie il rito della evocatio per pregare Giunone di abbandonare Veio ed accettare una nuova sede a Roma, ed Apollo di assisterlo nella conquista della città.
Inizia l'assalto finale: Veio circondata dai nemici e penetrata attraverso la galleria fin nella sua rocca cade rapidamente nelle mani del dittatore.
Una tradizione racconta che Camillo notando la ricchezza del bottino scongiurasse gli dei che, se avessero giudicato eccessiva la fortuna sua e dei Romani, gli consentissero di placarli con il minor danno possibile. Pronunciato questo voto, scivolò e cadde. Il fatto fu poi interpretato da alcuni come presagio del sacco di Roma da parte dei Galli.

22


I prigionieri di condizione libera furono venduti all'asta a favore dell'erario mentre il resto del bottino veniva distribuito.
Statue degli dei ed oggetti votivi, rimossi dai templi di Veio, vennero trasportati a Roma. Per prelevare la statua di Giunone regina fu scelta una delegazione di giovani romani che si purifcarono ed indossarono vesti candide prima di entrare nel tempio.
Secondo una tradizione ripresa anche da Plutarco un giovane avrebbe chiesto alla Dea "Vuoi venire a Roma?" e la statua avrebbe miracolosamente assentito.
La statua di Giunone fu trasportata sull'Aventino, dove Camillo le consacrò un tempio.

23


Nel tripudio generale, a Roma, il Senato decreta quattro giorni di pubbliche preghiere per ringraziare gli dei e viene celebrato il trionfo di Camillo.
Durante il trionfo Camillo si comporta in modo superbo, entra in città su un carro trainato da cavalli bianchi, suscita critiche da parte dei cittadini più osservanti della religione. Anche la scelta di invocare Apollo (divinità allora piuttosto recente) invece di Giove (tradizionalmente dio del trionfo) suscita critiche e perplessità. Infine la contribuzione imposta a quanti avevano spartito il bottino per tener fede al voto di Camillo di dedicare la decima parte ad Apollo, aliena al dittatore gran parte delle simpatie della plebe.
24

Anno 395 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Publio Cornelio Cosso, Publio Cornelio Scipione, Marco Valerio Massimo (per la seconda volta), Cesone Fabio Ambusto (per la terza volta), Lucio Furio Medullino (per la quinta volta) e Quinto Servilio (per la terza volta). I due Cornelii ridussero rapidamente alla resa la città di Capena devastandone gravemente le campagne. Viene stanziata una colonia nel territorio dei Volsci, provvedimento che non incontra il favore della plebe i cui tribuni sostengono che i patrizi vogliono tenere per se il più ricco territorio di Veio. Il tribuno Tito Sicinio propone addirittura di trasferire metà della cittadinanza a Veio provocando l'indignazione dei senatori.
25

Intanto Camillo continua ad insistere perchè si sciolga il voto ad Apollo ed in particolare si offra al Dio un dono equivalente alla decima parte del territorio conquistato. La questione viene demandata alla competenza dei pontefici che fatto stimare il territorio, calcolano il valore dell'offerta. Viene prelevato dall'erario il valore in denaro ed i tribuni militari sono incaricati di convertirlo in oro. Non trovandosi abbastanza oro a Roma le matrone decidono di vendere i propri gioielli, atto che viene onorato dal Senato con il permesso alle matrone di recarsi in carrozza ai sacrifici ed ai giochi. L'oro così raccolto, fuso in una coppa viene portato a Delfo in dono ad Apollo. Intanto proseguono le dispute fra i tribuni della plebe ed i maggiorenti.
26

Anno 394 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Marco Furio Camillo, Lucio Furio Medullino (per la VI volta), Caio Emilio, Lucio Valerio Publicola, Spurio Postumio e Publio Cornelio (per la seconda volta).
Ripreso il comando dell'esercito Camillo cinge d'assedio la città di Falerii che aveva lungamente aiutato i Veienti.
27

Si inserisce un episodio troppo romanzesco per essere attendibile. Un istitutore di Falerii che si occupava dell'educazione dei figli dei maggiorenti della città decide di tradire e consegna a Camillo i propri allievi per farne degli ostaggi, ma Camillo in nome della lealtà e la giustizia rimanda liberi i ragazzi denunciando il traditore ai Falisci. Colpiti dal gesto i Falisci si arrendono spontaneamente ottenendo dai Romani condizioni insperate. Si tratta evidentemente di un exemplum ideato per sostenere la figura di Camillo.
28


I tre ambasciatori incaricati di trasportare a Delfi la coppa d'oro votiva, vengono catturati dai pirati delle Lipari. Tuttavia il supremo magistrato delle Lipari, uomo molto religioso, per rispetto ad Apollo, libera i prigionieri e li fa scortare a Delfi perché concluderano la loro missione. Nello stesso anno si combatte con alterne fortune contro gli Equi. I tribuni militari Caio Emilio e Spurio Postumio conducono vari scontri non sempre favorevoli, infine Postumio riesce a mettere in fuga e massacrare i nemici.

29


Nel 393 a.C., dopo quindici anni di tribuni militari i patrizi riuscirono a far eleggere di nuovo due consoli: Lucio Lucrezio Flavo e Servio Sulpicio Camerino.
I tribuni della plebe continuavano a portare avanti la proposta di emigrazione a Veio.
Intanto gli Equi riaprivano le ostilità, impadronendosi della colonia romana di Vitellia.
Il console Lucio Lucrezio risolve rapidamente la guerra contro gli Equi ma a Roma si apre una grave questione politica. Due tribuni della plebe del biennio precedente, Aulo Virginio e Quinto Pomponio vengono citati in giudizio per aver opposto il veto alla proposta di emigrazione. Ovviamente il patriziato si schiera in loro difesa, tuttavia l'ira della plebe ha il sopravvento ed i due ex tribuni vengono condannati al pagamento di diecimila assi pesanti.
Camillo prende posizione nettamente contraria alla sentenza.

30


Camillo diviene il capo dell'opposizione alla proposta di emigrazione ed al momento del voto i patrizi, anche facendo leva su scrupoli religiosi, riescono a far respingere la proposta. Subito dopo il Senato decreta la spartizione del territorio di Veio fra le famiglie plebee.

31

L'elargizione ristabilì una certa tranquillità e furono indetti i comizi per la nomina dei consoli dell'anno successivo.
Furono eletti nel 392 a.C.: Lucio Valerio Potito e Marco Manlio Capitolino, che celebrarono i "Grandi Ludi" promessi in voto da Camillo.
I consoli condussero una rapida guerra contro gli Equi, quindi i Romani si trovarono a fronteggiare nuovi nemici: Volsiniesi e Sappinati.
I Volsiniesi abitavano una località sul lago di Bolsena, i Sappinati erano probabilmente residenti nella zona dell'attuale Orvieto.
Non fu possibile organizzare un'esercito a causa di una grave pestilenza. Anche i consoli si ammalarono e rassegnarono le dimissioni, fu eletto interrè Camillo, quindi Publio Cornelio Scipione ed infine Lucio Valerio Potito che nominò sei tribuni militari.

32


Anno 391 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Lucrezio, Servio Sulpicio, Marco Emilio, Lucio Furio Medullino (per la settima volta), Agrippa Furio e Caio Emilio (per la seconda volta). A Lucio Lucrezio e a Caio Emilio toccarono in sorte le operazioni contro i Volsci, ad Agrippa Furio e a Servio Sulpicio quelle contro i Sappinati.
I Volsiniesi vengono rapidamente sconfitti e, multati, ottengono una tregua di venti anni. I Sappinati evitano di combattere chiudendosi nelle mura.
Un plebeo, certo Marco Cedicio riferì di aver udito nottetempo una voce non umana che avvertiva dell'arrivo dei Galli, ma non si tenne conto del prodigio.
Nel frattempo Furio Camillo citato in giudizio "per la questione del bottino di Veio" (pare fosse stato accusato di peculato) se ne era andato in esilio volontario.

33


Inizia un excursus di Livio sull'etnografia dei Galli.
Scesi in Italia, dice Livio almeno duecento anni prima del sacco di Roma, si trovarono in quel periodo a minacciare la città etrusca di Chiusi, che chiese aiuto ai Romani.
Fino a quel momento gli Etruschi avevano dominato gran parte dell'Italia settentrionale e dei mari italiani.

34


La saga della migrazione dei Galli viene presentata da Livio con motivi simili a quelli delle colonizzazioni greche: per eccesso di popolazione parte dei Galli decidono di emigrare.
Livio attinge secondo alcuni da Fabio Pittore, secondo altri da Catone e Varrone.
Come spesso accade nella narrazione storica classica eventi politico sociali sicuramente complessi vengono schematizzati in vicende più facilmente raccontabili e comprensibili: Ambigato, vecchio re dei Celti pone a capo di due orde i suoi nipoti Segoveso e Belloveso mandandoli a stabilirsi nelle sedi indicate dagli auguri: a Segoveso tocca la "Selva Ercinia" a Belloveso l'Italia.
Con Belloveso si mossero Biturigi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti e Aulerci.
Giunti ai piedi delle Alpi incontrarono dei coloni focesi che li aiutarono contro la popolazione di Salvi o Saluvii a conquistare il territorio ove fu fondata Marsiglia, quindi valicate le Alpi penetrarono nella pianura combattendo gli Etruschi fondarono la città di Milano.

35

Successivamente giunse in Italia la schiera dei Cenomani, sotto il comando di Etitovio e si stanziò nel territorio di Brescia e Verona. Quindi giunsero i Libui e i Salluvi, i Boi e i Lingoni che penetrarono sempre di più nel territorio etrusco ed umbro; infine i Senoni i quali, secondo Livio, furono artefici dell'invasione di Chiusi e di Roma.
Come si è detto i Chiusini chiesero aiuto ai Romani ma il senato, prima di inviare aiuti militari tentò la via diplomatica, scegliendo i tre figli di Marco Fabio Vibulano come ambasciatori presso i Galli.

36

La missione diplomatica dei tre Fabii non ha buon esito: i Galli richiedono delle terre ai Chiusini che non sono disposti a cederle e si giunge ad uno scontro al quale prendono parte, violando il diritto delle genti, anche i tre ambasciatori. Uno di loro, Quinto Fabio (forse lo stesso che era stato tribuno militare nel 412 a.C.) uccide un comandante dei Galli.
Poco dopo i Galli mandano ambasciatori a Roma a chiedere soddisfazione tramite la consegna dei tre Fabii. Il Senato rimette la decisione al popolo e la grande influenza della famiglia dei Fabii fa si che i tre coinvolti non solo non vengono consegnati ai Galli, ma vengono eletti nel tribunato militare per l'anno seguente.
Anno 390 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: i tre figli di Marco Fabio Ambusto, Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio (per la IV volta) e Publio Cornelio Maluginense.

37

I Galli, vistasi rifiutare ogni soddisfazione da parte del Senato minacciano la guerra. I tribuni militari procedono ad un arruolamento non ingente, sottovalutando il nemico. Ben presto le orde dei Galli giungono alle porte di Roma dove si scontrano con l'esercito romano alla confluenza del fiume Allia con il Tevere, presso la via Salaria.

38

Terrorizzati dal nemico i Romani si danno alla fuga appena iniziata la battaglia. Brenno, principe dei Galli, compie una grande strage dei fuggiaschi, i superstiti riparano nella vicina Veio.

39


Sgominato l'esercito romano Brenno muove verso Roma ma trovando la città indifesa rimane perplesso e si accampa fuori dalle mura esitando. Ciò da il tempo alla cittadinanza di raccogliere sul Campidoglio la gioventù atta alle armi,il Flamine, le Vestali, gli oggetti sacri e quant'altro fosse più importante salvare e di prepararsi all'assedio.
40

Una grande massa di plebei, non potendo rifugiarsi sul Campidoglio, abbandona la città disperdendosi nelle campagne o riparando nelle città vicine. Altri si rifugiano sul Gianicolo. Sacerdoti e Sacerdotesse cercano di mettere in salvo tutti gli oggetti di culto portandoli via o sotterrandoli.

41

I vecchi attendono la fine nelle proprie case. Quanti avevano rivestito magistrature o celebrato il trionfo indossano gli indumenti e le insegne del proprio rango.
Al mattino i Galli, senza incontrare alcuna resistenza entrano a Roma dalla porta Collina e cominciano a depredare le case. Provavano, racconta Livio, un senso di soggezione al cospetto degli augusti personaggi che, votati ormai alla morte, sedevano gravemente al centro delle loro case patrizie. A scatenare la strage, tradizionalmente, è l'ira di un Gallo che fermatosi ad accarezzare la lunga barba del senatore Marco Papirio viene da questi colpito col bastone d'avorio. Tutti gli anziani rimasti in città vengono trucidati, le case saccheggiate ed incendiate.

42

Un passo drammatico di Livio descrive i Romani arroccati sul Campidoglio che guardano impotenti la rovina della città preparandosi a difendere l'ultimo loro rifugio.

43

Dopo alcuni giorni i Galli tentano un assalto alla rocca, ma aiutati dalla configurazione del Campidoglio, i Romani li respingono infliggendo loro gravi perdite. Senza tentare altri assalti diretti i Galli cingono d'assedio il Campidoglio inviando manipoli a saccheggiare le campagne per rifornirsi di viveri. Queste truppe di Galli attaccano Ardea dove si trova in esilio Marco Furio Camillo.
44

Camillo parla ai cittadini di Ardea per convincerli a combattere contro i Galli.
45

Gli Ardeatini guidati da Camillo fanno strage dei Galli sorprendendoli nottetempo nel loro accampamento. La notte seguente, presso Veio viene sterminato un manipolo di Etruschi che approfittava della situazione per saccheggiare il territorio romano.

46

L'episodio di Caio Fabio Dorsuone che, incurante del pericolo si reca dalla rocca del Campidoglio al Quirinale per celebrare riti religiosi tradizionali per la sua famiglia. Sia all'andata che al ritorno attraversa illeso il campo degli assedianti che, sbalorditi dal suo coraggio o intimoriti da scrupolo religioso, lo lasciano passare.
Intanto a Veio si raccoglieva un esercito di fuoriusciti Romani e di alleati laziali. Mancando a tale esercito un capo si pensò a Camillo ma trovandosi questi in esilio ad Ardea era necessario un provvedimento legale che lo svincolasse nonchè una nomina ufficiale perchè potesse prendere il comando. Anche se tanto rispetto formale delle regole stride con l 'emergenza della situazione. Livio racconta che fu mandato a Roma un messaggero, certo Ponzio Comino che raggiunte le falde del Campidoglio nuotando nel Tevere riuscì ad arrampicarsi da un pendio scosceso e non sorvegliato per presentarsi ai senatori arroccati sul colle. Qui fu deliberato di affidare a Camillo la carica di dittatore.

47

Il celeberrimo episodio delle oche: forse notando le orme del messaggero i Galli scoprono lo scosceso passaggio che recava alla rocca che fino ad allora era passato inosservato. Di notte cercano di sorprendere gli assediati scalando silenziosamente il dirupo ma vengono scoperti grazie allo starnazzare delle oche sacre di Giunone. Svegliato da questo rumore Marco Manlio da l'allarme ed affronta per primo i nemici infiltrati. Svantaggiati dalla posizione, praticamente scalavano l'erta in fila indiana, i Galli vengono rapidamente respinti. Il mattino seguente i tribuni militari onorano Marco Manlio e giustiziano la sentinella negligente che non si era accorta dell'arrivo dei Galli.
48

Col passare del tempo sia gli assedianti che gli assediati sono stremati per la fame. Fra i Galli, accampati in basso fra le macerie ed i cadaveri della strage da essi stessi compiuta scoppia una pestilenza. Si concorda una tregua. Mentre Camillo ad Ardea si adopera per mettere insieme un esercito abbastanza numeroso gli assediati, vinti dalla fame accettano di pagare un riscatto che i Galli sono ben lieti di incassare. Il riscatto pattuito è di mille libbre d'oro ma i Galli falsificano i pesi. Alle proteste del tribuno che recava l'oro Brenno rispose arrogantemente aggiungendo la propria spada sul piatto della bilancia e pronunciando la famosa frase "Vae Victis".

49

Proprio in quel momento arriva Camillo ad interrompere il pagamento del riscatto. Ai Galli che protestano risponde che l'accordo non è valido perchè preso senza la sua autorizzazione mentre egli, come dittatore, deteneva il massimo potere dello stato. Con le forze raccolte ad Ardea ed i Romani arroccati sul Campidoglio, Camillo mette in fuga i Galli, li insegue sulla Via Gabina e, ad otto miglia da Roma, li sconfigge definitivamente facendone strage.
Si tratta, naturalmente di una narrazione nazionalista idealizzata di Livio. Nella tradizione precedente (es. Polibio (II, 18, 3) i Galli lasciarono spontaneamente Roma per frontaggiare un'invasione dei Veneti nei loro territori, oppure furono sconfitti da altre popolazioni del Lazio.
Ristabilita la pace Camillo celebrò un nuovo trionfo. Non depose la dittatura per contrastare la proposta dei tribuni di trasferire la capitale a Veio, proposta che veniva avanzata con estrema insistenza dopo l'incendio di Roma.

50


Religiosissimo, Camillo volle che per prima cosa si provvedesse ai rituali del caso: furono purificati i templi e ricollocati al loro posto gli oggetti di culto, si strinse un trattato di amicizia con Cere che aveva ospitato Vestali ed oggetti sacri, si festeggiarono i ludi Capitolini in onore di Giove Ottimo Massimo. Per espiare il prodigio della voce notturna che aveva annunziato l'arrivo dei Galli si ordinò di costruire un tempio sulla Via Nuova ad Aio Locuzio. L'oro del riscatto fu consacrato e riposto nel tempio di Giove. Alle matrone che avevano donato il proprio oro per il riscatto fu concesso l'onore di ricevere, alla loro morte, l'elogio funebre come gli uomini.
51 - 54

Discorso di Camillo contro la proposta dei tribuni. Il principale argomento addotto da Camillo è quello religioso. Non è lecito, sostiene il dittatore, trasferire i templi, gli oggetti, i simulacri degli dei. Non è lecito abbandonare il luogo scelto dagli antenati.
Inoltre la cosa sarebbe disonorevole perchè dopo la tragedia dei Galli l'emigrazione sarebbe non più una libera scelta dei vincitori ma un triste espediente dei vinti.

55

Al termine del discorso di Camillo che aveva commosso molti degli ascoltatori si ode nella curia la voce proveniente dall'esterno di un centurione che avendo deciso dei far sostare le coorti in quel punto esclama: "Alfiere, pianta l'insegna, qui staremo benissimo". Il Senato interpreta la cosa come un segno divino e la proposta dei tribuni viene definitivamente bocciata.
Inizia una rapida e disordinata ricostruzione, dopo la quale la città di Roma non avrà più un tracciato regolare.


LIBRO VI



1

Precisazione di Livio: quanto fin qui raccontato è ricavato da fonti incomplete o insicure anche a causa della grave perdita di documenti provocata dall'incendio di Roma ad opera dei Galli. Da ora in poi le fonti si faranno più complete e quindi il racconto più preciso.
Con l'approvazione dei cittadini Camillo conservò la dittatura fino alla fine dell'anno; seguì un breve periodo di interregno condotto prima da Publio Cornelio Scipione poi dallo stesso Camillo che nominò tribuni militari con potestà consolare, per l'anno 389 a.C.: Lucio Valerio Publicola (per la seconda volta), Lucio Virginio, Publio Cornelio, Aulo Manlio, Lucio Emilio e Lucio Postumio. Si cominciano a raccogliere e parzialmente a pubblicare i testi delle leggi e dei trattati scampati all'incendio. Si dichiara nefasto il 18 luglio, data della disfatta sull'Allia e della strage dei Fabii sul Cremera.
2

Intanto i tradizionali nemici di Roma, approfittando della situazione, si stanno organizzando per riprendere le ostilità: si costituisce una lega etrusca antiromana, Volsci ed Equi scendono nuovamente sul piede di guerra, Latini e Ernici defezionano dopo un secolo di amicizia. Per far fronte alla situazione viene di nuovo nominato dittatore Furio Camillo.
Arruolato un esercito Camillo ne affida una parte ai tribuni Aulo Manlio e Lucio Emilio perchè operino sul fronte etrusco, guida verso Sud il resto delle truppe. Presso Lanuvio ha ragione dei Volsci, presso Bola sconfigge gli Equi.
3

Gli Etruschi assediano Sutri, alleata dei Romani. Sutri si rivolge a Roma che promette l'intervento di Camillo appena possibile.
Camillo giunge a Sutri nel giorno stesso in cui questa ha dovuto cedere per fame agli assedianti e la libera velocemenete dagli invasori etruschi.

4


Tornato a Roma Camillo celebra un altro trionfo.
Nello stesso anno fu concessa la cittadinanza ai Veienti, Capenati e Falisci che durante la guerra erano passati dalla parte dei Romani. Ferve a Roma l'attività di ricostruzione.
Anno 388 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Tito Quinzio Cincinnato, Quinto Servilio Fidenate (per la V volta), Lucio Giulio Iulo, Lucio Aquilio Corvo, Lucio Lucrezio Tricipitino e Servio Sulpicio Rufo.
Si combatte ancora contro Equi e Tarquiniesi.

5

I tribuni della plebe avanzano l'ennesima proposta di legge agraria e contestano per l'assegnazione dei territori presi ai Volsci (l'Agro pontino). Seguì un nuovo interregno nel quale si succedettero Marco Manlio Capitolino, Servio Sulpicio Camerino e Lucio Valerio Potito. Anno 387 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Papirio, Cneo Sergio, Licinio Menenio, Lucio Emilio (per la seconda volta) e Lucio Valerio Publicola (per la terza volta).
Fu consacrato un nuovo tempio di Marte offerto durante la guerra gallica e furono aggiunte quattro nuove tribù: Stellatina, Tromentina, Sabatina e Arniense.

6


Il tribuno Lucio Sicinio porta avanti una proposta di legge per la spartizione dell'agro pontino.
Gli Etruschi in armi minacciano i domini Romani.
Anno 386 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Marco Furio Camillo, Servio Cornelio Maluginense, Quinto Servilio Fidenate (per la VI volta), Lucio Quinzio Cincinnato, Lucio Orazio Pulvillo e Publio Valerio.
Ancora una volta la figura di Camillo primeggia. Roma deve impegnarsi su due fronti: contro gli Etruschi e contro i Latini che si stanno coalizzando intorno agli Anziati.
I colleghi di Camillo si dichiarano disposti a cedergli tutto il potere nominandolo nuovamente dittatore ma Camillo rifiuta ed organizza con l'aiuto degli altri tribuni due eserciti e la difesa della città. Chiama Publio Valerio a condividere con lui il più alto grado di comando.

7


Camillo e Valerio si portano nei pressi di Satrico dove Anziati, Volsci, Latini ed Ernici hanno raccolto forze sufficienti a preoccupare i soldati Romani. Discorso di Camillo alle truppe per incoraggiarle.

8

Inizia la battaglia durante la quale Camillo, nonostante sia ormai anziano e logoro, si trova sempre in prima fila.
Lo scontro è lungo e favorevole ai Romani, viene interrotto da un improvviso scroscio di pioggia. Durante la notte Latini ed Ernici abbandonano il combattimento ed il loro campo. Rimasti soli i Volsci si rifugiano fra le mura di Satrico ma l'indomani, attaccati da Camillo, vengono rapidamente costretti alla resa.

9

Camillo ha intenzione di espugnare anche Anzio ma le notizie dal fronte etrusco sono preoccupanti ed il Senato insiste perchè Camillo intervenga in questo conflitto.
Camillo attacca gli Etruschi che avevano di nuovo ripreso Sutri ed ha la meglio, l'esercito guidato da lui e da Publio Valerio sgomina e massacra gli invasori.

10

Dopo Sutri Camillo si dedica a liberare la città di Nepete dagli Etruschi e da quanti, fra i suoi cittadini, avevano tradito facilitando la conquista etrusca.
Il Senato chiede soddisfazione a Latini ed Ernici e questi rispondono che il loro comportamento era stato condizionato dalla minaccia volsca.
11

Anno 385 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Aulo Manlio, Publio Cornelio, Tito Quinzio Capitolino e Lucio Quinzio Capitolino, Lucio Papirio Cursore (per la seconda volta) e Cneo Sergio (per la seconda volta).
Nuove ostilità con Volsci, Latini ed Ernici. Sedizione a Roma causata da Marco Manlio Capitolino, questi geloso della fama di Camillo ed invidioso degli onori a questi tributati dai patrizi, passa alla fazione democratica ed accordandosi con i tribuni della plebe comincia a proporre riforme agrarie e rimissione dei debiti. Intanto, per fronteggiare i nemici, viene nominato dittatore Aulo Cornelio Cosso che a sua volta nomina maestro di cavalleria Tito Quinzio Capitolino.

12

Livio si sofferma a chiedersi come potessero i Volsci, tante volte battuti, organizzare ancora eserciti numerosi. Nelle sue fonti, afferma, il problema non veniva affrontato nè chiarito, avanza un paio di congetture: forse i Volsci arruolavano altre popolazioni o erano abbastanza numerosi e fertili da riuscire ad arruolare ogni anno una nuova generazione.
Comunque anche in quell'occasione i Volsci schierarono un esercito rispettabile che il dittatore Cornelio Cosso sconfisse gloriosamente.

13

Dopo la battaglia un lungo inseguimento dei fuggiaschi e la cattura di molti prigionieri fra cui Latini, Ernici e coloni Romani di Velletri. Questi, interrogati in Senato, ammisero il tradimento del proprio popolo.

14

Intanto a Roma la situazione peggiora a causa della sedizione di Manlio Capitolino. Questi libera un centurione condannato per debiti pagando di tasca sua, quindi comincia ad eccitare l'opinione pubblica insinuando che i patrizi avevano occultato l'oro del riscatto dei Galli.

15

Il dittatore Cornelio Cosso, riunito il Senato, convoca Marco Manlio e gli intima di cessare la sua attività sediziosa: o Manlio dimostra che le sue accuse in merito all'oro dei Galli sono fondate o sarà arrestato.
Manlio contrattacca accusando Cornelio Cosso di difendere gli usurai.

16

Manlio viene arrestato ma il provvedimento rende odioso il dittatore alla plebe che minaccia la rivolta.

17

Manlio viene liberato per evitare la rivolta.
Latini, Ernici e coloni di Velletri inviano ambascerie a chiedere la restituzione dei prigionieri della recente guerra ma gli ambasciatori vengono scacciati.
18

Anno 384 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Servio Cornelio Maluginense (per la seconda volta), Publio Valerio Potito (per la seconda volta), Marco Furio Camillo (per la quinta volta), Servio Sulpicio Rufo (per la seconda volta), Caio Papirio Crasso e Tito Quinzio Cincinnato (per la seconda volta).
Si inasprisce lo scontro politico. Manlio parla alla plebe incitandola alla rivolta. Il suo discorso, nella narrazione liviana, mira chiaramente al conseguimento della tirannia.

19

Dal conto suo il Senato si consulta sul da farsi e l'ora di Marco Manlio pare segnata. Anche i tribuni della plebe per una volta sono concordi con il Senato. Tuttavia l'eliminazione fisica dell'agitatore potrebbe comportare drammatiche conseguenze: i tribuni della plebe Marco Menenio e Quinto Publilio decidono quindi di citare Manlio in giudizio per tentativo di colpo di stato, al fine di provocare la sua definitiva rovina.

20

Manlio si difende durante il processo producendo quattrocento persone alle quali aveva prestato denaro senza interesse per sottrarle a processi per debiti e ricordando le sue molte glorie militari, prima fra tutte il famoso episodio delle oche del Campidoglio.
Ritenendo che la vista del Campidoglio, al quale erano così legate le gesta di Manlio, possa influenzare il giudizio, il Senato dispone che la votazione si svolga fuori dalla porta Flumentana. Il verdetto è di colpevolezza e Manlio Capitolino viene precipitato dalla Rupe Tarpea. L'episodio è considerato così infamante dai Romani che viene vietato ai patrizi di abitare sulla rocca capitolina e la gente Manlia stabilisce che nessuno possa chiamarsi mai più Marco Manlio.

21

Anno 383 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Valerio (per la IV volta), Aulo Manlio (per la seconda volta), Servio Sulpicio Rufo (per la terza volta), Lucio Lucrezio, Lucio Emilio (per la terza volta) e Marco Trebonio.
Pestilenza, carestia, nuova guerra con Volsci e Latini.
22

Anno 382 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Spurio Papirio, Lucio Papirio, Servio Cornelio Maluginense (per la terza volta), Quinto Servilio, Caio Sulpicio e Lucio Emilio (per la IV volta).
Si combatte contro le colonie ribelli di Velletri e Preneste.
Anno 381 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Marco Furio Camillo (per la VI volta), Aulo Postumio Regillense, Lucio Postumio Regillense, Lucio Furio, Lucio Lucrezio e Marco Fabio Ambusto.
Marco Furio guidò le operazioni con procedura straordinaria (senza sorteggio). Camillo, ormai anziano, cerca di rifiutare ma il popolo si oppone. Iniziano dunque le operazioni contro i nemici che avevano occupato la colonia di Satrico.

23

Giunto a fronteggiare il nemico Camillo prende tempo ma il comandante in seconda, Lucio Furio, cerca di sobillare le truppe insinuando che il collega è ormai troppo vecchio per comandare. Infine, davanti all'insistenza di Lucio Furio, Camillo lascia al collega il comando dell'attacco.

24

Lucio Furio attacca i nemici ma questi con uno stratagemma lo attirano vicini alle proprie trincee e, con una sortita di truppe fresche, mettono in grave difficoltà i Romani. Ma Camillo, prevedendo l'esito dello scontro ha preparato riserve e torna all'attacco. Camillo ha ancora una volta la meglio sui Volsci che fuggono dopo uno scontro durissimo. Durante la battaglia Lucio Furio fa del suo meglio per salvare la faccia.

25

Fra i prigionieri catturati si trovano molti Tuscolani che confessano il tradimento della propria colonia. Camillo viene incaricato di punire Tuscolo e chiede come collaboratore Lucio Furio riabilitando, con la sua mediazione, il prestigio del collega. Tuttavia a Tuscolo non si combatte: la città appare assolutamente pacifica ed inerme all'arrivo dell'esercito.

26

" Vinto dalla remissività dei nemici ", dice Livio, Camillo fece convocare i senatori Tuscolani e li esortò ad andare a Roma a chiedere perdono. Gli ambasciatori tuscolani si presentarono al Senato romano e qui dichiararono il pentimento della colonia e la sua intenzione di non combattere. Ottengono il perdono, la pace e, più tardi, la cittadinanza.

27

Anno 380 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Valerio (per la IV volta), Publio Valerio (per la terza volta), Cneo Sergio (per la terza volta), Licinio Menenio (per la seconda volta), Publio Papirio, Servio Cornelio Maluginense e Tito Quinzio Cincinnato (dittatore).
Nuovi disordini sollevati dai tribuni della plebe per la questione dei debiti. I tribuni della plebe boicottano la leva per la guerra contro i Prenestini.

28

I Prenestini approfittano della situazione per avanzare fino a Porta Collina, allora viene nominato dittatore Tito Quinzio Cincinnato che riesce ad arruolare rapidamente un esercito.
I Prenestini si allontanano da Roma e si accampano presso il fiume Allia sperando di intimorire i Romani con la pessima fama del luogo dove erano stati sconfitti dai Galli.

29


Cincinnato sconfigge in una sola battaglia i Prenestini e nella campagna successiva conquista le loro otto piazzeforti e costringe la città di Preneste alla capitolazione.
Torna a Roma in trionfo portando da Preneste la statua di Giove Imperatore, sotto la quale viene posta una lapide in ricordo delle gesta del dittatore.

30

Anno 379 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Publio Manlio, Caio Manlio, Lucio Giulio (patrizi), Caio Sestilio, Marco Albinio e Lucio Antistio (plebei).
Publio Manlio e Caio Manlio assumono il comando militare contro i Volsci e subiscono una disonorevole sconfitta.

31

Anno 378 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Spurio Furio, Quinto Servilio (per la seconda volta), Licinio Menenio (per la terza volta), Publio Clelio, Marco Orazio e Lucio Geganio.
Nuova ribellione della plebe a causa dei debiti. I censori Spurio Servilio Prisco e Quinto Clelio Siculo vengono incaricati di quantificare i debiti.
Incombendo la minaccia dei Volsci la rivolta fu sedata sospendendo l'attività giudiziaria per tutta la durata della guerra e i censori dovettero sospendere i loro lavoro. Tuttavia i due eserciti guidati dai tribuni contro i Volsci non trovano il nemico pronto a combattere e dopo qualche tempo tornano a Roma.
32

Anno 377 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Emilio, Publio Valerio (per la IV volta), Caio Veturio, Servio Sulpicio, Lucio Quinzio Cincinnato e Caio Quinzio Cincinnato.
Guerra contro i Latini. Assedio alla città di Satrico.

33

Resa di Anzio. I Latini distruggono Satrico ed attaccano Tuscolo. I Romani attaccano i Latini e riprendono Tuscolo.
34

Presentandosi un periodo di tranquillità all'esterno, come al solito si inaspriscono i dissidi politici fra plebe e patriziato.
Il patrizio Marco Fabio Ambusto aveva due figlie di cui la minore aveva sposato il plebeo Caio Licinio Stolone.
Un giorno la ragazza divenne invidiosa della sorella che era sposa del tribuno militare Servio Sulpicio nel vedere gli onori che venivano tributati al cognato. Marco Fabio Ambusto le promise che presto anche suo marito avrebbe ricevuto gli stessi onori.

35

Caio Licinio Stolone e Lucio Sestio (giovane plebeo vicino alla famiglia dei Fabii) vengono eletti tribuni della plebe e subito promulgano importanti riforme relative ai debiti, alle leggi agrarie ed all'accessibilità da parte della plebe della dignità consolare. I patrizi ostacolarono ovviamente tali proposte ed i collegi dei due tribuni, comprati dai patrizi, opposero loro il veto.
Licinio e Sestio risposero impedendo i comizi per l'elezione dei magistrati tanto che per cinque anni Roma rimase priva di consoli e di tribuni militari.
Nota: La durata di questo periodo di anarchia non concorda con quanto affermato da altre fonti.

36

Anno 370 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Lucio Furio, Aulo Manlio, Servio Sulpicio, Servio Cornelio, Publio Valerio e Caio Valerio.
Il periodo di anarchia fu interrotto nel 370 a.C. quando per fronteggiare azioni belliche condotte dai coloni di Velletri nel territorio romano e contro Tuscolo, si dovettero tenere i comizi per eleggere i tribuni.
I tribuni liberano Tuscolo dal pericolo ed assediano Velletri.
Anno 369 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Quinto Servilio, Caio Veturio, Aulo Cornelio, Quinto Quinzio e Marco Fabio Ambusto.
I nuovi tribuni proseguono l'assedio di Velletri.
Sestio e Licinio sono tribuni della plebe per l'ottava volta.
Il tribuno militare Marco Fabio, suocero di Licinio, si dichiara favorevole alle loro proposte.

37


Le argomentazioni dei due tribuni a sostegno delle loro proposte.

38

Anno 368 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Tito Quinzio Peno,Servio Cornelio Maluginense, Servio Sulpicio, Spurio Servilio, Lucio Papirio e Lucio Veturio.
Dittatore: Marco Furio Camillo.
Dittatore suffectus: Publio Manlio.
La lotta sociale giunge all'apice. Per fronteggiare la situazione viene eletto dittatore Furio Camillo il quale prende posizioni molto dure contro i tribuni della plebe. La sua posizione è cavillosa: Licinio e Sestio non rispettano il veto dei colleghi violando la legge, in difesa della magistratura tribunizia egli, come dittatore, intende intervenire con forti misure repressive.
Da parte loro Licinio e Sestio accusano Camillo di abuso di potere e chiedono che venga multato. Camillo si dimette in circostanze non chiare.

39

Viene eletto dittatore Suffectus: Publio Manlio.
Intanto si consulta l'assemblea popolare sulle famose proposte: l'assemblea approva la proposta sull'assegnazione delle terre e quella sui debiti ma non quella riguardante il consolato ai plebei. Il dittatore Publio Manlio nomina maestro della cavalleria un plebeo di nome Gaio Licinio: scelta gradita alla plebe ed invisa al patriziato.
Scadendo le loro cariche Licinio e Sestio annunciano che rifiuteranno di essere rieletti se il popolo non approverà tutte le loro proposte.

40 - 41

Appio Claudio Crasso, (lo stesso che parla nel V libro, capitoli 3 - 5 a proposito dell'opportunità di continuare l'assedio di Veio durante l'inverno), pronuncia un lungo discorso contro l'annuncio fatto da Licinio e Sestio sostenendo che questi vogliono forzare la mano della plebe al fine di poter accedere personalmente al consolato. Inoltre Appio Claudio sostiene che le proposte dei due tribuni danneggerebbero l'agricoltura e paralizzerebbero il credito, esorta in conclusione il popolo a respingere tutte le proposte.

42

La data della votazione delle proposte di legge viene di nuovo rinviata mentre Licinio e Sestio sono eletti tribuni per la decima volta consecutiva.
Anno 367 a.C. Tribuni militari con potestà consolare: Aulo Cornelio (per la seconda volta), Marco Cornelio (per la seconda volta), Marco Geganio, Publio Manlio, Lucio Veturio e Publio Valerio (per la VI volta) . Dittatore: Marco Furio Camillo (per la V volta).
Giunge improvvisamente la notizia di una nuova guerra da parte dei Galli e la città ne rimane tanto impressionata che nomina per la quinta volta dittatore Furio Camillo. Questi sceglie come maestro della cavalleria Tito Quinzio Peno.
Livio riferisce che le sue fonti su questo episodio bellico sono discordi. Claudio Quadrigario sostiene che Camillo si scontrò con i Galli sull'Aniene in una famosa battaglia che, tuttavia, Livio tende a datare circa un decennio più tardi. Camillo, secondo Livio, combattè in questa occasione in territorio albano ottenendo sui Galli una schiacciante vittoria.
In quell'anno vengono finalmente votate le leggi Licinie Sestie e Lucio Sestio diventa il primo console plebeo.
La riforma non fu indolore, seguirono altre contese e forse una secessione della plebe. Infine il patriziato ottenne la creazione di un unico pretore patrizio, come a compensazione della carica consolare ceduta alla plebe.
Per celebrare la concordia finalmente raggiunta si celebrarono i ludi massimi.


LIBRO VII



1

Anno 366 a.C. consoli: Lucio Sestio e Lucio Emilio Mamerco.
Anno memorabile, dice Livio, per il primo consolato di un " uomo nuovo " e per l'istituzione delle cariche di pretore e di edile curule. La pretura fu assegnata a Spurio Furio Camillo, figlio di Marco, l'edilità a Cneo Quinzio Capitolino e a Publio Cornelio Scipione, entrambi patrizi.
Disordini all'esterno causati da Galli ed Ernici.
Polemiche da parte dei tribuni della plebe per la creazione delle nuove magistrature.

Anno 365 a.C.consoli: Lucio Genucio e Quinto Servilio.
Grave pestilenza nella quale muore il vecchio Furio Camillo.
Elogio di Livio a Camillo.

2

Anno 364 a.C. consoli: Caio Sulpicio Petico e Caio Licinio Stolone.
Continua la pestilenza. Fra le celebrazioni rituali destinate ad allontanare il flagello si tengono per la prima volta i " ludi scenici " che consistevano nell'esibizione di danzatori al suono del flauto, spettacolo che Livio definisce di importazione etrusca. Dalla parola etrusca " Ister " (ballerino) derivò il termine di " Istrione ". A quel periodo Livio, attingendo probabilmente da Varrone, fa risalire la satira. Più tardi Livio Andronico avrebbe nobilitato questa forma di rappresentazione.
Quando le rappresentazioni degli istrioni presero piede, tuttavia, la gioventù romana non volle rinunciare al divertimento grossolano e ne nacque il successo dell'atellana.

3

Anno 363 a.C. consoli: Cneo Genucio e Lucio Emilio Mamerco (per la seconda volta). Dittatore: Lucio Manlio Imperioso. La pestilenza si aggrava ed i senatori più anziani spinti da un'antica superstizione vogliono nominare un dittatore perchè " Conficchi il chiodo " (un rito antico, questi chiodi, conficcati dal supremo magistrato, indicavano il numero degli anni ed erano sacri a Minerva) si riteneva infatti che far compiere questo rito da un dittatore appositamente eletto avrebbe prodotto risultati positivi. Viene scelto Lucio Manlio Imperioso che, trovandosi fra le mani il sommo potere dello stato cerca di approfittarne per compiere imprese prestigiose ma l'avversione del popolo e dei consoli lo costringe a deporre la carica.

4


Anno 362 a.C. consoli: Quinto Servilio Ahala e Lucio Genucio.
Il tribuno della plebe Marco Pomponio cita in giudizio Lucio Manlio Imperioso per gli abusi compiuti durante il tentativo, svolto come dittatore, di arruolare un esercito contro gli Ernici. Curiosamente Manlio viene accusato perfino di aver quasi ridotto in schiavitù il proprio figlio solo perchè un pò tardo nell'esprimersi.

5

Ancora più curiosamente, Tito Manlio, il figlio dell'Imperioso, nonostante le angherie subite da parte del padre decise di prendere rozzamente le difese ed aggredì il tribuno della plebe Pomponio, (l'accusatore) per fargli giurare di ritirare le accuse.
Il gesto, pur nella sua rozzezza, piacque al popolo romano che aveva grande considerazione dell'amor filiare. Tito Manlio nelle successive votazioni ottenne la carica di tribuno di una legione, carica che proprio in quell'anno era passata alla decisione popolare anzichè a quella dei generali.

6

Nello stesso anno (362 a.C.) prodigiosamente si aprì nel Foro un grande baratro e gli indovini avvisarono che il volere degli dei era che si offrisse in quel luogo un sacrificio del massimo fattore della potenza romana. Un certo Marco Curzio, asserendo che la potenza di Roma dipendeva tutta dal valore dei suoi cittadini si sacrificò gettandosi nel baratro a cavallo.
Questo episodio potrebbe essere l'origine del toponimo di Lago Curzio che i Romani attribuivano a quel sito, mentre altre tradizioni lo faceva risalire al Mezzio Curzio soldato di Tito Tazio.
Il senato, con l'approvazione popolare, dichiara guerra agli Ernici.
La condotta delle operazioni toccò in sorte a Lucio Genucio, che cadde nello scontro ed i Romani subirono una dura sconfitta .
Poichè Genucio era plebeo i patrizi ne approfittano per polemizzare contro la legge che aveva recentemente garantito alla plebe l'accesso alla suprema magistratura e riescono ad ottenere per Appio Claudio la nomina a dittatore.

7

Intanto sul fronte i Romani continuano a combattere contro gli Ernici sotto la guida del luogotenente Caio Sulpicio. Gli Ernici rafforzano il loro esercito con truppe scelte e quando il dittatore giunge sul posto lo scontro è durissimo.

8

Alla fine i Romani vincono la battaglia, subendo gravi perdite.

9

Anno 361 a.C. consoli: Caio Sulpicio Petico e Caio Licinio Stolone. Prosegue la guerra contro gli Ernici intorno città di Ferentino e se ne inizia una nuova contro i Tiburtini. Intanto i Galli si accampano sulla Via Salaria a tre miglia da Roma. Viene eletto dittatore Tito Quinzio Peno.
Il dittatore arruola un grosso esercito e muove contro i Galli accampandosi al di qua dell'Aniene. I due schieramenti stazionano qualche tempo separati dal fiume e si verificano scaramucce per impadronirsi di un ponte. Infine un campione dei Galli sfida a duello il più forte dei guerrieri Romani.
10

Ad accettare la sfida, con il permesso del dittatore è Tito Manlio, figlio di quel Tito Manlio che aveva salvato il padre Lucio Manlio Imperioso da un processo disonorevole. (vedi VII, 5).
Nonostante la gigantesca mole del Gallo, Tito Manlio più agile e capace riesce ad abbattere velocemente il nemico passandolo a fil di spada. Ottiene grandi onori e poichè si era impadronito di una collana dell'avversario (torques) gli viene dato il sopranome di Torquato.
11

Anno 360 a.C. consoli: Caio Petelio Balbo e Marco Fabio Ambusto.
Dittatore: Quinto Servilio Ahala.
A Marco Ambusto toccano in sorte le operazioni contro gli Ernici, a Caio Petelio Balbo quelle contro i Tiburtini.
L'improvvisa guerra con i Galli rese necessaria la nomina di un dittatore: fu eletto Quinto Servilio Ahala che promise in voto i grandi ludi.
Tutti e tre i comandanti vincono i nemici ed i Galli vengono cacciati con una sanguinosa battaglia alle porte di Roma.
12

Anno 359 a.C. consoli: Marco Popilio Lenate e Cneo Manlio.
I Tiburtini tentano un'incursione notturna a Roma e vengono respinti. I Tarquiniesi razziano le campagne romane.
Anno 358 a.C. consoli: Caio Fabio Ambusto e Caio Plauzio Proculo.
Fabio guida un esercito contro i Tarquiniesi. A Plauzio toccano le operazioni contro gli Ernici. I Galli ritornano e giungono a Preneste. Viene nominato dittatore Caio Sulpicio Petico.
Sulpicio decide di temporeggiare perchè l'attesa metta in difficoltà i Galli, lontani dalla loro terra ed isolati, ma le truppe sono scontente della decisione e cominciano dei disordini. I militari riuniti incaricano di parlare a loro nome l'ufficiale Sesto Tullio.
13

Il discorso di Sesto Tullio per esortare Caio Sulpicio al combattimento.

14

Intanto banali incidenti sul fronte dimostrano la tensione delle truppe e Sulpicio decide finalmente di dare battaglia.
Data l'inferiorità numerica delle sue truppe Sulpicio escogita uno stratagemma: mette insieme un certo numero di muli, montati da mulattieri armati, per far credere molto più cospicue le forze della sua cavalleria.

15

Lo stratagemma riesce e Caio Sulpicio, debellati i Galli, celebra il trionfo. Nello stesso anno furono create due nuove tribù: Pontina e Publilia.
16

Anno 357 a.C. consoli: Cneo Manlio Capitolino e Gaio Marcio.
Una legge, proposta dai tribuni della plebe proibisce di applicare tassi di interesse più alti di 1/12 anno del capitale (interesse unciario).
Si combatte contro Falisci e Privenati.
Cneo Manlio, con procedura irregolare fa votare ai suoi soldati sul campo una legge sulla manomissione degli schiavi, suscitando polemiche da parte dei tribuni della plebe.
Caio Licinio Stolone, uno dei promotori delle leggi Licinie Sestie viene multato per aver violato le stesse con il possesso di mille iugeri di terra.

17

Anno 356 a.C. consoli: Marco Fabio Ambusto (per la seconda volta) e Marco Popilio Lenate.
Si combatte contro Tiburtini, Falisci e Tarquiniesi.
Si forma una coalizione etrusca antiromana contro la quale viene nominato il primo dittatore plebeo: Caio Marcio Rutulo. Il dittatore viene ostacolato dai patrizi ma riesce a sconfiggere i nemici e tornato a Roma celebra il trionfo per volere del popolo senza l'approvazione dei senatori.
Per la tensione politica che ne consegue si verifica un breve interregno.
Anno 355 a.C. consoli: Gaio Sulpicio Petico (per la terza volta) e Marco Valerio Publicola entrambi patrizi.

18

Per la prima volta dopo undici anni mancò il console plebeo.
Ovviamente i patrizi tentano di conservare questo stato di cose e di eleggere per l'anno successivo di nuovo due consoli patrizi, ovviamente la plebe si oppone, agitata dai tribuni. Ha la meglio il patriziato e per l'anno successivo sono eletti di nuovo due patrizi.
Anno 354 a.C. consoli: Marco Fabio Ambusto e Tito Quinzio (in alcuni annali Marco Popilio).

19

Si combatte vittoriosamente con Tarquiniesi e Tiburtini.
Anno 353 a.C. consoli: Caio Sulpicio Petico (per la quarta volta) e Marco Valerio Publicola (per la seconda volta).
La città di Cere si schiera con i Tarquiniesi, mentre a Sud i Volsci sono di nuovo in armi.
Viene eletto dittatore Tito Manlio.
I cittadini di Cere, spaventati dalla dichiarazione di guerra romana inviano ambasciatori in Senato a chiedere la pace in nome delle loro antiche benemerenze. (Cere aveva ospitato le Vestali e gli oggetti di culto Romani durante l'invasione dei Galli).
La pace viene concessa e si stipula una tregua di cento anni.


20 - 21


A causa delle lotte politiche si giunge al termine della dittatura di Tito Manlio senza aver tenuto i comizi e si passa all'interregno.
Si torna infine alla legge Licinia.
Anno 352 a.C. consoli: Publio Valerio Publicola e Caio Marcio Rutulo.
Per risolvere la problematica questione dei debiti furono eletti i " quinqueviri banchieri ", essi furono: Caio Duilio, Publio Decio Mure, Marco Papirio, Quinto Publilio e Tito Emilio.
Questo comitato operò, a quanto si tramanda, con molta oculatezza e moderazione: con l'intervento economico dello stato furono risolte molte pendenze, altre furono cancellate tramite cessione delle proprietà immobiliari valutate equamente.
Nel timore di una coalizione etrusca di cui si vociferava venne eletto dittatore: Caio Giulio, " ma tutto rimase tranquillo ".
22

Dopo un breve interregno vengono eletti due consoli patrizi, anno 351 a.C., Caio Sulpicio Petico e Tito Quinzio Peno.
I consoli guerreggiano contro i Falisci e Tarquiniesi che infine chiedono ed ottengono una tregua di quaranta anni. Si decide di procedere al censimento e, non senza scontro politico, ottiene la censura quel Caio Marcio Rutulo che l'anno precedente era stato il primo dittatore plebeo.

23

Anno 350 a.C. consoli: Marco Popilio Lenate (plebeo) e Lucio Cornelio Scipione (patrizio). Popilio combatte vittoriosamente contro i Galli mentre il collega è malato.

24

Popilio, ferito durante la battaglia contro i Galli, torna a Roma in cattive condizioni. Il Senato nomina dittatore, per tenere i comizi, Lucio Furio Camillo che viene quindi eletto console (349 a.C.) insieme ad Appio Claudio Crasso.
25

Popilio celebra il trionfo. Lucio Camillo è criticato per essersi procurato, come dittatore, il consolato.
I Galli razziano le campagne ed i Greci insidiano il mare. I Latini generano disordini ed episodi di ribellione.
Per far fronte alla situazione i consoli reclutano un grosso esercito, Appio Claudio muore e Lucio Furio Camillo, figlio del famoso Camillo vincitore di Veio, assume da solo il comando della guerra.

26


Durante la nuova guerra con i Galli si svolge un altro duello fra un Gallo (sfidante) ed un romano: Marco Valerio.
Prodigiosamente Marco Valerio viene assistito durante il combattimento, da un corvo. Valerio vince il duello, ne consegue una battaglia dalla quale l'esercito di Camillo esce vittorioso ed onorato. A Marco Valerio il duello fruttò il soprannome di Corvo.
Lucio Furio Camillo, incaricato dal Senato di dirigere la guerra marittima contro i Greci elegge dittatore Tito Manlio Torquato che a sua volta chiama come maestro di cavalleria Marco Valerio Corvo, " emulo del suo eroismo ".
La guerra marittima di Lucio Furio Camillo fu cosa di poco conto, incerta anche l'identità del nemico, si trattava probabilmente, dice Livio, di colonie greche in Sicilia.

27

Roma è colpita da un'epidemia, per risolverla si celebra un lettisternio. Viene firmato un trattato di alleanza con ambasciatori Cartaginesi.
Anno 347 a.C. consoli: Tito Manlio Torquato e Caio Plauzio.
Nuovi provvedimenti a favore della plebe in materia di credito e di interessi.
Anno 346 a.C. consoli: Marco Valerio Corvo (per la seconda volta) e Caio Petelio.
I Volsci si ribellano e la città di Satrico viene distrutta per la seconda volta dai Romani.

28

Anno 345 a.C. consoli: Marco Fabio Dorsuone e Servio Sulpicio Camerino.
Per un'improvvisa guerra contro gli Aurunci viene conferita la dittatura a Lucio Furio Camillo. Il dittatore durante la battaglia, che vince rapidamente, vota un tempio a Giunone Moneta. Il tempio viene costruito sul Campidoglio nell'area dove sorgeva la casa di Marco Manlio Capitolino.
Anno 344 a.C. consoli: Caio Marcio Rutulo (per la terza volta) e Tito Manlio Torquato (per la seconda volta).
Viene consacrato il tempio a Giunone Moneta. Subito dopo avviene un prodigio: pioggia di pietre e tenebre improvvise.
Publio Valerio Publicola viene nominato dittatore per stabilire feste solenni. Vennero infatti indette solenni supplicazioni alle quali parteciparono, oltre alle tribù, anche i popoli confinanti.
Seguì un breve interregno.
Anno 343 a.C. consoli: Marco Valerio Corvo (per la terza volta) e Aulo Cornelio Cosso.

29

Annuncio di Livio di grandi eventi che seguiranno: La guerra sannitica, quella con Pirro e le guerre con Cartagine. Le ostilità con i Sanniti si aprirono quando questi tentarono di prevaricare un piccolo popolo della Campania, i Sidicini, che chiesero aiuto ai Campani. I Campani, a loro volta duramente sconfitti dai Sanniti chiesero aiuto ai Romani.
30

L'ambasciata dei Campani presso il senato romano.
Supplica degli ambasciatori che promettono in cambio di un aiuto contro i Sanniti l'eterna dedizione di Capua e dei Campani.

31

Il Senato esita perchè esisteva un patto di alleanza fra Romani e Sanniti, gli ambasciatori Campani allora, in base agli ordini ricevuti, consegnano Capua al Senato e si dichiarano sudditi Romani. Ambasciatori Romani vengono inviati ai Sanniti per invitarli a desistere dalla guerra ma questi rispondono con tracotanza e continuano le razzie in territorio campano.

32

I Romani dichiarano guerra ai Sanniti ed i consoli muovono subito verso la Campania.
Marco Valerio Corvo, nel Sannio, esorta i soldati prima della battaglia.

33

Descrizione della durissima battaglia contro i Sanniti che si prolunga a notte inoltrata e del comportamento eroico del console. Il giorno seguente i Romani si impadroniscono del campo sannita.

34

Frattanto l'altro console, Cornelio Cosso, rischia di cadere in un'imboscata dei Sanniti portando imprudentemente il suo esercito ad attraversare una stretta vallata fra le montagne. A salvarlo è il coraggio del tribuno Publio Decio che con un manipolo di ufficiali si impadronisce di un colle lasciato libero dal nemico disorientando i Sanniti, mentre Cornelio porta in salvo il grosso dell'esercito.

35

Incerti sul da farsi i Sanniti si limitano a circondare il colle, durante la notte Publio Decio decide di tentare la fuga con il favore dell'oscurità.

36

La sortita di Decio riesce ed all'alba il manipolo raggiunge il campo del console. Decio riceve una sorta di trionfo sul campo ed esorta Cornelio ad attaccare il nemico, questi approva ed i Romani infliggono ai Sanniti gravi perdite.

37

Il console premia ed elogia Decio, tripudio delle truppe, varie onorificenze a Decio ed ai soldati del suo manipolo.
Le forze sannite si riuniscono presso la città di Suessula (sulla strada fra Nola e Capua) e qui accorre Marco Valerio avvertito dai Campani. Mentre i Sanniti razziano le campagne Valerio, con una rapida azione, si impossessa del loro accampamento.

38

L'esito di queste battaglie dissuade Falisci e Latini da ostilità contro i Romani. I Cartaginesi mandano ambasciatori a Roma per congratularsi. Entrambi i consoli celebrano il trionfo ed al loro seguito viene Decio, insigne di gloria.
Su richiesta dei Campani viene istituito un presidio militare a Capua per impedire le scorrerie dei Sanniti.
Anno 342 a.C. consoli: Caio Marcio Rutulo e Quinto Servilio. I soldati stanziati presso Capua sono coinvolti dal fascino e dal lusso di quella città e cominciano a progettare di impadronirsene arbitrariamente. Rutulo, uomo di grande esperienza li asseconda sapendo di smorzare con quell'atteggiamento, il focolaio della rivolta.

39

Astutamente il console comincia a congedare parte dei militari, a concedere licenze ad alcuni, a destinare altrove altri per smembrare all'interno del presidio di Capua il gruppo dei sobillatori. Quando i soldati se ne rendono conto decidono di ribellarsi e parte di loro si accampa sui monti Albani. Mancando loro un comandante capace vanno a prendere il vecchio Tito Quinzio che si era ritirato in campagna dopo essere diventato zoppo per una ferita, e lo costringono ad assumere il comando contro la propria volontà.
L'esercito ribelle giunge alle porte di Roma dove lo aspetta Marco Valerio Corvo nominato dittatore.

40

Marco Valerio Corvo e Tito Quinzio si incontrano e pronunciano entrambi discorsi per esortare i ribelli alla pace e lo scontro viene evitato.

41

Per l'intercessione di Marco Valerio Corvo gli ammutinati non vengono puniti, anzi viene data loro qualche garanzia per il futuro.

42

Livio precisa che non tutte le fonti concordano nei particolari a proposito dell'episodio della ribellione.
Della guerra con i Sanniti approfittarono parte dei Latini ed i Privernati per compiere scorrerie ai danni della colonia di Norba e Sezia.

LIBRO VIII



1

Anno 341 a.C. consoli: Caio Plauzio e Lucio Emilio Mamerco. Plauzio combatte contro i Volsci e Privernati. Emilio riprende le ostilità contro i Sanniti che chiedono la pace ed il permesso di combattere contro i Sidicini.
2

Il Senato acconsente alle richieste dei Sanniti che attaccano i Sidicini. Questi offrono la resa ai Romani; che la rifiutano, poi ai Latini.
3

Sidicini, Latini e Campani si alleano contro i Sanniti che si rivolgono a Roma chiedendo che faccia rispettare a ciascuno i trattati esistenti. La risposta del Senato è ambigua perchè il controllo sui Latini è in quel momento malsicuro.

4

Anno 340 a.C. consoli: Tito Manlio Torquato (per la terza volta) e Publio Decio Mure. Anno 340 a.C. consoli: Tito Manlio Torquato (per la terza volta) e Publio Decio Mure. Anno 340 a.C. consoli: Tito Manlio Torquato (per la terza volta) e Publio Decio Mure. Fra Latini e Campani cova la rivolta. Due magistrati delle colonie Laziali (definiti pretori) Lucio Annio di Sezia e Lucio Numisio di Circei, sono convocati a Roma per far luce sulla situazione.
Prima di partire Annio convoca un'adunanza dei Latini e propone di far forza sulle circostanze per ottenere dai Romani parte del potere (uno dei posti di console e parte del Senato).
5

Gli ambasciatori latini presentano con arroganza le loro audaci proposte ma il console Tito Manlio si infuria e minaccia gli ambasciatori.

6


La tradizione vuole che durante la lite Annio abbia bestemmiato il Giove romano e sia quindi caduto lungo le scalinate rimanendo morto o svenuto. Torquato, fuori di se, parla al Senato che decide di dichiarare guerra ai Latini.
Prodigiosamente, la notte, entrambi i consoli hanno in sogno un presagio riguardante la guerra: sarà vinta dalla parte della quale un capo si immolerà spontaneamente. Al mattino le viscere delle vittime sacrificali confermano il presagio. Si decide che durante la battaglia si immolerà il console il cui esercito darà per primo segni di cedimento.

7

Tito Manlio, figlio del console, al fronte accetta spavaldamente una sfida a duello e vince ma in questo modo contavviene gli ordini dei consoli che avevano deciso che nessun romano combattesse fuori dalle linee. Per dare esempio di ferrea disciplina Torquato fa giustiziare il figlio.

8

Digressione di Livio sull'organizzazione dell'esercito romano.

9

Prima della battaglia i consoli prendono gli auspici, quelli di Decio Mure sono sfavorevoli ed egli non esita a decidere di immolarsi spontaneamente per attirare su di se, tramite la "devotio", l'ira che gli dei hanno manifestato nei sogni e nei sacrifici. Con il consiglio di un sacerdote pronuncia una formula rituale quindi si getta da solo fra le file del nemico provocando lo scompiglio finchè non cade trafitto dai dardi.

10

I Romani vincono la battaglia soprattutto grazie all'avvedutezza ed all'abilità di Torquato.
Si ritrova il corpo di Decio Mure e si celebra un solenne funerale.
Precisazioni di Livio sui riti sacrali che si svolgevano in simili occasioni.

11

I Latini tentano di organizzare una riscossa sottovalutando i Romani ma vengono definitivamente sconfitti.
Roma espropria gran parte dei territori dei Latini e dei Campani distribuendoli alla plebe. Vengono risparmiati i Laurenti ed i cavalieri campani che non si erano ribellati.

12

Tornato a Roma Torquato viene accolto solo dagli anziani mentre la gioventù lo condanna per aver fatto giustiziare il figlio.
Gli Anziati compiono scorrerie e Torquato, in cattive condizioni di salute nomina dittatore Lucio Papirio Crasso.
Anno 339 a.C. consoli: Tito Emilio Mamercino e Quinto Publilio Filone. A parte la repressione di qualche residuo focolaio di ribellione fra i Latini i due consoli non compirono gesta degne di nota. Si macchiarono invece di comportamento opportunista e sedizioso. Mamercino fa varare delle leggi favorevoli alla plebe ma il testo non è chiaro perchè tali leggi sembrano repliche di altre approvate in precedenza.

13

Anno 338 a.C. consoli: Lucio Furio Camillo e Caio Menio.
Continua la campagna di assoggettamento del Lazio. Viene assediata la città di Pedo. I consoli conquistano Pedo e molte altre città latine. Tornati a Roma celebrano il trionfo.
Si discute sulle condizioni a cui sottoporre i popoli vinti.

14

Delibera del Senato. Cittadinanza e libertà di culto ai Lanuvini, agli Aricini, ai Nomentani, ai Pedani. Ai Tuscolani viene conservata la cittadinanza che già avevano e si perseguitano solo gli agitatori.
Duri provvedimenti contro Velletri che si era ribellata più volte: le mura vengono abbattute ed i maggiorenti esiliati.
Ad Anzio vengono inviati nuovi coloni e sequestrata la flotta, agli Anziati viene interdetta la navigazione ma concessa la cittadinanza.
Tiburtini e Prenestini vengono puniti con la parziale confisca delle terre. Ai Campani, ai Fondani ed ai Formiani viene concessa la cittadinanza sine suffragio, così ai Cumani e ai Suessulani. Con i Rostri delle navi di Anzio venne adornata la famosa tribuna nel Foro.

15

Anno 337 a.C. consoli: Caio Sulpicio Longo e Publio Elio Peto. Guerra tra Sidicini e Aurunci. Roma interviene a favore degli Aurunci. Viene nominato dittatore Caio Claudio Regillense che sceglie come maestro di cavalleria Caio Claudio Ortatore, però rinuncia subito alla carica su consiglio degli auguri che consideravano irregolare la nomina.
Nello stesso anno la vestale Minucia viene processata per impudicizia e sepolta viva presso Porta Collina.
Quinto Publilio Filone è il primo plebeo ad essere eletto pretore.

16

Anno 336 a.C. consoli: Lucio Papirio Crasso e Cesone Duilio. Guerra con gli Ausoni, alleati dei Sidicini.
Anno 335 a.C. consoli: Marco Valerio Corvo e Marco Atilio Regolo.
Marco Valerio Corvo attacca gli Ausoni e conquista la città di Cales. Subito dopo entrambi i consoli muovono contro i Sidicini.
Viene nominato dittatore per i comizi Lucio Emilio Mamercino.

17

Anno 334 a.C. consoli: Tito Veturio e Spurio Postumio. Aggravandosi la guerra contro i Sidicini i consoli nominano dittatore Publio Cornelio Rufino, ma per irregolarità dell'elezione questi rinuncia alla carica e si passa all'interregno.
Evidentemente l'interregno dura a lungo: Livio parla di cinque interrè e non nomina i consoli del 333 a.C.
Anno 332 a.C. consoli: Aulo Cornelio Cosso (per la seconda volta) e Cneo Domizio Calvino. In vista di una guerra contro i Galli viene nominato dittatore Marco Papirio Crasso, maestro di cavalleria Publio Valerio Publicola. Nell'Italia meridionale si svolgono le imprese di Alessandro re dell'Epiro (chiamato dai Tarantini), il quale infine stipula una alleanza con i Romani.
I censori Quinto Publilio Filone e Spurio Postumio, compiuto il censimento istituiscono le nuove tribù : Mecia e Scapzia.

18

Anno 331 a.C. consoli: Marco Claudio Marcello e Caio Valerio Potito. Si verifica una grave epidemia, per opera di una delatrice viene scoperto un gruppo numeroso di matrone che diffondevano il contaggio tramite filtri malefici. Due di loro, Cornelia e Sergia, affermano che si tratti di medicinali, vengono costrette a berli e ne muoiono. Livio dubita dell'avvenimento, dice comunque che, se vero, sarebbe stato il primo processo per veneficio nella storia di Roma.

19

Anno 330 a.C. consoli: Lucio Papirio Crasso (per la seconda volta) e Lucio Plauzio Vennone. Guerra con i Privenati con i quali si alleano ribelli della città di Fondi.

20

Anno 329 a.C. consoli: Lucio Emilio Mamercino e Caio Plauzio.
La guerra contro Priverno si conclude con la vittoria dei Romani. La città viene conquistata ed il capo dei rivoltosi, Vitruvio Vacco, fatto prigioniero e giustiziato.

21

Si discute in Senato il destino dei Privernati. Il console Caio Plauzio sostiene la linea moderata. Un ambasciatore di Priverno si comporta con fierezza nonostante lo svantaggio della propria posizione. Alla fine viene concessa la cittadinanza romana ai Privernati.

22

Anno 328 a.C. consoli: Publio Plauzio Proculo e Publio Cornelio Scapula. Si deduce una colonia a Fregelle.
Un certo Marco Flavio distribuisce carne al popolo, grato per essere stato assolto in un processo per violenza carnale.
Anno 327 a.C. consoli: Lucio Cornelio Lentulo e Quinto Publilio (per la seconda volta).
Agitazioni nelle colonie greche. Guerra con queste e con i loro alleati Sanniti.

23


Il console Publilio occupa una buona posizione fra Palepoli e Napoli ed avvicinandosi lo scadere del suo mandato si decide di prorogare il comando con la carica di proconsole (primo caso nella storia romana). Al console Cornelio, già entrato nel Sannio fu ordinato di nominare un dittatore per i comizi, egli scelse Marco Claudio Marcello.
Gli auguri invalidano l'elezione del dittatore e si passa all'interregno.
Anno 326 a.C. consoli: Caio Petelio Libone Visolo e Lucio Papirio Mugillano.

24


In quello stesso anno (326 a.C.) Livio colloca la fondazione di Alessandria e la morte di Alessandro di Epiro, ma i due eventi sono posdatati di circa cinque anni. Livio racconta brevemente la fine di Alessandro di Epiro che dopo aver guerreggiato in Italia cade vittima, nel Bruzio, di un imboscata dei Lucani.

25


Diffidando degli alleati Sanniti la città di Palepoli (pare fosse un sobborgo di Napoli) si consegna spontaneamente ai Romani.

26

I Sanniti tentano di rifarsi ma senza successo. La resa di Napoli viene formalizzata e Publilio riceve il trionfo.
Publilio è dunque il primo console al quale sia stato prorogato il comando ed anche il primo ad ottenere il trionfo dopo che era uscito di carica.

27


Anche i Tarantini, vedendosi minacciati dall'espansione romana entrano nel conflitto.

28


Gli abusi di un creditore provocano un'agitazione che si conclude con l'abolizione dell'asservimento per debiti.


29


Anno 325 a.C. consoli: Lucio Furio Camillo (per la seconda volta) e Giunio Bruto Sceva.
Dittatore: Lucio Papirio Cursore.
Si combatte con i Vestini (popolazione stanziata fra il Gran Sasso ed il Mare Adriatico) e si conquistano le loro città.

30


Quinto Fabio Massimo Rulliano, maestro di cavalleria, approfittando dell'assenza del dittatore Lucio Papirio Cursore e trasgredendone gli ordini combatte di sua iniziativa contro i Sanniti. La sua condotta provoca grande ira da parte del dittatore che si precipita al campo per punire Fabio Massimo Rulliano.

31


Fabio Massimo Rulliano cerca la solidarietà dei soldati per scampare dall'ira di Papirio.
32

Il dittatore accusa Fabio Massimo Ruliano, i soldati lo difendono e si sfiora la rivolta.

33

Fabio Massimo durante la notte fugge dall'accampamento e ripara a Roma, presso il padre Marco Fabio Ambusto che era stato un personaggio di rilievo, tre volte console e dittatore.
Papirio giunge a Roma per inseguire Fabio Massimo e si scontra in Senato con Marco Fabio Ambusto.

34

Papirio insiste nelle accuse contro Fabio Massimo.

35

Papirio infine si lascia convincere dalle preghiere del Senato, del popolo e dei tribuni e ritira l'accusa.
Ovviamente la popolarità del dittatore esce gravemente danneggiata dalla vicenda.

36

Tornato al campo contro i Sanniti, Papirio recupera la perduta popolarità con un comportamento umanitario e solidale verso i propri soldati. Riesce infine a sconfiggere i nemici ed assegna il bottino alle truppe.

37

Anno 323 a.C. consoli: Caio Sulpicio Longo (per la seconda volta) e Quinto Emilio Cerretano.
Tregua di un anno con i Sanniti.
Anno 322 a.C. consoli: Fabio Massimo Rulliano e Lucio Fulvio Corvo.
Ribellione dei Sanniti e guerra con gli Apuli. Livio accenna ad una ribellione di Tuscolo non chiaramente descritta. I Tuscolani chiesero ed ottennero clemenza.

38

Complicandosi la questione sannita viene eletto dittatore: Aulo Cornelio Arvina e maestro di cavalleria Marco Fabio Ambusto.
Ripresa della guerra contro i Sanniti, descrizione degli scontri.

39

I Sanniti, vedendosi in difficoltà decidono di consegnare ai Romani il nobile Brutolo Papio, fautore della rottura della tregua nonchè tutti i prigionieri ed il bottino precedentemente preso loro.
Brutolo Papio si suicida ed il suo corpo viene inviato a Roma. I Romani rifiutano le offerte. Il dittatore riporta il trionfo.

40

Parlando delle incompletezze e delle contraddizioni delle sue fonti Livio lamenta la corruzione della narrazione storica dovuta alla superbia ed alle contraffazioni delle famiglie romane che contendevano fra loro l'onore delle gesta degli antenati.

LIBRO IX


1

Anno 321 a.C. consoli: Tito Veturio Calvino e Spurio Postumio. I Sanniti vistisi rifiutare la resa proposta ai Romani riprendono a combattere, li comanda Caio Ponzio.

2

I Sanniti diffondono la falsa voce di una guerra in Apulia, contro Luceria, per attirare in trappola l'esercito romano. L'inganno riesce e le legioni si trovano intrappolate nelle gole montane presso Caudio.

3

Mentre i Romani, presi in trappola si disperano, i Sanniti sono incerti sul da farsi. Viene consultato il vecchio Erennio Ponzio, padre di Caio che esprime l'opinione di lasciar passare i Romani senza colpo ferire. I capi sanniti rifiutano questo consiglio ed egli esprime allora il parere opposto. In pratica il vecchio Erennio giudica che si debba cercare l'amicizia dei Romani oppure la loro totale rovina, mentre ogni via di mezzo esporrebbe i Sanniti a pericolose rappresaglie.

4

I Romani catturati inviano ambasciatori a trattare la resa ed i Sanniti impongono l'ignominiosa punizione del giogo.

5

I consoli tentano di trattare ma i Sanniti sono inamovibili, l'esercito romano non potrà dunque scampare al disonore.

6 - 7

L'esercito, a cominciare dai consoli è costretto a sfilare disarmato e quasi in nudità sotto il giogo per uscire dalla gola.
Dopo l'umiliazione le legioni inermi riparano a Capua dove sono soccorse dagli alleati campani.
In città la notizia del disonore subito viene accolta con grave cordoglio. Si tenta di eleggere dei dittatori ma nel malanimo generale non si riesce a tenere i comizi. Segue un interregno.

Anno 320 a.C. consoli: Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore.

8

L'ex console Spurio Postumio, chiamato davanti al Senato spiega che la pace disonorevole contratta a Caudio non impegna il popolo romano perchè conclusa provvisoriamente e senza le formalità del caso. Propone quindi che i Romani consegnino all'ira dei nemici lui stesso ed il collega Tito Veturio Calvino e rompano il trattato.

9

Si discute sulla proposta di Postumio, avversata dai tribuni della plebe.

10

Infine la proposta di Postumio viene approvata e gli ex consoli, con i principali ufficiali dell'esercito, vengono condotti a Caudio. Postumio, con il sacrificio, ha riacquistato l'onore agli occhi del popolo.
Durante il cerimoniale della consegna al nemico dei magistrati Postumio colpisce il feziale (Aulo Cornelio Arvina) dichiarandosi cittadino sannita in modo da creare un precedente offensivo per giustificare la violazione della tregua da parte dei Romani.

11

Tuttavia il capo sannita Caio Ponzio non accetta la consegna dei prigionieri e definisce provocatorio il comportamento dei Feziali.

12

Ovviamente la tregua è infranta e si riaprono le ostilità.
I Sanniti, alleatisi con i Satricani prendono la colonia di Fregelle. I consoli riportano l'esercito nel Sannio e puntano verso Luceria, in Apulia nel tentativo di liberare i cavalieri presi in ostaggio dai Sanniti a Caudio.

13

I Romani sono ansiosi di vendicare l'offesa subita e combattono furiosamente contro i Sanniti spingendoli sempre più a Sud.
Infine entrambi gli eserciti consolari cingono di assedio Luceria.

14

I Tarantini cercano invano di mediare per far cessare la guerra.
I Romani attaccano Luceria ed iniziano una strage sistematica ma i consoli interrompono il combattimento in considerazione dei seicento cavalieri Romani in ostaggio ai Sanniti.

15

Infine Luceria si arrende per fame ed i Sanniti sono costretti a restituire gli ostaggi ed a subire a loro volta l'onta del giogo.
E'incerto nelle fonti, dice Livio, quanta parte nella vittoria abbia avuto il dittatore Aulo Cornelio e quanta i consoli.

16

Anno 319 a.C. consoli: Lucio Papirio Cursore (per la terza volta) e Quinto Aulo Cerretano (per la seconda volta). Dopo la vittoria sui Sanniti i Romani passano a punire i loro alleati Ferentini e Satricani.
Breve ritratto di Lucio Papirio Cursore, uomo di grande eroismo e di particolari doti fisiche. Il suo soprannome deriva dalla sua velocità nella corsa.

17 - 19

Un'insolita digressione di Livio che immagina che cosa sarebbe avvenuto se Alessandro Magno si fosse scontrato con i Romani e pare concludere che il re macedone ne sarebbe uscito fortemente ridimensionato.

20

Anno 318 a.C. consoli: Marco Folio Flaccina e Lucio Plauzio Vennone.
Tregua di due anni con i Sanniti.
Inviati prefetti a Capua su richiesta degli stessi campani, travagliati da discordie interne.
Istituite le tribù: Ufentina e Falerna, le tribù diventano 31.
Anno 317 a.C. consoli: Caio Giunio Bubulco e Quinto Emilio Barbula.
Resa volontaria dei Tarantini.
Istituiti patroni ad Anzio per fissare le leggi della colonia.

21

Anno 317 a.C. consoli: Spurio Nauzio e Marco Popilio.
Dittatore: Lucio Emilio.
Il dittatore attacca Saticola (S.Agata dei Goti), fornendo ai Sanniti il pretesto per riprendere la guerra.
Lucio Emilio conquista Saticola e respinge i Sanniti che, a loro volta assediano Plistica, alleata dei Romani.

22

Anno 315 a.C. consoli: Omessi da Livio (Lucio Papirio Cursore e Quinto Publio Filone).
Dittatore: Quinto Fabio Massimo Rulliano.
I Sanniti tentano ancora di liberare Saticola, nello scontro cadono il loro comandante ed il maestro di cavalleria romano, Quinto Aulo Cerretano.

23

La guerra si sposta a Sora, colonia romana passata ai Sanniti.
Scontri presso Sora, Quinto Fabio ed il nuovo maestro di cavalleria Caio Fabio accerchiano i Sanniti e ne fanno strage.

24

Anno 314 a.C. consoli: Marco Petelio e Quinto Sulpicio.
Dittatore: Caio Menio.
Con l'aiuto di un disertore i Romani prendono Sora. Duecentoventicinque cittadini di Sora, ritenuti responsabili della ribellione, vengono condotti a Roma e giustiziati.

25

Guerra con gli Ausoni, puniti dai Romani per aver appoggiato i Sanniti.

26

Luceria passa ai Sanniti, l'esercito romano interviene immediatamente.
Dopo una dura repressione della rivolta, vengono inviati coloni a Lucera.
Cospirazioni antiromane a Capua. Per condurre un inchiesta in merito viene nominato dittatore Caio Menio.
I Capuani Ovio e Nevio Calavio, fautori della cospirazione, si uccidono per evitare l'inchiesta.
L'inchiesta sulle cospirazioni viene allargata a Roma e ne rimane coinvolto lo stesso dittatore Caio Menio con il maestro di cavalleria Marco Folio.
Processati Caio Menio, Marco Folio e Publilio Filone vengono assolti.

27

Nuova sconfitta dei Sanniti ad opera dei due consoli presso Malevento che, in quell'occasione, assunse il nome di Benevento.

28

Anno 313 a.C. consoli: Lucio Papirio Cursore (per la V volta) e Caio Giunio Bubulco (per la seconda volta).
Dittatore: Caio Petelio.
Ancora combattendo contro i Sanniti: riconquista di Fregalle, passata ai Sanniti, presa di Nola, Atinia e Calazia.
Stanziamento delle colonie di Suessa e di Pomezia.

29


Anno 312 a.C. consoli: Marco Valerio Massimo e Publio Decio Mure.
Dittatore: Caio Giunio Bubulco. Si temono ostilità da parte etrusca ed il console Publio Decio, malato, nomina dittatore Caio Giunio Bubulco che arruola un grosso esercito. Tuttavia non si combatte.
In quell'anno il censore Appio Claudio costruisce la Via Appia e l'acquedotto Appio.
La famiglia dei Potizi affida ai funzionari pubblici il culto dell'ara massima di Ercole. Per punizione divina - dice Livio - i Potizi moriranno tutti in poco tempo ed Appio Claudio perse la vista (Appio Claudio Cieco).

30

Anno 311 a.C. consoli: Caio Giunio Bubulco (per la terza volta) e Quinto Emilio Barbula (per la seconda volta).
Con nuove leggi i tribuni militari e i duumviri navali saranno eletti dal popolo.
I flautisti, protestando contro una nuova disposizione che proibiva loro di mangiare nel tempio di Giove (cosa che facevano tradizionalmente) indicono uno sciopero e riparano a Tivoli.
Gli ambasciatori Romani inviati a riprenderli si fanno beffe di loro rimandandoli a casa ubriachi.

31

Presa di Baviano, ricco bottino di soldati.
I Sanniti tentano una nuova imboscata ai danni dei Romani ma il tentativo fallisce ed i Romani vincono la battaglia che ne consegue.

32

Il console Quinto Emilio Barbula affronta e sconfigge gli Etruschi in una battaglia presso Sutri.

33

Anno 310 a.C. consoli: Quinto Fabio Rulliano e Caio Marcio Rutulo.
Appio Claudio Cieco, passati i diciotto mesi dalla carica rifiuta di deporre la censura con cavilli legali e si scontra con i tribuni della plebe.

34

Il tribuno Publio Sempronio pronuncia un lungo discorso contro Appio Claudio Cieco e cerca di farlo arrestare. Appio Claudio si salva per il veto di altri tribuni e conserva la carica.

35

Il console Quinto Fabio si scontra ancora con gli Etruschi presso Sutri, ottenendo un'altra vittoria.

36

Quinto Fabio esita nell'affrontare la Selva Cimina, particolarmente oscura ed insidiosa, per timore di imboscate. Manda in esplorazione suo fratello che fingendosi indigeno, raggiunge la città degli Umbri Camerti (Camerino) dove riceve promesse di accoglienza per le legioni romane. Quinto Fabio entra allora nella selva con l'esercito ed in vari scontri sconfigge ancora gli Etruschi.

37


Gli Etruschi si alleano con gli Umbri e formano un grosso esercito, tuttavia i Romani, con un improvviso assalto notturno al campo, li sconfiggono ancora una volta. Viene quindi stabilita una tregua di trenta anni con Perugia, Cortona e Arezzo.

38


L'altro console Caio Marcio Rutulo intanto attacca la città di Alife che era in mano dei Sanniti. La flotta romana, incaricata di vigilare sul litorale campano approda a Pompei. Gli equipaggi delle navi compiono scorrerie e vengono respinti dai cittadini. Negli scontri di Alife Caio Marcio Rutulo viene ferito e subisce perdite di soldati ed ufficiali. Giungono a Roma voci allarmanti. Si decide a Roma di nominare dittatore Papirio Cursore ma nasce un problema pratico e politico: era pericoloso e difficile raggiungere il console Marcio Rutulo nel Sannio, mentre l'altro console Quinto Fabio era personalmente ostile a Papirio Cursore che anni prima lo aveva perseguitato (vedi VIII - 30-35). Si invia un'ambasciata a Quinto Fabio che, soffocando nobilmente i propri rancori, elegge dittatore Papirio Cursore.

38

Il dittatore si scontra con gli Etruschi presso il lago Vladimone, annientandoli.

40

L'esercito romano, comandato da Papirio, si scontra quindi con i Sanniti in una località imprecisata, e riporta una grande vittoria.
La splendide armi dei Sanniti vengono condotte a Roma per adornare il Foro ed essere offerte agli dei.
Intanto Quinto Fabio combatte con i resti degli Etruschi. Sia Papirio che Fabio ottengono il trionfo.
Anno 308 a.C. consoli: Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure.

41

Marco Valerio è eletto per la quarta volta pretore.
Fabio assedia e costringe alla resa la città sannita di Nuceria Altaferna.
Publio Decio impone ai Tarquiniesi una tregua di quaranta anni e ristabilisce la pace in Etruria, tuttavia gli Umbri si ribellano.
Gli Umbri minacciano di attaccare direttamente Roma ed entrambi i consoli portano gli eserciti nei pressi della città, gli Umbri si arrendono rapidamente ai primi scontri.

42

Anno 307 a.C. consoli: Appio Claudio e Lucio Volumnio. Per i suoi meriti Quinto Fabio ottiene una proroga del comando anche dopo lo scadere del consolato, nonostante l'opposizione di Appio Claudio. Fabio combatte ancora con i Sanniti presso Alife. Alla resa dei Sanniti, che vengono fatti passare sotto il giogo, Fabio deporta a Roma tutti gli Ernici che avevano militato con i Sanniti. Per questo motivo gli Ernici dichiarano guerra a Roma.
Anno 306 a.C. consoli: Publio Cornelio Arvina e Quinto Marcio Tremulo.
Dittatore: Publio Cornelio Scipione.

43


Publio Cornelio Arvina viene inviato nel Sannio dove si erano create nuove difficoltà a Calazia e Sora.
Quinto Marcio Tremulo affronta gli Ernici.
La guerra con gli Ernici è breve e si conclude con la loro resa. Marco Tremulo raggiunge quindi il collega nel Sannio ed insieme i due eserciti consolari sconfiggono nuovamente i Sanniti.
Cornelio rimane nel Sannio mentre Marcio torna a Roma per celebrare il trionfo sugli Ernici.
Il censore Caio Giunio Bubulco da in appalto la costruzione di un nuovo tempio della salute.
Viene rinnovato per la terza volta il trattato di alleanza con i Cartaginesi.

44


Publio Cornelio Scipione, in assenza dei consoli, viene eletto dittatore per i comizi consolari.
Anno 305 a.C. consoli: Lucio Postumio e Tito Minucio.
Ancora scontri con i Sanniti. Il console Minucio muore per le ferite riportate in combattimento e Lucio Furio viene nominato console suffectus.
Vittoria sui Sanniti, viene catturato il comandante sannita Stazio Gellio. Occupazione di Boviano.

45

Anno 304 a.C. consoli: Publio Sulpicio Saverrione e Publio Sempronio Sofo. I Sanniti chiedono la pace che viene concessa solo dopo un'ispezione del console Sempronio nel Sannio per accertare che non vi si stiano preparando nuove iniziative belliche.
I Feziali sono inviati a chiedere soddisfazione agli Equi che avevano in più occasioni aiutato i Sanniti, la risposta è provocatoria e viene dichiarata la guerra.
Gli Equi, poco organizzati e non abituati a combattere, cercano di eludere gli scontri. I Romani invadono il loro territorio e fanno strage. Dato l'esempio i Marrucini, i Marsi ed i Peligni chiedono ed ottengono trattati di pace e di alleanza.

46

Lo scrivano Cneo Flavio viene eletto edile curule, divulga il diritto civile che veniva custodito dai pontefici e fa pubblicare i fasti.
Diventa censore Quinto Fabio " che confina la folla piazzaiola in quattro tribù urbane e con questo provvedimento si guadagna quel soprannome di Massimo che non avevano potuto fruttargli tante vittorie ".


LIBRO X

1


Anno 303 a.C. consoli: Lucio Genucio e Servio Cornelio.
Pace all'esterno. Si deducono colonie ad Alba e Sora. Si reprime un nucleo di ribelli in Umbria.
Anno 302 a.C. consoli: Marco Livio Denter e Marco Emilio.
Disordini fra gli Equi portano ad una dittatura di Caio Giunio Bubulco che ha rapidamente ragione degli insorti.

2


La flotta greca dello spartano Cleonimo conquista la città di Turii nel territorio dei Salentini. Interviene il console Emilio cacciando gli invasori. Cleonimo risale l'Adriatico fino alla laguna veneta dove è messo in fuga dai padovani.

3


Patto d'alleanza con i Vestini. Si prepara la guerra da parte dei Marsi e degli Etruschi di Arezzo. Viene eletto dittatore Marco Valerio Massimo (secondo una tradizione sarebbe Valerio Corvo ormai vecchissimo, secondo un'altra sarebbe il figlio omonimo). Rapida sconfitta dei Marsi. Battaglia perduta contro gli Aretini.

4


Si combatte in Etruria. Alcune fonti di Livio affermano che Quinto Fabio Massimo fosse il maestro di cavalleria ma egli dubita fortemente di questa affermazione.
5


Il dittatore Valerio combatte e sconfigge gli Aretini.
Anno 300 a.C. consoli: Marco Valerio e Apuleio Pansa. (Livio ha omesso l'indicazione dei consoli del 301 a.C. (anno dittatoriale).

6


L'anno di Valerio e Apuleio Pansa trascorse tranquillo, salvo il contrasto politico suscitato dai tribuni della plebe Quinto e Cneo Ogulnio, che propongono di ampliare i collegi degli auguri e dei pontefici ammettendo in essi membri plebei. Ovviamente la proposta è contrastata dai patrizi.

7


A contendere per questa legge è, come sempre, un Appio Claudio fra i patrizi, che si misura con il plebeo Publio Decio Mure, figlio del famoso omonimo che si era sacrificato per la patria.
Ovviamente Decio Mure chiama ad esempio la figura paterna per sostenere come anche i plebei siano degni della carica sacerdotale.

8


Continua il discorso di Decio Mure che nota come ormai la plebe condivida tutti gli onori del patriziato e sia dunque fuori luogo negare il sacerdozio ai plebei, tanto più - dice Mure - che la proposta prevede l'ampliamento dei collegi senza nulla togliere ai patrizi.

9


La proposta viene accolta dai comizi.
Vengono eletti Pontefici: Publio Decio Mure, Publio Sempronio Sofo, Caio Marcio Rutulo, Marco Livio Denter ed auguri altri cinque plebei: Caio Genucio, Publio Elio Peto, Marco Minucio Feso, Caio Marcio e Tito Publilio, si giunse così ad avere otto pontefici e nove auguri.
Lo stesso anno il console Marco Valerio presentò una proposta di legge sul diritto di appello al popolo.
Marco Valerio combattè una breve guerra contro gli Equi, Apuleio suo collega assedia in Umbria la città di Nequino, assedio lungo e difficile per la posizione della città.
Anno 299 a.C. consoli: Marco Fulvio Peto e Tito Manlio Torquato. I nuovi consoli proseguono l'assedio di Nequino.
Vengono create le tribù: Aniense e Terentina.

10

Grazie al tradimento di due assediati i Romani riescono a penetrare all'interno di Nequino. Conquistata la città vi viene stanziata la colonia che prese il nome di Narnia.
Gli Etruschi si accingono a rompere la tregua ma il loro territorio viene invaso dai Galli.


11

Gli Etruschi tentano di convincere i Galli a combattere, dietro compenso, contro i Romani ma i Galli, intascato il compenso, non tengono fede ai patti.
Il console Tito Manlio Torquato muore per una caduta da cavallo, Marco Valerio viene nominato console suffectus.
Anno 298 a.C. consoli: Lucio Cornelio Scipione Barbato e Cneo Fulvio.
I Sanniti attaccano i Lucani che chiedono aiuto a Roma.

12


Viene conclusa l'alleanza con i Lucani e si inviano i Feziali presso i Sanniti che li respingono. Scoppia una nuova guerra con i Sanniti. Al console Scipione toccano le operazioni in Etruria, a Fulvio quelle nel Sannio. Lucio Cornelio Scipione Barbato combatte vittoriosamente in Etruria mentre Cneo Fulvio penetra nel Sannio assalendo Boviano e Anfidena.

13

Stanziata una colonia a Carsoli.
Trionfo di Fulvio sui Sanniti. L'impegno militare è grave e si vuole eleggere console Quinto Fabio Massimo che, ormai in età, cerca di rinunciare, tuttavia la sua fama porta la popolazione ad insistere.
Anno 297 a.C. consoli: Quinto Fabio Massimo Rulliano e Publio Decio Mure.

14

Poichè gli Etruschi sembrano intenzionati a trattare la pace, entrambi i consoli si rivolgono contro il Sannio. Fabio Massimo riesce con difficoltà e stratagemmi a vincere una battaglia contro i Sanniti.

15

Il console Publio Decio intanto affronta presso Malvento gli Apuli, alleati dei Sanniti.
I due consoli si trattengono nel Sannio seminando la devastazione. Si arriva ai comizi e questa volta Quinto Fabio Massimo rifiuta di candidarsi.
Anno 296 a.C. consoli: Appio Claudio e Lucio Volumnio.

16

Il comando nel Sannio viene prorogato per sei mesi ai consoli uscenti.
Incalzati dai proconsoli i Sanniti cercano l'appoggio degli Etruschi, portando in Etruria gran parte del loro esercito.

17

Decio Mure conquista Murganzia.
Decio Mure e Fabio Massimo conquistano Romulea (in Irpinia) e Ferentino.

18

Gli Etruschi, per istigazione del Sannita Gellio Egnazio scatenano una grossa guerra, coinvolgendo gli Umbri e ricevendo aiuti dai Galli. Li fronteggia il console Appio Claudio con due legioni e dodicimila alleati.
Lucio Volumnio lascia il Sannio e raggiunge il collega richiamato da una lettera di questi ma Appio Claudio nega di avergli scritto.

19

I soldati insistono perchè Volumnio rimanga ed i due consoli infliggono una grave sconfitta alle forze etrusche e sannite.

20

Nuovi contingenti sanniti intanto devastano l'agro campano. Li sorprende il console Volumnio, mentre torna verso il Sannio, carichi di bottino e li sbaraglia facilmente.

21

Continua la minaccia della grande coalizione degli Etruschi con Sanniti, Umbri e Galli.
I Romani arruolano gente di ogni condizione. Vengono dedotte le colonie di Minturno e Suessa.

22

Anno 295 a.C. consoli: Quinto Fabio Massimo (per la V volta) e Publio Decio (per la IV volta).
Appio Claudio viene eletto pretore.
A Volumnio viene prorogato il comando per un anno.

23

Durante una cerimonia di supplicazione decretata dal senato a seguito di presagi negativi si apre un fatto di cronaca.
La matrona Virginia, figlia di Aulo e moglie del console Lucio Volumnio viene esclusa dai riti per aver sposato un plebeo. La matrona risponde facendo costruire a sue spese un piccolo tempietto e dedicandolo alla Pudicizia Plebea, della quale istituisce il culto contrapponendolo a quello della Pudicizia Patrizia.
Gli edili curuli Cneo e Quinto Ogulnio, con il denaro ricavato dalla condanna di alcuni usurai, provvedono ad opere pubbliche fra cui la statua dei gemelli con la lupa.

24

Nonostante la loro proverbiale amicizia i due nuovi consoli sono in contrasto per l'assegnazione del comando in Etruria. Si discute se procedere a sorte o affidare direttamente il comando a Fabio. Infine prevale la seconda scelta e Fabio procede agli arruolamenti.

25

Giunto in Etruria con un esercito al di sotto delle cinquemila unità, Fabio Massimo fa smantellare l'accampamento del pretore Appio Claudio e lo rimanda a Roma.
Appio Claudio insiste in Senato perchè un altro esercito raggiunga quello del console.
Fabio viene convocato a Roma per una consultazione, oppure prende l'iniziativa egli stesso della consultazione, le fonti di Livio sono incerte.

26

Dopo una riunione sul cui andamento le fonti sono ancora incerte Fabio riparte per l'Etruria con Publio Decio.
Prima che l'esercito consolare giunga in Etruria una legione romana stanziata presso Chiusi viene distrutta dai Galli Senoni.

27

L'esercito romano raggiunge il nemico a Sentino, nei pressi di Fabriano.
Fabio prende tempo mandando i proconsoli Cneo Fulvio e Lucio Postumio Megello a compiere devastazioni in territorio etrusco per far allontanare parte delle forze nemiche. Dopo due giorni si viene al primo scontro, in cui i due eserciti dimostrano parità di forze.

28

L'ala di Fabio combatte sulla difensiva per stancare il nemico.
L'ala di Publio Decio, invece, combatte con irruenza ed ha la peggio. Decio, emulando la devotio paterna, si immola ritualmente lanciandosi da solo contro le schiere dei Galli, per propriziare la fortuna all'esercito romano.

29

Incitati dall'esempio del comandante ed aiutati da rinforzi inviati da Fabio gli uomini di Decio riprendono il controllo della situazione.
Intanto Fabio valuta che i nemici siano ormai esausti e passa finalmente all'attacco sgominando rapidamente i Sanniti e, con maggiori difficoltà, i Galli.
Negli scontri morì anche il comandante sannita Gellio Egnazio.
La battaglia si conclude con una sanguinosa vittoria dei Romani e gravi perdite da ambo le parti.

30

Anche il proconsole Cneo Fulvio consegue successi in Etruria. Fabio, tornato a Roma, riporta il trionfo sui Galli, sugli Etruschi e sui Sanniti. Si celebra il compianto di Publio Decio.

31

Ma i nemici hanno ancora l'energia per combattere. Nel Sannio il pretore Appio Claudio guida l'esercito di Decio, Fabio combatte ancora in Etruria.

32

Anno 294 a.C. consoli: Lucio Postumio Megello e Marco Atilio Regolo. Postumio fu trattenuto a Roma dalle cattiva condizioni di salute, Atilio partì per il Sannio.
Romani e Sanniti si incontrano all'entrata nel Sannio e piantati i rispettivi accampamenti rimangono a fronteggiarsi finchè i Sanniti non tentano un assalto al campo romano, all'alba e favoriti dalla fitta nebbia.

33

I Romani, presi alla sprovvista, sono in difficoltà, infine riescono a respingere l'attacco non senza perdite.
I Sanniti, incoraggiati dall'impresa non del tutto sfortunata, circondano il campo romano ma indietreggiano quando arriva l'altro esercito consolare comandato da Lucio Postumio Megello.

34

Il console Postumio penetra nel Sannio e conquista la città di Milionia e quella di Feretro che trova deserta essendone fuggiti gli abitanti.

35

Il console Atilio, invece, si scontra con i Sanniti presso Luceria in una battaglia dall'esito incerto che lascia i Romani molto scoraggiati. L'indomani il console a fatica convince i soldati a non arrendersi.


36

La battaglia inizia debolmente, essendo sfiniti entrambi gli schieramenti. Il console deve ricorrere alle minacce contro i suoi uomini che tentano di fuggire. Alla fine riesce a risollevare il morale dei soldati ed a vincere la battaglia, sia pur subendo gravi perdite.
I Sanniti sconfitti vengono fatti passare nudi sotto il giogo.
Tornando verso Roma Atilio sorprende e sgomina altre orde di Sanniti. Il trionfo tuttavia gli viene negato per le perdite subite e per aver fatto passare i prigionieri sotto il giogo senza che ciò fosse contemplato nel patto di resa.

37

L'altro console, Lucio Postumio Megello, trasferite le truppe in Etruria riporta successi nei territori Volsiniesi e Rusellani.
Si stipula una pace con tre importanti città etrusche, Volsini, Perugia e Arezzo che vengono duramente multate.
Postumio chiede i trionfo ma il Senato, con vari pretesti, lo nega anche a lui. Postumio insiste nella sua richiesta ed alla fine, con l'appoggio del popolo e di alcuni tribuni della plebe celebra il trionfo, per la prima volta contro il parere del Senato.
Discordanza delle fonti di Livio sugli avvenimenti di quell'anno.

38

Anno 293 a.C. consoli: Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio.
Gli irriducibili Sanniti concentrano tutte le loro forze presso Aquilonia. Qui viene costruita con una sorta di rito di iniziazione, la "Legione Linteata " (dai teli di lino che coprivano il recinto in cui si svolse il rito).
I componenti di questa legione giurarono di non disertare e di non fuggire in battaglia, richiamando su di se la maledizione degli dei in caso di trasgressione al giuramento.

39

Intanto i consoli con due diversi eserciti avanzano verso Aquilonia devastando il territorio sannita.
Carvilio cinge d'assedio la città di Cominio. Papirio prepara l'offensiva contro il grosso delle forze sannite accampate ad Aquilonia ed informa il collega alla vigilia dell'attacco chiedendogli di attaccare a fondo Cominio per impedire l'invio di rinforzi ad Aquilonia.

40

Nel campo di Papirio Cursore ci si prepara con entusiasmo a combattere.
Un augure (pullario) osa falsare il verdetto dei sacrifici per aumentare la sicurezza dei Romani. Nasce un alterco fra gli auguri ed il console viene informato dell'accaduto, tuttavia ritiene di dover procedere ugualmente all'attacco. E' singolare l'atteggiamento di Papirio: chi ha compiuto il sacrificio - dice - è il pullario, ma il responso che egli ha ricevuto resta positivo ed incoraggiante. Comunque per aiutare la vendetta divina dispone i pullari in prima fila ed il mentitore cade ucciso dal primo giavellotto.


41

La battaglia di Aquilonia. L'impeto dell'esercito romano si rivela preponderante fin dal primo impatto e, dice Livio, se i Sanniti non fuggono immediatamente è perchè trattenuti dalla paura superstiziosa derivante dal giuramento prestato.
Infine i Romani sfondano la resistenza Sannita, conquistano l'accampamento del nemico ed attaccano le porte di Aquilonia.

42

Papirio Cursore concentra le proprie forze intorno alla città che viene abbandonata dagli abitanti durante la notte.

43

Il console Carvilio intanto conclude vittoriosamente l'assedio di Comino.

44

I due eserciti vittoriosi si riuniscono. Vengono distribuite ricompense a quanti si sono distinti nei combattimenti. Infine i due consoli decidono di continuare l'offensiva nel Sannio espugnandone le città.

45

Gli Etruschi si ribellano nuovamente, questa volta affiancati dai Falisci. Nel Sannio i consoli prendono le città di Velia, Palombino ed Ercolano.

46

Giunto l'inverno Papirio riporta l'esercito a Roma e celebra il trionfo. Il grosso bottino viene incamerato dall'erario con malcontento della plebe. Papirio consacra il tempio di Quirino votato dal padre. Il console Carvilio, in Etruria conquista la città di Troilo (sconosciuta) e stipula una tregua di un anno con i Falisci.
Tornato a Roma celebra a sua volta il trionfo e da inizio alla costruzione di un tempio alla Buona Fortuna.


47

Si svolge il diciannovesimo censimento, vengono contati 262.321 uomini.
Si svolgono i ludi Romani. Ai consoli vincitori vengono dati per la prima volta dei rami di palma, secondo un'usanza greca.
Viene costruita la via dal tempio di Marte a Boville (una prosecuzione della Via Appia).
Anno 292 a.C. consoli: Quinto Fabio Gurgite e Decimo Giunio Bruto Sceva.
A causa di una pestilenza si decide di consultare i Libri Sibillini che indicano di importare a Roma il culto greco del dio Esculapio, ma ciò avverrà solo due o tre anni più tardi.


LIBRO XXI

1



Livio premette che si accinge a narrare la più grande guerra mai combattuta, la seconda guerra punica. I Romani erano pieni di sdegno perché i nemici, già vinti, provocavano ancora combattimenti, i Cartaginesi erano indignati per la superbia dei Romani.
Si raccontava che Amilcare avesse fatto giurare eterno odio per Roma al figlio Annibale ancora bambino.

2

Quando Amilcare morì (228 a.C.), Annibale era ancora troppo giovane per le cose militari ed il comando dell'esercito passò ad Asdrubale Maior, genero di Amilcare, che lo tenne quasi per otto anni. Questi accrebbe la potenza cartaginese con l'accortezza politica più che con la forza, con Asdrubale i Romani firmarono un accordo che segnava il confine fra i due imperi lungo il fiume Ebro lasciando indipendente la città di Sagunto. Asdrubale venne assassinato da un barbaro.

3

Prima di morire Asdrubale aveva chiamato presso di se l'ancor giovanissimo Annibale, iniziativa che aveva incontrato opposizioni in senato da parte della fazione contraria ai Barcidi. Una volta morto Asdrubale, Annibale fu acclamato generale con il più ampio consenso.

4

Annibale militò per tre anni sotto Asdrubale dimostrando grandi doti di coraggio, prudenza e modestia. Tuttavia, nota Livio, tante virtù erano pareggiate da altrettanti vizi: crudeltà, falsità, empietà.

5

Annibale decise di rompere il trattato dell'Ebro, cominciò conquistando le piccole città di Cartala (oggi Orgaz), Hermantica e Arbocala (Zamora) e, progressivamente, tutti i territori al di là dell'Ebro ad eccezione di Sagunto.

6

Presentito il pericolo, i Saguntini inviarono ambasciatori a Roma per chiedere protezione, erano consoli Publio Cornelio Scipione e Tiberio Sempronio Longo (218 a.C.).
Il Senato decise di inviare una legazione ad indagare sulla situazione politica nella zona ma, prima che gli incaricati tornassero, Annibale attaccò improvvisamente Sagunto.

7

La conquista di Sagunto si rivelò tutt'altro che facile grazie alla solidità delle fortificazioni ed al valore dei difensori. Lo stesso Annibale rimase gravemente ferito ad una coscia durante un assalto.

8

Quando infine una parte delle mura di Sagunto crollò sotto i colpi delle macchine da guerra aprendo una larga breccia, Saguntini e Cartaginesi si affrontarono in battaglia campale.

9

Durante la battaglia arrivarono gli ambasciatori romani ma Annibale li fece intercettare e li dirottò a Cartagine, avvertendo tempestivamente del loro arrivo i suoi compagni di partito.

10

All'arrivo degli ambasciatori romani davanti al senato cartaginese, il solo Annone, acerrimo avversario dei Barcidi, propose di interrompere immediatamente l'assedio di Sagunto e di consegnare Annibale ai Romani come espiazione per la violazione del trattato.
11

I Saguntini riuscirono a respingere i Cartaginesi nei loro accampamenti ed anche nei giorni successivi continuarono a resistere innalzando rapidamente nuove fortificazioni.

12 - 15

Livio racconta una trattativa fra Annibale ed ambasciatori saguntini nella quale il Cartaginese impose durissime condizioni di resa che i Saguntini rifiutarono, tuttavia poco dopo, approfittando del crollo di una torre, i Cartaginesi fecero irruzione in città ed Annibale ordinò che si uccidessero subito tutti gli adulti.

16 - 17

Sgomento a Roma alla notizia della presa di Sagunto. Ci si prepara per la guerra: al console Cornelio viene affidata la Spagna, a Sempronio la Sicilia e l'Africa, si armano le legioni e la flotta.

18

L'ambasciata inviata a Cartagine per chiedere ragione dei fatti di Sagunto si concluse con una reciproca dichiarazione di guerra.

19 - 20

Durante il viaggio di ritorno attraverso la Spagna gli ambasciatori romani fecero propaganda anticartaginese presso le popolazioni locali ma ebbero scarso successo perché la sorte toccata ai Saguntini rendeva dubbia la credibilità dei Romani come alleati. Analogo risultato ottennero con i Galli che si rifiutarono di ostacolare il transito dei Cartaginesi nei loro territori.

21

Annibale svernò a Cartagena, dando licenza ai suoi soldati di trascorrere l'inverno presso le proprie famiglie e a primavera riorganizzò il suo esercito, ottenendo rinforzi da Cartagine e mandando in Africa, a scopi difensivi, parte delle truppe ispaniche.

22

Annibale affidò la Spagna al fratello Asdrubale dotandolo di adeguate risorse militari e navali.

23

Iniziò la lunga marcia superando l'Ebro e sottomettendo alcune popolazioni. Lasciò un contingente a presidiare i Pirenei. Non mancarono diserzioni e lo stesso Annibale congedò i soldati che vedeva troppo provati o spaventati dalla lunghezza del viaggio.
24

Ricevendo ambasciatori dei Galli e facendo loro ricchi doni, Annibale si garantì la possibilità di attraversare indisturbato il loro paese.

25

Al di qua delle Alpi intanto i Galli Boi e gli Insubri si sollevarono contro le colonie romane e si verificarono gravi scontri fra Piacenza e Modena.

26

Il console Cornelio, imbarcate le sue truppe, si portò alla foce del Rodano per intercettare i Cartaginesi. Intanto Annibale si organizzava per attraversare il fiume facendo costruire una grande quantità di rudimentali imbarcazioni.

27 - 28

Gli si opposero i Volci (popolazione ligure stanziata in Provenza), ma Annibale ne ebbe facilmente ragione grazie all'espediente di far attraversare il fiume più a monte da una parte dei suoi uomini che attaccarono il nemico alle spalle gettandolo nel panico.

29

Annibale inviò uno squadrone di cavalleria a spiare gli accampamenti romani. I cavalieri furono intercettati e sconfitti da uno squadrone romano. Dall'incertezza, se proseguire verso l'Italia o combattere contro l'esercito romano sul Rodano, Annibale venne tratto dall'arrivo di ambasciatori dei Galli Boi che si offrirono come guide per il passaggio delle Alpi.

30

Il timore del transito delle Alpi era forte ed Annibale dovette arringare a lungo per incoraggiare i suoi uomini.

31

Durante il cammino Annibale attraversò il territorio degli Allobrogi, fu scelto per dirimere una contesa fra due capi e ricevette aiuti per le sue truppe. Avvicinandosi alle Alpi incontrò l'impetuoso fiume Druenza, difficilissimo da attraversare.

32 - 34

Il console Scipione raggiunse gli accampamenti cartaginesi e trovandoli ormai abbandonati decise di dividere le proprie forze inviandone una parte in Spagna per attaccare Asdrubale e guidando il resto verso Genova per contrastare Annibale una volta disceso dalla Alpi.
Intanto Annibale iniziava la difficile traversata delle montagne trovando ostacoli nel clima e nell'inimicizia delle genti locali.

35 - 36

Dopo nove giorni di cammino i Cartaginesi giunsero al valico (probabilmente il Monginevro). Da qui Annibale mostrò ai suoi uomini la pianura del Po assicurando loro che il resto dell'impresa sarebbe stato agevole. Tuttavia la discesa lungo il versante italiano fu difficile e pericolosa a causa dei sentieri impervi e sdrucciolevoli.

37 - 38

Per completare la discesa fu necessario disboscare, provocare un incendio per sciogliere il ghiaccio, spaccare le pietre, fino a costruire un sentiero praticabile. In tutto il viaggio da Cartagena all'Italia durò cinque mesi. Discordanze delle fonti di Livio sul numero di soldati cartaginesi ed alleati che arrivarono in Italia.

39

Scipione, sbarcato a Pisa, si affrettò a muovere verso il nemico, volendo approfittare della stanchezza dei Cartaginesi. Anche Annibale, dopo aver fatto riposare i soldati e sottomesso i Galli Taurini che si erano dimostrato ostili, superò il Po e mosse verso il Ticino per affrontare il nemico.

40 - 41

Discorso di Cornelio Scipione ai soldati per prepararli alla battaglia.

42 - 43

Analogo discorso di Annibale fra i suoi.

45

Mentre i Romani costruivano un ponte sul Ticino, Annibale inviò una squadra a devastare i campi degli alleati dei Romani, quindi pronunciò un nuovo discorso giurando di dare ricche ricompense ai soldati in caso di vittoria.

46

Nella prima battaglia la cavalleria numida prevalse sui Romani. Venne ferito il console Cornelio Scipione, prontamente soccorso dal giovane figlio, il futuro Scipione l'Africano.

47

Resosi conto della superiorità del nemico in pianura, Scipione trasferì il campo a Piacenza, passando il Po e distruggendo il ponte di zattere. I Cartaginesi persero molto tempo per trovare il modo di attraversare il fiume.

48

Scipione si portò oltre il fiume Trebbia, in cerca di luoghi più disagevoli per la cavalleria nemica, mentre Annibale procurava vettovaglie corrompendo il prefetto del villaggio di Clastidio.

49

Intanto navi Cartaginesi attaccavano le coste italiane e siciliane. Gerone di Siracusa ne catturò tre nello stretto di Messina e venne a sapere dai prigionieri che il principale obiettivo era l'occupazione di Capo Lilibeo. Avvertiti, i Romani prepararono le difese e presto si giunse ad una battaglia in mare aperto.

50

La flotta romana vinse la battaglia e catturò alcune navi nemiche, intanto il console Tiberio Sempronio giungeva via mare con il suo esercito a Messina dove venne accolto da Gerone che gli offrì aiuti ed alleanza.

51

Il console Sempronio occupò Malta, già in mano ai Cartaginesi, quindi si volse alle Lipari dove si diceva si fosse rifugiata la flotta cartaginese, ma si seppe che il nemico stava attaccando la Calabria, quindi Sempronio inviò venticinque navi a Vibo e con il resto dell'esercito navigò a Rimini per raggiungere da qui il collega presso il fiume Trebbia.

52

I Galli mantennero un comportamento ambiguo dimostrandosi favorevoli sia ai Cartaginesi sia ai Romani e sperando di avere vantaggi dalla parte che avrebbe vinto la guerra. La cosa spiacque ad Annibale che ordinò di razziare i territori dei Galli, il console Sempronio reagì provocando una battaglia che ebbe esito incerto.

53

Cornelio Scipione, ancora sofferente per la ferita, esitò e prese tempo ma Sempronio, incoraggiato dal modesto successo ottenuto contro i razziatori di Annibale, insistette per attaccare senz'altro il nemico.

54

In vista della battaglia, Annibale fece appostare il fratello Magone con mille fanti e mille cavalieri in un luogo boscoso ed impervio quindi inviò la cavalleria all'accampamento romano per provocare il nemico.
Sempronio reagì immediatamente attaccando con tutte le sue forze ma il rigore del clima (si era all'inizio dell'inverno) mise in difficoltà i soldati romani.

55

La fanteria pesante di Annibale, i frombolieri delle Baleari, gli elefanti misero in grande difficoltà i Romani: Sempronio fu costretto a suonare la ritirata e quando le schiere romane attraversarono il luogo dell'agguato subirono l'attacco degli uomini di Magone.

56

I Cartaginesi vinsero così la battaglia della Trebbia anche se tornarono al proprio accampamento stremati dalla pioggia mista a neve. Durante la notte il console Scipione tolse il campo trasferendo l'esercito a Piacenza, quindi a Cremona.

57

Mentre i Romani sostavano nei quartieri di inverno furono eletti i nuovi consoli: Cneo Servilio Gemino e Caio Flaminio Nepote (217 a.C.).
Annibale tentò senza successo di impadronirsi di un forte presso Piacenza che custodiva un deposito di vettovaglie, riuscì invece a conquistare una località detta Victumuli dove i suoi uomini si lasciarono andare alla strage e al saccheggio.

58

All'inizio della primavera Annibale mosse verso l'Etruria. Attraversando l'Appennino incappò in una terribile tempesta drammaticamente descritta da Livio, nella quale persero la vita molti uomini e molti animali.

59

Quando scesero dagli Appennini, i Cartaginesi si scontrarono di nuovo con i Romani, ancora comandati da Sempronio, in una lunga battaglia senza vincitori. Quindi Annibale si ritirò verso il paese dei Liguri e Sempronio a Piacenza.

60

Intanto Gneo Cornelio Scipione tornò in Spagna e si procurò nuove alleanze fra le popolazioni iberiche. Venne a battaglia con le truppe di Annone e conquistò la cittadella di Cissa (nei pressi di Tarragona).

61

Dopo aver sconfitto Annone, Scipione sottomise i popoli degli Ilergeti e dei Lacetani, alleati di Cartagine.

62

Strane visioni, pioggia di pietre ed altri prodigi spaventarono i Romani che svolsero cerimonie e riti di purificazione per placare gli dei e propiziare il loro favore.

63

Il console designato Flaminio scrisse al console uscente di fargli trovare le legioni che svernavano a Piacenza pronte per le idi di Marzo a Rimini. Inviso ai patrizi e sostenuto dalla plebe, Flaminio temeva che il senato lo ostacolasse nel prendere il comando delle legioni con il pretesto delle tradizionali cerimonie di inaugurazione della carica.
Per questo motivo lasciò Roma segretamente e si portò a Rimini. Indignati i senatori lo mandarono a chiamare ordinandogli di rientrare a Roma, ma Flaminio ignorò gli ambasciatori e, assunto il comando, si mise in marcia alla volta dell'Etruria.

LIBRO XXII

1



Anche Annibale all'inizio della primavera lasciò i quartieri di inverno, sentendosi minacciato dai Galli che si erano fatti intolleranti.
A Roma, alle idi di Marzo, Cneo Servilio iniziò l'esercizio del consolato. Una serie di nuovi prodigi aveva turbato la gente ed il console fu a lungo impegnato nell'organizzare i riti del caso e le offerte votive.

2

La marcia dei Cartaginesi è resa drammatica dall'esondazione del fiume Arno. Gli uomini soffrono per l'inclemenza del clima e per la difficoltà di trovare terreno asciutto sul quale riposare. Lo stesso Annibale si ammala a causa delle veglie, dell'umidità e della malaria e perde un occhio.

3

Una volta collocati gli accampamenti fuori dalla zona paludosa, Annibale venne a sapere che i Romani si trovavano presso Arezzo e fu informato sul carattere impulsivo del console Flaminio. Decise di provocarlo scatenando razzie nel ricco territorio circostante e Flaminio raccolse subito la provocazione, nonostante gli venisse suggerito di attendere l'arrivo dell'altro console ed il ricongiungimento degli eserciti.

4

Annibale pose l'accampamento in luogo ben visibile fra i colli di Cortona ed il lago Trasimeno, preparando numerosi agguati nei boschi circostanti.
Flaminio guidò il suo esercito direttamente contro il campo nemico ma ben presto si trovò circondato dai soldati di Annibale che giungevano da ogni direzione.

5

I Romani si difesero strenuamente, ma lo strepito della battaglia impediva di udire gli ordini di Flaminio quindi non si combattè nel tradizionale assetto degli schieramenti ma ciascuno adottò la posizione ed il comportamento che il proprio coraggio gli suggeriva.
Livio dice che durante la battaglia si verificò anche un violento terremoto, è stato supposto che i Cartaginesi fossero in grado di usare degli esplosivi (pare fossero noti in India fin dal 5000 a.C.).

6

Il console Flaminio venne ucciso in combattimento da un cavaliere insubro di nome Ducario, a quel punto tutti i soldati Romani si lasciarono prendere dal panico dandosi alla fuga mentre i nemici continuavano ad imperversare. A sera l'esercito romano era distrutto. La cavalleria cartaginese inseguì i superstiti per tutta la notte ed il mattino li fece tutti prigionieri.

7

Panico a Roma alla notizia della sconfitta del Trasimeno. Ansia e disperazione fra i parenti dei soldati.

8

Poco dopo giunse la notizia di un'altra modesta sconfitta subita da un manipolo di cavalieri che il console Servilio aveva mandato al collega. A questo punto si decise di eleggere un dittatore, provvedimento al quale non si ricorreva da molti anni. La procedura prevedeva che il dittatore fosse nominato da un console ma Flaminio era morto e Servilio si trovava a Rimini, perciò il popolo elesse direttamente Quinto Fabio Massimo e scelse come maestro di cavalleria Marco Minucio Rufo.

9 - 10

Annibale tentò di espugnare Spoleto, che gli resistette. La strenua difesa degli Spoletini lo fece riflettere sulle difficoltà che avrebbe incontrato nell'attaccare Roma e, quindi, per il momento preferì dedicarsi a saccheggiare il Piceno.
Il console Servilio, informato della sconfitta del Trasimeno, si mise in marcia verso Roma. Intanto il dittatore ordinava di consultare i Libri Sibillini e veniva decretata una nuova serie di rituali ed offerte per propiziare gli dei.

11

Fabio Massimo iniziò l'arruolamento di due nuove legioni da aggiungere all'esercito di Servilio ed ordinò l'evacuazione di tutte le zone minacciate dai Cartaginesi. Andò quindi incontro al console sulla via Flaminia e gli ordinò di occuparsi di difendere la costa tirrenica. Si era infatti saputo che i Cartaginesi avevano catturato alcune navi da carico romane.

12

Fabio Massimo radunò le legioni a Tivoli e di qui si mise in marcia verso la Campania, sulla Via Latina, passando per Preneste. Seguiva a breve distanza l'esercito di Annibale ma senza mai attaccarlo ed ignorando ogni provocazione. Mentre Annibale cominciava a preoccuparsi per la tattica dell'avversario, Minucio Rufo fremeva di impazienza e tacciava di vigliaccheria il dittatore.

13

Consigliato da alcune guide campane, Annibale valutò la possibilità di conquistare Capua. Decise di esplorare la regione ma un equivoco dovuto alla difficoltà dei Cartaginesi nel pronunciare nomi latini fece fraintendere una guida che lo accompagnò a Casilino anzichè a Casino (Cassino). Esasperato Annibale fece crocifiggere la guida ed ordinò nuovi saccheggi.

14 - 15

Accampatosi presso il Volturno, Annibale prese a devastare la regione del Falerno e la colonia di Sinuessa. Indignato Minucio arringava agli ufficiali ed ai soldati contro la tattica di Fabio Massimo.
Nonostante le opposizioni dell'esercito e degli ambienti Romani, Fabio Massimo perseverò nell'attesa per tutta l'estate, costringendo Annibale ad organizzare i quartieri d'inverno mentre disponeva l'esercito in modo da sbarrare ai Cartaginesi la strada verso l'Agro Romano.

16 - 17

Annibale si rese conto di quanto pericoloso potesse essere trascorrere l'inverno nella zona in cui si trovava, decise quindi di trasferirsi durante la notte oltre i monti che lo circondavano. Per distrarre le sentinelle romane ricorse all'espediente di un armento con fasci di rovi incendiati legati alle corna.
L'espediente ebbe successo ed Annibale riuscì a far passare il valico all'esercito inosservato mentre le sentinelle romane erano alle prese con i buoi resi feroci dalle fiamme.

18

Fabio Massimo intuì l'insidia e rifiutò il combattimento notturno, all'alba comunque si verificò uno scontro nel quale la cavalleria spagnola di Annibale, più pratica del tipo di terreno sul quale si operava, inferse serie perdite ai Romani. Fabio si limitò a spostare il campo in un luogo più protetto, quindi fu richiamato a Roma per i sacrifici e tentò di convincere Minucio, al quale doveva temporaneamente affidare il comando, ad attenersi alla sua tattica di prudenza.

19

Intanto in Spagna Asdrubale aveva lasciato i suoi quartieri di inverno e si era accampato presso la foce dell'Ebro. Saputolo, il console Scipione decise di attaccarlo dal mare con una flotta di trentacinque navi.

20

Le navi romane ebbero facilmente ragione di quelle nemiche che erano state colte di sorpresa. Impadronitisi di un'ampia area di mare di fronte alla foce dell'Ebro, i Romani saccheggiarono la costa e le isole finchè le popolazioni locali non inviarono ambasciatori a chiedere la pace e non offrirono ostaggi in segno di sottomissione.

21

Si verificò una rivolta delle popolazioni ispaniche alleate dei Cartaginesi contro i Romani, rivolta suscitata da Mandonio ed Indibile che saccheggiarono i territori degli alleati dei Romani. Scipione placò rapidamente la ribellione.
Nel frattempo i Celtiberi, che avevano consegnato ostaggi ai Romani, incitati da Scipione portarono una violenta offensiva contro l'esercito di Asdrubale.

22

Il nuovo console Publio Scipione giunse in Spagna con una flotta imponente e si congiunse con l'esercito del fratello. I due passarono l'Ebro diretti a Sagunto dove i Cartaginesi tenevano prigionieri ostaggi provenienti da tutte le popolazioni spagnole favorevoli ai Romani.
Un nobile saguntino di nome Abeluce (Abilice in Polibio), passato dai Cartaginesi ai Romani, convinse Bostare - capo del presidio di Sagunto - a liberare gli ostaggi. Abeluce riuscì a condurre custodi ed ostaggi al campo romano, gli ostaggi furono liberati ed ai Romani andò la gratitudine delle loro famiglie e delle loro genti.

23

La tattica di Fabio Massimo aveva concesso tregua all'esercito romano dopo le numerose sconfitte, tuttavia due episodi avevano gettato cattiva luce sul dittatore: Annibale, durante una razzia, aveva volutamente risparmiato un campo che sapeva essere di proprietà di Fabio Massimo per far credere che fra i due comandanti esistessero accordi segreti, inoltre Fabio aveva pagato di tasca sua un risarcimento per pareggiare i conti in uno scambio di prigionieri senza chiedere il permesso al Senato.

24

Approfittando dell'assenza di Fabio Massimo, Minucio attaccò gli accampamenti di Annibale ed i Cartaginesi che erano usciti in cerca di vettovaglie. La battaglia si concluse con perdite Cartaginesi di poco superiori a quelle romane ma Minucio scrisse a Roma millantando una grandiosa vittoria.

25 - 26

A Roma Fabio espresse i suoi dubbi sulla lettera di Minucio, ma il Senato gli era ostile e fu presentata la proposta di equiparare il potere del maestro di cavalleria a quello del dittatore. Venne eletto console, al posto del defunto Gaio Flaminio, Marco Atilio Regolo.

27

Minucio propose a Fabio Massimo di esercitare il comando a giorni o a periodi alterni, ma Fabio non accettò e preferì che ognuno comandasse su due delle quattro legioni disponibili.

28

La nuova situazione piacque ad Annibale che subito organizzò un tranello per Minucio. Nascosti molti soldati in cavità naturali praticamente invisibili, finse di voler occupare un'altura attirando Minucio ed i suoi soldati allo scoperto per poi farli attaccare alle spalle dagli uomini che aveva nascosto.

29 - 30

Fabio, vista la situazione, finalmente intervenne con le sue legioni portando la salvezza a quelle di Minucio ed Annibale fu costretto alla ritirata. A sera Minucio lealmente riconobbe la superiorità strategica del dittatore e rinunciò pubblicamente alla parità nel comando, le legioni vennero ricongiunte. A Roma la notizia provocò grande ammirazione nei confronti di Fabio ed anche i Cartaginesi si resero conto delle capacità del loro antagonista.

31

Il console Servilio, circumnavigate la Sardegna e la Corsica, raggiunse la costa africana. Qui i suoi uomini si dedicarono al saccheggio ma subirono una vergognosa sconfitta e ripartirono subito per la Sicilia. Dalla Sicilia Servilio si mise in viaggio via terra perché Fabio Massimo, giunto alla scadenza della dittatura, stava richiamando i due consoli per consegnare loro l'esercito.

32

I due consoli ressero il comando in modo concorde uniformandosi al pensiero di Fabio Massimo. Si limitavano ad ostacolare i rifornimenti dei Cartaginesi ma rifiutavano sempre lo scontro diretto, esasperando Annibale che si trovava, in vista dell'inverno, a corto di viveri.
I Napoletani inviarono ambasciatori a Roma offrendo aiuti economici e militari, il Senato ringraziò accettando soltanto un piccolo dono simbolico.

33

Nonostante la guerra i Romani continuarono a curare le cose politiche e religiose: fu richiesta a Filippo V di Macedonia la consegna del traditore Demetrio di Faro, fu chiesta ragione ai Liguri degli aiuti prestati ad Annibale, furono assegnati gli appalti per la costruzione del Tempio della Concordia.
Venne nominato un interrè per indire, in assenza dei consoli, i comizi consolari per l'anno successivo.

34

Un plebeo di nome Gaio Terenzio Varrone che già si era pronunciato contro la tattica temporeggiatrice di Fabio Massimo, si candidò alle elezioni. Lo sosteneva il tribuno Quinto Bebio Erennio che basava la campagna elettorale sulla necessità di concludere rapidamente la guerra e sosteneva che il comportamento del dittatore, poi ripreso dai consoli in carica, serviva gli interessi degli ottimati.

35

Infine la plebe elesse il solo Varrone, ignorando tutti gli altri candidati. Il patriziato, allora, convinse Lucio Emilio Paolo a presentare la propria candidatura e questi venne eletto.
Furono eletti anche i pretori: Marco Pompeo Matone, Publio Furio Filo, Marco Claudio Marcello (per la Sicilia) e Lucio Postumio Albino (per la Gallia). Era l'anno 216 a.C.

36

Si aumentarono le forze dell'esercito con nuovi arruolamenti. Contraddizioni delle fonti di Livio in merito al numero ed alla qualità delle nuove milizie.

37

Gerone inviò aiuti economici, cereali e un contingente di frombolieri. Questa volta il Senato romano accettò i doni con gratitudine.

38

Per la prima volta si fece giurare ai soldati che non si sarebbero allontanati dal campo di battaglia. Accingendosi a partire il console Varrone pronunciò molti discorsi attribuendo ai patrizi la causa della guerra e ripromettendosi di debellare il nemico al primo scontro. Più prudente e ragionevole fu il discorso di Lucio Emilio che si limitò a mettere in dubbio le certezze del collega.

39

Fabio Massimo parlò a Lucio Emilio raccomandandogli di seguire la sua tattica temporeggiatrice e di cercare di tenere a freno l'impulsività di Varrone.

40

Lucio Emilio si mostrò pessimista.
Le nuove truppe si unirono all'esercito dei consoli uscenti e furono divise in due accampamenti.
Annibale si compiacque dell'arrivo dei nuovi consoli ma la sua situazione era drammatica a causa della carenza di viveri e di luoghi da saccheggiare.

41

Alla prima occasione i soldati Romani attaccarono i Cartaginesi che erano usciti in cerca di rifornimenti, riportando un discreto successo. Annibale non se ne preoccupò eccessivamente perché era ben informato sulla situazione del nemico: sapeva che due terzi dell'esercito romano erano formati da reclute ed era a conoscenza delle divergenze fra i due consoli.
Decise di tendere un'insidia fingendo di abbandonare gli accampamenti.

42

Il mattino seguente, notando i campi nemici abbandonati, i soldati fremevano per inseguire i nemici e per darsi al saccheggio. Varrone era ovviamente favorevole mentre Lucio Emilio invitava alla prudenza. L'esito negativo delle prove degli indovini indusse anche Varrone, per superstizione, ad esitare. Furono due schiavi Romani, prigionieri del nemico che casualmente erano riusciti a fuggire proprio in quel giorno, ad avvertire i Romani che tutto l'esercito cartaginese era in agguato, nascosto dietro i monti vicini.

43

Fallito l'inganno Annibale tornò al suo accampamento ma ne ripartì dopo pochi giorni costretto dalla carenza di viveri. Decise di spostarsi verso l'Apulia nella speranza di trovarvi maggiore abbondanza di cibo. Pose i nuovi accampamenti nei pressi di Canne mentre l'esercito romano, nonostante l'opposizione di Lucio Emilio Paolo, si era mosso per seguire il nemico.

44

Raggiunti i nemici i Romani si accamparono nei pressi del fiume Aufido (Ofanto), mentre continuavano le discussioni fra i due consoli.
45

Subito Annibale riprese le sue sortite provocatorie ma il primo giorno, toccando il comando ad Emilio Paolo, i Romani non reagirono. Il giorno seguente, invece, Varrone schierò subito l'esercito per la battaglia ed anche Emilio Paolo, non potendo rifiutare il suo aiuto, lo seguì.

46

Anche i Cartaginesi si schierarono, li favoriva il vento scirocco che soffiando contro i Romani una grande quantità di polvere ostacolava la loro visuale.

47 - 49

Descrizione della battaglia. I Romani vennero sopraffatti dalla maggiore capacità militare dei Cartaginesi, morì nello scontro anche il console Emilio Paolo mentre Varrone riuscì a fuggire a Venosa. Un gruppo di superstiti si rifugiò nel borgo di Canne ma vennero subito circondati e catturati.

50

Quanto rimaneva dell'esercito romano, ormai privo di comandanti, riuscì combattendo durante la notte a ricongiungersi nell'accampamento e di qui a mettersi in salvo marciando verso Canosa.

51

Gli ufficiali di Annibale gli consigliarono di approfittare della vittoria per muovere direttamente verso Roma, ma Annibale indugiò dicendo di voler meditare più attentamente sul da farsi. Livio annota che forse quell'indugio salvò il futuro di Roma e dell'impero.

52

Il mattino seguente Annibale saccheggiò gli accampamenti Romani e fece prigionieri quanti non erano fuggiti a Canosa. Furono sepolte migliaia di cadaveri.

53

Quanti si erano rifugiati a Canosa elessero loro capo il giovane Publio Cornelio Scipione il quale si oppose fermamente a chi proponeva di mettersi in salvo via mare fuggendo in uno stato straniero.

54

Intanto a Venosa, intorno al console Varrone, si ritrovarono circa quattromilacinquecento uomini che si erano dispersi nelle campagne dopo la battaglia. Il console li riunì con i diecimila che si trovavano a Canosa ricomponendo così quanto rimaneva dell'esercito romano. Ma a Roma nulla si sapeva di queste truppe superstiti e regnava la convinzione che Roma non avesse più un esercito mentre l'Italia era nelle mani di Annibale.

55

Il Senato deliberò di inviare esploratori lungo le vie Appia e Latina per raccogliere informazioni più precise sull'esito della battaglia e sulle intenzioni di Annibale. Intanto furono prese misure per sedare l'agitazione popolare in città.

56

Giunse a Roma una lettera di Varrone con informazioni sull'esiguo esercito che cercava di riorganizzare. Ne giunse una anche da Tito Otacilio, propretore in Sicilia, che informava che i Cartaginesi avevano devastato il regno di Gerone, egli stava per accorrere in aiuto del re alleato ma la flotta punica minacciava di attaccare Lilibeo, occorrevano dunque rinforzi.

57

Il Senato procedette a nuove leve arruolando anche i diciassettenni ed ottomila schiavi appositamente riscattati a spese dello stato. Si consultarono i Libri Sibillini e l'oracolo di Delfo, si offrirono sacrifici e per la prima volta dopo lunghissimo tempo si sacrificarono anche vittime umane. Fu nominato dittatore Marco Giunio Pera, maestro di cavalleria Tiberio Sempronio Gracco.

58

Annibale liberò i prigionieri alleati senza riscatto e richiese un riscatto in denaro per liberare i Romani. Inviò quindi dieci prigionieri a Roma, dopo aver fatto giurare loro di tornare, accompagnati dal nobile Cartalone per chiedere il riscatto e per verificare se il Senato avesse intenzione di trattare la pace.

59

A Roma il capo della delegazione dei prigionieri parlò in Senato esponendo le condizioni di riscatto imposte da Annibale.

60

Alla proposta di riscatto si oppose Tito Manlio Torquato che accusò i prigionieri di viltà per non aver tentato una sortita notturna e non aver combattuto per difendere il campo, limitandosi a consegnare le armi al nemico.

61

Il Senato deliberò di non pagare il riscatto, anche per non fornire ad Annibale quei mezzi finanziari dei quali aveva notoriamente bisogno.
Secondo alcuni storici i prigionieri inviati da Annibale a chiedere il riscatto non tornarono a Canne, riscuotendo la pubblica infamia, ma Livio segnala in merito grande confusione fra le sue fonti.
In quel periodo, disperando del destino di Roma, molte popolazioni alleate passarono dalla parte dei Cartaginesi.

LIBRO XXIII

1



Dopo la vittoria di Canne, Annibale lasciò l'Apulia e si diresse nel Sannio dove si stabilì nella città di Compsa che gli si consegnò spontaneamente. Tentò di prendere Napoli per disporre di un porto ma viste le difficoltà costituite dalle mura della città rinunciò all'impresa.

2

Annibale ripiegò su Capua. Qui esercitava la suprema magistratura un certo Pacuvio Calavio che era giunto al potere con mezzi discutibili. Questi, sapendo che la plebe aveva intenzione di consegnare la città ai Cartaginesi ed intendendo sottomettere il senato al proprio volere, convinse i senatori a farsi rinchiudere nella curia, giurando che avrebbe trovato il modo di dissuadere la plebe dall'idea di trucidarli.

3

Pacuvio propose alla plebe di giudicare uno per uno i senatori condannando a morte quelli ritenuti corrotti e colpevoli a patto di sostituirli di volta in volta con altri uomini di specchiata onestà. Iniziando il procedimento i verdetti di morte furono numerosi ma la plebe non riuscì ad indicare degni sostituti ed alla fine richiese che i senatori venissero liberati.

4

Con questo espediente Pacuvio si procurò la gratitudine dei senatori che da allora si comportarono sempre in modo amichevole e talora servile nei confronti della plebe. Dediti al lusso ed al piacere, i Capuani erano insofferenti verso l'alleanza con Roma ma la defezione era ostacolata da molti legami familiari e dal fatto che numerosi giovani di Capua militavano nelle legioni romane.

5

I Capuani mandarono ambasciatori al console Varrone che si trovava ancora a Venosa. Gli ambasciatori offrirono aiuti ma Varrone "mettendo a nudo e rivelando in modo esagerato la propria sconfitta" affermò che i Capuani avrebbero non dovuto limitarsi ad offrire rinforzi ma avrebbero dovuto farsi carico dell'intera guerra per evitare che l'Italia cadesse sotto il dominio dei barbari africani.

6

A questo punto i Capuani votarono per la defezione, convinti che una volta ritornato Annibale in Africa sarebbero rimasti padroni dell'Italia.

7

Gli ambasciatori capuani concordarono con Annibale che Capua avrebbe conservato le sue leggi e le sue istituzioni e che i Capuani non sarebbero stati costretti alla leva contro la loro volontà. Solo un cittadino di nome Decio Magio si oppose alla nuova alleanza mentre Annibale entrava in Capua fra la popolazione in festa.

8

Il figlio di Pacuvio Calavio dissentiva dalle posizioni del padre e si era schierato con Decio Magio. Durante il banchetto in onore di Annibale svelò al padre l'intenzione di uccidere il generale cartaginese.

9

Con mille preghiere, facendo appello ai sentimenti filiali e facendogli presente i pericoli dell'azione, Pacuvio Calavio convinse il figlio a rinunciare all'uccisione di Annibale.

10

Il giorno successivo Annibale parlò in senato promettendo che Capua avrebbe dominato l'Italia, Roma compresa. Fece quindi arrestare Decio Magio ed ordinò che fosse deportato a Cartagine ma la nave che lo trasferiva naufragò e Decio Magio riuscì a salvarsi in Egitto dove rimase ospite del re Tolomeo IV Filopatore.

11

Su indicazioni dell'oracolo di Delfo furono decretati a Roma nuovi sacrifici e preghiere. Intanto giunse a Cartagine Magone, fratello di Annibale, ed informò il senato sui grandi successi ottenuti dai Cartaginesi in Italia.

12

Al tripudio generale per queste notizie non si unì Annone, che aveva già espresso parere negativo quando si era trattato di affidare il comando ad Annibale. A Magone, che chiedeva rinforzi per Annibale, Annone rispose di non credere che la vittoria definitiva su Roma fosse realmente possibile.

13

L'intervento di Annone non venne ascoltato e la maggioranza decretò di mandare ad Annibale ingenti rinforzi ed aiuti.

14

A Roma vennero arruolati anche i detenuti sollevandoli dalle pene loro comminate. Annibale intanto si era avvicinato alla città di Nola, alleata dei Romani. Anche qui il popolo sembrava favorevole alla defezione ma il senato prese tempo e mandò a chiedere aiuto al pretore romano Claudio Marcello che si trovava con l'esercito a Casilino. Questi si mise subito in marcia e raggiunse Nola rapidamente.

15

Annibale pensò nuovamente di impadronirsi di Napoli, mentre si allontanava da Nola per l'arrivo di Marcello. Ma anche Napoli era presidiata dal prefetto Marco Giunio Silano, quindi Annibale ripiegò su Nuceria che espugnò dopo un lungo assedio.
A Nola Marcello era preoccupato dalle tendenze della popolazione ed in particolare da un certo Lucio Banzio, reduce di Canne, che era grato ad Annibale per essere stato curato e liberato dopo la battaglia.
Marcello decise di procurarsi l'amicizia di Banzio e lo fece lodandolo e consegnandogli ricchi doni.

16

Marcello si trovò in grave difficoltà quando Annibale attaccò nuovamente Nola perché oltre a fronteggiare il nemico doveva preoccuparsi dei Nolani che intendevano passare ai Cartaginesi. Riuscì comunque a vincere la battaglia ed allontanare gli attaccanti dalla città, successo che Livio considera particolarmente notevole in quel periodo così sfortunato per i Romani.

17

Annibale si rivolse contro Acerra i cui abitanti, pur fedeli ai Romani, erano troppo pochi per resistere ed abbandonarono la città durante la notte.
Intanto a Casilino si stavano riunendo contingenti di varia provenienza, per lo più forze dirette a Canne che si erano fermate alla notizia della disfatta.

18

Annibale attaccò più volte Casilino ma la piccola guarnigione che vi si trovava la difese così strenuamente che Annibale rinunciò e portò l'esercito a svernare a Capua. Fu un grave errore perchè i soldati, non abituati ai piaceri ed alle comodità, persero a Capua molto del loro mordente e nella successiva campagna estiva Annibale non riuscì più a ripristinare la disciplina.

19

Annibale riprese l'assedio di Casilino ma, non riuscendo ad espugnare la piccola cittadella fortificata, finì per scendere a patti liberando gli assediati in cambio di un riscatto in denaro.
20

Nel Bruzzio la piccola città di Petalia, l'unica rimasta fedele a Roma, fu attaccata dai Cartaginesi e dagli altri Bruzzi. I Petalini mandarono ambasciatori a Roma ma in senato si dovette ammettere che non erano disponibili risorse per soccorrere alleati così lontani.
Quando a Petalia fu nota questa risposta se ne discusse a lungo ed alla fine si decise di fortificare le mura e tentare la resistenza.

21

Dalla Sicilia e dalla Sardegna giunsero richieste di viveri e di denaro per pagare i soldati, ma il Senato non fu in grado di soddisfarle. Il propretore per la Sicilia Tito Otacilio fu aiutato da Gerone, mentre in Sardegna il propretore Aulo Cornelio Mammula ottenne fondi e frumento dalle città alleate.
Furono eletti triumviri tesorieri per far fronte alla difficile situazione dei conti statali: Lucio Emilio Papo, Marco Atilio Regolo, Lucio Scribonio Libone.

22

Si discusse per l'esiguo numero di senatori, non se ne eleggevano di nuovi da cinque anni e molti erano intanto deceduti. Scarso era anche il numero dei cittadini fra i quali si potessero scegliere senatori nuovi ma una proposta di scegliere fra gli alleati latini venne subito respinta con indignazione. Venne eletto come dittatore Marco Fabio Buteone, senza maestro di cavalleria.

23

Il nuovo dittatore dichiarò subito di disapprovare le molte irregolarità della sua nomina (due dittatori contemporaneamente, mancanza del maestro di cavalleria, ecc.) quindi chiese che le sue scelte fossero approvate dal Senato perché fosse evidente che non provenivano dalla volontà di un solo uomo. Furono così eletti centosettantasette nuovi senatori scelti fra le liste di quanti avevano già ricoperto varie magistrature. Compiuta questa operazione Buteone depose immediatamente la carica.

24

Il dittatore venne convocato a Roma per informare il Senato sulla situazione e presiedere all'elezione dei nuovi consoli. Vennero eletti Lucio Postumio Albino e Tiberio Sempronio Gracco (215 a.C.) mentre ebbero la carica di pretore Marco Valerio Levino, Appio Claudio Pulcro, Quinto Fulvio Flacco, Quinto Muzio Scevola.
In quel periodo il neoconsole Lucio Postumio, che si trovava in Gallia con due legioni, cadde in un'imboscata: i Galli segarono gli alberi che si trovavano lungo la strada e al passaggio delle legioni li fecero crollare su di loro per poi circondare ed uccidere i superstiti. Anche Postumio cadde nel combattimento ed i Galli fecero un trofeo con il suo cranio scuoiato e rivestito d'oro.

25

Considerata la situazione, il Senato decise di rimandare la guerra contro i Galli per concentrare le forze disponibili sui Cartaginesi. Si operarono spostamenti di truppe fra Italia e Sicilia e si prorogò per un anno il comando a Terenzio Varrone.

26

Intanto in Spagna i Cartaginesi comandati da Asdrubale erano impegnati a combattere contro i Tartessi, una popolazione locale che si era ribellata.

27

I Tartessi furono sconfitti ma quando si diffuse la notizia che Asdrubale aveva ricevuto l'ordine di portare l'esercito in Italia molte altre popolazioni spagnole passarono ai Romani.

28

I Cartaginesi inviarono un contingente in Spagna per sostituire Asdrubale, questi prima di partire riscosse i tributi delle città controllate sapendo che avrebbe avuto bisogno di denaro per ottenere aiuto dai Galli durante il viaggio.
I due Scipioni che comandavano le forze romane in Spagna per impedire ad Asdrubale di portare aiuti ad Annibale assediarono la città di Ibera alleata di Cartagine. Asdrubale rispose attaccando un'altra città che recentemente si era sottomessa ai Romani.

29

I Romani tolsero l'assedio di Ibera e si rivolsero contro i Cartaginesi. Dopo pochi giorni si giunse ad una battaglia campale che i Romani vinsero clamorosamente.

30

In Italia la città di Petalia dopo un lungo assedio si arrese per fame. Cartaginesi e Bruzzi conquistarono anche Cosenza e Crotone. Gelone, figlio di Gerone, stava per passare ai Cartaginesi quando morì improvvisamente.
A Roma si celebrarono i Ludi Romani e i Ludi Plebei e si assegnarono le province ai pretori.

31

In sostituzione di Lucio Postumio venne eletto Marco Claudio Marcello ma si parlò di vizio di forma (entrambi i consoli erano plebei) così Marcello rinunciò alla carica e venne eletto, per la terza volta, Quinto Fabio Massimo.

32

I Sardi, stanchi del dominio romano, inviarono segretamente ambasciatori a Cartagine ed i Cartaginesi, nella speranza di riprendere l'isola, mandarono un esercito in Sardegna.

33

Il re Filippo di Macedonia, dopo aver a lungo esitato, decise di allearsi con i Cartaginesi. I suoi ambasciatori furono intercettati dai Romani ma si salvarono fingendo di cercare l'alleanza con Roma, quindi giunsero a Capua dove incontrarono Annibale. Fu stipulato un patto che prevedeva l'aiuto militare di Filippo in cambio di una collaborazione di Annibale nella conquista della Grecia una volta conclusa la guerra in Italia.

34

Annibale inviò alcuni suoi ambasciatori con i Macedoni per raccogliere il giuramento del re, ma la nave fu catturata dai Romani che, scoperto l'inganno, mandarono prigionieri a Roma gli ambasciatori di Filippo e quelli di Annibale. Intanto si inviavano in Sardegna nuove forze al comando di Tito Manlio Torquato per fronteggiare il tentativo cartaginese di riprendere l'isola.

35

I Capuani presero l'iniziativa di conquistare Cuma a tradimento: proposero che i senatori delle due città si incontrassero in occasione di una festa annuale con l'intenzione di catturare i senatori cumani e quanti più cittadini possibile. Si trattava di una cerimonia notturna. I Cumani informarono il console Tiberio Sempronio Gracco che in quel periodo stava allenando il suo esercito presso Sinuessa. Gracco ne approfittò per assaltare durante la notte il campo dei Capuani, che era quasi vuoto, ed impadronirsene.

36

Gracco si spostò subito a Cuma temendo l'arrivo di Annibale. Questi infatti si portò precipitosamente sul luogo dello scontro ma trovò soltanto i segni della strage avvenuta. L'indomani Annibale si organizzò per assediare Cuma, città che egli desiderava anche per la sua posizione sul mare.

37

Cuma fu difesa validamente: la torre di legno con la quale i Cartaginesi cercavano di scalare le mura venne incendiata ed un'improvvisa sortita dei Romani procurò molte perdite agli assedianti.
Intanto in Lucania l'ex console Tiberio Sempronio Longo riportava un'altra vittoria nei pressi della città di Grumento.

38

Quando giunsero a Roma i messi di Filippo e di Annibale si decise di allestire una flotta per sorvegliare la Macedonia ed eventualmente bloccare le navi di Filippo prima che raggiungessero l'Italia.

39

Venuto a sapere della cattura dei suoi delegati, Filippo inviò un'altra ambasceria che completò la missione con successo ma ormai il sopraggiungere dell'estate fece rinviare l'allestimento della flotta.
Fabio Massimo passò il Volturno ricongiungendo il proprio esercito con quello dell'altro console. Furono sottomesse alcune città che erano passate ai Cartaginesi.

40

In Sardegna il pretore Tito Manlio sconfisse i ribelli sardi e la guerra sull'isola si sarebbe conclusa se non fosse arrivato Asdrubale. Questi si unì ai ribelli e si accinse a saccheggiare i territori soggetti ai Romani ma Tito Manlio lo affrontò in battaglia campale riportando un'importante vittoria.

41

Nella battaglia furono catturati Asdrubale ed altri nobili Cartaginesi fra i quali un personaggio di nome Annone che era stato probabilmente fra gli istigatori della rivolta. Il capo dei ribelli sardi si suicidò. Manlio impose alle città ribelli tributi in denaro ed in grano, quindi tornò a Roma.
Nel frattempo il pretore Otacilio, partendo da Lilibeo, raggiunse l'Africa dove devastò territori Cartaginesi e tornando verso la Sardegna catturò sette navi nemiche.
Bomilcare prese la città di Locri che Appio Claudio non riuscì a riprendere.

42

Poiché Marcello da Nola razziava territori del Sannio e dell'Irpinia, Sanniti ed Irpini (alleati dei Cartaginesi) mandarono ambasciatori presso Annibale per protestare di non essere difesi, loro che avevano mandato tutti i giovani a militare sotto le insegne Cartaginesi.

43

Annibale rispose che si sarebbe avvicinato ai territori degli Irpini e dei Sanniti per tenere a bada i Romani e mosse verso Nola. Qui scoprì che Marcello si comportava con perizia e prudenza. Inviò allora Annone a parlamentare con due senatori nolani per convincerli alla resa.

44

Dalle risposte dei Nolani Annibale comprese che non avrebbe avuto la città se non con la forza, così decise di cingere Nola di assedio. Alla sortita di Marcello scoppiò una battaglia che fu presto interrotta da una pioggia torrenziale. Il mattino seguente si riprese a combattere.

45

La battaglia aveva esito incerto: i Cartaginesi erano stanchi a causa degli "ozi di Capua" ed avevano perso il loro spirito guerriero. Questo stesso argomento usavano Marcello ed Annibale rispettivamente per incoraggiare e rampognare le proprie truppe.

46

Infine i Romani respinsero il nemico nei suoi accampamenti e vinsero la battaglia. Annibale, rinunciando di nuovo a Nola, si spostò in Apulia. Quando Fabio Massimo lo seppe decise di attaccare Capua. Vi era, nella cavalleria capuana, un cavaliere particolarmente abile di nome Cerrino Vibellio Taurea. Questi sfidò a duello Claudio Asello, campione della cavalleria romana.

47

Ottenuto il permesso dal console, Asello accettò la sfida ma quando propose al rivale di portarsi in un luogo più stretto per essere costretti a combattere corpo a corpo Vibellio ebbe paura e si dileguò fra la gioia dei Romani e la vergogna dei Capuani.

48

Poco dopo Fabio Massimo sospese le attività e si ritirò a Suessula per l'inverno. Publio e Gneo Scipione inviarono dalla Spagna richieste di vestiario e viveri a Roma. L'erario era esangue a causa delle immense spese della guerra ed il Senato decise di richiedere a credito agli appaltatori le forniture necessarie.

49

Gli appaltatori generosamente accettarono e le truppe furono adeguatamente rifornite.
In Spagna gli Scipioni riportarono due grandi vittorie liberando le città di Iliturgi (nei pressi di Cordoba) e di Intibili (non identificata).

LIBRO XXIV

1



I Cartaginesi tentarono ancora di far passare dalla loro parte le città greche dell'Italia Meridionale o di impadronirsene. I cittadini di Locri accettarono a malincuore l'alleanza per paura dell'esercito di Annibale. I Cartaginesi rinunciarono invece a Reggio vedendo arrivare navi romane attraverso lo stretto.

2

I Bruzzi, alleati dei Cartaginesi, non erano soddisfatti della situazione perché avrebbero voluto depredare le città greche. Pensarono di rivolgersi contro Crotone ma Annibale prese le distanze. Un disertore di Crotone avvisò i Bruzzi che i plebei della città erano favorevoli a Cartagine e che con il loro aiuto Crotone poteva essere facilmente espugnata.

3

Devastata ai tempi di Pirro, Crotone era scarsamente popolata. Non lontano sorgeva il tempio di Giunone Licinia, venerato da molti popoli e famoso per le sue ricchezze e per il bestiame pregiato consacrato alla dea.
I Bruzzi presero la città ma non la rocca, dove si erano rifugiati gli ottimati, chiesero quindi aiuto ai Cartaginesi ma Annone si limitò ad una mediazione proponendo che i Crotoniati lasciassero fondare una colonia ai Bruzzi, ma la proposta fu seccamente respinta. A questo punto degli ambasciatori locresi invitarono gli ottimati di Crotone a trasferirsi nella loro città e così avvenne.

4

A Siracusa morì Gerone lasciando il potere al nipote Geronimo appena quindicenne. Chiaramente parenti e tutori fecero di tutto per strumentalizzare il ragazzo, in particolare il marito di una figlia di Gerone, di nome Adranodoro.

5

Il giovane tiranno si mostrò subito arrogante ed altezzoso, adottando costumi lussuosi che il nonno non aveva mai usato. Quando un suo amico di infanzia lo avvertì dell'esistenza di una congiura contro di lui fece torturare l'unico congiurato noto per avere i nomi dei complici, ma questi ingannò i carnefici denunciando degli innocenti, fra i quali Trasone, uno dei tutori di Geronimo, che venne immediatamente giustiziato.

6

Trasone era l'unico, nell'ambiente di Geronimo, ad essere ancora favorevole all'alleanza con i Romani. Morto lui Geronimo inviò ambasciatori ad Annibale per concordare un nuovo patto, dopo aver beffeggiato gli inviati di Appio Claudio, pretore della Sicilia. In un primo momento si concordò che, cacciati i Romani, la Sicilia sarebbe stata divisa in due parti fra Siracusa e Cartagine, ma poi Geronimo avanzò pretese per avere l'intera isola.

7

Geronimo venne ucciso in strada dai congiurati. Appio Claudio informò Roma dell'accaduto e portò tutte le sue forze ai confini del territorio di Siracusa. Fabio Massimo indisse i comizi, i favoriti erano Tito Otacilio e Marco Emilio Regillo.

8

Discorso di Fabio Massimo contrario alla scelta per la scarsa esperienza militare dei candidati.

9

Persuasi dal discorso di Fabio Massimo, gli elettori scelsero lo stesso Massimo, console per la quarta volta, e Marco Claudio Marcello, per la terza (214 a.C.).
Vennero nominati pretori Quinto Fulvio Flacco, Tito Otacilio Crasso, Publio Cornelio Lentulo.

10

Al pretore Quinto Fulvio Flacco fu assegnato il governo di Roma, a Tito Otacilio venne confermato il comando della flotta che operava fra Sicilia ed Africa, a Publio Cornelio Lentulo fu assegnata la Sicilia.
Si verificarono numerosi prodigi che, come di consueto vennero espiati con sacrifici e preghiere.

11

Venne rivista la distribuzione delle risorse militari sul territorio, furono arruolate nuove legioni ed armate cento nuove navi i cui equipaggi, per la prima volta, erano salariati da privati cittadini.
Vennero eletti censori Marco Atilio Regolo e Publio Furio Filo.

12

I Capuani, preoccupati dai grandi preparativi dei Romani, avvisarono Annibale che si avvicinò a Capua e progettò di aggredire Pozzuoli. Dal canto suo Fabio Massimo concentrò una parte delle forze romane in Campania.

13

Alcuni giovani di Taranto che erano stati catturati e poi rilasciati da Annibale fecero propaganda filocartaginese nella loro città, quindi invitarono Annibale a prendere possesso di Taranto. L'idea piaceva molto al generale che desiderava controllare una città marittima e promise che si sarebbe mosso al più presto. Intanto continuò a razziare i territori campani, tentò senza successo di occupare Pozzuoli e venne invitato dalla fazione antiromana dei Nolani. Il console Marcello si mosse rapidamente per occupare Nola prima dell'arrivo di Annibale.

14

Tiberio Gracco, che si trovava nei pressi di Luceria con truppe composte di soli schiavi, sollecitò il Senato a concedere loro la libertà che avevano meritato militando correttamente per due anni. Il Senato conferì a Gracco il potere per decidere in merito.
Gracco annunciò che il giorno successivo si sarebbe combattuto e che tutti coloro che avessero ucciso almeno un nemico sarebbero stati premiati con la libertà mentre chi fosse fuggito dalla battaglia avrebbe subito il supplizio degli schiavi.

15

Durante la battaglia i Romani finirono per essere impacciati dalle teste dei nemici uccisi che dovevano staccare e riportare per dimostrare di aver meritato la libertà. Gracco ordinò di abbandonare le teste e promise la libertà a tutti se il nemico fosse stato vinto e messo in fuga.

16

Questa promessa riaccese l'entusiasmo ed i Romani combatterono con grande valore, inseguendo i nemici fino al loro campo e riportando una grande vittoria.
Dopo la battaglia quanti si erano comportati meno coraggiosamente si tennero in disparte temendo una punizione ma Gracco volle comunque concedere la libertà a tutti, come consentitogli dal Senato, e si limitò ad infliggere ai meno valorosi una punizione simbolica.
L'esercito vincitore entrò in Benevento festosamente accolto dalla cittadinanza, si tennero allegri banchetti dei quali Gracco ordinò di dipingere una rappresentazione nel tempio della Libertà sull'Aventino.

17

Dopo una nuova battaglia per prendere Nola Annibale, sconfitto, rinunciò al progetto e si diresse verso Taranto nella speranza che questa città tradisse i Romani.

18

A Roma i censori citarono in giudizio una serie di cittadini: quelli che avevano tentato o progettato di lasciare l'Italia dopo la disfatta di Canne, quei prigionieri che inviati a Roma da Annibale non avevano mantenuto il giuramento di tornare indietro, quei giovani che senza giustificato motivo non avevano ancora prestato servizio militare. Furono tutti processati e degradati alla condizione di erari che comportava la perdita dei diritti civili e la possibilità di essere tassati arbitrariamente.
Poichè i censori non distribuivano appalti per mancanza di fondi pubblici, molte imprese chiesero che si tenessero comunque le gare di appalto, promettendo di non richiedere compensi fino alla fine della guerra.
Anche i proprietari degli schiavi liberati da Crasso accettarono di differire il pagamento del corrispettivo valore da parte dell'erario. Molti fondi di vedove ed orfani minorenni furono prestati allo stato ed anche nell'esercito molti combattenti accettarono il differimento del salario.

19

Fabio Massimo decise di attaccare Casilino, occupata da guarnigioni di Cartaginesi e di Capuani, ma vedendo che i Campani si erano armati per aggredire gli accampamenti romani, chiamò in suo aiuto il collega Marcello che si trovava a Nola con il suo esercito. Casilino fu presa con un colpo di mano e molti prigionieri vennero inviati a Roma

20

Gracco subì una sconfitta nell'Agro Lucano. Fabio Massimo invase il Sannio riprendendo con la forza molte città che erano passate al nemico. Suo figlio Quinto Fabio Massimo, pretore, prese le città di Acuca e di Erdonea (non identificate) nei pressi di Luceria.
Intanto Annibale procedeva verso Taranto devastando i territori che attraversava ma arrivato nei pressi della città si astenne da ogni violenza per procurarsi la simpatia dei Tarentini.
A Taranto, tre giorni prima dell'arrivo di Annibale, Marco Livio Macato, proveniente dalla flotta di Brindisi, aveva organizzato presidi alle porte della città.
Vedendo deluse le promesse dei Tarentini perché nessuno si presentava a prendere contatto, Annibale lasciò Taranto e si trasferì a Salapia, nella Capitanata, dove stabilì i quartieri d'inverno.

21

A Siracusa scoppiarono disordini dopo la morte di Geronimo. I congiurati eccitavano la popolazione parlando di libertà e delle turpi azioni del defunto tiranno. Adranodoro aveva fortificato alcuni edifici e granai, affidandone il presidio a gruppi di giovani della sua fazione. I Romani affidarono la Sicilia al console Marcello.

22

Il popolo riunito inviò ambasciatori ad Adranodoro perché uscisse dai suoi edifici fortificati e rimettesse il potere. La moglie lo istigava a combattere per mantenere la tirannia ma Adranodoro decise di assecondare per il momento le circostanze. L'indomani si presentò al popolo e tenne un discorso conciliatorio.

23

Adranodoro depose le chiavi della città e del tesoro regale ai piedi del Senato. Si elessero i pretori e Adranodoro fu fra questi. Ippocrate ed Epicide, ufficiali di Geronimo, già ambasciatori presso Annibale, chiesero di tornare dai Cartaginesi per completare l'alleanza. Intanto gruppi di facinorosi calunniavano i senatori accusandoli di voler consegnare la città ai Romani con il pretesto di una riconciliazione.

24

Adranodoro ed il cognato Temisto ordirono un piano per impadronirsi del potere con l'aiuto di mercenari pagati con il tesoro del re e, speravano, dei Cartaginesi.
Adranodoro confidò il piano all'attore tragico Aristone e questi denunciò il complotto. Adranodoro e Temisto vennero assassinati ed Aristone testimoniò davanti al Senato i particolari della congiura.

25

Nel processo che seguì vennero messi in luce i misfatti di Adranodoro e dei suoi congiunti e fu subito emanata la condanna a morte di Damarata, figlia di Gerone e moglie di Adranodoro, e di Armonia, figlia di Gelone e moglie di Temisto.

26

Eraclea, figlia di Gerone il cui marito Zoippo era andato volontariamente in esilio, supplicò di essere risparmiata non avendo alcuna colpa e non avendo mai condiviso le ambizioni della sorella. Ma l'odio verso la stirpe reale era ormai così forte che anche Eraclea venne sgozzata e le sue figlie giovinette massacrate dalla folla.

27

Alle elezioni dei nuovi pretori si fecero i nomi di Epicide e di Ippocrate che riscossero il consenso generale e vennero nominati. Tuttavia il Senato aveva ripreso le trattative con i Romani e la situazione in città era confusa e tutt'altro che tranquilla. Quando Appio Claudio ancorò le sue navi all'entrata del porto una folla accorse per impedire ai Romani di sbarcare.

28

Si riunì l'assemblea popolare per decidere quale alleanza concludere e, dopo lunghe discussioni, si deliberò di rinnovare il patto con i Romani.

29

Quando Leontini chiese una difesa militare a Siracusa, i Siracusani furono lieti di inviare loro Ippocrate con quattromila uomini fra i più turbolenti della città. Ma il sollievo per aver liberato Siracusa di tanti sgradevoli elementi durò poco perché Ippocrate assalì il campo dei Romani uccidendone molti. Appio Claudio mandò a Siracusa ambasciatori per protestare contro la violazione del trattato di pace e ad esigere che Ippocrate ed Epicide fossero esiliati dalla Sicilia.
Dal canto suo Epicide si trasferì a Leontini per sobillare la cittadinanza contro i Romani ed i Siracusani. I due pretori comunicarono ad Appio Claudio che non intendevano lasciare la Sicilia e proposero che Roma facesse guerra a Leontini che si dimostrava ostile verso Siracusa.
30

Il console Marcello ed Appio Claudio mossero verso Leontini e la conquistarono rapidamente. Ippocrate ed Epicide fuggirono segretamente ad Erbesso inviando un messo incontro alle truppe siracusane che recava false notizie di strage e di saccheggio. I comandanti Siracusani, vedendo che le truppe minacciavano la rivolta, le dirottarono contro Erbesso. Qui Ippocrate ed Epicide andarono loro incontro supplicando di essere salvati dai Romani.

31

Un gruppo di Cretesi che aveva un debito di gratitudine verso Annibale che li aveva catturati poi rilasciati, faceva parte dell'esercito siracusano. Questi cretesi accolsero Ippocrate ed Epicide garantendo loro protezione, ma i comandanti ordinarono che Ippocrate venisse giustiziato. Ciò provocò grave tensione fra le truppe ed i capi, preeoccupati, ordinarono di tornare indietro.
Ippocrate lesse una falsa lettera in cui i senatori Siracusani plaudivano alla strage di Leontini ed invitavano Marcello a massacrare gli stranieri mercenari presenti nelle loro truppe. Ippocrate ed Epicide, inoltre, mandarono a Siracusa un messo corrotto a divulgare le false notizie sulla strage di Leontini.

32

Il messo venne creduto da tutti e l'eccitazione del volgo crebbe. Quando l'esercito mercenario giunse a Siracusa le porte vennero abbattute e la città fu invasa. Vennero liberati schiavi e prigionieri che si unirono all'esercito ribelle. I pretori che si erano rifugiati nella rocca cittadina furono trucidati con tutti i loro compagni ed Ippocrate ed Epicide furono acclamati pretori. Così Siracusa ricadde sotto la tirannia dopo una breve periodo di libertà.

33

Quando i Romani vennero a conoscenza di questi avvenimenti tentarono una breve trattativa che naturalmente fallì. Passarono quindi ad assediare Siracusa sia da terra, sia dal mare.

34

La conquista di Siracusa sarebbe stata facile se la città non fosse stata difesa dalle geniali macchine da guerra costruite da Archimede. Catapulte che scagliavano massi contro le navi, altalene a contrappeso che ribaltavano le navi che si avvicinavano troppo alla costa, feritoie nelle mura che proteggevano gli arcieri. A ciò si aggiungevano le difficoltà delle rocce scoscese sulle quali era costruita la città. Alla fine i Romani rinunciarono agli assalti e decisero di prendere Siracusa per fame.

35

Marcello partì con un terzo dell'esercito per riprendere le città passate ai Cartaginesi. Prese Eloro, Erbesso, Megara Iblea.
Intanto il cartaginese Imilcone sbarcò a Eraclea Minoa con venticinquemila fanti e tremila cavalieri, poco dopo ottenne la resa di Agrigento.
A Siracusa Ippocrate partì di notte e riuscì a far passare attraverso luoghi non vigilati diecimila fanti e cinquecento cavalieri per congiungersi ad Imilcone. Nello stesso momento Marcello tornava verso Siracusa marciando cautamente perché sapeva che le forze di Imilcone erano superiori alle sue.

36

Marcello sorprese le truppe di Ippocrate e le disperse ma lo stesso Ippocrate con la cavalleria raggiunse Imilcone.
I Romani sbarcarono una legione a Panormo mentre l'ammiraglio cartaginese Bomilcare schierava cinquantacinque navi davanti al porto di Siracusa. La guerra sembrava concentrarsi in Sicilia ma per il momento non accaddero avvenimenti di rilievo.
Imolcone ricevette la resa della città di Morganzia dove i Romani avevano accumulato molti rifornimenti.

37

Il forte presidio romano di Enna era comandato da Lucio Pinario, uomo accortissimo, che manteneva una stretta vigilanza. Quando i cittadini di Enna decisero di passare dalla parte di Cartagine, consapevoli che Pinario non si sarebbe lasciato ingannare, gli chiesero apertamente di consegnare loro le chiavi della città. Pinario rifiutò spiegando che stava eseguendo ordini ricevuti. Se volevano gli Ennesi potevano inviare messi al console Marcello per discutere la questione. Poiché gli Ennesi non intendevano farlo, Pinario chiese di convocare l'assemblea cittadina per rendersi conto se la decisione era condivisa da tutta la comunità.

38

L'assemblea fu convocata per il giorno seguente. Durante la notte Pinario spiegò la situazione ai soldati e, sapendo che gli Ennesi avrebbero sterminato il presidio romano o lo avrebbero consegnato ai Cartaginesi, ordinò che al suo segnale i soldati facessero strage della folla.

39

L'indomani Pinario parlò all'assemblea nel teatro dove aveva strategicamente collocato tutti i suoi soldati. Quando la folla diede segni di agitazione e prese a reclamare le chiavi della città, Pinario fece il segnale convenuto ai suoi soldati che massacrarono la cittadinanza.
Il console Marcello non disapprovò l'azione, ritenendola un esempio opportuno, e concesse ai soldati il bottino saccheggiato ad Enna. La vicenda si seppe rapidamente in tutta la Sicilia.

40

In quella stessa estate scoppiò la guerra contro Filippo di Macedonia. Il re aveva attaccato Apollonia (Illiria, oggi Albania) ma incontrando difficoltà aveva ripiegato sulla vicina Orico che aveva conquistato facilmente.
Il pretore Marco Valerio imbarcò il suo esercito e riprese rapidamente Orico. Passò quindi ad Apollonia e durante la notte riuscì a panetrare nel campo macedone, uccidendo molti nemici e facendo molti prigionieri.
La flotta fu sistemata in modo da impedire la fuga del re via mare, perciò Filippo, bruciate le proprie navi, fu costretto a tornare via terra in Macedonia.

41

Durante quell'estate si combattè spesso anche in Spagna. Asdrubale e Magone sconfissero gli Spagnoli filoromani oltre l'Ebro, Gneo Scipione e Publio Scipione fronteggiarono Asdrubale figlio di Gisgone. La città di Castulone passò dai Cartaginesi ai Romani e venne assediata. Gneo Scipione la liberò facendo strage di nemici.

42

I Romani sconfissero di nuovo i Cartaginesi presso Munda (fra Cordoba e Malaga) ma la battaglia fu interrotta quando Gneo Scipione venne gravemente ferito. La lotta proseguì presso Orongi (non identificata) ed i Romani vinsero nuovamente. I Cartaginesi non desistevano ma subirono altre sconfitte, infine i Romani ripresero Sagunto cacciando il presidio cartaginese e la restituirono ai superstiti dei suoi antichi abitanti.

43

A Roma il tribuno Lucio Metello pose sotto accusa i censori Publio Furio e Marco Atilio che l'anno precedente lo avevano fatto degradare al rango di erario per aver tentato di lasciare l'Italia dopo la battaglia di Canne, ma l'intervento degli altri tribuni sospese il processo. Publio Furio morì prima della scadenza della carica ed il collega Atilio si dimise.
Furono eletti consoli Quinto Fabio Massimo (figlio del Temporeggiatore) e Tito Sempronio Gracco, per la seconda volta (213 a.C.).
Publio Sempronio Tuditano, Cneo Fulvio Centimalo e Marco Emilio Lepido furono nominati pretori.

44

Come di consueto furono assegnate province ed incarichi ai nuovi magistrati. Furono arruolate due nuove legioni urbane e ventimila alleati.

45

Una notte si presentò all'accampamento del console Quinto Fabio presso Suessula un certo Dasio Altinio, ricco cittadino di Arpi, che propose di consegnare la sua città ai Romani in cambio di un premio. I Romani ritennero la proposta indegna e molti proposero di uccidere Altinio che dopo Canne era passato dalla parte dei Romani a quella dei Cartaginesi. Fabio Massimo, il padre del console, si pronunciò contro questa idea perché si sarebbe data l'impressione di punire qualcuno che si era ravveduto e che volesse tornare all'antica alleanza con Roma. Propose quindi di confinare in libertà vigilata Altinio e decidere della sua sorte solo dopo la fine della guerra.
Dal canto suo Annibale, venuto a conoscenza dell'episodio, non se ne stupì perché aveva compreso l'ambiguità di Altinio, ma pensò di impadronirsi delle sue ricchezze. Perché si credesse che le sue azioni fossero spinte più dall'ira che dalla cupidigia convocò la moglie ed i figli di Altinio e dopo averli interrogati li fece ardere vivi.

46

Quinto Fabio decise di prendere Arpi. Mandò i suoi uomini a scardinare notte tempo la porta meno sorvegliata delle mura, operazione che fu facilitata da un provvidenziale temporale che coprì ogni rumore. Poco prima dell'alba il console entrò in città con il suo esercito.

47

Si cominciò a combattere per le vie della città ma presto alcuni Romani ed alcuni cittadini di Arpi si riconobbero fra loro e cominciarono a parlare: i primi chiedevano ai secondi la ragione della loro defezione, quelli di Arpi si giustificavano dicendo che erano stati venduti ad Annibale contro la loro volontà. Alla fine quelli di Arpi tornarono dalla parte dei Romani e presero a combattere contro i Cartaginesi, anche mille Spagnoli che erano in città si dissero disposti a cambiare bandiera a condizione che il presidio cartaginese fosse lasciato andar via incolume. Così Arpi tornò ai Romani senza spargimento di sangue.
Un gruppo di cavalieri capuani si presentò al campo romano offrendo collaborazione per riprendere la città a patto che venissero loro restituiti i loro beni e vennero accolti in amicizia.

48

Dalla Spagna, dove le cose andavano positivamente per i Romani, i due Scipioni cominciavano a guardare verso l'Africa e inviarono tre centurioni come ambasciatori presso il re dei Numidi Siface, che era diventato ostile ai Cartaginesi, per proporre amicizia e alleanza. I messaggeri furono bene accolti e Siface, lamentandosi che la sua gente non fosse preparata nel combattimento a piedi, chiese che uno dei tre rimanesse presso di lui come addestratore della fanteria. Quello che rimase si chiamava Quinto Statorio e con la sua esperienza fece fare rapidi progressi ai soldati numidi. Gli altri due tornarono in Spagna accompagnati da ambasciatori di Siface ed al loro arrivo cominciarono a verificarsi defezioni fra i cavalieri numidi che militavano con i Cartaginesi.
I Cartaginesi inviarono messi a Gala, re dei Massili, in un'altra regione della Numidia.

49

Gala si lasciò convincere ad allearsi con i Cartaginesi ed affidò un grande esercito a suo fratello Massinissa che affrontò Siface sconfiggendolo clamorosamente.
Siface si rifugiò nei pressi dello stretto e riuscì a riorganizzare un esercito accogliendo quanto affluivano da ogni luogo richiamati dalla sua fama, per poi passare in Spagna.

LIBRO XXV

1



Annibale trascorse l'estate nel Salentino aspettando l'occasione per impadronirsi di Capua.
Il prefetto Tito Pomponio Veientano, dopo aver compiuto con successo alcune devastazioni nel territorio dei Bruzzi si scontrò con Annone e fu duramente sconfitto.
Un effetto della lunga guerra fu il diffondersi a Roma di una serie di superstizioni: nel Foro indovini e sacerdoti sacrificatori facevano commercio di strani rituali resistendo ai tentativi degli edili di allontanarli. Fu necessario un decreto del Senato e l'intervento del pretore per vietare definitivamente lo svolgersi di riti stranieri ed il possesso di libri di divinazioni.

2

Fu nominato dittatore Caio Claudio Centone per indire i comizi per la nomina dei nuovi consoli, Quinto Fulvio Flacco fu maestro della cavalleria.
Furono eletti Quinto Fulvio Flacco e Appio Claudio Pulcro (212 a.C.), già pretore in Sicilia.
Furono eletti pretori: Cneo Fulvio Flacco, Gaio Claudio Nerone, Marco Giunio Silano, Publio Cornelio Silla. edili curuli: Marco Cornelio Cetego e Publio Cornelio Scipione. Edili della plebe: Lucio Vitellio Tappulo e Marco Fundanio Fundulo che accusarono di adulterio molte matrone riuscendo a farne esiliare alcune.

3

Si assegnarono province ed incarichi ai nuovi magistrati e si arruolarono due nuove legioni.
Scoppiò uno scandalo quando si seppe che l'appaltatore Marco Postumio aveva spesso denunciato falsi naufragi recuperando danni non subiti a spese dello stato.
I tribuni Lucio e Spurio Carvilio proposero una forte multa e nella seduta in cui l'approvazione della multa veniva discussa si verificarono tumulti.

4

Sospesa l'assemblea popolare e convocato il Senato, i consoli accusarono Marco Postumio di aver provocato i tumulti boicottando lo svolgimento dell'assemblea.
I tribuni Spurio e Lucio Carvilio, accantonata la multa, chiesero l'incarcerazione di Postumio il quale fornì mallevadori ma non si presentò al processo. Fu quindi considerato bandito e le sue sostanze furono confiscate. Anche altri pubblicani che insieme a Postumio avevano provocato i tumulti furono incriminati o incarcerati.

5

Fu varata una legge speciale per arruolare nelle campagne uomini liberi di età inferiore ai diciassette anni per sopperire alle difficoltà dei nuovi arruolamenti.

6

I soldati che erano sopravvissuti a Canne erano stati relegati in Sicilia fino alla fine della guerra. Alcuni di loro si presentarono a Marcello e perorarono la propria causa chiedendo, se non la revoca dell'esilio, almeno la possibilità di combattere nelle battaglie che si svolgevano in Sicilia per poter riscattare il proprio onore.

7

Marcello rimise la questione al Senato che espresse parere negativo dando comunque a Marco Claudio la facoltà di utilizzare quei soldati a condizione che non fossero loro concessi esoneri o premi e non potessero rientrare in Italia fino alla fine della guerra.
Fulmini ed altri prodigi impressionarono il popolo e si tennero i soliti riti espiatori.
Un certo Filea di Taranto che da lungo tempo si trovava a Roma fingendosi ambasciatore riuscì a convincere alla fuga alcuni ostaggi di Taranto e di Turii. Catturati i fuggitivi furono percossi a morte e precipitati dalla Rupe Tarpea.

8

Questa condanna suscitò indignazione a Taranto e a Turii. Due giovani tarentini, Nicone e Filemeno, ordirono una congiura con altri coetanei ed uscendo di notte col pretesto della caccia si avvicinarono al campo cartaginese lasciandosi catturare e condurre davanti ad Annibale.
In questo ed in successivi colloqui Annibale e i due giovani studiarono un piano e stabilirono delle condizioni: i Tarentini avrebbero conservato le loro leggi e proprietà e sarebbero stati liberi da tributi mentre i Cartaginesi avrebbero avuto case e beni dei Romani residenti a Taranto.
I due giovani continuarono a simulare le loro battute notturne di caccia finché le guardie non si abituarono ad aprire le porte al loro segnale.

9

Quando ritenne che il momento di agire fosse arrivato, Annibale fece uscire uno squadrone di Numidi a razziare le campagne per dare l'impressione che il suo esercito stesse fermo nell'accampamento, invece schierò fanteria e cavalieri e si avvicinò a Taranto. Durante la notte Nicone uccise delle sentinelle ed aprì una delle porte dall'interno mentre un'altra porta fu aperta dalla guardia stessa per farvi entrare Filemeno che come al solito tornava dalla caccia con la sua preda.
Da queste due porte i soldati entrarono in città, Annibale diede ordine di uccidere tutti i Romani che incontravano risparmiando i Tarentini.

10

Il tumulto che scoppiò nella città durò, con grande confusione, fino all'alba. A giorno fatto fu chiaro quanto era accaduto. Una parte dei Tarentini si era rifugiata sulla rocca con i Romani, tutti gli altri furono riuniti davanti ad Annibale che parlò loro benevolmente ed ordinò a ciascuno di entrare nella propria casa scrivendo il suo nome sulla porta.
Le abitazioni senza il nome, quelle dei Romani uccisi o fuggiti sulla rocca, furono immediatamente saccheggiate.

11

Annibale decise di scavare un fossato intorno alla città per facilitare la difesa in caso di attacco dei Romani dall'esterno. Quando, come era previsto, i Romani che si trovavano sulla rocca uscirono per cercare di impedire i lavori, li intrappolò facilmente e ne fece strage.
Tentò l'assalto della rocca ma ne fu impedito dal sopraggiungere del presidio romano di Metaponto. Annibale decise di assediare la rocca ma per impedire che gli assediati fossero riforniti dal mare dovette portare un gruppo di navi tarentine all'ancora di fronte alla costa.

12

Nel requisire i libri di divinazioni (vedi XXV, 1) ne fu trovato uno contenente una chiara e veritiera profezia sulla battaglia di Canne, ciò che valse gran credito ad un altro verdetto contenuto nello stesso libro che prescriveva di celebrare giochi annuali in onore di Apollo fornendo particolari sui rituali da applicare. Furono così istituiti i Ludi Apollinari.

13

I Capuani assediati chiesero rifornimenti ad Annibale che ordinò ad Annone di provvedere. I Romani vennero a sapere che presso Benevento, in grande confusione, i Cartaginesi distribuivano grano e vettovaglie a cittadini e contadini inermi, si decise così che il console Fulvio attaccasse quel campo e ne nacque un'accesa battaglia.

14

I Romani erano ostacolati dalla natura impervia del terreno ed il console esitò pensando di rinunciare all'impresa ma i soldati non vollero ritirarsi e moltiplicando i loro sforzi riuscirono ad invadere il luogo e fare grande strage di Cartaginesi e di Capuani, quindi tornarono a Benevento carichi di preda e con molti prigionieri.

15

I Capuani sapendo che gli eserciti consolari Romani erano nelle vicinanze inviarono richieste di aiuto ad Annibale.
A Taranto gli assediati furono riforniti di provviste dai Romani che riuscirono a passare attraverso il presidio navale.
Metaponto e Turii passarono dalla parte dei Cartaginesi. Per Turii si combattè una battaglia di poco conto che i Romani persero lasciando la città al nemico.
I consoli condussero le legioni verso Capua, ordinando a Tiberio Gracco di venire dalla Lucania per presidiare Benevento.

16

Tiberio Gracco era stato avvertito dagli aruspici di non prestare fiducia alle persone che aveva intorno, ma quando Flavio Lucano (capo della fazione filoromana in Lucania) lo invitò a parlamentare con i notabili di alcune città che intendevano tornare all'alleanza con Roma, Gracco non pensò a quell'avvertimento. Si presentò nel luogo convenuto con un'esigua scorta di cavalieri e si trovò circondato dai Cartaginesi. Non gli restò altro che battersi valorosamente uccidendo molti nemici prima di cadere egli stesso trafitto dai colpi dei Cartaginesi.

17

Livio precisa che le sue fonti non sono tutte concordi sul luogo e sui modi della fine di Gracco. Anche sulle sue esequie esistevano più versioni, la più diffusa diceva che Annibale aveva fatto innalzare un rogo per lui e gli aveva reso gli onori militari.

18

I consoli entrati nel territorio campano furono sorpresi da una sortita degli abitanti di Capua e perdettero più di millecinquecento uomini. L'episodio li rese incerti e guardinghi ma un evento di modesta importanza valse a risollevare lo spirito dei Romani.
Un certo Badio Campano aveva debiti di ospitalità e vincoli di amicizia con il romano Tito Quinzio Crispino, ciò nonostante, sostenendo che la rottura di un'alleanza annullava i legami personali, Badio sfidò Crispino a duello.
Crispino non voleva accettare ma i suoi commilitoni lo persuasero a combattere. Crispino ferì Badio facendolo fuggire fra la sua gente e fu encomiato e premiato dai consoli.

19

I consoli decisero di dividere gli eserciti per tenere lontano Annibale da Capua, infatti Annibale inseguì a lungo quello di Appio Claudio. Tornato nei pressi di Capua si scontrò con le truppe disordinate e male armate che un certo Marco Centenio Penula, centurione in congedo, aveva in qualche modo radunato. Costui, vantando una perizia che in realtà non possedeva, era riuscito ad ottenere ottomila uomini dal Senato e altrettanti ne aveva raccolti come ausiliari sulla strada da Roma a Capua. Annibale ebbe rapidamente ragione di queste truppe e ne fece completamente strage.

20

I consoli ripresero ad assediare Capua organizzando due fortezze nelle vicinanze e stipandole di provviste.
Annibale intendeva sostenere Capua ma quando venne a sapere che in Apulia il pretore Cneo Fulvio, dopo alcuni modesti successi, aveva lasciato che i suoi soldati si abbandonassero ad ogni licenza dimenticando la disciplina, decise di muovere verso l'Apulia.

21

Quando i soldati di Fulvio seppero dell'arrivo di Annibale insistettero per combattere subito. Annibale, intuendo la possibilità di uno scontro favorevole, fece presidiare dalla cavalleria ogni possibile via di fuga.
I soldati si schierarono disordinatamente ignorando gli ordini degli ufficiali. Cneo Fulvio, considerata la situazione, fuggì con duecento cavalieri mentre Annibale massacrava facilmente sedicimila uomini.
22

La notizia di questa disfatta portò costernazione a Roma, tuttavia i due consoli godevano ancora la piena fiducia. Si decise di concentrare tutte le forze intorno a Capua, mentre i Capuani protestavano con Annibale di essere stati abbandonati. Ma Annibale si era spostato a Taranto, dove la situazione non era cambiata, poi a Brindisi sperando che la città si consegnasse a lui ma anche qui non ottenne risultati.

23

Nel frattempo si evolveva la situazione a Siracusa. Marcello incaricò alcuni fuoriusciti Siracusani che erano presso di lui di prendere segretamente contatto con i filoromani rimasti in città, promettendo che se la città gli si fosse consegnata avrebbe potuto vivere libera con le sue leggi.
Per primo uno schiavo degli esuli riuscì ad entrare in città e prendere contatti, a poco a poco si formò un gruppo di ottanta persone riunite intorno all'idea di passare ai Romani ma, scoperti e denunciati ad Epicide, furono tutti uccisi.
Un fuggiasco informò Marcello che per tre giorni si sarebbero tenute le feste di Diana e per l'occasione tutti avrebbero bevuto molto vino offerto da Epicide. Marcello ne approfittò per far passare mille soldati con le scale oltre le mura nel punto in cui erano più basse, durante la notte, mentre tutti dormivano ubriachi.

24

Ai primi mille uomini ne seguirono altri e prima dell'alba la città era completamente invasa dall'esercito romano senza che i suoi abitanti si rendessero conto con precisione di quanto era accaduto.
Si racconta che Marcello si commosse davanti alla bellezza ed alla gloria di Siracusa e volle mandare i Siracusani che erano con lui a parlamentare per evitare di dover distruggere la città.

25

Rimaneva da conquistare la rocca della città, detta Eurialo. Marcello temeva l'arrivo dei Cartaginesi che se avessero trovato il suo esercito chiuso in città lo avrebbero potuto distruggere. Diede ordine di non nuocere alle persone, ordine che i suoi soldati rispettarono pur dandosi accanitamente al saccheggio delle ricche case dei Siracusani. L'Eurialo venne infine conquistato. Bomilcare approfittò di una notte di burrasca per partire in nave senza farsi notare e ritornò dopo pochi giorni con cento navi Cartaginesi.

26

Rimaneva ancora un luogo, detto Arcadina, che i Romani non avevano preso. Marcello lo circondò sperando di prendere per fame quanti vi erano rinchiusi.
All'arrivo della flotta cartaginese i Romani si trovarono improvvisamente attaccati anche da Epicide e Ippocrate. I nemici furono respinti e la situazione tornò sotto controllo ma poco tempo dopo una grave pestilenza colpì assedianti ed assediati.
La violenza del contaggio colpì maggiormente i Cartaginesi perché i Romani, trovandosi da maggior tempo in quella zona erano più abituati al clima, tuttavia anche l'esercito romano subì gravi perdite.

27

L'esercito cartaginese fu distrutto dall'epidemia ma Bomilcare ripartì e tornò con una flotta di centotrenta navi da guerra e settecento navi da carico, ma il vento gli impedì di superare il capo Pachino. Gli andò incontro Epicide per convincerlo a tentare uno scontro in mare con i Romani nonostante i venti sfavorevoli. Dal canto suo Marcello, per evitare di rimanere con l'esercito bloccato a Siracusa, decise di impedire lo sbarco ai Cartaginesi. Quando Bomilcare vide avvicinarsi la flotta romana, assalito da una improvvisa paura, ordinò alle navi da carico di tornare in Africa e proseguì con le navi da guerra verso Taranto, evitando la battaglia. Deluso, Epicide navigò verso Agrigento per attendere lì l'evolversi degli eventi.

28

Dopo la fuga di Bomilcare ed Epicide, i Siracusani presero a parlamentare per decidere se arrendersi ai Romani. I filoromani sostenevano che i Romani non avevano fatto guerra alla città ma ai tiranni che dopo la morte di Gerone avevano preso il potere, non c'era dunque nulla da temere una volta eliminati quei tiranni.

29

Furono inviati messi a Marcello che ricordarono come fra Roma e Siracusa fosse sempre esistita una salda amicizia finché Geronimo ed i suoi consiglieri non avevano tradito l'alleanza ed oppresso i Siracusani. Sicuramente Marcello non intendeva distruggere una delle più belle ed antiche città greche, ma conservarla a memoria della gloria dei Siracusani e della sua.
A Siracusa i soli disertori continuavano ad opporsi ai Romani per paura di essere puniti, provocando disordini ed uccisioni.

30

Con un colpo di mano notturno Marcello si impadronì anche dell'Acradina che ormai era in mano ai soli disertori.

31

Finalmente i Siracusani si arresero a Marcello che inviò un questore a prendere in consegna il tesoro del re.
Durante il saccheggio dell'Acradina i soldati si lasciarono andare alle consuete turpitudini ed uno di loro, ignorando chi fosse, uccise Archimede. Marcello ne fu molto dispiaciuto e si dice abbia fatto rintracciare i familiari di Archimede per rendere loro onore, dopo aver personalmente curato la sepoltura.
Pochi giorni prima Tito Otacilio aveva saccheggiato Utica ed inviò molte navi da carico piene di grano a Siracusa dove ormai vincitori e vinti erano minacciati dalla fame.

32

Negli ultimi anni in Spagna non erano accaduti eventi degni di nota. Vi si trovavano tre eserciti Cartaginesi comandati da Asdrubale figlio di Amilcare, Magone ed Asdrubale figlio di Gisgone. I due Scipioni decisero di dividersi per affrontare contemporaneamente i tre eserciti: Publio Scipione guidò contro Magone e Asdrubale di Gisgone i due terzi dell'esercito mentre Gneo Cornelio Scipione avrebbe affrontato Asdrubale Barca con il restante terzo e con ventimila Celtiberi di nuova leva.

33

Asdrubale riuscì a corrompere i capi dei Celtiberi per far loro abbandonare la guerra e Gneo Scipione, non potendo trattenerli nè con la ragione nè con la forza, si ritrovò con truppe troppo scarse per fronteggiare il nemico. Non gli rimase quindi che arretrare cautamente.

34

Massinissa, all'epoca alleato dei Cartaginesi, tormentava il campo di Publio Scipione con continui attacchi ed irruzioni. Quando Scipione seppe che a questo nemico stava per aggiungersi un esercito spagnolo comandato da Indibile, decise di andargli incontro e di attaccarlo ovunque lo avesse avvistato. Si trovò però a dover affrontare contemporaneamente i Numidi , gli Spagnoli ed i Cartaginesi. Scipione stesso fu ferito a morte e molti soldati Romani vennero uccisi.

35

I Cartaginesi che avevano sconfitto Publio Scipione andarono ad unirsi alle forze di Asdrubale Barca. Gneo Scipione, vedendo aumentare il numero dei nemici, intuì la sconfitta del fratello e continuò ad indietreggiare ma fu raggiunto ed attaccato dalla cavalleria numida.

36

Guadagnata un'altura Gneo Scipione non ebbe a disposizione altro materiale che i basti e le some degli asini per costruire un rudimentale ostacolo, ma quando i tre eserciti nemici si concentrarono l'ostacolo cadde e i Romani vennero di nuovo sconfitti, molti tuttavia trovarono scampo attraverso le selve e raggiunsero gli alloggiamenti lasciati da Publio Scipione. In questo scontro morì Gneo Scipione, dopo otto anni trascorsi in Spagna e dodici giorni dopo la morte del fratello.

37

Morti i due generali, i soldati votarono per affidare il comando ad un abile cavaliere di nome Lucio Marcio. Questi fece subito costruire trincee e raccolse i soldati sbandati in due eserciti costituendo una discreta compagine. Quando il campo di Lucio Marcio fu attaccato da Asdrubale figlio di Gisgone, i Romani, furiosi per la perdita degli amati comandanti, reagirono con una violenza che certamente il nemico non aveva previsto e misero in fuga i Cartaginesi. Marcio impedì che i fuggiaschi venissero inseguiti, ma successivamente decise di attaccare il campo di Asdrubale prima che gli eserciti nemici si riunissero.

38

Lucio Marcio spiegò ai soldati il suo piano che in sostanza consisteva nell'aggredire il campo nemico durante la notte sfruttando la sorpresa ed il fatto che i Cartaginesi, sottovalutando i Romani, non disponevano sentinelle.

39

Infatti l'improvvisa aggressione colse i Cartaginesi del tutto impreparati e i Romani, conquistando due campi, riuscirono ad uccidere oltre settemila nemici e a fare molti prigionieri.

40

Da Siracusa Marcello, vincitore, spedì a Roma molte opere d'arte. Intanto tutte le città siciliane inviavano a Marcello ambasciatori che venivano accolti in vario modo, a seconda delle fedeltà dimostrata in precedenza dalla loro città.
Destava preoccupazione Agrigento dove si trovavano Epicide, Annone ed un nuovo capo di nome Muttine (Muttone in Polibio). Quando i Cartaginesi decisero di uscire da Agrigento e porre il campo presso il fiume Imera, Marcello si avvicinò a loro e fu subito attaccato da Muttine. Durante l'assalto, tuttavia, Muttine fu richiamato al campo per sedare la ribellione di un gruppo di Numidi che erano fuggiti ad Eraclea. Invidioso di lui, Annone decise di attaccare a sua volta i Romani.

41

La battaglia fu di scarsa importanza perché i Numidi, fedeli a Muttine, rifiutarono di combattere, i Cartaginesi subirono perdite e furono costretti alla ritirata.
Sul volgere dell'anno il console Claudio tornò a Roma per i comizi: furono eletti Cneo Fulvio Centumalo e Publio Sulpicio Galba (211 a.C.). Divennero pretori Lucio Cornelio Lentulo, Marco Cornelio Cetego, Gaio Sulpicio, Gaio Calpurnio Pisone.
Ai consoli uscenti fu prorogato per un anno il comando dell'esercito.

LIBRO XXVI

1



Come ogni anno si rividero gli incarichi e la distribuzione delle legioni, in particolare a Quinto Fulvio e ad Appio Claudio fu ordinato di continuare l'assedio di Capua e a Marcello fu riconfermato il comando in Sicilia.

2

Dalla Spagna Lucio Marcio scrisse al Senato raccontando le proprie imprese. Le notizie suscitarono soddisfazione ma non piacque il fatto che Marcio si fosse firmato "propretore" senza aver ricevuto alcun titolo se non dai soldati con una procedura non regolare. Si decise di discuterne in Senato e, previa intesa con i tribuni della plebe, consultare il popolo sulla questione. Un certo Caio Sempronio Bleso aprì un'altra contesa accusando Cneo Fulvio di essere stato sconfitto in Apulia perché non aveva saputo ottenere la disciplina dai suoi soldati e di essere fuggito durante la battaglia.

3

Cneo Fulvio si difese addossando la responsabilità ai suoi soldati e si propose di condannarlo al pagamento di una multa, ma quando furono prodotti testimoni che affermavano che egli era stato il primo a fuggire Sempronio Bleso chiese che lo si considerasse reo di alto tradimento e lo si condannasse a morte.
Cneo Fulvio chiese di poter essere difeso dal fratello Quinto che godeva di grande prestigio ma questi non poteva allontanarsi dall'assedio di Capua così la questione si concluse con l'esilio a Tarquinia di Cneo Fulvio.

4

A Capua l'assedio procedeva. Di tanto in tanto gli abitanti tentavano una sortita. Quando ad uscire era la cavalleria di solito aveva la meglio su quella romana. Si ricorse ad un espediente: soldati giovani e molto agili furono addestrati a stare in sella dietro ai cavalieri per saltare a terra al momento opportuno e scagliare i loro giavellotti. In questo modo i cavalieri nemici si trovavano contemporaneamente davanti un reparto di cavalleria ed uno di fanteria.

5

Incerto fra la conquista di Taranto e la difesa di Capua, Annibale infine decise di attaccare i Romani che assediavano la città campana.
I Romani disposero le loro forze in modo da poter fronteggiare contemporaneamente i Cartaginesi ed i Capuani che all'arrivo degli alleati sarebbero certamente usciti in massa dalla città. Una coorte di Spagnoli forzò il centro dello schieramento romano ed arrivò allo steccato con tre elefanti. Appio Claudio mandò contro questa coorte un gruppo scelto di centurioni con in testa Quinto Nevio, uno dei suoi uomini più valenti ed aitanti, che brandiva l'insegna.

6

Il luogotenente Marco Atilio assalì la coorte mentre altre truppe difendevano la trincea. Dall'altro lato del campo i Cartaginesi e i Capuani erano stati respinti ma Appio Claudio venne ferito al petto da un giavellotto.
Considerato l'impeto dei Romani, Annibale decise di interrompere l'assalto e fece volgere indietro i reparti.
Le fonti di Livio non sono concordi sull'entità delle perdite subite dalle parti in quella che fu l'ultima battaglia prima della resa di Capua.

7

Vedendo inutile l'impresa di Capua, Annibale decise di attaccare direttamente Roma. Servendosi di un finto disertore fece avere ai Capuani una lettera nella quale li rassicurava spiegando loro che si allontanava per farsi seguire dagli eserciti assedianti e facilitare così la liberazione di Capua. Quindi, durante la notte, passò il Volturno con tutto il suo esercito.

8

Scoperto il piano di Annibale, Fulvio Flacco lo comunicò a Roma. Qui il Senato, dopo lunga discussione, decise di comunicare ai consoli l'entità delle forze presenti a Roma perché calcolassero quanti soldati lasciare a Capua e con quanti venire in soccorso dell'Urbe. Fulvio partì con quindicimila fanti e mille cavalieri, marciando verso Roma sulla Via Appia.

9

Annibale marciò sulla Via Latina e, attraversata la regione di Frosinone ed Anagni, giunse a Tuscolo e a Gabii, quindi pose il campo a otto miglia da Roma.
Intanto a Roma regnava grande tensione, il Senato era in seduta permanente, le donne pregavano, ovunque si organizzavano presidi.

10

Fulvio Flacco giunse a Roma e pose il campo fra la Porta Esquilina e la Porta Collina. Annibale spostò l'accampamento presso l'Aniene a sole tre miglia da Roma, quindi si avvicinò con la cavalleria per osservare la città e fu respinto in combattimento dalla cavalleria romana, ma a Roma l'agitazione era tale che molti furono presi dal panico e scoppiarono numerosi tumulti senza ragione.

11

Per due giorni consecutivi gli eserciti si schierarono a battaglia ma furono dispersi da violente grandinate, fatto che Annibale interpretò come prodigioso. Venne poi a sapere che truppe romane erano partite per la Spagna e che il terreno dove aveva posto il suo accampamento era stato venduto: le due notizie lo scoraggiarono perché mostravano che i Romani non erano eccessivamente spaventati dalla sua presenza, quindi si allontanò spostando il campo a sei miglia da Roma, e saccheggiò il tempio della dea Feronia.

12

Annibale lasciò Roma, ignorò Capua e si diresse nel Bruzio. I capi del presidio cartaginese a Capua, Bostare e Annone, scrissero ad Annibale una lettera in cui lo accusavano di averli abbandonati e gli chiedevano di tornare a liberare la città. La lettera fu affidata ad un gruppo di Numidi che, fingendosi disertori, avrebbero dovuto attraversare il campo romano. Intercettati e scoperti i Numidi vennero frustati e rimandati a Capua con le mani mozzate. Questo fece crollare il coraggio dei Capuani.

13

Il senato di Capua si riunì per discutere la tragica situazione e decidere se arrendersi ai Romani. Parlò Vibio Virrio che era stato il propugnatore della defezione ed assicurò che i Romani, che non avevano abbandonato l'assedio neanche quando era stata in pericolo la loro stessa città, non avrebbero certamente avuto alcuna pietà per i Capuani dopo la resa. D'altra parte poiché resistere era impossibile, Virrio propose un suicidio di massa ed offrì un banchetto a quanti volevano unirsi a lui in questa decisione.

14

Molti aderirono alla proposta di Virrio ma solo ventisette ebbero il coraggio di metterla in pratica.
L'indomani furono aperte le porte e Fulvio Flacco entrò in città con una legione e due squadroni di cavalleria. Subito requisì tutte le armi e si fece consegnare il presidio cartaginese, quindi arrestò i senatori e quelli che notoriamente erano stati favorevoli alla defezione subirono la confisca dei beni e l'esilio.

15

Fulvio e Appio Claudio non erano concordi sulla pena da infliggere ai senatori capuani: Claudio tendeva alla clemenza mentre Fulvio voleva dare un esempio indimenticabile. La questione fu rimessa al senato ma prima che potesse giungere la risposta Fulvio fece giustiziare tutti i senatori che già si trovavano in esilio a Teano e a Cales.

16

Terreni ed edifici pubblici di Capua divennero di proprietà del popolo romano, la città fu ripopolata di schiavi liberati e di proletari ma privata del Senato e di ogni magistratura.

17

Caio Nerone, su incarico del Senato, portò in Spagna due delle legioni che avevano combattuto a Capua ed occupò un passo bloccando i movimenti delle truppe di Asdrubale Barca. Messo alle strette Asdrubale propose a Nerone di trattare: se i Romani avessero liberato il passo egli si sarebbe impegnato a portare via dalla Spagna l'esercito cartaginese. Ma Asdrubale prolungò per più giorni la trattativa mentre ogni notte faceva uscire dal campo segretamente una parte del suo esercito. Infine approfittando di un mattino densamente nebbioso, Asdrubale stesso uscì con i pochi soldati rimasti. Quando Nerone si accorse che il campo nemico era ormai vuoto si diede ad inseguire i fuggitivi ma questi evitarono di combattere.

18

A Roma si decise di convocare i comizi centuriati per nominare un nuovo comandante in capo per la Spagna. Nessuno si candidò fino all'ultimo momento quando Publio Cornelio Scipione, figlio dell'omonimo caduto in Spagna, appena ventiquattrenne, dichiarò di desiderare la carica.
Il giovane fu salutato con grande simpatia e subito eletto all'unanimità anche se poi nell'animo di molti la giovane età di Scipione suscitò il timore di aver sbagliato.

19

Già in quell'occasione, parlando agli astanti, Scipione dimostrò il suo grande carisma e la sua forza di persuasione, doti che nel tempo avrebbero portato molti a pensare che fosse di stirpe divina.
Alle forze in Spagna furono aggiunti diecimila soldati e mille cavalieri e Scipione, con il suo collaboratore Marco Giunio Silano, partì dalla foce del Tevere con trenta quinqueremi. Giunto a Tarragona tenne l'adunanza di tutti gli alleati.

20

Scipione lodò la resistenza e la lealtà delle truppe in Spagna, svolse i preparativi del caso e si ritirò a Tarragona per l'inverno.
I Cartaginesi posero i quartieri di inverno in tre diverse collocazioni, intanto la flotta cartaginese aveva bloccato i rifornimenti a Taranto, ma questa misura aveva messo in difficoltà gli alleati più del presidio romano ed alla fine la flotta venne allontanata.

21

Alla fine dell'estate Marcello tornò a Roma dalla Sicilia e chiese il trionfo ma non l'ottenne perché la guerra non era finita e, come compromesso, gli fu concessa l'ovazione. Nel corteo di Marcello vennero mostrati molti ricchi cimeli e, a dimostrazione della sconfitta dei Cartaginesi, alcuni elefanti.
Furono distribuiti premi ai Siciliani che avevano collaborato nella presa di Siracusa.
Dopo la partenza di Marcello i Cartaginesi sbarcarono in Sicilia nuovi contingenti fra i quali tremila cavalieri numidi che si dedicarono alla devastazione dei campi degli alleati dei Romani.

22

Convocati i comizi furono eletti consoli Tito Otacilio, che era assente, e Tito Manlio Torquato che rifiutò perché sofferente per una malattia agli occhi. Si ripeterono le votazioni e questa volta furono nominati Marco Claudio Marcello, reduce dalla vittoria in Sicilia, e Marco Valerio Levino che aveva combattuto contro Filippo di Macedonia. (210 a.C.)

23

Furono eletti pretori Publio Manlio Vulsone, Lucio Manlio Acidino, Caio Letorio e Lucio Cincio Alimento.
Giunse la notizia della morte in Sicilia di Tito Otacilio. Si celebrarono i Ludi Apollinari decretando che divenissero annuali e si tennero cerimonie per espiare alcuni prodigi.

24

Levino partecipò all'assemblea degli Etoli, assemblea che si concluse con la firma di un patto di alleanza al quale aderirono anche Elei, Spartani, il re Attalo di Asia, Pleurato di Tracia e Scerdilaida di Illiria.
Si convenne che i Romani avrebbero aiutato gli Etoli nella riconquista della'Acarnania con una flotta di venticinque quinqueremi. Gli Etoli fecero subito guerra ai Macedoni e Levino conquistò alcune città dell'Acarnania e l'isola di Zacinto, consegnandole agli Etoli.

25

Filippo reagì attaccando le varie regioni della nuova alleanza, mentre gli Etoli si preparavano ad attaccare l'Acarnania. Gli Acarnani, messi al sicuro in Epiro i bambini e le donne, giurarono che non sarebbero tornati se non vincitori e maledissero chiunque avesse dato accoglienza ad eventuali superstiti sconfitti. Filippo accorse in loro aiuto e questa notizia indusse gli Etoli a ritirarsi.

26

Levino, all'inizio della primavera, portò la flotta nel Golfo di Corinto ed attaccò la città di Anticira dal mare mentre gli Etoli l'attaccavano da terra. La città cadde in pochi giorni e, secondo i patti, fu preda dei Romani.
Levino fu informato di essere stato eletto console e richiamato a Roma, ma rimandò il viaggio a causa di una malattia.
Marcello sospese ogni deliberazione in attesa del collega e si disse pronto ad affrontare i detrattori ed i calunniatori che Marco Cornelio Cetego, suo rivale e successore in Sicilia, stava mandando a Roma per screditarlo.

27

A Roma scoppiò un grande incendio chiaramente doloso. Marcello mise una taglia per trovarne gli autori e uno schiavo denunciò alcuni Capuani che confessarono e vennero giustiziati mentre il delatore fu ricompensato con la libertà ed una somma di denaro.
Durante il viaggio Levino passò da Capua dove fu supplicato di lasciare venire con lui a Roma alcuni ambasciatori per chiedere al Senato un trattamento più umano da parte di Quinto Flacco. Questi spiegò che non lasciava uscire i Capuani dalla città per il loro eccessivo odio verso i Romani, infatti i pochi che ne erano usciti si erano resi responsabili dell'incendio di Roma. Levino, comunque, dopo aver loro fatto giurare che sarebbero tornati a Capua, prese con se alcuni ambasciatori.

28

A Roma Levino parlò in Senato della situazione dell'Etolia e di come quella guerra tenesse Filippo lontano dall'Italia, si poteva quindi richiamare una legione da quella zona.
Si riorganizzarono come al solito gli incarichi e le legioni e si decise di diminuire la consistenza dell'esercito congedando i più anziani.
Congedando l'esercito in Sicilia, l'isola fu affidata al pretore Cincio Alimento con due legioni composte dai reduci di Canne.

29

Per sorteggio a Levino toccarono le operazioni in Italia e a Marcello la provincia di Sicilia. I Siciliani presenti, che si erano lamentati di Marcello, si lasciarono andare alla disperazione e andavano dicendo che certamente il console sarebbe divenuto crudele verso di loro. Il Senato evitò di deliberare in merito e, di comune accordo, i due consoli si scambiarono gli incarichi risultati dal sorteggio.

30

Dopo lo scambio delle province i Siciliani affermarono che non loro ma i loro tiranni Geronimo, Ippocrate ed Epicide avevano tradito l'alleanza con i Romani e che, eliminati i tiranni, il Senato siciliano aveva più volte offerto la resa a Marcello che l'aveva rifiutata preferendo prendere la città con la forza. Dopo la conquista Marcello aveva saccheggiato case e templi ed espropriato terreni. Gli ambasciatori pregavano il Senato che restituisse almeno i terreni ai loro legittimi ed incolpevoli proprietari. Fu detto ai Siciliani di lasciare la curia perché i senatori potessero deliberare ma Marcello, che intendeva rispondere, volle che rimanessero.

31

Il discorso di Marcello: egli ha preso Siracusa con la forza dopo aver tentato più volte inutilmente di trattare, del resto i Siracusani accettando l'alleanza con Annibale avevano per primi dimostrato di essere ostili. Quanto è accaduto dopo la conquista è giustificato dal diritto di guerra. Detto questo sia i Siracusani che lo stesso Marcello lasciarono la curia perché il Senato potesse liberamente aprire la discussione.

32

Levino mise ai voti le richieste dei Siracusani. Molti affermarono che il comportamento i Marcello era stato duro ed ingiusto e non aveva tenuto conto della memoria di Gerone, sempre amico e generoso verso i Romani, tuttavia alla fine si decise di ratificare l'operato di Marcello e si diede incarico a Levino di migliorare in futuro le condizioni di Siracusa.

33

Fu poi la volta dei Capuani che asserirono che dopo il suicidio di una parte dei nobili e la decapitazione di altri, ben pochi ottimati della città erano rimasti in vita e richiesero che a questi fosse concessa la libertà e fosse resa almeno una parte dei beni anche in considerazione delle parentele che avevano con molti Romani.
Si valutò se richiamare da Capua Fulvio Flacco per farlo partecipare al processo ma, considerata la presenza di alcuni suoi luogotenenti, non lo si ritenne necessario.
Marco Atilio Regolo, uno dei luogotenenti, confermò che il comportamento di tutti i Capuani era stato identico a quello dei Cartaginesi, tuttavia sollevò una questione procedurale: i Capuani godevano di cittadinanza romana quindi per deliberare sulla questione il Senato doveva richiedere l'autorizzazione del popolo. I tribuni della plebe indissero un plebiscito che autorizzò i senatori a decidere.

34

Il Senato deliberò che i nobili campani e i loro familiari fossero venduti come schiavi mentre agli altri Capuani si concesse la restituzione del bestiame e dei beni mobili. A tutti venne concessa la libertà ad eccezione di quelli che si trovavano presso i Cartaginesi. Fu imposto che gli abitanti di Capua che si trovavano in città durante la guerra si trasferissero altrove e si stabilirono altre misure coercitive per evitare il riformarsi di focolai di ostilità.

35

Si fecero i nuovi arruolamenti ma, non trovandosi sufficienti rematori, i consoli imposero ai privati di trovarli e stipendiarli per un mese. La disposizione rischiò di suscitare una rivolta perché la gente, impoverita dai tributi straordinari pagati durante la guerra, protestava di non aver più nulla da dare.
I consoli presero una pausa di riflessione di tre giorni ed in Senato si discusse della situazione, ma si decise che il popolo avrebbe dovuto comunque pagare, altrimenti non sarebbe stato possibile difendere le coste.

36

I consoli risolsero la situazione proponendo che loro stessi e tutti i senatori si tassassero volontariamente per contribuire alle spese dello stato e per sollecitare, con il proprio esempio, la disponibilità degli altri cittadini. In questo modo, senza coercizioni, fu raccolta una grande somma con la quale stipendiare gli equipaggi.

37

Considerazioni di Livio sulle alterne fortune della guerra, ambo le parti avevano conosciuto vittorie e sconfitte ed entrambe provavano speranze e timori come se la guerra fosse appena cominciata.

38

Annibale diffidava delle città sue alleate ma tenerle tutte sotto il controllo di un presidio avrebbe comportato lo smembramento dell'esercito, decise così di devastare quelle che non poteva presidiare. Ciò gli costò l'odio di molti e la sfiducia anche di quanti, pur non essendo coinvolti, venivano a conoscenza del suo operato.
A Salapia erano capi Dasio e Blattio, amico di Annibale il primo, filoromano il secondo. Blattio prese accordi segreti con Marcello, quindi tentò di portare dalla sua parte Dasio ma questi lo denunciò ad Annibale. Dasio non fu creduto e Blattio continuò ad operare finché non ottenne la resa di Salapia a Marcello. I Numidi che presidiavano Salapia non accettarono di essere consegnati ai Romani e combatterono fino a morire quasi tutti. Questo evento fu molto grave per Annibale perché la sua cavalleria venne notevolmente indebolita.

39

In quei giorni si svolse presso Taranto una battaglia navale fra la flotta romana che portava vettovagliamenti dalla Sicilia e quella dei Tarentini. Lo scontro fu favorevole ai Tarentini e i vettovagliamenti non giunsero a destinazione. Contemporaneamente però a terra i soldati Romani fecero strage di migliaia di Tarentini che erano usciti in cerca di viveri, così sia gli assedianti, sia gli assediati rimasero privi di rifornimenti.

40

Levino si recò in Sicilia e si accinse a definire le questioni rimaste irrisolte dopo la presa di Siracusa. Agrigento, difesa da una forte guarnigione cartaginese, era l'ultimo focolaio di guerra. Qui comandava Annone che era geloso del successo di Muttine e decise di togliere a questi ogni autorità per passarla al proprio figlio.
Sdegnato Muttine prese accordi con Levino per consegnargli Agrigento, Annone si salvò fuggendo in Africa e portando con se Epicide.
Levino occupò rapidamente Agrigento e fece decapitare i principali cittadini vendendo gli altri come preda di guerra.
Dopo la resa di Agrigento molte altre città passarono ai Romani volontariamente, altre per tradimento o prese con la forza. Venuto in possesso dell'intera isola il console impose ai Siciliani di deporre le armi e dedicarsi all'agricoltura. La guerra in Sicilia quell'anno ebbe fine.

41

Radunata la flotta alla foce dell'Ebro, Scipione raggiunse l'esercito e tenne un discorso solenne ai veterani annunciando la sua intenzione di oltrepassare il fiume e di attaccare il nemico nel suo territorio e promettendo che in Spagna presto non sarebbe rimasto più nulla di cartaginese.

42

Sette giorni dopo l'esercito di Scipione arrivava in vista di Cartagena mentre la flotta, comandata dal luogotenente Caio Lelio, giungeva nel porto.
La città sorgeva su una penisola all'interno di un golfo, completamente circondata dal mare era collegata al continente da una stretta striscia di terra.

43

Scipione spiegò ai soldati la sua scelta di attaccare Cartagena: la città custodiva il tesoro del nemico, tutto il suo grano, le macchine da guerra e tutti gli ostaggi delle città spagnole alleate dei Cartaginesi. Prendendo Cartagena i Romani non solo avrebbero conquistato una città importante ed un utile porto ma avrebbero arrecato al nemico danni incalcolabili.

44

Il generale Magone era pronto a difendere Cartagena avendo collocato i suoi uomini sulle mura, sulla rocca e in tutti i punti strategici, ma l'impeto dei Romani era irrefrenabile anche per le sollecitazioni di Scipione che si era portato personalmente sotto le mura e controllava direttamente il comportamento dei suoi soldati.

45

Ma le mura di Cartagena erano troppo alte per le scale dei Romani e quelle scale così lunghe da arrivare all'altezza delle mura risultavano troppo deboli e spesso si spezzavano oppure i soldati cadevano colti dalle vertigini. Scipione, resosi conto di tutto ciò, fece suonare la ritirata. Tuttavia aveva notato che per effetto della bassa marea e del conseguente defluire di uno stagno che lambiva un lato della città era possibile dare l'assalto a quelle parti delle mura, verso il mare, che erano meno difese. Astutamente Scipione parlando ai suoi soldati attribuì il fenomeno naturale ad un intervento degli dei per aiutare i Romani.

46

L'idea di Scipione ebbe successo, cinquecento soldati Romani oltrepassarono senza difficoltà le mura dalla parte del mare ed attaccarono alle spalle i difensori che erano concentrati al lato opposto della città.
La porta fu scardinata e l'esercito entrò in Cartagena (209 a.C.). I soldati Cartaginesi fuggirono su un colle nelle vicinanze, che fu subito espugnato, o sulla rocca dove si trovava anche Magone. Anche la rocca venne attaccata e Magone si arrese. I Romani, che avevano fatto grande strage di nemici, a questo punto smisero di uccidere e passarono al saccheggio.

47

Il bottino fu ricchissimo perché in Cartagena si custodivano l'arsenale, il tesoro e le scorte di viveri dei Cartaginesi. Vennero inoltre catturati diecimila prigionieri e numerose navi da guerra e da carico.

48

Dopo aver ringraziato gli dei e lodato tutti per la vittoria, Scipione volle sapere chi fosse stato il primo a salire sulle mura di Cartagena per insignirlo della "corona murale". Si fecero avanti un marinaio ed un legionario, ne derivò una contesa che rischiava di degenerare. Scipione, su consiglio del comandante della flotta Caio Lelio, decise di concedere l'onorificenza ad entrambi i candidati.

49

Scipione rimandò a casa gli ostaggi delle città alleate ai Cartaginesi con proposte di amicizia e di alleanza. Ad una matrona che lo supplicava in questo senso garantì che le donne di Cartagena non avrebbero subito violenze.

50

Fra le prigioniere era una giovane bellissima che attirò l'attenzione di Scipione il quale la volle interrogare, saputo che era fidanzata ad un giovane principe dei Celtiberi lo fece convocare e gli consegnò la giovane insieme all'oro che i genitori di lei avevano offerto per riscattarla. Chiese al principe di essere amico del popolo romano e questi lo ringraziò tornando qualche giorno dopo con un contingente di cavalieri.

51

Scipione trascorse alcuni giorni a Cartagena durante i quali tenne impegnati in esercitazioni l'esercito e la flotta e fece ricostruire le parti delle mura che erano state rovinate durante l'assalto.
Si mise quindi in viaggio verso Tarragona dove aveva chiamato a convegno le delegazioni di tutti gli alleati.
I Cartaginesi intanto cercavano di sminuire, nella pubblica opinione, quanto si diceva intorno alla presa di Cartagena.

LIBRO XXVII

1



In Italia il console Marcello conquistò le città (non identificate) di Mormoree e di Mele.
Nello stesso periodo, tuttavia, il proconsole Cneo Fulvio Centumalo subì una grave sconfitta nei pressi di Erdonea e perse egli stesso la vita.

2

Marcello si spostò in Lucania ed affrontò Annibale presso Numistrone (oggi Muro Lucano). La battaglia ebbe esito incerto e fu interrotta dalla notte, l'indomani Annibale evitò il combattimento e spostò il campo, inseguito da Marcello. Nei giorni successivi si verificarono brevi e disordinati combattimenti, quasi tutti favorevoli ai Romani.

3

A Capua fu scoperto un complotto che mirava ad incendiare le abitazioni dei soldati Romani.

4

Avvicinandosi il tempo dei comizi il Senato richiamò a Roma il console Marcello ma questi rispose di essere impegnato nell'inseguimento di Annibale, fu quindi richiamato Valerio dalla Sicilia.
Il re Siface mandò messi a Roma proponendo amicizia, richiesta che fu accolta positivamente. I Romani mandarono ambasciatori a Siface e ad altri governanti africani confermando, proponendo o rinnovando alleanze.
Si verificarono nuovi prodigi e si tennero i consueti sacrifici espiatorii.

5

Il console Valerio tornò a Roma e fece rapporto sulla situazione in Sicilia ormai pacificata e liberata dai Cartaginesi. Fu premiato Muttine ed altri che avevano reso servigi ai Romani. Intanto il comandante della flotta Marco Valerio Messalla saccheggiava Utica e rientrava al Capo Lilibeo. Egli raccolse informazioni comunicando al console che a Cartagine si stava organizzando un nuovo esercito da affidare ad Asdrubale perché lo guidasse in Italia congiungendosi con Annibale.
Questa notizia spinse il Senato alla decisione di nominare un dittatore ma il console rifiutò, così il dittatore fu scelto dal popolo consultato dai tribuni della plebe. Venne indicato Quinto Fulvio, che in quel momento si trovava a Capua, ma Valerio Levino per evitare di proclamare la nomina ripartì di nascosto durante la notte. Fu allora richiamato Marco Claudio Marcello che venne a Roma per creare dittatore Quinto Fulvio Flacco, fu eletto maestro della cavalleria Publio Licinio Crasso.

6

Il dittatore convocò i comizi e fu eletto come console ma i tribuni della plebe si opposero per irregolarità procedurali: era contrario alle leggi avere il consolato più volte consecutive e non poteva essere eletto chi aveva convocato i comizi. La questione fu sottoposta al giudizio del Senato che, vista la gravità del momento, decise di sorvolare sulla procedura. Vennero così eletti Quinto Fabio Massimo (per la quinta volta) e Quinto Fulvio Flacco (per la quarta volta) (209 a.C.).
Divennero pretori Lucio Veturio Filone, Tito Quinzio Crispino, Caio Ostilio Tubulo e Caio Aurunculeio.
Dopo le elezioni Fulvio depose la dittatura.
Furono nominati censori Lucio Veturio Filone e Publio Licinio Crasso, pontefice massimo.

7

Caio Lelio venne a Roma dalla Spagna e riferì sulla presa di Cartagena e sugli altri successi di Scipione. Si discusse del progetto cartaginese di mandare Asdrubale in Italia e la notizia fu confermata da molti prigionieri di Lelio.
I nuovi consoli ebbero entrambi per provincia l'Italia, che divisero fra loro per regioni, e si distribuirono le altre province fra i pretori. A Scipione fu rinnovato il comando in Spagna a tempo indefinito.

8

Un fatto di cronaca: Caio Valerio Flacco, fratello di Lucio Flacco, dopo una giovinezza dissoluta fu nominato Flamine Diale, le cure e la responsabilità della carica mutarono completamente il suo animo ed egli divenne una persona seria e molto stimata. Volle entrare in Senato, secondo un privilegio del Flamine ormai caduto in disuso, e ciò suscitò polemiche che infine i tribuni della plebe risolsero e Flacco fu ammesso in Senato.
Fatti nuovi arruolamenti, i consoli si stabilirono nelle rispettive province. Il proconsole Valerio Levino organizzò il presidio della Sicilia ed incentivò l'agricoltura tanto da poter inviare grandi quantitativi di grano a Roma e all'esercito stanziato a Taranto.

9

Improvvisamente numerose colonie romane decisero di inviare ambasciatori in Senato per comunicare di non essere più in grado di fornire soldati e denaro per la guerra contro Annibale. Inutili furono i ripetuti tentativi dei consoli e dei senatori per indurli a ritrattare questa affermazione e molti senatori si dissero ormai convinti che si era alla fine di Roma perché tutte le colonie avrebbero abbandonato la patria nelle mani del nemico.

10

I consoli convocarono gli ambasciatori delle altre colonie che confermarono di avere pronti i soldati, come previsto dagli accordi, e di essere disponibili ad ogni sforzo per aiutare il popolo romano. Ricevettero ringraziamenti e lodi dal Senato e di fronte al popolo mentre si decretò che le dodici colonie che avevano rifiutato gli aiuti fossero bandite da ogni futura assemblea ed attività comune.

11

Ancora prodigi ed ancora riti di espiazione.
Furono eletti censori Marco Cornelio Cetego e Publio Sempronio Tuditano. Quinto Fabio Massimo fu eletto principe del Senato. Furono nominati nuovi senatori e otto ne furono radiati, fra i quali Lucio Cecilio Metello che dopo Canne aveva proposto di abbandonare l'Italia.

12

Quinto Fabio esortò il collega e Marcello ad impegnare Annibale mentre egli assaliva Taranto.
Marcello si spostò a Canosa, dove sapeva essere Annibale, per attaccarlo direttamente ma Annibale prese a spostarsi evitando la battaglia campale. Alla fine Marcello aggredì i Cartaginesi mentre allestivano un accampamento costringendoli a combattere ma venne la notte e la battaglia fu sospesa con pari esito per le parti. Il mattino seguente il combattimento riprese e durò due ore fin quando gli schieramenti dei Romani cedettero ed i soldati di Marcello fuggirono.

13

Marcello rampognò duramente i suoi soldati e punì quelli che colti da paura avevano provocato la fuga di tutti. I soldati chiesero perdono e Marcello rispose che l'avrebbero ottenuto solo vincendo il giorno successivo.
Il mattino seguente convocò tutti gli uomini in armi, ordinò loro di nutrirsi e si accinse ad attaccare nuovamente.

14

La nuova battaglia fu più cruenta e durò a lungo con esito incerto. Quando Annibale mandò avanti gli elefanti questi crearono grande scompiglio fra i Romani, ma quando le bestie furono fatte bersaglio dei giavellotti, ferite e impazzite si volsero travolgendo molti Cartaginesi. Nel varco che si creò penetrò l'esercito romano facendo grande strage di nemici.
La notte seguente Annibale tolse il campo ma Marcello, avendo molti feriti fra i suoi, non potè inseguirlo come desiderava.

15

Mentre Annibale si dirigeva verso il Bruzzio, Irpini, Lucani e Volcienti consegnarono i presidi Cartaginesi e si arresero ai Romani mentre i Bruzzi proposero la resa alle stesse condizioni. Il console Fabio prese Manduria, nel Salentino, quindi si portò a Taranto, pose il campo all'ingresso del porto ed armò numerose navi con macchine da guerra.
Poco dopo Fabio riuscì ad introdurre l'esercito in città con la complicità di un ufficiale dei Bruzzi che, innamorato della sorella di un soldato romano, si era da questa lasciata convincere ad aiutare Fabio in uno stratagemma. Durante la notte, infatti, i Bruzzi provocarono grande strepito nei pressi della rocca dove i difensori si precipitarono mentre i Romani scavalcavano indisturbati le mura.

16

La città fu presa rapidamente, i Romani fecero strage di Tarentini, Cartaginesi e Bruzzi quindi saccheggiarono Taranto e ne distrussero le mura. Annibale accorse ma quando seppe che la città era caduta ripiegò su Metaponto. Da qui mandò due ambasciatori dei cittadini con la promessa di consegnare il presidio cartaginese per far cadere Fabio Massimo in un'imboscata ma Fabio, consultati gli aruspice, ebbe responsi negativi e non si mosse. Quando altri ambasciatori di Metaponto furono inviati a sollecitare Fabio vennero smascherati e confessarono la frode.

17

Durante l'inverno in Spagna Scipione aveva portato dalla sua parte molte popolazioni. Asdrubale osservava preoccupato diminuire le proprie forze ed aumentare quelle nemiche. Gli stessi Indibile e Mandonio, capi delle forze spagnole alleate ai Cartaginesi, si erano allontanati dal campo di Asdrubale ed osservavano gli eventi.
Asdrubale intendeva combattere prima di trovarsi senza esercito ed anche Scipione era ansioso di venire alle armi.
Indibile e Mandonio si presentarono a Scipione offrendo amicizia, preoccupandosi solo di non essere considerati disertori ma uomini mossi da giuste ragioni. I Cartaginesi avevano infatti dimostrato di disprezzare gli alleati e le leggi umane e divine, essi quindi intendevano avvicinarsi ai Romani che avevano fama di essere giusti e leali. Scipione li accolse lietamente e concluse con loro un patto di alleanza.

18

I Romani di Scipione assalirono il campo di Asdrubale in un primo combattimento di scarso rilievo. Durante la notte Asdrubale sistemò le sue truppe su un'altura facile da difendere. Scipione fece presidiare tutte le vie di fuga ed attaccò: i suoi uomini riuscirono a salire sull'altura nonostante il lancio di frecce e pietre e rapidamente misero in fuga l'avanguardia cartaginese, composta di soldati non abituati al combattimento corpo a corpo.
Divise le truppe con Lelio, Scipione accerchiò l'esercito cartaginese che rimase senza possibilità di fuga e perse circa ottomila uomini.

19

Asdrubale fuggì verso i Pirenei con quanto rimaneva del suo esercito mentre Scipione verificava di aver catturato dodicimila prigionieri. Fra questi liberò gli Spagnoli senza esigere riscatto mentre ordinò di vendere gli Africani come schiavi.
Fra gli schiavi africani fu individuato un giovane di stirpe regale che, interrogato da Scipione, disse di chiamarsi Massiva e di trovarsi in Spagna fra le file di suo zio Massinissa. Non aveva mai combattuto perché lo zio lo riteneva troppo giovane ma quel giorno, armatosi di nascosto, era uscito in battaglia, era caduto dal cavallo ed era stato catturato.
Scipione lo rimandò libero da Massinissa dopo avergli consegnato un cavallo ed alcuni doni.

20

Scipione rinunciò ad inseguire Asdrubale per timore che questi si ricongiungesse a Magone e ad Asdrubale di Gisgone, riprese quindi a dedicarsi alle trattative diplomatiche con gli Spagnoli. In effetti i tre eserciti Cartaginesi, sia pur tardivamente, si ricongiunsero e si tenne consiglio di guerra. Tutti concordarono che ormai Scipione aveva fatto presa sugli animi degli Spagnoli e che per evitare altre diserzioni era necessario portare in Gallia i soldati spagnoli che ancora combattevano per i Cartaginesi. Si decise di reclutare nuove forze nelle Baleari e in Lusitania e di fornire tremila cavalieri a Massinissa perché tormentasse il nemico.
A Roma splendeva la gloria di Scipione e quella di Fabio Massimo, conquistatore di Taranto, mentre l'astro di Marcello declinava per aver subito una sconfitta e per aver ritirato l'esercito a Venosa in piena estate. Marcello venne a Roma per discolparsi nelle stesso periodo in cui vi giungeva il console Quinto Fulvio per indire i comizi.

21

Marcello confutò le accuse che gli venivano mosse in modo così convincente che non solo gli fu confermato il comando ma il giorno dopo venne eletto console con Tito Quinzio Crispino (208 a.C.).
Furono eletti pretori: Publio Licinio Crasso Divite, Publio Licinio Varo, Sesto Giulio Cesare.
Edili curuli Lucio Cornelio Caudino e Servio Sulpicio Galba. Edili plebei Caio Servilio e Quinto Cecilio Metello.

22

Ripartizione delle province fra consoli, pretori e propretori.

23

I consoli ritardarono la partenza per seguire a Roma i riti espiatori per alcuni prodigi. Si celebrarono i Ludi Apollinari stabilendo il 13 luglio come loro ricorrenza annuale, per scongiurare una pestilenza che tormentava la città di Roma.

24

Poiché si temeva una sollevazione in Etruria, Caio Ostilio e Caio Terenzio Varrone furono incaricati di prelevare ostaggi ad Arezzo. Il Senato aretino non acconsentì facilmente ed alla fine i Romani ordinarono di consegnare centoventi ostaggi, tutti figli degli stessi senatori. A Ostilio e Varrone furono assegnate truppe perché controllassero Arezzo e pattugliassero l'Etruria ber bloccare eventuali focolai di sommossa.

25

Si discusse a lungo della questione di Taranto e delle punizioni da infliggere ai Tarentini che avevano defezionato. Si discusse anche delle responsabilità del comandante del presidio di Taranto, Marco Licinio Macato, in carica quando i Romani avevano preso la città, ma si concluse di rimandare ogni decisione ad un momento di maggiore stabilità.
Il console Crispino partì per la Lucania mentre Marcello ritardò la partenza per la consacrazione di un tempio, quindi raggiunse l'esercito a Venosa. I due consoli si ricongiunsero presso Venosa ed anche Annibale si portò nella stessa regione.

26

Annibale non accettava la battaglia ritenendo di non poter affrontare due eserciti contemporaneamente, così i consoli decisero di prendere Locri e fecero spostare in quella direzione la flotta ed i soldati di guarnigione a Taranto ma questi ultimi caddero in un'imboscata di Annibale subendo gravi perdite.
Marcello e Tito Quinzio Crispino decisero di compiere con pochi cavalieri una ricognizione intorno ad un colle che si trovava fra il loro campo e quello del nemico per decidere se occupare quell'altura.

27

Annibale aveva occupato il lato dell'altura opposto al campo romano con molti uomini che assalirono i consoli con il loro piccolo seguito di cavalieri. Nella lotta impari Marcello fu ucciso e Tito Quinzio Crispino ferito, molti cavalieri persero la vita o furono fatti prigionieri.

28

Il giorno seguente Annibale trovò il corpo di Marcello e lo fece seppellire ma si impadronì del suo anello con il sigillo consolare. Tito Quinzio Crispino, prevedendo questo fatto, aveva fatto avvertire tutte le città vicine che Marcello era morto e che non si doveva dar credito ad eventuali lettere recanti il suo sigillo.
Annibale, infatti, inviò a Salapia un finto messaggio di Marcello che annunciava l'arrivo del console con il suo esercito e all'alba del giorno successivo inviò una schiera di disertori Romani che finse di essere l'avanguardia di Marcello. Ma il presidio romano di Salapia aveva compreso la frode ed i disertori furono tutti uccisi o catturati.
Rinunciando a Salapia, Annibale si diresse a Locri, che era assediata dai Romani, e mise in fuga gli assedianti.

29

Tito Quinzio Crispino scrisse a Roma che Marcello era morto e lui stesso era gravemente ferito ed impossibilitato a venire a Roma per i comizi, quindi rimandò a Venosa l'esercito di Marcello. Il Senato mandò Quinto Fabio, figlio del Temporaggiatore, a Venosa ed inviò ambasciatori a Crispino perché nominasse un dittatore per i comizi.
Intanto Marco Valerio, con cento navi, partendo dalla Sicilia attaccò e saccheggiò le coste africane e riportò una vittoria sulla flotta cartaginese.

30

In quella stessa estate Filippo di Macedonia attaccò gli Etoli riportando alcune vittorie. Si tennero trattative di pace alle quali parteciparono molte città greche ed anche delegati egiziani, stabilendo una tregua di trenta giorni. Gli Etoli tuttavia non accettarono di concludere la pace e Filippo progettò di attaccare, unendo la sua flotta a quella cartaginese ed alle navi del re Prusia di Bitinia, gli Etoli stessi ed i loro alleati Romani. Per il momento si portò ad Argo dove era stato invitato a presiedere i Ludi Nemei.

31

Durante i Ludi Nemei Filippo dovette accorrere a fronteggiare i marinai Romani che saccheggiavano i territori fra Sicione e Corinto.
Per il resto del tempo, durante i giochi, si dedicò alla sua sfrenata libidine che usava soddisfare con la seduzione, con la corruzione e, se necessario, con la violenza.
Finiti i giochi Filippo si trasferì a Dime dove incontrò Cicliada, capo degli Achei, ostili agli Etoli che accusavano di aver provocato la guerra con i Romani ed agli Elei che non concordavano con gli altri Achei.

32

Filippo e Cicliada attaccarono la città di Elide non sapendo che vi si trovava un presidio di quattromila soldati Romani. La battaglia fu comunque inevitabile e lo stesso Filippo, disarcionato, salvò a stento la vita.
Il giorno successivo i Macedoni si dedicarono al saccheggio della regione circostante ma la notizia di una rivolta in Macedonia spinse Filippo a ripartire immediatamente.

33

Durante il viaggio Filippo ricevette notizie più gravi sulla rivolta e venne a sapere che in Macedonia era creduto morto. Intanto Publio Sulpicio si congiunse con il re Attalo per passare l'inverno ad Egina.
Tito Quinzio Crispino nominò dittatore Tito Manlio Torquato e morì per le ferite riportate nell'imboscata. Manlio nominò maestro di cavalleria Caio Servilio, quindi organizzò i Grandi Ludi che erano stati promessi in voto per cinque anni sotto Caio Flaminio e Cneo Servilio.

34

Il Senato propose per il consolato Gaio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore (207 a.C.). Quest'ultimo era stato condannato nel 218 a.C. per peculato, si era ritirato volontariamente in campagna per anni e tornato a Roma aveva sempre palesato la sua indignazione ed al momento della nomina non mancò di polemizzare con i senatori.
35

Furono eletti pretori Lucio Porcio Licino, Caio Manilio, Caio Ostilio Catone, Aulo Ostilio Catone.
Furono assegnati incarichi e province e a Lucio Manlio fu ordinato di recarsi in Grecia per recuperare Sicelioti e Tarentini che vi fossero stati relegati da Annibale.
Al console Claudio furono affidati il Bruzzio e la Lucania contro Annibale mentre Livio Salinatore fu inviato in Gallia per intercettare Asdrubale che si diceva essere in marcia verso l'Italia.

36

Opportune indagini permisero di avere conferma che Asdrubale stava avanzando in Gallia con un forte esercito e che nella prossima primavera avrebbe passato le Alpi.

37

Nuovi prodigi e nuovi sacrifici.
38

Si fecero nuovi arruolamenti con difficoltà a causa della carenza di giovani disponibili, furono richiamati i volontari, ai consoli fu data facoltà di integrare ed interscambiare le legioni come preferivano ed anche Scipione, dalla Spagna, mandò contingenti di rinforzo a Livio per affrontare Asdrubale.

39

Annibale, ricordando le difficoltà incontrate nell'attraversare le Alpi, stimò che il fratello avrebbe impiegato molto tempo per entrare in Italia e si mosse in ritardo per andargli incontro.
Invece Asdrubale fu facilitato dal fatto che molti passi erano divenuti più praticabili dal precedente passaggio di Annibale e che le popolazioni locali non opponevano più ostacoli avendo compreso che per i Cartaginesi le Alpi erano solo un transito.
In compenso Asdrubale perse tempo per assediare Piacenza sottovalutando le difficoltà dell'impresa.

40

A Roma la situazione destava grande preoccupazione, si temeva che se i due generali Cartaginesi fossero riusciti ad unire le proprie forze sarebbe diventato impossibile sconfiggerli.
Nel Meridione Annibale continuava a spostarsi fra Bruzzio e Salento e subì una sconfitta da parte di Caio Ostilio Tubulo prima dell'arrivo del console Claudio.

41

A Grumento, in Lucania, Annibale e Claudio Nerone posero i loro accampamenti l'uno di fronte all'altro ai due lati di una pianura. Quando i due eserciti uscirono per scontrarsi, Claudio lanciò la cavalleria creando scompiglio fra le file nemiche.

42

Claudio aveva nascosto alcune truppe oltre le colline che chiudevano la pianura, quando queste truppe scesero in campo attaccando lateralmente il nemico, i Cartaginesi furono definitivamente presi dal panico e fuggirono presso il proprio campo lasciando comunque sul terreno alcune migliaia di caduti. Per alcuni giorni Annibale rifiutò di combattere poi lasciò il luogo durante la notte. Il giorno dopo il console lo raggiunse presso Venosa ed intraprese una battaglia nella quale caddero altri duemila Cartaginesi.

43

I soldati di Claudio Nerone catturarono alcuni messi di Asdrubale che portavano una lettera ad Annibale.
Si venne così a sapere che Asdrubale intendeva incontrare il fratello in Umbria. Claudio scrisse al Senato consigliando di mandare un esercito a Narnia, quindi si mise in cammino per attraversare il Piceno.

44

L'iniziativa di Claudio Nerone, che aveva lasciato incustodito il campo presso Annibale portando via con se il resto dell'esercito, preoccupava gravemente i Romani. Si temeva inoltre che Asdrubale, con la sua esperienza maturata in Spagna, fosse temibile almeno quanto il fratello.

45

Quando ritenne di essere abbastanza lontano dal campo, Claudio Nerone parlò ai soldati spiegando il suo piano: intendeva raggiungere il collega per portare un contributo decisivo nella battaglia contro Asdrubale.
Incoraggiati da questo ruolo i soldati marciarono rapidamente attraversando località dove la gente li accoglieva con entusiasmo e generosità.
Claudio inviò messaggeri a Livio per avvertirlo del suo arrivo e per concordare le modalità dell'incontro e Livio preferì che il collega arrivasse segretamente di notte.

46

Il console Livio ordinò che i suoi soldati ospitassero nelle proprie tende quelli di Claudio: non intendeva ampliare il campo per tenere nascosto al nemico l'arrivo del collega. Intanto Claudio marciava raccogliendo numerosi volontari. Quando arrivò i soldati presero posto con i colleghi con grande entusiasmo di tutti. Si tenne il consiglio di guerra: Livio avrebbe voluto aspettare qualche giorno per lasciare riposare i soldati di Claudio ma questi insistette che l'elemento sorpresa era troppo importante ed infine si decise di schierare subito l'esercito.

47

Da una serie di piccoli indizi Asdrubale, che aveva già schierato il suo esercito, si rese conto della verità: la sua lettera era stata intercettata ed il console Livio era arrivato ad aiutare il collega. Chiamò quindi i suoi soldati a raccolta ed abbandonò il campo di battaglia, tuttavia durante la notte le sue guide disertarono ed Asdrubale si trovò a vagare lungo il fiume Metauro sbagliando più volte direzione e dando modo al nemico di inseguirlo.

48

I Romani raggiunsero i Cartaginesi che stavano tentando di accamparsi e subito attaccarono battaglia. In un primo momento il vivo del combattimento coinvolse solo Livio ed Asdrubale perché la presenza di un colle ostacolava le truppe di Claudio Nerone ma questi, con una rapida manovra di aggiramento, si portò sul fianco del nemico facendo strage delle schiere spagnole di Asdrubale.

49

Quando Asdrubale si rese conto che non aveva più possibilità di vincere spronò il proprio cavallo contro le schiere nemiche e cadde combattendo.
In nessuna battaglia di quella guerra furono uccisi tanti nemici, Livio parla di cinquantaseimila morti e cinquemilaquattrocento prigionieri. Furono inoltre liberati quattromila prigionieri Romani.
I Romani ed i loro alleati persero invece circa ottomila uomini.

50

A Roma si attendeva con grande apprensione di conoscere l'esito della battaglia tanto che, quando giunsero le prime notizie, molti rifiutarono di crederle.

51

Quando finalmente la vittoria fu ufficialmente annunciata dai consoli la gioia divenne incontenibile. Furono decretati tre giorni di ringraziamento agli dei che videro i templi sempre affollati.
Il console Caio Claudio tornò rapidamente al suo campo e fece gettare davanti al campo cartaginese la testa di Asdrubale, quindi liberò due prigionieri perché andassero a riferire ad Annibale quanto era accaduto. Si dice che Annibale abbia confessato di vedere prossima la rovina di Cartagine. Tolse il campo e concentrò nel Bruzzio tutte le forze cartaginesi e alleate che ancora gli rimanevano.

LIBRO XXVIII

1



I Cartaginesi inviarono in Spagna un generale di nome Annone con un esercito per sostituire quello di Asdrubale Barca. Asdrubale di Gisgone si era ritirato a Gades e i Romani erano padroni di quasi tutta la Penisola Iberica.
Scipione mandò Marco Silano con diecimila uomini e cinquecento cavalieri. Le guide informarono Silano che i nemici erano divisi in due campi, uno di Cartaginesi ed uno di Celtiberi e Silano decise di cominciare l'assalto da questi ultimi.

2

La superiorità tecnica dei soldati Romani prevalse subito sui Celtiberi che furono quasi tutti uccisi, caddero anche molti Cartaginesi accorsi in aiuto dell'altro campo, fra questi il generale Annone venne fatto prigioniero. Magone, che comandava i Celtiberi, fuggì con la cavalleria e quanto rimaneva dell'esercito cartaginese per raggiungere a Gades Asdrubale di Gisgone.
Scipione decise di tentare subito di concludere la guerra attaccando Asdrubale a Gades, questi distribuì le sue forze fra le varie città preparando la difesa.

3

Scipione si rese conto che combattere città per città sarebbe stato troppo dispersivo e tornò indietro ma per lasciare la regione completamente in mano al nemico incaricò il fratello Lucio Scipione di prendere la città di Orongi.
Falliti i tentativi di far arrendere pacificamente la città Lucio Scipione iniziò l'assedio. Una parte dei cittadini, spaventati dai Romani, aprirono le porte ed uscirono senza armi in segno di resa ma i Romani, forse sospettando un'insidia, li trucidarono tutti.
L'esercito di Lucio Scipione entrò in breve dalle porte aperte ed espugnò la città.

4

Scipione coprì di lodi il fratello e lo mandò a Roma con i suoi prigionieri Cartaginesi.
Il proconsole Manio Valerio Levino passò con la flotta della Sicilia in Africa, saccheggiando Utica, tornando si scontrò con le navi nemiche riportando una vittoria e rendendo sicuri i rifornimenti di grano dalla Sicilia verso Roma.

5

Il proconsole Publio Sulpicio inviò la propria flotta e quella del re Attalo a Eraclea. Filippo si portò a Demetriade e concentrò il suo esercito a Larissa. A Filippo giunsero ambasciatori dall'Acarnania, dalla Beozia e dall'Eubea chiedendo aiuto contro gli Etoli. Filippo distribuì guarnigioni di soldati fra le città che gli chiedevano aiuto e tentò invano di fare irruzione in un'assemblea di Etoli ad Eraclea.
Sulpicio ed Attalo decisero di attaccare la città di Oreo, nell'Eubea.

6

La presa di Oreo fu rapida e facile, anche a causa del tradimento di un luogotenente di Filippo. Orgoglioso del successo Sulpicio tentò la presa di Calcide ma subito si rese conto delle difficoltà dovute alle insidie del mare in quella zona ed alla resistenza dei cittadini, rinunciò e puntò su Cino, nei pressi di Opunte.
7

Dal canto suo Filippo mise in fuga gli Etoli che avevano bloccato il passo alle Termopili e procedette fino ad Elatea nella Focide. Attalo conquistò Opunte ma poco dopo dovette fuggire per l'improvviso arrivo di Filippo e del suo esercito. Attalo tornò nel suo regno che era stato attaccato dal re di Bitinia Prusia I. Filippo ricevette ambasciatori e trattò la pace, ma seppe che Macanida di Sparta aveva attaccato l'Elide e si mosse in quella direzione.

8

Filippo si lamentava di essere sempre arrivato in ritardo mentre i nemici fuggivano: Attalo da Opunte, Sulpicio da Calcide, Macanida dall'Elide. Il re ne parlò ai suoi alleati Achei aggiungendo, tuttavia, che queste fughe dimostravano che le sue forze erano superiori a quelle dei nemici.
Dopo aver ripreso Oreo e messa in cantiere la costruzione di una nuova flotta, Filippo tornò nel suo regno.

9

I consoli Marco Livio e Nerone tornarono a Roma e convocarono il Senato in seduta plenaria. Il Senato decretò riti di ringraziamento agli dei e concesse ai consoli il trionfo.

10

Avvicinandosi il tempo dei comizi fu nominato dittatore Marco Livio Salinatore che scelse come maestro di cavalleria Quinto Cecilio (206 a.C.) .
Furono eletti Quinto Cecilio Metello e Lucio Veturio Filone, divennero pretori Caio Servilio, Lucio Cecilio Metello, Tiberio Claudio Asello, Quinto Mamilio Turrino.
Gli edili curuli Cneo Servilio Cepione e Servio Cornelio Lentulo celebrarono i ludi Romani, gli edili della plebe Marco Pomponio Matone e Quinto Mamilio Turrino celebrarono i ludi plebei. Ad entrambi i consoli fu assegnato il Bruzzio per combattere contro Annibale.

11

Templi colpiti dal fulmine, animali nati deformi ed altri prodigi comportarono la celebrazione di un giorno intero di preghiere pubbliche. Fu espiato con sacrifici e preghiere anche l'evento, considerato estremamente negativo, dello spegnimento del fuoco nel tempio di Vesta.
Essendo ormai lontana la guerra dal Lazio i plebei tornarono a coltivare i campi, pur con molte difficoltà perché molti agricoltori erano caduti in guerra ed anche gli schiavi scarseggiavano.
All'inizio della primavera i nuovi consoli presero in consegna gli eserciti e partirono per la Lucania.
12

Quell'anno Annibale evitò di combattere. Considerazioni di Livio sulle capacità del generale cartaginese che aveva tenuto coeso per tredici anni in territorio nemico un esercito composto da gente di ogni razza, lingua e religione.
Annibale si era ritirato nell'estremo angolo del Bruzzio cedendo il resto dell'Italia. Gli mancavano viveri e denaro, nulla arrivava più da Cartagine dove si concentravano gli sforzi sulla Spagna. Qui, nonostante le sconfitte subite dai Cartaginesi, Asdrubale di Gisgone aveva riunito un nuovo esercito e si preparava a combattere ancora.
13

Scipione aggiunse al suo esercito tutte le milizie alleate che riuscì a radunare. Mentre preparava l'accampamento sulla strada per Becula fu assalito dalla cavalleria nemica comandata da Magone e Massinissa. La battaglia fu a lungo incerta ma alla fine Cartaginesi e Numidi fuggirono.

14

Questo e i successivi furono scontri di scarsa importanza, poi Asdrubale schierò il suo intero esercito ed i Romani fecero altrettanto. Per più giorni si ripetè la stessa scena: gli eserciti si schieravano, si fronteggiavano fino al tramonto e poi rientravano negli accampamenti senza aver combattuto.
Infine Scipione colse il nemico di sorpresa cambiando completamente l'ordine di schieramento ed attaccando all'improvviso prima dell'alba.
Anche Asdrubale uscì con la cavalleria e la fanteria. Scipione, che aveva collocato gli alleati al centro, diede ordine di prolungare le ali verso destra e sinistra, attaccando con la cavalleria e con i soldati privi di armi pesanti prima dello scontro fra gli schieramenti centrali. Le ali romane cercavano di isolare le ali nemiche dal resto dello schieramento.

15

L'attacco a sorpresa all'alba dava a Scipione il vantaggio che i soldati nemici, colti impreparati, risentivano della stanchezza più dei Romani ed egli volutamente protrasse la battaglia in modo che lo scontro fra gli schieramenti centrali si svolgesse nelle ore più calde.
I Cartaginesi cominciarono a retrocedere e i Romani attaccarono con grande impeto finché non videro i nemici volgere le spalle e darsi alla fuga. I Cartaginesi si stavano rifugiando nel loro accampamento ed i Romani avrebbero forse travolto le trincee nemiche se non fossero stati interrotti da un improvviso e violento acquazzone. Durante la notte molti alleati dei Cartaginesi disertarono, Asdrubale comprese che lo spirito della defezione avrebbe potuto facilmente dilagare e la notte successiva, in silenzio, tolse il campo.

16

Scipione inseguì i Cartaginesi e, malgrado gli errori di alcune guide, li raggiunse e ne fece strage. Asdrubale si rifugiò su un'altura con seimila uomini improvvisando un accampamento, ma i pericoli della situazione spinsero molti alla defezione. Infine Asdrubale fuggì via mare a Gades e Scipione, lasciando diecimila fanti e mille cavalieri ad assediare il campo, tornò a Tarragona.
Poco dopo, inaspettatamente, Massinissa disertò dai Cartaginesi e passò ai Romani ai quali sarebbe rimasto fedele fino all'estrema vecchiaia.
I resti dell'esercito di Asdrubale, assediati, passarono ai Romani o si dispersero, così dopo tredici anni (quattro da quando Scipione aveva assunto il comando) la guerra in Spagna era terminata.

17

Ma Scipione pensava a Cartagine. Mandò come ambasciatore Caio Lelio a Siface, re dei Masesili, per convincerlo a lasciare i Cartaginesi e passare dalla parte dei Romani.
Siface promise di accettare la proposta solo se fosse venuto a lui personalmente Scipione, del quale garantiva per altro l'incolumità. Scipione decise di correre il rischio e passò in Africa.
Capitò che nello stesso giorno anche Asdrubale si presentasse a chiedere udienza a Siface.

18

Siface insistette per far sedere Scipione ed Asdrubale allo stesso banchetto. Pare che al fascino di Scipione fu sensibile non solo Siface ma anche lo stesso Asdrubale che previde ciò che poco dopo sarebbe accaduto. Infatti Scipione concluse l'alleanza con Siface e tornò a Cartagine.

19

Nella Spagna ormai pacificata Scipione decise che fosse giunto il momento di punire le città che avevano tradito, fra queste le più colpevoli erano Iliturgi e Castulone. Inviò Lucio Marcio contro Castulone con un terzo dell'esercito e si diresse personalmente contro Iliturgi.
Gli abitanti di Iliturgi combatterono strenuamente consapevoli della durezza delle punizioni che li aspettavano ed in un primo momento riuscirono a respingere gli assedianti ma quando Scipione, per essere di esempio, salì personalmente su una scala con grande pericolo, moltiplicò l'impeto dei Romani e Iliturgi venne conquistata.

20

A Iliturgi i cittadini erano colpevoli di aver ucciso quanti si erano rifugiati presso di loro, memori di questo fatto i Romani ne fecero strage, incendiarono le case e distrussero completamente la città. Quindi Scipione si diresse a Castulone.

21

Anche Castulone venne sottomessa e Scipione tornò a Cartagena dove celebrò i giochi in memoria del padre e dello zio. I gladiatori che parteciparono a questi giochi non erano schiavi, ma liberi cittadini che lottavano volontariamente, in alcuni casi per risolvere con le armi qualche vecchia contesa.

22

Alcune città si sottomisero volontariamente, non così Astapa (oggi Estepa) i cui abitanti, tradizionalmente alleati dei Cartaginesi, continuavano a compiere scorrerie nei territori circostanti ed atti di brigantaggio.
Quando Lucio Marcio assediò Astapa gli abitanti fecero un grande cumulo delle loro cose più preziose, vi collocarono sopra donne e bambini e circondarono il tutto con cataste di legna. Consapevoli di non poter vincere giurarono di non lasciare nulla al nemico, quindi tutti gli uomini validi spalancarono le porte ed irruppero contro i Romani cogliendoli in un primo momento di sorpresa, ma poco dopo i Romani schierarono l'esercito ed iniziarono il massacro.

23

Mentre si combatteva fuori dalla città, quanti erano rimasti all'interno fecero un'orrenda carneficina di donne e bambini, quindi si gettarono essi stessi nel fuoco. Dopo la distruzione di Astaba, Lucio Marcio riportò l'esercito presso Scipione a Cartagena.
Giunsero da Gades ambasciatori che proponevano pace con la promessa di consegnare ai Romani il presidio cartaginese e quanto restava della flotta nemica. Furono inviati a Gades Marcio e Lelio.

24

Quando si diffuse la notizia di una grave malattia di Scipione si verificarono disordini fra le genti di Spagna e numerosi episodi di insubordinazione fra le file dell'esercito romano. In un presidio di ottomila uomini che sorvegliavano le popolazioni al di qua dell'Ebro, si giunse ad una vera e propria rivolta capeggiata da due soldati semplici: Caio Albio Caleno e Caio Atrio Umbro. Questi, animati dalla falsa notizia della morte di Scipione, osarono bandire i segni del comando supremo e cominciarono a saccheggiare e a farsi pagare somme di denaro dagli alleati.

25

La ribellione ristagnò quando si vide che la notizia della morte di Scipione non veniva confermata e cessò del tutto al sopraggiungere di sette tribuni inviati dallo stesso Scipione che nel frattempo era guarito.
Incerto sulla misura delle punizioni da infliggere (in effetti non c'era stato spargimento di sangue), Scipione fece raccogliere tributi dalle città che ne dovevano e convocò tutti i soldati per riscuotere la paga.

26

A Cartagena si tenne un consiglio che decise di limitare la pena ai soli responsabili dell'insurrezione. Quando l'esercito ribelle fu riunito in città i capi della rivolta furono segretamente arrestati.

27 - 29

Scipione pronunciò davanti ai soldati una durissima rampogna concludendo che il tradimento avvenuto poteva essere espiato soltanto con il sangue dei responsabili. Al termine del discorso i responsabili dell'insurrezione vennero colpiti con le verghe e decapitati pubblicamente. Quindi i soldati vennero chiamati ad uno ad uno per rinnovare il proprio giuramento ed incassare lo stipendio.

30

Mentre si recava a Gades via mare, Lelio incontrò alcune navi Cartaginesi comandate da Aderbale che portavano a Cartagine i responsabili del tradimento di Gades che erano stati smascherati. Si svolse nello stretto una battaglia molto incerta perché le forti correnti rendevano ingovernabili le navi. Aderbale, perse alcune imbarcazioni, fuggì verso l'Africa.

31

Poiché la congiura a Gades era stata scoperta, Lelio e Marcio ritenerono inutile procedere e tornarono a Cartagena. Sollevato, il generale Magone sperò di poter riconquistare la Spagna approfittando della rivolta dei soldati Romani e di quella degli Ilergeti e mandò a chiedere aiuti a Cartagine. Mandonio e Indibile, capi dei rivoltosi spagnoli, avevano sperato nel perdono di Scipione ma venuti a conoscenza dell'esecuzione dei ribelli si rifugiarono nel proprio accampamento.

32

Riconciliatosi con i soldati Scipione annunciò di voler far guerra agli Ilergeti per punire la loro defezione: non si sarebbe trattato di una vera guerra ma della repressione di un gruppo di banditi inabili al combattimento campale.

33

In dieci giorni di marcia Scipione raggiunse l'Ebro, lo superò e si accampò presso il territorio degli Ilergeti. Tese loro un'imboscata con un'esca di bestiame e quando gli Ilergeti uscirono per predare ebbe inizio la battaglia. Il primo giorno di combattimento si concluse senza risultati importanti. Il mattino seguente gli Spagnoli uscirono con tutte le loro forze, fanteria e cavalleria, ma si posizionarono in uno stretto avvallamento. Scipione operò in modo da separare lo scontro fra le cavalleria da quello dei fanti e la fanteria spagnola, priva dell'aiuto dei cavalieri, venne massacrata.
Fu poi la volta della cavalleria degli Ilergeti che si trovò presa fra la fanteria e la cavalleria romane. Tutti gli Spagnoli che erano scesi nell'avvallamento furono uccisi, si salvarono solo quanti erano rimasti sui colli, fra questi Mandonio e Indibile.

34

Mandonio si presentò a Scipione implorando il perdono per se e per suo fratello Indibile. Scipione, dopo aver affermato che meritavano la morte, concesse loro il perdono ma promettendo uno sterminio in caso di nuovo tradimento, quindi congedò Mandonio imponendogli soltanto il pagamento di una forte multa.

35

Scipione incontrò Massinissa presso Gades. Massinissa, che già nutriva grande ammirazione per il generale romano, fu molto colpito nell'incontrarlo personalmente e gli promise ogni aiuto da parte sua e della sua gente se Scipione fosse passato in Africa per attaccare direttamente Cartagine.

36

Magone ricevette l'ordine di portare la flotta in Italia per aiutare Annibale. Durante la navigazione volle tentare, nottetempo, un assalto a Cartagena ma il forte presidio romano che sorvegliava la città reagì prontamente ed i Cartaginesi dovettero fuggire alle navi, lasciando sul terreno molti caduti e feriti.

37

Magone andò a Gades ma trovò chiuse le porte della città a causa dei saccheggi che i suoi soldati avevano fatto in precedenza. Magone fece crocifiggere i messi di Gades e ripartì, fece tappa all'isola di Pitiusa e poi alla maggiore delle Baleari dove fu accolto ostilmente e rinunciò ad entrare in porto.
Si accampò infine nella minore delle Baleari, dove avrebbe passato l'inverno. Partito Magone gli abitanti di Gades si arresero ai Romani.

38

Scipione si recò a Roma dove fece rapporto al Senato sulle sue imprese. Si tennero i comizi e Scipione fu eletto console con Publio Licinio Crasso (205 a.C.).
Furono eletti pretori Spurio Lucrezio, Cneo Ottavio, Cneo Servilio Cepione e Lucio Emilio Papo.
A Scipione fu affidata la Sicilia, a Crasso il Bruzzio.

39

Scipione introdusse in Senato una delegazione di Saguntini che recava una corona d'oro da esporre sul Campidoglio come ringraziamento per l'aiuto ricevuto dai Romani durante i quattordici anni di guerra.

40 - 42

Il popolo voleva che Scipione passasse in Africa e concludesse la guerra. Di ciò si discusse in Senato. Pronunciò opinione sfavorevole Fabio Massimo il Temporeggiatore. In sostanza Fabio Massimo sosteneva che scacciare Annibale dall'Italia fosse il primo e più importante passo da compiere.

43

Scipione risponde di non condividere le preoccupazioni di Fabio Massimo e di essere certo di poter riportare da una campagna in Africa gloria maggiore di quella ottenuta con le sue imprese spagnole. Si porti la guerra in Africa, sostenne Scipione, ed Annibale sarà costretto a lasciare l'Italia.

44 - 45

Sorse una questione procedurale perché era noto che se il Senato non avesse approvato il progetto di Scipione questi si sarebbe rivolto al popolo. Furono consultati i tribuni che decisero che se il console avesse concesso al Senato di esprimere il proprio parere lo avrebbe poi dovuto rispettare senza ricorrere al popolo, in caso contrario i senatori sarebbero stati liberi di non votare. Scipione chiese un giorno per consultare il collega e decise di accordare al Senato l'espressione del voto.
Il Senato decise di affidare a Scipione la Sicilia, con il permesso di passare in Africa se lo avesse ritenuto opportuno. All'altro console fu affidato il Bruzzio e la guerra contro Annibale. Scipione approntò la flotta con i contributi volontari di molte città dell'Etruria, dell'Umbria e della Sabina.

46

Scipione partì per la Sicilia con trenta navi e settemila volontari. Nella stessa estate Magone lasciò le Baleari e portò le sue forze in Italia dove si impadronì di Genova. In Liguria Magone si alleò con gli Ingauni mentre accoglieva nel suo esercito molti volontari Galli. Da Roma giunse l'ordine di muovere contro Magone due legioni dall'Etruria e due legioni urbane.
Annibale trascorse l'estate nel Bruzzio dove una pestilenza affliggeva Romani e Cartaginesi.

LIBRO XXIX

1



Giunto in Sicilia Scipione organizzò le proprie forze in centurie tenendo da parte trecento giovani ancora privi di armi.
Arruolò quindi trecento cavalieri siciliani scegliendoli fra le famiglie più abbienti ed ordinando loro di provvedere a proprie spese al cavallo ed alle armi. Quando questi cavalieri si dimostrarono preoccupati dai pericoli dell'impresa, Scipione propose loro di farsi sostituire dai trecento giovani che aveva tenuto in riserva, a patto che li provvedessero del cavallo, delle armi e del necessario addestramento. La proposta fu ben accolta e Scipione si procurò così un ottimo squadrone di cavalleria senza alcuna spesa per lo stato.
Intanto in Spagna Indibile, notando che Scipione era partito per l'Italia con tutti i suoi veterani, provocò una nuova sollevazione assicurando alla sua gente che si trattava dell'occasione buona per liberarsi di ogni dominio straniero.

2

I generali Romani Lucio Lentulo e Lucio Manlio Acidino disposero il campo a tre miglia da quello degli insorti. Un primo scontro equestre non ebbe risultati degni di nota. Il giorno seguente gli eserciti si schierarono e la cavalleria romana, per una manovra di Lentulo, bloccò quella avversaria. Il combattimento successivo fu violentissimo e quando Indibile venne colpito a morte gli Spagnoli cominciarono a fuggire, ma vennero inseguiti e in gran parte uccisi.

3

Per ottenere la pace gli spagnoli dovettero consegnare Mandonio ed altri capi della rivolta e furono soggetti a tributi e consegna di ostaggi.
Lelio passò in Africa e saccheggiò il territorio di Ippona: a Cartagine si sparse il terrore anche per le aperte defezioni di Siface e Massinissa.

4

I Cartaginesi fecero grandi preparativi per affrontare un assedio ma quando compresero che era sbarcato in Africa Lelio e non Scipione si dedicarono a cercare nuove alleanze ed inviarono molti rinforzi a Magone perché si ricongiungesse ad Annibale ed impedisse a Scipione di partire per l'Africa. Intanto Massinissa, incontrando Lelio, mandava a dire a Scipione di non indugiare e garantiva di fornirgli discreti rinforzi.

5

I rinforzi inviati a Magone arrivarono a Genova ed egli iniziò un nuovo reclutamento fra Galli e Liguri. Il proconsole Marco Livio posizionò il suo esercito presso Rimini e rimase in attesa delle mosse di Magone.

6

Prima di passare in Africa Scipione decise di prendere Locri, città al momento in mano ai Cartaginesi. Ne fu occasione la proposta di un gruppo di esuli locresi che si trovavano a Siracusa e che si accordarono con degli operai "pendolari" che spesso lavoravano a Locri per i Cartaginesi. Un contingente romano inviato da Scipione penetrò in città e cominciò a combattere con i Cartaginesi asserragliati sulla rocca in aiuto dei quali accorse lo stesso Annibale, tuttavia i Locresi, passando dalla parte dei Romani, bilanciarono le forze.

7

Scipione, avvertito dell'arrivo di Annibale, inviò la flotta a Locri ed i Romani entrarono in città durante la notte. Il mattino seguente Annibale, che credeva di dover affrontare una piccola guarnigione, fu assalito di sorpresa e perse duecento uomini, rinunciò a difendere Locri e si allontanò.

8

Presa Locri, Scipione fece giustiziare i capi della fazione filocartaginese e per il resto rimise la decisione in merito al destino della città al Senato, quindi passò a Messina.
Tuttavia il presidio romano ed il luogotenente Quinto Pleminio si lasciarono andare al saccheggio e ad ogni sorta di abusi ai danni della popolazione locrese.

9

Nell'eccitazione del saccheggio scoppiò una rissa fra gli stessi soldati Romani. Pleminio fece frustare alcuni tribuni ma i soldati di questi lo aggredirono e lo mutilarono. Informato della situazione Scipione accorse rapidamente a Locri, ristabilì l'ordine e confermò Pleminio al comando ordinando che i tribuni fossero mandati a Roma, quindi tornò a Messina. Non soddisfatto Pleminio fece torturare e poi uccidere i tribuni, la stessa sorte toccò ad alcuni capi dei Locresi.

10

Il console Publio Licinio comunicò di non poter venire a Roma a causa di una pestilenza che aveva colpito lui e gran parte del suo esercito e propose di nominare dittatore Quinto Cecilio Metello. In quel periodo i decemviri trovarono nei Libri Sibillini un brano che indicava, per ottenere la vittoria, la necessità di portare a Roma la statua di Cibele che si trovava a Pessinunte (Asia Minore).

11

La statua si trovava nel regno di Attalo al quale furono inviati come ambasciatori l'ex console Marco Valerio Levino, Servio Sulpicio Galba, Cneo Tremellino Flacco e Marco Valerio Faltone. Durante il viaggio i legati consultarono l'oracolo di Delfi che ordinò di ospitare la statua presso il cittadino più retto e dignitoso di Roma. Attalo accolse benevolmente gli ambasciatori e consegnò loro la statua.
Nominato dittatore, Quinto Cecilio Metello scelse Lucio Veturio Filone come maestro di cavalleria ed indisse i comizi. Vennero eletti Marco Cornelio Cetego e Publio Sempronio Tuditano, che si trovava in Grecia. (204 a.C.)
Furono eletti pretori Tiberio Claudio Nerone, Marco Marcio Ralla, Lucio Scribonio Libone e Marco Pomponio Matone.
Edili curuli Cneo Cornelio Lentulo e Lucio Cornelio Lentulo, edili plebei Tiberio Claudio Asello e Marco Giunio Penno.

12

Approfittando del fatto che i Romani avevano trascurato la Grecia, Filippo aveva concluso la pace con gli Etoli imponendo le sue condizioni.
Il console Publio Sempronio Tuditano giunse a Dirrachio (Durazzo) ed alcuni popoli della regione si sollevarono nella speranza di cambiare lo stato delle cose.
Filippo mosse su Apollonia e ne saccheggiò il territorio provocando Sempronio che si era stabilito in quella città. Non reagendo il console, Filippo si allontanò. Gli Epiroti inviarono messi a Filippo offrendosi come mediatori di pace con Sempronio. Filippo e Sempronio si incontrarono e trattarono le condizioni di pace, siglato il trattato fu stabilita una tregua di due mesi per dare modo al Senato romano di ratificarlo, quindi Sempronio tornò a Roma per assumere la carica di console.

13

Al console Cornelio fu assegnato il comando dell'Etruria, a Sempronio toccò il Bruzzio.
A Scipione e Publio Licinio fu prorogato il comando per un anno. Si distribuirono o confermarono gli incarichi ai magistrati e si procedette a nuovi arruolamenti.

14

Si verificarono prodigi che vennero espiati. Intanto la statua di Cibele era arrivata a Terracina.
Fu giudicato il cittadino più adatto ad ospitare la statua Publio Scipione Nasica, figlio di Gneo Scipione caduto in Spagna.
Scipione andò ad Ostia con tutte le matrone e ricevette in consegna la statua. Nel corteo di matrone che accompagnò il simulacro a Roma si ricorda solo il nome di Claudia Quinta, la cui reputazione un po' dubbia fu resa ineccepibile da un così pio servizio.

15

Ci si rese conto che dodici colonie ormai da anni non fornivano aiuti militari e finanziari. Ambasciatori e magistrati di quelle città furono convocati a Roma e fu loro imposto di pagare un tributo e di fornire un numero di reclute doppio del consueto.

16 - 18

Si stabilì il rimborso rateale dei prestiti fatti da privati allo Stato durante il consolato di Marco Levino e di Marco Claudio.
Si presentò al Senato una delegazione di Locresi a lamentarsi delle violenze subite ad opera di Pleminio e dei suoi soldati. I legati sottolinearono che nessuna casa di Locri era indenne da atti di violenza, ruberie e stupri, inoltre Pleminio ed i suoi avevano osato profanare il tempio di Proserpina portandone via il tesoro. Lo stesso sacrilegio era stato a suo tempo compiuto dagli uomini di Pirro che lo avevano pagato con un'improvvisa demenza e con la perdita della flotta a causa di una tempesta.

19

Quinto Fabio chiese agli ambasciatori se Scipione fosse a conoscenza di quanto avevano narrato e quelli risposero che, informato, Scipione si era dimostrato favorevole a Pleminio e comunque scarsamente interessato.
Usciti gli ambasciatori, Quinto Fabio propose di arrestare e processare Pleminio per condannarlo a morte. Fabio propose inoltre di trattare con i tribuni della plebe per far votare al popolo la revoca del comando a Scipione e di indennizzare i Locresi per quanto avevano subito.

20

Le proposte di Fabio Massimo furono approvate solo parzialmente, si decise infatti di inviare una commissione di inchiesta per appurare le reali responsabilità di Scipione prima di procedere contro il generale.
21

La commissione si occupò prima di ogni altra cosa di recuperare e restituire il tesoro del tempio di Proserpina e di compiere gli opportuni sacrifici espiatori.
Pleminio ed una trentina dei suoi accoliti vennero arrestati e mandati a Roma mentre fu ordinato a tutti i soldati di liberare le persone che avevano catturato e di restituire il maltolto.
Quanto a Scipione la città di Locri rifiutò di sporgere querela.
La commissione si recò quindi a Messina per indagare sui costumi di Scipione che, si diceva, si erano fatti da qualche tempo molli e raffinati.

22

Scipione offrì alla commissione lo spettacolo delle manovre di esercitazione perfettamente compiute dal suo esercito e dalla flotta, la visita dell'accampamento e dell'arsenale ineccepibilmente organizzati ed i delegati tornarono a Roma pieni di ammirazione per il generale.
Sentita la relazione della commissione d'inchiesta il Senato decretò che Scipione partisse subito per l'Africa scegliendo le milizie che preferiva. Quanto a Pleminio fu incarcerato e morì in cella prima della conclusione del processo.

23

Per avere dalla sua parte il re Siface, Asdrubale di Gisgone gli fece sposare la propria figlia. Siface si lasciò convincere a rinnegare il patto di amicizia stipulato con Scipione ed a scrivergli invitandolo a tenere la guerra lontana dall'Africa.

24

Scipione ricevette i messi di Siface e rispose invitando il re a tenere fede ai patti già conclusi. Temendo che la defezione dei Numidi scoraggiasse i suoi soldati, Scipione diffuse false notizie sul contenuto dell'ambasciata, e decise di passare subito all'azione concentrando flotta ed esercito al Capo Lilibeo.

25 - 27

Scipione imbarcò l'esercito a Capo Lilibeo, le fonti di Livio sono discorsi sull'entità numerica delle forze imbarcate e così Livio stesso preferisce non pronunciarsi. Completati e controllati tutti i preparativi la flotta prese il largo. La traversata durò tre notti e tre giorni senza particolari inconvenienti ed alla fine la flotta approdò in un luogo detto Capo Pulcro.

28

L'arrivo dei Romani portò il panico a Cartagine ed in tutto il suo territorio. I Cartaginesi, consapevoli di non avere un generale all'altezza di Scipione ed un esercito paragonabile a quello romano, fecero armare tutti gli uomini validi, chiusero le porte della città e vegliarono tutta la notte.
Il mattino seguente fu inviato a valutare la situazione un gruppo di cinquecento cavalieri che si imbatterono negli avamposti Romani collocati nei punti strategici da Scipione, che aveva già organizzato gli accampamenti e rimandato la flotta a Utica.

29

I cavalieri Cartaginesi furono subito sconfitti e messi in fuga. Scipione saccheggiò i campi vicini e prese una città spedendo in Sicilia bottino e prigionieri. In quella prima fase delle operazioni in Africa sopraggiunse Massinissa.
Digressione di Livio sulle precedenti vicende della vita di Massinissa: mentre egli combatteva in Spagna per i Cartaginesi morì il padre che si chiamava Gala ed il regno passò al fratello maggiore Ezalce, poi al figlio maggiore di questi, di nome Capussa. A Capussa si oppose un certo Mazetullo, di una famiglia rivale. Capussa morì in battaglia e Mazetullo ebbe il potere ma rinunciò al titolo di re cedendolo a Lacumaze ancora bambino, della stirpe regale. Per procurarsi aiuto contro Massinissa sposò una nobile cartaginese e rinnovò l'amicizia con Siface.

30

Massinissa ottenne modesti aiuti dal re di Mauretania Baga, giunto al confine della Numidia si unirono a lui circa cinquemila uomini ed altri passarono dalla sua parte fra quelli della scorta di Lacumaze, che egli intercettò mentre si recava da Siface e con queste forze limitate riuscì a prendere la città di Tapso. La fama dell'impresa si diffuse e molti veterani di Gala si unirono a Massinissa.
Mazetullo aveva un esercito molto più numeroso ma quando si scontrarono l'esperienza di Massinissa e dei veterani prevalse e Mazetullo e Lacumaze dovettero fuggire in territorio cartaginese. Massinissa trattò la pace con Mazetullo e Lacumaze ed offrì loro l'impunità ed una sistemazione decorosa.

31

Asdrubale, che si trovava per caso presso Siface, convinse il re che Massinissa poteva essere molto pericoloso e che era opportuno attaccarlo finché le sue forze erano scarse ed il suo regno ancora instabile. Con il pretesto di una vecchia contesa per certi territori, Siface dichiarò guerra a Massinissa e subito vinse i Massili e li mise in fuga.
Massinissa si mise in salvo con pochi seguaci mentre il resto dei Massili si arrendeva a Siface. Dal suo rifugio sui monti Massinissa si dedicò alla guerriglia ed al saccheggio, soprattutto ai danni dei Cartaginesi.
32

Contro Massinissa fu mandato un ufficiale di Siface di nome Bucare che rapidamente uccise tutti gli avversari, si salvarono solo con una fuga avventurosa Massinissa e due cavalieri attraversando un fiume turbolento.
Bucare, convinto che Massinissa fosse morto, ne diffuse la notizia, ma Massinissa dopo essersi nascosto alcuni giorni per curarsi le ferite si ripresentò ai Massili e, grazie al favore popolare di cui godeva, raccolse in breve un esercito di seimila fanti e quattromila cavalieri. Tornò così in possesso del regno e prese a provocare Siface alla guerra.

33

Questa volta Siface assunse personalmente il comando insieme al figlio Vermina. La battaglia fu lunga ma la supremazia numerica dell'esercito di Siface ebbe infine la meglio. Massinissa si salvò con un modesto squadrone di cavalieri con il quale più tardi venne incontro a Scipione sulla costa africana.

34

I Cartaginesi richiamarono Asdrubale in Africa e pregarono Siface di aiutarli. Annone raccolse un reparto di cavalleria ed occupò la città di Saleca. Scipione mandò Massinissa ed i suoi cavalieri a provocare questo reparto. Quando tutta la cavalleria cartaginese fu schierata, Massinissa cominciò ad indietreggiare lentamente attirandola presso un'altura che nascondeva la cavalleria romana. Allora i cavalieri Romani uscirono allo scoperto e massacrarono tremila nemici, fra i quali lo stesso comandante Annone.

35

Dopo aver premiato Massinissa ed altri ufficiali e cavalieri, Scipione lasciò un presidio a Saleca e si mise in movimento saccheggiando campi ed espugnando città. Dopo sette giorni tornò con un grande bottino, che spedì a Roma, e di dedicò all'assedio di Utica.
Giunsero presso Utica Asdrubale e Siface che aveva portato con se un grande esercito, allora Scipione dopo quaranta giorni di assedio rinunciò a Utica e tirate in secco le navi, organizzò gli accampamenti invernali.

36

In quell'estate il console Publio Sempronio ebbe uno scontro con Annibale nel Bruzzio e fu sconfitto. Sempronio riunì le proprie forze con quelle del proconsole Licinio e subito tornò ad attaccare Annibale e questa volta vinse clamorosamente uccidendo quattromila Cartaginesi. Annibale ricondusse l'esercito a Crotone.
In Etruria il console Marco Cornelio reprimeva chi favoriva Magone con inchieste e processi e molti nobili etruschi furono processati e fuggirono in esilio volontario.

37

A Roma i censori Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone procedettero alla revisione delle liste del Senato, intrapresero riparazioni di edifici e bandirono gli appalti per costruire una via dal Foro Boario al Tempio di Venere ed un tempio alla Grande Madre sul Palatino.
Il censore Marco Livio fece aumentare le tasse sul commercio del sale (sembra per rancori personali verso alcune tribu) e gliene venne il soprannome di Salinatore.
Verso la fine della loro carica i due consoli dettero scandalo con dispute fra di loro per motivi personali.

38

Il console Cornelio fu richiamato dall'Etruria per bandire i comizi. Vennero eletti Servilio Cepione e Caio Servilio Gemino (203 a.C.).
Pretori: Publio Cornelio Lentulo, Publio Quintilio Varo, Publio Elio Peto, Publio Villio Tappulo.

LIBRO XXX

1



Per sorteggio il console Cepione ebbe il comando nel Bruzzio e Servilio Gemino lo ebbe in Etruria.
A Scipione fu prorogato il comando fino al completamento dell'impresa africana.

2

Come di consueto si ridistribuirono incarichi e province fra pretori e proconsoli. Si svolsero i sacrifici per espiare i soliti prodigi.

3

Durante l'inverno Scipione non aveva rinunciato ai suoi tentativi diplomatici con Siface ma questi continuava a porre come condizione di pace che i Romani lasciassero l'Africa e i Cartaginesi l'Italia. Scipione venne a sapere che l'accampamento dei Numidi era costruito con materiali di fortuna, legno e paglia, e concepì la speranza di incendiarlo.

4

Durante i frequenti colloqui con Siface, Scipione fece accompagnare i messi da centurioni travestiti da servi. Questi avevano il compito di studiare la forma ed i punti deboli degli accampamenti di Siface e di Asdrubale.
All'inizio della primavera Scipione ruppe le trattative informando Siface che avrebbe potuto ottenere la pace solo abbandonando l'alleanza con i Cartaginesi. Quindi inviò un contingente ad assediare di nuovo Utica per distogliere l'attenzione dei nemici dal suo vero obiettivo.

5

Scipione portò le legioni durante la notte fino al campo di Siface e qui fu appiccato il fuoco alle capanne dei soldati. Quanti fuggivano dall'incendio venivano uccisi dai Romani appostati alle uscite del campo.

6

Poco dopo Scipione incendiò anche il vicino accampamento di Asdrubale ed anche qui i fuggitivi vennero uccisi dai Romani. Nel disastro perirono quarantamila uomini, Siface ed Asdrubale riuscirono a fuggire con pochi superstiti, in gran parte ustionati.

7

Siface si insediò in un luogo fortificato mentre Asdrubale si diresse a Cartagine nel timore che Scipione, dopo il massacro appena compiuto, intendesse attaccare direttamente la città.
Si discusse il da farsi nel Senato cartaginese e prevalse la proposta di armare un nuovo esercito e prepararsi a combattere. Si procedette a nuovi capillari arruolamenti anche da parte dei Numidi e pochi giorni dopo Siface ed Asdrubale disponevano di un esercito di trentaseimila soldati.

8

Scipione, che aveva ripreso l'assedio di Utica, lo dovette nuovamente interrompere per fronteggiare il nuovo esercito nemico. Pochi giorni dopo si arrivò alla battaglia campale. Fin dal primo scontro i Romani, grazie alla loro superiore esperienza militare ebbero il sopravvento ed al calar della notte avevano compiuto una nuova strage.

9

Dal giorno seguente Scipione si dedicò, con la forza o con la diplomazia, a sottomettere le città della regione. Ciò accrebbe la paura a Cartagine dove si deliberò, fra l'altro, di richiamare Annibale in Africa.
Scipione occupò Tunisi, la cui posizione gli permetteva di controllare Cartagine ed il mare antistante.
10

Mentre i Romani scavavano trincee intorno ad Utica avvistarono la flotta cartaginese. Le navi da guerra romane non erano in condizioni di combattere perchè cariche di macchinari bellici e con la prua addossata alle mura, ai fini dell'assedio. Scipione dispose allora altre navi da carico oltre quelle da guerra a formare un muro, collegandole fra loro con travi e ponteggi e dotandole di armatissimi frombolieri. Questo espediente risultò efficace finché i Cartaginesi non riuscirono ad arpionare molte navi da trasporto romane e a trascinarle via.

11

Accompagnato da Lelio, Massinissa tornò al suo paese dove i Massili furono lieti di riconsegnargli il regno. Ma Siface non si rassegnava ed organizzò un nuovo esercito di gente inesperta per attaccare Massinissa. La battaglia fu incerta e forse Siface avrebbe vinto se non fosse intervenuta la fanteria leggera romana a bloccare l'assalto, mentre le insegne delle legioni in avvicinamento suscitavano il terrore.

12

Siface venne catturato vivo e Massinissa, con il consenso di Lelio, lo portò in catene nella sua capitale Cirta. Davanti a questo spettacolo gli abitanti di Cirta furono colti dalla disperazione ed aprirono le porte della città.
Sofonisba, moglie di Siface e figlia di Asdrubale di Gisgone, si gettò ai piedi di Massinissa supplicandolo di ucciderla piuttosto che darla in mano ai Romani. La bellezza della donna fece ardere di passione Massinissa che, senza riflettere, la sposò il giorno stesso. Al suo arrivo Lelio disapprovò l'avventata decisione ed ordinò che Sofonisba fosse consegnata a Scipione ma infine si lasciò convincere dalle preghiere di Massinissa.

13

Siface fu portato al cospetto di Scipione che gli chiese ragione del tradimento del loro patto. Il re attribuì ogni responsabilità a Sofonisba che lo aveva sedotto e convinto a prendere le armi contro chi era stato suo ospite. Consolava Siface il pensiero che ora le armi della seduttrice sarebbero state usate contro il suo nemico Massinissa.

14

Scipione parlò amichevolmente a Massinissa, esortandolo a contenere le sue passioni e a considerare che Sofonisba avrebbe dovuto essere sottoposta al giudizio del Senato romano per aver spinto alla defezione un re che già aveva accettato l'alleanza con Roma.

15

Turbato dalle parole di Scipione, Massinissa si ritirò disperato nella sua tenda e dopo aver lungamente meditato mandò tramite un servo una coppa di veleno a Sofonisba, spiegandole che non potendo mantenere la sua prima promessa, altro non gli rimaneva che mantenere la seconda: quella di farla morire prima di cadere in potere di alcuno. La donna bevve serenamente il veleno.
Scipione, per distrarre Massinissa, indisse una pubblica cerimonia durante la quale lo colmò di lodi e di regali.

16

La cattura di Siface gettò nella disperazione i Cartaginesi che inviarono a Scipione una delegazione di senatori per chiedere la pace. Scipione dettò le sue condizioni, fra cui il ritiro degli eserciti dall'Italia e dalla Gallia, la consegna dei prigionieri, l'abbandono della Spagna e di tutte le isole del Mediterraneo ed il pagamento di vari tributi. Concesse agli ambasciatori tre giorni di tempo. I Cartaginesi presero tempo inviando nuovi messi anche al Senato romano, nell'attesa che Annibale tornasse in Africa.

17

Il Senato ricevette gli ambasciatori di Massinissa che, dopo aver ringraziato i Romani per la benevolenza verso il loro re, chiesero conferma del titolo regale conferito da Scipione a Massinissa e chiesero la liberazione dei Numidi prigionieri a Roma. Il Senato confermò ed accordò la liberazione dei prigionieri e fece ricchi doni a Massinissa ed ai suoi ambasciatori.

18

Durante quella stessa estate, in Gallia, il pretore Publio Quintilio Varo ed il proconsole Marco Cornelio combatterono contro Magone. Poichè la battaglia languiva, Quintilio lasciò un attacco della cavalleria al quale Magone reagì spingendo in avanti gli elefanti. Le belve misero in fuga i cavalieri ma furono respinte dai giavellotti degli "astati" Romani. Allora lo schieramento nemico cedette, tuttavia i Cartaginesi retrocessero ordinatamente finché Magone non venne ferito, allora fuggirono presi dal panico.
Questo evento decise la sorte della battaglia che fu molto cruenta per i vinti e per i vincitori.

19

Magone, come Annibale, ricevette l'ordine di tornare in Africa ma morì durante il viaggio a causa delle ferite.
Passarono a Cneo Servilio molte popolazioni del Bruzzio, lo stesso console si scontrò con Annibale presso Crotone ma non si hanno notizie di questo combattimento che fu l'ultima impresa di Annibale in Italia.

20

Annibale accolse l'ordine di rientrare con grande tristezza e con grande rancore verso i suoi avversari politici. Massacrò molti soldati italici che si erano rifiutati di seguirlo in Africa ed abbandonò in Italia quanti ormai considerava inutili.
Partì pieno di rimpianto per non aver attaccato Roma subito dopo la battaglia di Canne.

21

A Roma ci si rallegrò per la partenza dall'Italia di Annibale e Magone non senza tuttavia preoccupazione per la concentrazione degli eserciti Cartaginesi contro quello di Scipione. Furono comunque indetti pubblici ringraziamenti agli dei.
Vennero poi ricevuti, nel tempio della dea Bellona, gli ambasciatori Cartaginesi che volevano trattare la pace con il Senato.

22

Anche davanti al Senato Gli ambasciatori Cartaginesi addossarono ogni responsabilità ad Annibale e sostennero che secondo Cartagine il vecchio trattato (concluso al termine della prima guerra punica) era da considerarsi ancora valido, ma quando i senatori più anziani presero a discutere del precedente trattato gli ambasciatori si scusarono dicendo di essere troppo giovani per ricordarlo, fu perciò considerato un comportamento fraudolento, da parte dei Cartaginesi, l'aver mandato a Roma ambasciatori così disinformati.

23

In Senato si discusse sulle parole degli ambasciatori Cartaginesi e prevalse l'opinione che il nemico non intendesse veramente concludere la pace ma prendere tempo per riunire i suoi eserciti in Africa. Gli ambasciatori quindi furono congedati senza aver ottenuto risposta.

24

Il console Cneo Servilio passò in Sicilia con l'intenzione di inseguire Annibale in Africa, ma venne eletto dittatore Publio Servilio che glielo proibì.
Una flotta romana che trasportava rifornimenti per l'esercito in Africa naufragò davanti a Cartagine e nonostante la tregua indetta in occasione dell'ambasceria alcune navi da carico vennero catturate.

25

Scipione, indignato per la violazione della tregua, inviò a Cartagine alcuni messaggeri per protestare. La nave dei messaggeri fu aggredita da navi Cartaginesi e si salvò a stento, Scipione considerò definitivamente infranta la tregua. Annibale intanto sbarcava sulla costa africana.

26

Si seppe che Filippo Macedonia aveva inviato aiuti a Cartagine e i Romani inviarono messi a protestare che ciò violava il trattato di pace.
Furono eletti consoli Marco Servilio Gemino e Tiberio Claudio Nerone (202 a.C.). In quell'anno si ricordò un grande incendio a Roma ed un'inondazione del Tevere.
Morì Fabio Massimo per il quale Livio ricorda il detto di Ennio: un solo uomo temporeggiando salvò i destini della Repubblica.

27

Consultate in merito le tribu risposero all'unanimità di voler affidare a Scipione il comando in Africa. Non di meno per sorteggio fu affidato al console Tiberio Claudio il compito di portare una flotta in Africa con autorità pari a quella di Scipione, mentre Marco Servilio ebbe in sorte l'Etruria.

28

A Roma vigeva un clima di grande agitazione: molti erano preoccupati per la potenza di Annibale e del suo esercito con il quale ora Scipione si sarebbe dovuto scontrare. Analoga situazione si verificava a Cartagine dove si temevano la fama ed i successi di Scipione.

29

Annibale si mise in marcia verso Zama, a cinque giorni da Cartagine. Qui giunto inviò esploratori a spiare i campi dei Romani ma gli esploratori furono intercettati e condotti a Scipione che fece loro visitare liberamente quanto volevano vedere e li rimandò sotto scorta ad Annibale. Preoccupato da tanta sicurezza, Annibale mandò un messo a chiedere un colloquio a Scipione. Non è certo se si trattò di un'iniziativa di Annibale o di un ordine da Cartagine, comunque Scipione accettò l'incontro. I due generali si accordarono per avanzare gli accampamenti avvicinandoli e li stabilirono nei pressi di Naraggara (località a cento chilometri da Zama dove pare si sia svolta la famosa battaglia che la tradizione colloca a Zama).

30

Il primo a parlare fu Annibale, un lungo discorso dal tono fatalista sulla mutata fortuna precedette una diretta richiesta di pace. Annibale non ignorava che i Romani avevano percepito come non sincero il precedente tentativo degli ambasciatori, perciò questa volta voleva essere lui, con tutto il peso del suo comando supremo, a farsi garante della pace se i Romani avessero voluto concederla.

31

Scipione rispose con un breve e sostanziale rifiuto: le condizioni trattate prima della violazione della tregua non possono più essere valide e dovrebbero essere rincarate con ammende per le navi catturate e per l'aggressione degli ambasciatori, ma se di questo si dovesse discutere Scipione dovrebbe rimettere la decisione al consiglio di guerra.
In breve il colloquio si concluse con un nulla di fatto ed i due generali si lasciarono convinti che ormai solo le armi avrebbero deciso il futuro.

32

In ciascuno degli accampamenti i generali parlarono agli eserciti sottolineando quanto decisiva sarebbe stata la prossima battaglia. Rammentavano le precedenti vittorie, commentavano i rapporti di forza.

33 - 35

Scipione schierò le coorti lasciando spazi vuoti dove gli elefanti dei nemici sarebbero potuti passare senza far danno. Affidò l'ala sinistra a Lelio e pose all'ala destra Massinissa e i Numidi.
Annibale pose in prima fila ottanta elefanti seguiti dalle schiere alleate (Liguri, Galli, Mauri), quindi i Cartaginesi, gli Africani, i Macedoni ed infine gli Italici che aveva portato con se più con la forza che per libera scelta.
All'ala destra pose la cavalleria cartaginese, alla sinistra quella numida.
Ebbe inizio la battaglia: Massinissa sconvolse la cavalleria nemica mentre gli elefanti si mostrarono pericolosi per i loro padroni perché, colpiti da molti dardi, tornavano indietro fra le schiere Cartaginesi. Anche Lelio sopraffece l'altra ala della cavalleria nemica, cosicchè quando entrarono in campo le fanterie i Cartaginesi si trovarono privi di cavalleria.
La fanteria romana avanzo rapidamente respingendo quella nemica. Le truppe ausiliarie che si trovavano in prima fila cominciarono a cedere e volgersi indietro e presto si arrivò a combattimenti fra Cartaginesi e loro alleati. Infine gli alleati cercarono di sfuggire verso i lati e si arrivò allo scontro fra Romani e Cartaginesi.
I Romani superavano i nemici per numero e coraggio, inoltre Lelio e Massinissa, disperse le cavallerie avversarie, tornarono indietro per prendere il nemico alle spalle. Fu questo assalto della cavalleria a far crollare l'esercito di Annibale che lasciò sul campo oltre ventimila uomini mentre altrettanti venivano fatti prigionieri.
Annibale riuscì a mettersi in salvo, rifugiò ad Adrumeto e di qui andò a Cartagine dove dichiarò che non si era persa solo una battaglia ma l'intera guerra.

36

Scipione saccheggiò gli accampamenti nemici, mandò Lelio a Roma a portare la notizia della vittoria e comandò alle legioni di avvicinarsi a Cartagine. Unita la sua flotta con un'altra appena arrivata sotto la guida di Publio Lentulo salpò da Utica per il porto di Cartagine. Gli andò incontro una nave con notabili Cartaginesi che lo supplicavano per la pace ma non ebbero risposta.
Il figlio di Siface, Vermina, tentò di portare aiuto ai Cartaginesi con un reparto di cavalleria ma venne rapidamente sbaragliato.
I Romani si accamparono a Tunisi e qui ricevettero altri ambasciatori, l'idea di distruggere Cartagine venne infine accantonata prevedendo le difficoltà dell'assedio ed infine il consiglio di guerra si disse favorevole a concludere la pace.

37

L'indomani Scipione dettò le condizioni: i Cartaginesi avrebbero conservato la città, le leggi ed i loro possedimenti precedenti alla guerra, ma dovevano consegnare i prigionieri, le navi da combattimento e gli elefanti addestrati. Si impegnavano a non intraprendere guerre senza il consenso dei Romani. Massinissa veniva reintegrato di tutte le sue proprietà ed inoltre erano multati per diecimila talenti d'argento e condannati alla consegna di cento ostaggi.
Tornati gli ambasciatori a Cartagine, Gisgone si oppose alla pace e fu fisicamente aggredito da Annibale. Ripresosi dallo scatto d'ira, Annibale si scusò e spiegò quanto la resa fosse ormai necessaria ed inevitabile.
Pare che Annibale partì immediatamente per rifugiarsi presso Antioco in modo che a Scipione che chiedeva la sua consegna fu risposto che Annibale non era più in Africa.
38

Dopo che i Cartaginesi ebbero rifuso in denaro il valore delle navi sottratte durante la tregua fu loro concesso un armistizio di tre mesi.
A Roma corse voce che i Cartaginesi avevano rotto la tregua e questa notizia, insieme ad una serie di prodigi che si verificarono in quei giorni, sparse il panico fra la popolazione.

39

Il console Tiberio Claudio fece naufragio mentre tornava a Roma e dopo una lunga sosta in Sardegna per riparare le navi superstiti riportò la flotta come privato cittadino essendo nel frattempo scaduto il suo consolato.
L'altro console Marco Servilio elesse dittatore Caio Servilio Gemino che scelse come maestro di cavalleria Publio Elio Peto.
Una serie di temporali impedì la convocazione dei comizi ed alle Idi di Marzo, scaduti tutti i mandati, la Repubblica fu priva di magistrati.

40

Arrivarono a Roma gli ambasciatori Romani e Cartaginesi, fra i primi era Lucio Veturio Filone che raccontò al Senato la sconfitta di Annibale, quella di Vermina figlio di Siface e la fine della guerra. Si tennero poi tre giorni di preghiera per ringraziare gli dei.
Si tennero infine i comizi. Consoli Cneo Cornelio Lentulo e Publio Elio Peto, pretori Marco Giunio Penno, Marco Valerio Faltone, Marco Fabio Buteone, Publio Elio Tuberone (201 a.C.
). Prima di assegnare le province ai consoli i senatori consultarono il popolo per scegliere a chi assegnare il comando in Africa e tutte le tribu scelsero di nuovo Scipione.

41

Così il comando in Africa fu prorogato a Scipione e ai magistrati neo-eletti furono assegnate le altre province con opportuna ripartizione delle legioni e delle navi da guerra.
42

Il Senato ricevette gli ambasciatori di Filippo. Questi protestarono che i Romani avevano violato il trattato di pace di Fenice e chiesero la restituzione dei Macedoni che avevano militato per Annibale ed erano attualmente prigionieri dei Romani. Rispose Marco Furio, appositamente venuto dal fronte macedone, sostenendo che i Romani erano sempre rimasti nei territori dei loro alleati per difenderli dai saccheggi dei Macedoni. Il Senato ratificò l'operato degli ufficiali Romani e confermò il diritto di Scipione di tenere prigionieri quei Macedoni che in chiara violazione del trattato erano andati in aiuto ad Annibale nemico di Roma.
Vennero quindi ricevuti gli ambasciatori Cartaginesi che questa volta erano stati scelti fra i personaggi più ragguardevoli della città. Era fra loro Asdrubale detto "il Capro", antico avversario politico dei Barca, che parlò ai senatori Romani esortandoli ad usare saggezza e moderazione nel definire le condizioni di pace.

43

I senatori erano inclini alla pace ma il console Lentulo era contrario, perciò i tribuni della plebe consultarono il popolo. Il popolo decise che si facesse la pace affidando le trattative a Scipione.
Gli ambasciatori chiesero di visitare i loro connazionali prigionieri a Roma e di poterne riscattare duecento, il Senato decise che quei duecento prigionieri sarebbero stati liberati senza riscatto una volta conclusa la pace.
Gli ambasciatori tornarono in Africa e la pace fu conclusa, i Cartaginesi consegnarono le navi da guerra (che Scipione fece bruciare), gli elefanti, gli schiavi fuggitivi ed i disertori.
I disertori Romani o di stirpe latina vennero giustiziati.

44

Si concluse così la seconda guerra punica che era durata diciassette anni.
Si racconta che al momento del versamento della prima quota del debito di guerra, nella curia cartaginese tutti piangevano e che Annibale derise quei senatori che - a suo dire - avrebbero dovuto piangere in precedenza, mentre i Romani distruggevano la potenza di Cartagine e non ora che si trattava solo di denaro.
Scipione consegnò a Massinissa il regno paterno ed i territori presi a Siface, mandò la flotta in Sicilia al console Cneo Cornelio e gli ambasciatori Cartaginesi a Roma perché il Senato ratificasse il trattato.
45

Scipione tornò in Italia e, mandano avanti in nave gran parte dell'esercito, marciò dalla Sicilia fra popolazioni in festa che gli rendevano onore fino a giungere a Roma dove entrò con uno splendido trionfo.

LIBRO XXXI

1

Livio di dichiara soddisfatto di aver terminato la narrazione della guerra punica e si rende conto di aver occupato per i sessantatre anni del periodo delle due guerre puniche tanti libri quanti ne ha scritti raccontando la storia di Roma dall'inizio a quel periodo.
Alla pace con i Cartaginesi seguì la guerra macedonica, ragguardevole per la grandezza dell'impero che il nemico aveva un tempo dominato.
Questa guerra era iniziata dieci anni prima ed era durata sette anni senza particolari fatti di rilievo, i Romani essendo troppo impegnati contro Cartagine. Causa ne erano stati gli Etoli e l'ambigua condotta nei loro confronti di Filippo re di Macedonia.
Dopo la pace con Cartagine Filippo che aveva a suo tempo inviato aiuti ad Annibale, assediò Atene e ne devastò il territorio. I Romani riaprirono le ostilità

2

Nello stesso periodo il re di Pergamo Attalo I e gli abitanti di Rodi inviarono a Roma ambasciatori con preoccupanti messaggi sulla propria situazione rispetto alle attività militari di Filippo di Macedonia. Ai consoli Gneo Cornelio Lentulo e Publio Elio Peto fu demandata dal Senato ogni decisione in merito alla guerra in Macedonia.
Tre ambasciatori ( Gaio Claudio Nerone, Marco Emilio Lepido, Publio Sempronio Tuditano) furono inviati al re d'Egitto Tolomeo V Epifane per annunciare la vittoria romana su Cartagine e per chiedergli di comportarsi da alleato anche in caso di guerra contro Filippo.
Il console Publio Elio Peto intervenne contro i Galli Boi che avevano compiuto scorrerie nel territorio degli alleati. Il suo legato Gaio Ampio, comandante delle truppe alleate, fu incaricato di invadere il territorio dei Galli Boi, cosa che fece con successo, ma mentre i suoi uomini erano intenti alla mietitura per gli approvvigionamenti furono improvvisamente circondati dai Boi. Furono uccisi circa settemila uomini, fra i quali Gaio Ampio, gli altri fuggirono e raggiunsero il campo del console.

3

Si decise che il console Publio Elio inviasse qualcuno in Macedonia con la flotta che stava rientrando dalla Sicilia, il console scelse il propretore Marco Valerio Levino. Il legato Marco Aurelio Cotta riferì sulla consistenza delle forze macedoni e sulla ricerca di alleati che Filippo stava svolgendo.

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Fu eletta una commissione per distribuire terreni ai soldati che avevano combattuto in Africa con Scipione.
Si tennero le elezioni ed il consolato andò a Publio Sulpicio Galba e Gaio Aurelio Cotta (200 a.C.).
Furono eletti pretori Quinto Minucio Rufo, Lucio Furio Purpurione, Quinto Fulvio Gillone, Gaio Sergio Plauto.
Edili curuli Lucio Valerio Flacco e Lucio Quinto Flaminino. Edili plebei Lucio Apustio Fullone e Quinto Minucio Rufo.

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Gli auspici tratti per la guerra che stava per iniziare ebbero esito positivo. Gli Ateniesi rinnovarono la loro richiesta di aiuto. Si estrassero a sorte le province dei consoli.

6

Il console Publio Sulpicio Galba, cui toccò in sorte la provincia di Macedonia, convocò i comizi per votare la guerra ed alla prima riunione la proposta venne bocciata. Si polemizzò fra tribuni della plebe e senatori e molti chiesero al console di ripetere la votazione.

7

Convocata l'assemblea in Campo Marzio, il console tenne un discorso spiegando che non si trattava di decidere se combattere o meno, ma se attaccare il nemico nel suo paese o attendere che Filippo invadesse il territorio degli alleati e poi la stessa Italia. Per quali siano i pericoli e le conseguenze di un'invasione dell'Italia valevano come esempi l'episodio di Pirro e quello più recente di Annibale.
Il console concluse il suo discorso invitando l'assemblea a ratificare la decisione del Senato.

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Il popolo votò di nuovo e questa volta la proposta venne approvata. Si procedette quindi a distribuire gli incarichi fra consoli e pretori ed il Senato deliberò di preparare anche due legioni urbane per controllare eventuali problemi da parte delle popolazioni italiche che avevano aiutato Annibale.

9

Il re Tolomeo fece sapere che gli Ateniesi gli avevano chiesto aiuto contro i Macedoni ma egli non si sarebbe mosso se non in accordo con i Romani. Il Senato ringraziò Tolomeo e lo informò che i Romani stavano per intervenire in Grecia ma avrebbero tenuto presente la disponibilità di aiuti egiziani in caso di necessità. Si votarono i ludi magni ed un dono a Giove in caso di vittoria.

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Un nuovo pericolo giunse inaspettato: numerose tribu di Galli si erano ribellate ed avevano organizzato un esercito di quarantamila uomini comandato da Amilcare, un ufficiale di Asdrubale che era rimasto a vivere fra i Galli.
Gli insorti avevano improvvisamente attaccato Piacenza devastandola, si erano quindi rivolti contro Cremona. I coloni di quelle città avevano chiesto aiuto al pretore Lucio Furio Purpurione il quale disponendo solo di cinquemila uomini scrisse al Senato per chiedere rinforzi.

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I senatori decretarono che il console Gaio Aurelio Cotta andasse in soccorso di Cremona. Furono inviati ambasciatori a Cartagine per protestare contro il comportamento di Amilcare che costituiva una violazione del trattato di pace. I Cartaginesi dovevano richiamare Amilcare e consegnarlo ai Romani. Ambasciatori furono inviati anche a Massinissa con le congratulazioni per aver restaurato ed ampliato il proprio regno e con la richiesta di un contingente di cavalieri numidi da impiegare contro Filippo.
Chiesero udienza ambasciatori di Vermina, figlio di Siface, che scusando i propri errori con la giovane età e con la slealtà dei Cartaginesi, chiedeva di essere considerato re, amico ed alleato.
Il Senato ripose che i trascorsi suoi e del padre erano troppo ostili per poter accondiscendere alla richiesta, ma presto i Romani avrebbero inviato ambasciatori in Africa per proporre a Vermina le loro condizioni di pace ed alleanza.

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Il pretore Quinto Minucio che governava il Bruzio informò il Senato del furto di una somma di denaro dal tesoro del tempio di Proserpina di Locri. Il Senato ordinò un'inchiesta, il reintegro della somma e sacrifici espiatorii.
Avvennero alcuni prodigi fra i quali preoccupò di più la nascita di ermafroditi. Furono come sempre decretati gli opportuni rituali e sacrifici.

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Venne a scadenza la terza rata del prestito che lo stato aveva contratto con i privati per finanziare la guerra contro Cartagine, ma l'impegno per la nuova guerra non permetteva all'erario di pagarla. Si decise così di distribuire ai creditori terreni di proprietà pubblica per un valore equivalente con il patto che in tempi migliori avrebbero potuto rivenderli allo stato per realizzare il contante.

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Il console Publio Sulpicio giunse a Brindisi dove riunì le legioni e sbarcò in Macedonia dopo due giorni di navigazione. Una parte dell'esercito fu immediatamente inviata a liberare Atene.
La causa prima dell'assedio di Atene era stato un incidente: due giovani Acarnani erano entrati per errore nel tempio di Cerere durante la celebrazione dei misteri senza essere iniziati, individuati e giudicati colpevoli di sacrilegio erano stati uccisi.
Gli Acarnani per aver soddisfazione di tanta ferocia chiesero aiuto a Filippo che inviò loro le truppe macedoni che devastarono l'Attica tornando in Acarnania cariche di bottino.
Successivamente erano stati gli Ateniesi a muovere guerra a Filippo su esortazione di Attalo re di Pergamo che aveva visitato la loro città .
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Attalo infatti aveva invitato gli Ateniesi al fianco suo e dei Rodiesi, approfittando del momento reso propizio dall'imminente intervento dei Romani.
I Rodiesi avevano dimostrato buone intenzioni verso gli Ateniesi restituendo loro alcune navi sottratte da Filippo e da loro recuperate. Tutto ciò convinse gli Ateniesi che dichiararono guerra alla Macedonia.
Tuttavia Attalo ed i suoi alleati greci non riuscirono a portare a termine la guerra contro Filippo lasciando a questi la possibilità di raccogliere altre forze ed ai Romani la gloria di averlo sconfitto.

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Filippo espugnò Maronea e avanzando verso il Chersoneso numerose altre città. Solo Abido tenne impegnati a lungo gli assedianti macedoni nonostante gli scarsi aiuti ricevuti da Attalo e dai Rodiesi.

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Gli Abideni, disponendo catapulte lungo le mura, avevano resistito già a lungo quando inviarono a Filippo ambasciatori per proporre la resa in cambio dell'incolumità loro e degli alleati ma Filippo rispose che non ci sarebbe stata pace se non incondizionata.
Gli Abideni, imitando i Saguntini, si disposero a combattere all'ultimo sangue affidando ai maggiorenti della città il compito di uccidere tutte le donne e i bambini e di gettare in mare tutti i loro averi una volta che avessero visto la città perduta.
Dopo aver combattuto per l'intero giorno erano rimasti vivi pochi Abideni in grado di combattere. Al calare dell'oscurità i sacerdoti, il capo avvolto nelle bende sacre, si presentarono a Filippo per consegnargli la città .

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Filippo prese possesso delle ricchezze di Abido ma non dei suo abitanti perché questi constatando che i maggiorenti avevano consegnato la città senza uccidere le donne e i bambini furono colti dal furore del suicidio collettivo, tanto che Filippo concesse loro tre giorni per morire.
Lasciato un presidio ad Abido, Filippo tornò nel proprio regno. Si sentiva ormai pronto ad affrontare i Romani.

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Intanto gli ambasciatori in Africa svolgevano le loro missioni: a Cartagine fu risposto loro che non si poteva far nulla contro Amilcare se non esiliarlo e confiscare i suoi beni. Comunque i Cartaginesi inviarono a Roma e all'esercito in Macedonia rifornimenti di grano a titolo di risarcimento.
Massinissa avrebbe voluto inviare duemila cavalieri ma gli ambasciatori ne accettarono solo mille che furono subito imbarcati con ampie scorte di grano ed orzo. Quanto a Vermina accettò incondizionatamente tutte le condizioni di pace e di alleanza dettate dai Romani.

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A Roma il proconsole Lucio Cornelio Lentulo che aveva sostituito Scipione in Spagna (dal 206 a.C.) raccontò le proprie imprese ed i propri successi e chiese il trionfo ma non sussistevano precedenti di trionfo per chi avesse comandato con la sola carica di proconsole così, nonostante l'opposizione del tribuno della plebe Tiberio Sempronio Longo, gli fu concessa l'ovazione.
Lentulo aveva portato dalla Spagna notevoli quantità d'oro e d'argento e, attingendo a questo bottino, distribuì una gratifica ai suoi soldati.

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Lucio Furio si diresse a tappe forzate verso Cremona ed il giorno successivo all'arrivo affrontò in battaglia i Galli.
I Galli cercarono di sopraffare i Romani concentrandosi in un unico luogo ma, poiché il tentativo fallì tentarono di accerchiarli diminuendo la densità del centro dello schieramento e proprio qui attacco Lucio Furio mentre la cavalleria romana faceva strage dell'esercito nemico. Quando i Galli ruppero lo schieramento e fuggirono i Romani li inseguirono fino a prendere d'assalto il loro accampamento. Trentacinquemila uomini furono uccisi o fatti prigionieri, duemila Cremonesi catturati dai Galli vennero liberati. Il cartaginese Amilcare perì nella battaglia.

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A Roma questa vittoria fu festeggiata con ringraziamenti agli dei. L'altro console svernava nei pressi di Apollonia, aveva mandato Gaio Claudio (Centone) con delle triremi al Pireo e presidiava la costa contro le incursioni dei nemici e dei predoni, con grande sollievo degli Ateniesi.

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Gaio Claudio venne a sapere da esuli calcidiesi che era possibile prendere senza combattere Calcide, scarsamente sorvegliata dai Macedoni. Partì di notte, raggiunse la città e superò indisturbato le mura, aperta una porta per far entrare il grosso delle forze romane cominciò il combattimento. I Macedoni che si trovavano in città vennero uccisi, i granai e l'arsenale del re dati alle fiamme, i prigionieri liberati.
Romani ed alleati tornarono al Pireo con un ricco bottino, purtroppo non era possibile occupare Calcide senza abbandonare la difesa di Atene.

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Quando Filippo fu informato della disfatta di Calcide partì immediatamente con cinquemila fanti e trecento cavalieri per attaccare i Romani ma non trovò altro che il triste spettacolo della città devastata.
Con altrettanta rapidità si spostò ad Atene per cogliere di sorpresa il nemico durante la notte ma una sentinella che lo vide riuscì a precederlo per avvisare dell'arrivo del nemico.
Avendo perso l'effetto della sorpresa (lo comprese vedendo la città illuminata) Filippo rimandò l'attacco al giorno successivo.
Quando attaccò una parte degli Ateniesi uscì dalla città insieme alla guarnigione di Attalo e una coorte di mercenari, disponendo l'esercito in assetto di guerra all'interno delle porte.
Filippo si pose personalmente alla testa dei propri uomini e colpì molti avversari. Quando decise di eseguire la ritirata lo fece in piena sicurezza perché quanti erano sulle mura non potevano tirare per il rischio di colpire i propri compagni.
Filippo si accampò nei pressi della città e distrusse edifici, tombe e luoghi sacri che si trovavano in quell'amena località.

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L'indomani nuovi contingenti di Attalo provenienti da Egina e di Romani provenienti dal Pireo entrarono in città e Filippo decise di allontanarsi da Atene.
Avendo saputo che ad Argo si teneva un'assemblea degli Achei si presentò senza essere atteso. Si discuteva delle azioni da intraprendere contro Nabide di Sparta che devastava i territori di confine e minacciava le città degli Achei. Filippo promise che avrebbe provveduto a Nabide se gli Achei avessero mandato della guarnigioni per proteggere i suoi possedimenti a Oreo, Calcide e Corinto. Tutti compresero che l'obiettivo di Filippo era condurre fuori dal Peloponneso giovani Achei da prendere come ostaggi per costringere le loro genti a combattere contro Roma. Cicliada, stratego degli Achei, trovò un pretesto per sciogliere l'assemblea e Filippo tornò deluso in Attica.

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Intanto Filocle, prefetto di Filippo, saccheggiava il territorio ateniese nei pressi di Eleusi. Quando tentò di espugnare la roccaforte di Eleusi subì molte perdite ed andò a ricongiungersi a Filippo che stava tornando dall'Acaia.
Anche Filippo tentò di prendere Eleusi ma un presidio romano che era entrato nella fortezza lo convinse a desistere.
Pensò allora di attaccare il Pireo e mandò Filocle presso Atene per trattenere gli Ateniesi in città minacciando un attacco.
Il tentativo di prendere il Pireo fallì, Filippo mosse verso Atene ma fu respinto da un'improvvisa sortita dei difensori e tornò a devastare le campagne. Continuò a distruggere templi ed opere d'arte finché non se ne andò in Beozia senza aver compiuto in Grecia null'altro di memorabile.

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Il console Sulpicio accampato nei pressi di Apollonia incaricò il legato Lucio Apustio di devastare il territorio nemico. Apustio saccheggiò le zone di frontiera, prese alcune piazzeforti ed arrivò a Antipatrea (oggi Berat) e tentò di farla passare sotto la protezione romana, fallite le trattative espugnò la città, uccise tutti gli uomini adulti ed incendiò gli edifici. Per il timore di fare la stessa fine la città di Codrione (sconosciuta) si consegnò senza combattere. Apustio prese anche una città di nome Cnido e tornando dal console fu aggredito da Atenagora, prefetto di Filippo. Ne seguì uno scontro vittorioso per i Romani e l'esercito tornò incolume da Sulpicio.

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Per offrire alleanza si recarono presso il campo romano i re di alcuni paesi vicini alla Macedonia: Pleurato re degli Illiri, Aminandro re degli Atamani, Bato re dei Dardani. A Pleurato e Bato il console rispose che si sarebbe servito del loro aiuto una volta entrato in Macedonia, Aminandro fu incaricato di coinvolgere gli Etoli.
Si organizzò anche la cooperazione con Attalo e con i Rodiesi.
Dal canto suo Filippo inviò Perseo, ancora giovanissimo, a bloccare i passi di accesso alla Macedonia e mandò ambasciatori agli Etoli per portarli dalla sua parte.

29


Ebbe luogo a Naupatto l'assemblea degli Etoli, detta panetolica, alla quale intervennero ambasciatori macedoni, ateniesi e Romani. I legati macedoni dissero che non era accaduto nulla di nuovo che giustificasse la rottura della pace stipulata tre anni prima fra gli Etoli e Filippo e misero in guardia gli Etoli contro le insidie di un'alleanza con i Romani e la durezza della loro dominazione.

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Dopo i Macedoni parlarono gli Ateniesi che attaccarono duramente Filippo per le profanazioni compiute nel loro territorio ai danni di templi e sepolture. Lui che definiva barbari i Romani si era comportato in modo crudele e senza alcun rispetto per le leggi umane e divine ed altrettanto avrebbe fatto, potendo, in Etolia ed in tutta la Grecia. Per questi motivi gli Ateniesi invitavano gli Etoli a combattere Filippo alleandosi con i Romani.

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L'ambasciatore romano Lucio Furio Purpurione iniziò il proprio discorso ribattendo alle accuse dei Macedoni a proposito di Reggio, Capua e Siracusa.
Ammise che durante la guerra con Pirro la legione inviata ad aiutare i Reggini si impadronì della città, ma fece presente che i responsabili di questo misfatto furono puniti con la morte e che ai Reggini fu restituita ogni cosa.
Quanto a Siracusa i Romani la liberarono dai suoi tiranni con un assedio durato tre anni e le restituirono la libertà. E' vero che la Sicilia è diventata una provincia romana e che le città che aiutarono Annibale sono ora sottoposte a tributi.
Quanto ai Capuani per i quali i Romani combatterono per decenni contro i Sanniti ed ai quali concessero anche la cittadinanza, come non punire la loro defezione?
Infine rivolgendosi agli Etoli l'ambasciatore ricorda che i Romani erano in guerra con Filippo quando gli Etoli avevano concluso con lui una pace separata. Tengano presenti le accuse degli Ateniesi (ed accuse simili potrebbero muoverle altre città) e colgano l'occasione per recuperare l'amicizia dei Romani.

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Il discorso del Romano fece propendere l'assemblea a suo favore ma il pretore degli Etoli Democrito, forse corrotto da Filippo, propose di rimandare la decisione alla prossima assemblea.

33


Sia i Romani, sia i Macedoni lasciarono l'accampamento invernale ed ignorando ciascuno la direzione dell'altro mandarono due corpi scelti in ricognizione. Gli esploratori, dopo aver a lungo vagato, finirono per incontrarsi ed impegnarsi in un lungo combattimento dall'esito incerto senza che nessuno venisse a conoscenza delle informazioni desiderate.

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Filippo volle seppellire i caduti di quel combattimento, li fece recuperare e trasportare al campo, ma quando i Macedoni che erano abituati a combattere contro i Greci con aste e frecce videro le orrende ferite prodotte dalle armi da taglio romane si spaventarono e scoraggiarono molto. Tramite disertori Filippo trovò l'esercito romano e si accampò non distante, rimanendo colpito dall'ordine e dall'organizzazione del campo nemico. Dopo tre giorni il console uscì dal campo schierando l'esercito.

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Filippo fece uscire un contingente di cavalieri e fanti illirici e cretesi, ma la tecnica di combattimento e l'armamento dei Romani si dimostrarono subito tanto superiori da costringere il nemico ad una rapida ritirata.

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Il giorno successivo i Macedoni furono di nuovo sconfitti. Trascorso un altro giorno Filippo rifiutò il combattimento e il console decise di spostare il campo per poter mandare i soldati a raccogliere frumento senza pericolo di essere aggrediti. Filippo, tuttavia, seguì i Romani e uccise molti di quelli che erano usciti per l'approvvigionamento.

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Quel giorno i Macedoni avrebbero potuto riportare una grande vittoria ma si dispersero troppo inseguendo i soldati Romani sparsi nei campi e quando il console fece uscire l'intero esercito e la cavalleria questi si trovarono compatti a fronteggiare uomini che arrivavano in modo disordinato. Ciò capovolse la situazione e la vittoria toccò di nuovo ai Romani.

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Ci fu chi giudicò avventata l'azione di Filippo e chi accusò il console di scarsa iniziativa per non aver dato l'assalto al campo nemico. Comunque Filippo, che nella battaglia aveva seriamente rischiato la vita, decise di allontanarsi, chiese un tregua per seppellire i morti e durante la notte portò via l'esercito.

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Non sapendo dove si era diretto il nemico i Romani si dedicarono per alcuni giorni all'approvvigionamento, poi ripresero la marcia. Filippo, che intendeva sbarrare la loro strada, sbagliò la scelta del luogo in quanto pose un campo fortificato in un sito circondato da foreste che impedivano le consuete manovre delle sue falangi, bisognose di spazi aperti.
I Romani, formando la testuggine, passarono praticamente incolumi attraverso le inefficaci file nemiche.

40


I Romani proseguirono la loro marcia saccheggiando le campagne ed espugnando alcune città, compiendo un giro che li riportò nella zona pacificata di Apollonia da cui erano partiti.
I Macedoni erano stati distolti da Dardani e Atamani che avevano portato loro varie offensive.
Intanto la nuova assemblea degli Etoli, considerando le sconfitte subite da Filippo, deliberò di prendere le armi allenadosi ai Romani.

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Etoli ed Atamani cominciarono col dare l'assalto ad alcuni centri lungo la frontiera fra Etolia e Tessaglia e col razziare la campagne circostanti. Penetrarono quindi nella pianura delle Tessaglia ma, indisciplinati e imprudenti si accampavano in luoghi scelti a caso e si davano al cibo e al vino. L'esercito di Filippo li sorprese in questo stato e li mise rapidamente in fuga. Il giorno successivo gli Atamani che conoscevano bene i luoghi trovarono sentieri ignoti ai Macedoni per tornare in Etolia attraverso le montagne.

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Atenagora generale di Filippo combattè contro i Dardani che tornarono nel loro territorio. Con queste modeste vittorie Filippo compensò in qualche modo le sconfitte subite contro i Romani, inoltre gli Etoli diminuirono di numero in quanto accettarono di inviare in Egitto seimila fanti e cinquecento cavalieri assoldati dal notabile Scopa.

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All'inizio dell'estate la flotta romana comandata dal legato Lucio Apustio si congiunse con quella di Attalo. La speranza di ottenere aiuto in breve tempo incoraggiò gli Ateniesi che manifestarono il loro odio per Filippo emanando decreti per la distruzione delle sue statue, fu stabilito che i sacerdoti lo dovessero maledire in ogni occasione e che chi ne avesse preso le difese fosse passibile di morte.

45


Attalo e i Romani si fermarono alcuni giorni al Pireo fra l'entusiasmo degli Ateniesi poi si spostarono ad Andro dove la città era occupata da una guarnigione macedone. Alla vista dei Romani quanti si trovavano in città rifugiarono nella rocca e dopo poco giorni si arresero, ottenendo di potersi trasferire incolumi a Delio in Beozia. I Romani presero il bottino lasciando l'isola ad Attalo. Questi, per non possedere un'isola deserta, convinse i Macedoni e parte dei nativi a rimanervi. La flotta continuò a navigare fra le isole fermandosi di tanto in tanto per gli approvvigionamenti. Approdata a Cassandrea la flotta venne danneggiata da una tempesta e quando gli uomini sbarcarono per aggredire la città furono sconfitti dalla guarnigione macedone che vi si trovava. Dopo questi eventi la flotta tornò in Eubea.

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Apustio ed Attalo ebbero un incontro con gli Etoli i quali chiesero mille uomini ad Attalo che rifiutò perché quando Filippo aveva attaccato il suo regno gli Etoli non avevano voluto soccorrerlo.
Si passò quindi all'assedio della città di Oreo validamente fortificata e ben difesa dai Macedoni. Furono necessari lunghi lavori per attrezzare le macchine da guerra, durante i quali Apustio ed Attalo conquistarono due centri minori. Infine Oreo venne espugnata: la città andò ad Attalo, i prigionieri ai Romani.

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Alla fine dell'estate la flotta tornò al Pireo. Apustio con parte delle navi si trasferì a Corcira mentre Attalo, dopo aver partecipato ai misteri di Cerere, tornò in Asia.
L'altro console, Gaio Aurelio Cotta, arrivò in Gallia a guerra finita, si adirò con il pretore Lucio Furio che aveva combattuto senza attenderlo e lo mandò in Etruria, prese quindi a devastare il territorio nemico per poter continuare la guerra. Lucio Furio, approfittando dell'assenza del console, andò a Roma e chiese il trionfo.

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La richiesta fu molto discussa in senato: contrari quanti obiettavano che il pretore aveva combattuto con un esercito non suo e quanti sostenevano che non fosse regolare decidere in assenza del console, favorevoli quanti sostenevano che Furio aveva combattuto senza aspettare il console perché lo scontro era inevitabile, aveva vinto la guerra con una sola battaglia salvando la colonia e liberando i prigionieri.

49


Infine il Senato decretò il trionfo per Lucio Furio che dovette celebrarlo senza seguito in quanto l'esercito era ancora in Gallia con il console e proprio su questo partricolare protestò Gaio Aurelio al suo rientro a Roma perchè Lucio Furio era stato creduto senza che i soldati potessero confermare le sue imprese.
Furono celebrati i giochi offerti in voto da Scipione quando era in Spagna e furono distribuite le terre ai suoi veterani. Caio Cornelio Cetego, proconsole in Spagna, sbaragliò gli Ispani con un'importante vittoria.
Si tennero i comizi e furono eletti consoli Lucio Cornelio Lentulo e Publio Villio Tappulo. pretori Lucio Quinzio Flaminino, Lucio Valerio Flacco, Lucio Villio Tappulo, Gneo Bebio Tanfilo.

50


Gli edili curuli distribuirono al popolo grandi quantità di grano africano a prezzo molto basso. Si tennero le esequie di Marco Valerio Levino con ludi funebri ed uno spettacolo di gladiatori.
Vennero eletti nuovi edili curuli Gaio Cornelio Cetego e Gaio Valerio Flacco e fu approvata una procedura speciale perché gli eletti non potevano prestare giuramento in quanto il primo si trovava in Spagna ed il secondo era Flamine di Giove.

LIBRO XXXII

1



Furono distributi incarichi e province ai nuovi magistrati. A Quinto Minucio furono prorogati i poteri per portare a termine l'inchiesta sulla profanazione del tempio di Proserpina a Locri.
Alcuni prodigi furono espiati con altrettanti rituali e sacrifici.

2


I Cartaginesi versarono l'argento che dovevano a Roma come tributi. Poichè l'argento risultò alla fusione di cattiva qualità i Cartaginesi risarcirono il danno in denaro. Cento ostaggi vennero rimandati a Cartagine. A Narni fu concesso di aumentare il numero dei coloni.

3


I consoli partirono per le province. Publio Villio trovò in Macedonia la rivolta in corso dei duemila soldati che erano stati trasferiti dall'Africa in Sicilia e da qui in Macedonia e che dopo tanti anni di guerra reclamavano il congedo. Il console trovò giusta la richiesta ma non il modo in cui veniva avanzata, esortò quindi i soldati alla disciplina promettendo che avrebbe scritto in merito al Senato.

4


Filippo stava assediando la città di Taumaco nell'Acaia Ftiotide ma giunsero gli Etoli, penetrarono in città e cominciarono a fare continue sortite contro gli assedianti ed i loro trinceramenti. In considerazione di ciò e delle difese naturali della città costruita su un'altura scoscesa, Filippo abbandonò l'assedio e portò le truppe a svernare in Macedonia.

5


Filippo era preoccupato per l'esito finale della guerra e diffidava degli alleati e dei connazionali. Inviò ambasciatori agli Achei perchè rinnovassero l'annuale giuramento di fedeltà e restituì loro alcune città dalle quali aveva cacciato gli Elei che le avevano occupate. Per migliorare l'opinione che i suoi sudditi avevano di lui fece imprigionare Eraclide che era inviso alla popolazione.
Si dedicò alla preparazione militare delle truppe ed alla fortificazione di un passo dell'Epiro presso il quale mise il campo.

6


Il console Villio che aveva svernato a Corcira si portò in Epiro e mosse verso il campo macedone. Arrivato al passo che Filippo aveva fortificato meditò a lungo se tentare di forzare il passo o di aggirarlo, intanto arrivò la notizia che Tito Quinzio eletto console ed assegnato alla Macedonia era già in viaggio verso il fronte.
Il solo Valerio Anziate raccontava che Villio forzò il passo e sconfisse Filippo mentre tutte le altre fonti di Livio dicevano che Quinzio prese in mano la guerra senza che fosse accaduto nulla di significativo.

7


A Roma vennero eletti censori Publio Cornelio Scipione Africano e Publio Elio Peto.
Lucio Manlio Acidino tornò dalla Spagna ma non gli fu concessa l'ovazione.
Gneo Bebio Tanfilo che aveva ricevuto la Gallia da Gaio Aurelio Cotta entrò avventatamente in territorio nemico, venne circondato dai Galli e perse oltre seimila soldati. Il console Lucio Lentulo giunse in Gallia, assunse il comando dell'esercito e rimosse il pretore ma fu richiamato dai tribuni della plebe Marco Fulvio e Manio Curio i quali erano contrari alla candidatura di Tito Quinzio Flaminino che dopo la questura si presentava al consolato saltando l'edilità e la pretura. Il Senato stabilì che ciò era lecito ed i tribuni accettarono la decisione.
Furono eletti consoli Sesto Elio Peto e Tito Quinzio Flaminino (198 a.C.), pretori Cornelio Merula, Marco Claudio Marcello, Marco Porcio Catone e Gaio Elvio.

8


Estraendo a sorte la provincia di Macedonia toccò a Tito Quinzio Flaminino e l'Italia a Sesto Elio Peto. Le altre province furono distribuite fra i pretori e si procedette agli arruolamenti.
Ambasciatori del re Attalo riferirono che poiché Antioco aveva attaccato il regno di Pergamo Attalo non avrebbe più potuto aiutare i Romani a meno che questi non gli inviassero un presidio contro Antioco. Il Senato rispose che non poteva agire contro Antioco che, al pari di Attalo, era amico ed alleato dei Romani, quindi Attalo se voleva poteva interrompere il proprio aiuto contro Filippo. Comunque ambasciatori Romani avrebbero chiesto ad Antioco di cessare le ostilità contro Attalo.

9


Il console Tito Quinzio con il suo esercito arrivò in Epiro, congedò Villio e tenne consiglio di guerra. Si decise di attaccare Filippo in quei luoghi piuttosto che penetrare in Macedonia per timore che Filippo si allontanasse e che l'estate trascorresse senza risultati.

10


Poiché trascorsero quaranta giorni senza combattere, Filippo volle tentare di trattare la pace tramite la mediazione degli Epiroti ma le trattative fallirono e si cominciò a combattere.

11


Un pastore offrì ai Romani di far loro da guida per aggirare il campo di Filippo ed attaccarlo alle spalle. Dopo molte incertezze Tito Quinzio accettò ed inviò parte dell'esercito con il pastore.

12


La manovra riuscì e quando i Macedoni dopo un combattimento già sfavorevole si videro accerchiati furono presi dal terrore e fuggirono. Limitò le loro perdite solo il fatto che i Romani non poterono inseguirli a lungo a causa della natura impervia del terreno. I Romani saccheggiarono il campo del re e tornarono al loro accampamento.

13


Filippo continuò a marciare a lungo nel timore di essere raggiunto dai Romani. Passò in Tesagli, paese suo alleato, e distrusse diverse città portandone via gli abitanti per non lasciarli ai Romani. Anche gli Etoli, venuti a conoscenza della vittoria romana, si mossero ed espugnarono alcune città in Tessaglia. Intanto Filippo rientrava in Macedonia.

14


Anche gli Atamani di Aminandro fecero la loro parte conquistando la città di Gonfi sul confine fra il loro paese e la Tessaglia, quindi entrarono in Tessaglia e conquistarono altre città. Il console passò in Epiro dove si fece dare degli Atamani per avere guide esperte che lo accompagnassero in Tessaglia e dove arruolò molti Epiroti come ausiliari.

15


Giunto in Tessaglia il console espugnò la città di Faloria benché difesa da una guarnigione di duemila mercenari e gli ambasciatori di altre città gli si presentarono per consegnare la resa.
Penetrato nelle pianure tessali l'esercito romano ricevette rifornimenti dalla flotta che era approdata nel Golfo di Ambracia. Filippo non osava entrare in Tessaglia e si limitava a mandare aiuti nei luoghi più minacciati dal nemico.

16


Lucio Quinzio, fratello del console, aveva avuto il comando della flotta ed aveva preso in consegna le navi che si trovavano a Corcira e quelle al Pireo.
Intanto la flotta di Attalo e quella rodiese si erano riunite all'isola di Andro e di qui erano passate in Eubea.
La città di Eretria resistette a lungo all'assedio di Attalo e dei Rodiesi, anche per timore della guarnigione macedone, ma quando giunse Lucio Quinzio dovette arrendersi.

17


Dall'Eretria la flotta passò a Caristo dove la popolazione si arrese senza combattere. I Macedoni che vi si trovavano furono rilasciati senza armi dietro riscatto.
Intanto il console assediava la città di Atrage, assedio che si rilevò inaspettatamente difficile perché una volta aperto un varco nelle mura i Romani trovarono in città un'agguerrita falange macedone le cui lance risultarono molto efficaci in quella circostanza.
Anche spingendo nel varco un'altra torre di legno con molti ripiani pieni di soldati il console non riusciva a sopraffare i Macedoni.

18


Alla fine, avvicinandosi l'inverno, il console abbandonò l'assedio e passò in Focide dove aveva intenzione di svernare ad Antinea di fronte al Golfo di Corinto. In Focide i Romani conquistarono, a volte senza combattere, alcuni centri di minore importanza mentre l'assedio di Anticira non richiese molto tempo. Gli abitanti di Elatea invece opposero molta resistenza e fu subito chiaro che la città doveva essere presa con la forza.

19


Nella speranza di portare gli Achei dalla parte dei Romani, il console inviò ambasciatori a Sicione e sollecitò Attalo, i Rodiesi e gli Ateniesi perché facessero altrettanto. Gli Achei erano incerti: avevano paura dei Romani ed erano legati da antichi vincoli ai Macedoni ma capivano che una volta vinta la guerra Filippo sarebbe stato un padrone molto duro. La seduta durò tutto il giorno con molti interventi. Per ultimi parlarono gli Ateniesi, che più di tutti avevano subito danni dai Macedoni, e si scagliarono contro gli ambasciatori di Filippo.

20 - 21


Il giorno successivo, riunita l'assemblea, nessuno degli Achei osava prendere la parola per assumere una posizione. Parlò allora il pretore degli Achei Aristeno che con un lungo discorso sollecitò i presenti ad accettare l'alleanza dei Romani, comunque a prendere una decisione.

22


La maggioranza dei magistrati Achei mise ai voti la proposta di accettare l'alleanza con i Romani. I Dimei e i Megapolitani che erano stati recentemente assediati dai Romani, insieme agli Argivi che erano legati da molti vincoli di amicizia o parentela con i Macedoni, abbandonarono l'assemblea.

23


Le altre genti achee ratificarono con il loro voto l'alleanza con Attalo e con i Rodiesi mentre per i Romani occorreva mandare ambasciatori al Senato. Per il momento si decise di inviarne al console Quinzio che nel frattempo aveva iniziato l'assedio di Corinto.
A Corinto il capo della guarnigione macedone aveva assunto il governo della città. Quando i Romani aprirono un varco nelle mura i Macedoni accorsero e scoppiò un violento combattimento. Con i Romani militavano truppe inviate dagli Achei e quelle di Attalo mentre con i Macedoni c'era una massa di disertori italici fuggiti al tempo della guerra punica.
Attalo e il console, considerata la consistenza dei presidi che si trovavano ad ogni porta della città, decisero di abbandonare l'impresa.

24


Il console riuscì a concludere l'assedio di Elatea: i Romani aprirono un varco fra le mura e mentre tutti i difensori si concentravano in quel punto altri soldati, superando le mura con le scale, penetravano in città. Abitanti e Macedoni rifugiarono sulla rocca ed il console promise la libertà ai primi e l'incolumità ai secondi e pochi giorni dopo occupò la rocca.

25


Alcuni maggiorenti di Argo consegnarono la città a Filocle, prefetto di Filippo.
Si oppose una guarnigione scelta di cinquecento Achei comandata da Enesidemo di Dime. Un messo del prefetto ordinò loro di lasciare la città senza ottenere risultati, ma quando Enedesimo vide che una grande schiera di Argivi veniva contro di loro insieme ai Macedoni, concordò con Filocle di lasciar andare i giovani Achei e rimase a presidiare la rocca con pochi uomini. Enedesimo e i suoi compagni vennero subito uccisi.

26


L'altro console Sesto Elio non compì in Gallia nulla di rilevante, si dedicò a far tornare a casa i coloni che erano fuggiti da Cremona e da Piacenza.
A Sezze, non lontano da Roma, gli schiavi organizzarono una ribellione ma furono denunciati a Roma da due delatori al pretore urbano Cornelio Lentulo Merula. Questi partì per Sezze reclutando duemila uomini nelle campagne, arrestò i capi della congiura ed eseguì duemila condanne a morte. I superstiti portarono la rivolta a Preneste ma Cornelio Lentulo vi si recò e fece giustiziare altre cinquecento persone.
A Roma si temeva che queste rivolte fossero sobillate dagli ostaggi Cartaginesi e fu deciso di sottoporre gli ostaggi che si trovavano in città a particolare sorveglianza.

27


Il re Attalo mandò ambasciatori al Senato per ringraziarlo di aver convinto Antioco ad allontanarsi dal suo regno.
L'esercito in Grecia ricevette aiuti e rifornimenti da Massinissa, dalla Sicilia e dalla Sardegna.
Si tennero i comizi e vennero eletti consoli Gaio Cornelio Cetego e Quinto Minucio Rufo (197 a.C.). Per la prima volta furono nominati sei pretori: Lucio Manlio Vulsone, Gaio Sempronio Tuditano, Marco Sergio Silo, Marco Elvio, Marco Minucio Rufo, Lucio Atilio.

28


Le province dei pretori furono assegnate per sorteggio, ma quando si trattò di assegnare l'Italia e la Macedonia ai consoli i tribuni della plebe Lucio Oppio e Quinto Flacco i opposero sostenendo che era opportuno che Quinzio, che aveva già organizzato le cose per l'anno successivo, portasse a termine la guerra. Il Senato accolse questa proposta ed entrambi i nuovi consoli ebbero l'Italia e l'incarico di occuparsi dei Galli Cisalpini che avevano defezionato. A Tito Quinzio fu prorogato il comando fino a nuovo ordine e a Lucio Quinzio venne confermato il comando della flotta.

29


Furono espiati alcuni prodigi e dedotte nuove colonie.
Il console Cornelio partì per attaccare gli Insubri. Quinto Minucio, condotto l'esercito a Genova, cominciò la guerra dalla Liguria. Le città di Casteggio e Litubio si arresero e quasi tutta la zona al di qua del Po fu presto sotto il dominio romano.

30


Rimanevano da battere gli Insubri, i Boi e i Cenomani. In un primo momento queste tre tribu riunirono i loro eserciti ma quando seppero che uno dei consoli stava bruciando i loro campi i Boi si allontanarono per difendere i propri territori.
I Romani cercarono di far passare i Cenomani dalla loro parte avendo saputo che i giovani si erano armati contro il parere degli anziani e riuscirono ad ottenere la promessa che i Cenomani non sarebbero stati molto attivi durante la battaglia.
Gli Insubri non resistettero alla prima carica romana e secondo alcune fonti di Livio sarebbero stati aggrediti alle spalle dai Cenomani. Furono uccisi trentacinquemila uomini e cinquemiladuecento fatti prigionieri, fra questi il cartaginese Amilcare, promotore della guerra.

31


Il console Minucio era pronto a combattere contro i Boi, ma quando giunse la notizia della disfatta degli Insubri i Boi si persero d'animo e si dispersero nel territorio, così il console riprese a devastare le campagne e a bruciare le abitazioni. Anche Casteggio fu data alle fiamme. Anche i Liguri Ilvati evitarono di combattere e si sottomisero spontaneamente ai Romani.

32


Scoppiò una sedizione a Opunte, una fazione chiamò in aiuto gli Etoli, l'altra i Romani. La città era controllata da una guarnigione macedone. Filippo chiese un colloquio a Quinzio e i due si incontrarono sul litorale nei pressi di Nicea. Vedendo che il console aveva con se rappresentanti dei suoi alleati Filippo rifiutò di scendere dalla nave con cui era giunto.

33


Quinzio espose le condizioni di pace sue e del popolo romano: Filippo doveva richiamare tutte le guarnigioni poste nelle città greche, rendere le località occupate nell'Illirico e restituire al re d'Egitto Tolomeo quanto gli aveva sottratto.
Gli alleati dei Romani avanzarono analoghe richieste per quanto riguardava le loro città e territori occupati da Filippo ed un rappresentante degli Etoli accusò Filippo di essere infido e sleale e di aver recato più danni ai suoi alleati che ai suoi nemici.

34 - 35


Filippo respinse gran parte delle accuse che gli venivano mosse e da parte sua rinfacciò agli Achei di averlo abbandonato dopo essere stati per generazioni amici dei Macedoni. Il tramonto interruppe l'incontro ed il giorno successivo il re si presentò molto tardi, disse, per aver a lungo meditata o forse per togliere agli avversari l'occasione per ribattere. Chiese di parlare da solo con il console allontanando gli alleati. La richiesta fu rifiutata ma dopo molte discussioni venne accettata. Del lungo colloquio con Filippo Quinzio riferì che il re accettava in parte le condizioni proposte ma rifiutava di lasciare alcune città fra le quali Corinto.

36


Agli alleati dei Romani le proposte di Filippo non piacquero e il re chiese una tregua per mandare ambasciatori a Roma presso il Senato: o la pace sarebbe stata conclusa alla sue condizioni o egli avrebbe accettato tutte le condizioni dei senatori. Venne stabilita una tregua di due mesi ed anche il console ed i suoi alleati mandarono un'ambasceria a Roma.

37


A Roma fu ascoltata per prima l'ambasceria degli alleati che chiarì come finché Filippo avesse controllato anche poche città in Grecia non si sarebbe potuto parlare di pace.
Gli ambasciatori di Filippo non seppero rispondere alla domanda se il re intendesse o meno cedere quelle città e furono congedati senza aver concluso nulla. Il Senato lasciò a Quinzio la decisione fra la guerra e la pace ed il console scelse di continuare a combattere comunicando a Filippo che non avrebbe più ricevuto i suoi legati se non portatori della resa incondizionata.

38


Vista la situazione, Filippo cominciò a raccogliere tutte le sue forze e temendo di non poter controllare la città di Argo, troppo lontana dal suo regno, mandò Filocle da Nabide tiranno di Sparta con la proposta di affidargli Argo che Nabide avrebbe dovuto rendergli alla fine della guerra o tenere per se in caso di sventura. Nabide accettò la proposta e come sua prima azione depredò gli Argivi con la forza, li sottopose ad un'esosa tassazione e li rese succubi della sua tirannia.
39


Immemore degli accordi con Filippo, Nabide contattò Quinzio per proporgli l'alleanza. Quinzio lo incontrò insieme ad Attalo e gli chiese di fare pace con gli Achei e di dargli aiuti militari contro i Macedoni. Nabide promise gli aiuti ed in luogo della pace fu concordata una tregua con gli Achei fino alla fine della guerra macedonica.

40


Nabide non accettò di ritirare il suo presidio da Argo come veniva richiesto da Attalo, ma consegnò seicento Cretesi al console e stipulò la tregua con gli Achei. Quinzio si recò a Corinto con i Cretesi per dimostrare a Filocle che Nabide aveva defezionato da Filippo, ebbe un colloquio con Filocle proponendogli di passare dalla sua parte, proposta alla quale il prefetto non si mostrò del tutto negativo.
Nabide mandò la moglie ad Argo a depredare le donne.

LIBRO XXXIII

1



All'inizio della primavera Quinzio ed Attalo si accamparono presso Tebe con l'intenzione di sottomettere il popolo dei Beoti.
Il console ed il re con una modesta scorta si avvicinarono alla città come per visitarla, andò loro incontro il pretore, ma Quinzio aveva dato ordine a duemila astati di seguirlo a distanza. Quando entrarono in città la folla non si accorse subito della colonna di armati che seguiva, così i Tebani si trovarono sotto occupazione romana quasi senza rendersene conto.

2


Il giorno successivo si tenne un'assemblea e Attalo prese la parola ma svenne colpito da un malore. Fu ascoltato Aristeo pretore degli Achei poi parlò Quinzio elogiando la lealtà di Roma.
Fu stipulata un'allenza con il suffragio di tutte le città della Beozia. Quinzio si fermò per qualche tempo a Tebe per dar modo ad Attalo di rimettersi, poi tornò ad Elatea.

3


Filippo procedeva ad arruolamenti capillari reclutando anche i sedicenni e i soldati già congedati.
Quinzio passò da Eraclea dove assistette all'assemblea degli Etoli che discutevano sulla consistenza delle truppe da mandare in aiuto ai Romani. Quindi procedette in Tessaglia dove pose l'accampamento finchè non arrivarono i contingenti degli Etoli e di altri alleati, ricevuti i rinforzi si mise subito in marcia verso il nemico.

4


Filippo parlò ai suoi soldati per incoraggiarli e contò le sue forze che erano numericamente vicine a quelle dei Romani, inferiori solo nella cavalleria.

5


Quinzio sperò di prendere senza combattere la città di Tebe nella Ftiotide ma la sua speranza fu delusa ed egli corse gravi pericoli, abbandonò quindi il progetto e nell'attesa di sapere dove si trovasse esattamente Filippo fortificò il suo campo con una palizzata. Anche Macedoni e Greci usavano la palizzata ma la tecnica di costruzione dei Romani era nettamente superiore.

6


Quinzio, accampato presso Fere, mandò esploratori a cercare il campo di Filippo. Questi, che si trovava vicino a Larissa, prese ad avanzare verso i Romani desideroso di concludere la guerra.
Le avanguardie dei due eserciti si scorsero ma non si attaccarono, vi fu un combattimento fra le cavallerie per la conquista di certe alture, combattimento reso difficile dal terreno alberato e da altri ostacoli. I due comandanti, come se si fossero accordati, decisero di spostarsi su terreno più aperto e per alcuni giorni i due eserciti marciarono paralleli ma senza scorgersi a causa di una fila di colline che li divideva. Infine si fermarono nella zona di Farsalo ma senza essersi localizzati l'un l'altro.

7


Filippo si accampò nei pressi delle alture dette Cinoscefale. Quinzio inviò alcuni squadroni a cercare il nemico ammonendoli di fare attenzione per la fitta nebbia che si era levata quel giorno. I soldati in ricognizione si scontrarono con un contingente nemico. Trovandosi in difficoltà i Romani mandarono messaggeri al campo a chiedere rinforzi e quando questi giunsero si trovarono in vantaggio, ma da parte sua Filippo inviò Atenagora con tutte le truppe ausiliarie costringendo i Romani alla ritirata.

8


Notizie esagerate sul successo del combattimento spinsero Filippo, sia pur con perplessità, a schierare l'esercito per una battaglia decisiva. Da parte sua Quinzio non potè far altro che schierare le sue truppe.
Filippo dispose al centro la falange e restrinse il fronte raddoppiando la profondità dello schieramento.

9


Quinzio suonò il segnale di battaglia e si alzò altissimo il grido di guerra. L'ala destra di Filippo trovandosi su un'altura era avvantaggiata ma la sinistra era in disordine. La falange al centro presentava uno schieramento troppo stretto., Quinzio lanciò l'attacco mandando avanti gli elefanti che terrorizzarono il nemico, un tribuno militare riuscì ad aggirare l'ala destra macedone privandola della posizione di vantaggio. I Macedoni poco dopo iniziarono a fuggire.

10


Filippo fuggì dopo aver per qualche tempo osservato la battaglia da un'altura. I Macedoni si dispersero inseguiti dai Romani. I superstiti si riunirono a Filippo presso Tempe.
Stando a Polibio morirono ottomila nemici e settecento Romani. Furono catturati cinquemila prigionieri.

11


Filippo mandò ai Romani un messo per chiedere una tregua per seppellire i caduti ed il permesso di inviare ambasciatori. Le due cose furono concesse. C'erano dissapori fra il console e gli Etoli che lo accusavano di prendere decisioni senza consultarli. Del resto Quinzio agiva così proprio per mortificare l'arroganza degli Etoli.

12


Concessa al nemico una tregua di quindici giorni, Quinzio riunì gli alleati per discutere le condizioni di pace da imporre a Filippo. Gli Etoli sostennero che l'unica garanzia di pace possibile consisteva nell'uccidere Filippo o nel privarlo del regno, ma il console rispose che questo era contrario alla tradizionale clemenza romana ed inoltre distruggere il regno di Macedonia voleva dire lasciare la Grecia esposta al pericolo di essere attaccata da altri nemici.

13


Il giorno successivo Filippo si presentò all'assemblea dei Romani e dei loro alleati e dichiarò di accettare tutte le condizioni propostegli in precedenza lasciando, quanto al resto, oni decisione al Senato. Sorse una contesa fra Etoli e Romani a proposito di Tebe. Gli Etoli sostenevano che la città andava a loro perché il vecchio trattato stabiliva che ai Romani toccassero i beni mobili, il bottino ed i prigionieri mentre città e territori spettavano agli Etoli. Quinzio rispose che questo trattato era stato infranto dagli Etoli e che, comunque, riguardava le città conquistate, non quelle consegnatesi spontaneamente ai Romani. Questo contrasto, annota Livio, porterà un giorno a grandi sventure (cioè spingere gli Etoli a chiedere ad Antioco di invadere la Grecia).
Filippo consegnò in ostaggio il figlio Demetrio ed alcuni suoi amici e pagò duecento talenti. Si stabilì una tregua di quattro mesi per conserntire al re di mandare ambasciatori al Senato romano per concludere la pace. Quinzio si impegnò a restituire a Filippo denaro e ostaggi se la pace non fosse stata raggiunta.

14


In quei giorni gli Achei sbaragliarono presso Corinto Androstene, generale di Filippo.
Filippo aveva inviato a Corinto vari contingenti per un totale di seimila uomini con i quali Androstene decise di provocare il pretore degli Achei Nicostrato che si trovava in Sicione e che, consapevole dell'inferiorità delle proprie forze rimaneva in città. Androstene prese a devastare i territori circostanti ed il litorale dell'Acaia; Nicostrato, inviando in segreto messaggi alle altre città, raccolse cinquemila fanti e trecento cavalieri che radunò in una località detta Cleone.

15


Ignaro di tutto ciò Androstene lasciò che gran parte dei suoi uomini uscissero dall'accampamento per razziare la campagna di Pellene, Sicione e Fliunte. Venutolo a sapere Nicostrato partì immediatamente da Cleone per assalire il campo di Androstene. Questi schierò i pochi uomini disponibili, che furono presto sopraffatti, e richiamò con la tromba quanti si erano allontanati.
Nicostrato inviò la cavalleria contro quelli che saccheggiavano il territorio di Sicione mentre quelli che provenivano disordinatamente da Pellene e Fliunte vennero a trovarsi fra i nemici e furono massacrati.
Vi furono millecinquecento caduti e trecento prigionieri e in un solo giorno l'Acaia venne liberata.

16


Prima della battaglia di Cinoscefale Quinzio aveva invitato a Corcira i capi degli Acarnani, l'unica popolazione greca rimasta fedele a Filippo. Nell'incontro fu approvato un decreto di alleanza con Roma ma non tutte le genti dell'Acarnania erano rappresentate e più tardi la maggioranza esautorò e punì i magistrati che avevano siglato l'accordo. Questi si difesero fieramente davanti all'assemblea ed i provvedimenti contro di loro vennero revocati, l'alleanza venne comunque annullata.

17


Quando si seppe che l'alleanza era stata annullata i Romani assediarono Leucade, capitale dell'Acarnania. L'assedio fu reso difficile dall'accanita resistenza degli abitanti ma infine, con l'aiuto di esuli italici residenti a Leucade, i Romani penetrarono in città e, combattuta una battaglia regolare nel foro, la conquistarono.

18


I Rodiesi agirono per liberare da Filippo la regione della Perea che era appartenuta ai loro antenati. Si scontrarono con i Macedoni presso la roccaforte di Astrago, nel territorio di Stratonicea e li sconfissero ma non colsero l'occasione favorevole per impadronirsi di Stratonicea, capoluogo della regione.

19


I Dardani entrarono in Macedonia e presero a devastare la regione settentrionale, Filippo, nonostante le sconfitte recentemente subite, non lo tollerò e dopo un rapido arruolamento attaccò e sconfisse gli invasori mettendoli in fuga.
Intanto Antioco, dopo aver sottratto a Tolomeo alcune città della Celesiria, si ritirò ad Antiochia e si dedicò a preparare una grande armata terrestre e navale per la successiva estate, con l'intenzione di attaccare le città di Tolomeo in Cilicia, Licia e Caria e di portare aiuto a Filippo.

20


I Rodiesi mandarono ambasciatori da Antioco avvertendolo che sarebbero intervenuti se avesse superato il con le sue navi il promontorio di Chelidonia in Cilicia in quanto non intendevano consentirgli di aiutare Filippo. Antioco assicurò che non avrebbe arrecato alcun danno ai Rodiesi e non avrebbe infranto l'amicizia con i Romani recentemente confermata con un'ambasceria presso il Senato. I Rodiesi sospesero ogni ostilità contro Antioco quando Filippo fu sconfitto a Cinoscefale ma continuarono ad aiutare le città alleate con Tolomeo ed insidiate da Antioco.

21


In quel periodo morì all'età di settantuno anni il re Attalo. Livio ne loda le qualità di uomo e di governante.
Nella Spagna Ulteriore scoppiò una guerra, Marco Elvio che governava la provincia comunicò a Roma che le popolazioni locali si erano ribellate.

22


Tornati dalla Gallia Cisalpina i consoli Gaio Cornelio e Quinto Minucio chiesero contemporaneamente il trionfo ma i tribuni della plebe pretesero che presentassero due distinte mozioni benché Cornelio affermasse che la sua vittoria era stata resa possibile dalle azioni di disturbo del collega.

23


A Gaio Cornelio fu concesso il trionfo all'unanimità ed egli lo celebrò solennemente. Fra i prigionieri che facevano parte del corteo, secondo alcuni, era il cartaginese Amilcare.
Quinto Minucio invece di discutere la sua proposta preferì celebrare il trionfo sul Monte Albano a proprie spese, come previsto da una vecchia tradizione.
24


Si tennero le elezioni e furono eletti consoli Lucio Furio Purpurione e Marco Claudio Marcello (196 a.C.). pretori Quinto Fabio Buteone, Tiberio Sempronio Longo, Quinto Minucio Termo, Manio Acilio Glabrione, Lucio Apustio Fullone e Gaio Lelio.
Tito Quinzio annunciò con una lettera la sua vittoria e poco dopo arrivarono gli ambasciatori di Filippo per riferire che il re avrebbe fatto qualunque cosa il Senato avesse ritenuto opportuno. Fu stabilito di inviare dieci legati perché consigliassero Quinzio nel dettare a Filippo le condizioni di resa, fra i legati dovevano essere Publio Sulpicio e Publio Villio che da consoli avevano già governato la Macedonia.

25


Si ripeterono più volte i ludi Romani ed i ludi plebei in un clima di grande letizia per la conclusione della guerra macedonica.
Il console Marcello desiderava la provincia di Macedonia e sosteneva che la pace con Filippo non sarebbe stata duratura ma il Senato assegnò l'Italia ad entrambi i consoli e rinnovò il mandato a Tito Quinzio.
Gaio Sempronio Tuditano, proconsole della Spagna Citeriore, venne sconfitto e perì in battaglia.

26


Si assegnarono per sorteggio le province ai pretori e, come era consuetudine, si tennero riti di espiazione per i prodigi che erano stati riferiti.

27 - 28


I Beoti chiesero a Tito Quinzio la restituzione dei loro connazionali che avevano militato con Filippo e la ottennero ma stranamente mandarono a ringraziare Filippo invece di Tito Quinzio. Anche l'elezione di un certo Brachille, capo del contingente beota che aveva combattuto con i Macedoni, fu un segnale poco gradito ai Romani ed ai capi del partito filoromano in Beozia. Questi ultimi congiurarono ed uccisero Brachille mentre tornava da un banchetto in compagnia di alcuni personaggi effeminati. In un primo momento furono sospettati ed arrestati gli accompagnatori di Brachille ma in seguito, su denuncia di uno schiavo, i veri responsabili vennero identificati e giustiziati.

29


Convinti che dietro questo episodio ci fosse l'istigazione dei Romani, i Beoti avrebbero voluto combattere ma non avendone i mezzi passarono al brigantaggio e nelle loro imboscate uccisero e derubarono cinquecento soldati Romani.
Quinzio aprì un'inchiesta e chiese la consegna dei colpevoli ed il pagamento di una multa di cinquecento talenti, non ricevendo soddisfazione assediò le due città dove erano stati commessi più omicidi. I Beoti inviarono ambasciatori che non furono ricevuti, poi per intercessione degli Achei Quinzio tolse l'assedio limitandosi a comminare ai Beoti una multa di trenta talenti.

30


Giunsero da Roma i dieci legati e furono definite le condizioni di pace con Filippo che prevedevano, oltre al pagamento di ingenti somme di denaro, la liberazione di tutte le città occupate, la limitazione della flotta e dell'esercito, il divieto di combattere senza il consenso del Senato romano.

31


Tutti approvarono questa pace tranne gli Etoli che criticarono il fatto che alcune città della Grecia occupate dai Macedoni non fossero espressamente citate come se i Romani avessero voluto tenerle per loro. In effetti i senatori nel preparare le condizioni avevano volutamente omesso Corinto, Calcide, Oreo, Eretria e Demetriade delegando i dieci legati e Tito Quinzio a decidere in merito. Il motivo era la minaccia rappresentata da Antioco che - era noto - stava preparando l'invasione della Grecia ed avrebbe certamente tentato di impadronirsi di queste città. Quinzio sostenne che tutta la Grecia doveva essere liberata, senza eccezioni, mentre alcuni dei legati condividevano le preoccupazioni espresse dal Senato. Alla fine si decise di rendere Corinto agli Achei ma lasciandovi una guarnigione romana che la difendesse, quanto a Calcide e Demetriade sarebbero per il momento rimaste ai Romani.

32


Si tennero i giochi istmici, erano affollati più del solito perché questa volta erano anche occasione per discutere dell'attuale situazione della Grecia. Prima dell'inizio dei giochi un araldo lesse il proclama con il quale si rendeva di pubblico dominio la decisione di rendere la libertà a tutte le città e a tutte le genti che erano state dominate da Filippo. La folla incredula volle che il proclama fosse letto una seconda volta quindi diede libero sfogo alle manifestazioni di gioia.

33


Alla fine dei giochi una grande folla accorse verso Tito Quinzio lanciandogli corone e nastri. Tutti volevano vedere il vincitore e toccargli la destra. Per giorni non si parlò d'altro che del popolo che affrontava la guerra a suo rischio e a sue spese per la libertà ed i diritti altrui.

34


Quinzio e i legati ricevettero gli ambasciatori di Antioco ai quali dichiararono apertamente che il loro re doveva rispettare la libertà delle città greche, ovunque si trovassero, ed astenersi dall'entrare in Europa.
Si tenne poi una grande assemblea con i Greci nella quale furono esposti i dettagli del trattato con la Macedonia.

35


I legati Romani si divisero per recarsi nelle varie città da liberare. Uno di loro, Gneo Cornelio Lentulo, andò a Tempe in Tessaglia per incontrare Filippo e gli consigliò di mandare ambasciatori a Roma a chiedere alleanza e amicizia per dimostrare che non stava aspettando l'occasione per ribellarsi. Filippo accettò il consiglio e si affrettò a metterlo in pratica.

36


In Etruria si verificò una rivolta degli schiavi che fu repressa dal pretore Manio Acilio Glabrione.
Il console Marcello penetrò nel territorio dei Boi. Mentre i suoi uomini stanchi per la lunga marcia piantavano il campo furono aggrediti dai Boi che ne uccisero tremila. Il console marciò verso Como dove vendicò questa sconfitta con una grande vittoria e con la conquista della città.

37


Il console Purpurione raggiunse il collega per riunire i due eserciti e marciarono insieme verso Felsina (Bologna) dove i Boi si arresero subito come quelli che si trovavano nelle roccaforti circostanti. Si mossero verso la Liguria e durante la marcia si scontrarono di nuovo con i Boi facendone strage. Tornato a Roma il console Marcello celebrò il trionfo sugli Insubri e sui Comensi lasciando al collega la speranza di poterlo celebrare sui Boi.

38


Dopo aver svernato ad Efeso, Antioco tentò di sottomettere le città dell'Asia. Molte di queste si dimostravano remissive ma Smirne e Lampsaco intendevano resistergli. Antioco le assediò contemporaneamente. Recatosi con la flotta da Efeso al Chersoneso vi ricevette la resa spontanea di alcune città. Quando arrivò alla città di Lisimachia la trovò deserta e semidistrutta da un precedente assedio dei Traci ed ebbe l'idea di ricostruirla e ripopolarla, così iniziò i lavori, mandò a cercare gli abitanti fuggiti dall'Ellesponto e nel Chersoneso e trovò nuovi coloni, quindi guidò personalmente una spedizione in Tracia.

39


A Lisimachi Antioco incontrò alcuni legati Romani che riferirono che il Senato non gradiva che egli tenesse per se le città strappate a Filippo mentre questi era impegnato nella guerra contro i Romani, inoltre il suo essere entrato con la flotta e con l'esercito in Europa era considerato a Roma una vera e propria dichiarazione di guerra.

40


Antioco replicò che stava operando in Asia, fuori dalla zona degli interessi Romani. Quanto al Chersoneso si trattava di territori e città appartenenti a Lisimaco e conquistati da Seleuco che per diritto di guerra appartenevano alla sua dinastia, per questo motivo egli intendeva ora riappropriarsene.

41


Mentre si tenevano questi colloqui si sparse la voce che il re d'Egitto era morto. Antioco volle approfittarne per occupare l'Egitto e mosse con tutta la flotta verso quel paese ma durante il viaggio venne a sapere che Tolomeo era ancora vivo ed abbandonò l'impresa decidendo di rivolgersi contro Cipro. Tuttavia una grande tempesta distrusse molte navi ed uccise un gran numero di uomini. Antioco tornò ad Antiochia essendo ormai prossimo l'inverno.

42


Vennero eletti per la prima volta i triumviri epuloni incaricati di organizzare i banchetti in onore di Giove durante i ludi. Si tennero le elezioni e furono eletti consoli Marco Porcio Catone e Lucio Valerio Flacco. pretori: Gneo Manlio Vulsone, Appio Claudio Nerone, Publio Porcio Leca, Gaio Fabrizio Luscino, Gaio Atilio Labeone e Publio Manlio (195 a.C.).
Gli edili curuli Marco Fulvio Nobiliore e Gaio Flaminio distribuirono a prezzo bassissimo il grano proveniente dalla Sicilia.
Gli edili plebei Gneo Domizio Enobarbo e Gaio Scribonio Curione citarono in giudizio molti appaltatori corrotti.

43


Al console Catone toccò in sorte la Spagna, a Valerio l'Italia.
Furono assegnate le province ai pretori e a Tito Quinzio fu prorogato il comando per un altro anno per fronteggiare Antioco, gli Etoli e Nabide di Sparta. Si fecero nuovi arruolamenti.

44


Dalla Spagna Quinto Minucio comunicò di aver ottenuto una grande vittoria sugli Ispani uccidendone dodicimila e catturandone i capi.
A Roma si considerava ormai imminente la guerra contro Antioco e ci si preoccupava molto anche di Nabide che, se fosse riuscito a conquistare Argo, avrebbe tentato di sottomettere l'intera Grecia.

45


Il Senato delegò a Tito Quinzio ogni decisione riguardo a Nabide. Intanto da Cartagine gli avversari di Annibale scrivevano a Roma avvertendo che il generale stava prendendo accordi con Antioco per aiutarlo nella guerra e che stava operando politicamente per riprendere le ostilità verso i Romani.
46


Annibale in quel periodo si contrappose all'ordine dei giudici i quali, eletti a vita, governavano dispoticamente lo Stato. Riuscì a varare una legge che rendeva annuale la carica di giudice procurandosi il favore della plebe ed il rancore di molti influenti personaggi.

47


Annibale accusò molti uomini politici di peculato e dimostrò pubblicamente che senza le sottrazioni dovute a negligenza o disonestà l'erario avrebbe potuto pagare i tributi ai Romani senza contrarre nuovi debiti. Gli accusati reagirono moltiplicando le delazioni a Roma ai danni di Annibale finché il Senato, contro il parere di Scipione, non decise di inviare tre ambasciatori ad indagare sul conto del generale cartaginese. Gli ambasciatori dichiararono che la loro missione riguardava altre questioni ma Annibale intuì la verità e decise di mettere in atto la fuga che già da tempo aveva progettato.

48


Annibale partì in incognita e durante il viaggio fece tappa nell'isola di Cercina. A Cartagine la sua scomparsa fece scalpore ed alcuni supposero che fosse stato eliminato dai Romani finché non giunse la notizia che era stato visto a Cercina.

49


Gli ambasciatori Romani accusarono Annibale davanti al Senato cartaginese di sobillare Antioco per provocare una nuova guerra ed affermarono che se i Cartaginesi volevano dimostrare la propria estraneità ai fatti dovevano punire il generale che era sicuramente fuggito presso Antioco. Dopo una sosta a Tiro, Annibale arrivò ad Antiochia e non trovandovi il re lo raggiunse ad Efeso.
Antioco era ancora incerto a proposito della guerra ma il consiglio di Annibale lo convinse a procedere. Contemporaneamente anche gli Etoli annullarono l'alleanza con Roma.

LIBRO XXXIV

1



I tribuni della plebe Marco Fundanio e Lucio Valerio proposero l'abrogazione della legge Oppia che era stata varata nel 215 a.C. dal tribuno della plebe Gaio Oppio. Questa legge, nel clima della guerra punica, proibiva alle matrone di esibire vesti colorate e di andare in carrozza in città se non nelle festività religiose.
I tribuni della plebe Marco e Publio Giunio Bruto difendevano la legge Oppia e la contesa era ravvivata dalle matrone che affollavano il Campidoglio e si appellavano ai magistrati per far abrogare la legge.

2 - 4


Il console Marco Porcio Catone pronunciò un lungo discorso "antifemminista" in difesa della legge Oppia deprecando il lusso che le matrone volevano ostentare e la loro libertà di costumi nell'avvicinare i magistrati e tentare di influenzarne le decisioni.

5 - 7


Rispose a Catone il tribuno Valerio che obiettò che non si trattava si un fatto inaudito se le donne si riunivano in pubblico per far sentire la loro voce e citò gli esempi delle Sabine, della moglie e della figlia di Gneo Marcio Coriolano e, ai suoi giorni, del corteo che aveva accolto l'arrivo a Roma del simulacro di Cibele.
Quanto alla legge, Valerio sostenne che andava abrogata perché era stata istituita in tempi di grande austerità e non era giusto che, ora che si vivevano tempi migliori, non potessero goderne anche le donne.

8


Il giorno successivo una gran folla di donne presidiò le porte di Marco e Publio Bruto che difendevano la legge Oppia minacciando di non muoversi finché non avessero ritirato il loro veto. La legge venne abrogata. Subito dopo il console Catone partì con il suo esercito e seguendo le coste della Liguria e della Francia arrivò in Spagna dove sbarcò le truppe.

9


Catone sostò a Emporia (Ampurias). Questa città era divisa in due parti, una abitata da Ispani e l'altra da Greci provenienti da Marsiglia. I Greci commerciavano con gli Ispani ma avevano paura di loro e sorvegliavano continuamente il muro divisorio e la sua unica porta. Qui Catone soggiornò alcuni giorni facendo addestrare i soldati nell'attesa di scoprire la posizione dei nemici.

10


Mentre Marco Fulvio lasciava la Spagna Ulteriore si scontrò con i Celtiberi e li sconfisse. Raggiunse l'accampamento di Catone e di lì partì per Roma dove fu accolto con l'ovazione. Era rimasto in Spagna quasi due anni perché all'arrivo del successore Quinto Minucio era stato trattenuto da una grave malattia. Due mesi dopo rientrò anche Minucio e celebrò il trionfo versando all'erario cospicui bottini.

11


Catone, ancora accampato presso Emporia, ricevette ambasciate degli Ilergeti (alleati dei Romani) venuti a chiedere aiuto contro gli Ispani che li stavano attaccando. Il console rispose che, minacciato a sua volta dalla vicinanza del nemico non avrebbe potuto aiutarli e quelli si gettarono ai suoi piedi supplicando ed avvisando che, senza soccorsi, sarebbero stati costretti alla defezione.

12


Dopo una notte tormentata dai dubbi Catone prese la sua decisione: non poteva separare le sue truppe ma avrebbe fatto credere agli Ilergeti in un soccorso imminente che in realtà non intendeva inviare. Non sarebbe stata la prima volta che la speranza di aiuto infondesse coraggio per resistere. Così mostrò agli ambasciatori, prima di congedarli, che un terzo dei suoi uomini si stavano preparando per andarli ad aiutare.

13


In attesa della buona stagione, Catone fece esercitare le reclute con frequenti razzie nelle campagne del nemico durante le quali catturò numerosi prigionieri. Giunto il momento parlò al suo esercito annunciando che era ormai prossima la battaglia campale contro quei popoli che avevano violato il trattato dell'Ebro.

14


Catone uscì dal campo a mezzanotte e condusse con una manovra ad arco le sue truppe oltre l'accampamento nemico. All'alba inviò tre coorti davanti alla palizzata le quali, fingendo di fuggire, attirarono il nemico fuori dall'accampamento.
I Romani attaccarono mentre i nemici si stavano ancora schierando ma la cavalleria dell'ala destra fu respinta e ciò produsse momenti di timore, ma il console in campo tenne la situazione sotto controllo.
Finchè si combattè con armi da lancio l'esito fu incerto, ma quando si passò al corpo a corpo i Romani puntarono tutto sul loro valore.

15


Facendo entrare in battaglia coorti ausiliarie e la seconda legione che aveva tenuto di riserva Catone risolse la battaglia a suo favore, inseguì il nemico fino al suo accampamento e penetrato oltre la palizzata fece strage, dicono le fonti di Livio, di quarantamila uomini.

16


Il giorno successivo, dopo poche ore di riposo, Catone mandò i soldati a saccheggiare le campagne. Questo fatto e la sconfitta subita spinsero gli Ispani alla resa.
I Romani si misero in marcia raccogliendo la resa spontanea delle città che incontravano e quando giunsero a Tarragona tutta la Spagna al di qua dell'Ebro era sottomessa. I Bergistani che abitavano la Turdetania, una regione della Spagna Citeriore, si ribellarono e dopo un primo tentativo di sedarli Catone li catturò tutti e furono venduti come schiavi.

17


Il pretore Quinto Manlio prese in consegna l'esercito del suo predecessore Quinto Minucio e quello di Appio Claudio Nerone proveniente dalla Spagna Ulteriore e partì per la Turdetania. I Turdetani erano notoriamente imbelli ma fidando sul loro numero affrontarono i Romani e vennero rapidamente sconfitti. A quel punto assoldarono diecimila Celtiberi per continuare la guerra con un esercito di mercenari. Intanto il console fece disarmare tutti gli Ispani al di qua dell'Ebro, ciò costernò gli Ispani tanto che molti di loro si uccisero per l'umiliazione. Il console convocò i senatori di tutte le città per trovare un accordo affermando di cercare il modo più indolore per evitare ribellioni. Chiese loro consiglio ed accordò qualche giorno per riflettere ma poiché quelli, riconvocati, non rispondevano fece distruggere le mura di tutte le città.

18


Le difficoltà di Catone nel sottomettere gli Ispani erano maggiori di quelle incontrate nelle precedenti missioni in Spagna perché allora si era trattato di liberare gli Ispani dai Cartaginesi, ora si doveva togliere loro la libertà.
Il console era instancabile, seguiva personalmente ogni questione, non godeva di alcun privilegio e viveva come il più umile dei suoi soldati.

19


In difficoltà a causa dei Celtiberi, Publio Manlio scrisse al console e questi accorse in suo aiuto con le legioni. Dopo qualche modesto scontro con i Turdetani, il console mandò ambasciatori ai Celtiberi offrendo tre proposte: passare ai Romani per un compenso doppio, tornare alle loro case senza combattere, scegliere il giorno ed il luogo della battaglia.
I Turdetani disturbarono la riunione e non si giunse ad una conclusione. Visto che non riusciva ad indurre i Celtiberi a combattere il console decise di attaccare Seguntia dove i Celtiberi avevano lasciato salmerie e bagagli.

20


Con sole sette coorti il console si impadronì di alcune città mentre altre passarono spontaneamente dalla sua parte. I Lacetani che abitavano luoghi boscosi erano in armi perché sapevano di aver saccheggiato le campagne degli alleati. Il console attaccò la loro città con le sette coorti e con un contingente di alleati, intanto fece penetrare le sue coorti in città dalla parte opposta. A questo punto i Lacetani si arresero.

21


Il capo dei Bergistani disertò passando al console, questi lo mandò ad occupare la rocca e con le sue truppe prese facilmente la città di Gerio.. Quanti erano passati ai Romani furono lasciati liberi e conservarono i loro beni mentre gli altri Bergistani furono venduti e i numerosi briganti che si trovavano in città furono messi a morte.

22


L'altro console Lucio Valerio Flacco si scontrò in Gallia con i Boi e li sconfisse.
In Grecia Tito Quinzio ricevette dal Senato la dichiarazione di guerra contro Nabide di Sparta. Egli indisse a Corinto l'assemblea degli alleati e rimise loro ogni decisione in merito alla partecipazione a quella guerra.

23


Gli Ateniesi, sempre molto grati ai Romani, aderirono senza esitazioni, mentre gli Etoli accusarono i Romani di slealtà e di cercare nella guerra contro Nabide un pretesto per lasciare il loro esercito in Grecia. Se i Romani avessero riportato le legioni in Italia si impegnavano gli Etoli stessi a fare in modo che Nabide liberasse Argo.

24


Gli Achei presero posizione contro gli Etoli accusando di voler occupare Argo per avere nel Peloponneso una base per le loro scorrerie. Tito Quinzio invitò tutte le città che aderivano a preparare contingenti militari ed inviò ambasciatori ali Etoli per chiarirne le intenzioni.

25


Tito Quinzio rinviò al Senato una delegazione di Antioco che proponeva alleanza, quindi marciò verso Argo unendo il proprio esercito a quelli degli alleati. In Argo si verificò un tentativo di rivolta contro gli Spartani ma i ribelli furono uccisi o fuggirono presso i Romani.

26


Quinzio tenne un consiglio di guerra alla fine del quale decise di non assediare Argo ma di attaccare direttamente Sparta. Intanto riceveva altri aiuti dagli alleati e formava una flotta con le navi romane, arrivate con Lucio Quinzio, quelle rodiesi e quelle del re Eumene.
Ai Romani si unirono anche molti esuli spartani cacciati dal tiranno con a capo Agesipoli al quale apparteneva il trono per diritto di nascita che da bambino era stato espulso da Licurgo dopo la morte di Cleomene.

27


Nabide era consapevole che le sue forze erano inferiori a quelle nemiche pur avendo chiamato mille Cretesi ed assoldato mercenari. Inoltre, temendo insurrezioni all'interno, fece uccidere ottanta cittadini sospetti e molti iloti per suscitare un terrore che tenesse lontana ogni ribellione.

28


Gli ausiliari di Nabide attaccarono i soldati che Quinzio aveva incaricato di piantare il campo nei pressi di Sparta, cogliendoli di sorpresa e spargendo il panico ma al sopraggiungere delle legioni furono rapidamente messi in fuga.
Il giorno dopo Quinzio marciò con l'intero esercito intorno alla città e quando i Macedoni di Nabide attaccarono la retroguardia ci fu battaglia ed alla fine i mercenari fuggirono inseguiti dai soldati Achei.
I Romani devastarono le campagne circostanti senza che gli Spartani osassero più uscire dalle mura.

29


Lucio Domizio si impadronì di alcune città della costa quindi cinse d'assedio la città di Giteo che era il deposito dei rifornimenti marittimi degli Spartani. La città era molto ben difesa e l'assedio fu difficile ma quando arrivò Tito Quinzio e schierò quattromila soldati scelti gli abitanti si arresero.
30


Vedendosi così tagliato fuori anche dalla costa (tutto l'entroterra era in mano ai nemici) Nabide chiese ed ottenne un colloquio con Tito Quinzio.

31


Nabide, davanti ai Romani, sostenne di non aver occupato Argo ma di averla ricevuta quando era dalla parte di Filippo. Affermò di non aver violato in alcun modo l'alleanza con Roma e di non comprendere il motivo della presente ostilità.

32


Tito Quinzio ribattè che l'alleanza era stata stipulata fra Roma ed i legittimi re di Sparta e non con un tiranno usurpatore. Accusò con veemenza Nabide di violenza, stragi ed altri misfatti e di aver violato gli accordi sia conquistando Messene, città amica dei Romani, sia intrecciando rapporti con Filippo loro nemico.

33


Nabide affermò che avrebbe liberato Argo e restituito prigionieri e disertori ma l'assemblea degli alleati era dell'opinione di continuare la guerra per liberare Sparta dalla tirannide e non dare l'impressione che i Romani, liberatori della Grecia, tollerassero simili despoti e ne ratificassero l'operato. Dal canto suo Tito Quinzio era incline alla pace perché temeva che l'assedio di Sparta durasse troppo a lungo, del resto egli avrebbe avuto bisogno di tutte le risorse disponibili per fronteggiare Antioco che stava proseguendo le sue operazioni. Temeva anche - ma non lo disse - che un nuovo console lo sostituisse togliendogli la gloria della guerra da lui iniziata.

34


Abilmente Quinzio finse di accettare la decisione degli alleati ma li esortò a chiedere finanziamenti e rifornimenti alle loro città per coprire le esigenze di un lungo assedio invernale. Le difficoltà che prevedevano nell'ottenere i finanziamenti spinsero i delegati degli alleati a cambiare idea ed autorizzarono Quinzio ad agire come preferiva.

35


Quinzio preparò le condizioni di resa per Nabide: sgombero di Argo e di qualsiasi città da lui occupata, restituzione di schiavi e beni razziati a Messene, divieto di combattere, possedere una flotta e cercare alleanze, pagamento di tributi. La pace doveva essere ratificata dal Senato romano e ciò rendeva necessaria una tregua di sei mesi.

36


Nabide non gradì queste condizioni e ne parlò in segreto con i suoi cortigiani ma questi non furono riservati e la notizia si diffuse in città. Molti furono scontenti, fra questi i mercenari che con la pace non avrebbero più ricevuto il soldo.

37


Visto il malcontento diffuso a Sparta, Nabide convocò in assemblea i cittadini e dopo aver descritto loro le condizioni poste dai Romani esagerandone l'onerosità, chiese loro cosa intendessero fare. La maggioranza decise per la guerra e poco dopo iniziarono le sortite dalle mura, sortite che i Romani respinsero con facilità.

38


Quinzio cinse d'assedio Sparta, disponeva di oltre cinquantamila uomini che circondarono completamente la città. Gli Spartani erano in preda al terrore e lo stesso Nabide perse il controllo di se stesso.

39


Al primo assalto gli Spartani stavano per cedere e sarebbero stati sopraffatti se non avessero incendiato gli edifici più vicini alle mura. L'incendio costrinse i Romani già entrati in città ad uscirne rapidamente per non rimanere isolati e quelli che erano ancora fuori ad indietreggiare. Quinzio dovette suonare la ritirata.

40


Nonostante ciò l'indomani Nabide si arrese alle condizioni già dettate dai Romani e consegnò denaro ed ostaggi. Gli Argivi, alla notizia della resa di Sparta, cacciarono la guarnigione di Nabide e quando Quinzio li raggiunse lo accolsero con entusiasmo.

41


Per festeggiare gli Argivi indissero i Giochi Nemei e ne affidarono la presidenza a Quinzio.
Achei ed Etoli criticavano il fatto che a Nabide fosse rimasto il governo di Sparta.
Quinzio ricondusse le truppe ad Elatea.

42


Le buone notizie dalla Grecia e dalla Spagna giunsero contemporaneamente a Roma e il Senato decretò pubbliche preghiere di ringraziamento agli dei.
Si tennero le elezioni: consoli Publio Cornelio Scipione Africano per la seconda volta e Tiberio Sempronio Longo (massiniss.C.).
pretori: Publio Cornelio Scipione Nasica, Gneo Cornelio Merula, Gneo Cornelio Blasione, Gneo Domizio Enobarbo, Sesto Digizio, Tito Iuvenzio Talna.

43


Furono assegnati gli incarichi ai pretori, entrambi i consoli ebbero per provincia l'Italia. A Tito Quinzio e a Marco Porcio Catone fu ordinato di riportare gli eserciti in Italia e congedarli.

44


Furono eletti censori Sesto Elio Peto e Gaio Cornelio Cetego che nominarono il console Publio Scipione principe del Senato e radiarono tre senatori.
Furono celebrati ludi votivi durante i quali Pleminio, che si trovava in carcere per i crimini commessi a Locri, tentò di far appiccare un incendio a Roma da alcuni complici per poter evadere nella confusione. Denunciato dai suoi complici venne giustiziato.

45


Vennero dedotte nuove colonie ed espiati i prodigi segnalati nel corso dell'anno.

46


In Gallia il console Lucio Valerio Flacco sconfisse i Boi e gli Insubri nei pressi di Milano.
Marco Porcio Catone celebrò il trionfo sugli Ispani. Il console Tiberio Sempronio fronteggiò una rivolta dei Boi comandata da Boiorige e chiamò il collega in suo aiuto ma mentre temporeggiava nell'attesa fu attaccato dal nemico e lo affrontò in un serrato combattimento.

47


La battaglia fu lunga ed incerta ed i Boi riuscirono a penetrare nell'accampamento romano ma furono respinti da una coorte scelta. Infine i Galli vinti dalla stanchezza e dalla sete si ritirarono nel loro accampamento ed anche il console suonò la ritirata ma alcuni Romani rimasero presso la palizzata dei Boi e furono sbaragliati.
I Boi persero undicimila uomini, i Romani cinquemila.

48


Le fonti non concordano su quanto fece il console Scipione: secondo alcuni si unì al collega e saccheggiò il territorio nemico, secondo altri non compì imprese da menzionare.
Tito Quinzio trascorse l'inverno a Elatea amministrando la giustizia, quindi convocò un'assemblea a Corinto dove parlò delle imprese sue e di quanti l'avevano preceduto in Grecia. Il consenso era unanime tranne che per aver lasciato a Nabide il governo di Sparta.

49


Quinzio spiegò che rimuovere Nabide avrebbe significato la distruzione di Sparta e che egli aveva preferito salvare la città il cui tiranno ormai non era più in condizioni di nuocere. Annunciò la partenza sua e dell'esercito e raccomandò ai Greci di amministrare bene la propria libertà mantenendo la pace e la concordia.

50


Quinzio richiese il riscatto e la liberazione di tutti i Romani che si trovavano in Grecia in condizioni di schiavitù (per lo più prigionieri venduti da Annibale) e lasciò Corinto fra le acclamazioni della folla. Ordinò ai suoi legati di riunire esercito e flotta a Orico in Epiro da dove intendeva partire per Roma.

51


Egli marciò attraverso la Tessaglia, ritirò le guarnigioni di Calcide e Demetriade e ripristinò un certo ordine politico in quelle città.
52


Dopo aver navigato da Orico a Brindisi, l'esercito risalì l'Italia. A Roma i senatori ascoltarono il resoconto dettagliato delle imprese di Quinzio e gli concessero il meritato trionfo che durò tre giorni con grande mostra di prigionieri e di bottino.

53


Furono dedotte due nuove colonie e dedicati i templi di Giunone Matuta nel Foro Olitorio, quello di Fauno e quello di Giove sull'Isola Tiberina.

54


Si elessero i nuovi consoli, Lucio Cornelio Merula e Aulo Cornelio Termo (193 a.C.). I pretori: Lucio Cornelio Scipione (fratello dell'Africano), Marco Fulvio Nobiliore, Gaio Scribonio, Marco Valerio Messalla, Lucio Porcio Licino e Gaio Flaminio.
Edili curuli Aulo Serrano e Lucio Scribonio Libone che inserirono per la prima volta spettacoli teatrali durante le feste megalesi.

55


Si verificarono numerosi terremoti a seguito dei quali si tennero cerimonie e pubbliche preghiere. Furono assegnati gli incarichi ai nuovi pretori.

56


Mentre non ci si aspettava alcuna guerra i Liguri invasero il Pisano ed i Galli attaccarono Piacenza. Furono sospesi i congedi ed operati nuovi arruolamenti, ebbe il comando in quella guerra il console Lucio Cornelio Merula.

57


Quinzio chiese al Senato di ratificare le decisioni che aveva preso in Grecia con i dieci legati dopo aver ascoltato le varie ambascerie greche. A Quinzio stesso fu dato incarico di ascoltare gli ambasciatori di Antioco i quali richiedevano un trattato d'alleanza senza condizioni non essendo il loro un accordo fra nemici o fra vincitori e vinti.

58


Quinzio ribadì che l'alleanza poteva essere conclusa solo se Antioco avesse liberato le città greche da lui occupate in Asia e se si fosse tenuto lontano dall'Europa.
Gli ambasciatori sostennero che Antioco aveva dei diritti su quelle città che erano state conquistate dal suo antenato Seleuco sconfiggendo Lisimaco ma Quinzio rispose che i Romani intendevano garantire a tutti i Greci libertà da qualsiasi dominazione straniera.
59


Il colloquio fu riferito a tutti gli ambasciatori greci e Quinzio garantì che i Romani avrebbero fermato Antioco come avevano fatto con Filippo. Si decise di rimandare la questione per dare il tempo per riflettere ad Antioco e di inviare a questi degli ambasciatori.

60


Da Cartagine giusero conferme che Annibale si era unito ad Antioco e che cercava di convincerlo a muovere guerra contro l'Italia e contro la stessa Cartagine.

61


Annibale mandò a Cartagine un certo Aristone di Tiro per dare istruzioni ai suoi amici senza correre il pericolo di scrivere lettere che potevano essere intercettate. Aristone svolse la sua missione ma destò sospetti ed i Cartaginesi intendevano arrestarlo ed inviarlo a Roma. Aristone riuscì a fuggire ed i Cartaginesi mandarono a Roma ambasciatori per riferire questo evento e per lamentarsi delle offese loro recate da Massinissa.

62


Il Senato ascoltò con preoccupazione quanto riferito dagli ambasciatori a proposito di Aristone temendo di dover combattere contemporaneamente contro Antioco e Cartagine.
In merito alla disputa con Massinissa per il possesso di certi territori si decise di inviare Scipione Africano, Gaio Cornelio Cetego e Marco Minucio Rufo come arbitri per dirimere la questione sul posto ma questi lasciarono, forse volutamente, la contesa irrisolta.

LIBRO XXXV

1



Nella Spagna Citeriore il pretore Sesto Digizio subì numerose sconfitte ad opera della popolazione ribellatasi dopo la partenza di Catone. Invece Publio Cornelio Scipione al di la dell'Ebro riportò una grande vittoria sui Lusitani che devastavano la Spagna Ulteriore.

2


Il pretore Gaio Flaminio, che doveva partire per sostituire Sesto Digizio, chiese delle legioni urbane per rinsaldare l'esercito in Spagna ma il Senato decise che arruolasse rinforzi fuori dall'Italia, perciò Flaminio durante il viaggio reclutò milizie in Sicilia, Africa e Spagna.

3


I Liguri stavano assediando Pisa quando il console Minucio vi arrivò con le sue truppe e, visto che i nemici si erano allontanati, entrò in città. Pose il suo accampamento non distante da quello dei Liguri e cercò di evitare saccheggi nel territorio dei Pisani ma non osava attaccare battaglia perché disponeva di soldati inesperti e non affidabili.

4


L'altro console Lucio Cornelio Merula penetrò nel territorio dei Boi e visto che il nemico evitava di combattere si dedicò impunemente al saccheggio. Quando infine mosse verso Modena i Boi gli tesero un'imboscata notturna ma il console se ne accorse e dispose le proprie truppe. Anche i Boi compresero che ormai non avrebbero potuto evitare un combattimento regolare.

5


La battaglia cominciò nel primo mattino e durò a lungo con esito incerto. I Boi erano in difficoltà per il calore del sole, il console se ne rese conto e comandò un assalto della cavalleria che disperse molti nemici. Tuttavia i Boi erano molto numerosi e resistettero a lungo prima di cedere e fuggire. Quel giorno perirono quattordicimila Boi ma anche i Romani persero cinquemila soldati e diversi ufficiali.

6


Quinto Minucio, cui toccava per sorteggio di tenere i comizi, fece chiedere al collega di sostituirlo per non lasciare Pisa in una situazione incerta. Anche Lucio Cornelio scrisse a Roma riferendo la sua vittoria sui Boi, ma un suo luogotenente scrisse privatamente a molti senatori screditando il console ed attribuendo ai suoi errori le pesanti perdite subite.

7


La questione fu rimandata perché ci si stava occupando del grave problema dell'usura. Gli usurai, per eludere le leggi romane, intestavano i propri crediti agli alleati che a tali leggi non erano soggetti. Dopo un'inchiesta che portò alla luce molti casi di strozzinaggio si decise che anche gli alleati fossero sottoposti alle normative romane in materia di debiti ed interessi.
In quel periodo in Spagna non accadde nulla di notevole fatta eccezione per una vittoria di Marco Fulvio sui Vaccei e Celtiberi nei pressi di Toledo.

8 - 9


Il console Lucio Cornelio si recò a Roma per i comizi e chiese il trionfo ma la sua proposta fu sospesa per l'assenza del legato che lo aveva criticato con le sue lettere.
Furono come di consueto espiati i prodigi e fu fondata la colonia latina di Castro Ferentino.

10


Dopo un'infuocata campagna elettorale furono eletti consoli Lucio Quinzio e Gneo Domizio Enobarbo (192 a.C.), deludendo le aspettative dell'Africano che aveva sostenuto la candidatura di Publio Cornelio Scipione e di Gaio Lelio.
Vennero eletti pretori: Lucio Scribonio Libone, Marco Fulvio Centumalo, Aulo Atilio Serrano, Marco Bebio Tanfilo, Lucio Valerio Tappone, Quinto Selonio Sarra.

11


In Liguria l'esercito consolare, durante una marcia, venne intrappolato in una strettoia della quale i nemici avevano bloccato entrambe le uscite. I cavalieri numidi fingendo di non saper governare le proprie cavalcature inscenarono una ridicola esibizione avvicinandosi ed allontanandosi dai nemici. Quando questi si distrassero osservandoli e deridendoli, i Numidi si lanciarono forzando il blocco e si precipitarono fuori dalla gola ad incendiare i villaggi Liguri. I nemici accorsero in soccorso delle proprie case e l'esercito romano fu libero di uscire dalla strettoia.

12


Gli Etoli, sempre ostili ai Romani, inviarono ambasciatori a Sparta e a Filippo per indurli con vari argomenti a riaprire le ostilità contro Roma.

13


L'unico a reagire a queste sollecitazioni fu Nabide che assediò Giteo. Gli Achei che avevano accettato la responsabilità di proteggere le città della costa, inviarono una guarnigione a Giteo ed informarono i Romani.
Il re Antioco fece sposare sua figlia con Tolomeo V re d'Egitto, quindi attaccò la Pisidia, in Asia Minore. Ambasciatori Romani visitarono il re di Pergamo Eumene il quale, preoccupato dalla potenza del vicino Antioco, sollecitò Roma ad entrare in guerra.

14


Uno degli ambasciatori, Villio, incontrò Annibale per saggiarne le intenzioni e per garantirgli che non aveva nulla da temere dai Romani. Si racconta di che quell'ambasceria facesse parte anche Scipione l'Africano che chiese ad Annibale quali fossero a suo parere i più grandi generali mai esistiti. Annibale citò Alessandro Magno e Pirro mettendo se stesso al terzo posto. Ridendo Scipione gli chiese cosa avrebbe detto se lo avesse sconfitto ed Annibale lo sorprese rispondendo che in quel caso si sarebbe considerato superiore anche ad Alessandro e Pirro.

15


L'ambasciatore Villio si recò ad Efeso dove incontrò il re Antioco ma durante i colloqui giunse la notizia della morte di Antioco figlio del re. Questo giovane, gradito alla popolazione per le sue virtù e del quale si pensava che sarebbe stato un ottimo regnante, era morto prematuramente e si vociferava che il lo avesse fatto eliminare dai suoi eunuchi perché temeva che, per l'impazienza di salire al trono, avrebbe minacciato la sua vita. Comunque i colloqui e le operazioni militari vennero interrotte in segno di lutto ed Antioco affidò il compito di parlare con i Romani al suo consigliere Minnione.

16


Minnione incontrò gli ambasciatori Romani e riprese il tema della conquista da parte di Seleuco che data ad Antioco il diritto di riprendere le città greche in Asia Minore, così come i Romani riscuotevano tributi dalle città greche in Sicilia ed in Italia meridionale. Sulpicio obiettò che quelle città erano state sotto i Romani con continuità mentre quelle attaccate da Antioco nelle ultime generazioni erano state libere o sotto i Macedoni.

17


Furono convocati gli ambasciatori delle città greche in questione ma la riunione finì in un alterco e i Romani se ne andarono senza aver potuto chiarire la situazione.
Antioco tenne un'assemblea in cui tutti si sforzarono di parlare male di Roma per riscuotere più favore.

18


Prese la parola lacarnano Alessandro che propose di stabilire una base militare in Grecia dove Antioco avrebbe certamente avuto l'aiuto degli Etoli, di Nabide e di Filippo. Si doveva inoltre inviare Annibale in Africa per costringere i Romani a dividere le loro forze.

19


A causa dei suoi colloqui con gli ambasciatori Romani Annibale aveva perso la fiducia e la considerazione di Antioco. Quando se ne rese conto gliene chiese apertamente le ragioni quindi gli tenne un convincente discorso assicurando che nulla era cambiato nel suo odio per i Romani e recuperò l'amicizia di Antioco.

20


A Roma furono distribuiti gli incarichi ai pretori, si fecero nuovi arruolamenti e si armarono nuove navi. Nessun preparativo specifico per la guerra contro Antioco fu fatto nell'attesa del ritorno degli ambasciatori.

21


Come di consueto si espiarono i prodigi.
Prima dell'arrivo del nuovo console Lucio Quinzio, Quinto Minucio venne a battaglia con i Liguri nel territorio di Pisa e li sconfisse. Non diede loro tregua inseguendoli fino in Liguria dove saccheggiò piazzaforti e villaggi.

22


Al loro rientro gli ambasciatori non portavano notizie che giustificassero la guerra, tranne contro Nabide che aveva ripreso ad attaccare gli alleati, per questo motivo il pretore Atilio fu inviato in Grecia con la flotta. I due consoli portarono l'esercito nel territorio dei Boi. In Spagna Gaio Flaminio e Marco Fulvio riportarono alcune vittorie e conquistarono Toledo.

23


Il Senato decise di mandare in Grecia un'ambasceria prestigiosa composta da Tito Quinzio, Gneo Ottavio, Gneo Servilio e Publio Villio. Ordinò a Marco Bebio di portare le sue legioni a Brindisi, pronte per passare in Macedonia e a Marco Fulvio di mandare venti navi a proteggere le coste siciliane da eventuali attacchi di Antioco.
Si tenne una leva in Sicilia e nelle isole circostanti.
Arrivò Attalo, fratello di Eumene, che recava la notizia che Antioco aveva superato l'Ellesponto e che gli Etoli erano in armi.

24


Vista l'imminenza della guerra si ritenne opportuno eleggere subito i nuovi consoli, furono scelti Publio Cornelio Scipione Nasica e Manio Acilio Glabrione. pretori Lucio Emilio Paolo, Marco Emilio Lepido, Marco Giunio Bruto, Aulo Cornelio Mammula, Gaio Livio Salinatore, Lucio Oppio Salinatore.
A Marco Bebio fu ordinato di passare in Epiro.

25


Nabide assediava Giteo ed era ostile agli Achei che avevano inviato aiuti agli assediati. Gli Achei mandarono a chiedere consiglio e Tito Quinzio. Quinzio suggerì di attendere i Romani e gli Achei, nel frattempo, misero in mare le loro navi.

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Nabide allestì una nuova piccola flotta (la precedente era stata sequestrata dai Romani) per impedire l'approdo di truppe nemiche provenienti dal mare. Il primo a scontrarsi con queste navi fu Filopemene, pretore degli Achei, il quale era molto esperto di battaglie terrestri ma non aveva esperienza di cose di mare. Filopemene fu subito battuto ma non per questo si perse d'animo.

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Nabide distrasse un terzo delle truppe di Giteo per occupare i luoghi dove pensava che il nemico sarebbe passato, Ma Filopemene, incendiando la campagna, distrusse il campo posto da questi Spartani uccidendoli quasi tutti. Dopo questa vittoria decise di attaccare Sparta ma proprio quel giorno Giteo venne espugnata. Nabide portò i suoi uomini oltre Sparta, dove riteneva che i nemici si sarebbero accampati, occupò quella località e bloccò il passo attraverso il quale gli Achei stavano marciando in fila a causa della strettezza del sentiero.

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Filopemene ricorse alla sua grande esperienza: portò avanti le truppe ausiliarie e la cavalleria e dedicò gli altri a preparare un campo fortificato su un'altura che sovrastava il torrente. Di notte nascose molti soldati in una valle fuori dalla vista del nemico.

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All'alba l'avanguardia anche ingaggiò battaglia con gli Spartani e dopo un breve combattimento, fingendo di fuggire, li attirò nell'imboscata. Gli Spartani furono sbaragliati e fuggirono nel loro campo ma Filopemene, temendo il terreno accidentato, suonò la ritirata.
Più tardi Filopemene inviò un suo uomo a Nabide. Fingendosi un disertore il soldato comunicò al tiranno che gli Achei intendevano raggiungere il fiume Eurota che scorreva sotto le mura di Sparta per impedire le comunicazioni fra il campo di Nabide e la città. A queste parole Nabide, sgomento, si ritirò in città lasciando pochi uomini a guardia del campo.

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Subito Filopemene attaccò l'avamposto di guardia al campo nemico che si dette alla fuga. Inseguì la colonna degli Spartani diretta in città lungo un sentiero malagevole e la disperse, quindi raggiunse l'Eurota e si accampò. Al tramonto arrivò la notizia che Nabide era entrato in Sparta con pochi uomini mentre gli altri avevano gettato le armi e vagavano nei boschi circostanti. Allora Filopemene istituì dei posti di guardia che durante la notte uccisero gli Spartani che tentavano di rientrare in città col favore delle tenebre. Spese quindi i successivi trenta giorni a devastare il territorio spartano, poi tornò in patria pieno di gloria.

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Gli ambasciatori Romani intanto visitavano le città alleate per sondarne le intenzioni rispetto ad Antioco. A Demetriade incontrarono problemi perché si era sparsa la falsa diceria che i Romani volessero restituire la città a Filippo. Durante l'incontro il supremo magistrato della città affermò che si sarebbe fatto di tutto per impedire che Filippo tornasse ed arrivò ad affermare che la libertà concessa dai Romani era solo apparente, affermazione che scandalizzò anche molti suoi concittadini i quali si scusarono con Tito Quinzio che intanto imprecava contro la loro ingratitudine.

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Intanto gli Etoli facevano propaganda antiromana in tutta la Grecia. Quinzio chiese agli Ateniesi di mandare ambasciatori all'assemblea panetolica per ricordare agli Etoli l'alleanza con Roma ed i pericoli di una nuova guerra.

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L'iniziativa risultò inutile e Quinzio si recò personalmente a discutere con gli Etoli ma non ebbe miglior successo e gli Etoli approvarono un decreto per chiamare Antioco a liberare la Grecia e a fare da arbitro fra loro e i Romani.

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Gli Etoli decisero di occupare Demetriade, Calcide e Sparta.
Euriloco era il magistrato di Demetriade che aveva litigato con Quinzio e che dopo quella turbolenta assemblea era volotariamente fuggito in Etolia. Diocle, comandante della cavalleria degli Etoli, si recò a Demetriade per verificare se il ritorno di Euriloco sarebbe stato permesso. Visto che non si incontravano ostacoli Diocle tornò con Euriloco facendosi seguire dalla cavalleria in ordine sparso e mentre distraeva la cittadinanza mostrando l'esule rientrato, i cavalieri penetrarono in città e rapidamente ne presero possesso.

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A Sparta si recò un ufficiale di nome Alessameno fingendo di portare a Nabide rinforzi militari. Nell'attesa che arrivasse Antioco, Nabide e Alessameno presero l'abitudine di far fare esercitazioni alle truppe e quindi di passarle insieme in rassegna. Durante una di queste esercitazioni improvvisamente Alessameno ed i suoi uomini attaccarono Nabide e lo uccisero prima che i suoi potessero soccorrerlo.

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Gli Etoli occuparono il palazzo reale e gli Spartani non reagirono ed ascoltarono il discorso di Alessameno. Ma quando gli Etoli cominciarono a saccheggiare la città come se l'avessero conquistata, gli Spartani si armarono e trucidarono Alessameno e i suoi soldati.

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Per quanto riguarda Calcide gli Etoli inviarono Toante per attaccarla direttamente. Quando Toante vide la città si rese conto di non aver forze adeguate per assediarla e, dopo un fallito tentativo di parlamentare per convincere gli abitanti a passare agli Etoli, abbandonò l'impresa.

Quinzio incontrò Eumene nei pressi di Calcide dove il re lasciò un presidio, quindi raggiunse Demetriade e mandò Villio a parlamentare, ma dopo una nuova accesa discussione con Euriloco, Villio tornò indietro con un nulla di fatto.

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Dopo l'elezione il console Lucio Quinzio partì per la Liguria dove devastò ampi territori e liberò molti prigionieri, Gneo Domizio mosse contro i Boi che gli arresero senza combattere. Venne dedotta la colonia di Vibo. Roma fu colpita da un terremoto e da un grande incendio.

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La fine dell'anno era prossima e Lucio Quinzio fu incaricato di tenere la leva per permettere ai nuovi consoli di essere pronti ad intervenire contro Antioco. Molti usurai furono processati e condannati a pagare pesanti multe. Con il ricavato fu collocata una quadriga dorata sul Campidoglio e dodici scudi dorati nel tempio di Giove.

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Anche Antioco preparava la guerra ma lo trattenevano le città di Smirne, Alessandria nella Troade e Lampsaco che non era riuscito a conquistare e che non intendeva lasciare indietro in quella situazione al momento di entrare in Europa.
L'Etolo Toante dissuase Antioco dall'affidare la missione in Africa ad Annibale convincendolo a diffidare del generale cartaginese che dopo una vittoria non avrebbe accettato di essere sottomesso ad un re straniero e gli consigliò di tenere Annibale accanto a se come consigliere senza affidargli ruoli di comando.

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Antioco annullò la missione di Annibale e partì con la flotta per la Grecia. Dopo alcune tappe giuse a Demetriade e poi si recò in Etolia dove fu accolto con grande entusiasmo.

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Antioco parlò all'assemblea degli Etoli scusandosi per la modestia delle forze che lo seguivano. Non aveva voluto far attendere quanti lo avevano chiamato ma la stagione rendeva difficoltosa la navigazione. Promise che in primavera avrebbe riempito la Grecia di uomini e armi, l'avrebbe liberata dal dominio romano e ne avrebbe resi egemoni gli Etoli.

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Gli Etoli erano discordi a proposito di Antioco, alcuni volevano che fungesse pacificamente da arbitro fra loro e i Romani, altri volevano la guerra subito. Prevalse quest'ultima opinione e gli Etoli nominarono il re comandante in capo.

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Antioco e gli Etoli decisero di iniziare la guerra prendendo Calcide. Giunti a quella città il re ed i capi degli Etoli chiesero un colloquio e proposero ai Calcidiesi di allearsi con Antioco senza per questo infrangere l'amicizia con i Romani.
I Calcidiesi risposero di essere liberi e di non aver bisogno di aiuto e protezione e che non avrebbero concluso alcuna alleanza senza l'autorizzazione dei Romani.

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Ricevuta questa risposta, Antioco e gli Etoli tornarono a Demetriade. Speravano di trovare un accordo con i Beoti, gli Achei e gli Atamani. Un cognato del re degli Atamani Animandro che si chiamava Filippo era convinto di discendere da Alessandro Magno e gli fu fatta balenare l'idea di salire sul trono di Macedonia se fosse riuscito a procurare ad Antioco l'alleanza di Animandro.

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Etoli ed ambasciatori di Antioco parlarono nell'assemblea degli Achei di fronte a Tito Quinzio. Un ambasciatore parlò con grande esagerazione della potenza di Antioco, del suo esercito e della sua flotta e chiese agli Achei non l'alleanza contro i Romani ma l'assoluta neutralità. Parlò anche un rappresentante degli Etoli ma si lasciò andare ad invettive contro i Romani in generale e contro Tito Quinzio in particolare.

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A questi discorsi rispose Tito Quinzio sostenendo che si trattava di menzogne: i Siriaci e gli Etoli si ingannavano a vicenda vantando valore e potenza che in realtà non avevano. Quinzio esortò quindi gli Achei a non dar peso alle parole di questi millantatori e a rimanere fedeli all'amicizia con Roma.

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Gli Achei deliberarono di dichiarare guerra ad Antioco ed agli Etoli e, su richiesta di Quinzio, inviarono truppe ausiliarie a Calcide e al Pireo per controllare certi focolai di ribellione di cui si aveva notizia. Antioco mandò soldati suoi e degli alleati ad attaccare Calcide che era difesa dagli Achei, da un contingente inviato da Eumene e da uno dei Romani.

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Gli Etoli presero alla sprovvista i soldati Romani che si trovavano a Delo uccidendone e catturandone molti. Antioco mosse le sue truppe verso Aulide, intanto i suoi inviati ottenevano l'apertura delle porte di Calcide e presto le altre città dell'Eubea gli si sottomisero. Anche da un bastione fortificato presso Salganea i Romani ed i loro alleati furono cacciati. Antioco era soddisfatto di quell'inizio della guerra a lui favorevole.